lunedì 22 luglio 2024
Misteri dell'amore
Sergio Bissoli
I MISTERI DELL’AMORE
DIARIO SEXY
Alla finestra superiore di una casa, due braccia femminili nude scuotono un lenzuolo rosa…
Spargono femminilità, profumi, pensieri, ricordi…
INDICE
Vedere la F. ( e le tette)
Ragazze nude
Giochi sexy
Ragazze in attesa
I piselli
Capelli e peli
Anni 50
Educazione e sadismo
Sesso e preti
Ragazze molestate
Sesso e magia
Provocazioni
Ragazze in campagna
I vecchi raccontano
Censura
Occasioni perdute (troppe)
Ricordi di donne
Ragazze e ragazzi
Ragazze e bugie
Conclusione
VEDERE LA F.
Quando ero bambino in campagna vedevo le bambine accucciarsi per fare pipì. Io pensavo che orinassero dall’ano. Non sospettavo l’esistenza della vagina.
Circa all’età di 13 anni incominciò a risvegliarsi il desiderio di sapere come era fatta una ragazza.
Il mistero del sesso era profondo come il mistero dell’aldilà.
1961 circa alla sagra del mio paese arrivò la peep show. Una macchinetta di ferro attaccata a un palo. Mettevo 10 Lire e guardando dentro un oculare vedevo una donnina in bikini. Abbassando una levetta cambiava diapositiva con un’altra donnina. Ma dopo circa 10 secondi la luce si spegneva e appariva tutto buio. Bisognava inserire altre 10 lire per riprendere la vision È stata una esperienza bellissima e indimenticabile. Ogni volta che ci penso provo vivo piacere. Dopo pochi anni queste macchinette sono sparite e.
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1962 circa, al cinema Melchiori un amico mi mostrò un calendarietto profumato con disegni a colori di donne in bikini. Mi disse: “Ti piace?” risposi sì e lui me lo regalò.
Non osai portarlo a casa e lo nascosi nella fessura di un muro di mattoni, lungo il fiume. Tutti i pomeriggi andavo là a sfogliarlo ed ammirare le donne in bikini.
50 anni dopo ho saputo da un amico perché me lo aveva regalato. Sua padre era barbiere e aveva molti calendarietti vecchi che dava a suo figlio.
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Io e Vasco comprammo da un amico per 600 Lire una rivista francese in bianco e nero e la tenevamo nascosta nella crepa di un muro lungo il fiume. C’erano foto di donne che mostravano il seno e il sederino. Questo per noi era già il paradiso, ma il sesso era nascosto.
Nel film IL SEPOLCRO INDIANO c’era una danzatrice in bikini e le donne in sala gridarono: “Che scandalo!”
Nei giorni successivi io e Dario commentammo per molto tempo questa scena.
Un ragazzo più esperto mi spiegò che le ragazze hanno un taglietto davanti da dove escono i bambini. Io immaginai un taglietto orizzontale e per molto tempo credetti che le ragazze fossero fatte così.
Dopo altri mesi incontrai Vasco in bici che mi mostrò una rivista tedesca in bianco e nero di donne nude, depilate che mostravano la vagina. Allora finalmente seppi la verità.
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Scoperto il sesso delle donne, mi restava da scoprire la loro psicologia. Anche qui avevo idee completamente sbagliate. Io supponevo che le ragazze avessero una mentalità come la nostra. Perciò aspettavo che qualche ragazza mi facesse le avances, mi chiedesse l’amicizia e anche di fare l’amore… ma questo non succedeva mai…
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Domenica pomeriggio freddino, di Marzo. C’è il sole ma negli angoli in ombra c’è ancora la neve. Sul marciapiede passeggiano le prime ragazze con vestiti primaverili. Stando davanti al bar Passarini io le guardo. Arriva un signore, guarda pure lui e con accento mantovano commenta: “Metterglielo nel buco dove pisciano…”
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È sempre difficile e raro vedere il sesso femminile perché le donne lo tengono ben nascosto e sono ritrose a mostrarlo. Ho annotato quelle poche volte che sono riuscito a vederlo casualmente:
Estate caldissima. Io vado in bici. Sopra un poggiolo ci sta una ragazza accucciata, con gonna ma senza mutandine. Io passando da sotto vedo la fichetta.
Ho visto un’altra fica da dietro mentre faceva pipì, vicino alla diga a Sottomarina.
L’inverno 1963 circa andavo a leggere gialli nella casa abbandonata del custode. Mio papà se li trovava li stracciava, così io li nascondevo là. Una domenica pomeriggio stavo leggendo, in piedi appoggiato alla parete, quando ho sentito dei passi sulla ghiaia. Sono andato alla finestra e ho visto due ragazze. Si sono sollevate il paltò, alzate le gonne e abbassate le mutandine per fare pipì. Io ero tutto emozionato. Tremavo tutto, anche se non ho visto niente perché erano là accucciate.
Ho visto un’altra fica accucciata, mentre faceva pipì al gabinetto di una scuola. Aveva la fica tutta arrossata.
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1960 circa. Nel cortile della nonna sto giocando con la cuginetta arrivata da lontano. Mi dice che deve fare pipì e le indico il gabinetto nel cortile. Mi dice: “Accompagnami” e io la accompagno. Arrivati davanti alla porta lei mi dice: “Entra anche tu”.
Entriamo insieme. È un gabinetto alla turca, con il buco sul pavimento. Lei si abbassa le mutandine e poi mi dice: “Sostienimi le gambe. Mamma mi sostiene sempre mentre faccio la pipì.”
Io ero timido, immaturo e vergognoso; le dico che deve fare da sola ed esco. Imbecille!
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Nei film dei decenni 1950 1960 non si vedevano mai le tette, né il culo, né la fica. Il primo film che ci mostrò la fica fu Helga del 1968.
L’amico Vasco mi disse: “Si vede la fica a tutto schermo!”
Era estate, partii sulla strada per Angiari col motorino Mosquito 39, ma sul ponte della Nichesola si ruppe la biella. Pedalai fino a Legnago. Il cinema Italia era strapieno di gioventù e io trovai un posto sulla loggia. A metà film, si vedeva una fica che stava per partorire, ed era una scena deludente.
Ritornai al mio paese per la strada principale, ombreggiata dai platani. Dopo la mostra delle roulotte, seguii un sentiero campestre dove mi fermai per masturbarmi. Poi ripresi a pedalare verso casa.
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Nel 1967 mi trovavo in piazza a Minerbe, d’estate insieme ad alcuni amici. Una zingarella attraversò la piazza in diagonale. Aveva un vestitino leggero senza reggiseno e si notavano le tettine che saltellavano sotto la tela del vestito.
Quando fu passata l’amico Giorgio commentò: “ Guarda che belle tette ha quella.”
La zingarella si voltò indietro e disse: “Sì, anche sotto è bello.”
Nessuno di noi osò parlare.
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L’amico George racconta:
Quando ero ragazzo percorrevo Via Peagni in compagnia di mio padre. Era una stradina in discesa, non asfaltata, dove a volte incontravamo una donna che portava le oche al pascolo.
A metà strada c’era un ponte e un fiumicello. Quel giorno sulla riva c’era una zingarella completamente nuda che si lavava con il sapone. Il suo corpo bianco e sinuoso era uno spettacolo sullo sfondo verde della vegetazione.
Avrei voluto osservarla di più e magari salutarla, ma la presenza di mio padre mi metteva soggezione.
Nei giorni successivi sono passato tante volte per quella stradina, senza più incontrarla.
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Annachiara era una ragazza “semplice” cioè un po’ deficiente. I ragazzi che giocavano in cortile, quando la vedevano passare le dicevano: “Dai Annachiara, faccela vedere.”
La ragazza si alzava la gonna, non portava mutande, mostrando la fica ai maschietti. Dopo loro correvano in stalla a farsi le seghe.
Un giorno qualcuno riferì la cosa al prete (forse in confessione) lui informò i genitori e questi bei spettacoli finirono.
I ragazzi dicevano: “Il prete ci ha tolto il pane di bocca.”
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Un amico racconta: “Nel 1969, prima di pasqua in chiesa, una ragazza in minigonna salì sul banco per mettere i fiori davanti al santo. Io ero seduto e ho visto un lampo di cosce bianche e sode.”
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Un amico racconta: da bambino andavo in vacanza con amici di famiglia. Questi avevano una figlia Monica.
In albergo, a volte quando rimanevamo soli, le mi mostrava la fichetta. Un giorno io stavo sdraiato sul letto e lei nuda camminò sul letto dalla testa ai piedi. Io da sotto guardavo la fichetta, ma ero troppo immaturo per apprezzarla o reagire.
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Febbraio 1964, Gigliola Cinquetti aveva vinto a San Remo con Non ho l’età. Era una canzone che esaltava la verginità e i preti del paese organizzarono uno spettacolo nel teatrino del parrocchiale. Ma io e altri tre amici non avevamo i soldi per pagare il biglietto. Così gli amici andarono a giocare al pallone nel campo vicino. Io li vedevo appena in mezzo alla nebbia e intanto studiavo la possibilità di entrare nel teatro. Questo era ricavato all’interno di un antico monastero del 1200, ora abbandonato. Aggirai l’edificio. Sul lato nord c’era un portone. Entrai sotto un portico dove c’era un vecchio carro. Aprii una porta chiusa con fil di ferro ed entrai in uno stanzone pieno di botti sfasciate, rottami e mobili scartati. In fondo c’era un altro locale, molto basso, dove dal soffitto piovevano raggi di luce.
Corsi fuori a chiamare gli amici. Insieme andammo in quel posto. Eravamo nel sottopalco del teatro. Le tavole di legno sopra di noi avevano buchi, crepe, fessure e da lì vedevamo le gambe e le mutandine delle ragazze che cantavano e ballavano sopra. Restammo lì al freddo, fra polvere e ragnatele. Ma sopra c’era il paradiso perché si intravedeva la topa.
Poi un amico disse: “Una mi ha visto, ci siamo incontrati con gli occhi. Adesso manderanno qualcuno qui.”
Così scappammo via.
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Mariarosa era una ragazza libera e senza vergogna. Abitava in città e veniva in corriera nel mio paese. L’amico Andrea faceva lo stesso percorso e finì per conoscerla. Mariarosa aveva una matrigna che la odiava. Quando non resisteva più veniva nel mio paese e trascorreva alcuni giorni dai parenti.
L’amico me la presentò. La portai un paio di volte al bar e una volta al cinema.
Un pomeriggio di Novembre mi trovavo a casa di Andrea e arrivò la ragazza. Si fermò per salutare prima di andare dai parenti. Andrea le offrì un caffè e rimanemmo a parlare. Poi Andrea le disse: “Ho un maglione seminuovo, per me è stretto e se ti piace te lo regalo.”
La ragazza lo prese in mano e lo guardò.
“Provalo se ti va bene.” Suggerì Andrea.
La ragazza si tolse il giubbino impermeabile imbottito, poi si sfilò il suo maglione. Sotto non portava reggiseno e le tettine saltellarono libere. La ragazza si provò il maglione. Le andava bene.
Noi guardammo lo spettacolo senza parlare.
Una domenica mattina di Dicembre ero in bicicletta e incontrai Mariarosa anche lei in bici. Insieme girammo per il paese; poi seguimmo una strada secondaria dove si vedeva lo spettacolo di campi e alberi coperti di brina.
Mariarosa mi disse: “Adesso faccio pipì.”
Io risposi: “Non qui sulla strada. Più avanti c’è un sentiero.”
Arrivati al sentiero scendemmo dalle bici e io andai avanti per vedere se ci fosse nessuno. Non c’erano i pescatori, così mi voltai indietro per chiamare Mariarosa.
La ragazza stava dietro di me, di traverso al sentiero con jeans e mutandine abbassate e stava facendo pipì.
Vidi il sederino bello, sporgente e le feci una carezza. Il getto di pipì si fermò di colpo e lei gridò: “Lasciami pisciare!”
Appena ebbe finito si tirò su i jeans e si incamminò verso la bici.
Non provai a fare avances perché l’aria gelida ci avrebbe impedito di spogliarci.
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Pomeriggio di Luglio. Due ragazze formosette stanno sedute su una panchina. Indossano magliette scollate e mini shorts bianchi.
Una sta seduta con le gambe incrociate sulla panchina. L’altra è sdraiata con la testa sulla pancia della prima e le gambe distese e spalancate. La stoffa degli shorts sul pube è larga tre centimetri e ai lati si vedono i peletti che fuoriescono.
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Una donna aveva una fica grande, sbrindella. Aveva fatto molti figli e lei mi disse: “Fare un figlio è come fare un grosso stronzo.”
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Una donna dice a una amica: “E durante la conversazione lui non mi ha mai guardato negli occhi.”
Le donne notano particolari fisici che rivelano psicologie anomale: timidezza, paura falsità.
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Un’amica racconta: Noi ragazze quando dovevamo fare pipì in un posto frequentato da passanti, non alzavamo la gonna, non abbassavamo le mutandine. Per fare presto io mi accucciavo e con la mano tenevo scostata la mutandina davanti.
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Anno 2021 Dialogo ascoltato al Parco, fra due ragazzine sedute sulla panchina:
“Te l’ha leccata?”
“Sì. Me l’ha leccata.”
“E dove vi siete messi?”
“Mia mamma era andata via e ci siamo distesi sul letto.”
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La sessualità abbellisce e trasfigura il corpo. Se vedo un uomo nudo rimango indifferente. Se vedo una donna nuda provo un grande piacere.
Quando toccavo o baciavo il sesso di Adriana provavo una forte emozione piacevole. Quando leccavo il culetto di Adriana provavo intense ondate di piacere.
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TETTE
Negli anni 50 e 60 erano impossibili da vedere.
Nel 1982 l’amico Dino mi portò all’Emmaus di Lupatoto. Un posto in mezzo ai campi che non saprei ritrovare. In un capannone c’era una lunga fila di manichini in vendita. Manichini femminili degli anni 50 o 60 forse: donne formose, sorridenti con belle poppe.
I manichini erano tutti nudi, eccetto uno che aveva il busto coperto con una giacca. Quando ci passai davanti sollevai la giacca per vedere cosa c’era sotto. Vidi un seno che era un’opera d’arte. Sicuramente lo scultore aveva una modella con un seno così abbondante.
Lo avrei comprato subito, ma non osavo portarlo a casa. perciò feci tante volte il giro del capannone e ogni volta che passavo da lì alzavo la giacca e contemplavo il seno.
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1974 Estate. Un pomeriggi di domenica io e Renzo siamo arrivati a Zenone. Ho fermato la macchina sulla piazzetta della chiesa e le ragazze che ci conoscevano (Sabrina, Cristina, ecc.) hanno circondato l’auto impedendoci di uscire. Sabrina si è appoggiata alla portiera, col finestrino abbassato, e ha messo i seni dentro. Si indovinavano sotto il vestito, belli, sporgenti, ma io non ho avuto il coraggio di toccarli.
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In estate a volte il vestito di una donna era scomposto e allora si vedeva la spallina del reggiseno.
Quella sottile strisciolina di stoffa bianca sulla spalla aveva qualcosa di magico. Catturava tutta la mia attenzione. Era una promessa di paradisi segreti giù in basso.
Poiché in fondo a quella strisciolina c’era il reggiseno, e nascoste dentro il reggiseno c’erano le Tette.
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Oggi viene a casa mia un’amica che non vedevo da dieci anni. Dopo i saluti e gli abbracci lei mi dice: “Mi trovi invecchiata?”
“No. Hai delle belle poppe.”
L’amica racconta: Da bambina ero preoccupata perché avevo tettine piccole. Quando veniva un amico di mio papà gli chiedevo:
“Ma quando crescono le tette ?”
Lui rispondeva: “Per farle crescere bisogna massaggiarle.”
E mi infilava la mano nella scollatura.
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Da bambino andavo a comprare l’acqua minerale in una rivendita. C’era una bella signora bionda che mi metteva due bottiglie di vetro nella sporta di tela. Per farlo si chinava verso di me e io vedevo le tette dalla scollatura. Un giorno era molto scollata e nel chinarsi il seno era bello esposto. Penso che lo facesse apposta.
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Un amico racconta: Sonia aveva un bar e portava sempre minigonna e magliette scollate. Quando si chinava sul banco frigo per prendere il gelato, mostrava le belle tette. Spesso noi ragazzi prendevamo il gelato per poter vedere il paradiso dentro alla scollatura.
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RAGAZZE NUDE
Alla sagra di Bonaldo 1983 circa. Insieme al cugino Renzo, domenica pomeriggio, alle ore 14. Siamo andati a bere in una vecchia osteria piena di uomini anziani. Noi ci siamo seduti fuori, sotto il vecchio portico. Di fronte si vedeva una recinzione oscurata. Ma da una fessura si intravedeva qualcosa. Mi avvicinai. Di là c’era una ragazza nuda in una piccola piscina privata. Sarei rimasto là a guardarla per tanto tempo, ma temevo che qualcuno uscisse dall’osteria e mi vedesse.
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L’amico Pino racconta: siamo andati alla sagra di San Tommaso, seconda domenica di Settembre, sull’argine dell’Adige. C’era un folla immensa. A mezzanotte hanno sparato i fuochi artificiali. Probabilmente sono caduti su un vespaio perché una nuvola di vespe si è abbattuta sulla folla. Io e i miei amici siamo corsi in macchina, posteggiata lì vicino e ci siamo chiusi dentro. Dai finestrini vidi uomini e donne che si denudavano per liberarsi dalle vespe. Le donne buttavano via gonne, magliette, reggiseni mentre correvano gridando verso le loro automobili, per rifugiarsi dentro.
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Estate 1960 circa, in prato della fiera arrivò una roulotte di zingari. Una domenica mattina mi trovavo là e una bella ragazza mi propose di leggermi la mano per 100 lire. Io non avevo soldi. Un coetaneo lì vicino accettò. I due si allontanarono, ma dopo un poco la zingarella condusse il ragazzo dentro alla roulotte.
Quando il ragazzo uscì, dopo 10 minuti, notai che aveva una espressione stravolta sul viso.
Giorni dopo gli zingari partirono. Un amico mi disse che la zingara con il pretesto di leggere la mano, proponeva di mostrarsi nuda per 1000 Lire. Molti ragazzi accettarono. In casa sentii mia nonna che raccontava a una amica la storia della zingara che si mostrava nuda a pagamento.
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Uno strano caso è accaduto in una famiglia di amici. La loro figlia di 6 anni è diventata allergica ai vestiti. Non sopportava gli indumenti e si spogliava subito restando nuda..
I genitori preoccupati si sono rivolti agli psicologi. Con la psicoterapia forse questa avversione è sparita. Sarebbe bello che fosse rimasta adesso che lei è diventata una donna adulta.
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1973 circa. All’una e trenta di un infuocato pomeriggio di Luglio, io e mio cugino Renzo siamo andati in bici dietro il bosco della Marchesa. C’era ombra e fresco.
Dopo un po’ abbiamo udito dei gridolini provenienti da lontano. Ci siamo incamminati in quella direzione seguendo un sentiero sotto i salici.
Voci e risate si sentivano sempre più forti ed erano voci femminili. Finalmente siamo arrivati sulla riva di un fiumiciattolo. Dentro l’acqua c’erano quattro ragazzine senza costume. Appena ci hanno visti hanno gridato dallo spavento e, tutte nude, sono risalite dalla riva opposta, velocemente hanno raccolto i vestiti e sono scappate via.
Probabilmente provenivano da Palesella, una frazione di là del fiume. Noi siamo ritornati indietro, stanchi, assetati e siamo andati al bar delle bocce di Morubio.
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Al bar un ragazzo racconta: Ieri sera sono andato dalla mia amica alla fattoria. Ma non mi ha fatto entrare perché stava lavando i pavimenti. Stando in cortile le ho detto: “Non mi fai vedere niente?”
Allora lei dalla finestra mi ha fatto vedere una tetta.
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Quattro amici, tutti i sabato andavano a spiare una ragazza che faceva il bagno in casa.
Questi spettacoli avvenivano in inverno, con il buio. Alle 10 e mezza di sera gli amici che si trovavano al bar, partivano in bicicletta, percorrevano un sentiero e arrivavano dietro una fattoria isolata in campagna.
Nel buio totale, senza fare rumore si avvicinavano a un finestra chiusa. Il legno dell’imposta era vecchio e da una fessura si vedeva l’interno di una stanza: era la cucina, rischiarata da una lampadina e riscaldata da un stufa a legna.
Alle 10 e mezza i genitori andavano di sopra a dormire. La ragazza riempiva un mastello di acqua calda, poi si spogliava nuda e faceva il bagno.
Era un vero spettacolo vedere questa bella ragazza alta, mora e formosa mentre si insaponava, si risciacquava, si asciugava., compiendo movimenti e contorsioni. A volte passava molto tempo a strofinarsi l’asciugamano in mezzo alle gambe.
Gli amici, emozionati osservavano a turno dalla fessura. Ogni tanto qualcuno si spostava per masturbarsi.
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Negli anni 80 andavo in campagna per aiutare un amico contadino: abbeveravo le mucche, innaffiavo l’orto, caricavo il fieno sul carro. Lui al sabato mi regalava della carne.
Ma io ci andavo per un altro motivo. Nella fattoria c’erano tre sorelle. Una faceva il bagno nel mastello, dentro alla legnaia e teneva la porta aperta. Io passavo con la carriola e vedevo lo spettacolo del corpo bianco e nudo. Allora lei chiudeva un po’ di più la porta, ma non poteva chiuderla tutta perché il finestrino era ostruito e la legnaia era completamente buia.
Queste visioni facevano parte dello spettacolo della Natura come un tramonto, un campo si papaveri, la fioritura dei meli.
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Negli anni ’70 circa, esisteva una rivista in inglese, stampata in Svezia, dove c’erano ragazzi e ragazze che volevano conoscersi. Ho mandato a prendere anche io alcuni numeri e ho contattato una ragazza del Ghana.
L’amico G. racconta: Sulla rivista ho conosciuto una ragazza di Bucarest e durante le ferie sono andato in Romania. L’indirizzo era una casa del popolo cioè un palazzone enorme. Ho suonato il suo citofono e lei mi ha detto il piano e il numero dell’appartamento.
Sono salito, ho suonato alla sua porta. La ragazza venne ad aprire ed era completamente nuda. Mi ha fatto entrare, c’era suo fratello, i suoi genitori e io sono rimasto ospite per alcuni giorni.
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Circa anno 2000. Primo pomeriggio assolato, d’estate. In un giardino arrivò una ragazza in bikini. Dietro ce ne era un’altra che la seguiva. All’improvviso quella dietro allungò le braccia e con grazia mise le mani a coppa sui seni della compagna. Poi si baciarono, si tolsero il bikini e si sdraiarono per terra. C’era l’erba alta che mi impediva di vederle là distese sulla terra. Vedevo solamente le ginocchia alzate della ragazza che stava sotto.
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L’amico Dario partiva in treno tute le mattine per andare a scuola. Una volta notò che sotto il lavabo della toilette mancava una vite. Sotto c’era un forellino che comunicava con la toilette adiacente. In seguito, quando Dario entrava nella toilette spiava dal forellino. Una volta vide una gonna passare davanti. Una ragazza era entrata e si spogliava per sedersi sul wc. Dario rimase a guardarla e si masturbò due volte. Quando mi raccontò l’accaduto era tutto eccitato.
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GIOCHI SEXY
Stradina Rossa. Così chiamata perché vi scaricavano una terra rossa (scarto della pirite bruciata). Ma anche perché le coppiette venivano ad amoreggiare nascoste fra i cespugli di ailanto e di rovo e molte ragazze sono state sverginate su questo sentiero.
Ai lati del sentiero crescevano anche cespugli di rosa canina. Questi, in settembre, davano frutti piccoli, rossi e lucidi. A volte i ragazzi li mangiavano, ma contenevano molti semi pelosi. Erano conosciuti come “tappaculi” perché servivano per un gioco: i ragazzi se li infilavano dietro e poi li spingevano fuori, provando un leggero godimento. Era un gioco comunissimo negli anni 50 e 60 ma era considerato un gioco vergognoso così nessuno lo ha mai descritto nei libri.
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Mirco racconta: “Tornando a casa da scuola per un sentiero di campagna, Maurizia mi diceva sempre: “Vediamo chi piscia più lontano”. Vinceva lei perché riusciva a pisciare oltre il fosso.”
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Un amico racconta: “Ho fatto il petting con una ragazza, sotto il portico della fattoria, con il caldo e le mosche che ronzavano.”
Ero timido e mi ha incoraggiato lei dicendomi: “Io lo faccio sempre con mio zio.”
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Luigi racconta: “Quando eravamo ragazzi prendevamo ceffoni dai genitori perché palpavamo il culo alle ragazzine.”
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Avevo 5 o 6 anni e la mia famiglia abitava in una casetta dentro un cortile interno con altre case. C’era un’osteria e la figlia Mariarosa di circa 15 anni a volte giocava con me. Ricordo che mi diceva: “Dai Sergino, grattami le gambe.”
Io le accarezzavo le caviglie (allora le gonne erano lunghe sotto il ginocchio). Lei mi diceva: “Ancora. Più in su…”
Mi accucciavo sotto alla gonna, vedevo un po’ le gambe bianche, ma c’era buio. Non capivo che cosa voleva.
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1955 circa. Giocavo insieme a una bambina di 2 anni più vecchia di me. Si chiamava Angiola ed era molto bella con i lunghi capelli neri. Giocavamo sopra una piramide a scale sormontata da una croce (a sinistra della chiesa, ma ora non esiste più). La ragazza nominava spesso il sedere. Io ero troppo inesperto e non capivo quale gioco desiderava fare.
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1970 circa. Una mattina sono entrato in un panificio. C’era una ragazzina (la figlia del padrone) seduta sul pavimento a gambe aperte, mentre il garzone le palpava la fica con le dita sotto le mutandine.
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Al bar a Minerbe due donne parlano sottovoce.
Prima donna: “Quel ragazzo è ancora troppo giovane. Tu potresti essere sua madre.”
Seconda donna: “Vorrei solo insegnargli come si fa…”
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Negli anni ’50 per noi ragazzi il sesso femminile era un mistero come l’oltremondo. Non esistevano giornali, né riviste, ne film, né fumetti che mostrassero donne nude. Queste sono arrivate negli ani ’80. Le uniche stampe che mostravano disegni di ragazze in costume erano i calendarietti da barbiere.
C’era poi il catalogo Postal Market con foto di indumenti. Nelle pagine dedicate alla biancheria intima c’erano donne con mutande a braghette e reggiseni ampi, chiusi sopra e sotto il seno. Nella biancheria per ragazzi però si intravedeva qualcosa. Ricordo che in due foto di ragazzine in mutandine e in costume da bagno si vedeva il taglietto verticale dove la stoffa stava appiccicata alla vagina.
50 anni dopo, quando incontro un coetaneo mi dice:” Ti ricordi quelle foto nel catalogo Postal market? Quante seghe le abbiamo dedicato.”
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L’amico Mario possedeva un proiettore Cinemeccanica 35 mm a manovella. Aveva anche uno spezzone di pellicola tratto dal film La cena delle beffe.
Lo proiettavamo spesso, chiusi nella sua cucina, perché conteneva una scena dove si vedeva un seno femminile. Allora fermavamo la pellicola e andavamo davanti al muro bianco per accarezzare l’immagine.
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Negli anni ’60 i ragazzi organizzavano le festicciole. Alla domenica mattina, dopo messa, c’era il passaparola e gli inviti. Chi portava le paste, chi i dischi 45 giri, il mangiadischi, le bibite. E le ragazze accorrevano.
Le festicciole si svolgevano in case private, dentro una saletta, oppure nel solaio, o in un magazzino, quando i genitori partivano in bicicletta per andare dai parenti.
Nei pomeriggi piovosi delle domeniche era meraviglioso ritrovarsi insieme, mentre il mangiadischi suonava canzoni d’amore. Si beveva, si scherzava. La tavola veniva spostata in un angolo per fare spazio. Le ragazze mettevano addobbi di carta alle finestre e alla lampadina per oscurare l’ambiente. Poi si formavano le coppie e si incominciava a ballare. Le coppiette si muovevano appiccicate fra loro nella penombra.
Io non ho mai partecipato perché ero timido e non sapevo ballare. Un amico mi racconta i ricordi bellissimi di quei momenti indimenticabili. Accarezzava il seno della ragazza; a volte infilava la mano nella scollatura. Oppure da dietro metteva la mano sotto alla minigonna e accarezzava le natiche. Nei momenti fortunati metteva la mano sotto la minigonna davanti, infilava le dita dentro alle mutandine e sentiva il pelo soffice.
Poi arrivato a casa si masturbava anche due volte.
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Luglio 2001. Sulla piazza a Roverchiara una donna sta ferma sulla bicicletta mentre parla con un’amica. Un bambino piccolo è seduto sul sellino della bici. Ogni tanto infila il braccio dentro alla scollatura e scuote le tette di sua mamma. La donna ride e lo lascai fare.
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Una mamma dice al figlio: Trovati una fidanzata grassottella e bella morbida. Così se cadi non ti fai male.
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Pomeriggio grigio e freddo dell’inverno 1974 ’75. Io e Renzo arriviamo per la prima volta nel piccolissimo paese di Z***. Dentro l’edificio decrepito del Grest, al piano terra è stato ricavato un bar frequentato da ragazzi. Il resto del palazzo è abbandonato. Io e Renzo visitiamo le stanze al piano terra, tutte vuote e abbandonate da decenni. Poi saliamo le scale e visitiamo le stanze al primo piano: c’è una stufa in terracotta spenta, sedie impagliate, qualche tavolo. A una parete c’è una tela enorme raffigurante un angelo che trafigge qualcuno ai suoi piedi. Saliamo al secondo piano: vedo di sfuggita un uomo entrare in una stanza, poi una donna. Saliamo al terzo piano: ancora stanze vuote con odore di gabinetti e di acqua marcia. Scendiamo al secondo piano. Dalle scale stanno salendo sei o sette bambine, in silenzio, in fila indiana. L’ultima ha un vestitino bianco, capelli neri sciolti e occhi celesti, luminosi. Le bambine vanno verso una porta chiusa in fondo al corridoio. La bambina davanti alla fila si inchina per guardare dal buco della serratura. Poi si sposta e la seconda bambina si china per guardare. Poi la terza… Io da lontano mi fermo per osservarle. Tutte guardano a turno dal buco della serratura, perciò dopo un po’ chiedo: “Cosa fanno là dentro?”
Un biondina col viso rosso ed eccitato si volta di scatto e mi fa segno di stare zitto. Poi sottovoce mi dice: “L’a - mo- re.”
Noi scendiamo giù. Le bambine sapevano che una coppia amoreggiava dentro una stanza abbandonata e tutte le domeniche si divertivano a spiare.
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RAGAZZE IN ATTESA
Negli anni ’60 le ragazze in estate andavano a passeggio insieme con le amiche. Oppure stavano in piedi davanti alla porta della loro casa. Anna da Nogara. Daniela da Cerea, stava sul marciapiede davanti al cancelletto del suo giardino. Luciana di Boschi, seduta sui gradini di casa. Annamaria da Orti, seduta sui gradini di casa. Franca da Minerbe, in piedi, davanti alla porta di casa.
Così si mettevano in mostra e attiravano l’attenzione di qualche ragazzo.
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Mi ha sempre affascinato lo spettacolo di una ragazza dietro i vetri di una finestra, mentre guarda fuori. Oppure in attesa davanti alla porta di casa.
A Veronella, dicembre 1974, una ragazza sta dietro una vecchia finestra con inferriate e guarda il tramonto.
A Roverchiaretta, Giuliana, ore 14 alla prima domenica di settembre 1986, sta seduta dietro la finestra di una vecchia casa.
Pomeriggio settembre 1973 Orti di Bonavigo: una ragazza, Annamaria, sta seduta sui gradini di un vecchio palazzo. Io e Renzo in motorino, ci fermiamo e restiamo a parlare con lei fino a sera. Davanti a noi ci sono i campi di stoppie dove il vento autunnale solleva vortici di foglie. A casa scrivo la poesia Breve Incontro.
Luglio 1969, mentre tornavo in motorino dalla sagra di Boschi, vidi una ragazza seduta sui gradini della porta di casa. La ragazza indossava una gonna e teneva le gambe aperte cosicché si vedevano le mutandine bianche. Io sono tornato indietro e le sono ripassato davanti un paio di volte per vederla meglio. La ragazza stava sempre in quella posizione, ma mi è mancato il coraggio di fermarmi a parlare. Quella ragazza abitava in una fattoria lontana dal paese. In quei tempi nessuna aveva l’automobile. Lei, per attirare qualche ragazzo, si sedeva sui gradini con le gambe aperte per mostrare le mutande.
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1961 una ragazza che mi piaceva molto, tutte le domeniche pomeriggio stava in piedi sul marciapiede davanti alla sua casetta.
Un pomeriggio io esco dal cinema, dopo aver visto Psyco che non mi è piaciuto. Vedo Daniela davanti alla sua casa. E’ incantevole, con gonna blu, pieghettata, camicetta bianca, calze bianche, scarpette di vernice nere e capelli lunghi e sciolti
Io per andare a casa dovevo percorrere lo stesso marciapiede.
Ero timidissimo e mentre mi avvicinavo mi sentivo sconvolto dall’emozione. Mi mancava il coraggio di passarle davanti. Stupidamente attraverso la strada e proseguo sul marciapiede opposto.
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A Roverchiaretta, in auto con un amico, passiamo davanti a una vecchia casa di campagna; sui gradini antistanti sta seduta un bella ragazza, in attesa.
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Oppure vedere una ragazza attraverso una finestra, mentre sta dentro alla sua casa.
A Cerea, in via Montanari, nelle sere di ottobre mentre aspettavo l’amico Renato, guardavo la finestra di fronte e vedevo una ragazza che stirava dentro una stanza illuminata.
A Roverchiara ore 10 e 30 in una notte d’estate 1973; arrivo sulla piazza in bici insieme a Renzo e vedo dalla finestra aperta una donna in bikini e camicia da notte trasparente, mentre si prepara per andare a letto. La finestra è al primo piano di una casetta a sinistra della chiesa.
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1975 inverno, pomeriggio domenicale freddo con sole scialbo. Di ritorno da Veronella in auto (500 Fiat) passo da Miega.
Ci sono due belle ragazze con minigonne ferme sulla piazzetta di Miega. Non c’è nessuno in giro; il paesino in quel pomeriggio d’inverno appare deserto.
Le ragazze stanno immobili e mi guardano mentre passo. Ma è tardi e inoltre mi manca il coraggio di fermarmi per conoscerle.
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I PISELLI
Un grande mistero era la frase che a volte sentivo sussurrare da una donna: “Ho le mie cose.”
Ma cosa sono queste cose? Perché lo dicono a voce bassa? Dopo tanto tempo finalmente l’ho saputo.
Ma anche noi maschietti avevamo problemi analoghi. A 14 o 15 anni mi sono arrivate le polluzioni notturne. Emissione spontanea di sperma di notte, accompagnate da un sogno piacevole. Mutande e lenzuolo si sporcavano, una o due volte la settimana, così lo dicevo a mio padre che annotava sul calendario.
Un giorno è arrivato un suo amico medico e papà gli ha mostrato il calendario. Il medico ha commentato: “Quando il vaso è pieno trabocca.”
Più tardi ho scoperto la masturbazione, piacevole ed evitava le polluzioni. Con un compagno era ancora più piacevole; sentire una mano estranea sul mio coso e impugnare il suo… ma il prete in confessione chiedeva: Ti sei toccato? Quante volte? Da solo o con un compagno ? E chi era questo compagno?”
Dopo non mi sono più confessato.
Anni dopo è arrivata una ragazza e la sua manina era impareggiabile. Mentre lo toccava seguitava a dire: “E’ emozionante tenerlo in mano. E’ emozionante.”
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Al supermercato una signora parla forte: “Quando ho in mano il coso di mio marito sento che ha in mano la radice del mondo.”
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Andavo spesso in bicicletta a casa di un amico sposato con una figlia di 4 o 5 anni. Poi in famiglia nacque un maschietto. La bambina gli vide il pisellino e da allora tutte le volte che andavo là, lei mi svitava i tappi delle camere d’aria della bici e li portava via.
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In campagna d’estate vado a trovare un amico per parlare di spiritismo. Sotto il portico c’è una culla con dentro un bambino senza braghette. La sorellina decenne è seduta accanto e gli tiene in mano il pisellino.
Esce la madre, dà uno schiaffo alla figlia e le tira via la mano. La bambina piange e anche il bambino incomincia a piangere.
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Avevo circa 15 anni. Un coetaneo racconta: “Ho appena visto Adriano (un paesano ventenne) in un angolo del campo sportivo insieme a una ragazza. Adriano le ha mostrato il pisello e la ragazza lo ha afferrato e non voleva più lasciarlo.”
A distanza di oltre mezzo secolo ricordo le parole dell’amico in quel pomeriggio di Aprile con il cielo coperto di nubi bianche. Nel corso della vita ho imparato che l’esperienza più bella è una ragazza che mi prende in mano di pisello.
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Frequento spesso la casa di una amica per dei lavori. Un pomeriggio caldo le ho mostrato il pisello per la prima volta. Lei si è scandalizzata e mi ha gridato: “Copriti!”
Dopo mesi si è abituata a vederlo e successivamente a toccarlo. Recentemente quando vado a casa sua lei allunga subito la mano davanti ai pantaloni e mi dice: “Non c’è niente qui.”
Allora lo tiro fuori e lei lo impugna senza più lasciarlo.
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L’amica Marina vive col fratello semiparalizzato. Un giorno mi dice: “Ho appena finito di fare il bagno a Marco.”
“Gli hai lavato anche il pisello?”
“Certamente.” Risponde lei.
“Come reagisce sotto le carezze femminili? Si agita? Si contorce? Si drizza?”
“Io non accarezzo niente. Lo insapono e poi lo risciacquo. Comunque ormai è un pesce morto..”
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Nel 1972 un amico racconta: Ieri sera mentre ballavo con una bella ragazza, il cazzo divenne duro. Allora per gentilezza indietreggiai un poco. Ma la ragazza avanzò e si appoggiò ancora di più a me. Bene, se ti piace sentirlo, restiamo così.
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Vito racconta: “Nei gabinetti della balera una ragazza confida all’amica: “Lui mi stringeva talmente forte che non riuscivo più nemmeno a respirare.”
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A donne e ragazze piace tenere in mano il pisello. Anche i maschietti godono nel sentire il proprio pisello stretto in una delicata manina femminile.
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Dopo il 2000 le ragazzine sedute sulla panchina in estate, parlavano di pisellini. Andavano a gara a quelle che ne avevano tenuto in mano di più.
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CAPELLI E PELI
Quel ciuffetto di peli sul pube delle ragazze è attraente. A volte nero e ricciuto (Simonetta) oppure castano, liscio e morbido come seta (Adriana).
Quel ciuffetto di peli a forma di triangolo rovesciato che copre il pube delle ragazze è magico. Negli anni 2000 è arrivata la brutta moda di depilarsi e così le ragazze hanno perso una parte della loro femminilità.
I peli sotto alle ascelle sono stati i primi a sparire negli anni 70 o 80 ed è stata una perdita. Quel ciuffo nero che si mostrava quando una ragazza alzava le braccia era eccitante perché ricordava il ciuffo più in basso, quello sopra il monte di venere. Le attrici degli anni 50 mostravano tutte i peli sotto alle ascelle ed era uno spettacolo gradito per i maschietti.
L’assassino sadico Stevanin rasava il pube alle donne e collezionava i peli delle vittime con nome e data.
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L’amico Walter racconta:
In estate fuori dalla chiesa c’era sempre la gelataia, formosa, scollata con le maniche corte, così che si vedevano i peli sotto alle ascelle. Noi ragazzi correvamo da lei; e il prete in chiesa tuonava…
Un amico racconta: Mia moglie frequenta un Istituto di Bellezza. Là dentro ci vanno molte ragazzine per depilarsi il sesso. Nella sala si odono i gridolini di dolore quando staccano la ceretta dal pube.
Una volta il triangolo magico era apprezzato e veniva mostrato nelle foto di nudo artistico delle modelle. Adesso la moda vuole che tutte le ragazzine siano depilate.
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Festa di natale. La famiglia e tutti i parenti sono riuniti a tavola.
La figlia Melania di 8 anni dice: “Mi sono spuntati due peletti qui” e si indica l’inguine.
Silenzio generale. La mamma la rimprovera:”Melania! Non si dicono queste cose adesso.”
E la bambina: “Ma non capita mai che siamo tutti qui riuniti.”
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RAGAZZE MOLESTATE
Limonare una ragazza significa palparla, spremerla, stringerla come se fosse un limone. Un amico diceva alle ragazze che per far crescere le tette bisognava palparle. Sperava così che qualcuna accettasse le sue carezze.
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Una signora racconta: “Da ragazze tutte le domeniche andavamo al cinema a Casaleone e dentro in sala, al buio i ragazzi allungavano le mani. Io non dicevo niente a casa, altrimenti i genitori non mi avrebbero più lasciato andare al cinema. Restavo là, seduta a guardare il film. In quegli anni noi ragazze non portavamo i pantaloni; avevamo la gonna o la minigonna e le mutandine.”
Un amico commenta” Le ragazze alla domenica sera ritornavano a casa ben palpate. I maschietti che avevano toccato un po’ il pelo, si masturbavano a manetta!”
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La Stradina Rossa era chiamata così perché vi scaricavano una terra rossa (scarto della pirite bruciata). Ma anche perché le coppiette venivano ad amoreggiare nascoste fra i cespugli di ailanto e di rovo e molte ragazze sono state sverginate in questo posto.
Negli anni 50 e 60 la Stradina Rossa era un sentiero lungo meno di un km che partiva da via Ca bianca e a metà si diramava; un ramo finiva in via Tencarol e l’altro raggiungeva quasi via Guanti. Un sentiero di terra rossa, ricavata della pirite bruciata nello stabilimento perfosfati. La stradina era serpeggiante, bellissima, alberata, con enormi cespugli di rovo ai lati, di rosa canina e ailanto con foglie odorose. Era frequentata come scorciatoia dai contadini, dai ragazzi del posto e dalle coppiette di fidanzati.
Noi ragazzi ci andavamo per mangiare le more di rovo. Io ci andavo per godermi i panorami, per scrivere poesie e leggere libri gialli, allora proibiti ai ragazzi.
Ricordo una sera di maggio del 1967 circa, quando oltre un campo di grano vidi sorgere la luna piena. Sembrava una sposa avvolta nei veli. Ci sono andato una notte e ho visto la luna calante, rossa, che sembrava gocciolare sangue.
Dal 1950 fino al 1970 la stradina rossa era la camera da letto dei fidanzati. Un pomeriggio percorrendola in bici, vidi una coppia di fidanzati sdraiati nell’erba alta circa un metro. Tornai indietro senza farmi vedere.
Un pomeriggio di domenica io e Vito vedemmo una coppia di fidanzati nascosti fra gli alberi. Rimanemmo a guardarli da lontano; ma si vedeva poco perchè il fogliame era fitto. A un tratto sentimmo il grido della ragazza, aspro, acuto. Vito mi disse che era stata sverginata.
Un altro pomeriggio io e Remo vedemmo una macchina Prinz nel sentiero. Dentro si vedeva una ragazza che parlava a un ragazzo. Chiesi a Remo: “Che cosa dirà quella ragazza?”
Remo rispose: “Gli dirà mio signore, mio principe...” (Remo alla domenica mattina gestiva la biblioteca parrocchiale e leggeva molti libri per signorine.)
Percorremmo un giro nel campo e ci avvicinammo al lato della macchina, stando dietro ai cespugli. I finestrini erano aperti e si sentiva la voce della ragazza che litigava furiosamente. Andammo via ridendo e io canzonai Remo per quello che aveva detto.
Negli anni ’80 questo sentiero fu distrutto per costruire case.
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Una signora anziana racconta: “Nel 1950 noi ragazze dovevamo stare lontano dai ragazzi, altrimenti poi non riuscivamo più a sposarci. Il prete ci obbligava a entrare in chiesa dalla parte sinistra, col velo, gonne lunghe e calze lunghe, anche d’estate quando c’era un gran caldo. Noi ragazze scoprimmo il modo di colorare le gambe con un colore a acqua, scuro, così sembrava avessimo le calze. Ma qualcuno fece la spia e dopo 3 o 4 volte il prete ci aspettò fuori dalla porta con una bacchetta in mano. Ci sbacchettò forte e dopo a casa, la nostra mamma ci sbacchettò ancora!”
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Alla sagra di Asigliano agosto 1988. A sera, le ragazze che sono ancora sole vengono afferrate da due ragazzi con la tuta. Le ragazze vengono sollevate e trasportate urlanti e scalcianti in mezzo al prato. Là c’è un ragazzo che rovescia un secchio d’acqua sul corpo della ragazza.
Alla sagra di Albaredo, agosto circa nell’anno 2000. 4 ragazzi afferrano una ragazza e la portano davanti all’innaffiatoio. La ragazza grida e si dibatte, ma viene ugualmente innaffiata. Poi va ad asciugarsi al sole, ma con il vestito bianco bagnato sembra nuda. Poi tocca alla sua amica, ricciuta e smorfiosa. Questa riesce a fuggire, ma la rincorrono e la afferrano per le braccia e le gambe. Lei grida: “No!” con voce aspra e cattiva. Durante il tragitto verso l’innaffiatoio la ragazza riesce a liberare le gambe e si puntella per terra. L’uomo dell’innaffiatoio dice: “Non importa. Tenetela ferma lì; io giro l’innaffiatoio.”
La ragazza grida un altro: “No!” aspro.
La sua amica le grida: “Dai Annalisa, che hanno messo sotto anche me.”
Finalmente viene investita dal getto d’acqua. Dopo un po’ l’uomo dice: “Adesso può bastare.”
La ragazza grida con voce aspra e rabbiosa: “Basta!”
La lascano libera e lei corre ad asciugarsi al sole.
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In località Palesella due giovani, fratello e sorella, stanno litigando in strada. Improvvisamente il fratello spinge la sorella dentro un fossetto asciutto ma pieno di ortiche.
La ragazza risale la riva piangendo disperata. Si tiene la gonna alzata mostrando le gambe rosse per le punture delle ortiche. Piange e si gratta le gambe mentre il fratello ride.
Sua mamma che ha visto grida: “Vai a lavarti con l’acqua fredda.”
La ragazza corre in cortile e allunga le belle gambe sotto il getto d’acqua della pompa.
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Al Luna Park di Verona in autostop con l’amico Uber. C’era una bella ragazza che passeggiava con le amiche. Uber incominciò a corteggiarla. La ragazza era bellissima ma quando incominciò a parlare sentii che era balbuziente.
Uber le cingeva le spalle mentre le diceva cose carine. Poi la sua mano scese e si posò sui seni. La ragazza con un gridolino si staccò e fece un balzo in avanti.
Uber la raggiunse, le cinse ancora le spalle e dopo un po’ le posò ancora la mano sui seni. Altro gridolino e balzo in avanti.
Uber la raggiunse e ripetè i gesti di prima, finchè la ragazza le disse balbettando: “No…non met…termi la ma…no lì.”
Allora Uber si staccò da lei e le disse: “Ciao” allontanandosi.
La ragazza lo seguì con lo sguardo, dispiaciuta di perderlo.
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ANNI 50 e 60
Se il lettore troverà strane e incredibili queste storie, significa che nel 1950 o 1960 non era ancora nato.
Un 80enne racconta. Andavo in bicicletta fino a Bovolone per trovare la fidanzatina. Una volta mentre ballavamo insieme riuscii a baciarla. Dopo il bacio lei si mise a piangere e disse: “Adesso che mi hai baciata sono incinta.”
Nel 1950 le famiglie insegnavano questo alle figlie. E ai maschietti insegnavano che chi si masturba diventa cieco oppure si ammala.
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Una signora anziana racconta: “Da ragazza facevo parte delle Figlie di Maria. Talvolta noi ci facevamo i nostri bisognini addosso, perché commettevamo peccato ogni volta che ci spogliavamo e dovevamo confessarlo al prete.”
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1956 circa. Nel giardino confinante con la casa di mia nonna, tre bambine giocavano con una bambola. Quando la spogliavano per cambiarla si nascondevano e mi dicevano: “No, tu non puoi vedere.”
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Nel 1956 circa ero al mare con una famiglia che aveva una figlia decenne. Questa bambina seguitava a chiedere ai genitori: “Voglio la fascetta. Voglio la fascetta” Alcuni giorni dopo in spiaggia aveva il reggipetto, anche se era piatta come un maschio.
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Una bambina andò al circo. Era un piccolo circo con un cavallo, un pagliaccio e una donna in costume che faceva acrobazie.
Quando la bambina tonò a casa raccontò che c’era una donna con due gobbe. (il seno della acrobata).
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Nel libro di geografia degli anni ’50 c’era la foto che rappresenta la Danimarca: la Sirenetta. La statua era fotografata di spalle.
60 anni dopo sul computer ho visto la Sirenetta. Sta seduta su uno scoglio, nel mare ed è rivolta verso la riva.
Dunque per fotografarla da dietro sono andati in mare con la barca. Negli anni ’50 era scandaloso mostrare i seni di una statua.
L’immagine che rappresenta il Belgio (un bambino che fa la pipì) mancava completamente in quei libri.
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Nel 1962 circa, l’amico Gianni andò i Francia con i genitori. Al ritorno ci raccontò: “Ho visto un ragazzo e una ragazza seduti sulla panchina che si baciavano sulla bocca.”
In quegli anni qui da noi era una cosa inaudita, mai vista. Restammo settimane a commentare il fatto, chiedendo i particolari al nostro amico.
Adesso nel 2020 è normale vedere ragazzini che baciano forsennatamente le ragazzine sedute sulle panchine.
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Nel 1956 la ballerina Anna Arnova fu licenziata e suscitò un grosso scandalo alla RAI per aver ballato in TV (bianco e nero) con le gambe apparentemente nude. In realtà coperte da calze color carne. Protestarono gli spettatori e tutta la classe politica.
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L’amico Sante racconta: Mia mamma è stata otto anni in collegio dalle suore. Ha brutti ricordi. Quando venivano i contadini a portare verdure e formaggi, le ragazze venivano chiuse a chiave nelle camere perché non potevano vedere i maschi. Erano in clausura.
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Preti, educatori e insegnanti tenevano i sessi rigorosamente separati. Ricordo che alle scuole elementari nella ricreazione, prima uscivano le bambine e andavano in un cortile separato. Poi uscivamo noi maschi, in un altro cortile. Prima rientravamo noi maschi e dopo le bambine.
Le sale gioco parrocchiali erano separate. In chiesa le donne stavano dalla parte sinistra e gli uomini a destra.
Il prete diceva sempre: “Uomini, donne e diavolo insieme”.
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Nel 1955 al cinema Principe proiettarono il film L’amore è una Cosa Meravigliosa. Alla domenica in chiesa il prete tuonò e urlò durante tutta la predica contro quel film scandaloso!
Mia zia era cassiera al cinema. Alla domenica sera quando venne a casa e ci disse: “Per carità, non dite a nessuno che ho fatto la cassiera a questo film, altrimenti il prete ci scomunica”:
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Al cinema parrocchiale di Bovolone il prete passava spesso con la pila fra le file di ragazzi e ragazze per controllare che non si toccassero o baciassero.
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Nel vocabolario Palazzi degli anni 50 mancavano tutte le parole che si riferivano alla sessualità. Esempio: mestruazioni, incinta, vagina…
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L’amico Gino racconta: ne 1965 avevo 13 anni e volevo andare a vedere il film western Una Pistola per Ringo, ma papà non mi lasciava andare al cinema.
Convinsi mia sorella 21enne a portarmi al cinema. Le regalai due monete d’argento da 500 lire. Poi 500 lire di carta e in più pagai i biglietti .
Prima di incominciare il film c’erano i prologhi dei film successivi. Sullo schermo apparve una donna in bianco e nero con la schiena nuda. La donna lentamente si girò fino a mostrare una tetta.
Mia sorella lanciò un urlo e gridava: “Usciamo, usciamo fuori. Subito. Papà aveva ragione.” Mi trascinava fuori dalla sala piena di pubblico, senza smettere di gridare.
Così non vidi il film e perdetti tutti i soldi.
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L’amico Arturo racconta:
Negli anni ’50 facevo l’insegnante di tennis. In un campo lì vicino avevano tagliato un pioppeto, messo la terra rossa e fatto un campo di tennis. Ai ragazzi insegnavo di giorno. Alle ragazze invece no. Queste si vergognavano di indossare il gonnellino. così io facevo lezione alle ragazze dalle 2 di notte fino alle 5 del mattino.
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EDUCAZIONE E SADISMO
Queste lettere le ho lette nelle rubriche dei lettori di alcuni settimanali negli anni ’60. (Non scrivo i nomi dei settimanali.) Riporto i testi a memoria. Una mamma scrive:
Nostra figlia era capricciosa e disobbediente. Allora io e mio marito abbiamo deciso di castigarla. In campagna abbiamo raccolto bacchette di salice, quelle che fanno piangere. Quando nostra figlia commette una infrazione noi ne prendiamo nota, senza dire niente. Aspettiamo il giorno quando lei invita a casa le amiche per una festicciola. A metà della festa noi la chiamiamo: “Vieni con noi principessa.” Poi rivolta alle amiche: “Ve la rimandiamo subito.”
Facciamo così per umiliarla. In stanza da letto mentre io la tengo ferma, mio marito la bacchetta bene sul sedere nudo. Appena finito, mentre è ancora rossa e piangente, la mandiamo giù a riprendere la festa con le amiche che la aspettano.
Da un po’ di tempo nostra figlia è diventata ubbidiente e rispettosa. Abbiamo trovato la bacchetta magica?
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Altra lettera su un settimanale anni ‘60. Scrive una ragazza:
Tutte le volte che ritorno a casa da scuola con un brutto voto (ma anche per piccoli sbagli) mio padre mi stende sul canapè. Mamma mi tiene ferma le braccia e mio fratello mi afferra le gambe. Allora mio padre mi solleva la gonna, mi abbassa le mutandine e con il battipanni mi dà tanti colpi sul sedere nudo. Fa un male insopportabile e io strillo; ma lui continua finchè non ha finito.
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Altra lettera:
Siamo due amiche con lo stesso problema. Quando facciamo qualcosa che non va, i nostri padri ci sculacciano il sedere nudo. Fa un male terribile.
Non osiamo lamentarci perché a una nostra amica succede di peggio. Suo padre ha portato a casa dalla Francia una frusta. Quando lei commette qualche infrazione, il padre la spoglia nuda dentro alla stanza e la frusta su tutto il corpo.
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Una donna racconta: quando ero ragazzina i genitori mi facevano spesso un clistere. Mi piegavano sulla sedia e mentre mio papà mi teneva ferma, mamma mi sollevava la gonna, abbassava le mutandine e mi infilava la peretta nel sederino. Diceva che serviva contro i gas intestinali. Questa pratica si ripeteva tutte le sere. A volte in casa avevamo ospiti, e il clistere me lo facevano anche davanti a estranei, che stavano a guardare. In questi casi io mi sentivo morire dalla vergogna.
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Nel 1950 circa, alle scuole elementari eravamo in 49 ragazzini, sporchi, malvestiti, maleducati. Alcuni sputavano sul pavimento.
Il maestro era severo e ci puniva giornalmente. Il mio compagno di banco, Mario, uscì dal banco per raccoglier un segnalibro. Il maestro gli disse: “Una sculacciata non te la leva neanche il padreterno.”
Le sculacciate erano lunghe, forti e veloci. Il maestro diceva: “Se foste delle bambine ve le risparmierei, ma i maschietti le devono prendere tutte.”
I ragazzi dicevano che il maestro aveva le mani di ferro. Schiaffi in faccia, fino a sentire le guance gonfie. Bacchettate sulle mani e sulle gambe. In castigo per ore, dietro alla lavagna, inginocchiati sui grani di polenta e con le braccia alzate..
Un compagno di classe, 50 anni dopo, mi dice: “Se lo facesse adesso verrebbe denunciato.”
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L’amico Walter racconta: quando ero in collegio dai frati, dopo l’epifania tutti noi ragazzi dovevamo bere l’olio di ricino. Al mattino c’era una fila di 60 ragazzi che aspettavano davanti all’unico gabinetto. I ragazzi si muovevano e saltellavano durante l’attesa. Molti non resistevano e se la facevano addosso. Allora, per punizione, il frate gli metteva le mutande sporche in testa e doveva tenerle lì per tutto il giorno. Erano molti quelli che se la facevano addosso e quel giorno io lo chiamavo: Il giorno delle mutande.
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L’amica Gianna racconta: da giovinetta ero in un collegio di suore. Alla sera, durante la cena, non c’era mai niente da bere. Noi ragazze avevamo molta sete. Ma le suore non ci davano mai da bere per timore che poi facessimo la pipì a letto.
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Una amica racconta: “Mia mamma mi obbligava a fare la ginnastica a scuola anche quando avevo le mestruazioni. Tutte le altre mie compagne erano esonerate durante il ciclo. Io ero l’unica che facevo ginnastica perché mamma mi diceva che lei andava a lavorare durante il ciclo mestruale. Ciò serviva a irrobustirmi.”
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L’amico Luciano racconta: Quando non volevo andare a scuola, mio zio mi bacchettava forte sulle gambe nude. Allora io correvo verso la scuola e mio zio mi inseguiva in bici continuando a bacchettarmi finché non ero arrivato.
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Negli anni ’60 un quotidiano locale titolava: “Troppo pesante la tiratina d’orecchi.”
L’articolo descriveva un maestro che aveva staccato l’orecchio a uno scolaro che dovette andare all’ospedale.
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SESSO E PRETI
Walter racconta: in chiesa una suora passava in rassegna le donne per controllare se avevano le calze e le maniche lunghe fino ai polsi.
Una volta siamo andati in gita a San Marino. Per quei tempi (1950) era come andare sulla luna. In corriera c’erano le figlie di Maria che sono state le più palpate. Non ci siamo fermati alla messa a Ravenna, e il prete al ritorno ci ha fatto una predica infuocata.
Era obbligatorio andare tutti i giorni alla messa del fanciullo. Quando mi confessavo, una volta alla settimana, il prete mi chiedeva: “Quante volte?” si riferiva alla masturbazione.
Il prete mi chiedeva spesso: “Se vedi passare una signorina, tu cosa pensi?”
Un giorno gli risposi: “Dipende se la vedo da davanti o da dietro.”
Il prete saltò su dalla sedia e mi cacciò via.
Walter racconta: la mia fidanzata un giorno mi disse: “Oggi indosserò un vestito scollato.”
Io ero tutto contento. Quando l’ho visto sono rimasto deluso. La scollatura era un piccolo triangolino sotto il collo. Le ho chiesto: “Ma è tutto lì?”
“Sì. Il prete mi ha detto che è un vestito scollato e non posso entrare in chiesa.”
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Dopo il 1950 il sesto comandamento: “Non commettere atti impuri” è cambiato in: “Non fornicare”.
Un giorno spiegavo a un coetaneo il significato della parola e lui mi rispose: “Io credevo che volesse dire. Non accoppare le formiche”.
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L’amica Gianna racconta:
I vespasiani erano ai lati della chiesa, ed erano solo per uomini. A noi bambine il prete diceva che lì dentro viveva il diavolo! Allora per fare pipì in fretta noi ci accucciavamo dietro il campanile. Senza sollevare la gonna, senza sfilare le mutandine, le spostavamo davanti con la mano e appena finito ci alzavamo in piedi.
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La minigonna arrivò con anni di ritardo nei piccoli paesi. E solo le più coraggiose osavano indossarla.
Una domenica pomeriggio il prete obbligò le ragazze in minigonna a procedere in ginocchio sulla ghiaia fino ai gradini della chiesa. E restare inginocchiate lì, per penitenza, per tutta la durata delle funzioni.
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Una amica racconta: quando andavo a confessarmi il prete mi chiedeva: “Quante volte sei andata a letto con tuo marito?”
Il prete intendeva, non a letto per dormire perché ci andavo tutte le sere, ma per fare l’amore.
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Nel 1962 il prete a Sottomarina urlava in chiesa: “Quella lebbra che infetta le nostre spiagge…”
Per lui la lebbra era il bikini.
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Le prime volte che mi confessavo quando mi masturbavo (dopo non ci sono andato più) il prete mi chiedeva: “Ti sei toccato? Quante volte ti sei toccato? Eri da solo o con i compagni? Chi erano questi compagni?”
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Nella sacrestia di una chiesetta di campagna le donne vestivano il prete. Il prete stava in piedi con le braccia aperte e due zitelle bionde e piacenti gli mettevano addosso il camice, la fascia, facendole aderire bene al suo corpo e carezzandolo con le mani
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I preti rendono stremati gli adolescenti con gioco al pallone, corse, esercizi ginnici, eccetera. Poi in estate mandano i ragazzi al campeggio in montagna.
Così affaticati e senza energia i ragazzi non pensano al sesso.
Un amico racconta: avevamo trascorso un pomeriggio a fare gare fra maschi, nel campo parrocchiale. Abbiamo finito alla sera e io mi sono seduto in un angolo del campo per riposare. Una coetanea che conoscevo si è avvicinata e con un sorriso malizioso si è sollevata la gonna e mi ha mostrato il bel culetto. Io ero talmente stanco che non mi sono alzato per accarezzalo.
I preti ci massacravano con sport, gare e camminate in montagna. Questo serviva per tenerci stanchi e farci passare la voglia di dedicarci alle ragazze.
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Laura racconta: quando andavo a confessarmi il prete mi diceva: “Quando sei a letto dove tieni le mani?” La stessa domanda la faceva anche alle amiche che conoscevo.
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Dopo il 1965 circa è terminata la costruzione della nuova Casa della Gioventù. L’ho frequentata tante volte anche io. Qui noi ragazzi stavamo nella sala giochi a destra dell’edificio. Le ragazze invece stavano nella sala giochi a sinistra dell’edificio. Non esiste comunicazione fra le due sale; ognuna ha un ingresso indipendente.
Il nuovo curato giovane, don Giovanni, mentre parla con gli adulti dice: “E’ sbagliato tenere maschi e femmine separati. Devono abituarsi alla convivenza reciproca. Dopo che sono sposati vanno a letto insieme.”
Io ero presente e ho ascoltato questo dialogo.
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Il condizionamento psicologico della chiesa è stato lungo e martellante.
Un amico che stava per sposarsi mostrò la casa nuova agli amici. Nella camera da letto un amico nel gruppo disse: “Sarò questo il letto del peccato?”
L’atto sessuale è considerato peccaminoso. Così i preti ci hanno insegnato per secoli.
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L’amica Flavia racconta: Negli anni 70 indossai una camicetta nuova che aveva una scollatura triangolare dietro, cosicchè la schiena restava un po’ nuda. Uscii a passeggio e incontrai il prete che vedendomi si infuriò. Mi gridò: “Vai a casa Satana. Vai a casa.” Tutta la gente si voltò per guardare. Io corsi a casa piangendo.
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1969 circa. L’amica Rita portò il mangiadischi a 45 giri alla casa giochi del prete. Suonò AMO del cantautore Adamo del 1966. Il prete arrivò arrabbiato, gridò che era scandaloso e le ruppe il disco.
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Franco racconta: Andavo in villeggiatura al mare in un pensionato gestito da suore. C’erano anche preti in quel posto. Un prete era al tavolo con me.
In spiaggia avevo conosciuto delle signore e passavo il tempo a chiacchierare con loro.
Durante il pranzo il prete, che era al mio tavolo, mi criticò perché parlavo con le donne. Mi suggeriva di stare insieme agli uomini e parlare con loro.
Io ero stupito e gli feci notare che ero abituato a parlare con le donne perché il negozio dove lavoravo era frequentato da signore.
I rimproveri del prete continuarono anche nei giorni successivi finchè durante il pranzo gli dissi; “Ma lei, preferisce confessare un uomo o una donna?”
Il prete si alzò in piedi e gridò: “Satana, hai bestemmiato! Hai bestemmiato!”
Tutti si voltarono a guardare. Il risultato fu che mi cambiarono posto e mi assegnarono un tavolo con un’altra persona.
COMMENTO nel 1500 se un frate veniva scoperto mentre parlava con una donna, riceveva 200 frustate e rimaneva tre giorni a pane e acqua.
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Anni ‘40 o ‘50. In molte chiese c’era la seguente scritta:
Non si impartisce la Santa Comunione alle donne con le labbra dipinte.
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A Sottomarina, in chiesa, il prete è sceso dal presbiterio, è venuto da mia mamma invitandola a uscire di chiesa perché non indossava le calze.
Eravamo al mare in agosto, mia mamma aveva un vestito lungo fin sotto il ginocchio.
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Un’amica racconta. La prima notte di nozze è stata una frana. Io vergine, iscritta alle Figlie Maria, educata dalle suore, mai visto un uomo (nudo). Lui insegnante di catechismo, vergine, sempre dai preti, mai visto una donna (nuda).
La religione tiene i sessi separati e segregati. Così non ci dà la possibilità di conoscerci, di frequentarci, di amoreggiare prima del matrimonio.
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SESSO E MAGIA
Nelle notti di plenilunio le ragazze ballavano nude intorno al settimo salice di Via delle Scope (chiamata così perché nel fosso sorgevano canne palustre usate per fare le scope). Questo rituale serviva per propiziarsi il fidanzato. Intanto la vecchia Emma recitava cantilene seduta sulla riva del fosso.
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Le ragazze di campagna, nelle notti di plenilunio d’estate, si spogliavano nude davanti alla Luna per propiziarsi il fidanzato,. Recitavano questa filastrocca.
Luna lunata
In cielo sei nata
In terra son nata io
Dimmi chi sarà lo sposo mio.
Poi prendevano una manciata di polvere dalla strada (allora le strade non erano asfaltate) e la lanciavano in aria. Il vento portava la polvere in una direzione. In quella direzione c’era la casa del futuro sposo.
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La sera del Solistizio le ragazze mettevano sul davanzale una bacinella di acqua con fiori. Al mattino si lavavano la faccia con quell’acqua.
Nelle notti di Agosto le ragazze guardavano il cielo di notte. Se vedevano una stella cadente esprimevano un desiderio.
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Un gioco che considero magico è quello delle Belle Statuine come si giocava qui in campagna. Una ragazza prendeva un’altra ragazza per mano, tenendo le braccia orizzontali. La prima girava su sè stessa, costringendo l’altra a correre girando attorno a lei. Poi le lasciava la mano. A questo punto la seconda ragazza doveva rimanere immobile nella posizione in cui si trovava in quel momento.
La posizione assunta era il responso.
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Altro gioco magico erotico. Le ragazze prendevano una assicella, la reggevano orizzontale e vi posavano sopra i seni. Ci mettevano alcune mele, una fra i seni e le altre ai lati. Camminavano così, senza farle cadere.
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Le ragazze nei pleniluni facevano il girotondo nude, tenendosi per mano, attorno a un salice. Il girotondo va fatto in senso antiorario. Il moto antiorario è considerato fortunato perché guardando la stella polare tutti gli astri ruotano in senso antiorario.
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Il 13 è considerato un numero fortunato perché ci sono 13 pleniluni in un anno.
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La luna crescente favorisce i risultati di crescita.
La luna calante favorisce i risultati di distruzione.
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Per sapere se la ragazza si sposa. Intreccia una corona di fiori (simbolo femminile). La lancia sul ramo di un albero (simbolo maschile). Se rimane appesa significa: matrimonio entro l’anno. Se cade, riprova. Al secondo lancio, matrimonio dopo 2 anni. Al terzo lancio, matrimonio dopo 3 anni.
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Le sagge donne (Medichesse) della campagna guarivano le malattie, sapevano far piovere, aumentare la fecondità, predire il futuro. Queste cose erano tenute segrete e le tramandavano da madre in figlia.
I rituali per la fecondità o per raccolti abbondanti comprendevano pratiche sessuali.
Per attirare la pioggia: con le mani scavavano un buchetta sulla terra del campo. Poi si sollevavano la gonna e vi facevano pipì dentro, recitando le parole.
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PROVOCAZIONI
Una ragazza mentre sta fumando chiede all’amico Gianni:
“Gianni, mi dai una sigaretta?”
“Ma ce l’hai già”
“Sì, ma io volevo il sigarone.”
Poi intona una canzoncina che finisce così: “…Se mi tocchi il centro, sentirai che godimento.”
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Mi trovavo in una fattoria fra amici. C’erano due ragazzine che si divertivano a provocarmi, perché si sentivano al sicuro a casa loro.
Un giorno in cortile la più grande mi chiede:
“Lei sa come si fa a sapere se la nostra cagna è incinta?”
“No” rispondo io.
Nel frattempo sua sorella si siede per terra a gambe spalancate, mostrandomi le mutande. L’altra prosegue, toccando la cagna: “Provi a sentire le tettine, come sono gonfie…” Si china, così vedo i seni dalla scollatura.
Io resto al mio posto fingendo disinteresse per questi discorsi maliziosi. Se provassi a toccare le ragazzine, esse griderebbero, arriverebbe qualcuno e scoppierebbe uno scandalo. La seduzione è innata nella donna, visto che è presente perfino nelle giovanissime.
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Da bambino andavo dall’ortolana. La giovane figlia ascoltava l’amica che diceva: “Luciana ha una bellissima cucitura.”
L’ortolana ebbe un sobbalzo, poi mi guardò preoccupata per vedere se avevo capito il doppio senso. Ero bambino e non avevo compreso il significato della frase. Poi in seguito capii a cosa si riferiva.
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Quando ero adolescente andavo in un terreno vicino casa dove c’era una altalena: una assicella sostenuta da due corde attaccate al ramo di un albero.
Nelle sere d’estate c’era fresco, silenzio; si udiva il fruscio degli alberi del parco vicino e talvolta il ticchettio duro di un picchio.
Poco dopo arrivava una ragazza di nome Elisabetta che abitava lì vicino. Si sedeva sull’assicella e con voce flebile mi diceva: “ Dai, spingimi.” Passati alcuni minuto la ragazza metteva il sederino più indietro, forse per restare più comoda.
Io spingevo i lati dell’assicella, per evitare di toccarla. Ma l’assicella era corta e la ragazza metteva sempre più indietro il sederino. Lei voleva essere toccata, accarezzata, era evidente. Ma io ero stupido e non capivo.
Continuavo a spingere piano l’assicella e se involontariamente toccavo con la mano il culetto sentivo che era morbido. Allora provavo una forte emozione e stavo attento a non toccare la ragazza che si dondolava nell’altalena.
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Un ragazzo e una ragazza vogliono salire una scala a pioli per andare sul fienile a giocare. Il ragazzo dice: “Vai su tu per prima.”
La ragazza risponde: “Mi mandi su per prima per vedermi il culo?”
“Eh, sì, certo…”
La ragazza arrossisce, poi con decisione si arrampica su per i pioli della scala.
Da sotto lo spettacolo del sederino bianco appena coperto dalle mutandine è seducente ed eccitante.
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In casa dell’amico Giorgio nella vecchia cucina. Arriva la sorella in fondo alla stanza. È bella, bionda. Ha in mano una camicia e grida mentre guarda me: “La vuoi? La vuoi?”
Il fratello asserisce e va a prenderla.
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Una sera d’estate percorrevo un sentiero di campagna in compagnia di due amici.
Passammo davanti a un casotto dove vendevano i cocomeri. C’erano tre ragazze sedute fuori su una panca, insieme alla padrona del chiosco.
Quando ci vide passare la padrona ci chiamò invitandoci ad entrare:
“Ehi ragazzi, venite, guardate che belle cosce ha questa ragazza qui.”
Così dicendo sollevò completamente la gonna di una ragazza scoprendo le gambe belle e nude.
Le altre ragazze si misero a ridere.
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Una fotomodella viene per farsi fotografare. Io le dico indicando borsa, cappello,soprabito: “Via tutto. Togliti via tutto.”
“Anche le mutande?”
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L’amico Lino racconta: Nel 1965 circa, lavoravo in una bottega di alimentari. In bicicletta portavo il pane e il latte alle famiglie del paese. Una mattina suono a una casa, ma non viene ad aprire la solita signora. Viene sua figlia 15enne. Indossa solamente una canottiera e per il resto è tutta nuda.
Per l’emozione io lascio cadere i contenitori di latte che ho in mano. In quel periodo il latte era in contenitori triangolari di cartone. Arrivò sua madre e mi aiutò a raccoglierli.
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Io e Renzo alla quarta domenica di Giugno 1982 circa, siamo andati alla sagra di Cagnano. Era una bella giornata col sole limpido. Posteggio l’auto vicino al cimitero e entriamo nel piccolo paese, dove decine di belle ragazze arrivano in bicicletta.
Improvvisamente incomincia a cadere la pioggerellina, anche se c’è il sole. Le ragazze corrono a rifugiarsi sotto il telone dell’unica giostra. Anche io corro sotto la giostra e sono attorniato dalle ragazze. La pioggia aumenta, altre ragazze arrivano e quelle presenti si stringono di più a me per far posto alle nuove arrivate. Io mi sento premuto dal gruppo di ragazze e sento tette e sederini femminili intorno a me. Rimango là finchè dura l’acquazzone, che vorrei non finisse più.
Siamo tornati 20 anni dopo alla sagra, ma il paese è quasi deserto.
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Un amico racconta: A una festina privata, finito il ballo la mia compagna dice: “Finchè cambiano il disco io vado di sopra. Devo cambiarmi le mutandine.”
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1963 circa. L’amico Rino racconta: d’estate andavo a sfogliare il tabacco nei campi. Un pomeriggio mi trovavo sotto il portico dove le donne si cambiavano prima di andare nei campi. Si toglievano i vestiti e indossavano camiciotti, scarponi, fazzoletti in testa perché il tabacco sporcava molto. Arriva una bella ragazza e si toglie il vestito. Sotto indossa una sottoveste dove si intravedono i bei seni grossi. Io rimango impalato a guardare. Arriva l’amica della ragazza e le dice: “Attenta, c’è Rino che ti guarda.”
La ragazza risponde: “Ormai insegnano tutto a scuola. I ragazzi sanno come sono fatte le donne.”
Poi l’amica si avvicina alla ragazza e sussurra all’orecchio: “Dopo si masturba.”
“Sì, ma ormai ha l’età per farlo.”
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Un amico racconta:
Al sabato sera andavo a giocare a tombola a casa di mia zia. Fra i giocatori c’era una mia vicina, una signora di 30 anni, bella, ma io che ero adolescente, giudicavo già vecchia.
Durante il gioco mia zia maldestra, nell’estrarre un numero le caddero due palline. Chiese a me di raccoglierle. Io mi chinai sotto alla tavola e vidi che la signora aprì le gambe mostrando le cosce bianche, i reggicalze, le mutandine, il pelo ai lati…
Io raccolsi le palline e il gioco proseguì.
Alla domenica mattina mentre stavo pulendo la bici in cortile, uscì la signora che si avvicinò e mi disse: “Ti ho spaventato ieri sera? E dopo sei andato a masturbarti?”
Io arrossii, mi sentivo avvampare e non riuscivo neanche a parlare.
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Andavo a raccogliere le mele. Sul carro c’ero io e una ragazza 16enne che mi chiede: “Gianni, che ora è?”
“Le undici e mezza.”
“Accidenti, ancora mezz’ora e io devo fare la pipì.”
“Vai là, nel fosso” le suggerisco.
“Sei matto. È tutto pieno di ortiche.”
“Mettiti dietro il carro. Io mi volto.”
“Ah, anche se mi guardi non mi importa niente.”
Lei scende, si accuccia e io resto a guardare la fontanella.
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Un amico racconta: Al ballo avevo conosciuto una ragazza e restai a ballare con lei tutto il pomeriggio della domenica. Alla sera mi chiese di portarla a casa con la mia macchina. Abitava in un paese vicino ed era venuta in treno.
Mentre guidavo rallentavo a volte, per vedere se c’era un sentiero in campagna dove sostare un poco.
La ragazza mi disse: “Se cerchi una stradina dove fermarci, più avanti ce ne è una a sinistra.”
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Estate domenica pomeriggio. Ci sono due belle ragazze che chiacchierano sul marciapiede. Una tiene in mano un oggetto rosso quadrato, forse un libro o un disco. (io sono lontano e non vedo cosa è). Arriva un ragazzo che la conosce. La ragazza allunga il braccio e gli porge l’oggetto. Il ragazzo fa per prenderlo, ma la ragazza tira indietro il braccio. Il ragazzo si avvicina per prendere l’oggetto. La ragazza piega di più il braccio fino ad appoggiarlo al proprio corpo. Il ragazzo si avvicina ancora fino a prendere l’oggetto.
Questo è l’offri e fuggi, un comportamento tipico di tutte le donne. Serve per richiamare, per farsi desiderare e valorizzare.
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L’ amico Tino racconta:
Lavoravo in una falegnameria con solo uomini, adiacente a un reparto per lucidare i mobili con solo donne. Io avevo il compito di portare i panini tutti i giorni durante le pause.
Un giorno mi sono sbagliato: ho portato alle donne i panini destinati agli operai e viceversa.
Il giorno successivo appena entro nel reparto lucidatura vedo che le donne sono tutte arrabbiate e mi guardano serie. Poi tutte insieme mi circondano e quelle anziane mi dicono: “Adesso noi ti caviamo le brache!”
Io mi riprendo subito e rispondo: “Ah, non c’è nessun problema.”
In un attimo mi abbasso jeans e mutande e resto con il pisello ben esposto.
Una ragazza emette un forte grido. Poi gridano tutte insieme e si sdraiano sul pavimento ridendo.
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RAGAZZE IN CAMPAGNA
Esisteva un grande differenza fra le ragazze di paese e quelle che abitavano nelle fattorie in campagna. Negli anni ’50 le ragazze erano povere. Non portavano reggiseno né mutandine e spesso neanche le scarpe. Quando avevano le mestruazioni si mettevano le pezze che poi lavavano.
Per fare pipì si accucciavano nel prato. Ne ho visto spesso qualcuna mentre passavo in bici sulla strada.
Nella fattoria esisteva una sola bici, grande nera da uomo. Non c’erano bici da donna. Così per salire in bici la ragazza doveva alzare completamente una gamba. Per un istante mostrava il culetto da dietro e la fichetta davanti.
Quando una ragazza andava nell’orto per raccogliere frutta o verdura, usava la gonna come un cesto. Alzava completamente la gonna davanti e ci metteva mele, pomodori, zucchine. Camminando così si vedeva la fichetta che rimaneva bene esposta.
In estate si poteva vedere le ragazze nude che si lavavano dentro un fiumicello.
Le ragazze di campagna facevano il bagno dentro il mastello del bucato. Tre amici andavano a spiare una ragazza che in estate si lavava tutte le sere dentro alla stalla.
Quando facevano il bagno le ragazze si lavavano nel mastello dentro la legnaia. Questa era uno baracca con un finestrino ostruito dalla legna. Perciò per non essere al buio tenevano la porta semiaperta. Chi passava davanti vedeva la ragazza bella nuda e gocciolante.
Nell’estate 1979 passando per via Fontana ho visto dentro una legnaia una ragazza nuda in piedi dentro il mastello. La porta era socchiusa perché la baracca era buia, senza finestre. Il suo corpo era un lampo di luce bianca. Come mi ha visto lei si è accucciata dentro il mastello.
Nel 1989 andavo nella fattoria da Sarte per aiutarlo nei lavori: portavo il fieno con la carriola, portavo l’acqua per le mucche. Sul tardo pomeriggio, dentro la legnaia vedevo una ragazza che si lavava dentro il mastello. Era bella, nuda, bianca nel buio della baracca. La porta era socchiusa per far entrare un po’ di luce e tutte le volte che passavo la vedevo nuda.
Desideravo fotografarle queste ragazze di campagna mentre facevano il bagno in estate. Nel 2018, quando ormai non c’erano più, ho ricostruito con un video una ragazza mentre fa il bagno alla vecchia maniera. Ma su youtube me lo hanno bloccato. Così ho dovuto ricaricarlo tagliando alcune scene.
Il sederino nudo si vedeva quando una ragazza veniva punita per qualche mancanza. Il padre o la madre la tenevano curva sopra una sedia, sollevavano la gonna e la picchiavano col battipanni. Cinque o dieci colpi sul sederino nudo che diventava bello rosso mentre la ragazza piangeva disperata.
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In campagna la minigonna arrivò con anni di ritardo. La gonna corta provocò scandalo nei piccoli paesi e molte famiglie la proibirono alle figlie. Allora le ragazze uscivano con la gonna tradizionale (lunga fin sotto al ginocchio) ma nella borsetta nascondevano la minigonna. Poi si nascondevano dietro un albero e si cambiavano.
Alla sagra della mela di Begosso, nel 1974 circa mentre ero fermo in macchina vidi arrivare un gruppo di belle ragazze in bicicletta. Andarono tutte dietro il campanile e io dalla mia posizione potevo vederle senza essere visto. Qui si tolsero le gonne lunghe, restando in mutandine, e si infilarono le minigonne. Poi così abbigliate andarono alla sagra.
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La pudicizia delle ragazze era esagerata negli anni’60.
In una casa di campagna l’unica stanza riscaldata dal camino era la cucina. Nelle sere di inverno una ragazza si spogliava in cucina e indossava la camicia da notte prima di salire le scale per raggiungere la camera da letto. Ma in cucina c’era il televisore. Era spento, ma sembrava ugualmente un occhio indiscreto. Perciò, prima di spogliarsi, questa ragazza copriva lo schermo con un tappetino per evitare di venire spiata.
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Un amico racconta:
Alle prime ore del pomeriggio il cielo si fece scuro in campagna per l’arrivo di un temporale. Io e mia nipote Graziella corremmo fuori per rastrellare il fieno.
Dopo alcuni minuti incominciò a piovere e dissi: “Finiamo di rastrellare per fare gli ultimi mucchi.”
Poi la pioggia incominciò a cadere sempre più forte. Noi abbandonammo il lavoro e corremmo a ripararci sotto il portico.
Graziella aveva la maglietta bagnata e appiccicata sui seni che si mostravano con i capezzoli dritti e duri.
Io le dissi: “Togliti la maglietta e prendi un asciugamano, io intanto mi volto.”
Lei rispose:”No, io non mi vergogno di mio zio.”
Così dicendo si sfilò di colpo la maglietta e rimase con i seni nudi, bianchi ed eretti.
Io rimasi immobile, come paralizzato.
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Da giovane abitavo in una casa in campagna insieme ad altre case di contadini. Noi ragazzini pensavamo a giocare agli indiani e ai cow boys.
Invece le ragazze di campagna erano più sveglie e si cercavano da sole la loro educazione sessuale.
Le ragazzine del vicinato, insieme alle nostre sorelle e cugine, salivano sul fienile per spiare le gatte che partorivano e allattavano. Oppure stavano per ore nascoste in stalla per vedere quando nascono i vitelli. O guardavano con attenzione i cani che montavano le cagne.
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I VECCHI RACCONTANO
Il vecchio Sarte mi diceva: “Una volta le donne non si lavavano e si poteva solo montarle. Oggi tutte si lavano ed è possibile fare altre cose: baciare il pube, le natiche; leccare il sesso, leccare il sedere, succhiare il seno.”
Da giovane io ero così sensibile che quando mi trovavo vicino a una bella signora, eiaculavo nei pantaloni.”
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A Sottomarina nel 1963 un anziano commenta: “Una volta bisognava pagare per vedere il corpo delle donne. Adesso si vede tutto gratis.”
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All’osteria un vecchio racconta:
Quando ero giovane abitavo a Bergantino e nelle sere d’estate andavo a ballare con le ragazze dall’altra parte del fiume Po. Ma non c’era il ponte, perché non era ancora stato costruito, e io non avevo i soldi per pagare il traghetto. Allora mi mettevo i vestiti piegati sulla testa e attraversavo il fiume a nuoto. Al ritorno, a mezzanotte, l’impresa era più difficile perché attraversavo il fiume a nuoto nel buio completo.
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Un vecchio commenta mentre passa una donna sul marciapiede “Quella donna ha un carattere chiuso. Ha una fica sigillata come una scatola di sardine. Ci vorrebbe l’apriscatole…”
CENSURA
Una mia compaesana al mare nel 1972 non potè indossare il bikini perché i genitori disapprovavano questo costume troppo audace!
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Anni 70 circa. Una libreria a Legnago era gestita da due ragazze. Un pomeriggio sono entrato e ho chiesto il libro: “Seni” di De la Serna. La ragazza dietro il banco ha gridato: “Eeeeh!”
Tutti i clienti presenti (per la maggior parte signore) si sono voltate. Ho dovuto ripetere il titolo, ma naturalmente, questo libro non c’era.
Chissà cosa sarebbe successo se avessi chiesto: “Fiche” di De Prada. Oppure: “I 40 modi di fottere.” .
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Nel 1957 una ragazza in spiaggia a Rimini venne multata perché indossava il bikini. Allora era proibito.
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Nel 1967 al cinema Bra a Verona ho visto L’Uomo del Banco dei Pegni, dove per la prima volta si vedeva il seno nudo. (il seno nudo al cinema si vedeva a volte negli anni ’30 e ‘40, ma dopo era rigorosamente proibito).
Il seno nudo è così bello, ma la religione è contro la vita. Io che ho lavorato in un cinema negli anni ’60 vedevo i documenti allegati alle bobine di pellicola. Ogni film era accompagnato dal documento del Ministero dello Spettacolo che segnalava le scene censurate. Esempio: TAGLIO scena ragazza con seni nudi con dialogo da xxx a yyy.
Questo documento doveva essere esposto alla Cassa del cinema.
Il Centro Cattolico Cinematografico esponeva in tutte le chiese d’Italia i cartelli aggiornati con i titoli dei film in programma nelle città e paesi con le segnalazioni:
Tutti
Adulti
Adulti Riserva
Sconsigliato
Escluso per tutti.
Nelle chiese c’era il manifesto del cinema come arte diabolica e raffigurava: una bobina di pellicola; dal centro usciva un serpente (il diavolo) che avvolgeva nelle sue spire un giglio.
All’uscita del film Miss Spogliarello nel 1956. I manifesti furono giudicati immorali da Papa Pio XII (Pacelli) e vennero immediatamente sequestrati.
Giulio Andreotti sulla rivista di Concretezza (di cui era direttore) sosteneva che il film esercitava una funzione deleteria e non doveva essere ammesso in circolazione.
OCCASIONI PERDUTE (troppe)
Incontro una signora che conosco, bionda, bella, vedova che mi dice:
“E’ lei il fotografo appassionato delle cose di una volta?”
“Sì. Mi piace il vintage e tutte le cose del mondo contadino.”
“Io posseggo una collezione di mutandoni della nonna.”
“E come sono fatti?”
“Sono lunghi fino al ginocchio e hanno il taglio.”
“Il taglio?”
“Sì, il taglio. Venga a vederli e fotografarli.”
Promisi che sarei andato, ma ho aspettato due mesi e nel frattempo la signora è morta in un incidente d’auto.
Mi dispiace molto aver perduto questa occasione. Anche perché un signore che fa le fiere adesso mi avrebbe comprato queste foto per esporle come attrazione.
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Negli anni 60 percorrevo in bici Via Guanti, una strada di campagna alberata e non asfaltata. Spesso incrociavo una ragazza in bici che veniva dal lato opposto. Era bella, io la guardavo e mi piaceva.
Un pomeriggio lei arrivò e quando mi vide smise di pedalare, rallentò fin quasi a fermarsi. Sperava che mi fermassi anche io per parlarle e conoscerci. Invece io, timido e stupido, non rallentai e proseguii. Lei riprese a pedalare lungo la strada.
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Negli anni 60 di fronte casa mia c’era una bottega dove lucidavano i mobili. Una ragazza veniva tutte le settimane nel negozio di mio papà per cambiare le pile alla radiolina. Era bella, bionda, con i capelli sciolti. Indossava sempre un vestitino leggero. verde con una collana per cintura. Era scalza e indossava ciabatte da spiaggia. Ricordo che aveva un leggero difetto alle labbra che me la rendeva ancora più attraente. Io le sostituivo le pile senza avere il coraggio di parlare.
Circa 30 anni dopo la ho incrociata in bicicletta e la riconobbi per il difetto alle labbra. Era ancora bionda e bella. Lei non mi guardò e tutto finì così.
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Negli anni 50, in primavera, andavo a far pulizia nella cabina di un cinema all’aperto, dove lavorava mio papà. Cambiavo i portalampade guasti, pulivo i vetri, spolveravo il proiettore che sarebbe servito appena arrivavano le sere calde.
Dalla terrazza vedevo dentro alle finestre dall’altro lato della strada. C’erano le sartine che cucivano sedute ai tavoli, tutti i pomeriggi. Ce ne era una, in particolare, una biondina che mi piaceva molto. Restavo ore sulla terrazza per osservarla. Ma non sono mai riuscito a sapere né il nome nè dove abitava.
L’ho incontrata per caso, molti anni dopo e le ho ricordato quei tempi.
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Rino racconta: insieme a 2 amici e a 3 o 4 ragazze (delle quali una era la proprietaria) siamo entrati in un vecchio palazzo disabitato. Esploravamo stanze e saloni. Con una ragazza sono salito fino nelle grandi soffitte. Eravamo là, insieme, da soli, in quelle stanze vaste e semibuie e mi è mancato il coraggio di baciare o accarezzare la mia compagna.
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1974 circa. Giorno di sole primaverile, ma ancora freddo. A casa di mio cugino c’è una signora che ci parla di una ragazza senza fidanzato. Suggerisce: “Andate a trovarla.” E ci insegna dove abita.
Usciti dal paese percorriamo una stradina cieca in campagna. Gli alberi sono ancora senza foglie per l’inverno appena trascorso. Arriviamo in fondo, dove c’è una casetta bassa e povera con vetri e finestre aperte perché entri il sole. Anche la porta è aperta ed entriamo in una saletta. Alla madre spiego che mi manda la signora X e desideriamo conoscere la ragazza. La madre ci guida in cucina con il camino fuligginoso e spento. Lì c’è Teresa, ventenne, con capelli ricciolini, che non mi piace.
La madre ci elenca le molte qualità della figlia: è brava a cucinare, a cucire, a lavorare nell’orto. Restiamo ancora un poco poi andiamo via e non torniamo mai più.
Un anno dopo rividi questa ragazza che faceva la cameriera in un bar.
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1971 circa. L’amico Giorgio mi disse: “Sono amico di una famiglia dove c’è una bella ragazza che cerca il fidanzato. Se mi accompagni te la presento.”
Una notte d’estate partimmo con la sua macchina. Andammo a Orti, un paesino di campagna in mezzo a distese di meli. Nel buio dei campi raggiungemmo una casetta isolata ed entrammo dentro. Nella cucina, rischiarata da una lampadina fioca, c’era il padre, la madre e la figlia. Ci sedemmo, ci offrirono del vino e Giorgio incominciò a discorrere di questioni agricole. Io intanto guardavo la ragazza. Era bella, con i lunghi capelli lisci, come piacciono a me. Non parlava mai.
Poi Giorgio mi presentò: “Questo è il mio amico Sergio. Possiede un negozio di vendita e riparazioni televisori.”
Intervenni io: “Sì, è di mio papà, ma a me non piace questo lavoro. Io faccio lo scrittore.”
Il padre della ragazza mi guardò sorpreso. “Chissà quanto guadagna uno scrittore!”
Risposi: “No, non guadagno niente, ma mi piace scrivere.”
I familiari si guardarono in silenzio.
Più tardi andammo via. Con la mia affermazione avevo rovinato la possibilità di conoscere quella ragazza.
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Un amico racconta:
Alla sagra di Albaredo vidi Marilena, bella e formosa. Stava davanti al banco delle bambole insieme ai suoi genitori.
Mi avvicinai anche io e restai a parlare con la ragazza. Aveva in mano alcuni biglietti e aspettava che il banchiere girasse la ruota numerata per scoprire il vincitore.
Anche i genitori compravano biglietti e in poco tempo vinsero una bambola e un grosso orsacchiotto. Erano ingombranti e Marilena propose di portarli a casa prima di riprendere a visitare la fiera.
Le dissi: “Ti accompagno io.”
La casa era a poca distanza e arrivammo quasi subito. Entrammo in una casetta nuova e salimmo una scala di marmo.
Al piano superiore la ragazza aprì una porta ed entrammo in una stanza piena di bambole.
Mentre lei sistemava le bambole io la sbaciucchiavo, le accarezzavo i capelli, le tettine e il bel culetto. Lei mi diceva “Lasciami stare, non toccarmi” però stava ferma.
Forse sarei riuscito a spogliarla un poco, ma la stanza era stretta e dovevo stare attento a muovermi per non far cadere qualche bambola.
Le proposi di andare in un’altra stanza, ma lei mi disse:”No, sono una bambola anche io.”
Ripresi a palparla con più vigore e le misi una mano sotto la gonna. Ma all’improvviso sentimmo la porta che si apriva sotto e le voci dei genitori che erano rientrati.
Così finì tutto, ancora prima di incominciare.
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RICORDI DI DONNE
Nelle gelide e nebbiose domeniche invernali io andavo in bici a Casaleone da mio cugino Renzo. Insieme partivamo in bici fino a Vangadizza a casa dell’amico Antonio. Questo era uno scultore molto ospitale che ci offriva il caffè e parlava di lavoro con mio cugino. Io intanto guardavo sua sorella Adelina mentre lavava i piatti.
Poi io e Renzo ripartivamo in bici fino a Legnago. Entravamo al Salus per riscaldarci. In quel locale c’erano molte belle ragazze. Noi mangiavamo un toast e restavamo là fino a sera.
Una sera abbiamo conosciuto una ragazza, anche lei in bici, che rincasava a San Pietro (una frazione di Legnago). La abbiamo accompagnata lungo la strada chiacchierando. Lei era affabile, parlava volentieri e accettava la nostra compagnia. Era una ragazza piccola, magrolina e a un tratto ci disse: “Sapete quanti anni ho io?”
“No,” risposi.
“Ho trentasei anni.”
Rimasi allibito. Sembrava una ragazzina. Noi avevamo circa 25 anni allora, ma non lo dicemmo.
Arrivati a San Pietro ci salutammo e lei ci invitò ad andarla a trovare.
Io e Renzo proseguimmo fino a Cerea commentando il corpicino da bambina di quella donna.
Non siamo mai più ritornati là.
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Una domenica mattina d’estate stavo davanti a un bar in compagnia di un amico bidello.
Dall’altro lato della strada passò una donna bionda, alta, bella e formosa. Mentre la guardavo con interesse, l’amico mi disse:
“Sai quanti anni ha quella?”
“Circa 30” risposi.
“Quella ha 14 anni.”
Mi misi a ridere, dicendo che era impossibile.
L’amico insisteva:
“Quanto scommettiamo?”
Sono contrario alle scommesse e l’amico disse:
“Vieni, te lo dimostro ugualmente.”
Attraversò la strada e io lo seguii. Lui chiamò: “Elena”
La donna si voltò, sorrise e salutò l’amico bidello.
Lui disse: “Sei contenta di essere stata promossa?”
La ragazza incominciò a parlare e io sentii che aveva una voce da bambina.
Poi l’amico chiese:
“Cosa farai adesso, dopo la terza media?”
La ragazza rispose che intendeva iscriversi al liceo.
Era veramente una ragazzina con il corpo da donna.
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Una donna racconta:
Mia mamma 88enne si spoglia nuda in casa per lavarsi, cambiarsi e profumarsi in attesa del fidanzato. Lei dice: “Le mutandine non le metto perché lui appena arriva me le toglie subito.”
Commento: la potenza del sesso che viene ricordato anche nella demenza senile.
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Una donna racconta: quando ero ragazzina andavo a gonfiare la bici da un meccanico. Questo mi diceva: “Mettiti là che dopo te la gonfio.”
Io capivo subito il doppio senso ma facevo finta di niente.
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A una mostra di quadri conobbi una pittrice bella e formosa. Le scattai alcune foto e facemmo amicizia.
Prima di lasciarla la abbracciai forte. Quando mi staccai le poppe saltellarono sotto la maglietta nera. Lei mi guardò seria e disse:
“Che abbraccio.”
Alcuni mesi dopo la rivedo ad una estemporanea in piazza e mi avvicino per salutarla. Questa volta mi limito a stringerle la mano.
Ma lei dice alla pittrice vicina: “No, lo so che lui vuole un abbraccio.”
E mi abbracciò.
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L’amico Pino racconta. Le ragazze che lavoravano in un magazzino, fra loro parlavano solamente di sesso. Ho sentito una che diceva: “Non voglio farmi trovare vergine da un ragazzo. Mi svergino io da sola con una banana.”
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RAGAZZE E RAGAZZI
A quelli della nostra generazione (anni ’50 ’60) è mancata l’adolescenza, cioè lo stadio intermedio fra infanzia e giovinezza. C’è l’infanzia, il tempo dell’ignoranza della sessualità. C’è la giovinezza, il tempo della pratica della sessualità
E c’è l’adolescenza, un gradino fra le due epoche, che non è stata vissuta. I preti ce l’hanno rubata e l’hanno chiusa dentro una scatola.
L’adolescenza è fatta di scoperte, di sguardi, di toccamenti, di carezze di giochi sessuali. Lei ti fa vedere. Tu ti fai toccare.
Per colpa di preti, genitori bigotti e censura noi non abbiamo vissuto questo periodo e lo rimpiangiamo per tutta la vita.
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Le ragazze, che maturano prima dei maschi, hanno tentato di viverlo quel periodo. Le ragazze sono interessate alla sessualità ancor più di noi, ma non lo fanno capire. Le ragazze non dimostrano questo forte interesse. Non ne parlano esplicitamente con i maschi.
Le ragazze si comportano secondo la loro natura, cioè usano la seduzione. Fanno discorsi allusivi da afferrare da interpretare. I pochi ragazzi che hanno compreso questi discorsi allusivi, queste provocazioni hanno imparato i giochi d’amore.
Gli altri ragazzi che non hanno capito (anche io) non hanno vissuto l’adolescenza.
Forse è questo il motivo per cui io adesso sono attratto dai giochi ancora di più che dal rapporto sessuale. Ecco alcuni esempi.
L’amico Sandro racconta: Da giovane mi è mancata la nave scuola, cioè la donna che mi istruisse sulle cose del sesso.
Avevo un amico più fortunato. Sua mamma andava a fare pulizie in una famiglia e lo portava con sé. In quella famiglia c’erano due sorelle più mature di lui e giocavano insieme. Gli insegnarono tutto, mostrando e toccando.
Quando il ragazzo tornava a casa era tutto contento, mi raccontava e io gli chiedevo:”Ma come è fatta la fica?”
Lui allora mi faceva il disegno per terra: due linee curve e una linea verticale in mezzo. Ma io non riuscivo a capire.
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Domenica pomeriggio, Luglio 1973. Io e Renzo siamo andati a Minerbe in bici. Sulla piazza, mentre parlavamo con Anselmo, il campanaro, notai una ragazza che faceva giri in bici attorno alla piazza. Poi si fermò, poco lontano da noi.
Il campanaro ce la presentò. “Questa è Angelica, una brava ragazza che cerca il fidanzato.”
Ho portato Angelica al bar e durante la conversazione lei mi disse:
“Io so tutto di te.”
“Che cosa sai?”
“Domandami.”
“Dimmi tu.”
“No, domandami.”
“In che via abito?”
“In via degli asini.”
La ragazza intendeva dire che sapeva tutto sui maschi e il sesso maschile, ma io non avevo capito.
Dall’altra parte della strada c’era un cinema e Angelica mi propose di entrare. Quella domenica c’era un film sui vampiri e la domenica successiva c’era un film d’amore.
Angelica insisteva che adesso c’era il film d’amore, così io chiesi alla cassiera che mi confermò il film di Dracula.
Angelica mi guardò come si guarda un deficiente. Lei voleva entrare per amoreggiare al buio. Io non avevo capito. Inoltre forse non avevo i soldi per pagare due biglietti.
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Da bambino abitavamo alcune stanze in una fila di casette grigie prospicienti una strada sassosa. Ricordo una osteria con i gradini. Dietro le case c’erano pollai, casotti, legnaie. Un giorno un abitante ci mostrò una faina catturata con la trappola. In primavera arrivava lo spazzacamino, alto e magro. C’era anche una bambina, Carla, figlia dei vicini, forse qualche anno più vecchia di me. Un anno sparì perché andò nel collegio delle suore. D’estate andò al mare in colonia. Al ritorno indossava un costume a un pezzo a righe bianche e rosse. In cortile mi vide e mi chiamò: “Non mi riconosci più? Dai che giochiamo insieme.” Mi attirò dentro una legnaia in fondo al cortile e mi disse: “Ti piace il mio costume? Adesso ho 13 anni e sotto incominciano a spuntarmi i peli.”
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Avevo 13 anni. La compagna di giochi Luana mi dice: “Ho visto un’altra volta Gianni col coso fuori mentre faceva pipì. E adesso devo andare di nuovo dal prete per confessarmi.”
Un altro pomeriggio mentre giochiamo insieme Luana mi dice: “Ho visto un’altra volta il coso di Gianni.”
Una settimana dopo Luana mi ripetè: “Ho visto il pisello di Gianni mentre faceva pipì.”
Un giorno Luana mi dice: “Dai caro, cresci, cresci in fretta…”
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Un ragazzo è seduto sulla sua bicicletta mentre sta chiacchierando con una amica. Improvvisamente la ragazza si siede sulla bici dell’amico. Il ragazzo le dice: “Spingi anche tu, altrimenti non riuscirò a partire.”
La ragazza ride.
Il ragazzo chiede: “Ma dove vuoi che ti porti?”
La ragazza: “Da nessuna parte.”
Il ragazzo: “Ma allora?…”
La ragazza: “Come sei asino.”
Questa ragazza si era seduta sulla bici perché credeva che il ragazzo ne approfittasse per toccarla e accarezzarla. Ma lui non ha capito.
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Le donne di adesso mi raccontano che quando erano ragazze avevano la curiosità di spiare un uomo nudo desideravano farsi toccare dai ragazzi o dagli uomini.
1967 circa. Alla sagra c’è un banco di giochi strani. Un ragazzino prende in mano un giocattolo: apre uno sportellino e c’è un bambino che fa pipì. Le ragazzina lì vicino gli chiedo con insistenza: “Lasciaci vedere! Lasciaci vedere!”
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Una coetanea racconta: Noi ragazze eravamo birbantelle. Quando ero alla scuola media una compagna ci disse che c’era un uomo senza pantaloni in mezzo a un campo. Alcune di noi vollero andare a vedere. Alla fine, tutte noi al ritorno da scuola percorrevamo la strada dove, oltre un fiume, in un campo, c’era un uomo senza pantaloni. Ridevamo ed era il nostro divertimento restare a guardarlo.
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Paolo racconta: una notte d’estate stavo seduto su una panchina in compagnia di una bella ragazza da poco conosciuta. Parlavamo di cose superficiali. Era una notte calda e meravigliosa. Io alzai gli occhi e le dissi: “Guarda che bel cielo stellato.”
Lei mi rispose: “A me non piacciono quelli che guardano le stelle”.
Sono trascorsi alcuni anni da allora. Penso che la ragazza intendeva dire che non le piacevano i poeti perchè mancano di senso pratico,. Oppure voleva dire: non perdere tempo a guardare le stelle, incomincia a toccarmi.
Noi scrivevamo poesie per le ragazze, mentre loro volevano e aspettavano carezze, baci e cose concrete.
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L’amico Gino racconta:
Ero ragazzo e conoscevo una vicina di casa che faceva le maglie davanti alla finestra. Aveva 13 anni e quando mi vedeva passare mi diceva: “Vai a comprarmi la gomma da masticare? Entra, ti do i soldi.”
Io entravo, prendevo i soldi e le dicevo: “Fammi vedere le gambe.”
La ragazza si alzava la gonna fin sopra alle mutandine.
Allora io andavo in centro a comprare la gomma.
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RAGAZZE E BUGIE
Perché una ragazza dice spesso le bugie?
Per rendersi preziosa.
Per far provare al ragazzo la sofferenza per la sua mancanza.
Ecco qualche esempio.
Anni ’70. Ho conosciuto una ragazza a una festa a Minerbe. Mi disse che si chiamava Paola e proveniva da un paese vicino… (non mi ricordo).
Restammo a parlare seduti sulla panchina. Ma era quasi sera e io le proposi: “ Ci vediamo domenica prossima qui a Minerbe?”
“Sì.”
Sono andato all’appuntamento e ho aspettato tutto il pomeriggio, ma lei non è venuta.
Circa un mese dopo ho ritrovato Paola alla sagra di Cologna, l’ho salutata e lei mi ha detto: “Aspetta un momento, saluto la mi amica e ritorno qui.”
Ho aspettato, ma lei non è venuta.
Ancora un mese dopo ho ritrovato Paola alla sagra di un altro paese e le dissi: “Ecco Paola, una ragazza che fugge. Perché non sei venuta quella volta a Minerbe?”
Rispose: “Ma io non avevo niente da fare a Minerbe.”
Così l’ho salutata e sono andato via.
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Quanti pomeriggi persi aspettando Franca, seduto sulla panchina bianca a destra della chiesa. (ora non esiste più). Arrivavo alle ore 2 in bicicletta e aspettavo fino a sera.
Alla sera, mentre mi alzavo per tornare a casa pensavo: sono trascorse 4 o 5 ore. Ma è stato un tempo speso bene aspettando di vedere Franca. Domenica prossima ritornerò ancora qui.
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CONCLUSIONE
A 20 anni parlavamo di sesso. A 70 anni parliamo ancora di sesso.
A 20 anni facevamo progetti (quasi tutti irrealizzati). A 70 anni evochiamo i ricordi.
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