giovedì 22 maggio 2025

EROTISMO IN RACCONTI DI DRACULA

Questa è opera di studio e di divulgazione. Non si intende infrangere alcun copyright. I copyright dei brani appartengono ai legittimi proprietari. Sergio Bissoli EROTISMO IN RACCONTI DI DRACULA Prima Serie Dedicato alle due ragazze che sono venute a fare pipì nel cortile di una casa abbandonata dove c’ero io, vicino alla finestra mentre leggevo un Racconto di Dracula. Amore e morte, la stessa cosa in fondo. Nell’amore e nella morte si rinunzia alla propria individualità. Ci si dona, ci si annulla. Frank Graegorius +++++ Per avvicinarsi alla donna l’uomo deve superare delle resistenze (timidezza, paura ) a causa della natura auto annientante dell’atto sessuale Freud Presentazione I RACCONTI DI DRACULA è la mitica collana italiana equivalente (o superiore) alla Weird Tales, americana. Nei Racconti di Dracula prima Serie troviamo mistero, terrore ed erotismo. Grandi Scrittori tutti Italiani nascosti sotto pseudonimi inglesi. Trascriverò qui alcuni brani compresi nei Racconti di Dracula. E’ un erotismo autentico, poetico, fisico e psicologico. Senza mai nominare gli organi genitali, trasmette al lettore tutta la sua carica di sensualità. Perché questo? Perché gli Autori erano nature passionali, forse innamorati. Erano profondi conoscitori della psiche umana, attenti osservatori della Realtà e in più avevano la capacità di scrivere sotto ispirazione. Premetto subito che c’è un abisso fra l’erotismo fasullo dei famosi libri erotici e l’erotismo vero. Mi riferisco qui a libri come Il Delta di Venere: racconti improbabili, irreali, falsi. Psicologie tutte sbagliate, donne fantoccio. Non esistono le donne che descrive! Non esistono donne che pensano e si comportano così. E’ come se descrivesse donne con tre seni, due culi e quattro occhi. La Histoire d’O. Altra opera fatta di situazioni forzate, assurde, non realiste, come nelle fiabe. Le donne in questo libro sono fantocci. La trama sembra la fantasia di un pazzo. 50 sfumature di grigio. Una donna che si innamora del suo carnefice. Non è verosimile. Le 120 giornate di Sodoma di De Sade. Descrive solo crimini sessuali tutti inventati. Non c’è niente di eccitante, niente di bello in questo lungo e brutto romanzo. L’erotismo nei Racconti di Dracula è credibile, profondo, autentico. C’è poesia, erotismo, amore, grande realismo. Non vengono mai nominati gli organi genitali, però il lettore viene immerso in un erotismo profondo che è l’essenza della vita vera. La donna chiamata Shilly in LA CACCIA DEL DIAVOLO. Questa Shilly, il lettore non la dimenticherà più. Infesterà i suoi sogni. C’è Maureen nel FIUME DI SANGUE che porta con sè il ricordo degli amori di Primavera. C’è Patrizia. Patrizia O’ Hegarty, del MARCHIO DEL VAMPIRO. Una donna carica di una sensualità selvaggia e repressa. C’è Liza, una vergine infuocata di desiderio. C’è Sarah nel SUDARO NUZIALE. Sarah, angelica, duplice, inferno e paradiso, salvezza e perdizione. Adele nel CANE NERO. Tre pagine di erotismo coinvolgente e travolgente. Monika in I MOSTRI DI BROKENE tenera, seducente, perfida. Mary Clare in L’ORGANO DEI MORTI con la sua carica di erotismo sfrenato e ubriacante. La Vedova in IL CASTELLO DELLE ROSE NERE. Una rapsodia di sensazioni ed emozioni che annegano la coscienza e la volontà. Loretta de L’ALITO FREDDO DEL VAMPIRO la ho ritrovata nei miei sogni e anche quelli dei lettori, ne sono sicuro. ++++++ I temi fondamentali dei racconti sono: Mistero, Terrore, Erotismo. Prendiamo il mistero. Un mistero da risolvere è una allegoria della vita. Noi siamo circondari dal mistero. La presenza del male, le ingiustizie, i bambini morti, gli handicappati, le malattie, il futuro, il passato, il destino, le fatalità, le incognite, il tempo. Nessuna filosofia, religione o scienza riesce a spiegare il mistero della Vita. Frank Graegorius scrive: “Tutta la vita è mistero e soltanto mistero.” Il terrore. Non il terrore splatter, non la macelleria. No! Il terrore metafisico, il terrore dell’anima. La paura, il terrore che un giovane prova nell’avvicinarsi per la prima volta a una ragazza. La paura di presentarsi, la paura di parlarle, la paura di corteggiarla. La paura che ogni uomo prova per avvicinarsi a una donna le prime volte. Freud scrive: “L’uomo deve superare delle resistenze ( timidezza, vergogna, paura del ridicolo) per arrivare al sesso. A causa della natura auto annientante dell’atto sessuale.” Frank Graegorius scrive: “Amore e morte. La stessa cosa in fondo. Nell’amore e nella morte si rinunzia alla propria individualità, ci si dona, ci si annulla.” Erotismo. L’erotismo è il perno della vita. Tutto ruota attorno all’erotismo. L’erotismo coinvolge scopertamente o sotterraneamente ogni evento della vita. In conclusione questi racconti sono dei capolavori e sono contento di averci dedicato tutta la vita, a partire da 15 fino ad ora. Si possono trovare ristampe amatoriali su Lulu.com. C’è originalità dei racconti, bellezza dei panorami, dei luoghi, degli ambienti, dei dialoghi; vividezza dei personaggi, umanità, realtà di uomini e donne; soprattutto le donne si sentono che sono reali. Non sono le invenzioni di un uomo che vuole esteriorizzare le sue fantasie erotiche improbabili. No, qui le donne sono vive. Vi auguro di tenere fra le mani libri come questi perché abbiamo dei grandi, grandissimi Autori tutti Italiani. Purtroppo forse non arriveranno mai al grosso pubblico; forse non entreranno mai nelle scuole, nelle università e nelle enciclopedie letterarie. Perché queste opere sono troppo belle. E la bellezza fa paura. I loro Autori sono troppo grandi, sono più grandi dei nomi famosi. E questa è una verità, una grande verità. Ma Nietzsche diceva: “Quanta verità può sopportare un uomo? Quanta verità può osare un uomo?” Queste Opere resteranno nelle mani e nel cuore dei collezionisti in attesa che un Editore decida di ristamparle. FRANK GRAEGORIUS Da: IL GOLEM …Vagava indeciso tra nebbie color perla. Due forze opposte lo attiravano a sinistra e a destra… Fin quando? Jan vide la propria immagine riflessa in uno specchio d’argento appeso al muro dinanzi a lui. E c’erano sempre quelle due volontà opposte, irriconciliabili. Nello specchio la sua immagine divenne grottesca, orrenda, ripugnante; poi si spezzò in mille frammenti che una voragine grigia dissolse. Un turbine roteò intorno a lui, seduto immobile in poltrona. Il libro scivolò dalle sue mani e cadde per terra con un tonfo ammorbidito dal tappeto. In mezzo allo specchio completamente grigio, apparve una piccola sfera brillante, che pian piano si ingrandì, allungandosi. Jan aveva la molesta sensazione che quello specchio fosse una pupilla sovraumana, che lo guardasse. E nel centro si specchiava una donna, la cui piccola immagine spiccava nitida in quel pozzo di tenebre. Una fanciulla meravigliosa, vestita di bianco coi neri capelli sciolti sulle spalle. La fanciulla gli tese le mani e sorrise. Ormai la scelta era stata fatta, per l’eternità. Jan fece l’atto d’alzarsi e subito fu come se cadesse giù da un’altezza incommensurabile… Tutto girò intorno a lui, vorticosamente, dandogli un senso di nausea. Poi sollevò le palpebre, che si erano fatte di piombo, e trasalì. Una donna era davanti a lui e gli sorrideva, sebbene nel suo sguardo vi fosse un turbamento profondo. Jan riconobbe la fanciulla dello specchio e si sentì gelare dalla paura. Era come, se uscito da un incubo, si fosse risvegliato in un mondo irto di pericoli ignoti, contro i quali si sentiva indifeso. Sentiva che quella ragazza bellissima era il suo destino. Sapeva di averla attesa da sempre, al confine tra il sonno e la veglia. ……. Jan ascoltava con gli occhi fissi sulle belle labbra della fanciulla. Ventate gelide lo sfioravano. … La voce perdette consistenza divenne un tiepido soffio che svanì nel nulla… Jan chiuse gli occhi affascinato, perduto in un deserto senza confini e senza speranza …….. Jan distolse lentamente gli occhi dal vecchio e spostò lo sguardo su Masha, la fissò a lungo finché lei non sollevò le palpebre. Tra le lunghe ciglia brillavano la pupille, come due gemme nere, incantatrici. Nient’altro allora ebbe più importanza per lui salvo quei due occhi perfetti, limpidi, intensi. Sollevò alle labbra il bicchiere e bevve. Le candide dita di Masha stringevano lo stelo del calice con l’atteggiamento arcano d’una mano di sacerdotessa, che compisse un rito. Il suo sguardo sfiorava l’orlo del bicchiere ed aveva una luminosità così tersa e profonda, che Jan ne fu turbato. …….. Lelia si volse alla madre che la guardava compiaciuta, e aggiunse: ‐ In onore dello straniero danzerò una czardas... la danzerò a modo mio... Penso che lo straniero non riuscirà facilmente a dimenticarla! Ciò detto, si inchinò leggermente a Jan e scomparve dentro un carrozzone. Jan senza una ragione apparente si sentì turbato. La ragazza lo aveva colpito in maniera tale, che quando scomparve alla sua vista, egli ne sentì la mancanza come di una persona cara. Eppure egli sapeva che Lelia per lui era un’estranea, appartenente ad un mondo pittoresco quanto precluso. Né poteva dire di essersi invaghito di lei, perché dentro il suo cuore, ormai c’era scolpito il nome do Masha. Ed allora? ……… A un certo punto, Kadrina alzò una mano e la musica tacque. Un profondo silenzio calò sulla tribù. Si aveva l’impressione che quella gente selvaggia fosse lì riunita in attesa di un rito dal quale dipendeva il loro destino. Jan si guardò intorno e rabbrividì, scorgendo l’espressione selvaggia di tutte quelle facce, la luce opaca di tutti quegli occhi. Soltanto Kadrina, raggomitolata nel suo grasso, sonnecchiava, simile ad un gatto gigantesco. Qualcuno, forse Milan, sussurrò all’orecchio di Jan: ‐ Eccola! Dio Santo! Jan sollevò gli occhi e un brivido freddo serpeggiò per le sue vene. Lelia avanzava verso il centro dell’accampamento, con espressione assente, come in preda ad un rapimento dell’anima. Non era più la ragazza di poco prima. Era Lelia, la zigana, con tutta la violenta impetuosità della sua razza. Aveva abbandonato gli abiti moderni, per un abbigliamento più adatto a quel luogo e quella festa. I capelli sciolti erano tenuti fermi da una specie di diadema scintillante; agli orecchi portava grossi pendenti d’oro a forma di mezzaluna circondata da piccole gocce brillanti. Una collana di fili alternati di corallo e perle ondeggiavano sul seno alto e sodo. Una camicetta bianca di trina, assai scollata, lasciava scorgere l’esuberante candore della carne. Intorno al braccio destro tintinnavano dei cerchi d’oro mentre il sinistro era adorno di un bracciale a forma di serpente. Una gonna policroma a campana, lunga fino a metà polpaccio, più che nascondere le gambe ne sottolineava la lunghezza e l’armoniosità. Ai piedi invece delle scarpette coi tacchi a spillo, calzava due polacchine di cuoio ricamato. In mano teneva un fazzoletto velato di un rosso acceso. Giunta davanti al fuoco che la illuminò a pieno con la sua luce palpitante, Lelia lentamente sollevò al cielo le mani, arcuando le braccia. I suoi occhi mandavano scintillii dorati. Era una femmina consapevole di essere stupenda, pericolosa e trionfante. Il silenzio profondo era punteggiato dagli scoppiettii del fuoco. A un tratto un violino, uno solo, cominciò a gemere nella notte. Il violinista si avvicinò alla ragazza. Era un uomo alto e magro, con neri occhi arsi da una malsana febbre interiore. Sonava con la testa inclinata sopra lo strumento. La sua mano sulla corda aveva un palpito fremebondo, che si trasmetteva alle corde e le rendeva così strazianti, che Jan si sorprese a pensare; « Se continua così mi metto a piangere come un bambino! ». Quel suono, infatti, contraeva le viscere, penetrava nel sangue, sembrava portare con sé il veleno della vita, le sofferenze, le speranze deluse, l’angoscia della morte, la paura dell’ignoto. Lelia, immobile, con le braccia arcuate sopra il capo sembrava tutta tesa nell’ascolto, come se da quella canzone potesse giungerle un messaggio, che lei sola era capace di interpretare. Poi cominciò a danzare. Con gli occhi, da prima; poi con i fianchi che ondeggiavano così lentamente che l’occhio a malapena riusciva a coglierne il movimento. Poi furono le braccia a sciogliersi in un moto ondulatorio lungo e dolce, come le spire di un serpente quando comincia a svegliarsi dal suo letargo invernale. Milan avvicinò le labbra all’orecchio di Jan e sussurrò: ‐ Ascoltate, signor Hodza, questa « lass » della czardas... la parte più lenta, più sensuale... Poi comincerà la « friss » e la ragazza si scatenerà... Ed infatti, non appena il violino, dopo un lungo trillo, attaccò la parte più indiavolata della czardas, Lelia si scatenò. Il suo corpo divenne tutto un fremito; la violenza della carne a lungo repressa, esplose in ritmo. Ogni tanto, la danzatrice prillava su sè stessa e le gonne roteando veloci le scoprivano le lunghe gambe, la cui offuscata plasticità prometteva delle voluttà preziose e selvagge a un tempo. I violini arpeggiavano sempre più in fretta, sempre più in fretta... Lelia danzava, sempre più sfrenata, sempre più sfrenata... La chioma corvina si agitava, come se fosse composta di vivaci serpentelli neri, la gonna roteava, i piedi nervosi battevano il suolo sempre più in fretta, sempre più nervosi... Jan sentiva il capogiro. I suoi visceri erano stretti dall’angoscia. Il ritmo penetrava in lui saliva fino al suo cervello, pulsava col sangue nelle sue arterie, lo spingeva a balzar sù, a danzare quella czarda, che ma nessuno gli aveva insegnato. Ed infatti scattò in piedi, raggiunse la donna, si lasciò trascinare dal vortice selvaggio, che lei aveva creato intorno a sé come un turbine d’uragano. Gli zigani cominciarono a lanciare strida, fischi, urla feroci. Probabilmente le stesse urla che avevano spinto a combattimenti senza quartiere le orde degli Unni e dei Magiari. Batti mani, scalpiccio di piedi, suono di voci, risate... Poi, tutto a un tratto, i violini dopo aver toccato note altissime e flautate, si tacquero. Il silenzio che seguì sembrò una forza viva in agguato. Da tutti quei corpi sudati si diffondeva un odore acre, che ricordava quello degli animali selvatici. Lelia spossata e sorridente si guardò intorno compiaciuta e si allontanò di corsa scomparendo dietro a un carrozzone. Jan tornò a sedersi al suo posto agitato da una tempesta di sentimenti che non riusciva ad analizzare. Una sola cosa era certa: desiderava Lelia e l’avrebbe avuta, a qualsiasi costo. Taceva, fissando il luogo dove la ragazza era scomparsa; e non si accorse che Kadrina lo osservava attraverso le ciglia abbassate e non perdeva una sola sfumatura della sua espressione. Quando un gruppo di zigani dette mano ai fucili e sparò in aria una salva tornò in sé e girò gli occhi attorno. Kadrina dormiva, con la testa penzoloni sul seno voluminoso, gli zigani ballavano senza badare a lui e molti di loro erano visibilmente ubriachi. Milan, secondo il suo solito, si era eclissato, probabilmente dietro qualche ragazza. E Lelia? Dov’era? Che stava facendo? Quasi in risposta alle sue domande una bambinetta si avvicinò con aria furtiva e gli si arrampicò sulle ginocchia. Era una piccola brunetta, sporca e maliziosa. ‐ Signore! Lelia l’aspetta! ‐ Come?! ‐ esclamò Jan; ma la ragazzetta gli mise un ditino sulle labbra. ‐ Stt! Lelia è nella tenda grande e aspetta voi! Sta dormendo il Sonno Grande... E chiama voi... Ciò detto e prima che Jan potesse fermarla, la ragazzetta scappò via e scomparve tra la gente. Jan, incuriosito, si alzò e, dopo essersi assicurato che nessuno badava a lui, si allontanò avventurandosi fra i carrozzoni e le tende. Sentiva che stava affrontando l’ignoto; ma non aveva paura. …….. Cautamente, un passettino dopo l’altro, Jan si avvicinòa Lelia. Allungò una mano come se volesse dolcemente ridestarla. Una voce sommessa alle sue spalle gli impedì di compiere il gesto. ‐ Non fatelo, signore! Potreste ucciderla! Jan si voltò di scatto più silenzioso di una animale selvatico, Bèla era entrato nella tenda. Teneva sotto il braccio destro un violino e con l’archetto additava il corpo immobile di Lelia. ‐ Lasciate fare a me, signore! Lo zigano impugnò il violino, lo appoggiò alla spalla e sfiorò le corde con l’archetto. Dallo strumento scaturì una melodia dolcissima, diversa da qualsiasi altra canzone che Jan avesse udito fino a quel momento. Il canto del violino si svolgeva come un gomitolo di seta cangiante, palpitando nell’atmosfera cupa dell’ambiente. La luce dei ceri illuminava la magra figura del violinista, che si era avvicinato al letto e sonava chinato un poco sul corpo di Lelia. Jan lasciandosi trascinare dalla commozione, non riusciva a muoversi. Assisteva alla scena di follia che si svolgeva davanti a lui in una nuova straordinaria dimensione. Poi accadde uno strano fenomeno. Il gatto raggomitolato ai piedi della fanciulla cominciò a diventare diafano, a perdere spessore e realtà, per trasformarsi in una forma vaga, che vibrava. Il violino continuò a sonare perdutamente, svelando i più disperati segreti dell’anima. Il gatto svaporò in una pallida nuvola di vapore che ondeggiò un poco sul corpo disteso di Lelia e poi lentamente venne riassorbita dal fianco sinistro di lei. I ceri palpitarono più intensamente ed uno di essi sfrigolò e si spense. Il violino continuava a sonare, impedendo al giovanotto di pensare qualcosa d’altro che non fosse il proprio desiderio di Lelia. Come risvegliata dalla forza di quel desiderio, la ragazza ebbe un fremito e le sue palpebre lentamente si sollevarono. Anche la seconda candela si spense. Lelia sorrise; incoronato dalle lunghe ciglia arcuate, il suo sguardo era come lo scintillio di due gemme. Il violino non cantava più; l’archetto traeva dalle corde suoni saltellanti, simili ad una risata di scherno. Poi si tacque del tutto. Jan, con suo grande spavento, si accorse che non c’era nessun Bèla, nessun violino; tutto quel che era accaduto era stato frutto della sua immaginazione esaltata o... di un incantesimo. Non c’erano più neanche le candele nere, ma soltanto una lampada appesa al palo centrale della tenda. La coltre sul divano era bianca e nera la veste, che copriva Lelia. Quella trasformazione di colori e di forme, avvenuta così all’improvviso, riempì di angoscia il giovane. Il suo cuore cominciò a battere forte e le sue membra si bagnarono di sudore. Dentro di lui, il violino continuava a svolgere la sonata infernale, che ora snodava le sue melodie voluttuose, ricordando il languore delle nenie orientali. Lelia si alzò a sedere e guardò Jan. ‐ Tu! ‐ disse con voce calda e densa di sottointesi. ‐ Sei venuto a cercare me! Caro, caro Jan! Accompagnata dal ritmo della melodia, che risonava muta nell’animo di Jan, cominciò a danzare alla sua maniera. Restando seduta sul letto, cominciò a muovere le spalle, i fianchi, con la lentezza della luce dell’aurora. Le sue braccia si protesero verso Jan, le lunghe dita della sue mani si snodavano allusive. Senza interrompere la sua danza misteriosa, Lelia si sollevò sui ginocchi. Jan fece un passo avanti. Non si spogliava, Lelia; ma era peggio che se stesse denudandosi, perché ogni movimento aveva le caratteristiche di una dedizione sensuale, cui non era possibile resistere. Jan fece un altro passo avanti. Dentro di lui il violino accelerò il ritmo. Lelia posseduta ormai da un demone selvaggio si buttò bocconi sul letto e là, contorcendosi con tutto il suo corpo di sirena ammaliatrice, esercitò sul giovane l’ultimo richiamo. E Jan le se avvicinò, protese il volto e le braccia verso di lei. Fissava come ammaliato le forme ben tornite di quel corpo, che ondeggiavano e fremevano, attirandolo in un abisso di voluttà. Inebriato, Jan strinse tra le braccia la fanciulla, le sue labbra premettero quelle brucianti di lei, che si schiusero come le fauci di una tigre. Poi lei, scoppiando in una risata argentina, lo respinse da sé e balzò in piedi. ‐ Jan, Jan! Sei proprio un caro ragazzo! Ma non avere tanta fretta! La tua Lelia non scapperà! Bevi prima un bicchiere di Tokay... Sei pallido, poverino... Il nostro vino ti metterà in sesto... Così dicendo corse a prendere una fiasca, appesa a uno dei pali della tenda, versò il vino verdedorato in un bicchiere di corno e lo porse al giovanotto. Jan bevve e un senso di calore lo pervase. Come per magia dimenticò tutto quel che lo aveva angosciato fino a quel momento e sorrise alla fanciulla. Lei questa volta non lo respinse ma lo accolse tra le braccia e lo trascinò verso il divano, sul quale caddero tutti e due avvinghiati l’uno all’altra. Jan fu investito dello splendore di una fiamma azzurra, avvolto da una vampa ardente che divorò la sua coscienza. Insieme alla fanciulla toccò remote spiagge incantate lambite eternamente dal mare della vita, sotto un cielo infinito e senza tempo. Frank Graegorius Da: I SUSSURRI DELLE STREGHE Raggiungi il cottage dei M’Intosh. Scorsi subito una donna ferma sulla porta, che guardava in direzione del lago. Sospinto da un oscuro presentimento mi arrestai davanti alla figura silenziosa, che lentamente volse il capo e mi guardò. Il suo sguardo penetrò in me destando nel mio animo un’inquietudine strana. Due occhi neri senza splendore; come due fori che si aprissero su un abisso. Non mi fu possibile notare il resto del volto, finché quegli occhi restarono fissi nei miei. Poi la donna li abbassò di colpo e sorrise. Aveva un volto stupendo, ma molto pallido, come consumato da desideri impossibili o da soddisfazioni soprannaturali. Le labbra apparivano troppo rosse su quel viso esangue; ma erano soffici e piene, allusive di voluttà sottili, estenuanti. …….. Sì, alle strade del paese natale sono legati tutti i sogni dell’infanzia, le ansie dell’adolescenza, le speranze della gioventù... ……. Sì, c’era Selene, la fanciulla bellissima e solitaria, messa al bando da tutto il paese, ed accusata di stregoneria... A passo svelto, evitando per un istinto infantile i vicoli più angusti e le zone d’ombra, raggiunsi il cottage di Selene. L’ultimo lampione tinteggiava di giallo l’angolo estremo della via. Voltai le spalle a quella debole macchia di luce; sentinella avanzata al cospetto delle tenebre notturne, e mi avvicinai al tugurio della ragazza. C’era dentro di me un groviglio di sentimenti diversi e confusi: timore, curiosità, fascino dell’ignoto, oscuro desiderio di penetrare in un mondo misterioso, torbido e perfidamente sensuale. Quando però fui all’uscio sconnesso della bicocca ebbi una stretta al cuore. Come accade ogni volta che ci si reca ad un convegno decisivo, d’amore o di morte. …….. Il calore del corpo di Selene penetrava in me come uno stupefacente, dandomi una dolce sensazione di abbandono e di felicità. Un turbine travolse la mia mente. Attrassi a me la fanciulla e la baciai sulla bocca. Lei si avvinghiò al mio collo e restituì il bacio. Le sue labbra ardevano. Poi si alzò, si avvicinò al radiogrammofono, avviò un disco. Una musica dolcissima, tessuta di melodie segrete e di ritmi esotici, ci immerse tutti e due in una specie di estasi. Selene cominciò ad eseguire una danza raffinata e selvaggia a un tempo, che rammentava i riti misteriosi dei più antichi popoli della terra, quando l’amore come la morte era sacro e tremendo. Selene danzava. Mentre le sue membra si scioglievano nel ritmo della musica, io stesso mi sentivo avvolto da una fiamma di voluttà. Mentre danzava, Selene si liberò della vestaglia e della camicia da notte, cosicché il suo corpo stupendo restò nudo; tuttavia la perfezione delle forme conferiva alla fanciulla una castità solenne, da statua. Il ritmo della musica si fece impetuoso, come un vento di bufera; ed ella si contorse, sferzata dalla melodia selvaggia. I suoi lunghi capelli divennero fiamme nere, che divampavano selvagge. Quando la musica tacque mi cadde sulle ginocchia, si avvinghiò con le braccia al mio collo, si offerse, come la terra si offre ad un acquazzone estivo. Selene, schiava di forze demoniache, per la prima volta in vita sua si abbandonò all’amore, liberamente dato e liberamente accettato. Una felicità profonda, senza tempo e senza confini, ci avvolse trascinandoci in un mondo intimo e inviolato. Frank Graegorius Da NOSTRA SIGNORA MORTE Comprese che la Morte era vicina. La Morte o l'A¬more. La stessa cosa, in fondo. Nell'una e nell'altro si rinunzia alla propria individualità, ci si dona, ci si annulla... ……… Michel Grandet scoppiò a ridere. Una risata terribile, mista a singhiozzi. Perché lui aveva capito che la morte attendeva fuori dalla porta. Tutte quelle donne uguali non erano che le ancelle di nostra Signora Morte... Tutto era compiuto, tutti i conti stavano per essere saldati. La faccia della donna bianca sulla soglia stava ac¬quistando una delicata fosforescenza. Nello stesso tem¬po la sua camicia bianca diventava azzurra, poi grigio¬argento, quindi nuovamente turchina. Alla fine svanì. Restò soltanto la testa d'Isis, luminosa, con occhi azzurri spalancati, ridenti; labbra rosse e succhiose; denti bianchi come quelli del lupo. Denti di lupo… Grandet affascinato guardava Isis; non avrebbe potuto fare a meno di guardarla perché lei era da per tutto. Una Isis lillipuziana faceva le capriole sul comodino; una Isis gigantesca usciva dal soffitto e incombeva su di lui. A un tratto, quella Isis che era sulla porta, avanzò fino nel mezzo della camera e scoppiò a ridere. Una risata ripetuta da cento, e cento bocche, di cento e cento Isis, sparse per la camera, che si muovevano, si mescolarono, entravano l'una nell'altra, scomparivano per riapparire altrove. Una specie di orgia, in cui la ragazza si moltiplicava all'infinito, come un'immagine riflessa in mille specchi. Tutte quelle fanciulle irreali avevano la vaporosità di una nube e la sensualità di una cortigiana... Infine quella sarabanda ebbe termine e la visione esplose in mille e mille spruzzi di luce bianca... … Frank Graegorius Da GLI ABISI DELL’ALDILA’ Mi voltai lentamente, quasi con sforzo. Non avrei saputo analizzare l'improvvisa angoscia che mi aveva colpito, perché sentivo fissi su di me gli occhi di Frine Von Hog. Era là, vestita di nero: alta e snella, bellissima. Teneva la fronte alta. I suoi occhi scintillavano come gemme; la sua bocca, di un rosso vivo, spiccava sul pallore alabastrino del volto. Dal collo le pendeva una collana di zaffiri. Aveva tutta la solennità di una regina. Mi inchinai lentamente, mentre sempre più acuto si faceva il mio disagio. Lei mi disse qualcosa che lì per lì non afferrai, e mi porse la mano. Non appena la toccai ne ricevetti una scossa elettrica, seguita da una sensazione di gelo. Non parlo di quel gelo che noi mortali conosciamo; ma qualcosa di più sottile, di più definitivo. Era come se avessi toccato la luna... Frank Graegorius Da SUDARIO NUZIALE Palazzi vetusti sfilavano da una parte e dall’altra della macchina, ogni tanto interrotti dai grandi alberi di qualche silenzioso parco cittadino. A quell’ora soltanto le coppie, perdute nei loro sogni e quasi furtive, si aggiravano tra le piante o sostavano sulle panchine, avvolte nelle ombre violette della sera. Friz sorrideva. Dai tempi dell’Università non gli era più passata per la mente l’idea di fare all’amore sulle panchine di un parco, all’imbrunire. Dovette riconoscere che la cosa, tutto sommato, non gli sarebbe dispiaciuta. Specie se avesse avuto a fianco la dottoressa Rosy Kalman. …….. — Buona sera! – disse con un cortese sorrise. Friz era sbalordito. — Deve esserci un equivoco. Io... —In un certo senso tutta la vita è un equivoco. — Ma io cerco un amico: un certo Leopold Hammer. — Leopold Hammer! Un bel nome. Ma non abita qui. …….. Stringendo sempre fra le dita umidicce la maniglia, si chiese fino a che punto la sua spavalderia corrispondeva ad un reale coraggio. E se al di là di quella porta ci fosse qualcosa di talmente spaventoso da fargli perdere la ragione. E se... Spinse il battente ed entrò. Restò allibito sulla soglia, incapace di credere ai suoi occhi. La stanza era quasi vuota. Pesanti cortine di velluto nero e cremisi erano appese alle pareti, ornate di frange d’oro. Pochi sgabelli di palissandro intarsiati di madreperla, un tripode che sorreggeva un bruciaprofumi di ottone, dal quale salivano delicate spirali di fumo balsamico, e un lampadario a forma di barca, d’alabastro celeste, sospeso a quattro catenelle d’ottone. Sotto il lampadario, fra quattro grossi ceri accesi, un catafalco solenne, coperto da una coltrice nera con frange d’argento, i cui lembi si ammucchiavano sul pavimento a scacchi bianchi e neri. Sul catafalco giaceva una donna, bellissima pur nella sua cadaverica rigidità. I capelli color ebano erano sparsi sul cuscino di raso bianco, le ceree mani posate sul seno una sull’altra. Una tunica di seta azzurra, tanto lunga da nascondere i piedi, vestiva la salma. Sulla fronte alta e marmorea c’era una semiluna d’argento, che risplendeva sotto il lampadario. ……… La spossatezza fu più forte della paura e Friz pian piano si assopì. La sua testa ciondolò sul petto, mentre ricordi e rimpianti gli si presentavano nel dormiveglia. Erano immagini colorate, vivide, dolorose come ferite infettate dal veleno del rimorso. …Martha con un calice fra le mani. Una festa da ballo, molta gente, amici. Ed anche Leopold; ma sì! anche lui! Una festa fra giovani. Martha! Quanti anni sono trascorsi, un’infinità. Sebbene sia ancora giovane, Friz ha la sensazione di aver percorso tutta la propria esistenza, fino al passo estremo. Si risveglia con un sussulto. Guarda il cadavere steso sul letto, in una atmosfera d’irrealtà. I ceri ardono; ogni tanto la cera liquida scorre lungo i massicci fusti giallastri. Odore di fiori appassiti e di morte. …odore di vita e di fiori primaverili. Martha è bellissima e Friz le ronza intorno, galante, servizievole, appassionato. Nella terrazza, dietro la grande pianta di bougainvillea, lui le prende una mano. Le parole scorrono con foga, vibranti. Martha si schermisce, ma poi sorride guardandolo... occhi neri e profondi, tanto tempo fa. Dalla strada saliva il brusio del traffico, un acre odore di polvere e benzina bruciata. Oh, Martha! Friz apre gli occhi. La salma che giace davanti a lui è proprio quella di Sarah, o non piuttosto quella di Martha?... La testa torna a ciondolare. Il silenzio è solitudine, è desolazione. Tic‐tac... Tic tac! Un orologio lascia cadere, come granelli di polvere, gli attimi nell’abisso dell’eternità. …Martha seduta sulla panchina. Intorno, foglie morte, che scrosciano sotto i piedi. Altre foglie giallastre e intrise d’umidità, marciscono nel fango. Martha piange, ogni tanto appallottola con le dita nervose il fazzoletto. Ogni volta che lui tace, solleva su di lui gli occhi arrossati dal pianto. Le sue labbra tremano... le sue labbra... …. Allora l’immagine scomparve e al suo posto comparve una corrente di vapori mercuriali che fluivano, fluivano... Poi sopravvennero le vertigini. Guardare quei vapori era come affacciarsi ad un baratro senza fondo. Friz però non si mosse, non batté ciglio. I vapori si incupirono, divennero tenebra fitta, sempre più nere; lo specchio divenne un pozzo spaventoso. In fondo a quel nero baratro apparve un puntolino bianco luminosissimo, che ingrandì, ingrandì, assunse la forma di una fanciulla bellissima. Lo sfondo, di una profondità cosmica, ne accresceva il bianco splendore. …….. Acqua azzurra, tanta acqua azzurra, percorsa da brividi di luce… Paulus si abbandona a quel fluire luminoso. E’ solo un’opaca presenza, una volontà densa nella quale prendono forma, simili a funghi velenosi, vaghe profezie o esplodono silenziose disperazioni. E’ il regno della Morte. La noia spegne l’azzurro. L’acqua ormai plumbea si frange in sbavature giallastre. In alto, masse di vapori si accavallano, formano torrioni minacciosi ed effimeri. Sulla spiaggia piatta e sconfinata indugia il crepuscolo. Qualche pietra a forma di cranio, qua e là, affiora dalla sabbia. C’è un’attesa vigile, cauta. E’ come se cento occhi spiino, cento orecchie origliano in quella desolazione. Paulus immobile, guarda l’oceano. Un’infinita lastra di zingo martellato. Lentamente prende forma dal nulla una donna. E’ nuda, evanescente. Di vivo ha soltanto gli occhi neri e profondi. Le sue labbra sono sprezzanti. ……. — Coraggio, Friz. Entra. C’è una scala: discendi. Io sarò alle tue spalle; ma non parlerò. Sarà bene che durante la discesa tu ti senta solo con te stesso. —Ma si può sapere che significa? Perché tutti questi misteri? Se il dottor Krause vuol vedermi, perché non mi riceve nel suo studio o dove vuole? Non voglio servirgli da cavia per i suoi esperimenti. — Friz, non hai scelta. Se vuoi vedere Ludwig Krause, devi percorrere questa strada. Altrimenti. ... Non ricordi più quel che ti è capitato in ascensore e in camera tua? La pazzia ti distruggerebbe. — Ora capisco. Non mi sei affatto amica. Tu, sei per me il destino e una condanna. — La donna non è mai amica dell’uomo, Friz. Sarà sua madre, sua sposa, sua figlia, sua amante o tutte queste cose insieme; ma non sarà mai un’amica per lui. Fra loro due c’è la traccia del serpente, Friz. …….. Un enorme pipistrello svolazzava in quel labirinto. Ed allora Friz fu spronato ad agire. Trascinandosi dietro Sarah, cominciò a correre in cerca di scampo. Infilava una porta dietro l’altra; ma quelle stanze non avevano fine, erano tutte uguali, nude e fredde; tutte illuminate da lampadine senza ventole. Il pipistrello incalzava. L’ombra delle sue grandi ali membranose ogni tanto sfiorava quella proiettata sul pavimento da Friz e Sarah. I due fuggiaschi saltavano qua e là nel tentativo di evitare che quelle ombre si mescolassero. Perché in tal caso sarebbe accaduto l’irreparabile… Tutto a un tratto le stanze scomparvero e la coppia si trovò in mezzo ad uno sterminato deserto di sale. Sale, sale e sale a perdita d’occhio. I due innamorati correvano, sempre tenendosi per mano, inseguiti dal monotono volare del pipistrello, che, non sembrava aver fretta di raggiungere la preda. Tanto sapeva che non poteva sfuggirgli. I piedi affondavano nel sale. Il cammino si faceva sempre più faticoso... Friz ansima. Al suo fianco, Sarah ansima. ... E’ necessario fuggire, fuggire... La distesa di sale è arroventata. Il volto suda, le mani sudano, i piedi sono tutta una piaga. …….. Frank Graegorius IL CASELLO DELLE ROSE NERE CAMMINAVA da ore ed ore, ma gli sembrava di non essersi spostato di un passo. Anzi, non camminava neppure; scivolava sulla pianura levigata come se avesse i pattini. Non era stanco; ma angosciato. Si chiedeva il perché di ogni cosa, o meglio: le domande si affollavano nella sua testa, lo costringevano ad affrontare quella vastità senza tempo... Aveva la consapevolezza di una misteriosa presenza. Una violenta passione aveva sconvolto la sua mente come l’eruzione di un vulcano. La sofferenza, lava distruttrice, aveva seppellito tutto il suo mondo, lasciandolo solo e disperato ad aggirarsi in un deserto. In nessun modo era capace di evadere da quel silenzio minaccioso, popolato di larve. Forme evanescenti, ombre baluginanti in un chiarore sottomarino, che lustreggiava tutto intorno. Ogni tanto silenziose esplosioni colorate facevano palpitare quegli spettri in agguato. ... poi cominciò il vento. Apparvero a destra e sinistra degli alberi fantasma che s’incurvavano sotto le raffiche. Egli riceveva sul viso le sferzate delle fronde ghiacce. Il vento fischiava, gemeva, urlava. E lui continuava a camminare, a camminare, senza fermarsi un momento. Eppure non riusciva a spostarsi d’un centimetro... Era una condanna senza speranza. Il suo bisogno d’amore era frustrato da quel deserto che palpitava di presenze elusive intorno alla sua brama. Si sentiva simile a un pozzo asciutto in mezzo al deserto calcinato da un sole senza tramonto. E cammina, e cammina... I suoi piedi affondano sempre più nella polvere. Ma non polvere: è cipria. Una distesa di cipria sulla quale aleggia un profumo di femmina, acuto ed eccitante. I suoi piedi sono imprigionati come nelle sabbie mobili. Ormai non cammina più. Lentamente sprofonda nella polvere impalpabile e profumata. Agita le braccia, le gambe; vorrebbe urlare. Ma la voce è scomparsa, la gola paralizzata. La polvere gli arriva al collo, gli irrita le nari, lo obbliga a starnutire. E starnutendo contribuisce a sollevare dense nuvole soffocanti. Ormai il labbro inferiore è tutto impastato. Terrorizzato, tiene le labbra ben serrate; conserva una spasmodica immobilità. I suoi occhi sbarrati dall’angoscia scorgono un’ombra gigantesca di donna. Riesce a distinguere il dolce profilo d’un seno, nero sullo sfondo verdognolo. Poi una grande mano con le dita ben affusolate. L’indice e il pollice stringono un piumino grande come la chioma d’un frassino. Lui si sente perduto, minuscolo e goffo come una mosca caduta nella farina... Affascinato guarda quel seno, quella mano; e poi un profilo dalle labbra socchiuse, dal nasino capriccioso, dalle lunghe ciglia, dall’alta fronte, dalla chioma vaporosa. Quindi la «voce» di Lei. Come impazzito, egli grida un nome. Quel nome. «Maria!». L’urlo si dilata nella quiete notturna. Pierre, madido di sudore, con il cuore stretto in una morsa, si sveglia. Le tenebre sono violate da fili di luce, che filtrano attraverso gli scuretti della finestra. Ricorda l’incubo, ricorda il profilo bellissimo della donna. Sa di aver urlato: «Maria!». Ma tutto questo non lo aiuta a capire. Non ha mai amato una donna che si chiamasse Maria. Anche il profilo intravisto in sogno gli è perfettamente sconosciuto. Si fosse trattato di Iris sarebbe stato comprensibile. Ma lui non ha mai sognato di lei. Mai! Chi è quella sconosciuta che lo viene a visitare in sogno di tanto in tanto? Perché, pur essendo così bella, gli appare sempre così minacciosa? Forse è una donna incontrata in un altro universo e in una diversa dimensione? Supino sul letto, il capo affondato nel cuscino di piume, Pierre Lecoeur pensa. Maria! Sensazione acuta di piacere e di dolore mescolati in un sentimento che brucia l’anima. Amore e odio. Vita e morte. Sì, ma dove? E quando? In ogni caso quel sogno ricorrente è per lui come un presagio di sventura. ………. Uno zingaro, bruno e sporco, porta appesa al collo una cassettina. Sulla sua spalla destra è appollaiato un pappagallo colorato e starnazzante. Pierre, spinto da un insolito impulso, tira fuori di tasca dieci «Pfennig» e li porge allo zingaro. Zac! Il becco adunco del pappagallo ha pescato nella cassetta un oroscopo, di quelli che il popolino chiama «pianeti della fortuna». Un foglietto giallo. Un colore orribile. Il colore della sofferenza e dell’odio. ‐ No! Non lo voglio! – bofonchia Pierre e alza gli occhi sullo zingaro. L’uomo bruno è impassibile; la sua bocca crudele. Nei suoi occhi febbrili c’è una scintilla d’ironia. – Dica al suo pappagallo di scegliermene un altro. Eccole altri dieci «Pfennig». Pierre butta via l’oroscopo giallo e tende la mano. ‐ Pappagallo, signore? – dice stupito lo zingaro. – Qui non c’è nessun pappagallo. ‐ Ma come! Avere visto io stesso la bestiola che afferrare col becco l’oroscopo! Pierre è così arrabbiato che storpia le parole tedesche. Lo zingaro ride sotto i baffi. Pierre osserva il suo interlocutore e deve riconoscere che si è sbagliato: nessun pappagallo nelle vicinanze, a meno che... Lo zingaro afferra con le sue dita adunche un altro oroscopo, rosso questa volta. – Ecco a lei, signore! Pierre, stranito, afferra il rettangolo di carta e vi butta sopra un’occhiata distratta. Ci sono scritte le solite sciocchezze. «Amore e felicità. Un viaggio in automobile... un paesello... un incontro... incontro con un uomo bruno... felicità...». Incontro con un uomo bruno! Pierre scoppia a ridere, senza curarsi dei passanti che lo guardano stupiti: “Quello stupido si è sbagliato. Mi ha dato un oroscopo destinato a una ragazza. Ma la colpa è mia. Ho buttato via il foglietto destinato a me”. Gli balena una buffa idea: che sia possibile scambiare i destini come dei pezzi di carta; sceglierne uno più gradito. Magari quello destinato ad una ragazza sconosciuta. L’Angelo del Bizzarro avrebbe così motivo di divertirsi. Tutta la vita è mistero, soltanto mistero. ……… La macchina scivola sull’asfalto dell’autostrada. Pierre tace e tiene gli occhi chiusi. Ha paura di guardare, di ascoltare, persino di pensare. Hella! Hella! Un nome di donna. Un nome come tanti. Forse meno frequente; forse particolarmente fluido. Tutto qui... Hella! Hella! No, dopo Iris, non c’è più posto per l’amore. Tutti dicono così; e poi... ……. ‐ Pierre, ‐ disse la vedova spostandosi languidamente sul divano. ‐ Là c’è un ottimo pianoforte... desidero che tu mi suoni qualcosa. Mi pare che tu non abbia alcuna voglia di andare a dormire. E neanche io del resto... E’ così bello vivere di notte... e dormire di giorno... La sua voce si era fatta sognante; i suoi occhi spalancati brillavano di entusiasmo. Pierre annuì. Anche lui aveva bisogno di musica, il miglior mezzo d’espressione che la natura gli avesse donato. Si sedette al pianoforte. Era uno strumento di gran pregio, dal suono limpido. Le note scaturirono di colpo dalla tastiera, s’inseguirono, esplosero in cascate sonore, si dilatarono dolcemente in un silenzio stupefatto e vibrante. Tutta la camera fu ravvivata da quella musica. Era una bella camera con le tende di velluto rosso a pieghe rigide e solenni; la tappezzeria spruzzata di oro antico, il letto con le lenzuola di raso nero... Le dita lunghe e agili di Pierre sfioravano i tasti, traendone arpeggi ricamati su un pesante tessuto di accordi; oppure li accarezzavano in modo che le note ne uscissero dolci e limpide. Davanti a lui, sul piano lucido dello strumento, c’era uno specchio ovale, in una cornice d’argento reso opaco dagli anni. Suonando guardava quello specchio, che gli parve avesse la bizzarra proprietà d’impicciolire gli oggetti, quasi li riflettesse da una gran distanza. Improvvisamente, in quello specchio apparve l’immagine della Vedova. Era là, con le braccia sollevate sulla testa e lo sguardo scintillante. Veramente sembrava lontana ed i suoi occhi non erano visibili; ma Pierre ne indovinava la penetrante luminosità. ‐ Sei un mago, Pierre! La tua musica mi penetra nelle viscere come una droga. ‐ E tu sei meravigliosa, Olga. Sei come una perla luminosa nella notte. Le sue dita continuavano a danzare sulla tastiera. Sciami di note svolazzavano intorno a lui. La Vedova cominciò a spogliarsi con voluttuosa lentezza. Il candore delle carni che offriva allo sguardo di lui e l’erotismo dei suoi gesti misurati contrastava con la gravità degli abiti a lutto ed accresceva la demoniaca perversità della scena. Olga si toglieva le gramaglie con maliziosa disinvoltura, come se sfogliasse una delle sue mostruose rose nere. Pierre la guardava nello specchio, affascinato da quell’immagine resa più piccante dalla sua piccolezza. E continuava a suonare. La sua musica si fece più voluttuosa; si caricò di opache dissonanze; divenne una diabolica danza macabra. Quando ebbe terminato di spogliarsi, la Vedova con un lungo velo nero che ancora le pendeva dai capelli, si avvicinò a Pierre, che non mosse un muscolo, se non quelli delle sue mani agili e nervose. Desiderava quella donna, ma ne aveva paura. La Vedova è dietro di lui e gli passa intorno al collo le braccia d’avorio, fredde come la luna. ‐ Suona, Pierre, amor mio! Suona per me, per me... Egli si sente risucchiato da quella presenza estenuante, avvolto da una carezza d’indicibile voluttà, come un abito attillato. Il contatto della donna brucia; ma come brucia il ghiaccio. Pierre si sente svuotato dentro, annichilito. Eppure ha bisogno di quelle carezze, che lo trasportano in un paese magico pieno di piaceri estenuanti e raffinati. Si guarda nello specchio e si sente gelare: il suo volto si trasforma in una maschera di cera, lucida e inespressiva. Poi quella cera come per vivo calore comincia a sciogliersi, a colare in pesanti gocce purulente, scoprendo le ossa grigiastre del teschio: prima gli zigomi, poi le mascelle coi denti; infine le orbite. Gli occhi, infatti dentro occhiaie scarnite, sembrano di porcellana... Pierre abbassa lo sguardo e vede che anche le proprie dita hanno perduto la carne. Due mani di scheletro continuano a premere i tasti traendone soltanto delle stridenti dissonanze, dei tremuli tintinnii, delle ronzanti note basse. Quella musica rimbomba nel suo cranio vuoto come in una cripta di cimitero. Lentamente, Pierre scivola nel tenebroso mare dell’incoscienza, forse della morte... La musica e la voluttà lo hanno disciolto, annientato... Prima di lasciarsi andare, mormora con voce fioca e arrochita. ‐ Olga... Olga... ‐ Sono qui, amore... Sei mio, sei mio! La Vedova Nera è su di lui, come un avvoltoio sull’agnello sgozzato. ……… Hella non lo interruppe mai. Col mento appoggiato ad una mano chiusa a pugno, sedeva di fronte a lui sopra un puff. Era giovane e bella. Da lei emanavano purezza e semplicità; era così femminile, così graziosa, che Pierre interruppe il suo racconto e restò a guardarla come affascinato. ‐ E allora, Pierre? Sei arrivato in una sala dalle pareti di pietra... Lui non parlò subito. Si sentiva pacificato. Gli sembrava che i suoi terrori notturni avessero avuto l’unico scopo di condurlo in quella camera, a colloquio con quella fanciulla. ‐ Ed allora, Pierre! Perché mi guardi così? Che cosa ho di tanto buffo? ‐ Buffo?! – Pierre sorrise. – Sei deliziosa. Sai bene come siamo fatti noialtri artisti... Ogni tanto ci capita di fare una scoperta che ci esalta. Poco fa ne ho fatta una proprio meravigliosa. ‐ Davvero? – mormorò Hella, che si sentì di colpo impacciata, ed arrossì. – E quale sarebbe questa scoperta? ‐ Che tu... che tu sei una ragazza unica... E che io... E’ strano che non riesca a dirlo! Io sono innamorato di te, ecco! Perdutamente innamorato, Hella! Il silenzio li avvolse come una carezza. Si sentivano sollevati in una sfera così lontana e separata, che niente avrebbe potuto turbarli nella loro intensa solitudine. Il primo a tornare sulla terra fu Pierre. Si alzò con una certa precipitazione. Ebbe un capogiro, barcollò e dovette appoggiarsi alla spalliera di una sedia. ‐ Hella, dolce Hella! Sembri assorta in misteriosi pensieri. Sei forse arrabbiata con me? O seccata? O... felice? Aggiunse l’ultimo aggettivo in fretta e sottovoce, come per paura di turbare l’equilibrio delle loro anime. Hella scosse il capo, lentamente. ‐ No, Pierre! Né arrabbiata, né seccata. Forse nemmeno felice, ancora... E’ troppo presto. Debbo prima capire quel che mi sta succedendo. Anch’io sono innamorata di te, Pierre. Ne sono stordita. Perché amare è come affacciarsi a un abisso. …….. Frank Graegorius Da UNA FOSSA BIANCA DI LUNA - Margit! - mormorò Jànos, - amor mio. Rivide la loro prima passeggiata nel parco, la dolcezza del primo bacio, il viso di lei aureolato d'oro e le belle labbra porporine. Ma il tempo incalzava. Apparve un altro volto, cento altri volti, per lo più dimenticati; ma su tutti gli altri quello di Etelke. I capelli corvini incorniciavano il pallido volto perfetto. Le labbra color ciliegia, i denti di madreperla, gli occhi stellanti. Kàlman si chinò sull'uomo sdraiato. - Chi è Etelke? - domandò. Conosceva Margit, la fidanzata di Jànos; sapeva che era una fanciulla incantevole, che egli aveva conosciuto una sera e dalla quale era stato profondamente colpito. Ma non aveva mai sentito l'amico nominare Etelke. - Etelke! E' bella... tanto bella. Una cara amica. …………. Etelke era ancora poco più d'una ragazzina quando egli la aveva salutata tre anni prima: una creatura di diciott'anni, che non era mai uscita dal suo paesello natale, in Transilvania. Ma ecco: era sbocciata in lei una bellezza così clamorosa da sbalordire. Jànos aveva l'intima convinzione che lei era davvero innamorata di lui; che veramente era venuta a Budapest per ricordargli... Che cosa? ...un sentiero in salita, tra vecchi faggi. Sulla vetta del poggio un tabernacolo con l'immagine della Vergine Maria, annerita dal tempo. Una mano pia aveva disposto dei fiori selvatici davanti all'immagine. Etelke gli afferra una mano e... Che accadde poi?... - Etelke, ho ricordato spesso quel pomeriggio... tre anni fa. Eri così ragazzina, allora! Andammo sulla vetta del Rapehy, davanti al tabernacolo con la Madonna... - ...mi baciasti. Fu molto bello, Jànos. E sei tanto caro a ricordarti ancora di quell'episodio... Erano seduti al ristorante; dopo il pranzo fumavano una « Madhen ». Etelke aveva gli occhi lucidi e tristi. Jànos era sopraffatto da un irragionevole senso di catastrofe imminente. Etelke lo fissò negli occhi. Era seria ed accorata. - Tre anni sono lunghi, Jànos. Ma tu... perché non mi hai aspettato? - Non lo so, non lo so, Etelke. Ti giuro che il periodo di vita trascorso a Kovesd era diven¬tato così nebuloso, che appena riuscivo a ricordarne qualche episodio... ed anche così era come se una fitta nebbia fosse calata su di me... Ho sofferto d'un brutto esaurimento nervoso, Etelke. Mi sentivo così solo... - Capisco. E lei... che tipo è? - L'opposto di te, Etelke. Bionda, calma, gentile... una creatura che dà pace, ecco. - Mentre io sono bruna, agitata, brusca e inquietante... Non è così? Lui annuì col capo senza rispondere direttamente. Lei sorrise. - Era destino, Jànos. Ci credi al destino? No?! Hai torto, credimi. ……….. - Se la conoscesse, mi darebbe ragione. Etelke esercita un fascino irresistibile, perverso. Lei sa, dottore, che la posizione di una fidanzata, o di una moglie, è precaria. L'abitudine ottunde l'amore. E non mi ripeta anche lei che all'amore si sostituisce un sentimento più tenace, affetto e amicizia e così via. L'amore esige la fedeltà esclusiva; l'affetto no. Si può voler bene a cento persone. Si ama una sola. Ora, per Jànos, Etelke rappresenta la guerra, l’avventura, la passione romantica e tenebrosa… … Frank Graegorius L’ORGANO DEI MORTI - Stasera, - riprese Johannes coi pomelli arrossati, consapevole della presenza di Hildegarda, - voglio giocarmi la cosa più preziosa che mi sia rimasta... Si sedettero l'uno di fronte all’altro guardandosi negli occhi. Dall'alto cadeva su loro la torbida luce d'un lampadario d'alabastro. - E allora? Quale sarà la posta del gioco? ¬- domandò Shaytan. - Diciamo... la vita. - Ottimo! - sorrise Shaytan e spinse le carte verso il suo avversario, che le prese, le scozzò con studiata lentezza e le distribuì. Quando scoperse le sue non poté trattenere un moto di sorpresa. - Che strane carte, signor Shaytan! - Uniche al mondo, direi! I quattro semi tradizionali erano sostituiti da altri segni, più tetri anche se molto significativi. Teschi invece di coppe, pugnali insanguinati invece di spade, tibie umane invece di bastoni, bare invece di fiori. Vampiri, gule e scheletri co-ronati sostituivano fanti, regine e re... La partita fu lunga e accanita. Johannes lottò con tutte le sue forze per la propria vita; ma quando la sua ultima carta fu sopraffatta da uno degli scheletri coronati il suo destino fu compiuto. - Ho perduto, Shaytan! Che il mio destino si compia. - Un ultimo desiderio, signore? - Certo; passare una notte con Hildegarda. - Una notte no: un'ora sarà sufficiente, signore! E poi, qui, il tempo non ha valore... - E poi? Che ne sarà di me? - Guardi laggiù! Shaytan balzò in piedi. Sembrava cresciuto di statura e i suoi denti erano diventati aguzzi. Alzò una mano artigliata e additò una parete della stanza. - Su! Guardi, dunque! - insisté. E Johannes vide una parete scomparire mostrando una specie di cameretta ottagonale, priva di mobili salvo uno specchio, uno sgabello e un capestro che pendeva dal soffitto. Sullo specchio spiccava una lettera greca: Omega. - Ed ora guardi dall'altro lato, signore! - ¬disse Shaytan. Johannes ubbidì e vide una deliziosa alcova di velluto e raso, con un letto a forma d'orchidea. Un talamo pieno di anfrattuosità morbide, dense d'una lussuria misteriosa e profonda. Dietro il letto c'era la lettera greca Alfa. - Ed ora, signore, le suonerò la marcia nu¬ziale, che sarà per lei anche una marcia funebre. Shaytan sollevò tutte e due le braccia. La parete di fondo scomparve anch'essa scoprendo un organo immenso con le canne d'argento che salivano fino alla sommità della gotica volta. Shaytan ghignando si avvicinò a quell'immenso strumento. I suoi passi erano lenti, solenni. Sembrava un Re che si avviasse a prender possesso del suo trono. Hildegarda prese Johannes per mano. Le sue dita bellissime erano fredde e ardenti al tempo stesso. - Vieni, - gli sussurrò trascinandolo verso quel letto a forma di fiore, che li accolse e si chiuse intorno a loro avvolgendoli in un profu¬mato tenebrore... Shaytan sedette allo strumento, le sue mani sfiorarono la tastiera. Dalle canne d'argento, su un registro basso, uscirono le prime note: una melodia sinuosa, co¬lorita, esotica. Poi si allargò fu inghiottita da grida musicali, che irrompevano dal silenzio, sca¬turivano da maledizioni antiche come il mondo, si spandevano negli abissi dell'universo, fra nebulosa e nebulosa, nel gelo e nelle tenebre, là dove Dio confinò i demoni ribelli.... Quella musica racchiudeva in sè un dolore e una gioia troppo grandi perché un uomo di carne e sangue riuscisse a sopportarlo. Johannes, sprofondato nel suo talamo buio e tiepido come il grembo materno, fu invaso dalla follia. Hildegarda lo aveva condotto in un mondo lontano, lontano dove fuoco e gelo lottavano per l'eternità... La musica tacque; il talamo e Hildegarda scomparvero. Anche Shaytan era svanito. Il salone, così vasto, così disadorno, così privo di vita, era dominato dall'enorme organo muto. Johannes lentamente si avvicinò alla triplice tastiera. Capiva che ormai la sua vita non aveva più senso; perché aveva sperimentato la voluttà e il dolore, fino al limite estremo. Al di là c'era il nulla. Le sue dita sfiorarono la tastiera. Lamenti, pianti, gemiti, sospiri, invocazioni... Poi ci fu un silenzio definitivo. Il giovane voltò le spalle allo strumento e fis¬sò il cappio che pendeva, invitante, da una trave istoriata del soffitto. Salì sullo sgabello, infilò la testa nel nodo scorsoio. Nei suoi orecchi c'era un rombo cadenzato, come la risacca del mare tenebroso che si frangeva sulle rovine della sua riva. Col piede sinistro dette un calcio allo sgabello. Restato appeso cominciò a contorcersi e sgam¬bettare, grottesco e patetico nella tacita solitudine. ………. No, sono boemo. Però ho viaggiato molto, a suo tempo. Questo luogo è unico al mondo: ciascuno ci trova quello che segretamente desidera. -Ah, sì? Interessante. E che cos'è che io desidererei segretamente? - Ve ne accorgerete voi stesso fra poco. Shaytan gli voltò le spalle e si avvicinò all'organo. Peter stranamente eccitato, occupava un comoda poltrona. Shaytan aveva socchiuso le palpebre e teneva le mani un po' sollevate sulla tastiera come se cercasse l'ispirazione. Poi cominciò a suonare un « Ragtime ». Peter non avrebbe mai creduto che l'organo fosse uno strumento adatto al jazz; eppure sotto le magiche dita di quel Shaytan le più spericolate acrobazie ritmiche e i più indiavolati virtuosismi melodici si accompagnavano a un'accorata sensualità. Sebbene Peter, da buon americano, fosse tutt'altro che facile a lasciarsi suggestionare da un mezzo d'arte, tuttavia piano piano penetrava anche dentro di lui la malia di quella musica sovrumana. - Ma sto diventando pazzo o che cosa? - pensò. - Questa non è musica: è terrore... - Fu il lampo d'un pensiero travolto poi da una vera ondata corrosiva di sensualità. Tutte le donne e tutti i frettolosi piaceri da lui gustai durante la sua superficiale esistenza, venivano riproposti ai suoi sensi con una maggiore plasticità, come liberati dell'involucro della borghese ipocrisia, per esplodere, selvaggi e sfrenati. Era il jazz vero, quello, nato nelle pro¬fondità del cuore di tenebra dell'Africa antica; oppure ispirato alla nera macumba tra serpenti velenosi e fattucchiere. Peter sbatté le palpebre e si sentì svenire dalla paura. Seduta su uno degli sgabelloni era comparsa una donna. Bellissima, platinata, dal corpo stupendo reso più eccitante da una completa calza-maglia; teneva una coscia ripiegata sullo sgabellone e lasciava dondolare un piedino calzato con scar¬pette di pitone col tacco a spillo. Una sua mano sorreggeva il piccolo mento aristocratico e con l'altra si accarezzava un fianco. I suoi occhi felini, non verdi, ma quasi gialli per una loro fosforescenza rapace, erano fissi su Peter seduto. - Ma che cos'è, questo? - domandò Peter. La voce di Shaytan rombò sotto le volte mentre la musica diventava quasi un lontano mormorio. - Si intitola “La metropoli e l'Inferno...” Efficace, non è vero? Ed ora guardate mia sorella Hildegarda... La donna stava eseguendo con molta lentezza il più eccitante spogliarello che Peter avesse mai visto nella sua vita. Quando ebbe terminato si avvi¬cinò alla cornice, sollevò la tenda di velluto nero e passò al di là. Riapparve all'istante magicamente trasformata. Non era più Hildegarda, ma Mary Clare. Sì, pro¬prio lei, con indosso un baby-doll trasparente e i suoi famosi orecchini di corallo. Peter l'aveva amata, si era annoiato di lei e la aveva piantata, già da molti anni. Era convinto di non pensare più a lei, e invece... Seguì una scena di sensualità, di sadismo, di bestiale lussuria, della quale Peter fu insieme spettatore ed attore, mentre l'organo riempiva con la sua musica indiavolata le volte della sala. Fu l'esperienza più terribile che un americano di buona famiglia riuscisse a sopportare. E mentre lui, spossato, cadeva a sedere nella poltrona, la donna attraversò di nuovo la cornice magica. Riapparve, questa volta, con l'aspetto dl Carmen, la messicana dal seno generoso, con la quale Peter aveva convissuto tre anni… Che donna! Peter poté goderla non come realmente era, ma come la sua fantasia eccitata gliela faceva apparire. Quelle due donne, Mary Clare e Carmen, non avevano più alcuna personalità al di fuori del sesso, della lussuria, della perfetta docilità nel soddisfare le voglie più lubriche… La finta Carmen attraversò per la terza volta la cornice e riapparve sotto le sembianze di Terry, la cuginetta di Peter, la quale... Il giovane americano balzò in piedi, ribellandosi contro quella tortura. In un lampo comprese in che cosa consistesse la pazzia che colpiva gli ospiti di quel maledetto castello. Venivano a contatto col demonismo puro, quello basato sulle immagini interiori, che acquistano forza e potere e piegano il nostro spazio reale, come la forza di gravità riesce a piegare, a quel che si dice, i raggi della luce... ……… Hildegarda scoppiò in una risata argentina quanto perfida; simile al gorgoglio di un veleno versato in una coppa di puro cristallo, al chiaro di luna. ………… Negli occhi dei due giovani passa un lampo, proprio come se l'amore si fosse acceso in loro d'un tratto. L'amore, il mostro che ogni tanto si desta e prende a scudisciate l'anima. ………… Isabella aveva imparato a suonare l’organo dal vecchio organista della cattedrale della sua città; ed amava moltissimo la musica. Si avvicinò alla tastiera dello strumento e si accomodò sullo sgabello. A un tratto percepì dietro la schiena una sensazione sgradevole. Si voltò e vide Cristina, sempre più pallida, che tremava come una foglia. - Non suonare quell'organo, Isabella! - disse la ragazza. - Non saprei dire perché; ma ho paura di quel « coso »! Isabella scoppiò a ridere; sebbene anche lei si lasciasse suggestionare dall'atmosfera tetra della sala, dallo scroscio della pioggia, dal palpito dei lampi, dal rabbioso brontolio dei tuoni. - Questo è un organo, non è un « coso ». Ascolta la « Fantasia Cromatica» di Bach, quella che ti piace tanto! Cristina tacque. Però i suoi occhi erano lustri come per febbre. Isabella sfiorò con le dita la tastiera in un rapido arpeggio di prova, poi posò con forza le mani per il primo stupendo accordo. Fu come se improvvisamente tutta la sala e il castello fossero trasportati in un magico mondo pieno di fremiti e di angosce, di oscure minacce e di fallaci lusinghe... I suoni uscivano dalle canne ora dolci ora aspri, ora sospiri di speranze, ora gemiti di sofferenza. - Isabella, Isabella! Ma è stupendo! Ma anche pauroso! - mormorò Cristina e lentamente si alzò in piedi. Non badava più alla pioggia, né ai lampi, né ai tuoni. Tutto il suo essere era assorbito da quel suono che la sommergeva come un mare di stelle. Tacita, si avvicinò all'amica, gli occhi fissi alle sue spalle candide e perfette che parevano fatte di alabastro. Sulla nuca si arricciavano ciuffi di capelli simili a fili di seta. - Come sei bella! - mormorò Cristina, estatica; - e come suoni bene. Sembra che quelle canne abbiano dentro la loro pelle d'argento un cuore vivo... Tutto questo è sconvolgente, Isabella! Mentre parlava, la ragazza arrotolava una leggiera sciarpa di seta, che aveva portato con sé per difendersi i capelli dalla polvere delle strade. - Suona, suona ancora! - implorò consapevole della propria follia. Il suono di quell'organo sembrava ridestare in lei un vizio segreto, una segreta lussuria. Strinse nei pugni le due estremità della sciarpa che arrotolata su se stessa formava una specie di corda robusta; e intanto fissava il collo bianco della sua giovane amica. La donna che aveva amato ed alla quale mai aveva osato rivelare il proprio amore colpevole. La sciarpa passò fulminea dinanzi al viso di Isabella e fu stretta intorno alla sua gola con forza e ferocia. ………. Frank Graegorius L’ULULATO DEL LUPO MANNARO Tatiana non disse nulla: si limitò a posare sul giudice lo sguardo stellante dei suoi occhi neri. Il taglio a mandorla di quegli occhi e la loro viva lucentezza insieme alla morbida sensualità delle labbra tradivano l’origine orientale della fanciulla. ………. Vladimir si avvicinò alla finestra e restò qualche attimo a contemplare lo spettacolo del chiar di luna sui monti. Tutto taceva, ora. La vallata era un pallido lago di luce. Le boscaglie avevano un aspetto cupo in quel tripudio lunare. Le catene montane sembravano coperte da un manto d'argento. La luna era una rotonda faccia ghignante, una testa mozza errante nello spazio, una divinità spietata della notte e dell'orrore. - Tatiana! Che accade? Si sente male? - La « voce »... mi chiama! Oh, Dio! La faccia tacere! La faccia tacere! E' orribile quello che dice... Vladimir si protese verso di lei, che gli si avvin¬ghiò al collo, lo strinse tra le sue braccia. Le ampie maniche della vestaglia erano salite fin quasi alle ascelle, e le braccia nude erano delicate e forti al tempo stesso. Dalla sua pelle si sprigionava un delicato profumo di rose. A Vladimir cominciò a girare la testa... La vicinanza di quella fanciulla che chiedeva aiu¬to con la stessa intensa dedizione che se offrisse il suo amore, gli accendeva il sangue. Tentò di respingerla; ma lei gli si era avvinghiata addosso, eccitata e al tempo stesso spaurita. - Non mi lasciare, Vladimir! Non mi lasciare! - sussurrò Tatiana, passando al tu di colpo, come se improvvisamente si fosse accorta che quell'uomo era per lei più di un conoscente e persino ben più di un amico. - Tienimi qui con te! Guarda! Voglio essere bella, ma per te, non per il mostro che mi chia¬ma e vuol distruggermi. Tu non mi farai del male, non è vero? Così parlando si era staccata da lui, aveva slac¬ciato la cintura della vestaglia e ne aveva sfilato le maniche lasciandosela scivolare ai piedi. Sotto indossava soltanto un paio di minuscoli slip e un reggiseno di seta nera con guarnizioni scarlatte. Quelle macchie purpuree sulla stoffa nera erano eccitanti e lugubri al tempo stesso. Vladimir non riusciva a staccar gli occhi da quel corpo slanciato ma fornito di morbide curve come un meraviglioso fiore di carne. Tatiana sostò immobile, in quella posa che da Eva in poi è stata assunta da tutte le donne desiderose di sedurre il maschio e soggiogarlo: un piede un po' avanzato rispetto all'altro e il ginocchio corrispon¬dente leggermente flesso così da mettere in risalto i fianchi ben torniti e tutte le altre curve del corpo. ……… - Sei una strana ragazza, Oljana! - Non credo. In realtà sono una donna con tutti i sentimenti e i desideri delle donne normali. Tu mi piaci; e ho un desiderio bruciante di essere amata da te, per una volta almeno... Concedimelo! In questo villaggio nessuno oserebbe mai fare l'amore con una zingara che ha fama di fattucchiera. - Perché non te ne vai, Oljana? Perché non torni fra gli zingari? - Perché sono zingara, solo a metà. I miei de¬sideri sono semplici: una casa, un uomo, dei figli. Ma non posso avere tutto questo. Ecco perché desi-dero che tu mi insegni che cos'è l'amore. Vladimir la fissava intensamente come affascinato. - E credi che questo ti gioverebbe, Oljana? Io presto ripartirò e tu resterai sola col ricordo... Ti basterà? - Oh, sì. E dopo troverò forse il coraggio di an¬darmene da questo villaggio. Senza contate... che la mia vita non sarà lunga... io lo so. Sono indovina, io. Ho visto il mio destino. Ed esso ha un nome: morte! - Per l'amor di Dio, Oljana! Perché parli così? Mi fai quasi paura. - No, Vladimir, non aver paura di me. Guarda! Non sono bella? Ti piaccio? Parlava con voce bassa, concitata, drammatica. E intanto, si allontanò da lui, cominciò a sbottonarsi la camicetta ricamata. Dalla sua colorita festosità sboc¬ciarono i seni teneri, compatti e vellutati come frutti estivi. Vladimir allungò timidamente una mano sfioran¬do quei seni con una lenta carezza. Oljana sorrise; i suoi occhi sfavillavano. Sfilò la camicetta e la lasciò cadere sopra una cassapanca. Vladimir fissò con straordinaria commozione quel torso perfetto, statuario, le due coppe di carne super¬bamente modellate mentre le dita di lei ne sfiora¬vano dolcemente i capezzoli simili a due gemme. Poi, quelle stesse dita lentamente scesero a carezzare, con un movimento languido e provocante i fianchi rotondi ancora coperti dalla lunga gonna co-lar porpora; cercarono senza fretta, con felina ele¬ganza, i ganci che la stringevano attorno alla vita sottile di danzatrice. Due lembi di stoffa ricaddero all'esterno e scopri¬rono un triangolo di pelle nuda; poi tutto l'indu¬mento scivolò giù, sempre più giù; ed agli occhi di Vladimir si manifestò in tutto il suo giovanile fulgore la liscia nudità del ventre, la plastica e tornita eleganza delle gambe lunghe è armoniose. Oljana, immobile, si offerse alla muta contemplazione dell'uomo. Sorrideva; e tra le labbra leggermente dischiuse balenava il candore dei denti. Gli occhi erano due laghi notturni al chiar di luna. A un tratto le sue mani con le dita leggermente divaricate ripresero a sfiorare i fianchi giù fino alle cosce con una carezza che era un invito. E Vladimir, ammutolito dal desiderio, avvolto nella magia di quell'offerta semplice, ma imperiosa, si accostò alla donna, l'attrasse a se, la baciò sui denti che le labbra ridenti lasciavano scoperti, la spinse pian piano verso un letto alla turca che era in un angolo. Oljana rispose al bacio, ma non subito; lo fece soltanto quando sentì che lui vibrava come la corda tesa di un arco. Quella zingara ancor vergine era esperta nell'amore, resa tale da un lungo desiderio, da una solitudine riempita soltanto dai fantasmi dell'immagina¬zione. Nel suo sangue scorreva la sensualità di una razza nomade ubriaca di orgoglio, di violenza, di libertà. Si lasciò cadere sulla schiena attirando a sé l'uomo che ancora le succhiava con le labbra, la dolcezza del piacere. Fu per lui come il mare: un mare che ondeggiava e tumultuava, ora gelido e sferzante, ora caldo e illanguidito. E lui si tuffò in lei come una divinità marina che si abbandonasse ai flutti e si lasciasse disciogliere in essi. L'amore fu per essi luce e acqua, fuoco e gelo, vita e morte... ………… Vladimir e il maestro parlarono del più e del meno. Intanto il tramonto sfavillava tra i rami degli alberi; erano barbagli che facevano pensare a una pioggia di monete d'oro. Però tutto quell'oro divenne cupo e pesante, come la chioma di una invisibile divinità del cielo, si trasformò in un drammatico tumultuare di onde san¬guigne, che tacitamente incendiavano le nubi. Gli alberi più lontani annerirono, si appiattirono contro quel tripudio infocato simile a quinte di un immenso scenario. Quando il crepuscolo viola scurì la campagna, il maestro invitò Vladimir a seguirlo in casa. ………. Seduta in poltrona e fasciata da una vaporosa ve¬staglia di trina bianca, una fanciulla bionda contemplava il crepuscolo che languiva di là dalla finestra. Era bella e gentile. Il suo sguardo azzurro si posava sulle cose e sulle persone come una carezza. Un velo d'indicibile malinconia trasformava la sua faccia pal¬lida in una maschera dolorosa. ………. La ragazza saltò a terra e mentre saltava il mantello le si aprì un poco. Sotto era completamente nuda. - Vladimir - disse la ragazza, - la tradizione afferma che per trovare la tomba di un vampiro è necessario che una ragazza completamente nuda, in groppa ad un cavallo nero senza sella percorra la campagna. Ciò detto la zingara sfibbiò il mantello e lo lasciò cadere ai suoi piedi. Vanja si affrettò a togliere i finimenti al morello, che già cominciava a dar segni di nervosismo. - Ce la fai a cava1care la bestia a pelo? - domandò Vladimir stupito. - Sono zingara, io! Da bambina portavo i ca¬valli di mio padre all'abbeveratoio e li cavalcavo così. Si aggrappò alla criniera della bestia e, sdegnan¬do l'aiuto di Vladimir, saltò in groppa. Il cavallo caracollò. Oljana, con la voce e le carezze, riuscì a calmarlo. Poi lo incitò coi talloni. Morton Sidney LA CACCIA DEL DIAVOLO Quella stessa sera mi si presentò l’occasione favorevole. Mrs. Darth era uscita per far visita ad una amica, ed io ero rimasto solo accanto al caminetto nel grande salone dove si mangiava. Fuori pioveva, ed il vento soffiava forte, fondendo i suoi sibili col rumore del mare. Un rossastro lume di lucerna si proiettò nella stanza e girandomi bruscamente vidi Marijoice che avanzava verso il caminetto. –Salve, Marijoice – le dissi. La ragazza mi sorrise lievemente e sedette sulla panca di legno che correva accanto al caminetto, quasi ai piedi della poltrona dove ero seduto. – Vorrei parlarvi, Marijoice. – Lo sapevo – mormorò la ragazza, fissandomi coi suoi grandi occhi verdi, Chissà perché quella ragazza mi metteva stranamente a disagio: come se con i suoi occhi fosforescenti riuscisse a vedere al di là della mia fronte, nel groviglio di pensieri ed emozioni che mi agitavano, o scendere nel mio animo, alla ricerca delle più recondite intenzioni. Avevo la strana, assurda sensazione, che sapesse tutto di me e Shilli, del mio viaggio alla ricerca della ragazza; e forse anche qualcosa di più. La sua risposta, così calma e consapevole, perciò non mi sorprese. Mi chinai verso di lei, col viso illuminato dalle fiammate rossastre che si levavano dal ceppo messo a bruciare nel caminetto, e le presi una mano. Era una mano piccola, vagamente venata di azzurro, con dita delicate e nervose: una bellissima mano, ma stranamente fredda, come avevo notato la prima volta : – Cosa sapete, Marijoice? – Che volete parlarmi. Da quando siete arrivato qui mi guardate sempre come se foste per rivolgermi una domanda. Poi tacete. – Sapete anche su che cosa vi vorrei interrogare? – Sì. La sua risposta era calma, precisa, e gli occhi verdi erano sempre consapevolmente fissi su di me. Tossii, leggermente imbarazzato, e cercai di continuare con la massima calma: – Cioé? Perché non parlate allora senza che ve lo chieda? – Non ne vedo la ragione. Siete venuto qui, ed ora mi volete parlare. Io vi ascolto – c’era un barlume di sorriso sulle sue labbra sottili – e sono pronta a dirvi ciò che volete... Mi alzai di scatto e andai verso il caminetto, volgendole le spalle. Ero emozionato, senza sapere neppure io il perché: – Dov’è Shilli – le domandai con voce rauca. Marijoice si alzò a sua volta, mi venne accanto e mi poggiò le delicate mani sulle palle: – L’amate molto? – Questo non ha importanza. La devo ritrovare. E’ sparita... così. Improvvisamente. Sì, la amo – dissi quasi con riluttanza. – E lei? Era la ragazza adesso ad interrogarmi, e non mi aveva dato la risposta richiesta. Tuttavia risposi a mia volta: – Credo che Shilli mi ami. Almeno, l’ultima sera che ci siamo visti mi ha detto di amarmi... vi basta? – Shilli non è qui – disse Marijoice. Sembrava una risposta normale, quasi ovvia, eppure sentii come un peso massiccio gravarmi sul cuore. – Dov’è allora? E’ tornata in Irlanda. Ha raggiunto probabilmente la baia di Galway. Ma non è andata nella sua villa. E’ scomparsa. – Non è qui – ripeté la ragazza, guardando le lingue di fuoco che salivano con un lieve rumore, risucchiate dalla cappa del camino. – Marijoice, forse tutto ciò è assurdo, stupido da parte mia. Ma sono convinto che voi sappiate dov’è Shilli. Ed anche perché è tornata. Parlate, ve ne prego... Ma la ragazza si era bruscamente allontanata dal fuoco ed era entrata in una zona in ombra. Non potevo vedere il suo viso, solo a tratti le fiamme del camino rischiaravano la sua snella figura, ritta a pochi passi da me, e il luccicare degli occhi verdi: – Sì, Shilli è tornata – mormorò, con voce quasi indistinguibile, che si fondeva col sibilare del vento fuori la casa – non poteva non tornare. Tutte, torniamo... – Perché? Cosa mi nascondete? Marijoice... – mi avvicinai nell’oscurità, ma dovetti arrestarmi di colpo. La porta di casa aveva cigolato, e dall’ingresso veniva la voce chiocciolante di mrs. Darth. La maledissi in cuor mio, e mi scostai da Marijoice. Fu la ragazza a venirmi vicino, e sussurrarmi, in un soffio: – Andate via. Andate via, non cercate più Shilli. Forse lei tornerà da voi. Non cercatela più. Prima ancora che potessi comprendere il senso delle sue parole si era allontanata ed ora era al centro della stanza, accanto alla madre, bagnata ed affaccendata, che parlava a voce alta dei malanni della sua amica. ……….. Non sapevo bene cosa dovevo fare, e sedetti accanto al Cavaliere Nero, guardandomi smarrito attorno. Il Cavaliere, era più alto di tutta la testa di me, si curvò lievemente per parlarmi. Potetti vedere il nero lampo luccicante dei suoi occhi: – Vi è piaciuta la vostra caccia? Assentii stupidamente. Ma in un lampo mi ripresi: – Non comprendo, signore, cosa significa tutto ciò. Dove mi trovo, perché quella fanciulla che... – Non è un luogo dove possiate fare troppe domande – sogghignò sinistramente il cavaliere. – Ma chi siete? E perché... – Non esistono perché, nel mio castello – rispose. Aveva sempre una voce bassa, quasi mormorante, ma che a volte saliva in toni acutissimi, che facevano rabbrividire. I servi si affaccendavano attorno al gigantesco arrosto, il cui odore pian piano invadeva il salone. Notai, lanciando un’occhiata sotto il tavolo, che le tre fanciulle prigioniere si agitavano irrequiete, come cani che vedevano un osso. Davano un singolare senso di animalità, quasi repulsivo. – Cosa avete fatto a queste povere creature? – chiesi in un intervallo di lucidità. Il Cavaliere Nero sorrise e mi versò da bere. Alzai il calice con mano tremante. – Le ho restituite alla loro essenza. – La loro vera essenza? Sono degli esseri umani e le vedo trasformate in... – In animali? Le vedete trasformate in sè stesse, prive della esteriore cornice del linguaggio, dei pudori, delle mode. Sono la mia riserva di caccia – rise sinistramente mentre i servi avanzavano verso il tavolo, portando Il cinghiale fatto finalmente a pezzi e distribuito su larghi taglieri di legno. – Guardate – disse il Cavaliere, afferrando con le mani inguantate un grosso pezzo di lardo e lanciandolo sotto il tavolo. Mi curvai per seguire la scena, col cuore stretto. Le tre fanciulle si erano improvvisamente divincolate. Poi si lanciarono sul cibo, strappandoselo di mano e di bocca, con ringhii feroci come dei cani affamati. II lardo sparì nel giro di qualche secondo, e le tre prede si ritirarono di nuovo in un mucchio informe, nel punto più oscuro del pavimento. – Avete visto? Le muove la paura, la fame... la voluttà. Sono creature dei primordi. Staccatele dal loro ambiente, levate loro la parola e i ricordi, e ridiventano quelle che furono le loro antiche genitrici... – rise ancora, sinistramente. – E noi? Non succederebbe la stessa cosa anche a degli uomini? – domandai, per uno strano spirito polemico che mi sentivo insorgere dentro. Il Cavaliere Nero si girò a guardarmi con una occhiata impenetrabile: – Degli uomini, sì – e con questa frase pose termine al discorso. …… Morton Sidney L’UOMO CHE NON POTEVA MORIRE I passi risuonarono ancora, proprio dietro la porta della sala dei banchetti, poi si allontanarono. – Beneath! – chiamò John. Nessuno rispose, i passi continuarono ad allontanarsi. John si avviò verso la porta e tornò a chiamare: – Beneath! Siete voi? Chi è? Aprì la porta e si trovò nel corridoio buio che divideva la sala dei banchetti da quella delle armi. Non si vedeva nulla, e John tornò a chiamare, fermo sulla soglia: – Beneath! Perché diavolo non rispondete? – Non sono Beneath – fece una morbida voce femminile, dal fondo del corridoio. John cercò di guardare in quella direzione, ma era troppo buio: – Sei tu, Dolly? Che diavolo fai? Come ci vedi con questo buio? Una breve pausa. Poi la voce femminile disse: – Non sono Dolly. Tu, chi sei? John avanzò nel corridoio ed accese l’accendisigari, proiettando davanti a se un piccolo alone di luce: – Non fare la stupida, Dolly, ti ho riconosciuta benissimo. Se credi di farmi paura... Ti sei rimessa il vestito da principessa, eh? Una risata argentina venne dal fondo del corridoio, ed una dolce figura femminile, avvolta in un abito bianco, si fece avanti verso il giovanotto: – Ci tieni tanto alla tua Dolly, da scambiarla con altre signore? Giunta a pochi passi si fermò, e anche John rimase immobile, sbarrando gli occhi nella penombra: – Ma... non siete Dolly... – fece un passo indietro, spaventato. La giovane donna che era davanti a lui, per quanto poteva vedere alla tremula luce dell’accendisigari, era ben diversa dalla prosperosa Dolly: era una snella, elegante figura femminile, dal viso dolcissimo, con grandi occhi neri che splendevano nella oscurità del corridoio di un sorriso malizioso: – Te l’ho detto... invece tu sei John Rees... hai ventiquattro anni, sei nato a Londra, e studi scienze economiche... O meglio, non studi affatto. E’ così? – Chi... chi siete, signora? – ripeté John continuando ad arretrare. La ragazza rise ancora, e la sua risata fu più rassicurante di una dichiarazione: – Non aver paura, John Rees. Presto saprai chi sono, e allora rideremo insieme... Per ora non posso parlare. Ero venuta per fare uno scherzo ai tuoi amici... ma tu ti sei svegliato. – Come... come sapete tante cose di me? – Non posso dirti nulla, per ora. Ma sai che sei un bel ragazzo? Accendi questo candeliere, così non posso vederti bene – disse la fanciulla, tendendogli un candeliere d’argento a tre bracci. John si affrettò ad eseguire l’ordine, e poi scrutò con attenzione la giovane donna che lo fissava sorridendo: – Accidenti... siete proprio un bel pezzo di figliola, non c’è che dire... Allora volevate fare uno scherzo ai miei amici? Conoscete anche loro? – Anche meglio di te... ma ormai hai rovinato tutto, John Rees. Il giovanotto si avvicinò meglio. Il whisky che aveva tracannato nel corso della serata gli faceva ribollire il sangue. E quella giovane donna era qualcosa di meravigliosamente appetibile. Quando le fu a tiro, poggiò il lampadario su una consolle e tentò di abbracciarla. Ma con una risatina la ragazza si tirò indietro: – Troppo intraprendente, John... acchiappami, se ti riesce – gridò. Volse le spalle e scappò via, apparentemente senza temere il buio nel quale si buttava. John riafferrò il candeliere e la inseguì. Una prima volta riuscì a bloccarla ai piedi delle scale che conducevano all’ala sud del castello. La ragazza si addossò al muro, ansimante e rise ancora: – Un bacio... solo un bacio – supplicò John – sei venuta tu a svegliarmi, ed ora ho diritto ad una riparazione... – Chiedi troppo, John Rees – rise la ragazza, e con uno scatto fulmineo riuscì a divincolarsi dalle braccia del giovane ed a lanciarsi per le scale. Vinto da un desiderio che prendeva ormai proporzioni indomabili, quasi contro la sua volontà John le si lanciò dietro. Le porte si aprivano al lieve tocco della ragazza, e John proiettava negli angoli la luce tremolante del candelabro per scoprirla: ogni tanto una risatina gli faceva da guida. Finalmente riuscì a raggiungerla in un lungo e ampio corridoio. La ragazza si addossò ansimando ad una grossa porta: – Basta... sono stanca – disse. John le andò accanto, poggiò in terra il candelabro e la strinse tra le braccia. La misteriosa fanciulla rispose con ardore al suo bacio. La porta alle loro spalle si aprì, ed insieme entrarono in una piccola camera dominata da un enorme letto sormontato da un baldacchino di velluto nero. – Lasciami – pregò la ragazza. Ma John la strinse con forza, ed insieme caddero sul letto, mentre il candelabro ruzzolava per terra spegnendo le candele. ……….. John si agitò, con un vago senso di fastidio, senza aprire gli occhi. Sensazioni vaghissime, brandelli di ricordi gli affioravano alla coscienza, spogliandolo a poco a poco del sonno vischioso che lo teneva imprigionato. Ricordava la piccola camera dominata dal grande letto a baldacchino e dalla specchiera dorata, alta una parete, di fronte al letto; il candeliere ruzzolato in terra, e l’odore acre di cera. I movimenti della fanciulla, tra le sue braccia, e il tono sottile, velato, col quale gli aveva chiesto di riaccendere. Aveva trovato a tentoni il candelabro, e la fiammella della candela riaccesa aveva proiettato sulle pareti e sullo specchio ombre lunghe e misteriose, poi il movimento composto, quasi verginale, col quale la fanciulla deponeva gli abiti. Ad uno ad uno, sotto gli occhi ammirati dello studente, le vesti della splendida intrusa erano cadute sul ricco tappeto polveroso che ricopriva il pavimento, senza che John osasse fare più un movimento per toccarla, preso da una singolare sensazione di rispetto, del tutto nuova in lui. Era come assistere ad una cerimonia, carica di significato. La fanciulla era emersa dai suoi abiti, nuda come la luna, si era curvata su di lui, e gli aveva dato un bacio, togliendogli di mano il candelabro. Le sue labbra erano fredde e morbide, insieme. Poi, senza che John alzasse neppure una mano, tanto era preso dallo strano incanto di quella scena, si era avvicinata con la candela in mano allo specchio. Aveva deposto il candelabro in terra, in modo che la luce la rivestisse come un abito etereo, e le sue piccole diafane mani erano passate sul suo corpo. Le labbra della ragazza si muovevano senza suono, ed i suoi profondi occhi neri – John poteva distinguerla distintamente dall’angolo dove era accucciato – luccicavano nello specchio. Aveva un corpo stupendo, da statua: non alta, bianchissima, dalle membra perfettamente proporzionate, di uno splendore alabastrino. Con disprezzo, nel sonno, John pensò alla prosperosa Dolly, e fece una smorfia. E poi la fanciulla si era voltata, dopo essersi accarezzata più volte il corpo, e gli era venuta accanto, a piccoli passi silenziosi. Non sembrava che il pudore la turbasse, ad avanzare così nuda nella luce tremolante della candela. – Eccomi – aveva detto con un tono così basso da sembrare quasi un sussurro. John l’aveva cinta con le braccia, ed era sprofondato di nuovo con lei sul grande letto; e le nere coltri del baldacchino erano scese da sole – da sole! – attorno a loro, chiudendoli in un oscuro tepore d’alcova. ……… Morton Sidney LA PRIGIONIERA DI ROCCIA La discesa si rivelò, alla luce del sole, assai più facile che la salita. Ma giunti ai piedi di Mont Hill sia Doris che Douglas si resero conto che era impossibile fare entrare in paese la maestrina così come era ridotta. Dai pochi stracci che era riuscita ad acconciarsi addosso, sbucavano mentre camminava le tornite gambe, o i seni aguzzi della ragazza; e il tentativo di coprire una parte della sua nudità finiva per avere effetti disastrosi sul resto. – Non posso tornare così – mormorò sconsolatamente Doris, sedendosi su un grosso sasso e guardando con preoccupazione attorno a sé. – Bisogna procurarti assolutamente un abito. Te la senti di aspettarmi qui, finché vado... – No! – gridò spaventata Doris. Poi si ricompose: – Scusami, Douglas. Ho paura a rimanere qui sola, e... in questo stato. Ho l’impressione che su Mont Hill ci siano occhi che mi spiano. Una sensazione assurda, lo so. Ma mi sento addosso, sulle spalle, sulla schiena, sui seni, come il contatto di occhi misteriosi... perdonami, deve essere la stanchezza di questa nottata, e la scossa nervosa... Non sapeva, Doris, allora, quanto era vicina alla verità. Douglas alzò le spalle: – Queste sono sciocchezze. Ma in effetti può passare qualcuno, e sarebbe assai imbarazzante farsi trovare sola e in questo stato. Ma che altro... Doug Steiner LA FEMMINA DELL’HOMUNCOLUS Ora, l'atteggiamento della Sally parve a Victor assai strano, ma non volle perdere tempo e ricercare le cause. Del resto, oltre al fatto che suo compito era quello di cercare e scovare Otranto, non spettava a lui sindacare l'operato della ragazza. - Beh insomma! - esclamò - Devo assolutamente pescare questo benedett'uomo, Sally. E' questione di... è questione di vita o di morte. La ragazza ebbe un brusco sobbalzo: - Cosa dite! - esclamò mettendosi una mano sulla bocca. Un angolo dell'accappatoio le scivolò dalle spalle mettendole a nudo. Nella semioscurità Victor vide balenare tratti di epidermide percepì il buon odore di donna pulita, giovane, non ancora guastata dai cosmetici. Victor inghiottì non sapendo trat¬tenere il braccio che guidava la mano a ritrovare la punta dell'accappatoio per aiutare la donna a coprirsi di nuovo. La mano incontrò qualcosa che non era stoffa, forse, e brancicò un poco mentre Sally si schermiva: - Oh, grazie. Ec... co. Faccio da m... Uh, trovato, ecco, fac...ciò da me, lllà! E, di nuovo coperta, si trasse indietro. Egli disse con voce rauca: - Vole... volevo aiutar… vi. – Un istante, poi la forte emozione fu vinta ed egli disse: - Beh, insomma, pensate che possa tornare presto? - ¬La ragazza fece un gesto vago, poi - e la cosa era veramen¬te strana - parve accorgersi, soltanto allora, di essere in quello stato davanti a un conoscente e dicendo: - Non so, proprio non lo so… Aspettate, vado a vestirmi - corse via lasciando Victor di stucco. - Ma che diavolo ha Sally? ¬- egli si domandò. Non gli sembrava normale. ………… - Va bene - disse Victor, leggermente impressionato. Per il momento depose l'involto sul marmo del lavandino. E guardò, per la prima volta da quando lei era apparsa, quella strana creatura. Guardò la sua nudità ( perché nuda ella era, completamente ) a cui la guaina spessa ma tra¬sparente, anzi opacizzata dallo stesso spessore del tessuto, dava peccaminosi e nuovi motivi di fascino. Era una splen¬dida donna. Più alta di sua sorella Hirina. Anche più piena, florida. Dolci erano le forme opulente dei fianchi, piene e lunghe le gambe diritte, e il seno era come un'insegna della sua gioventù. Victor dimenticò quel volto. Le sue mani avevano un leggero tremito nell'avvicinarsi al corpo di lei. Erano ambedue in piedi, e la strana creatura teneva il viso voltato quasi all'indietro, così da coprire coi capelli lunghi e folti la parte di viso che rimaneva forzata¬mente visibile a lui. L'attrazione amorosa è una cosa potentissima e irresistibile, e quando dà l'assalto a un essere umano lo fa a bran¬delli. Altro che amnesia. Victor abbracciò quello stupendo esemplare di femmina, ed accostò la bocca ai capelli... Lei gli volse le spalle e con un urlo si svincolò. Fuggì via con singhiozzi violenti. - Per pietà, non toccate la mia testa - egli sentì mentre la bella visione svaniva dietro la porta che immetteva all'altra stanza. E tutti i suoi ardori si gelarono in un attimo, nel ricordo di quel cilindro di carne, di quei tagli da cui uscivano parole di rauco dolore, di rauca sensualità. ………. - Sei decisa a coadiuvarmi, Hirina? - domandò sottovoce ¬JaI. La ragazza non rispose. A cosa poteva servirle dire di sì o di no? Stringendo i denti di rabbia Jal allungò la mano libera verso la spalla di lei. Con tre dita strinse il bordo del vestito leggero e lentamente tirò, strappando fino alla cintola. Apparve la bianca sottoveste di seta finissima. Sotto di essa un piccolo rombo nero del reggiseno. Sempre più febbril¬mente Jal strappò via da dosso gli indumenti, passando an¬che all'altra parte e violentemente strappando via tutto. Hirina apparve nuda, alla luce tenue e tremante della candela. Non aveva nemmeno la forza di muoversi per un tenta¬tivo di coprirsi. Il suo petto si alzò e si abbassò per un lungo sospiro; i suoi occhi rimasero chiusi. Era soltanto l'ombra di ciò che era stata un tempo. Ma¬gra, affilata, diafana e bianca. Una creatura fragile, prossima alla fine, e così delicata da smuovere a pietà perfino Satana. Ma quel che si sparse con violenza nel corpo di Jal e in quello di Otranto non fu un senso di pietà, ma sangue infuocato che pulsava con folle urgenza e li gonfiava di lussu¬rioso sadismo. Homunculus non aveva mai visto uno di quegli esseri così grandi ma simili a lui, completamente privo di indumenti. Quella poi era una donna, era colei che egli voleva. Vampate di commozione sensuale accesero ogni sua fi¬bra. Boccheggiava sbavando schiuma bianca dalla boccuccia distorta. Il suo braccio serpentino si protese in alto, fuori dell'acqua. Sconce e soffocate esclamazioni gli uscivano dalle labbra tagliate di sguincio, mille venette gli si vedevano in trasparenza, gonfie di sangue. ………. Doug Steiner CERVELLO CHE CAMMINA Lana gli spalancò in faccia due occhi da spiritata. Poi fece per slanciarsi verso il viale. Ma le gambe non ressero, e tutto davanti a lei divenne confuso in un attimo, e cadde lunga distesa al suolo. Tim si inchinò a guardarla. Le gonne erano salite fin sul ventre e lui osservò la sua carne bianca e le linee ardue del ginocchio, la gamba destra dolcemen¬te piegata e tutta illuminata dalla lampada che ne accentuava l'opulenza snella fino all'esile caviglia, creando dall'altro lato una deliziosa penombra che si rompeva con il biancore dell'altra gamba sotto la gonna giacente su un lato. Era la prima volta che la vedeva. Era la prima volta che Tim vedeva una giovane donna così nuda e senza vita, indifesa. Ogni ganglio nervoso nel corpo di Tim fremette. E il cervello ospite del suo capo, collegato a ogni terminazione, ricevette quegli impulsi restandone per un momento come fulminato. Era una delle emozioni più intense che aveva provato mai. Terribilmente bella emozione. Come meccanicamente, Tim prese in braccio Lana, e si avviò verso la vetrata. ……… Dough Steiner L’AMANTE DEL LOCULO TRE — Almot, amor mio...! Nel suo involucro invisibile Almot Regan sussultò, colpito immediatamente da una scarica dolcissima di energia che proveniva da una parte. Quel qualcosa che sentiva dentro il petto gli dette due o tre profondi tuffi quando, voltandosi verso la direzione della voce, vide la meravigliosa femmina dell’al di là. Mille rapidi pensieri furono in lui, assieme a profonde sensazioni. — Chi sei? — chiese tremando. Leggera la fanciulla gli si avvicinò. Era tutta avvolta in una calzamaglia nera di un tessuto cangiante e sconosciuto, che rendeva ancor più belle le sue forme scultoree. Aveva due occhi verdi, e meglio ancora, due magnifici gioielli dai riflessi verdi negli occhi. Bagliori che sembravano frecce e fulmini scaturivano dalle sue pupille e tuttavia lo sguardo di lei era tenero, invogliante, conteneva le promesse d’una gioia senza pari. Tutto di Almot, del suo nuovo stadio di esistenza, palpitò con un’intensità incontenibile. Voluttuosamente, la visione si accostò a lui. — Hai dimenticato? — disse. Ah, che emozionante ondata di sensualità da quella donna! Almot barcollò, e tuttavia frugando nella sua memoria non vi trovò niente che dovesse ricordare. — Che cosa devo aver dimenticato? — chiese. La donna rovesciò il collo bianco e invitante, in una risata. La bocca di Almot era arida. — Nulla. — ella sussurrò, parlandogli vicinissimo alla bocca. Era alta meno di lui, ma col viso sollevato le loro bocche quasi si toccavano senza che egli si chinasse. Dalle labbra di lei salì al viso e alle labbra di Almot l’ardente bruciore di un’attesa che fece barcollare l’uomo. Le sue braccia si strinsero a un tratto sul corpo della donna e l’attrassero a sé. Le loro bocche si unirono in un bacio delirante. Quando alfine le loro bocche si disgiunsero, erano ambedue smorti in viso, come smarriti di fronte al grande mistero dell’amore. Per un tempo che apparve loro breve, ma che doveva essere lunghissimo, essi restarono assorti in contemplazione l’uno dell’altra. Per Almot al sentimento dell’irrompente passione per quella donna che non aveva mai veduto prima d’allora, ma di cui conservava nell’intimo una specie di immagine, come di quella di una donna sognata a lungo, si univa il sentimento ancora molto potente della propria paura dell’ignoto. Egli non ricordava bene chi fosse, o chi fosse stata in un passato che gli sembrava, nella sua oscurità, abbastanza concreto da ricordarne le tappe fondamentali e senz’altro vicine. La donna misteriosa sorrideva. Ella comprendeva perfettamente le perplessità del suo compagno, e intuiva che nella sua non morta coscienza si stava sviluppando una battaglia tra le forze della «vita» e quelle della «morte», tra le forze che lo tenevano avvinto a una vita reale, concreta, sofferta e ancora in pieno rigoglio, e le forze di quel particolare stato in cui, dopo l’incompleta morte fisica, egli veniva a trovarsi. Prima che fosse lui, mano a mano che gli si venivano a perfezionare nella mente attuale i ricordi «pericolosi» dell’altra vita, ritenne necessario fornirgli ogni spiegazione e dargli la lieta novella delle immense e portentose qualità del nuovo stato. — Almot, — cominciò, scostandosi leggermente da lui e rompendo la sua contemplazione, — devo darti il benvenuto nel mio mondo... E spiegarti chi eri, chi sei attualmente e quel che potrai diventare. — Ti ascolto — — Fino a un certo periodo di tempo sei stato il professor Almot Regan, e vivevi la vita che milioni di esseri umani vivono, nelle stesse forme che abbiamo io e te adesso, ma profondamente diversi da noi... — Ricordo vagamente cara. — Fece Almot — Non avverto di essere diverso da quel che mi sembra di essere stato in quella che come dici tu era un’altra vita... — Eppure SEI diverso, Almot. Guarda! La donna si fece indietro, con atteggiamento melodrammatico, di due passi. Con un deciso gesto, afferrando un bordo invisibile quasi del suo costume nero aderente, tirò questo, per metà, lontano dal suo seno. Poi scostò anche l’altro lembo. Apparve ad Almot, che la guardava abbacinato, sentendo girare la testa per il desiderio che quella visione suscitava in lui, nuda dalla cintola in su, nuda, bianca, bellissima, i seni aggressivi. Ma tutto quello splendore di carnagione non era che una maschera dietro la quale si celava qualcosa di infernale...! ………. Paul Carter LE BELLE E I MOSTRI Barbara, sempre seduta al suo posto, silenziosa, fissava il giovane; il giovane bianco nudo. Strano; lo pensava e non se ne convinceva. Maschi indigeni vestiti di niente ne aveva visti tanti e tanti; e anche se, qualche volta, essi rappresentavano notevoli esempi virili, le loro nudità non l’avevano interessata, affatto: ora, invece... Invece quel primo uomo bianco nudo, pur nel suo immobile abbandono, nella soffice rilassatezza delle carni, nell’armonica anatomia delle membra, la stupiva e la irritava stranamente; già, proprio così: stranamente. Sentiva serpeggiarle nell’animo lo stimolo di una rivolta, della quale non riusciva a chiarire le origini, ma che lievitava nelle profondità della sua sensualità allarmata. Quel giovane maschio nudo e indifeso, della sua stessa razza, le provocava un sentimento di lotta, un’ingiuria alla sua volontà di potenza... Strano… …………. Sperare... Sperare... Sperare... Non camminava più, adesso. Tastava il granito tagliente e traditore con i piedi legnosi, come un cieco ubriaco... Sentiva le giunture delle gambe scricchiolargli e venirgli meno... Sentiva i crampi avvelenargli le dita delle mani, i gomiti, le reni... E chiuse gli occhi... Li chiuse. A cosa gli sarebbero serviti, nel buio compatto e maligno? Sì; chiusi! Serrati! Così!... Di colpo, qualcosa gli trafisse lo schermo delle palpebre ormai pesanti e pigre. Le socchiuse e guardò... E il terrore, il livido terrore gli frugò le viscere con le sue villose zampe di ragno... E il cuore parve cessare di battergli... E la gelida brina di un sudore di morte si rapprese sulle sue membra irrigidite... Aveva visto... Improvvisamente, aveva visto! Di fronte a lui, alla base della parete, una larga macchia di colore luminoso, come annidata in una caverna: una liquida macchia trasparente, uno specchio sinistramente verdastro popolato di immagini orrende. Nel profondo di quella spaventevole conca dai colori della putredine, giacevano forme umane come pietrificate, coperte di muschi abissali sui quali pullulavano repellenti abitatori dei baratri marini. E, lievemente mossi dalle correnti sotterranee, bianchi scheletri coperti da glutinose floriture di molluschi, raccapriccianti carcami dai teschi svuotati nelle cui orbite scivolavano agghiaccianti le piovre, agitavano verso di lui le braccia nella macabra dolcezza di un mostruoso richiamo... E il richiamo venne... Dapprima un tenue mormorio come il sommesso tono d’una nenia; poi più chiaro, più perentorio: una melopéa d’amore tenuta su di una nota lunga, monocorde accorata... E, quando, fra uno sfarfallio di spume, oltre gli scogli, all’allucinante riflesso della conca orrenda, Jack vide emergere, assurdo e invitante, un dolce, fascinoso, roseo seno di donna, urlò. Urlò. Folle. Invasato. E urlando si avventò forsennatamente nel buio della insenatura, in un’ultima, demente ricerca di salvezza, mentre la canzone risuonava sotto le volte immense delle caverne con sconsolata malinconia. …………. Barbara, scambiata qualche frase di cortesia con Hirtzel, si voltò per chiedere allo zio quali erano le condizioni in cui versava il giovane naufrago; fu allora che i suoi occhi incontrarono quelli di Hervé, che le era accanto. E l’acciaio di quelle pupille, confitte nelle sue, la fecero fremere. Occhi freddi, decisi, imperativi. Occhi «che violentavano». Nessuno l’aveva mai fissata così; anche i maschi che l’avevano desiderata. Nessuno le aveva detto con brutale chiarezza, in quel modo, quanto il possesso di lei fosse bramato. ………… In principio la tensione del gioco d’amore, le furtive concessioni, le stuzzicanti piccole sopraffazioni l’avevano divertita, interessata, incuriosita. Poi, smorzatesi le parole melate, le carezze trepide, allorché si era sentita frugare, brancicare da dita febbrili che corrompevano e lordavano nel loro intimo i segreti del suo corpo anelante ma timoroso, si era sottratta all’abbraccio bestiale fuggendo discinta, furiosa e impiastricciata di umida sabbia. Dopo, svaporata l’ira, non aveva potuto, però, cancellare la dolorosa sensazione dei propri istinti fondamentalmente insoddisfatti perché frustrati da una repulsione della quale il pudore, lo sentiva, non ne era affatto l’origine. Sana, vivace, sveglia, Barbara percepiva tutta l’armonia dei suoi pensieri urgerle nelle vene con l’eterna veemenza dell’amore; ma qualcosa ignota strozzava i suoi desideri rendendola tormentata, impaziente, ostile al proprio e l’altro sesso. ………. Tanto più che essa gli aveva detto, chiaro e tondo, di volergli bene. Così alla buona, come due innamoratini di primo pelo, frettolosamente anche, si erano scambiati parole il cui senso, vecchio di milioni di anni, sarà sempre il più fresco di tutti. ……….. Le sue esperienze di donna, non eccessivamente profonde, del resto, le avevano sempre lasciate intatte, o quasi, la sua personalità, e, soprattutto la sua volontà di potenza. Aveva, sì, ceduto all’uomo, ma con un delizioso autocontrollo che le conservava l’intima gioia, nel dominarsi, di essere lei a dominare il compagno. Ora, invece, il brusco assalto, il muto, impetuoso travolgere dei sensi, la piegavano verso un abbandono ed una sottomissione alla quale non voleva cedere. Per la prima volta ella sentiva di non poter fronteggiare lo scoppio di una violenza primitiva; una violenza che non era la grottesca caricatura del desiderio, come di solito avveniva, ma qualcosa di immenso, di veemente che la lasciava interdetta e stupita. Tentò di resistere, di opporsi, di divincolarsi; ma non di gridare: no. Nel suo inconscio la prossima disfatta cominciava a manifestarsi in un cedimento della volontà, di ribellarsi. Lottava, si difendeva ma, al tempo stesso, attendeva... Lui non parlava; agiva. Irruente, deciso, agiva. La sua bocca deponeva rapidi, scottanti baci sul volto, sui lobi delle orecchie, sulla nuca, sugli occhi di Jocelyne; e ritornava a prenderle le labbra con un’arsura disperata, infiammandole il sangue, annullandole la resistenza, che ancora si agitava debolmente in lei, piegandola ad essere partecipe al fuoco del suo stesso sentimento. Si sentì sollevata come una piuma, adagiata sul letto... oramai contrastava i gesti dell’uomo con sempre minor vigoria... la sua testardaggine interiore scivolava dal «non voglio» nel «non vorrei»… aveva atteso lui vestita, ora sentiva i suoi indumenti abbandonarla, strappati via, senza che scattasse in lei la molla della ribellione... si sentiva come «sbucciata», nuda nel buio infernale della stanza, e sotto le sue palpebre disperatamente serrate in un’ultima difesa del pudore, ruotavano faville variopinte... Era sua… sua… sua... Gilbert… si abbandonò all’inevitabile. ……….. Paul Carter SATANA E’ DONNA — Ho l’onore di parlare al signor Gordon Mc Glean, senza dubbio. Io mi chiamo Jane Gregson, e sono la Maestra di Casa, signore. Poco oltre i trent’anni, bruna, un volto affilato, segnato da labbra sottili e piene di sensualità repressa; ed a corona di un naso aristocraticamente aquilino, due stupende perle nere; due occhi da dannarcisi a razzo. “Vecchio filibustiere di uno zio! Guarda qui che faraona appetitosa si serbava per i riposi di castellano! E quell’acido di Sommer che non me ne ha fatto cenno, l’invidioso! Sta a vedere che otto giorni saranno pochi per conoscere a fondo tutte le proprietà? Comincio a crederlo… Si inchinò correttamente all’inchino di lei (che clima da «Rebecca, la prima moglie»!) e non perdette l’occasione per notarne l’elegante personale, non avaro di doverose e ben distribuite curve, al quale l’austero abito verde scuro, (eccessivamente accollato, però, via, siamo logici… in pieno 1957!) donava una severa distinzione. — Vi attendevamo, signore, e perciò mi sono permessa di farvi preparare la cena. Non conoscendo i vostri gusti ho dovuto attenermi a qualcosa di generico; ma non sarà così per l’avvenire. Vogliate seguirmi, intanto: vi mostrerò il castello. Si esprimeva con grazia; con tanta grazia che Gordon fu lì lì per chiederle di mostrargli qualcosa di più personale, qualcosa che la severità dell’abito denunciava sfacciatamente, anziché il castello: ma sentì che sarebbe stato perlomeno frettoloso, e tacque annuendo affabilmente. Intanto, notava che dappertutto c’era un eccellente illuminazione elettrica; il segreto timore di una fioritura di lumi a petrolio scomparve in lui. Quando si fermarono, al termine di una notevole passeggiata attraverso sale, corridoi, vestiboli, anticamere e gallerie, nella camera da letto, il giovane erede era entrato nell’assoluta convinzione che ci sarebbe voluto almeno un mese per conoscere a fondo More Castle e i suoi annessi, compresi quelli di sesso femminile. Perché fra il personale che aveva trovato schierato in sala pranzo, c’era un’altra figliola niente affatto trascurabile: una rossina dal musetto coperto di efelidi, molto carina, e che rispondeva al nome di Catherine. Restava solo da vedere se era disposta a rispondere al momento opportuno; Gordon si riservò di accertarsene con tatto. ………… Si fermò dinnanzi alla finestra, molto più alta che larga, ogivale, dalle imposte massicce con artistiche rifiniture in ferro battuto. Ne spalancò una. Si vide riflesso nel buio della notte: una sagoma indecisa, liquida, sbavata dalla pioggia sul vetro... Poi... Poi, alle sue spalle, chiara, netta, definita in un baluginante alone lattiginoso nel quale si fondeva la luce della lampada presso il letto, una donna. Una bionda, giovane donna, vestita solo delle proprie chiome dorate; a cavallo. Che fosse giovane era evidente dalla sodezza delle forme, dalla slanciata vigoria delle membra, ma non si poteva averne la certezza... no!... no!! Perché sotto la fluida onda luminosa dei capelli, orrendo e ripugnante, non c’era che un teschio! Uno svuotato, livido ghigno che agghiacciava! …………. Con 1’avanzarsi del pomeriggio il cielo pareva assumere una strana colorazione, un’opacità grigiastra e lattiginosa, come sgombro di nuvole tanto esse erano compatte e monocolori: il mare non era che uno sconfinato prato cupamente immobile. — Neve. Avremo neve, signore. — pronosticò il vecchio, che aveva seguito il suo sguardo. — E piuttosto rapidamente. Vi consiglio di mettere il timone verso More Castle appena dopo aver saggiato l’haggis… se lo stare all’umido vi disturba. — No, non mi disturba, capitano. Anche a Londra il cattivo tempo è di casa... — Londra? La conosco anche troppo bene! Gli inglesi? Puah? Non vi offendete, signore, ma il clima, il Commonwealth e il roast‐beaf hanno creato l’inglese qual’è; un tipo del quale, ad un certo punto, se ne ha abbastanza. — E’ un vecchio terribile... — disse, a mò di scusa, Moira, mentre gli serviva la pietanza: Gordon, pensando che, in fondo, il capitano aveva ragione, la attaccò con decisione. Fu ancora la rugginosa carrucola che Kenwool nascondeva in gola a farsi udire. — Dite un pò, credete nei fantasmi, voi? Il boccone rimase per un attimo nella strozza del giovanotto, creandogli un principio di soffocamento; una sorsata di birra ristabilì la circolazione. — Scusate, capitano, perché una domanda simile? — Perché abitate a More Castle: e chi risiede là non può non chiedersi cose come questa. Ci credete o no? — Beh... dipende... Comunque suppongo che crederci o meno dipenda dall’aver, come dire? toccato con mano, visto, constatato fenomeni del genere; e io... — Voi? Ditemi un po’, quale camera occupate nel castello? Il vecchio, era evidente, aveva deciso di mandargli per traverso l’haggis. — La camera che mi spetta, capitano; quella esposta a nord… — Benone! Quella del vecchio Douglas, che le streghe del Kirkwall gli ballino attorno una bella “giga”! Allora, non è il caso di far lo gnorri. Siete un Mc Glean ed abitate QUELLA camera. La AVETE VISTA: certamente. Gordon abbandonò definitivamente il piatto e squadrò il vecchio con fare battagliero. — Ebbene, sì; l’ho vista. E con ciò? Con ciò, caro signore, non è il caso di inalberarsi. Anzi, dovreste ringraziare Iddio che vi è andata bene! — Come mi è andata bene? La sbornia che mi ero preso, e la cattiva digestione? Perché è bene che sappiate, capitano Kenwool, che a tutte le chiacchiere del genere io ci credo poco e punto! E quello che ho visto, cioè che ho creduto di vedere, non mi ha fatto nessun effetto... — Avete vista LEI? Diana Mc Glean? A cavallo e vestita di... di niente? — Esattamente. — Ma prima di vederla, prima che vi apparisse, qualcuno vi aveva parlato di lei? Gordon restò di sasso; infatti, nessuno gli aveva neppur lontanamente accennato alla terribile apparizione. Il suo ardore, assorbita l’inattesa doccia, si ammansì; convenne: — No. Nessuno me ne aveva parlato. Ma sta di fatto... — Sta di fatto che voi non ci credete perché la cultura, la religione e trallalì e trallalà... Fandonie, in questo campo, amico: fandonie! Lasciatevi servire da un vecchio che ha imparato il fatto proprio sotto tutte le latitudini! ESSI esistono! Sono sempre esistiti: qui in Scozia, come dappertutto! Seppellire un corpo, se pur lo si seppellisce, perché della povera Diana non ne sappiamo niente, non significa che tutto sia finito! Macchè! No, non si muore del tutto, specie se la morte fu violenta o disperata; e questo fu il caso della povera Diana Mc Glean. Chi muore in quel modo porta con sé desideri, passioni, brame insoddisfatte: ed è tornando ed appagandole che finalmente si accheta. Altrimenti, eh, sono guai! Gordon non trovò di meglio da fare che ingollare un buon mezzo boccale di birra; le argomentazioni del vecchio incominciavano a deprimerlo: ad ogni modo, raccattò i suoi ricordi scolastici e riprese: — Vedete, caro capitano, c’è stato un filosofo, Schopenhauer, che scrisse che la Morte è la Madre di ogni religione e di ogni filosofia, che, insomma, ad essa noi dobbiamo l’unica certezza di questa nostra vita... E proprio una nostra antica ed infelice Regina, Maria Stuarda, avviandosi al patibolo, disse “Nella mia fine è il mio principio”... Io voglio anche ammettere che l’anima, immortale, possa, dopo morto il corpo, emigrare altrove... Ma che, sempre rivestita delle medesime forme continui a conservare passioni e sentimenti che già ebbe in vita, beh, ci credo poco. II capitano si tirò su dalla fronte la visiera del bisunto berretto marinaro, e piantò in volto all’altro due occhietti bruciati dai venti marini e dalle incalcolabili bevute: — Ma le passioni e i sentimenti, come dite voi, sono forse del corpo, oppure dell’anima? Sono dell’anima giovanotto; dell’anima! Il corpo le serve soltanto! Il corpo è uno schiavo! E’ naturale che 1’anima, andandosene, se le porti via! ………….. Fuori il broncio del cielo si stava già sciogliendo in neve. Un quarto d’ora dopo, rinnovata la promessa che si sarebbe fatto vedere ancora alle “Armi del Sutherland”, e il capitano dette l’impressione di tenerci quasi più di Moira, Gordon montava a cavallo. La sera era lontana, ma la semioscurità già incombeva tristemente. — Non fate sciocchezze, giovane amico! — gli gridò dietro il vecchio terribile. — Girate al largo! Prendete per Achfarry, poi il viottolo a sinistra, tutto intorno alla foresta di Reay, e poi diritto fino a More Castle! Evitate la strada dell’Abazia! Intesi? E a ben rivederci! I due rettangoletti giallastri delle finestre della locanda, che via via impallidivano alle sue spalle dettero a Gordon la sensazione di abbandonare dietro di sé qualcosa di caldo, di affettuoso, di vivo... Giù dai monti il vento, improvviso, stava mutando la nevicata leggera in tormenta: spronò la bestia con una irritazione che gli parve paura... Era accaduto tutto rapidamente, nel giro di pochi minuti. Una leggera tormenta, poi il turbine, poi una vera e propria bufera. Ora il cavallo procedeva faticosamente, le sue zampe affondavano fin quasi alle ginocchia, e soffiava forte: Gordon, raggomitolato sulla sella, cercava di offrire il minore ostacolo possibile alla silenziosa massa bianca che lo premeva, lo soffocava quasi, penetrandogli nelle orecchie, negli occhi, nel bavero del pastrano, vorticosamente. Purtroppo, la convinzione di avere sbagliato strada si stava ormai radicando in lui, da un’ora, da quando, dopo il villaggio di Achfarry, il viottolo che avrebbe dovuto snodarsi al margine della foresta di Reay era scomparso sotto il manto di neve, terminando proprio di fronte alla selva. Nella plumbea luce di una sera prematura, resa baluginante dalla bufera, la foresta lo aveva inghiottito, dopo che invano lui aveva tentato di aggirarla; era stato giocoforza inoltrarvisi. Ora, sortito di nuovo allo scoperto, ripreso nel turbinare degli impalpabili fiocchi che parevano chiuderlo in una ovattata prigione, ora non sapeva più dove dirigere la bestia stanca: ora incominciava a sentirsi perduto. Perduto con un fiaccante senso di smarrimento che non era paura, ma quel turbamento che prende anche il coraggioso di fronte all’ignoto. E l’ignoto, per lui, non era l’eventualità di passare una nottataccia all’addiaccio, in un ricovero di fortuna o roba del genere: era il potersi incontrare con “LEI”, con QUELLA DEL CAVALLO. Si era ripetuto un migliaio di volte, da quando era partito dalla locanda, che il capitano Kenwool era un raro esemplare di jettatore. Sì, se lo era ripetuto... ma adesso, di minuto in minuto, un’ansia, una insofferenza, un desiderio rabbioso di farla finita, di sortirne fuori e subito, gli stava azzannando lo stomaco e il cervello. Ma come? In qual modo? Bianco. Intorno a sé, ora, non c’era che bianco soffice, diaccio, ostile: un muro morbido ma impenetrabile perché infinito... Dove si trovava? Doveva ancora procedere, o sarebbe stato più ragionevole tornare indietro, verso la foresta? Ma come ripercorrere il cammino fatto? Sotto di lui il cavallo arrancava, sfiancato. D’improvviso, qualcosa di enormemente mostruoso, di gigantesco si profilò oltre il muro liquido, gli andò incontro, lo sovrastò... Il cuore gli dette un balzo... Cos’era? Cos’era? Il cavallo fu come s’impennasse, affondò fin quasi col muso nella neve, poi parve salire, sgroppando, sbilanciandosi, rimettendosi in sesto affannosamente... Poi, 1a neve cessò, come per incanto. E sopra, e d’intorno fu buio. Compatto sì da sentirselo addosso, premente... Quattro o cinque colpi ferrigni, che sonarono cupi, con echi paurosi... Capì. E il gelo che gli era d’attorno gli scese al cuore. Si trovava nell’Abazia ai Laxford... Il cavallo aveva salito dei gradini, quelli della scalea senza dubbio, e adesso stavano all’interno, sotto gli scarsi ruderi del soffitto, nella navata centrale... L’abazia... da oltre tre secoli vietata al culto per antiche pratiche demoniache che vi avevano avuto luogo da parte di una setta di eretici, in massima parte finiti sul rogo... luogo scomunicato... terra maledetta... Risentiva la voce di Catherine, che gli aveva narrate tutte quelle cose... Lì per lì vi aveva dato scarsa retta, occupato, più che altro, ad ammirare la figliola, che non era affatto il tipo da permettere ad uomo di concentrarsi accanto a lei... Ma adesso... Adesso, quelle parole acquisivano un significato tetro e crudele... Ed ecco che lo sgomento, come un sottile, inesorabile veleno si impossessava di lui... Doveva far qualcosa... ribellarsi... fuggire... Non poteva rimaner lì! No! Perché? Cosa importava il perché? Si chiede forse il perché ad un fiume che straripa? al fulmine che incenerisce? alla paura? La paura non ha perché! La paura è tenebra. è convulsione, è strazio… E’ PAURA! Scivolò giù dal cavallo; le lastre di marmo del pavimento coperto di ghiaccio lo fecero cadere: si rialzò annaspando... uno... due... tre passi... No! Non da qui.., aveva urtato in una parete, la seguì teso, sbigottito, tastando le pietre con un orgasmo sempre più incalzante… qualcosa, uno spigolo, lo colpì sul viso... non sentì il dolore… continuò… continuò... Ma, in nome di Dio, che cosa avveniva? Era dunque immensa quella chiesa abbandonata? quell’avanzo sconsacrato? Perché non riusciva, non poteva sortirne? La sghignazzata, altissima, lacerante, inumana lo inchiodò col volto sul muro... Era LEI! NON POTEVA ESSERE CHE LEI!! DIANA MC GLEAN! LA LEBBROSA! LA DANNATA! LA MORTA! Spiaccicò il viso sulle pietre viscide, serrò disperatamente le palpebre, seppellì il capo nelle spalle per non vedere, per non sentire... Poi... Poi gli parve che il proprio cuore avesse cessato di battere. Sentì una tragica calma, come se il suo spirito vitale si addormentasse lasciando lui, il suo involucro sveglio ma inerte... un’ombra. Un’ombra abbarbicata contro la parete, in attesa, in una squallida, raccapricciante attesa... La risata satanica si ripeté, impazzendo sotto le arcate, sonando tenebrosamente sulle lastre tombali dell’impiantito, malvagia, ossessionante... Intese sé medesimo girarsi, come se una mano incorporea lo avesse afferrato alla nuca, obbligandolo inesorabile... E la vide. Nel buio pozzo dove si dibatteva il suo terrore, LEI, ROSEA, LUMINOSA, STUPENDAMENTE FEMMINA NEL TRIONFO SENSUALE DEL MAGNIFICO CORPO, ORRIDAMENTE RIBUTTANTE NEL CRANIO SCARNITO, NELLA SORDIDA FISSITA’ DELLE ORBITE VUOTE, NELLA BEFFARDA CONVULSIONE DEL CEFFO GHIGNANTE! LEI! Fu allora che dalla tenebra del suo essere sommerso nel limo dell’annullamento, emerse un volto, IL VOLTO. IL VOLTO DI LEI: QUELLO DEL QUADRO NELLA CAMERA DI MORE CASTLE. E il volto, poggiato sul suo collo d’alabastro, sotto il fluire splendente dei capelli d’oro, completò la visione. UNA VISIONE D’AMORE, UN INVITO AL PIACERE, UN TRIONFO DI VITA! Lei tese le braccia... si diresse verso di lui... SORRIDEVA... SORRIDEVA DOLCEMENTE, MISTERIOSA… Gli fu vicina... le sue mani furono sulle di lui spalle... Gordon ne percepì le dita vellutate sul viso... sulle tempie... sulle labbra... carezzevoli... teneramente delicate... e 1’ago di un sottile profumo, nelle narici... Il petto gli parve esplodere in un assurdo empito di desiderio... l’aria si fece raggelante... gli occhi gli si velarono... comprese che la voleva... Di colpo, il baratro del nulla lo inghiottì. ……….. Sì, era sicuro di avere, ancora una volta, aperto gli occhi: ma a cosa serviva? Nel buio massiccio ed opprimente che si affacciava attorno a lui, era inutile sgranar le pupille, era persino inutile disserrare le palpebre. Ad occhi chiusi, il sogno che egli viveva era più bello. Più bello e più TERRIBILE, più ASSURDO dell’ASSURDO. ESSA gli era accanto. Poteva far scorrere le sue mani sulle sue carni di pesca, bere sulle sue labbra il succo dell’amore, affondarle le dita nei capelli fluidi e morbidi, sentirla sua... Ancora e sempre la sensazione di essere sullo urlo di una vertigine che scavava, con logorio incessante, nel suo cervello torpido il pensiero di quanto vi era di raccapricciante in quello che avveniva... Sì, lo comprendeva... Lo squallore dell’orrido gli attanagliava le visceri... nelle vene gli serpeggiava il brivido inestinguibile di un terrore senza nome... ma... Ma ESSA era fra le sue braccia, calda, spasimante, felina, appassionata, VIVA! Perché mai donna viva come quella si era annientata con lui nell’eterno gioco dell’amore... La spaventevole realtà della sua demoniaca e inumana avventura, della quale la satanica essenza lo faceva rabbrividire al solo sfiorarne il pensiero, lo trascinava nella fornace del piacere ubriacandolo, svuotandolo, stroncandolo come un fantoccio. E l’immaginare, nel solco bruciante di un bacio, che quelle labbra inchiodate sulle sue NON ESISTEVANO PIU’ che al loro posto vi era una verminosa caverna, non bastava a distaccarlo; no! Era pazzo; pazzo di lei: pazzo del corpo di lei! Diana... Diana... Non provò più e riaprire gli occhi... soffice era il luogo dove giaceva... tiepida l’aria... fremente l’essere che a lui si stringeva... ancora... Le scorse le dita sul volto liscio... sul delicato collo... sentì le di lei palme, fredde e lascive, cercargli la fronte, gli occhi, la bocce... ancora... E, mentre si scatenava in lui la vampa del dubbio che TUTTO FOSSE FALSO, INGANNO, FRODE, MAGIA… o che il sogno osceno si fosse impadronito della sua carne assumendo forma di realtà... ecco... ancora il ruotante fiondare di un vortice gelido nel quale egli precipitava... precipitava... senza fine... giù... giù… II nulla. ……….. Anche tu hai bei capelli: rossi, però… Non molto rossi, ma rossi… I capelli! Che cosa meravigliosa! Una delicatissima seta capace di incatenarvi per tutta la vita… e oltre! ………. Paul Carter LA VERGINE DI SANGUE E Viktoria rise in tutto lo splendore niveo dei suoi denti, socchiudendo gli occhi azzurri con incantevole suggestione, fissando Mars. La sua bellezza di bruna dalla pelle di camelia era messa in risalto dalla toilette di raso rosso‐cupo sulla quale la mantella di ermellino donava una nota di regale morbidezza. — Io l’ho sempre detto che gli inglesi sono negati per la musica! Hanno chiuso con Purcell! — Siamo stati degli eroi a resistere fino alla fine! Hellen Hopelius sedette con fare annoiato, e, con un gesto grazioso, rigettò dalla fronte una ciocca dei suoi capelli fiammeggianti fermati all’altezza dell’orecchio sinistro, da un nodo di diamanti. Il suo volto, dalle linee purissime, aveva una strana opalescenza, un colorito di pallida orchidea che le donava un fascino d’antico avorio: i suoi occhi iridati si tingevano d’un verde profondo; la sua bocca dalle labbra sottili era un lieve rosso arco sdegnoso. Si sprigionava da lei come un fluido misterioso e magnetico. Se non fosse stato per il suo abito, che portava la firma di uno dei più grandi nomi della haute couture parigina, la si sarebbe potuta credere una creatura trasmigrata da una tela del Botticelli o del Gozzoli: i soli capelli ravvivavano curiosamente, attenuandola del pari, quella sognante visione femminile. Accanto a lei, Agnès Gejer, una delicata bionda dalle pupille ardenti come perle nere, inguainata in una “creazione” di seta color pervinca originava un pittoresco contrasto della toilette in giallo-oro dell’amica.. Sotto le apparenze di una evanescente finezza, Agnès nascondeva un’esplosiva vitalità, e l’aurea bronzatura della sua pelle celava l’ardenza di una femminilità impetuosa. Il trio delle « Grazie senza Cupido » si era costituito da un paio di anni; suppergiù da quando Hellen era comparsa all’orizzonte elegante di Stoccolma. ………… Lorj Jakob balzò a sedere sul letto, stravolto, gli occhi sbarrati nella semioscurità della stanza vagamente illuminata dal lumino da notte. Era ghiacciato; una mano gelida gli stringeva la gola: le tempie gli martellavano. Aveva udito. Nel colmo del sonno l’urlo gli era esploso nel cervello pietrificando il suo risveglio nel terrore dell’ignoto. Sì! Un urlo! Un urlo disumano, disperato, demoniaco! Rimase immobile, mentre le pupille, ancora immerse nella narcosi del letargo, cercavano nella penombra, sulla parete di fronte. Un urlo da scannato: ecco cos’era stato! Da scannato! Fuori, o chissà dove, non lontano, però, avevano scannato qualcuno! Un cristiano! Un essere umano! Dalla stanza da pranzo emersero pian piano sempre più chiari, i ritmici ticchettii del vecchio, sonoro pendolo norvegese; l’atmosfera tesa, morbosa che sembrava premerlo, soffocarlo quasi, si distendeva, ritornava normale: il caro noto silenzio della casa, colmo di lievi scricchiolii e di indefiniti fruscii, era di nuovo intorno a lui, amico, rassicurante. Lorj Jakob sentì un respiro salirgli dal profondo del cuore, aspirò : non si era trattato che di un incubo: un po’ più di birra può far simili scherzi… Si rilassò, lentamente, dandosi dell’idiota; si ridistese… E, raccapricciante, crudele, isterico l’urlo vorticò di nuovo fra le pareti della camera, mentre qualcosa di bianco si proiettava verso di lui dalla porta spalancata violentemente. — Nilsa!! All’improvviso bagno di luce della lampadina che pendeva dal soffitto, accesa da Lorj, la figura chiusa nella lunga camicia da notte rimase come inchiodata al centro della stanza. Una fanciulla: sedici anni al più. Balla, probabilmente; ma sfigurata, in quel momento, da una spaventosa espressione di terrore che le stirava i lineamenti deformandoli. — Nilsa!! E Jakob si buttò giù dal letto, verso la nipote. La ragazza non lo intese: non poteva intenderlo. Immersa in una visione occulta e tenebrosa che cristallizzava il suo sguardo in una vitrea demenza, essa restava come raggelata là ove si trovava, vivente quadro dell’orrore. Jakob le fu vicino, la prese per le spalle, la scosse violentemente. Le sue poderose mani di uomo dei campi si affondarono quasi nelle morbide carni, le strinsero, brutali. — Nilsa?! Svegliati! Che c’è? Cosa succede?! Inutile. Le pupille dilatate della fanciulla navigavano in un abissale ipnosi, le labbra, semiaperte, lasciavano sfuggire solo un flebile lamento: il corpo era scosso da un tremito convulso. — Nilsa! Scuotiti! Che c’è? Cosa hai visto? Jakob afferrò il fucile e corse a dare un’occhiata nelle altre camere. Nessuno: porte serrate: silenzio. Tornò accanto alla nipote. Con veemenza, con furore quasi la schiaffeggiò; due, tre volte. Poi la spinse sul letto. Nilsa vi cadde di peso insensibile: e vi giacque, immota. La camicia, scivolando da una spalla l’aveva resa un po’ nuda. Lo sguardo di Jakob vi si fermò sopra infoscandosi. Poi, di colpo Nilsa parlò. — La testa! — disse. E la sua voce, di solito frescamente cristallina, parve emergere da sorde profondità. — Gli hanno mozzato la testa! — Cosa? Lo zio la fissò; la sua rossiccia faccia di contadino era tutto uno stupore. — A chi hanno mozzato la testa? Ehi! Parla! A chi? Nilsa sembrò destarsi; il bagliore allucinante dei suoi occhi si spense; il volto si distese. Ritornò una ragazza di sedici anni. Ma spaurita, appena un poco però. Jakob la incalzò: — Allora? A chi hanno mozzato la testa? Che razza di sogno hai fatto? Vuoi parlare, sì o no? Nilsa si tirò su con calma la camicia scesale quasi al gomito: ora il suo sguardo, piantato sul viso dello zio, era fermo, un po’ stupito. Si levò dal letto e, decisa, si diresse alla porta. — Insomma vuoi dirmi che è successo? Cosa hai sognato? O sentito? Perché ti metti a far la pazza in piena notte? Vuoi parlare? — Vi chiedo scusa, zio. È che ho visto. — Visto? Cosa? Dove? —Visto uccidere un uomo. Un giovane. Troncargli la testa. Con un sol colpo. — Cosa?? Visto? E dove? — In sogno. La risata di Jakob dopo un attimo di silenzio, fu fragorosamente volgare. — In sogno? Visto decapitare un giovane in sogno?! Ah, ah! E tu ti metti a fare la matta! A urlare, a girare le stanze come uno spettro, per un sogno?! Ah! Ah! Ah! Da morir dal ridere! Sei impazzita proprio Nilsa! — No, zio — il tono era calmo, ponderato, ricco di un intima convinzione. — No. Non sono matta. Io ho visto. Visto come vedo voi: chiaro, preciso. Vissuto, meglio che visto. — Ma si trattava di un sogno, stupida! Succede, nei sogni! E uno crede che siano realtà! Sempre così! — Invece no. Non era un sogno. Era molto di più. Una comunicazione. Un avvertimento. — Magnifico! — la risata era sempre nella voce un po’ roca di Jakob — mia nipote riceve gli avvertimenti! Domani, addirittura mi racconterà che parla con l’aldilà! E dove di grazia, è successa questa decapitazione? Hai riconosciuto la vittima e l’assassino? La ragazza scosse il capo biondo dolcemente. — No, non potevo riconoscere nessuno, giacché non li conoscevo affatto… ma il luogo sì… — Jakob esplose in una rumorosa interruzione: — Non mi dire che si trattava dell’Abbazia di Santa Margaretha! Sarebbe comicissimo! È lì che si danno convegno i morti e i vivi e tu lo sai! Dovrò dire a Kaj di non portartici più a passeggiare… sebbene, io credo che in quel luogo, voi due vi occupiate assai poco dei morti, o piuttosto a fabbricar degli Svedesi vivi! E seguitò a ridere, buttandosi a sedere sul letto, dimenticando di non avere indosso che la sola camicia di tela corta fino alle ginocchia e mostrando le gambe e le cosce villose. — Nilsa arrossì, e si mosse per uscire dalla stanza. — Avete indovinato, zio, proprio nell’abbazia di Santa Margaretha — disse, però proprio sul limitare dell’uscio. — Non vedo perché questo vi diverta tanto. Un sogno, un sogno così, anche se lo fosse stato, e non lo era, NON LO ERA, non può divertire. — Ma io non rido per quello che hai sognato, stupidona! Rido per te, che lo prendi sul serio! Da brava, calmati e vattene al letto ! e lascia dormire anche me. Sebbene, adesso, credo che mi riuscirà difficile! Buonanotte! E domani terrò io un discorsetto ad Hans. La porta si chiuse alle spalle della ragazza. Ma Jakob, prima di rimettersi sotto le coperte, rimase un bel po’, immobile, a fissare il battente. Vi vedeva, come scolpite, le forme appetitose della nipote: così come fino ad allora non vi aveva mai fatto caso. Femmina: Nilsa era diventata più che donna, femmina. E lui non se n’era accorto. Lui, sano, forte e saldo, a soli quarantadue anni e vedovo da cinque…. Nilsa, che se ne andava a passeggiare con l’innamorato fra le romantiche rovine dell’Abbazia, fra le patetiche macerie del millenario camposanto, nel groviglio dei carpini, dei tigli e dei sorbi selvatici…. Gli era cresciuta sotto gli occhi, Nilsa, e lui cieco! Un pasto così succulento a portata di mano, degno d’uno stomaco poderoso come il suo e invece… Ci mise parecchio, prima di prender sonno, Jakob. II ……………. Caro vecchio papà, il guaio è che tu sei rimasto ancora un poeta! Mezzo Peer Gynt e mezzo Gosta Berling! Piantala di viaggiare, resta qui coi piedi sulla ferma terra, e cambierai! E non credere che qui non ci sia da divertirsi e da sognare! — Oh, non lo metto in dubbio. Tu, ne sono sicuro, sogni. Ma ad occhi ben aperti e con una bella figliola fra le braccia nella foresta dell’Orso impazzito o fra i cespugli dell’abbazia di Santa Margaretha! A proposito, come vanno gli amori con la piccola Nilsa Jakob! — La piccola Nilsa è una magnifica ragazza da metterti la dinamite nelle vene, ora! Ma… — Cos’è? Quel cinghiale di Lori non ne vuol sapere? — No. Non si tratta di ciò. È che … insomma, papà, ho puntato il mio obiettivo altrove. — È normale alla tua età. Più bella di Nilsa? —Beh, un altro tipo, direi. Più chic certo; e più, come spiegarmi, più appetitosa. — La conosco? — Non credo. Non è del posto. È arrivata da qualche mese a prender possesso del castello dei Gejer, dopo la morte dell’ultimo padrone. Una biondina che è un sogno. L’ho vista più di una volta quando mi caccio nella sua tenuta a dispetto di Nordhall. Ti dico, papà, da perderci la testa! — Sta attento che non sia il capo dei guardacaccia a fartela ritrovare impallinata! Non so che gusto ci trovi ad andare a bracconare come un pezzente qualunque! — La gioia del rischio, padre! E il sottile piacere che a nessuno possa passar per il cervello l’idea che sia proprio io a cacciar di frodo, il suo più ricco vicino! — Ricco, poi! Cosa siamo noi di fronte ai Gejer, o agli Hopelius! Poco meno che degli accattoni! — Ma questa figliola. Dicevi…! — Ha cancellato di colpo Nilsa dal mio cuore, se pure nel mio cuore essa c’era. Insomma, se passo una sola giornata senza che la veda, mi sento furioso! Qualcosa di violento, di inesprimibile! — Accidenti, Kaj! Cosa diavolo ti prende? Non ti ho mai visto così! La vita dei boschi ti ha distillato nel carattere l’impetuosità dell’uomo primitivo! Comunque voglio sperare che scherzi! Il giovanotto scolò quello che rimaneva nel fondo del boccale, poi, pensosamente, rispose: — Scherzare? Vorrei, talvolta, pensare e dire cose del genere solo per scherzo ma sento che mi è impossibile. Agnès Gejer si è impossessata di me in una maniera che non so descriverti, della quale non so renderti conto. Se vivessimo un paio di secoli indietro ti direi che sono stregato. Più pensosamente Erik gli ribatté: — Perché tu credi che qualche centinaio di anni possono mutare o distruggere o chiarire quei misteri impenetrabili intorno ai quali gli uomini si affannano inutilmente da millenni? — No. Non lo penso. Ma non penso neppure che nell’era atomica ci si possa trastullare coi filtri, le magie e gli incantamenti veri e propri! Si tratta solo di situazioni psicofisiche o roba del genere; fenomeni di biologia umana, ecco. …………. Viktoria aveva tutto l’aspetto di chi sa mantenere a qualunque costo quello che promette. All’improvviso, la giovane donna si buttò bocconi sul letto; e vi giacque: in silenzio. Peter rimase là dov’era, poderosa massa di muscoli rilassata nell’attesa, a fissare quel voluttuoso corpo di femmina impudicamente offerto al piacere, con sornione interesse. Certo, doveva esserle riconoscente, lui, alla sua padroncina. La sera in cui si era sentito chiamare su, da lei, nel suo appartamento privato nel castello, gli era arrivata una tal fifa …! Invece, poi … chi se lo sarebbe potuto immaginare. Con tanti giovanotti eleganti che le sfarfallavano dattorno! Scegliere lui! Una ragazza così! E pura, poi! Oh, questo, Peter non riusciva a spiegarselo: in nessun modo! Sensuale, vorace, affascinante, perfino crudele nel vedere e pretendere il piacere, ma pura … intatta, insomma! Beh, lui ne aveva sentito parlare, talvolta, di quelle ragazze di città che ne facevano più di Carlo in Francia, ma che erano così abili da arrivare al matrimonio in condizioni tali da non permettere dubbi allo sposo sulla onestà, le furbacchione! Ne aveva sentito parlare, e, dritto, ci aveva riso sopra! Chiacchiere! Stupidaggini! Impossibili, faccende del genere! L’uomo è una brutta bestia, affamata: e quando, ad un certo momento, ci si vuol provare a toglierle il boccone davanti, si rischia di rimanere sbranati! Invece, diavolo! Lui se l’era fatta fare! E non aveva sbranato nessuno! Del resto, come pensare una cosa simile? Con la padrona.? E che padrona, poi …! Passionale come una gatta, morbida come la neve, furiosa come la fiamma. C’era proprio da leccarsi le dita, diavolo! Cosa sapeva diventare di demoniaco, nel convulso del desiderio, quel corpo serpentino! Era ancora emerso nel fresco, eccitante ricordo, Peter, quando se la vide di nuovo di fronte. Sobbalzò, quasi. ………. Se la sentì addosso, una furia scatenata, una femmina incandescente che lo picchiava convulsamente urlando frasi sconnesse, invocazioni, minacce, bestemmie… La sollevò di peso, men che un fuscello per lui, e, lentamente, mentre essa si dibatteva follemente, andò a deporla sul letto. Ma non potè sciogliere le mani che l’abbrancavano: scottante, inesorabile, tentacolare come una piovra, adesso era lei che si impadroniva di lui. E lo teneva. Come una sabbia mobile, mortalmente lasciva. Si sentì annullare nella sapiente perversione del suo bacio. ………… Nilsa percepì l’urlo che le si scatenava dalla profondo delle visceri, la follia che le adunghiava il cervello scarnendolo, l’esplosione dell’orrore più demoniaco. Tentò di fuggire, di sottrarsi… fece un passo indietro… incespicò… Crollò, supina, immota, le palpebre inchiodate nel raccapriccio del buio, il volto livido, come morta. Lori Jakob, dalla soglia della sua camera, si fermò, muto, a guardarla. Nella caduta le vesti le si erano scomposte, e il biancore delle carni sfolgorava, fra i lini grossolani; una gamba, ripiegata sotto l’altra, offriva la nivea candidezza dell’interno della coscia… Lori sentì un artiglio infuocato torcergli il ventre, abbrancargli le reni: un velo rosso gli calò sulle pupille; la gola gli si inaridì, bruciante. Rimase ancora, qualche attimo appena, immobile dov’era. Poi, senza distaccare lo sguardo da quel trionfo di femmina indifesa, attraversò il soggiorno e andò a chiudere a chiave la porta d’ingresso. Ora, il silenzio, nella casa al limitare del bosco, era diventato sinistro: un incubo. * * * ………… Hellen, così evanescente, così fascinosamente misteriosa anche con le sue amiche, capace di scomparire per interi giorni rendendosi irreperibile per poi ricomparire più deliziosamente incantevole di prima. E Viktoria? Così intensamente femmina, eppure senza un amante: una stupenda puledra brada che godeva a stimolare fino all’esasperazione i maschi bramosi senza concedersi a loro; questa, Viktoria. E lei, Agnès? In sauro, con le briglie quasi sul collo, procedeva lentamente sul sentiero vagamente tracciato fra la selva di abeti: all’intorno, la solenne, claustrale pace della foresta aveva già assorbito il frastuono dei cacciatori, e le stesse grida dei battitori sembravano ovattate nella leggera nebbia che navigava a mezz’aria, dolcemente. Che cosa era lei, Agnès? Il pensiero, la domanda la fecero sorridere: e, insieme, rabbrividire. Chi al mondo, innocente o colpevole, osa guardare fino nel fondo il proprio animo, il proprio passato, il vero volto della propria coscienza senza sentirsi timoroso, interdetto, colpevole? Nessuno. E nessuno, neppure lei medesima, avrebbe mai saputo dire chi in sostanza fosse Agnès Gejer. Qualche uomo ci aveva provato: Mars… Olof... Ma perché ricordarli? Qualche donna, più fine e maligna e scaltra degli uomini… D’improvviso sobbalzò e si portò la destra alla bocca per non urlare. Qualcuno era schizzato fuori da un cespuglio e adesso stringeva saldamente in pugno le redini del sauro. E la fissava, stravolto e deciso. Deciso a tutto. Sono cose che atterriscono a leggerle facilmente sul volto di un uomo giovane pazzo d’amore. E lei sapeva che quell’uomo giovane che la fissava ardentemente era innamorato di lei. L’aveva visto più volte aggirarsi per le sue terre, spiarla alle finestre del castello, seguirla. ………….. Paul Carter LA LUCE DEI MORTI Erano anni che sognava quel viaggio in Islanda. Lo aveva sognato durante i solenni silenzi della Biblioteca Universitaria; nelle pause fra una le¬zione di etnologia e una di storia delle religioni primitive, a Uppsala: nella quiete notturna della propria cameretta, fra un testo di Stefansson e uno di Noreen. L'Islanda. La Terra dei ghiacci bollenti, delle tragiche solitudini, delle leggende paurose: un mondo tuttora irreale, fantastico, selvaggio. Un mondo affascinante e letargico al tempo stesso, capace di indurre coloro che lo abitano a rifugiarsi nella solitudine immaginifica delle millenarie tradizioni di un oscuro, formidabile passato. Oscuro, formidabile passato... Sì, il viaggio di Christian in Islanda aveva del¬le fondamenta ben definite. Fondamenta scientifiche. Praticamente lui si trovava lì come il professor Christian Bomberg, laureato in Antropologia ed Etnologia; un giovane professore di ventotto anni, ma già circondato da una buona fama di studioso. Un giovane professore in viaggio di esplorazione per raccogliere materiale di prima mano per un suo saggio sul « Principio Magico e Riti Misteriosi delle Religioni Primitive ». Il premio Hockse vinto a Stoccolma con l'altro suo saggio sulla « Teoria sull'Evoluzione dei Primitivi » gliene aveva fornito i mezzi. C'era, però, una punta di rammarico nella gioia che lo pervadeva; una punta che gli si era confitta, molesta, nel cuore fin da quando l'aereo aveva lasciato 1'Aeroporto di Bergen. Alana. La sua adorata Alana. Un fulmine di fidanzata, bella, aggressiva quanto sa esserlo un'autentica rossa, appassionata come una vikinga, onesta quanto può esserlo solo una ragazza dell'estremo nord, di Narvik, per essere precisi. Ventitrè anni, laurea in lingua e lettere inglesi, posizione economica buona, carattere franco: un tesoro di ragazza. Si erano conosciuti durante un Congresso Stu¬dentesco a Oslo: l'amore era stato pressoché fulmineo. Purtroppo, Christian non se l'era potuta portare dietro in Islanda. Non erano che fidanzati, e gli Jansen, i genitori di Alana, mantenevano una certa rigidità circa ogni pericolosa intimità fra la ragazza e l'uomo che lei amava: impossibile strappar loro il consenso per il viaggio. Come se eventualità per gustare il desiderato pomo proibito non ne avessero avute a portata di mano, i due! Gite in bicicletta nei boschi, bagni solitari nei fiordi nascosti... Mah! Comunque, non c'era altro da fare che affret¬tare le nozze, ma Christian, conscio della sua mo¬destissima situazione economica (lo stipendio di un professore universitario di prima nomina non è granché) contava appunto sul successo editoriale e scientifico del saggio al quale lavorava per mettere su famiglia. Perciò; profondo dispiacere, niente Alana in I¬slanda. Un peccato davvero! …………… « Credimi, caro Chris, Ludj Hermansson ti stu¬pirà ». Questa era stata la conclusione di Sollness. Ma Christian era già sicuro che nulla avrebbe potuto più stupirlo di quanto già non fosse nelle pochissime ore da quando era arrivato a Reykjavik. La sua vicina di sedile, per esempio. Una magnifica rappresentante della razza islan¬dese, biondissima, dotata di un sorriso abbagliante, con lo splendore cilestrino di un lago montano nel¬le pupille, un corpo che, anche sotto i pesanti indumenti, si indovinava eccellentemente modellato. Un fisico sano, sanguigno, fatto per l'aria aperta, per godere. Seno prepotente, fianchi invitanti, mani lunghe forti e nervose. Ce ne erano almeno altre due, come quella, nel torpedone: gente felice, serena. Fissando di sfuggita gli occhi della vicina Christian si chiese se non c'era molta parte di illusione e di utopia nello scopo del suo viaggio. Non era assurdo chiedersi di scoprire in quelle persone vivaci, gentili, amichevoli, oscure credenze, passione per riti cruenti e roba del genere? Sorrise di indulgenza verso se stesso e guardò fuori. Il veicolo arrancava nella chiara opacità del mattino in un paesaggio che sembrava congelato sotto un cielo di cristallo. Ad un tratto la bella bionda, così, senza parere, gli si strinse addosso. Christian poté constatare la sodezza delle sue carni di giovane desideroso animale. In verità lui non aveva mai concepito i problemi castali nei riguardi dell'amore, specie quello fisico. Una giovane donna, contadina, pescatrice o quel che diavolo fosse, restava pur sempre una giovane donna: l'amore, sotto un certo punto di vista non è che una questione di pigmenti. Perciò il significativo sfregamento della bionda contadinotta non gli spiacque, in fondo. C'era qualcosa di fiori selvatici e di acqua la¬custre nel profumo che saliva dalla scollatura piut¬tosto vistosa del suo corpetto rossocupo nella quale, pensò Christian, non era molto saggio buttar l'oc¬chio troppo spesso: la rosea insenatura era profon¬da e sognante come un sonno di fumatore d'oppio. Comunque, non ebbe troppo tempo per selezio¬nare i propri sentimenti sulla situazione che si sta¬va profilando circa la prosperosa vicina il cui sorri¬so, di minuto in minuto, si faceva sempre più invi¬tante, intimo. La corriera si fermò cigolando. Dal posto di guida il conducente si girò verso l'interno. - E' il bivio per « I Trolls », signore; dovete scendere. Christian si sfilò dal suo posto non proprio a malincuore, ma un po' seccato. Tradire Alana, mai; però, il tepore della giovane, la luminosità del suo sguardo, il prestigio aggressivo di quel seno... Accidenti! E la bionda portava sul capo la « bof¬fa », la classica cuffietta celeste col fermaglio di argento; segno che si trattava di una nubile... Niente da eccepire; la civiltà e la libertà della donna galoppano di pari passo anche sotto il Cir¬colo Polare Artico! …………………. Il sentiero digradava tortuosamente verso la co¬sta, scivoloso di muschio sulla roccia grigia. Improvvisamente, Christian percepì uno scro¬sciare festoso, un allegro gorgogliar di acque. Da qualche parte, nel folto della selva, doveva esserci una cascata o una polla. Cacciandosi nel fitto si diresse verso quel ri¬chiamo cristallino. Fu scostando i rami di uno stupendo cespuglio di rododentri dai grandi fiori bianchi e rosa che, inattesamente, la vide. Era bellissima. Sorgeva dall'acqua ciangottante e fumosa, alla base della cascatella con la purezza di linee e la inquietante suggestione della sua nudità integrale. Vestita solo di miriadi di goccioline evanescenti nella fuméa termale, quella creatura riassumeva in sé la vigorosa sensualità di una razza forte, li¬bera, e la limpida grazia di una primitiva castità. Giovanissima, giudicò Christian notando la so¬da elasticità dei seni, le curve adolescenti ma già molto inquietanti, la convessità fragile e tentatrice del ventre, l'afrodisiaca snellezza delle gambe. Convinta di essere al sicuro da sguardi indiscreti, la fanciulla offriva in piena libertà il suo corpo di candida cerbiatta alla carezza calda dell'acqua, dimenandosi sotto il salto liquido in una piccola orgia di gridolini felici e di risate gioiose. Qualcosa di molto bello, di molto umano, di molto intimo. Christian ricordò un verso della saga di Hulda, lo Spirito della Solitudine: « …giovinetta dai capelli biondi, dolce figura che vaga verso sera fra le ombre delle macchie... ». Ma questo non gli impedì di impugnare la mac¬china fotografica, e, muovendosi con l'astuzia di un felino, scegliere gli angoli più propizi per far scat¬tare il proprio obiettivo. Non era esattamente per fotografare bellezze nude che lui si trovava in Islanda, affascinante terra di contrasti dove la natura ha offerto ai po¬veri mortali, condannati alle temperature sotto zero, il dono delle sorgenti calde; ma, visto che c'e¬ra, perché non approfittarne? « Souvenirs » del genere sono, più tardi, fra i più graditi. Ma, mentre, appoggiato ad una betulla, inqua¬drava il gioco ingenuamente erotico della fanciulla curva sotto lo scroscio, qualcosa di villoso, fino ad allora incorporato nel tronco medesimo, si mos¬se. Un soffio caldo, mefitico gli avvampò il volto. Due pupille giallastre, luminose, fosforescenti si inchiodarono su di lui. Come se un essere satanico lo guatasse dalla livida penombra. Balzò bruscamente da un lato e ruzzolò pesan¬temente in un cespuglio fra il crepitar dei rami spezzati. Quando fece per rialzarsi se la trovò dinnanzi. La bionda najade della cascata. Ruscellava ancora dalle carni opaline, e nella vellutata corona bluastra della boscaglia la sua nu¬dità risaltava ancora più sensuale. Rideva. Rideva di cuore, gli occhi socchiusi in due fes¬sure brillanti, la bocca dalle labbra rosse e stimolanti abbagliante nei candidi, forti denti. Il fatto che nulla velasse allo sguardo del forestiero le sue più intime bellezze non sembrava né intimidirla né interessarla. Christian fu lesto in piedi. L'animale, dal pelo bianco-giallastro striato, il muso aguzzo e lo sguardo ipnotico cercava di scivo¬lare cautamente verso la base dell'albero, fra le al¬te erbe. - Cosa aspetti? Uccidila! La voce della ragazza era leggermente guttura¬le, ma piacevole; il suo islandese un po' arcaico, ma comprensibile. - Certo! - rispose Christian - E tu rivestiti! Lei fece una smorfietta di stupore; ma non si mosse. Evidentemente la sua curiosità superava di gran lunga il suo pudore. Christian estrasse la rivoltella e, con una certa nausea, mirò fra gli occhi della bestia, fra quelle pupille morbosamente fisse su di lui, e sparò. L'agile corpo della lince si ravvoltolò nell'erba fra gli spasimi convulsivi della morte; poi giacque immoto. La ragazza batté le mani. - Tutto bene? - chiese Christian evitando di guardarla. Non era un puritano, forse tutto il contrario: ma la vicinanza di quella creatura in¬genuamente aggressiva incominciava a turbarlo. - ¬Contenta? - Oh, sì! La sua carne è molto buona, e io so come cucinarla... Eppoi, la pelle è rara: vale almeno tre di zibellino… Non se ne trovano quasi più, nell'isola! - E io te la regalo. E ora, piccola... come ti chiami? - Aimée. E tu? - Christian. Ora, Aimée, fila a vestirti. Il giovanotto parlava senza rivolgersi all'interlo¬cutrice: i suoi occhi fissavano le dirupate coste dei monti lontani che si stagliavano, ferrei e tetri, sul piatto cielo di piombo. - E' la seconda volta che me lo dici: hai forse paura? La domanda, ironicamente canzonatrice, della fanciulla colse Christian come una sferzata. Si girò, pungolato, e lentamente, con calma secondo lui sommamente irritante e offensiva, prese ad esaminare accuratamente con lo sguardo sfac¬ciato ogni centimetro di pelle del prestigioso, flessibile corpo offerto alla sua attenzione. Raggiunse uno scopo. Quello di far scoppiare di nuovo Aimée in una fresca risata: niente di più. Di coprirsi, neppure il più pallido accenno. Christian sentì che stava per perdere la pazienza. Non che lo spettacolo al quale assisteva fosse di quelli ai quali è facile rinunziare, ma la risata e l'indifferenza della ragazza offendevano il suo or¬goglio mascolino. ……………. Christian non era un sensuale, ma un passiona¬le, sì. Con le donne aveva sempre agito d'impulso: non s'era mai trovato male. E quello che Aimée, impudica quanto solo un'au¬tentica ingenua sa esserlo, stava facendo, incominciava a diventare rischioso. Per lei. Il severo, ma giovane, studioso di antropologia sentiva che le vene alle tempie avevano accelerato il ritmo delle loro pulsazioni: indizio pericoloso, lo sapeva bene. La fanciulla rimase qualche secondo a fissarlo; c'era una translucida profondità di fjordo nelle sue pupille smeraldine. Poi allungò un braccio e gli pose una mano sul¬la spalla. - Non ti arrabbiare, ti prego. Non mi piaci se ti arrabbi. Va bene, Mi vesto. Ma tu non ti muovere da qui. Aspettami, Christian: ti prego. E si tuffò nel verdecupo delle piante, verso la cascata, nella scia fumigante. Mentre, a passo di corsa, Christian ripercorreva il viottolo verso « I Trolls », qualcosa gli ronzava pel capo, gli sonava insistentemente nelle orecchie. Il suo nome. Christian. Il suo nome pronunciato con tanta inattesa dol¬cezza, con una tale intimità che... Accidenti! Pure Aimée ci voleva, adesso! …………….. Bere… sempre bere: e poi... Ancora le mani, le fluidi, assillanti, magneti¬che mani che riprendevano a carezzarlo. A tormentarlo. A risvegliare in lui la tremenda belva della lus¬suria incatenata ancora in quel suo corpo smagri¬to ed esausto. Le mani che preludiavano l'insaziabile voraci¬tà della giovane femmina. Eccola! Essa si materializzava nell'oscurità tiepida con la sua fame di lupa in amore. Qualcosa di lieve, di scottante e di dolcissimo al tempo stesso gli sfiorò il volto, gli carezzò il pet¬to... Le labbra di lei. Troppo calde per essere quelle della morte, trop¬po fredde per essere quelle della vita. Le labbra della sua condanna. Nel cavo sonoro del suo cranio ritornava il rul¬lare satanico del tam-tam... ………………. Werner Welgrem alias Paul Carter IL CANE NERO Quale cosa meravigliosa e terribile, il libro! Vi trovate tutto, dentro; tesori di scienza e false teorie, idee sublimi e storie immorali: o assurde concezioni. ……….. Voi, signori, intendo quelli del mio paese, del paese di Konnen, conoscevate Adela. Un corpo da adolescente in piena fioritura, delicato e afrodisiaco, vergineo e sensuale. Ma voi non la conoscevate, no, come, poi, la conobbi io... Io Jal Konnen, il marito, l’amante. Perché essa aveva avuto e voleva in me l’amante... …………. Lo confesso, signori, ciò era bastato ad accendermi il sangue. Io Jiulius Krone non amavo, non potevo amare, così all’improvviso, Adela Konnen: ma dovevo pur tener conto dei diritti della carne. Nella intimità della bella casa ben riscaldata essa non indossava, in quel momento, che una pesante vestaglia di seta e lana trapunta, una vestaglia celeste che si intonava alla perfezione coi suoi capelli d’oro e con il rosa dolcissimo delle sue carni. Giacché sotto ella non aveva nessun altro indumento. Prima di andar via mi buttò le braccia al collo e la vestaglia, male annodata, si aperse come una campanula intorno al pistillo d’un fiore. La sua nudità mi dette un tuffo al sangue. Terminai, stordito, di radermi, mi lavai il volto in fretta: ardevo. La raggiunsi in camera da letto. Mi attendeva. Il primo bacio fu lungo, cattivo quasi. E poi… …………. In camera, dopo il bacio, fu come se un fulmine fosse scoccato nel mio sangue, una folgore che si scaricava nella mia spina dorsale. L’avevo lì, fra le mie braccia, abbandonata, bella, scottante anch’essa di desiderio. Rubavo? Oh, certo! Non ero che un miserabile ladro, un malfattore! Quel corpo fremente che mi si offriva non era mio, non mi apparteneva; leggi e società e fede religiosa lo avevano legato ad un altro. Ad un altro nel cui involucro ero io! Ma come si fa a non impazzire solo pronunziando una simile frase? Ero un ladro; ma perché rifiutare di esserlo? E, d’altra parte, non stava in me accettare o respingere. La molla del sesso era scattata in me, fossi io Jiulius Krone o Jal Konnen: nessuno avrebbe potuto fermarla. Adela aveva ripreso a baciarmi. I suoi baci, tali come mai ne avevo conosciuti, erano Vita e Morte insieme, Fiamma e Gelo, Morso e Carezza. Baci violenti, imperativi, estenuanti che davano tutte le vertigini. Baci febbrili, maligni, colmi di un’oscura voluttà che risvegliavano nel mio essere ignorati istinti. Istinti cruenti. Sentivo salire dalle profondità della mia carne una rossa vertigine che mi adunghiava il cervello e le reni straziandole. Uno spasimo ed una gioia, un delirio e un’estasi. Fummo l’uno dell’altra. L’esplosione del desiderio represso, il trionfo del sesso troppo angustiato, la fame di godimento. Tutto arse, divampò, si estinse in una sola fiammata: un falò breve e distruttore. Ma dopo... Dopo non sopravvenne la calma, la stasi, l’attesa. Dopo, mentre in me la bestia acchetata, perché nella vittoria della mia sensualità io avevo sentito l’impeto di un’animalità sorda e latente, si adagiava in un torpore, in lei si rinnovellava la brama. Una brama appassionata, perentoria, profonda e cupa come le paludi della sua terra. Una commozione vibrante e insoddisfatta. Era quella la castigata moglie, la provinciale dai sani principi che, logicamente, si era scelta un uomo come Jal Konnen? No. Quella era la femmina: tutta la femmina. Il trionfo della frenesia della carne; l’esasperazione del piacere; il delirio della lascivia. C’era più fuoco nelle sue vene che nella conca del sole. Allucinata, raffinata, pazzamente erotica ella mi trascinò, mi travolse, ancora e sempre, in una crapula sensuale che moriva e rinasceva da se stessa, all’infinito, con un ritmo elicoidale... E in me, la bestia, risvegliata e avvampata dalla lussuria ferina, si scatenava. Il parossismo, lo spasimo. Un morboso vortice carnale durante il quale, nella satanica perversità della concupiscenza, io constatavo con raccapriccio i sintomi del bruto che si manifestava, che erompeva dentro di me. Non era più amore, il mio: era bestialismo! E quando, alla lieve luce della lampada notturna, vidi riflessa sulla parete accanto al letto la mia sagoma, curva su di lei, non potei reprimere un grido. Un urlo. Un urlo che si spense nel suo rantolo di piacere. Non ero io là, sulla parete! Era il cane! Irsuto, villoso, inarcato sulla preda! Un attimo orribile... Tremo come una foglia al vento, solo nel ricordarlo... …………… Ci arrampicammo sulle cuccette superiori per assorbire maggiormente il calore: c’era quasi da soffocare; o da impazzire. — E adesso, le betulle! Il grido di Adela mi parve un urlo sadico: riconobbi in lei la femmina insaziabile delle mie notti. Non la potevo distinguere con esattezza, ma la immaginavo nuda e magnifica, esaltata dallo stimolo infuocato dell’ambiente, pronta a darsi, vorace e stupenda. La raggiunsi; trovammo al tatto i fasci di virgulti: attraverso gli sfiatatoi aperti il vapore si dileguava, adesso, dal capanno. Me la vidi accanto: era bella da impazzirne. — Stenditi sulla cuccetta, — mi disse — ti fustigherò. Poi, lo farai a me. Sentirai, è cosa vecchia, ma sempre nuova. E’ vita, questa! Mi sottoposi alla flagellazione; i rami di betulla, manovrati da mano sicura e un tantino cattiva, staffilarono le mie reni, le mie spalle, le mie cosce; senza pietà. Adela godeva nel fustigarmi, lo vedevo. Nel ritmo delle battiture il suo corpo serpentino assumeva pose ubriacanti, esplodeva in impeti travolgenti, ondeggiava nella sodezza vibratile delle carni con una suprema gioia di vivere. — Ora tocca a te... — disse, alla fine, esausta e radiosa. ………….. Navigavo in un mondo irreale; Fredrika mi guidava, mi comandava: c’era in lei la femmina padrona del suo maschio, del maschio al quale dava godimento e dolore. ………………. Werner Wrengel alias Paul Carter IL MARCHIO DEL VAMPIRO Accidenti! Mi secca maledettamente mettere sulla carta certe cose! Ma, d’altra parte, che razza di diario sarebbe se non vi scrivessi tutta la verità? Andiamo avanti. Era molto bella: un volto dolcissimo, un po’ freddo, come ne hanno dipinti a dozzine i nostri artisti del XVIII secolo, l’Hamilton, l’Hickey o il Buck. Un volto a tutto ovale, illuminato da occhi azzurrissimi che si indoravano al riflesso dei capelli color del miele e... No, non è il mio mestiere tessere i panegirici; eppoi, non sono bravo affatto, per queste cose. Basti dire che Susan O’Bannion è molto, molto bella, che la natura l’ha doviziosamente provvista di ogni bendidio, e che io me ne ero innamorato. Cotto, stracotto, arrosolato: di colpo? Purtroppo, essa non era libera (ora lo è meno che mai) e non c’era mezzo per portarla a me. Allora mi feci un discorsetto, pressappoco così: « Steve, tu sei innamorato ma con la donna dei tuoi (pazzi) pensieri non c’è niente da fare. Qualcuno possiede il diritto di prelazione e, quel che maggiormente conta, lei non si interessa di te più di quanto faccia per uno scarabeo. Vuoi seguitare a tormentarti per una donna, tu che finora hai sempre dimostrato per esse un cinico distacco? Sarebbe una faccenda di pessimo gusto e pericolosa. Sì, pericolosa perché se Orace Robertson, suo marito (giacché due mesi dopo il nostro incontro si era sposata con Robertson, mio ottimo amico) scopre una cosa del genere, la storia puo’ finir male. Lo sai perfettamente che Robertson è uno dei più spericolati uomini dell’I.R.A. (Irish Repubblican Army) un corpo di volontari che hanno fatto cacciar l’anima dagli occhi agli inglesi, terrorizzandoli, in tutti questi anni di guerra per ottenere l’indipendenza. Tu non sei affatto un vigliacco, Steve, ma ti troveresti dalla parte del torto a voler tentare di portar via la moglie ad un tipo così. No, troppi pericoli. Allora, cosa fare? Viaggiare lontano, per terre ignote? Macchè? Restare in Irlanda, e viaggiare lo stesso per le nostre terre, tuttora tanto ignorate o così poco conosciute! Eccellente idea. Ma come?» ………… Fermai e aprii Io sportello. — Salite, — le dissi — ho l’impressione di essere capitato quanto mai opportuno. — E’ vero, — mi rispose infilandosi accanto a me. — Polghy mi aveva promesso che sarebbe passato a prendermi, e che insieme saremmo rientrati. Invece... Le luci del mio cruscotto sono una molto misera cosa, perciò dovetti far fatica a ricostruire i lineamenti della mia passeggera: quello che avevo visto quando era sulla strada era poco e confuso. Indiscutibilmente era molto bella; e giovane. Diciotto anni al più, con un visetto deliziosamente punteggiato dalle efelidi, dei grandi occhi chiari, e due lunghe trecce d’oro che le scendevano giù, fuori dal grande scialle di lana rossocupo che le copriva il capo e le spalle. La sua voce era dolce, la sua pronunzia piacevole; a me, che già mi sto abituando al sonoro gaelico e al rugginoso inglese delle genti di qui, piacque immensamente. Si accomodò sul sedile accanto senza neppure io potessi rendermi conto della sua presenza fisica: proprio come, da giovanotto, avevo immaginato dovesse comportarsi la donna dei miei sogni. Donna che, inutile dirlo, era rimasta solo tale. …………….. Come se una deliziosa ventata di primavera fosse penetrata prepotentemente fra le grigie pareti dell’ambulatorio e, insieme ad essa, la luminosità di un bel sole di piena estate. Liza Kennedy, la nipote dell’Ufficiale Postale; un nasetto birichino come solo intorno ai sedici anni è possibile trovare, una bocca colma di risate, un paio d’occhi corvini, da araba, e una capigliatura fiammeggiante da autentica celta. E’ stato subito evidente che il taglietto prodottosi al medio della sinistra non rappresentava che un pretesto; in breve siamo diventati amicissimi, e lei ci ha tenuto a raccontarmi come e quanto si trovasse a disagio a Fenton (...non c’è un solo giovanotto civile!) che aveva studiato a Donegal (...anche lì non è granchè, però c’è un certo movimento, si vive insomma!) e che fin dal mio arrivo gli ero risultato molto simpatico. Tutto ciò senza mezzi termini, e senza neppure ammorbidire le dichiarazioni con quelle parole che stabiliscono la distanza (ipocritamente) logica fra una fanciulla e un uomo fatto. Mi ha detto che le ero simpatico, già; e, sinceramente, la cosa mi ha fatto piacere. Sia ben chiaro che se avessi vent’anni di meno, e non occupassi un posto dove la responsabilità civile non è inferiore a quella morale, non avrei lasciato cadere con (falsa) paterna accondiscendenza una simile dichiarazione. Liza sarebbe stata trattata ben differentemente dallo studente Corkey! Io non sono un dongiovanni, ma ho sempre seguito la massima di non sprecare mai nulla di un buon pranzo, specie se offerto gratuitamente; neppure le briciole. E Liza Kennedy, parola mia, non è affatto una briciola: anzi! Ad ogni modo, l’irruzione della figliola è servita a rialzarmi il morale, anche se la signora Bjort storceva il muso tutta compresa di puritana indignazione, e qualche altro postulante attendeva le mie prestazioni in anti camera. …………….. Ecco perché pensai, guardando quel visetto biricchino, quello scattante corpicino di adolescente già pronto per l’amore nel quale le curve leggermente aspre acuivano il profumo eccitante del peccato: « Ringrazia la tua buona stella, Liz Kennedy, altrimenti le cose indimenticabili te le avrei fatte vedere io... ». ………….. Troncai il colloquio con la sgonnellante rossa promettendole che avrei studiata la possibilità di compiere in sua compagnia qualche perlustrazione archeologico‐turistica. Se ne andò portandosi via l’abbagliante girandola della sua giovinezza spensierata e lasciandomi alle prese con una mezza dozzina di ammalati veri e presunti nelle due camere, scarsamente illuminate, sature dell’acuto odore dei disinfettanti. …………… La sua epidermide è un velluto, e non so proprio perché a me vengano idee del genere. Non sono nato per il ruolo del padre, mi ci sento falso, fuori posto: una frode. Eppoi, toccare un tipino così, anche sotto forma di una semplice carezzina amichevole me ne sono accorto, mi crea degli scompensi psicologici… ………………. Impetuosa, aggressiva come solo un’autentica irlandese sa esserlo, la piccola Kennedy. E mi guardava con occhi pieni di dubbio e di dispetto. C’era pericolo che incominciasse a diventare rischiosa, per me, la ragazza? I tipi sui quaranta, come me, hanno sempre esercitato un notevole fascino sulle sedicenni. Il pensiero non mi sorrise troppo; più che altro per gli eventuali strascichi legali: più di una volta una verginità, anche se sfacciatamente offerta, viene a costar cara. ……………. Stavo sorbendo il mio punch bollente (e ce n’era bisogno, perché il tempo si era ormai messo definitivamente al brutto, e neanche adesso mentre scrivo accenna a migliorare) quando irruppe nella sala Josiane. In verità, una bella ragazza di poco oltre vent’anni, bionda, dal viso non perfetto ma piacevole, con degli occhi stupidamente vivaci, fulgidi, un corpo, per quel che si poteva giudicare, di ottima fattura, e un’impetuosità addirittura mascolina. Vestita anch’essa da caccia, in stivali e feltro, mi dedicò una stretta di mano forte e ferma e un’occhiata che aveva tutta l’aria di voler togliermi i panni di dosso. — Ah! Il dottore piovutoci nientemeno che dalla capitale? Dite la verità, dottor Corkey, c’è qualcuno nella vostra famiglia, in passato, che ha dato segni di pazzia? Ma come si può fare, essendo sani e intelligenti, ad abbandonare la città, quella città, per seppellirsi in questa «Ultima Tule »? No, prego, non mi tirate fuori i soliti luoghi comuni: la professione del medico è un sacerdozio... desiderio di conoscere località semignorate della nostra bella patria.., la voce del dovere... Chiacchiere! Non ve lo chiedo, ma mi sentirei di scommettere, dieci contro uno, che all’origine del vostro esilio quaggiù c’è una gonnella. Un tipo con quel ciuffo! Parla fluida, sbrigliata, brillante. C’era, nel suo modo di fare, una libertà di gesto e di parole che la ponevano immediatamente sul medesimo piano cameratesco del suo interlocutore; io, nel caso. Come se non ci tenesse affatto a conservare la femminilità, quella femminilità che tutto autorizzava a ricercare, che tutto poneva in evidenza in lei. Perché, malgrado le frasi, l’abito, il tono discorsivo Josiane era profondamente femmina. Dal suo viso, dai suoi occhi, dalla sua bocca (meravigliosa nel sorriso) dal suo corpo, anche se costretto in ruvidi panni di pesante lana, esplodeva una sensualità calda e comunicativa che nulla avrebbe mai potuto attenuare. Ma sono sicuro che essa se ne rende conto: tutto il resto non è che un modo come un altro di donarsi una personalità. ……………. Anche Liza me lo ha mandato a dire: — Non avrei mai creduto voi, un uomo così.., così simpatico, capace di farmi uno scherzo simile! E’ un po’, supergiù, come mettermi al bando! Perché io non verrò mai a trovarvi a Sidhe Mansion! Oh, certo no! E mi ha fatto un broncio monumentale. Molto carina, col broncio. Il suo musetto acquista la potenza stimolante di un invito al bacio. Per un attimo ho avuto la tentazione di provare quelle sue labbra fresche e che avevano tutta l’aria di offrirsi. Perché la spregiudicatezza di Liza nei miei riguardi sta compiendo passi da gigante. Una spregiudicatezza terribilmente pericolosa perché terribilmente ingenua, impastata di sottili, infantili adescamenti, di innocenti astuzie, di maliziosi eccitamenti. E evidente che le piaccio (e io, dal canto mio, faccio tutto quanto posso per entrare nelle sue grazie; posso confessarmelo, la piccola mi piace sempre di più, accidenti all’età e tante altre cose che mi pongono, spesso, altrove con la testa...) e non fa niente per nascondermelo. Le ho promesso che sabato prossimo faremo una gita assieme, lontano, al laghetto di Errigal, a pescare le trote: questo la terrà buona per un po’ di giorni. …………… Quasi quasi non so se abbia fatto una cosa del tutto sensata. Rivivo le sensazioni di quel pomeriggio e ne vibro ancora. Fin dalla partenza; fin da quando, rannicchiata accanto a me nella topolino, il lucido rosa delle sue ginocchia scoperte dalla pesante gonna di lana a scacchi rossi e blu incominciò a tentare la mia mano in una carezza niente affatto paterna. Liscia, fresca pelle vellutata... Come basta poco per risentirsi giovanissimo! Liza vestiva sportivamente; maglione; giacchetto di pelle, gonna, calzettoni e scarpe a tacco basso dalla doppia suola; e sull’onda rosa dei capelli una specie di basco scozzese che le stava assai graziosamente. Lo squillare di quel noioso campanello dei « vent’anni di troppo» si fece udire, nel guardarla; cercai di non darvi retta. Oh, poter godere per un poco della sublime incoscienza della prima gioventù! Comunque, la piccola si rivelò immediatamente una piacevolissima compagna di viaggio, disposta a mettere in mostra tutte le proprie qualità culturali e turistiche, non meno di quelle fisiche: era evidente che considerava la gita come una grande occasione da sfruttare fino in fondo. So che le piaccio (e, lo confesso, c’è molta soddisfatta vanità in questa affermazione, perchè bisogna conoscere Liza Kennedy per farsi un concetto di che razza di bocconcino prelibato si tratta) e mi divertiva enormemente stare al gioco. Ero sicuro di sapermi controllare a dovere se, trascinata dall’impetuosità dell’età e da tutto il resto, la fanciulla avesse tentato di farmi scivolare con lei sul terreno pericoloso dei passi falsi. Non che non lo desiderassi, che non ne avessi, addirittura bisogno! ……………… Ci tenevamo per mano, e io, nel sentire la sua, nuda dal guanto, nella mia, tiepida, nervosa, ne provavo una sensazione deliziosa di protezione e, perché no? di possesso. ……………… — Lo voglio ammettere; ma non potrei credere che questi cunicoli naturali penetrino, non so, fino nelle visceri di Doochury, o addirittura di Fenton! — Non mi stupirei! — mi ribatté, piccata, inalberando il suo nasino capriccioso. — Ecco la differenza che passa fra una ragazza come me e un uomo... un uomo che... che non è più un giovanotto! — concluse, dopo essersi impastoiata nella ricerca di un’espressione che non toccasse troppo la mia suscettibilità di quarantenne. — E quale sarebbe, questa differenza? Si era appoggiata con le spalle alla parete rocciosa; eravamo vicini, molto vicini: potevo aspirare il profumo lieve delle sue carni leggermente accaldate dalla fatica. — La mancanza di inventiva, di fantasia, ecco! Voi altri non vi abbandonate più ai sogni, respingete le leggende, deridete... ecco, deridete tutto dall’alto della superiorità che credete di possedere per via dell’età! Proprio così, voi non sapete più sognare! Mi aveva piantato in viso quei suoi occhioni nerissimi, e, mentre parlava, la bocca, quella bocca provocante ed aggressiva, formulava le parole con un gioco di labbra sempre più incitante. Era tutta un’offerta viva quella che palpitava a pochi centimetri da me. Sentivo il delizioso veleno del piacere colarmi giù per la colonna vertebrale, caldo, creandomi un lungo brivido... I gabbiani squittivano, impazziti e il mare sciaguattava le scogliere basse e gli arenili… E il silenzio era su di noi, claustrale, magnetico... Fu un attimo. Le presi le labbra, d’impeto. Mi si strinse addosso, golosamente. Fu un bacio vorace, eterno, cattivo, narcotizzante. Forse era il suo primo vero bacio, ma le donne imparano subito: se ci fosse stata una ripetizione probabilmente non avrei saputo come cavarmela. Quando ci distaccammo lei era tutta una vampa, io... Io, ne sono sicuro, avevo sfoderato la solita faccia idiota che l’uomo non trova di meglio che esumare nel proprio repertorio in situazioni del genere. L’uomo della mia età, per intenderci. Il giovanotto riesce a tirarsi fuori con una scemenza o una mattata: ma io, certo, non potevo mettermi a correre su per gli scogli o ad inseguire i gabbiani. Ci guardammo, muti. Poi, fui io a parlare per il primo. — Siamo degli stupidi, — dissi, a voce bassa. — Cioè, lo sono io... Non avrei mai dovuto... Capisco, Liza che... Non avevo capito un bel nulla, invece. Me la ritrovai aggrappata al collo, e così all’improvviso che perduto l’equilibrio, ruzzolai sull’arena trascinandomela addosso. Annaspai e la mia destra vagabonda sfiorò il tepore di una coscia nuda, la seta di un indumento intimo... Tentai di rialzarmi; non ci riuscii. Rideva, la bella gola colma di gioiosi gorgoglii, e si stringeva a me in uno scoperto gioco d’amore, in un desiderio impreciso ma imperioso. Il suo corpo teso e scattante di vergine innamorata si agitava contro il mio, una sua mano mi carezzava i capelli (il mio cappello chissà dov’era andato a finire!) la sua bocca cercava ancora la mia... Qualcosa scattò dentro di me, come se una crudele scudisciata mi avesse colpito le reni... mi parve che le tempie mi scoppiassero... non cercai di respingere più Liza ma la agguantai …………….. Tacque, e, rabbrividendo, si strinse a me. Eravamo in vista delle case di Fenton; qualcuno avrebbe potuto vederci così vicini, così intimi. Le feci una carezzina e, dolcemente, la distaccai da me. Il suo contatto mi scottava, come una fiamma: la sentivo palpitare incitandomi, dimentica di dove ci trovavamo: un attimo ancora e avrei perduto anch’io la testa. La lasciai sulla soglia di casa sua: dietro i vetri di una finestra, al primo piano, intravidi il luccichio degli occhiali dello zio. Era quasi sera, la sera di un pomeriggio che, malgrado l’inesplicabile apparizione della grotta di Gwebarra, mi aveva ridato un equilibrio psichico che, da qualche giorno, non sentivo più perfetto, come sempre, in me. Posso scrivere che mi aveva fatto ritornare uomo? Sì, è così. L’acre, ubriacante sapore afrodisiaco che il corpo di Liza aveva offerto alla mia sensibilità di maschio aveva risvegliato l’assopita, atavica violenza del sesso. Ho bevuto parecchio, ieri notte, e sono ricorso ai barbiturici. Che brutto scherzo, Liza! ........................ Evelyn Boyd mi disse quello che si sentiva; accusò dei leggeri capogiri, degli improvvisi rilassamenti, delle inattese vampe di calore che la stordivano. Vecchio gioco che ogni donna immagina sia stato inventato da lei. Le indicai il paravento posto in un angolo della stanza. — Spogliatevi, prego. Desidero esaminarvi meglio. Mi fissò con una luce beffarda negli occhi ed un sorriso canagliesco che le tremolava agli angoli delle labbra rosse e avide. —Posso farlo anche qui, dato che comunque dovrete vedermi nuda. — rispose. Annuii restituendole lo sguardo. Il desiderio di lei, improvviso, maligno, vorace mi bruciava il sangue; come con Liza. Ma Liza, in quel momento, era lontana, con lo zio, in visita da certi parenti a Glenties, eppoi... Non le erano rimasti indosso che la camicia e il reggicalze, trasparenti, impalpabili giochi di merletti, e le calze, scure, che affusolavano le gambe fino a metà coscia, fino allo sboccio trionfale e luminoso della carne. Mi accostai. Mi pose le mani sulle spalle e mi disse con una voce strana, profonda, nella quale c’era già il rantolo dell’abbandono: — Sono pazza, Steve... sii pazzo con me. No. Non era affatto pazza, pensai più tardi, dopo che se n’era andata. Non era pazza: non la era mai stata neppure quando il tumulto del piacere, squassandola fin nelle più intime fibre con la frenesia del possesso, sembrava portarla al delirio. Magnifica femmina, Evelyn Boyd, amante vertiginosa e anche raffinata, capace di far vibrare tutte le corde della lussuria anche in condizioni di precaria adattabilità come quelle offerte dal luogo del dolce sacrificio... L’avevo guardata allontanarsi attraverso la piazza semideserta con passo tranquillo, controllato: come sospettare di lei? E chi avrebbe osato? Oh, le donne! Questa volta si era trattato non di un bicchierino ma di un buon mezzo bicchiere di whisky, e la pipata conseguente aveva acquistato un sapore che le ignoravo da parecchio tempo. Evelyn Boyd, la vedova pericolosa, il di cui marito... ………………… Onestamente devo aggiungere che Josiane ha tutti i caratteri, fisici e intellettuali, per autorizzare qualsiasi tentativo di avventura, per rischioso che possa essere. Avevo, ed ho tuttora, nel sangue il dolce veleno propinatomi da Evelyn, percepivo sempre l’ardore quasi rituale del suo corpo; non mi era possibile osservare con occhio diverso da quello dell’amico la bella Josiane. E con questo non intendo enunciare nessun dogma nuovo nel campo della psicologia sessuale: son già passati due secoli da quando Helvétius scriveva che la donna « è come una tavola ben servita; dopo il pasto la si guarda con occhio assai differente di come la si è osservata prima! » Ad un tanto filosofo io mi tolgo il cappello! Ma il fatto sussisteva; e ne ebbi, più tardi, la conferma. ………………… La giovane che mi era accanto, deliziosa nel suo abito da passeggio, così enormemente diversa dalla vivace e rude amazzone che avevo conosciuto giorni prima, possedeva una femminilità così intensa, un fluido carnale così prestigioso che il solo pensiero di dover parlare di cose del genere avrebbe dovuto essere scartato da lei con una risata di scherno. Josiane, e non mi sbaglio, è tutta vita, tutto senso, tutto sesso; non vi dovrebbe essere posto in lei per ossessioni, per leggende per superstizioni, E’ una creatura di piacere; e inflessioni della sua voce, dai toni velati e palpitanti, fanno pensare ad una notte d’orgia, a una tempesta di baci: invece… …………….. La bruciante visita di Evelyn, l’urto con Josiane, la memoria ancor viva dell’intimità con Liza, il clima di cupa tristezza che tutti pareva ci tenessero a mantener vivo intorno a Sidhe Mansion mi si rinnovellavano nel cervello, accavallandosi da prima scomposti ma chiari, poi, via via sempre più confusi e indefiniti. Chissà come glielo avevo fatta a buttarmi a letto. ………………. Rannicchiato sul pavimento, mi percepivo sfiorato dall’alito gelido, mefitico di esseri mostruosi immondi, raccapriccianti che mi volteggiavano intorno senza toccarmi ma costringendomi nel cerchio demoniaco di un osceno delirio! Ma perchè non potevo ribellarmi? Che cosa mi stroncava le gambe, si succhiava la volontà dal cervello? Era forse, la cosciente attesa di quello che doveva avvenire? Non esistono simili percezioni sovrumane nelle vittime designate? E fu così. Dal buio annichilente qualcosa prese a materializzarsi, una forma fluida, una nubecola, una macchia gassosa, imprecisa di un opacità chiara Ondeggiò, parve dilatarsi, si ricompose, prese forma. E’ stupefacente come adesso io possa connettere con relativa calma su quello che mi è accaduto, mentre questa notte... Del resto, Hartmann non scrisse che « L’intera vita cosciente è sotto l’influenza dominatrice dello psichismo inconscio? ». Fu quando me la sentii accanto, vicina, quando le tenebre parvero diradarsi in un baluginamento magnetico, quando si verificò qualcosa di indefinibile, un alito d’aria, un lieve sospiro, un fuggevole fruscio, fu allora, solo allora che nel mio cervello abbagliante, esplose un nome. Patrizia O’Hegarty! ………………… Inutile scrivere cose assurde, cercare di truffare la verità! Inutile mentirmi! Quella era Patrizia O’Hegarty! Era lei! Suoi quella flessuosa duttilità incorporea, quel fluido carnale tenebroso e ubriacante, quella voluttà frenetica, quella diabolica lussuria... Nessuna creatura umana vivente avrebbe potuto amare così. ………………. E non ricordai più nulla. E bruciai nella vertigine del sesso senza averne che la coscienza fisica. …………………… Non ci voleva molto a capire che le due donne si studiavano; da una parte la ragazza innamorata e intuitiva, dall’altra la femmina pratica e astuta: se Evelyn aveva intenzioni di dirmi qualcosa a quattr’occhi, comprese subito che non c’era niente da fare. …………………… Il tono della fanciulla era leggermente ironico; uno scandaglio verbale buttato in profondità con noncuranza. L’occhiata di Evelyn fu terribile: una lama scattata dall’ombra cupa delle sue pupille d’ebano. Una lama pronta per uccidere. Evelyn? Lei? Oh, no! Impossibile! La donna della notte non era Evelyn! Esistono delle cose, degli abbandoni, di gesti, dei raffinamenti, dei brividi che ogni corpo di femmina sa donare in maniera differente da un altro! No! Evelyn non era stata la donna della mia notte pazza! Eppure... ……………………. Dice di sentirsi poco bene, Josiane, ma al primo colpo d’occhio mi convinco che si tratta di un trucco. E’ bella nell’aureola dorata dei suoi capelli, fresca, avvolta in una « liseuse » di pizzo che, senza essere scollacciata, riesce a concedere alla curiosità maschile un notevole campo di osservazione. …………………….. E tutto l’accaduto mi apparve di una chiarezza cristallina nelle origini e nei risultati. Chris Allen e Patrizia O’Hegarty, gli amanti infelici, e Sidhe Mansion, il loro nido d’amore... E io! ………………….. Ho visto declinare il giorno con un’ansia sempre più pesante, sempre più tesa. La sera, la notte... Sidhe Mansion: si riaffacciano tutti gli interrogativi, i timori, e, perché no? Le speranze. Sì, mi sento vile e morboso, incapace forse di resistere di nuovo a quello che è accaduto l’altra notte, di lottare ancora contro l’ossessione materializzata, ma il desiderio di tornare a stringere fra le mie braccia quel felino, scottante, demoniaco corpo di femmina mi sta riprendendo. E’ come un veleno che, a tradimento, mi cola nel sangue, mi incancrenisce la volontà. ………………….. — Perché non riesco a comprendere chi tu sia! Sei una donna, ne hai l’aspetto, le forme, la sensualità vorace; ma sei, al tempo stesso, un essere di un altro pianeta, incomprensibile, inconsulto, oscuro! Perché, perché tutto questo? Per farmi impazzire? Ma non potevi avermi comunque, quando ti piacesse? La donna scoppiò a ridere; e fu una risata maligna, lacerante; una risata come se ne possono udire, credo, solo nei manicomi: una risata da far paura. — Perché a me piace così! Perché lo stimolo lubrico del terrore e quello delirante della droga esaltano la sensualità fino alla follia, e l’amante è tutto un delirio tutto una fiamma, tutto un uragano d’amore! KEVIN MC HYNES alias Paul Carter IL CANTO DEGLI ANNEGATI Era bella, alta, dalle spalle larghe e dalla vita sottile; il volto, dai lineamenti regolari anche se un tantino duri, era illuminato dagli enormi occhi verdi che giocavano uno stupefacente contrasto con i capelli rossi annodati in nocca sulla nuca. …………………… Nel gesto i suoi occhi tornarono su Kathleen. Sentì agghiacciarsi il sangue nelle vene e di¬sciogliersi, fulmineo, in una vampa furiosa che gli aggrediva le reni, gli bruciava le visceri, gli martellava le tempie... Ella sbocciava su dalla soffa verde ammuc¬chiatasi ai suoi piedi come una stupefacente statua di carne. Un corpo fulgido che la rossiccia luce della candela col suo gioco di ombre caricava dell'in¬tensa acutezza del piacere. Una fioritura d'amore; un rogo di desiderio; un'offerta ardente. …………………….. L'uomo, curvo, massiccio, si diresse al foco¬lare, ne prese un esile tizzone ardente e accese la pipa dal corto cannello: il forte aroma dell'a¬cre tabacco dell'Offaly si sparse per l'ambiente: Steeve, alle sue spalle, lo osservava. Kathleen sembrava del tutto estranea alle cose e alle persone. Pat Mc Daniel si voltò. - Feci quello che stimai giusto fare in nome del Signore e della pace della mia anima nel gior¬no medesimo che lei, mia moglie, mi aveva predetto nell'ultima nostra lite; la lite della notte in cui la sorpresi nell'Althedhawan… - Di che giorno si trattava? - Lei mi gridò « Tu mi ucciderai di martedì, Pat Mc Daniel, di martedì secondo la tua stupida maniera di segnare il tempo, come se fosse possibile farlo. Né il tempo, né io, né colui che è padrone di me possono sottostare alla misura, alla volontà degli uomini: ma sarà di martedì! ». E così fu, signore. Un martedì di agosto, diciassette anni fa: c'era il plenilunio, quella notte. …………………….. « Gli annegati! » Il pensiero attraversò come fulmine il cervello di Steeve narcotizzato dallo sgomento. « Il Venerdì degli annegati! La loro proces¬sione! » Le frasi cozzavano, impazzite, fra loro sotto la sua calotta cranica; i suoi occhi, sbarrati, seguivano affascinati il funesto corteggio; dalle sue labbra aperte sembrava che neppure il respiro sfuggisse… Un pauroso stupore lo impietriva là, sull’alta roccia schiaffeggiata dai venti. - Non vi avevano avvertito, signore? Era una voce umana quella che risuonava accanto a lui. Una voce che conosceva ma che non riusciva a ricordare a chi potesse appartenere. Si girò. Kathleen. Gli si ergeva vicino, alta, superba quasi nel soffiar del vento che le scarmigliava i capelli dai riflessi ramati e le gonfiava in ampie volute il mantello. Vista da sotto in sù, inquadrata nella taciturna immensità del cielo invaso dalla pallidez¬za lunare, la fanciulla sembrava campeggiare smisurata, aerea. Steeve sentì una mano di lei sulla sua spalla, una mano viva, vera, umana. Si levò di scatto, le fu di fronte, con le spalle all'abisso. C'era una stupefacente fluorescenza d'oro nel¬le pupille di Kathleen, e un dolce sorriso sul suo volto illuminato in pieno dalla luna già pros¬sima alla linea dell'orizzonte. « Una strega? Quella una strega? » i pensieri bruciavano il cranio del giovanotto, accavallan¬dosi. « No! Solo una fata poteva essere bella e soave così! Solo una fata! » ………………….. Si erano inavvertitamente seduti sulla pietra: il tramontare della luna sul mare già creava zone d'ombra intorno a loro. - E' una vera leggenda... - No, signore. E voi sapete che non lo è. Con uno scatto violento, come a spezzare la terribile maglia di ferro dell’ossessione nella quale si sentiva imprigionato, come per udire, forte e vibrante, la propria voce e convincersi di essere vivo, e pesante, e capace di reazioni, Steeve gridò: - Io non so nulla! Nulla! Non so nemmeno chi tu sei! E neppure se tu sia qui! La aveva accanto, la afferrò per le spalle, la scosse. Non c'era brutalità nel suo gesto, ma come un disperato bisogno di emergere dall'incubo, di liberarsi dall'attanagliante angoscia. E, fulminee, egli sentì le labbra della fan¬ciulla incollarsi alle sue. Labbra divoratrici, scottanti, imperative. E il corpo serpentino, vibrante, frenetico di Kathleen, come se le vesti si fossero volatilizzate nell'aria brumosa, si strinse al suo. In quell'attimo la luna scomparve inghiottita dal nero oceano, e un'improvvisa bava di vento caldo si levò, ardente, sullo spiazzo. Attraverso la rosea vertigine nella quale sprofondava Steeve sentiva, nell'uragano d'amore, la propria anima urlare... Non sono pazzo! Siamo vivi! Vivi! Vivi!.. ………………………… Sedevano l'uno accanto all'altra, sulla pietra a sedile posta accanto alla porta d'ingresso. Di fronte a loro la bianca schiena d'asino di pietra del ponticello, poi l'ondulata brughiera sulla quale già ondeggiavano le prime vaghe nebbie della sera. Il tramonto del sole, con la sua linea di fuo¬co sull'orizzonte, aveva tinto di un violetto in¬tenso le pupille di Kathleen: e ora, in esse sem¬bravano essersi accese le prime stelle della sera. Nella penombra montante il viso della ragaz¬za era una sinfonia di bellezze opache, Steeve l'osservava ammirato. Era quella donna che gli si era data, che aveva voluto in lui il suo primo maschio, l'elet¬to: ed era quella la donna che la voce pubblica accusava, per se a fior di labbra, di innomina¬bili contatti ultraterreni, di cupe magie. ……………………… - Tu lo hai capito cosa intendeva Dougherty? La voce di Kathleen gli giunse, inattesa, a troncargli il filo della fantasia. Aveva parlato senza neppure voltare il volto verso di lui, sempre fissa ad un punto ignoto dell'uniforme panorama che il buio stava sommergendo. - Io?... - preso di sorpresa, Steeve cincischiò sulla risposta - ... no, non l'ho capito... - Sì, invece. Lo hai capito perché te lo hanno messo in testa da quando hai posto piede qui. Tutti. E più di tutti padre Rotmuller. - Vuoi sciupare il ricordo della notte scorsa, la speranza di quella che si avvicina? - Voglio sapere quello che tu pensi di me. - Che ti amo. - Non mi basta. - Perché? - L'amore non è tutto nella vita. - Ti ho detto che ti amo, non solamente che mi piaci. Steeve si sentiva un poco disorientato dalla scarnità, quasi dalla secchezza del dialogo, delle frasi di Kathleen. C'era in esse una visione ben precisa e altrettanto strana per una ragazza del suo livello sociale, dei rapporti fra i sessi. Dopo un po' riprese: - Ho sempre considerato l'amore come una dedizione completa, non solo del corpo, ma anche dell'anima. - E' un errore mischiare l'una cosa e l'al¬tra: è estremamente pericoloso vendere l'anima per il piacere. …………….. Ora Kathleen era presso di lui, presso Steeve: e seguitava a sorridergli dolcemente. Un sorriso delicato e misterioso. Un sorriso che parlava d'amore. Fu allora che Steeve credette, per un attimo, per un solo attimo ma infinito come l'eternità, di impazzire. Ma il sussurro di lei, passandogli accanto gli ravvivò il sangue, gli rinfrescò la fronte bagnata da un gelido sudore, gli ridonò la vita. - Questa notte: in camera tua, amore. ……………… La furia scatenata della imprevedibile Kathleen, raffinata, frenetica e appassionata, an¬che se fugace, gli aveva lasciato nel sangue un lungo brivido che non gli riusciva di acchetare; un desiderio insoddisfatto. Era entrata, rapida; non aveva voluto che lui spegnesse la candela. - Voglio cancellare dai tuoi occhi ogni dub¬bio, voglio che tu mi veda come mi tocchi. Vo¬glio che tu sia sicuro di me... Perché il mio amore è terribile, come il mio odio... ………………. Paul Carter UNA DIABOLICA STORIA Una giovane donna dal cui corpo si sprigionava un fluido aggressivo, ubriacante; un bacillo di voluttà contro il quale Forrest non era difeso… ………………… Sedici anni al più, bionda, (« dev’essere circassa » pensò), occhi di fuoco: e un corpo che pur sotto quel goffo saio risultava carico di sensualità: una bella, giovane femmina. Una femmina disposta a tutto: un magnifico animale predatore e da preda. …………………….. E, improvvisamente, mentre stava per tendere la mano verso il battente, questo si aprì. E lei apparve. La ragazza della locanda. Indossava qualcosa che voleva essere una camicia da notte, una specie di casacca di tela bianca che appena le raggiungeva i ginocchi, e aperta generosamente sul seno, sulla dovizia dei rosei, turgidi pomelli. I due si guardarono. Non avrebbero saputo dirsi niente, ignari delle reciproche lingue: ma James si accorse, con la violenza del desiderio, di non aver nulla di cui valesse la pena di parlare: e la ragazza, parve, fosse d’accordo con lui. La strinse a sé. Era forte, soda, pronta; sotto la ruvida tela, al contatto delle audaci mani del maschio, vibrò di un lungo fremito. Lui fu come se si fosse tuffato in un bagno bollente: per un attimo ne ebbe anche la vista velata. ……………………. Come l’infrangersi di una campana di cristallo nel cupo silenzio di una navata, da oltre il battente gli giunsero il rantolante basire della ragazza e il bestiale bramito di Zeid… Tutto il suo essere ne fu come folgorato… E l’immagine di Norah Mihnof fu in lui, nel suo cervello, nella sua carne… Norah Mihnof… Le nere perle delle sue pupille… Il fascino della sua pelle d’ambra… Quelle labbra che urlavano baci… Norah… Norah… Solo! Era di nuovo solo… Bruciante d’una febbre carnale, sepolto nel buio, anelante: ma solo. La verde sagoma fluttuante era scomparsa! …………………….. E sorrideva. Offriva il prestigio della sua stupenda bocca, come a stimolar la brama di lui. Era tutto un trionfo di femmina, nell’azzurrina opacità di quel mattino; dalla fronte purissima come nelle statue greche alla palpitante denunzia del seno eretto all’armoniosa morbidezza delle forme che la divisa sembrava porre in evidenza con abile malizia. Bruscamente James fece mostra di osservare Zeid intento a prender la scala. Non poteva, non poteva più resisterle… Il sangue gli ondava, violento, nel cervello, gli premeva nelle arterie quasi a spaccarle… c’era da impazzire! ……………………………… La donna le fu di fronte: c’era una spietatezza felina nelle sue pupille. Tese le mani, forti, abbronzate. I bottoni dell’uniforme di Abba, sotto le sue dita agili, scivolarono fuori dalle asole... le spalline della sottoveste furono tirate giù, di colpo. Il petto, denudato fino alla vita, offrì, erto, le sue aureole rosate, quasi minacciose, sulle coppe frementi. - Ecco, così… E’ così che ti voglio… Cheta, rilassata… No. Non era rilassata, lei! Le diacce dita della Vicaria le avevano scottato la pelle... Tutto, ora, ardeva in lei... Stava perdendo l’esatta realtà di quanto la circondava... Si liquefaceva in una smania morbosa... ………………………… Ora gli era vicina. E James poteva percepire, insieme al profumo, il palpito magnetico della sua epidermide vellutata. Il silenzio scese su loro. Un silenzio inquietante: come per un agguato. Presso il letto c’era una panca: inattesamente Norah vi si sedette. I suoi movimenti erano lenti, morbidi, ma decisi: James le fu accanto, quasi senza rendersene conto E i suoi occhi ricaddero nell’incanto di quelli di lei, brucianti come febbre tropicale… Un braccio di James scivolò intorno alle reni di Norah; le sue labbra cercarono quelle di lei… Una sete frenetica… un divorare avido, appassionato, tenace fino alla cattiveria… Con gli occhi semichiusi, Norah non negava nulla, non proibiva nulla. Ardendo della rossa fiamma del possesso, James la sollevò di peso… Poi il parossismo si impadronì di lui… La volle… la ebbe. Con la cieca veemenza di un capraio ubriaco con una femmina da trivio fra i sassi e i rovi di un viottolo alpestre. Ma, pur nell’aberrazione della sua ubriachezza sensuale, qualcosa di gelidamente illuminante tranciò la nebbia bollente del suo cervello. La passione che lo travolgeva non aveva echi nel magnifico corpo di Norah. Era sua senza distacco, ma anche senza partecipazione. Non si rifiutava, non lo respingeva, come se dalla sua sfera psichica la via di un amore così, profondamente umano e assoluto, fosse esclusa. Lo fissava, muta, pallida, con quei magnifici, magnetici occhi: ma non lo vedeva. Forse guardava dentro se stessa… ……………………. Max Dave IL DEMONIO E’ TRA NOI Lo spettacolo che si presentò ai miei occhi era strano e conturbante. Maria, completamente nuda, ballava una danza frenetica. Era bella, la donna; perfetta nelle forme sode, nei seni protesi verso l'alto come due pere. Teneva i capelli disciolti sulle spalle e questi on¬deggiavano, alle movenze della danza, come serpentelli adirati. Maria ballava con gli occhi socchiusi, le labbra semiaperte, le braccia protese in avanti come a stringere un ballerino invisibile e agile quanto lei. Le sue gambe turbinavano nei passi complicati, più ve¬loci della Sardana; i suoi piedi, tanto rapidi erano i movimenti, si vedevano appena. Quello spettacolo mi fece salire il sangue alla testa e per diverso tempo rimasi lì a seguire quella folle danza col fiato mozzo. ………………………. Udii il grido acuto, disperato di Jean, salire dal basso e mi volsi tentoni per raggiungere la donna che, sentivo, era spaventata a morte. Ansimavo, perdevo il controllo dei nervi e strin¬gevo i denti. Il grido continuava terribile. D'un tratto sentii due braccia nude e morbide, fresche, profumate d'un aroma esotico e stordente, cingermi il collo e trascinarmi all'interno della stan¬za con una trazione dolce e continua. Per un attimo mi smarrii. - Maria! - sussurrai Mi rispose una risatina sommessa; le braccia si strinsero ancora di più. Ma dal basso salì nuovamente l'urlo disperato di Jean ed allora mi svincolai dall'abbraccio. Dovetti insistere con maggiore energia. Quelle braccia sembravano i mille tentacoli di una piovra; erano sempre intorno al mio collo per quante volte li avessi sciolti dalla stretta. In ultimo cercai di liberarmi quasi con furia e, man mano i secondi passavano, mi accorgevo di quan¬to fosse difficile liberarsi di quell'incubo profumato che sembrava aver circondato tutto il mio corpo col suo. Lanciai una bestemmia: - Lasciami andare Maria, maledetta. Mi rispose una voce che conoscevo bene, dal buio profondo. - Ti piacerebbe, eh, porco, che fosse Maria. ……………………. Max Dave LA DAMA IN NERO Il treno rullava lentamente mentre attraversava la campagna scura ed assonnata. Mc Loy aveva già fumato quattro sigarette e il suo sguardo non riusciva a staccarsi dal volto della sua compagna di viaggio e dal seno che si sollevava ritmicamente sotto la camicetta. La giacca pesante del tailleur, che la ragazza indossava, era aperta sul davanti perché nello scompartimento faceva molto caldo. Ora la donna aveva accavallato le belle gambe e Mc Loy poteva scorgere una buona parte della coscia, nervosa, di lei. La ragazza leggeva. D'im¬provviso chiuse il giornale, lo appoggiò sul sedile al suo fianco e domandò fissando negli occhi Mc Loy: - Siete della Polizia, vero? Mc Loy sembrò preso alla sprovvista dalla domanda: - Eh, veramente... siamo della Polizia. Come avete fatto a indovinare? Ai lati della bocca della ragazza apparve una piega amara. Sembrò sul punto di dire ancora qualcosa, poi tacque e girò lo sguardo a fissare la cam¬pagna che ruotava intorno al finestrino come un grande disco grigio. ……………………………. Mc Loy batté una mano sul ginocchio; serrò la mascella: - Ascoltatemi bene, signora; è vero che stiamo tra i matti ma qui mi sembra che esageriamo un poco. Cosa volete da me con precisione e perché siete venuta? La donna si alzò in piedi di scatto e con movimenti bruschi, davanti al poliziotto sbalordito, si spogliò rapidamente rimanendo impudicamente nuda, il petto spinto in avanti per far risaltare i seni che sodi e nervosi puntavano verso l'alto. A Mc Loy le tempie divennero rosse e inghiottì a vuoto un paio di volte prima di dire con voce soffocata: - Ma che state facendo? Lei volse i suoi grandi occhi all'Ispettore. - Non vorreste prendermi? - Siete venuta qui solo per questo? E che cosa era quella storia della paura? Laura cominciò a ridere. - Non vi piaccio, allora? Mc Loy passò la lingua sulle labbra divenute aride: - Non dico questo, ma tutto mi sembra una pazzia... - Dopo che sarete venuto con me vi spiegherò tante cose. L'Ispettore ebbe ancora un'esitazione poi indicò il posto a fianco a lui sul letto. - Vieni; sdraiati qui, accanto a me. Lei avanzò con passo ancheggiante quindi si distese e Mc Loy allungò una mano esitante e nervosa ad accarezzare il ventre di lei. Per un attimo sembrò che lei si contraesse tutta come un fascio di nervi; aveva chiuso gli occhi e respirava affannosamente. - Prendimi! - mormorò. Lo aveva detto come se pregasse, come se il suo desiderio fosse una cosa terribile e senza possibi¬lità di soluzione. Mc Loy si chinò e sentì che Laura tremava sot¬to le sue carezze come se una corrente ad alta ten¬sione attraversasse il suo corpo. Il sangue comin¬ciava a pulsare nelle tempie dell'uomo che non aveva più una chiara idea della situazione. Non aveva mai incontrato una donna così vio¬lentemente passionale ed erotica. Si scuoteva tutta; lo teneva stretto a sé quasi per impedirgli di sfuggire, come temendo la rottura dell'amplesso nel momento culminante. Mc Loy dimenticò ben presto tutto: l'indagine, la sua posizione nei confronti della donna che gia¬ceva con lui, la stranezza di quell'incontro. Laura gridò tutto il suo godimento furiosamen¬te e Mc Loy dovette soffocare le strida con un bacio forsennato, mentre le labbra di lei cercavano di sfuggire la stretta. Poi di colpo lei giacque immobile. L'Ispettore era ancora preso dalla furia erotica ma la donna lo respinse con forza; scivolò dal letto, corse a raccogliere i vestiti abbandonati in terra e si rifugiò nel bagno. …………………………….. Max Dave LA LEGGE DELL’ALDILA’ Ford era serio. - Hai parlato di una certa Matews. La conoscevi? - Certamente... era una gran bella ragazza... Trop¬po bella... e troppo cara per il povero John. - Katharin? - Sì... proprio... ma anche la sorella... non scherzava... ih... ih ... - e si leccava le labbra mentre il suo sguardo si offuscava e la testa gli ciondolava da una par¬te e dall'altra. Ford lo prese per il bavero e lo scosse. - Bene, John, quante volte ci sei andato? - Io?... Io dovevo accontentarmi di Jeanne... Mi faceva pagare solo dieci... dieci dollari. - E le altre quanto prendevano? - Cento... duecento... a seconda di come andavano le cose. Ford sogghignò: - Si trattava di sedute spiritiche un poco care. Sullivan alzò la testa per guardare l'ispettore e socchiuse gli occhi. - Che c'entrano gli spiriti? - Non facevate delle sedute spiritiche? L'ubriaco si leccò le labbra. - Ehi, dico, volete scherzare? Ford continuò: - E Maria Matews la conoscevate? - Ih... Ih... - fece segno all'Ispettore di avvicinarsi. - Sapete perché mi accontentavo di Jeanne an¬che se non valeva i dieci dollari che le davo? Lo sapete? Ford scosse la testa accondiscendente - Perché quando quelle due avevano preso la me¬dicina erano come delle furie scatenate... Si strappavano i vestiti di dosso... e... dovevate vedere che scene, al¬lora. - Restavi solo a vederle? - E chi poteva pagarsi il lusso di quelle due? - Ma tu, gli altri che intervenivano, li conoscevi? - Mai veduti.. uno per due volte di seguito… solo uno... ora che ricordo. Era un giovanotto bruno... Ford e Bull si dettero un'occhiata. - E con chi se la intendeva? - chiese Ford. - Con Katharin, spesso... poi anche con la sorella, mi sembra. …………………………. Il vecchio sospirò: - Avrei dovuto capire subito, se fossi stato meno rimbambito che c'era qualcosa nell'aria. Lo strano sorriso sulle loro labbra, la luce... Ma io credevo nella seduta ed avevo un poco di paura. Mi presero le mani e fecero finta di evocare uno spirito. Passò del tempo ma non accadeva nulla e Katharin allora si alzò dicen¬do che era meglio prendessero la « cosa » per far av¬venire la seduta. Io non capivo. Katharin andò di là e tornò con tre bicchieri. Ne offrì uno a testa e io bevvi sopra pensiero. Poi mi ripresero le mani. Dopo un po¬co la testa cominciò a girarmi. Mi sembrava d'avere il mal di mare. Cominciai a lamentarmi e quelle si misero a riderei. C’era come una nebbia davanti ai miei occhi e mi sembrava di essere paralizzato. Poi vidi Katharin che cominciava a spogliarsi restando nu¬da. Guardavo sbalordito ed ebete e la sgualdrina prese a strusciarsi a me. Cercai di tirarmi indietro ma non potevo muovermi. Poi vidi che anche Maria si sfilava la vestaglia e le due carogne mi saltarono addosso. Fu allora che mi convinsi che anche io desideravo questo e cominciai a muovere le mani. Guth si coprì il viso e tacque. I tre poliziotti tacevano; poi Ford chiese: - Le avete avute tutte e due? - Sì! - disse il vecchio in un soffio. - Vi avevano drogato. - sentenziò Ford. …………………………………. Max Dave IL FU MISTER WASHIGTON Karlson si sentiva scoppiare dalla rabbia: “L’unica cosa in cui sei un campione, è quella di dare fastidio alla ragazze!” Sapeva di aver toccato il tasto buono, perché Widmark rialzò di scatto la testa: “Fastidio?” Chiese. Il primo assistente lo zittì con un gesto: “Non sai niente della signorina Church, vero? Ti senti innocente come un angioletto, e invece stai gettando il discredito su tutto l’osservatorio!” Un sogghigno si diffuse sul volto del secondo assistente: Widmark si lasciò andare ancora di più nella poltrona. “Se il paese sa tutto su di me... Io, so tutto su di te!” “Sai tutto cosa?” Widmark non si scompose. Non sollevò neppure la testa per rispondere: “So di Marylin! So che anche tu la conosci bene... Karlson lo afferrò per il bavero: “Sporca carogna...” Il giovane si liberò lentamente. “Non lo fare. Richard! Sai bene che il professore non vuole.” disse, alterando la voce in falsetto. Karlson andò a sedersi. “Quando hai saputo?” Widmark scrollò le spalle: “Così... Tra un colloquio intimo ed un altro. E’ stata Marylin a dirmelo.” “Lurida sgualdrina!” Imprecò Karlson. Si mise a fissare il vuoto. Widmark lo fissò. “Che diavolo ti sta accadendo?” chiese “Da quando in qua, questo Osservatorio, ha avuto una gran fama?” “Prima che arrivassi tu, almeno, si salvava! Ma ora...” “Ora cosa?” Samuele sembrava sinceramente meravigliato. “Vorresti farmi credere che non sai cosa dicono in paese?” Widmark scosse negativamente la testa. “La gente chiacchiera! Dice che quassù, c’è una casa di tolleranza!” “Davvero?” “Il paese... ‐ mugolò Karlson. ‐ Il paese ha ragione...” Non poté terminare la frase per un accesso di risa. Anche Widmark aveva cominciato a ridere. “Cosa vuoi dire... Richard...” “Il professore...” si interruppe in un singulto. “Che cosa?” Widmark era tornato improvvisamente serio. “Anche il professore...” Samuele ricominciò a ridere: “Vorresti dire che... il professore e Marylin...?” Karlson fece segno di sì con la testa. “Allora... ‐ sghignazzò Widmark ‐ ...invece di osservare le stelle, guardavano tutti le gambe di Marylin!” Karlson riuscì a dominarsi. Si asciugò le lagrime. “E’ quando la chiama per le relazioni...? Karlson” Richard scosse la testa: “No. Anche lui... come noi.” “Dalla signora Pottel?” “Sì. Proprio da lei.” Widmark divenne improvvisamente serio: “Ma... se quasi tutte le sere si incontra con me?” “Fino alle dieci, amico!” “E con te?” “Fino a mezzanotte!” Richard terminò la frase, rimettendosi a ridere. Widmark era sbalordito: “Non vorrai dirmi che il professore rimane fino all’alba?” Richard tornò serio: “No! con lui si vede solo la domenica.” ……………………………………….. Cristopher Bennet alias Max Dave LA TRAPPOLA DEL DIAVOLO Dietro la casa, recinto da rete metallica, sulla quale si arrampicavano rose a mazzetti variopinte, era l’orto. Alcune piante da frutto avrebbero celato molto bene Brooks nel suo tentativo di giungere fino alla casa; a meno che non ci fosse qualcuno nell’orto. Ma questo era deserto per cui Brooks scivolò cautamente fino alla facciata della casa illuminata di sole; con decisione si arrampicò lungo il tronco nodoso dell’edera centenaria e si affacciò alla finestra del primo piano. Questa dava sulla grande cucina costruita come era in uso un tempo, molto spaziosa, ove abitualmente si riuniva tutta la famiglia, specialmente nell’inverno, perché era la parte più calda della casa. La luce esterna impediva a Brooks di vedere nella penombra dell’interno ma alla fine la sua vista si abituò e cominciò a scrutare. Ciò che scorse lo lasciò sbalordito. Girata di fianco, per cui lei non poteva vedere il guardiacaccia, era Lucy Bennet, seduta in una poltrona. Essa era completamente nuda. La luce che penetrava dalla finestra plasmava la sua carne rosata, il suo corpo ancora virginale, malgrado l’età. Era una gran bella donna così svestita; Brooks doveva ammetterlo. Lucy piangeva; con un fazzoletto andava asciugandosi gli occhi e ogni tanto le sue belle spalle tornite erano agitate da un singhiozzo che faceva tremolare il seno. Brooks ritirò la testa lentamente scivolando quindi via dal giardino come un’ombra. Era molto perplesso, l’uomo. Perché la Bennet era nuda? Perché piangeva? Aveva ragione Staples; qualcosa non andava ad Holwood, ma cosa? Mentre camminava per raggiungere il guardiano del cimitero egli si mordeva le labbra. Tuttavia decise, spinto da uno strano impulso, a non dire all’ometto ciò che aveva visto. Brooks inoltre doveva ammettere che la vista delle carni nude di Lucy Bennet gli aveva messo uno strano fuoco addosso. Era come affascinato dal desiderio di accarezzare quella pelle che doveva essere liscia come seta. Quelle curve che non dovevano aver provato mai la carezza, la stretta delirante di un uomo. …………………………. Ora la donna era pallida come un cadavere. Si appoggiò con le spalle al muro e Brooks la prese gentilmente per un braccio perché temeva stesse per cadere. — Signorina Bennet! — disse con garbo. — E’... è morto?... — chiese con un filo di voce. — Sì. Brooks sentiva che il peso di lei gravava sempre più sulla sua mano ed allora mise un braccio intorno alla vita per sorreggerla meglio. Infatti la donna abbandonò il suo corpo in quella stretta protettrice, i suoi occhi si chiusero, mentre il suo respiro diventava affannoso. — Dio mio! — disse in un soffio. Brooks sentiva il corpo caldo e palpitante di lei contro il proprio fianco ed era una sensazione dolcissima e conturbante. Ora ricordava perfettamente le curve del corpo di lei, i suoi seni prosperosi e sodi bagnati dalla luce che penetrava dalla finestra, la curva del gluteo schiacciato contro la poltrona. La donna aveva leggermente rovesciato indietro la testa nell’abbandono del leggero svenimento e le sue labbra erano semi aperte a mostrare la chiostra dei denti candidi e perfetti. Broocks si chinò lentamente, come attratto da una forza superiore, ed appoggiò la sua bocca a quella di lei. Lucy sospirò ed aprì gli occhi; parve per un attimo smarrita poi, siccome il bacio dell’uomo si faceva più opprimente, possessivo, rispose con slancio virginale, inconsapevole. Era un bacio lussurioso e nello stesso tempo casto; lei non sapeva baciare, ma si concedeva con quella vitalità semplice delle bambine. Un braccio della donna scivolò intorno alle spalle dell’uomo; Broocks aumentò la sua stretta. Lucy teneva gli occhi neri spalancati e sbalorditi come se non si rendesse conto di ciò che le stava accadendo; poi di colpo, si scostò; respinse l’uomo, si appoggiò ansimante, turbata, tremante al muro. Le sue guance avvamparono. — Signor... signor Broocks!... — balbettò. Il guardiacaccia non disse niente; aveva abbandonato le braccia robuste lungo i fianchi e la fissava. — Perdonate! — mormorò alla fine. Cercò di evitare lo sguardo profondo di lei. — Mi sono comportato come un pazzo. Lei ansimava; il suo seno si alzava ed abbassava violentemente sotto il vestito stretto. Ma nella sua voce non c’era rancore, anzi vi era una nota di felicità nascosta. — Signor Broocks! — Vorrei scomparire sotto la faccia della terra. — Non... non dite questo... L’uomo teneva la testa china; sembrava abbattuto, distrutto. Lucy si avvicinò un poco e gli mise timidamente una mano sul braccio. — Non dovete fare così… non importa… — Sono una bestia! — Ma cosa dite... Ella era tornata vicinissima a lui e Donald sentiva l’olezzante profumo che emanava dalla donna. La guardò negli occhi e li vide neri e luminosi, quasi sorridenti, estatici. In quegli occhi era una muta, lasciva richiesta: il messaggio che essi mandavano era semplice, conturbante: baciami, baciami ancora, Don! Il guardiacaccia non esitò; allungò le braccia e le cinse la sottile vita. Sentì che la donna si abbandonava languidamente. La strinse a sé e incollò le sue labbra su quelle fresche di lei. Ora Lucy, dalla breve esperienza di prima, fu più smaliziata e la sua lingua giocò con quella dell’uomo in una serie di rapide strette. Il corpo di Lucy aderì a quello di Broocks e la donna, con un lungo sospiro, si abbandonò tra le sue braccia. Era diventata pallida; i suoi occhi si erano chiusi ma sembrava che sul suo volto si fosse disteso un velo di estasi infinita. Allora Broocks cominciò a far scivolare le sue mani lungo il corpo fremente, virginale della donna. ………………… Max Dave LE NOTTI DEL TERRORE John trascorse una giornata angosciosa. Cercò di distrarsi in ogni modo, di far volare il tempo con una occupazione qualsiasi: lesse libri tecnici, tentò di sfogliare vecchie riviste americane. Ma non c'era niente da fare, il suo pensiero andava a lei continuamente, i suoi occhi correvano ogni minuto al proprio orologio da polso. Portava l'orologio all'orecchio per convincersi che camminasse regolarmente; andava a controllare il cronometro di precisione che era nella cassettina sulla scrivania del bungalow. Il tempo sembrava essersi fermato. Il sole non pareva volesse mai inclinarsi verso il tramonto; sembrava fermo lì, palla di fuoco abbagliante nel cielo. Ma finalmente il sole tramontò e scesero le ombre della sera. Nel cielo sfolgorarono le stelle. John sedette sulla veranda in attesa. I minuti passavano lenti, allucinanti; egli continuava a volgere il capo a destra ed a sinistra per controllare la spianata che si andava illuminando di lattea luce lunare. Tientla non veniva; forse non sarebbe venuta. Infatti perché sarebbe dovuta tornare? Cosa poteva obbligarla a farlo? La luna si spostava lentamente nel cielo variando le ombre delle cose sulla terra. John si accorse di aver terminato il ghiaccio nel secchiello. Si alzò per andare a rifornirsene di nuovo. Quando tornò sulla veranda essa era lì. Sedeva sulla poltroncina della sera precedente e gli sorrideva con tutto il volto mentre i suoi grandi occhi mandavano luce. Disse dolcemente: - Buona sera, John! Mc Kruder era come paralizzato dalla gioia e dalla meraviglia. La ricordava bella ma non così tanto. Essa indossava un altro vestito, bianco con ricami in oro ai bordi del tessuto e dei tagli; pareva una sacerdotessa. John si riscosse: - Buona sera Tientla; temevo che non saresti venuta. - Allora sei contento di vedermi... L'uomo balbettava: - Felice... ecco... proprio così... Appoggiò il secchiello del ghiaccio sul tavolo e sedette lentamente di fronte a lei; d'un tratto domandò: - Perchè... perché vieni a cercarmi?... Lei non rispose; fissava in silenzio il volto rosso e contratto dall'emozione di John. Poi, lentamente, si alzò in piedi; con un leggero movimento della mano sciolse qualcosa sulla spalla; con un soffio il suo vestito cadde a terra. Essa si ergeva ora, nuda e meravigliosa davanti a Mc Kruder. John credeva di soffocare; gli pareva che il suo cuore fosse improvvisamente impazzito. Tientla era immobile, statua di marmo nero perfetto e lo fissava dall'alto in silenzio. John ingoiando a vuoto allungò le mani quasi con timore, come nella paura che le sue dita potessero incontrare il nulla, che lei fosse una visione e basta, una pura finzione della sua fantasia di uomo solitario. Le dita dell'uomo sfiorarono i fianchi di lei. No, Tientla era vera, era solida. La sua pelle vellutata era fresca, la sua carne soda ed elastica, e i nervi di lei cominciarono a vibrare alle carezze dell'uomo. Ora le mani di John percorrevano frementi, febbricitanti, il corpo di lei, sul ventre, sulla schiena, sui glutei; dal seno elastico e sodo alle cosce. Poi le mani di Mc Kruder afferrarono i polsi della ragazza, ed egli la attrasse a sé con violenza, sulle sue ginocchia, la rovesciò indietro, le cercò le labbra tumide e carnose ed essi si unirono in un bacio delirante. …………………………. Max Dave IL MOSTRO E LA CARNE Pensavo che la piccola Hannorah fosse una bambinetta dalle lunghe treccine, ma quella stu¬penda ragazza che aprì la porta d'ingresso, quan¬do fermai la Mercedes davanti alla casa, mi la¬sciò a bocca aperta. Era una fanciulla alta, snella, indossava un costume campagnolo dalla vita stretta, la cami-cetta abbondantemente scollata sì da mostrare le curve sode e perfette della parte superiore del seno. I suoi capelli sembravano fatti di fiamma e si confondevano con il colore dei rampicanti che aveva alle spalle. Essa venne alla volta della mia macchina correndo e, mentre scendevo, accennò ad un gar¬bato inchino. - Buona sera, signor Fox! Ora potevo vedere anche i suoi occhi che erano verdi smeraldo e controllare tutta la per-fezione di quel viso di cui solo la bocca, leg¬germente grande, non aveva misure da quadro antico. Ma quella bocca carnosa stava bene sotto il casco dei capelli di rame. - Buona sera! - risposi io e nella mia voce dovette essere evidente l’ammirazione per¬ché lei sorrise. ……………………. Dovetti picchiare con il pesante batacchio di bronzo perché non avevo ancora pensato a far¬mi dare una chiave. Attesi! C'era un gran silenzio intorno rotto solo dal ticchettio delle gocce di pioggia sulle foglie dei rampicanti. Mi pareva di vivere in un mondo assurdo e fuori del tempo. Dreften era silenziosa come una casa abbandonata. Tornai a picchiare all'uscio ed allora sentii i passi svelti e poi la voce di Karin leggermente agitata: - Chi è?... Il cielo si era fatto scuro; le tenebre incal¬zavano intorno come se la notte precipitasse verso di noi. - Sono io, Karin... apri... Udii il suo leggero grido di giubilo e subito sentii scorrere il paletto nel suo alloggio; la por-ta si aprì e lei mi corse tra le braccia come una farfalla che cerca rifugio. La strinsi a me. Sentivo il suo corpo sottile vibrare contro il mio in una concordanza di sentimenti, di sen-sazioni, di voluttà ineffabili. Le rovesciai la testa e la baciai. Avevamo dimenticato di essere sotto la piog¬gia e le gocce rigavano i nostri volti benefiche. Fresche gocce di pioggia che sembravano la¬crime del cielo. Lei si staccò improvvisamente da me e mi trascinò dentro tirandomi per una mano. - Vieni!... Vieni!... Chiuse il portoncino alle nostre spalle e nel¬l'ombra tornammo ad abbracciarci, a baciarci come due forsennati. ………………… Scesi cautamente. Quando fui in fondo vidi che una candela bruciava in un candeliere nel vano da dove par-tiva il corridoio che portava ai vari ambienti del sottosuolo. La camera dove doveva essere Larkin e Bella era in fondo. Mi avvicinai al pannello. Giungevano al mio orecchio mormorii e sospiri. Girai lentamente la maniglia e spinsi un poco il pannello. Uno spiraglio luminoso si aprì davanti a me ed allora accostai l’occhio per guardare. Ora, più distinti, sentivo i gemiti, i sospiri di Bella. Lo spettacolo che si mostrò ai miei occhi era qualcosa di primordiale e grottesco insieme perché i due corpi nudi che si contorcevano sulla coperta nera parevano irreali raffigurazioni animate di un quadro satanico. Bella era meravigliosa nella sua nudità; Larkin era osceno. Tuttavia il suo corpo plastico, da atleta greco, era perfetto. Pareva un bell'animale bruciante di vitalità. Egli afferrava con mani che volevano far male le candide carni di Bella; ma la donna non sembrava sentire dolore affondata come era nel delirio. Quella di Larkin era violenza fisica, animalesca. La donna lo assecondava, con la testa cir¬condata dall'aureola dei capelli rossi che ondeg-giavano come mossi dal vento. E la loro era un'autentica bufera di sensi. Abbandonai il posto e richiusi lentamente la porta. Il mio cuore batteva. Mai avevo assistito ad una scena così bru¬tale. Tornai indietro. ………………………………. Max Dave LA ZAMPA DI PIPISTRELLO Jonathan era disteso nudo sul grande letto. Teneva le braccia incrociate dietro alla testa e seguiva con occhi bramosi Jackie che si andava spogliando con movimenti rapidi e precisi. Il suo sembrava un rito. Era una ragazza molto pulita e curata, Jackie. Dopo la doccia, si profumava ed incipriava tutta. Poi pettinava i bei capelli rossi che le ricadevano sulle spalle tornite e che mandavano riflessi di fiamma ogni qual volta la spazzola passava in essi. Era seduta davanti alla toletta e mentre si andava pettinando parlava con un chiacchiericcio inconsistente ma che Jonathan trovava interessante e piacevole proprio perché non diceva nulla di concreto. - Ieri è venuto anche il giudice Abindane, qui da me... E’ venuto in gran segreto quando aveva fatto buio... Vedessi che buffo. Cominciò a passare il piumino della cipria sulla pelle rosata e i seni tremavano quando alzava le braccia per impolverarsi le ascelle. Jonathan disse: - Ora basta, vieni qui.... Lei abbandonò il piumino e ancheggiando si avvicinò al letto. Il giovane l'afferrò per i polsi e la trascinò su di sé; lei rise: - Sei violento, questa sera. - Non lo sono sempre con te? - Ti piaccio, allora?... - Molto... Jonathan l’andava accarezzando sulla schiena e sui glutei sodi ed elastici. Poi la rovesciò sulla schiena. Jackie non era la prostituta che fa tutto soltanto per mestiere; se trovava qualcuno che le piaceva partecipava anche lei all'amplesso; come nel caso di Jonathan. Il giovane le piaceva; il fascino dell’artista e il fatto che sembrava preferirla a tante altre donne, la rendeva orgogliosa. Si rotolarono a lungo sul letto fin quando non giacquero affaticati e paghi uno di fianco all'altra. Jonathan infilò in bocca due sigarette, le accese e una la mise tra le labbra della ragazza. - Sei stato bene con me? - lei chiese. - Moltissimo; ogni volta scopro delle cose nuove in te. Lei dette in una risata. - Non ti ho ancora messo al corrente di tutto il mio repertorio. - Spero che me lo farai conoscere presto. - Quando vuoi. - Non oggi... Ero un poco giù di corda prima di venire da te... - E adesso?... - Non più; mi sento sereno. ………………………………. Max Dave L’OMBRA ASSASSINA Nelle prime ore del pomeriggio Carven e Douglas giunsero alla fattoria dei Sasket. Era questa una casa colonica di vaste dimensioni situata su un colle erboso circondato da una corona di vecchi tigli. Una sorgente sgorgava proprio ai piedi della collina e si diceva che la sua acqua fosse salutare. Quando giunsero alla fattoria i due poliziotti vi trovarono solamente la nonna Sasket e la nipotina. Tutti gli altri erano al lavoro sui campi. Tuttavia la vecchietta grinzosa accolse molto bene i due Ispettori di Londra. Ann, la ragazzina, era una bambina di undici anni dalle gambette magre e lunghe e i capelli castani raccolti in una lunga treccia. Nonna Sasket disse: - Siete venuti per quella storia orribile del signor Preston? Carven rispose gentilmente: - Sì, signora... Volevamo fare alcune domande... La vecchietta era evidentemente molto curiosa e chiacchierona; si fece da parte: - Entrate, entrate pure... Un buon bicchiere di sidro fresco di cantina credo che non lo disprezzerete, ragazzi... - Grazie, signora Sasket... Il bicchiere venne raddoppiato. La vecchia voleva sapere molte cose; però alla fine, mettendo mille rughe sulla pelle della faccetta, disse una cosa che fece drizzare le orecchie ai due poliziotti: - Io non ho visto nessun vagabondo, signori, ma Ann ha veduto qualcosa di strano... La bambina era seduta accanto al camino e seguiva il colloquio stringendosi le magre ginocchia e tenendo i grandi occhi verdi spalancati. Carven e Douglas fissarono Ann: - Ha veduto qualcosa?... La vecchia fece un cenno di assenso: - Io sono vecchia ed ormai non mi meraviglio più di niente... Ann, vieni qua e racconta la tua storia... La piccola, incerta e titubante si fece vicina alla nonna e le appoggiò i gomiti in grembo. Carven si chinò in avanti con un sorriso: - Cos'hai veduto, Ann?... La bambina si vergognava di parlare, era evidente, per cui intervenne la vecchia: - Racconterò io per lei, Ann è troppo timida... - Di che si tratta? - chiese Carven. - Di un'ombra!... - Cosa?... - L'ombra di qualcuno... ecco tutto... Ora fatemi raccontare con calma: questa storia Ann l'ha detta soltanto a me perché non voleva essere presa in giro dai suoi fratelli... L'altro giorno, nel pomeriggio, Ann era fuori a giocare… D'un tratto ha visto l'ombra... - Dove?... - Era sull'erba, proiettata dal sole... - E di chi era quell'ombra?... - Non si sa; Ann non ha veduto nessuno e subito l'ombra è scomparsa... Ann ha avuto paura ed è tornata a casa di corsa. Mi ha raccontato la storia ma io ho pensato che si trattasse di un'ombra di un albero che pareva quella di un uomo. Carven fissava sbalordito la piccola. Le mise una mano sulla spalla ed essa si ritirò un poco ritrosa. - Tu hai visto l'ombra di un uomo e non c'era nessuno? - Sì.. ma non ne sono più sicura... La vecchia aggiunse: - Io sono sicura che Ann ha veduto bene... - E cosa potrebbe significare?... - Che da queste parti si sta aggirando qualcosa di strano... Carven dette un'occhiata al suo collega. Douglas appariva molto scettico ma non interveniva. Carven chiese ancora. - Che ore saranno state, Ann?... - Poco prima delle quattro... - rispose la bambina. - Ricordo che avevo sentito suonare la campana della chiesa... La campana suona sempre alle tre e mezza... - E come era questa ombra?... - Non lo so... è scomparsa subito; a me pareva quella di un uomo ma senza vestiti... - Nudo, vuoi dire?... - Sì... - Ma come fai a distinguere l'ombra di un uomo nudo da uno vestito?...Non mi sembra facile... La ragazzina ebbe una risatina leziosa e nascose il viso tra le pieghe della sottana della nonna. Carven fece un cenno con la testa: - Ho capito... disse. Poi si alzò imitato da Douglas. La vecchia Sasket volle che bevessero ancora un bicchiere di sidro. …………………………. Jane si tolse lo sleep e lo gettò sul pavimento con un gesto deciso e quasi di sfida. Così era completamente nuda e il suo corpo di adolescente appariva alla luce della lampada appesa al soffitto come una raffigurazione impressionista. L'uomo, dal canto suo, già in maniche di camicia, mentre si andava slacciando i calzoni, la guardava con occhi bramosi. Jane sedette sulla sponda del letto in attesa. L'uomo, non poteva avere più di quaranta anni e sembrava una persona della classe buona. Il suo volto era contratto in quel momento dal desiderio. Domando: - Quanti anni hai? - Diciotto. - rispose lei mentre osservava l'altro che sfilava i pantaloni tenendosi con una mano alla spalliera del letto. In un attimo anche lui era nudo e si avvicinò a Jane, le sedette al fianco, cominciò ad accarezzarle le spalle magroline, la schiena. Poi la sua mano scese ai seni piccoli e sodi e ne prese uno come in una coppa. Disse guardandola negli occhi cupi e seri: - Sei molto giovane... Da molto fai questo?... - Da due anni. L'uomo si chinò in avanti a baciarle i seni e lei si distese sul letto facendogli cenno di imitarla. - Ora sta' calmo, faccio io... Aveva una voce profonda ed era molto graziosa anche se il suo viso sembrava non avere espressioni. Poi lei si mise a sedere. Per qualche minuto fece in modo che l'uomo trovasse il brivido del godimento. Alla fine l'altro la prese per le braccia, la costrinse sul letto, la prese. Fu una cosa semplice, senza slanci. Alla fine lei si liberò del peso di lui e cercò una sigaretta sul comodino; la infilò tra le labbra. Accese con il lighter buttando il fumo verso il soffitto bianco, sporco. - E' andata bene? - chiese con la sua voce senza molte inflessioni, come se ripetesse una domanda fatta infinite volte. Lui rispose pensosamente: - Sì... sei brava... - Allora mi dai i trenta dollari... - Certo... l'ho promesso... Jane si volse a guardarlo con maggiore interesse; i suoi occhi scuri fissavano quel volto che non aveva mai veduto prima di quella sera. - Sei di parola. - disse... - Lo sono sempre. - Cosa fai?... - Per il momento niente... - Cosa farai, allora?... L'uomo fece una lunga pausa poi, scandendo le parole, lentamente, con determinazione, disse: - Mi ucciderò!... - Non dire sciocchezze. La ragazza lo guardava come a voler indovinare se scherzava o diceva sul serio. - Perché vorresti ucciderti?... - Sono stanco... - Di vivere?... - Anche... ma ci sono molte altre cose che mi spingono a farlo. Jane si appoggiò ad un gomito e fissò con maggiore intensità il suo ospite. - Tu stai dicendo sul serio. - Non scherzo proprio... - E perché sei voluto venire con me?... - Non lo so; forse per stordirmi, forse nella speranza di trovare il desiderio di tornare indietro. - Ed io non te l'ho dato... - No... ma non è colpa tua... Di colpo lei era diventata tenera, gentile; ora si accorgeva che colui che aveva al fianco, con il grande corpo nudo disteso sul letto era un essere veramente infelice. Come lei o più di lei? Si chinò su di lui, gli cercò le labbra e lo baciò sulla bocca prima leggermente poi con passione. ……………………… Max Dave I MOSTRI DELLA VIA CAMPBELL Michele continuò a tenere le dita di acciaio serrate intorno a quel magro collo. Le gambe ebbero un ultimo guizzo poi restarono immobili, divaricate, con le vesti scomposte che scoprivano le cosce mostrando le mutandine di cotone. …………………………… Michele continuò a tenere le dita di acciaio serrate intorno a quel magro collo. Le gambe ebbero un ultimo guizzo poi restarono immobili, divaricate, con le vesti scomposte che scoprivano le cosce mostrando le mutandine di cotone. …………………………. Max Dave IL SACERDOTE DEL REGNO DEI MORTI - Peter! - disse e nella sua voce si sentiva la gioia che provava per il nostro incontro. Mi alzai in piedi mentre essa si precipitava giù per le scale quasi con furia, corse ad abbracciarmi e la sentii palpitante, vibrante, contro il mio corpo. - Peter; che gioia rivederti. La voce di Janine era rotta dalla commozione ed anche io facevo fatica a parlare in quel momento. - Non immagini quanto sia contento io. La baciai sulle guance e quindi lei mi afferrò una mano e mi costrinse a sedermi al suo fianco su un divano; i suoi occhi brillavano di felicità contenuta. Avrei voluto stringerla forte tra le braccia, accarezzarle i capelli corvini. Janine mi aveva afferrato le mani e mi guardava come a voler scoprire sul mio viso la traccia degli anni trascorsi. ………………………….. Harry Small LA BESTIA Poi, la mia attenzione si sposta su una figura in movimento, giù, verso la spiaggia: una ragazza, completamente nuda, si lascia scivolare nell’acqua, che la luna nascente arricchisce di fredde lame argentate. Mentre sulla terraferma, dietro alcuni bambù, lo stregone del villaggio sta osservando il corpo splendido della ragazza, le cui nudità nel misterioso gioco di ombre e luci, emergono a tratti dalle onde spumose. …………………………………….. Harry Small LE PICCOLE GOCCE - Buona fortuna, signore! - salutò la gitana con una voce stranamente roca e piacevole. Barty non rispose al saluto. La sua attenzione era presa dal sorriso smagliante e dolce della donna, la quale gli si fece vicinissima, e: - Lascia che Myra legga il tuo avvenire, signore... E le mani scure e nervose della ragazza presero la sinistra di Barty, prima che egli potesse impedirlo. Per un istante egli lasciò la propria mano in quelle calde della ragazza, ed intanto vedeva i suoi grandi, occhi neri e velati dalle lunghissime ciglia, studiare con curiosità le righe dell'epidermide, come se realmente riuscisse a leggervi qualcosa. Un alito di vento, più forte, proveniente dal mare, agitò i lunghi capelli della gitana che si sollevarono fino a sfiorare il volto di Barty, ed egli si sentì percorrere il corpo da un brivido piacevole, sottile, che lo riscosse da quell'attimo di credulità. Barty ritrasse la mano, nel momento stesso in cui le labbra piene e perfette di Myra si muovevano, ed il giovane udì, appena sussurrato, l'esito della strana lettura... - E' strano, signore! - mormorò la gitana, tentando inutilmente di trattenere la mano che le sfuggiva... Barty sorrise, scettico, mentre sfilava alcuni scellini dal portamonete. - Ecco qua, bellezza - disse lasciando un paio di monete alla gitana. - Adesso, sicuramente non ci sarà nulla di strano... Myra non ricambiò il sorriso di Barty, come egli, forse, si aspettava; né fece nulla per afferrare al volo i due scellini. Li lasciò cadere sul terreno sabbioso; un'espressione mista di stupore e di trionfo si dipinse sul volto di tzigana, mentre si chinava ad osservare le monete; entrambe erano cadute mostrando il rovescio. - Croce!... - mormorò la gitana, come par¬lando a se stessa – ………………………………………… - Un incubo! - mormorò Barty, come parlando a se stesso. - Soltanto un incubo... Myra si fermò e le sue braccia salirono a circondare il collo del giovane, il quale sentì in quell'abbraccio, vivo e carico di sensualità, una violenta smentita ai suoi dubbi. La presenza della gitana accanto a lui, era di una sconcertante, ubria¬cante realtà, e, seppure si trattava di un sogno, egli non aveva mai sognato con tanto realismo... Si abbandonò alla leggera pressione della don¬na, che lo trascinò sul soffice letto di foglie su cui stavano camminando, e senti le labbra brucianti di Myra cercarlo con un desiderio tutt'altro che spirituale, o incerto. - Sei pronto a giurare che si tratta di un incubo, Barty?! - sussurrò la gitana. Ed egli scosse la testa in segno di diniego, mentre sentiva tra le braccia, vivo e impazzito il corpo della gitana. Sopra di loro, nello sprazzo di cielo oltre le cime della folta vegetazione che circondava la cop¬pia, un uccello, dalle forme assurde, passò a cu¬riosare e si allontanò con uno stridio che somigliava ad una sghignazzata. Ma Barty non lo sentì; il giovane non ricordava nemmeno di trovarsi in una dimensione impossibile. ………………………….. - Dammi la tua sinistra, Barty Sanford - la voce di Myra lo distrasse dalle sue osservazioni ed egli volgendosi verso la donna sentì le arterie come impazzite. Myra, con la sua abituale noncuranza gli sedeva di fronte, e lo sguardo verde-cupo della ragazza sembrava frugargli l'anima. La solita eccitante trascuratezza con cui la donna portava le vesti, ancora una volta, erano causa di stupore e di ebbrezza per il giovane, e lo sguardo di Barty rimase incollato sulla camicetta della donna che una mano invisibile aveva aperto quasi completamente sul davanti. I seni colmi e sodi di Myra, ora, apparivano quasi per intero, e la mano che il giovane protese tremava visibilmente. Ma le dita del giovane sfiorarono appena le mani della gitana. Poi esse si levarono rapide, ad afferrare la scollatura della camicetta, mentre la voce roca dell'uomo giungeva in un soffio alle orecchie di Myra... - Semmai ti decidessi a gridare, sarebbe la prima volta che la Legge mi metterebbe sotto accusa per violenza... verso una donna... Ma, davvero, non credo che tu griderai, perché io sono maledet¬tamente disposto ad affrontare la Legge!... E Myra non gridò, infatti. Tentò una disperata, muta difesa, ed il respiro affannato dei due giovani in lotta riempì per alcuni secondi l'am¬biente. Poi l'interno del carrozzone fu invaso da un dolce silenzio, mentre la pelle d'orso scompa¬riva sotto i loro corpi avvinghiati. All'esterno, il fischio dei gabbiani si alternava al fragore del mare, mentre grosse gocce di pioggia picchiettavano sul tetto di legno. …………………………………… Jack Leeder alias Harry Small LO SQUALO BIANCO Gordon si passò una mano sulla fronte corrugata, come a voler scacciare il ricordo. Si chinò di più sulla ragazza con un sorriso caldo e scanzonato al tempo stesso. La sua mano scivolò dalle spalle verso la vita sottile di lei, mentre l’altra mano del giovane scompariva sotto l’apertura della vestaglia. La rossa era completamente nuda, sotto l’indumento da camera, e Gordon si sentì percorrere la schiena da un brivido di piacere a quel contatto morbido e palpitante. – Dovremmo fare qualcosa per ricordare a noi stessi che, al di sopra di ogni fantasticheria siamo vivi e… giovani – mormorò con voce arrochita dal desiderio. Le labbra tumide di Edith si protesero a cercare quelle del giovane; le sue mani leggere si mossero alla ricerca di carezze febbrili che sconvolsero i sensi ad entrambi; il sibilo del vento scomparve al di la di una barriera che rendeva i due giovani insensibili a tutti gli avvenimenti esterni. Il corpo nudo di Edith guizzò con un fremito tra le braccia muscolose di Gordon. – Manda via il freddo di questa notte normanna, Gordon! – sussurrò la ragazza stringendo la testa dell’uomo nell’incavo della proprio spalla… ed i denti di lui le si affondarono lievi nella epidermide di velluto. – E’ incredibile come si possa sentir caldo in una notte come questa! – soffiò ancora la rossa e le sue unghie laccate artigliarono il dorso nudo dell’uomo. ………………………………………. Il giovane inglese continuò a pedinare la figlia di Dubois sino alla periferia del villaggio e poi più lontano, verso la spiaggia deserta, in direzione della «grotta dello squalo bianco». Fuori del villaggio la voce del vento era più sommessa, perché libera dalla stretta delle abitazioni e Bob poteva quasi udire il leggero scalpiccìo provocato dai piedi nudi di Minou sulla sabbia. Intanto nonostante la strana direzione scelta dalla ragazza per la sua passeggiata notturna, Bob cercava di convincersi che la pupa era in preda ad un semplice attacco di «sonnambulismo»; una brutta anomalia, certo, ma niente di fantastico o di sovraumano. Ad un tratto la ragazza fermò i suoi passi felpati e le sue caviglie ben modellate scomparvero fino a metà nell’acqua dell’alta marea, proprio davanti alla grotta del tesoro. La luce lunare si affacciò improvvisamente attraverso uno squarcio del cielo nuvoloso ed attraversò il tessuto dell’unico leggero indumento indossato da Minou. Un eccitante, magico effetto di luce e d’ombra che mise in subbuglio i sensi di Bob O’Mara: il corpo nudo di Minou si disegnò scuro ed armonioso contro la trasparenza del vestito. Bob adesso le era vicinissimo e poteva quasi udire il respiro ansante della ragazza, ma si guardò bene dal mettersi in evidenza; in quel momento la figlia di Dubois sembrava in preda ad uno strano fenomeno; qualcosa di cui ella non parve rendersi conto, ma che riempì l’animo di Bob di una strana angoscia. Al giovane parve di vedere un lieve ribollire di acqua davanti alla ragazza e le piccole mani di lei si protesero nel vuoto, colle dite divaricate in un muto, disperato gesto di difesa. Gli occhi sbarrati nel vuoto erano invasi dal terrore e Bob si sforzava inutilmente di scorgere qualcuno o qualcosa nella direzione osservata da Minou… dinanzi a lei c’era soltanto la notte, attraversata dal chiarore lattiginoso della luna. Il mare agitato sciabordava intorno alle caviglie della donna, increspandosi di riflessi argentati, ma nessuno pericolo visibile minacciava la vita di Minou. Eppure, ella continuava a comportarsi come se fosse davanti a qualcosa di orrendo. Per un momento Bob pensò che lo squalo bianco potesse emergere dalla caverna ed aggredire la ragazza ignara, ma subito si rese conto che il bestione non sarebbe mai riuscito ad arrivare sino a lei, attraverso quel basso specchio d’acqua. Si sarebbe arenato appena fuori dalla caverna. Ma le sorprese non erano finite per Bob, o meglio la sorpresa iniziale proseguiva in un crescendo esasperante: Minou, adesso, si agitava, come se qualcuno l’avesse afferrata con una presa inesorabile. La reazione mimica e vuota della ragazza lasciava credere che due braccia invisibili l’avessero afferrata alla vita ed ella brancolava con le dita nel vuoto, intorno ai proprio fianchi. Il fiato le usciva sibilando tra i piccoli denti candidi e le sue mani si sollevarono freneticamente per proteggere i seni dalla bramosia di un essere inesistente; Bob acquattato contro la roccia sentiva martellare le tempie per il flusso del sangue in ebollizione e la sua intelligenza faceva sforzi sovraumani per comprimere la violenza dei sensi esasperati dalla irreale visione di quella lotta assurda; la lotta fantastica di una ragazza che cercava disperatamente di difendere il suo corpo da una violenza inesistente. Poi Minou smise di dibattersi e cadde esausta con la schiena nell’acqua. Il liquido, nero come l’inchiostro, si allargò rumorosamente sotto quel magnifico corpo, inarcato nell’ultimo tentativo di resistenza; le braccia nude della ragazza si sollevarono a circondare un corpo invisibile e la sua disperata resistenza cessò, fusa in un lungo sospiro, rotto dai singhiozzi… Bob gridò per liberare il petto dalla febbre dei sensi esasperati e le sue forti braccia si protesero nella notte, verso quel corpo di donna semisommerso dall’acqua; sopraffatto da chissà quale forma di autosuggestione. ……………………………. L’avvenimento si ripeteva nella luce spettrale della luna. Bob, insensibile al gelo della notte, fissava i movimenti di Minou con gli occhi fuori dalle orbite. La ragazza si dibatteva come invasata, e la sua disperata opposizione ad un amplesso immaginario esasperava i sensi di Bob la cui fronte grondava di sudore. Trascorsero attimi di spasimo per il giovane, finché egli con le arterie scassate dal desiderio non uscì dal suo nascondiglio. Nello stesso momento, Minou si abbandonava ansimando sulla sabbia inondata dall’alta marea. Le cosce nude della ragazza emersero dall’acqua mandando candidi bagliori. Per un momento Bob ebbe l’angosciosa impressione di sentire una mostruosa, invisibile presenza, presso il corpo abbandonato della ragazza, ma subito si convinse che non c’era nessuno oltre a lui e quella giovane donna posseduta da chissà quale fenomeno isterico. La visione dei tre giorni trascorsi presso il villaggio passò come un baleno dinanzi allo sguardo allucinato di Bob: l’atteggiamento, prima pacato e poi ostile del vecchio Dubois, con la mente devastata dal chiodo fisso di una suprema maledizione; la morbosa curiosità che aveva finito per sopraffare lui e i suoi amici, fino allo sbrecciamento del loro radicale scetticismo; e, poi il tutto il resto, avvenuto all’insegna dell’angoscia e dell’incertezza… Ora, dinanzi al suo sguardo eccitato, di fronte alla sua intelligenza sopraffatta dalla voce dei sensi, egli vedeva il corpo discinto; proteso in una bruciante offerta alla quale aveva tentato un disperato rifiuto iniziale. Bob si fermò presso i piedi della ragazza. L’alta figura del giovane incombette per alcuni secondi sul corpo della ragazza scosso da un leggero tremito, poi Bob si abbassò lentamente sulle ginocchia; i suoi occhi erano fissi in quelli di Minou che sembrava non lo vedesse. Non c’erano leggi, né leggende, in quel momento in quell’angolo sperduto della costa normanna; non c’era nemmeno la intelligente moralità dell’uomo che, sino a pochi minuti prima, aveva tentato di opporsi alla febbre dei sensi. Ed il freddo stesso di quella notte invernale era scomparso nell’alone arroventato che struggeva quelle due esistenze, per motivi diversi. Uno di quei motivi era sconosciuto! Ad un tratto, Minou parve accorgersi della presenza dell’uomo, il cui volto era, ormai, a pochi centimetri dal suo, ma l’espressione della ragazza continuò ad essere quella ebete di chi non conosce. Le braccia della ragazza si sollevarono, come Bob le aveva già visto fare la notte precedente, ma, questa volta, non si strinse nel vuoto. Bob ne sentì il contatto sul collo e Minou lo attirò a sé con un furioso strattone. Egli la strinse selvaggiamente, passandole un braccio sotto la vita ed il corpo teso della ragazza si schiacciò contro il suo, scosso da un fremito. Il volto dell’uomo si affondò nella capigliatura fluente di Minou, intrisa d’acqua, ed il suo orecchio raccolse il gemito soffocato che sfuggì dalle labbra socchiuse di lei, in un misto di gioia e di dolore. Non c’erano leggi, né leggende, in quell’angolo sperduto della costa normanna ed il freddo invernale si allargò intorno ad un’oasi di calore. ……………………………………………. Harry Small L’ANELLO DELLA STREGA — Non volete sedervi, George? — La voce calda di Margie lo scosse mettendogli il sangue in subbuglio. L’unico posto libero fu il divano su cui egli sedette e Margie lo raggiunse senza esitazione, con quel suo torbido sorriso sulle labbra piene. La chiusura della vestaglia che ella aveva trattenuto sino a quel momento con le braccia, si aprì sulle gambe bianche e slanciate la cui visione scacciò completamente la stanchezza di George. L’istante seguente la donna gli sedeva sulle ginocchia e gli circondava il collo con le braccia. — Amami, George... — gli sussurrò sul viso. — Ho desiderato mille volte di trovarmi sola con te! Ogni qualvolta ti ho visto con Helen... Dimmi... cosa ha lei che io non ho? — La amo, Margie, — rispose lui, cercando di vincere l’imbarazzo provocato dall’invadenza della donna. — Io non ti chiedo molto, George!... L’amore eterno per un uomo non è fatto per me; non riesco ad amare nessuno per troppo tempo... Ma adesso voglio soltanto un po’ del tuo tempo! Subito dopo le loro bocche si unirono ed il giovane rinunciò definitivamente a rispondere. Egli le fece scorrere la vestaglia sulle spalle ed ella si alzò per lasciar cadere l’indumento, I suoi occhi lucidi si puntarono in quelli di lui e le sue labbra si mossero in un sussurro, appena percettibile. —Ti piaccio?... George decise di rispondere nell’unico modo possibile: le cinse i fianchi attirandola sul divano. Margie lo baciò con foga e per un attimo egli ebbe l’impressione che un campanello d’allarme gli squillasse nel cervello. Si rese conto dell’improvviso attimo di tensione che contrasse i muscoli ed attese il solito, doloroso senso di gelo, già provato quando aveva baciato Asha e, dopo di lei, Helen. Ma non accadde nulla. La bocca avida e calda di Margie gli scese sul volto, sul collo, all’incavo della spalla, finché egli non sentì il sangue scatenarsi in una ridda frenetica. Dimenticò Helen, dimenticò Asha e i tetri misteri che circondavano il castello dei Mohar, per lasciarsi trascinare nel vortice del desiderio. ………………………………….. Asha si protese verso di lui e gli poggiò le mani sulle ginocchia; gli sfiorò la bocca con un bacio ed egli ebbe l’impressione di sentire una lingua di fuoco sulle labbra. — Adesso siete certo di sognare? — chiese lei. I suoi denti di madreperla scintillarono sotto la luce, in un sorriso inebriante, poi ella proseguì. — Da quando vivo in questo castello, sono senza l’amore di un uomo, George!... — sussurrò chinandosi di più su di lui. I suoi lunghi capelli neri stuzzicarono il collo del giovane facendolo rabbrividire. — Ho paura d’invecchiare, George... Paura di morire... Le sue parole penetrarono nel cervello del giovane con l’effetto di una doccia gelata; per un istante l’angoscia spense il suo desiderio, finché Asha non terminò il discorso iniziato. — Ho paura d’invecchiare senza essere amata da qualcuno... ed ora che ci sei tu non provo alcuna vergogna ad esprimerti i miei desideri... Odio terribilmente l’ipocrisia; la falsa moralità con cui molta gente soffoca i propri sentimenti, i propri desideri e non voglio nemmeno immaginare cosa penserai di me, George... Le parole della donna furono seguite dal suo abbraccio morbido, che scosse George in ogni fibra del corpo, contratto dal desiderio. Egli si sciolse dall’abbraccio, dopo averla baciata a lungo sulle labbra tumide si staccò brevemente dal volto di lei. La fissò negli occhi ormai colmi di sensualità, poi le pose le mani sulla scollatura ed il tessuto della veste cedette con un lieve garrito di seta lacerata. I seni sobbalzarono scoperti, come coscienti di essere sfuggiti alla morsa del tessuto, George si chinò a morderle l’epidermide rigonfia, strappandole un gemito in cui dolore e piacere si fondevano. Poi entrambi scivolarono lentamente sul tappeto del pavimento, avvinghiati, lontani dal tempo e dalla realtà. *** Vortici neri brulicanti di luci multicolori sembravano attraversare il cervello di George, senza lasciarvi traccia; soltanto un piacevole senso di vertigine, fino alla tensione di un delirio da cui il giovane non sarebbe voluto più uscire... Ed ancora lo spasimo dolce dei sensi, travolti dalla sete furiosa, insaziabile di Asha. George sentiva il corpo della donna contrarsi, tendersi tra le sue braccia, scatenato ed impudico, nella ricerca di un amore sapiente, sfrontatamente raffinato. Poi la calma scese gradatamente sui due. George si sollevò a sedere sul tappeto, con le spalle poggiate contro il bordo della poltrona, Asha si accosciò ai suoi piedi poggiandogli la testa sulle ginocchia, aveva gli occhi lucidi velati di languore e le labbra umide. George aveva la sua buona esperienza in fatto di donne, ma nessuna di esse, mai, gli aveva dato le sensazioni dategli da Asha Mohar; l’amore di Asha era inferno e paradiso insieme... …………………………… Harry Small LA VILLA DEGLI INCUBI — Chi siete? — chiese lui. Si passò la lingua sulle labbra improvvisamente aride. La donna si protese su di lui; il vestito aderente le si tese sulle morbide forme del corpo, come se fosse la sua stessa pelle; una epidermide calda e nera, insondabile come la notte stessa, con tutti i suoi misteri, i suoi interrogativi senza risposta. — Chiamami Neda — la sua voce fu un sussurro — ma non pensare nulla sul mio conto, oltre al fatto naturale che sono una donna... che ho sentito il desiderio di vederti... Lei stava ancora parlando, quando il giovane l’afferrò per i neri fluenti capelli attirandola su di sé. Egli le sfiorò il collo con un bacio, mormorando. — Ti chiamerò « Notte »!... Penserò che sei soltanto un meraviglioso miraggio, destinato a scomparire con la luce dell’alba... Helmut sentì la propria voce arrochita dal desiderio; sentì la donna sgusciargli via dalle braccia ed avvicinarsi alla lampada; l’istante seguente la stanza piombava nel buio. Subito dopo ella tornò ancora tra le braccia del giovane. — Dimmi! — sussurrò lei. Si può possedere un « miraggio »?! Helmut pensò di no, ma non rispose. Soltanto le sue mani si mossero a carezzare quel peccato umano nascosto dal buio, strinse disperatamente quel corpo di cui riusciva soltanto ad immaginare il caldo candore. Le labbra di lei si incollarono letteralmente alle sue, poi ancora la voce della donna leggermente ansante. — Amami Hel!... Fammi sentire viva… fammi sentire che esisto! Le tuffò le dita tra i capelli, mentre le unghie di lei gli artigliavano le spalle. — Sei viva!... Il tuo corpo è una certezza assoluta... — Potrei essere una « bugia », Hel... La brevità di una notte! — Sei la « notte »... La notte più bella che io abbia mai vissuto! La donna si mosse bruciante contro di lui. Non vi fu più tempo per le parole. La notte si riempì di fuoco; fiamme di desiderio bruciarono i sensi di Helmut Behrent, consumandoli in un delirio senza dimensioni. …………………………………….. Harry Small PROIEZIONE NEL PASSATO Si solleva in una posa plasticamente aggressiva, puntellando le mani e le ginocchia sul letto e si volge a guardarmi, schiudendo le labbra carnose e lucide sui denti candidi. — Avanti!... — sussurra provocante — Fai qualcosa anche tu!... Nel suo atteggiamento c’è qualcosa di felino, che la fa apparire dolce e pericolosa al tempo stesso ed a questo punto non penso affatto a coprire il ruolo dell’idiota, anche se l’aggressiva iniziativa della ragazza è quantomeno sconcertante. Comunque, al punto in cui siamo non la lascerei uscire indenne dal mio letto, nemmeno se dovesse oppormi resistenza rivelando che è stato tutto uno scherzo! In realtà Diane non ha alcuna intenzione di scherzare e me lo dimostra balzandomi letteralmente addosso, con un bacio che è quasi un morso. Uno dei tanti moralisti, che ancora esistono ai nostri tempi, data l’età della ragazza, la definirebbe probabilmente una « Lolita »; per me invece è una vera e propria ninfomane, che malgrado la giovanissima età ha un corpo perfettamente ed armoniosamente maturo, plasmato e modellato per l’esasperazione e la soddisfazione dei sessi. Il suo corpo dorato dalla luce della candela, si muove con violenta ed al tempo stesso studiata lentezza, mentre ella sposta il suo ventre vellutato all’altezza del mio viso e mi artiglia i capelli con le agili dita contratte. Sento il suo respiro dapprima ansante, trasformarsi in un lungo, spasmodico gemito, poi ella con un altro guizzo del corpo armonioso si distende su di me aderendomi contro; i seni turgidi d’eccitazione poggiati contro il mio torace: mi bacia brevemente sulla bocca ed abbandonando di colpo la sua passionalità riassume un’espressione di ragazzina capricciosa. Sorride sollevandosi sui gomiti. …………………….. Harry Small I MOSTRI DI BROKENE La notte era scesa da qualche ora e la enorme, ricca villa dei Von Herber era avvolta dal silenzio. I riverberi delle lampade a petrolio si spensero negli alloggi della servitù ed il buio totale si unì al silenzio leggermente frastornato dal trillo dei grilli. Kurt Von Herber, disteso sul grande morbido letto della sua camera, illuminata dalla lampada a petrolio posta sul comodino, leggeva senza convinzione un romanzo assolutamente privo d'interesse. In realtà egli cercava soltanto quella stanchezza limite che gli conciliasse il sonno, ma non riusciva a concentrarsi nella lettura. Il suo pensiero correva con frequenza istintiva ed irresistibile a sua cugina Monika, una quindicenne dalla bellezza conturbante, eccezionalmente sviluppata per la sua età, la quale era arrivata da alcuni giorni alla villa con i suoi genitori, per trascorrervi il periodo delle vacanze estive. Suo zio Johan Von Herber, con la bella moglie Helen e la loro figlia Monika andavano sempre alla villa per trascorrervi le vacanze estive, anche quando Kurt era in Seminario, sino all'anno precedente. I pensieri del giovane furono interrotti dal cigolio sommesso della porta, verso la quale egli spostò lo sguardo nella penombra della camera. Vide il pannello di legno riccamente decorato aprirsi lentamente e si sollevò sui gomiti incuriosito, ma anche seccato dal fatto che qualcuno potesse sorprenderlo completamente nudo, senza degnarsi di bussare. - Chi è?! - chiese con tono brusco. La figura snella di Monika, avvolta in un'ampia vestaglia s'inquadrò nel vano della porta e la ragazza gli fece cenno di tacere poggiandosi l'indice affusolato sulle labbra carnose. I lunghi, biondissimi capelli lisci sciolti sulle spalle. Con un movimento istintivo Kurt arraffò un lembo del lenzuolo per coprirsi il ventre, mentre la cugina si avvicinava a lui dopo avere richiuso silenziosamente la porta. Ammutolito dalla sorpresa, il giovane rimase con lo guardo incollato alla giovane, esile figura della cugina, che si spostava sui piccoli piedi scalzi; le forme snelle completamente annullate dal tessuto della vestaglia forse troppo larga. - Santo Cielo! - esclamò Kurt con tono soffocato. - Come ti salta in mente di entrare nella mia camera a quest'ora della notte?! Per tutta risposta. Monika sfoderò un sorriso smagliante, carico di malizia, in netto contrasto con il rossore che le era salito alle guance, forse per un momentaneo imbarazzo, forse per una sottile eccitazione, che le si leggeva anche nei grandi occhi lucidi. - Suvvia, Kurt!… - sussurrò lei sedendosi sulla sponda del letto. - Ti comporti come se tu fossi ancora in seminario! Eppure, hai lasciato quel luogo di segregazione ed hai rinunciato per sempre a prendere l'abito talare!... - Ma, cugina! - Kurt si mosse a disagio sul letto. - Io ho rinunciato a farmi prete, ma questo non significa che io possa accettare la tua visita notturna nella mia camera... Il sorriso di Monika divenne apertamente ironico, mentre lei con una sola, repentina mossa si apriva la vestaglia sul corpo nudo. - Perché, Kurt! C'è qualcosa che ti ripugna in me?!... Proprio l'inverno scorso ho fatto il mio ingresso ufficiale in società a Karlsruhe e molti giovani mi hanno fatto la corte... persino un giovane ufficiale degli Ussari... Sino ad allora nemmeno io mi ero resa conto di essere finalmente diventata una donna... Kurt, intanto, faceva vagare lo sguardo in un misto di sgomento e di eccitazione sui seni scoperti della giovanissima cugina, piccoli ma ben fatti ed eretti; sul ventre piatto e palpitante, il cui candore si ammorbidiva nella sinuosa ombra dorata del pube: le cosce lunghe, che nella loro nervosa agilità erano già perfettamente tornite... Il giovane ingoiò il proprio imbarazzo e riuscì a parlare con tono pacato, quasi suadente, come a volere incutere la ragione nella mente capricciosa di una bambina troppo cresciuta, o almeno cresciuta troppo in fretta. - Certo, Monika!... Tu sei una donna ed anche molto bella... Certamente la tua bellezza farà impazzire molti uomini, ma io sono tuo cugino; mio padre era fratello di tuo padre… Monika non disarmò. Puntellò le mani sul letto e si protese verso Kurt fissandolo diritto negli occhi. - Io intanto mi sono innamorata di te e tu ragioni ancora come un prete! Sei mio cugino… e allora?! Cerca di convincerti che sei soprattutto un uomo giovane e bello!... Dimmi la verità, cugino; da quanto tempo non ti guardi in uno specchio?!! Forse non ti rendi conto che una donna si può innamorare di te e trovare anche la sincerità di dirtelo: di cercare il tuo amore senza falsi pudori, eh?! Seguirono attimi di silenzio teso, profondo, durante i quali Kurt ammise tra sé di aver pensato con crescente insistenza a Monika; alla possibilità di possederne il corpo così provocante ed armonioso nella sua acerba maturità… Di vedere quel volto dai tratti ingenui ed aggressivi al tempo stesso, disteso o contratto negli spasimi del piacere… Quanto all'aspetto ed alla vigoria del proprio corpo, Kurt ne era perfettamente cosciente; così come era cosciente della esuberanza e della sensualità che lo avevano indotto a rinunciare alla missione sacerdotale, anziché profanarla... Intanto Monika aveva ripreso a parlare con tono sommesso e carezzevole, che gli giungeva alle orecchie come una vera e propria tentazione, molto più bruciante di un contatto diretto. - Non essere ipocrita. Kurt! Soltanto a noi stessi dobbiamo rendere conto delle nostre azioni… e con me non puoi mentire! Molte volte, da quando sono arrivata alla villa mi sono accorta che mi guardi con desiderio... Tu mi desideri almeno quanto io ti desidero, ma non hai il mio stesso coraggio! Il corpo di Monika si mosse ancora ed ora la ragazza si trovava quasi addosso al giovane, che se ne stava immobile contro il letto, cercando disperatamente di dominare l'eccitazione che, malgrado la « buona volontà », si stava impadronendo di lui. - Ti prego. Monika! Vattene!... Lasciami solo e non pensiamoci più! Se qualcuno dovesse scoprire questo nostro incontro scoppierebbe sicuramente uno scandalo dal quale tu saresti travolta più di me!... Purtroppo, la reazione fisica del giovane era ben lontano dalla saggezza delle sue parole e le mani di lui si erano levate a sfiorare i seni della ragazza, sulla pelle tesa e morbida, sotto la vestaglia aperta. - E' vero... molte volte il desiderio mi ha tentato, quando il mio sguardo si è posato su di te, ma la voce della carne è una brutta bestia da dominare ed in ogni caso non riesco a dimenticare che siamo quasi come fratelli... Le parole di Kurt si spensero sotto le labbra avide e guizzanti di Monika, che gli prese la bocca con un bacio lungo ed invadente, mentre lei gli si stendeva addosso strappando via il lenzuolo con il quale egli si era coperto il ventre. Non aveva mai posseduto una donna, pur conoscendo per età ed istruzione ricevuta quali piaceri poter trarre da un corpo femminile, al di là della naturale istintiva attrazione tra i due sessi. Ebbe così la certezza che Monika, a dispetto dei suoi quindici anni, aveva una esperienza erotica ed una fase sessuale da fare invidia alla più matura delle donne. Se ne rese conto dalla bruciante, invadente abilità con la quale la giovane cugina lo baciava e lo carezzava in tutto il corpo, agitandosi sinuosamente su di lui senza concedersi completamente, come a voler prolungare sino all'esasperazione la gioia di un possesso completo. I desideri naturali di Kurt, da sempre repressi, esplosero in lui con violenza animalesca e travolgente, in un turbine di sensualità, nella quale si annullarono tutti i « buoni propositi » del giovane. Con una presa improvvisa serrò le forti mani sui fianchi della ragazza rovesciandola sotto di sé per aprirla al possesso. Nello stesso momento si rese conto della naturale resistenza che il corpo di Monika opponeva all'amplesso e si ritrasse brevemente, sconcertato. ………………………….. Harry Small LA METAMORFOSI DEL MOSTRO L’uomo si mosse in silenzio, passando le vigorose braccia intorno ai fianchi della ragazza e la strinse a se con dolcezza e violenza al tempo stesso. Ulla si sentiva semplicemente sommersa da un crescente desiderio senza perplessità, come se avesse soltanto atteso quel momento con tutta se stessa, da quando si era affacciata alla vita. Intanto il giovane le percorreva il corpo con mani abili e lievi, facendola fremere, mentre la liberava dagli indumenti che, un capo dopo l'altro si afflosciavano sul pavimento. Spinta da un desiderio frenetico ed immediato, ella cercò a sua volta di strappare i vestiti di dosso all'uomo, che le sfiorava la nuca con brucianti baci, ma si rese conto che egli era già nudo nella sua scultorea perfezione. Il corpo armonioso e fremente di Ulla si tese avidamente ad abbracciare l'uomo; i suoi seni turgidi e candidi si schiacciarono caldi e morbidi contro il torace di lui, mentre un lungo gemito sfuggiva dalla gola tesa della ragazza. Il giovane la sospinse dolcemente sul letto sovrastato da un pesante baldacchino ed ella si distese inarcandosi ad accogliere in un travolgente uragano di piacere e di gemiti gorgoglianti le brucianti, sconvolgenti carezze con le quali il giovane le percorse il corpo, sino all'esasperazione. La pelle candida e morbida di Ulla si tese nei brividi che la percorrevano incessantemente, dal ventre piatto e vellutato, alle sinuose penombre delle curve che delineavano il suo corpo accaldato ed ansante. Nell'interminabile gemito che le scaturiva dalle labbra, Ulla alitò una spasmodica invocazione. - Prendimi, Gustav!... Prendimi!... Le mani sapienti di lui le frugarono i lunghi capelli biondi e le sue labbra le bruciarono i seni. Il corpo palpitante di Ulla si agitò quasi con disperazione sul letto sconvolto, carezzato in mille sottili giochi erotici sublimi e diabolici al tempo stesso, poi le mani dell'uomo scesero a stringerle fianchi prima, poi i glutei colmi ed armoniosi. Un grido misto di orgasmo e di piacevole sofferenza le dilatò la gola turgida mentre l'uomo la prendeva, con voluta, studiata lentezza, poi Ulla si sentì sprofondare in un vortice di sensazioni paradisiache, che la trascinarono nell'incoscienza. Più volte sentì di poter tornare padrona delle proprie facoltà sensitive ed altrettante volte il possesso dello sconosciuto la fece precipitare nel delirio di una passione di cui ella non si era mai creduta capace... ……………………….. Il pensiero della ragazza rimase disperatamente ancorato ai brucianti momenti della notte precedente, alle carezze sconvolgenti dello sconosciuto amante ed un fremito di desiderio irresistibile la scosse tutta, come se il contatto di quelle mani, il calore di quei baci fossero realmente sulla sua pelle. La sua mente si smarrì gradatamente, irresistibilmente in un caos di sensazioni che le bruciavano il sangue, facendole sentire sempre più fredda ed ostile la camera nella quale si trovava; la solitudine del grande letto nel quale si agitava nella ricerca di carezze che si perdevano nel nulla. ………………………. Poco dopo, nella silenziosa intimità della camera, sul grande letto a baldacchino, ella sentì le mani del giovane percorrerle il corpo strappandole un brivido incontenibile di piacere e di desiderio, mentre la liberavano dai vestiti. Questa volta Ulla non attese che fosse il giovane a denudarla. Il contatto di quelle mani, con il ricordo delle deliranti ore passate la notte precedente, le mise il fuoco addosso e muovendo il corpo con armoniosi guizzi d'impazienza si liberò di ogni indumento sino all'ultimo; sino a restare vestita soltanto della sua pelle bianca e vellutata, tra le braccia possessive ed invadenti dell'uomo, al quale circondò il collo con le braccia stringendosi a lui, quasi con disperazione. Cercò le sue labbra e le prese con un bacio nel quale trasmise tutta la passione che le bruciava dentro. - Prendimi!... ansimò. - Subito... - La notte è lunga! - sussurrò lui facendole scorrere, le mani calde e stuzzicanti lungo la schiena arcuata. L'uomo si chinò a baciarle i seni turgidi e si soffermò a prenderle i bruni capezzoli tra le labbra, strappandole un lungo gemito di piacere, poi le percorse tutto il corpo con brevi, rapidi baci che la fecero sussultare, dandole la delirante impressione di un piacere effimero e bruciante al tempo stesso, come se la presenza viva e calda del misterioso, sconosciuto amante potesse dissolversi nel nulla lasciandola vuota e fredda in un risveglio deludente... ……………………. Le braccia di Ulla si aprirono per stringerlo subito dopo in un abbraccio disperato e le labbra socchiuse della ragazza si protesero a cercare le sue. Ulla ebbe la brusca quanto gradevole sensazione che qualcosa fosse cambiato nell'atteggiamento e nel calore stesso dell'uomo. Le carezze ed i baci di lui si fecero più invadenti; più veri… qualcosa la cui pienezza le sfuggiva, ma era percepibile in una sottile differenza fisica... Il piacere della ragazza uscì da una fase di strana evanescenza per diventare più reale, più intenso e bruciante, mentre sentiva le mani di Gustav stringerle con forza i fianchi ed il desiderio di lui farsi pressante, vivo, in un parossismo di avidità che, nonostante il delirio, non aveva provato nemmeno la sera precedente. Le labbra del giovane si mossero calde ed avide tra quelle della ragazza, la quale non poté fare a meno di aprire gli occhi e questa volta ella ebbe la certezza fisica di Gustav, nel volto eccitato di lui; nei brevi morsi che egli le dava sul collo e sulla bruna sommità dei seni, facendole provare un dolore sottile che era l'espressione più intensa del piacere stesso. Ulla mosse le labbra per sussurrare ancora il nome del giovane, ma le sue parole si trasformarono in un lungo, gorgogliante gemito; il suo corpo armonioso si inarcò teso e convulso, mentre egli la prendeva. L'orgasmo della ragazza parve annegare in uno svenimento mentre entrambi bruciavano d'amore, poi fu lei, con un'iniziativa ed un'invadenza di cui non si credeva capace, a rovesciare il giovane sotto di sé e ad imperversare piacevolmente su di lui con un'esperienza suggerita soltanto dalla voce dei sensi, con una capacità amatoria insospettata; il suo corpo si mosse con dolce, lenta sapienza su quello di Gustav, nella ricerca di un completamento sessuale al quale non avrebbe mai creduto di potere arrivare o cedere; per alcuni lunghi istanti la stanza si riempì dei respiri ansanti e rotti della coppia. Poi entrambi si rilassarono, l'una accanto all'altro, illanguiditi dal loro ardore, con gli sguardi fissi verso l'alto soffitto, che non riuscivano a vedere. ………………………. Harry Small DHAYLA — Dahyla!... Si sorprese a mormorare quel nome, come se l’avesse già fatto altre volte, in un passato che non gli apparteneva, ancora una volta l’impressione di aver già visto e conosciuto profondamente Dahyla gli sorse dentro da un angolo remoto del subconscio; la stessa, inspiegabile sensazione provata nella grande sala da pranzo, quando aveva visto la ragazza entrare per la prima volta. — Dahyla… Cosa fate qua?! Senti la propria voce levarsi nella camera buia, come se si sprigionasse dalle pareti stesse. Automaticamente pensò di star sognando e sorrise davanti alla figura muta ed immobile della donna sforzandosi di aprire gli occhi. Ma quest’ultima idea gli parve assurda e vi rinunciò continuando a sorridere. Dopotutto non era un brutto sogno e volersi svegliare era semplicemente ridicolo. Soffermò la sua attenzione sul magnifico corpo nudo della ragazza, che riusciva a vedere nella bianca trasparenza della lunga veste ed i suoi sensi si accesero di desiderio spingendolo verso di lei, senza quasi che egli se ne rendesse conto. …………………….. Il giovane sentì i seni opulenti e caldi della ragazza pesargli sul torace; le passò le dita tra i lunghissimi capelli rossi sciolti e prolungò la carezza facendole scendere la mano lungo l’arco sinuoso della schiena, strappandole un lungo brivido di piacere. Con gli occhi nuovamente accesi dal desiderio Trudy gli aderì addosso e gli offrì ancora la bocca, che egli prese in un bacio lungo e ricercato. Quando si staccarono Joel si sciolse dolcemente dall’abbraccio e rovesciò ancora la ragazza sul dorso, senza volgersi verso di lei. ………………………. Quando Joel raggiunse la sua camera, Dahyla era sveglia ad attenderlo, con il magnifico corpo immobile, avvolto da una lunga veste di seta trasparente, che ne metteva in evidenza le forme armoniose e prepotenti. Joel rimase per un istante ad osservarla; incantato da quella calda bellezza, che gli era entrata nel sangue e continuava a dominarlo nella mente e nei sensi. Il giovane dimenticò bruscamente la brutale discussione appena conclusa nella grande sala. Con il sangue in tumulto egli raggiunse Dahyla, la sollevò sulla braccia e la rovesciò sul letto baciandole le labbra protese e dischiuse. Le calde braccia di Dahyla gli circondarono le spalle con forza disperata; la voce sommessa ed apprensiva della ragazza gli sfiorò l’orecchio. — Non devi scacciarmi, Joel!... Morirei senza di te... morirei! — Non permetterò a nessuno di separarci, Dahyla, mai!... Joel ansimò la sua promessa quasi con disperazione, sapendo benissimo di mentire. Ma il corpo bruciante di Dahyla era una realtà troppo bella, perché egli potesse rinunciare ad un solo momento di quel calore che sarebbe mancato alla ragazza, se egli le avesse detto la verità sulle decisioni prese nel salone. Artigliò la leggerissima veste della donna, facendogliela scivolare sulla pelle vellutata e le baciò i seni protesi nella ricerca di carezze che riuscivano a farla gemere; la sentì fremere tra le sue braccia e le prese la bocca con un bacio nel quale cercò di dimenticare la spietata realtà che entrambi li aspettava fuori da quella camera. ………………………. Harry Small LA CRIPTA SENZA CROCI Glenda non seppe reprimere il brivido di piacere provocato da quelle mani carezzevoli ed una sottile, invadente eccitazione le salì dentro dandole un vago senso di vertigine. Rimase immobile, con lo sguardo fisso in quello dell’uomo, che le fece scendere la veste lungo le spalle fino a scoprire i seni superbi e poi tutto il corpo nella sua splendida, bianca nudità. Mentre il leggero indumento di Glenda si afflosciava sul pavimento della terrazza, l’uomo le passò un braccio intorno ai fianchi e la strinse a sé con forza, poi la sospinse dolcemente indietro, sino a distenderla lentamente a terra. Qualcosa nel cervello di Glenda le disse che doveva reagire, opporsi a quell’assurdo avvenimento, ma ella non trovò la forza di farlo. Non sentì nemmeno il contatto rude del pavimento sotto il corpo, mentre l’uomo aprendo il mantello si protendeva su di lei a cercarle la bocca. Le sue labbra rimasero brevemente inerti e fredde sotto il bacio dell’uomo, poi, gradatamente, ella rispose a quel bacio con una foga ed un’avidità che sorprese lei stessa e che non riusciva nemmeno a controllare. Circondò con le braccia il corpo dell’uomo che la sovrastava, le carezze di lui le fecero bruciare il sangue, sempre più insinuanti, inarrestabile preludio al possesso. ………………………… Glenda si sentì invadere da un fuoco inarrestabile che le strappò un lungo gemito... sentì ancora la bocca dell’uomo sulla propria, poi quella bocca le sfiorò la gola sulla quale si fermò ed un sottile, piacevole dolore fece precipitare la donna in uno stato d’incoscienza priva di dimensione, nella quale il suo corpo trovò una miriade di sensazioni spasmodiche e deliranti al tempo stesso. ……………………………. Harry Small compare qui con alcuni titoli della Seconda Serie. Ne esistono molti altri, suoi e di altri Autori. In questa mia ricerca ho analizzato principalmente la Prima Serie. ………………………………….. Red Schneider IL FIUME DI SANGUE Gregory si girò un paio di volte. Sempre gli occhi della fanciulla risposero al richiamo dei suoi. Egli rifletté che Allyson aveva uno sguardo morbido e sensuale, profondo come certe volte è lo sguardo delle fanciulle che si svegliano ai desideri della vita. Ma era anche uno strano sguardo in tralice, spostando le pupille verso l’angolo degli occhi. Teneva i piedi appoggiati ad uno sgabello. Le gambe sollevate un po’ in modo che l’orlo della gonna ne lasciava nude le ginocchia strette l’una all’altra, rotonde, levigate, affascinanti. Guardandole Gregory sentì un bisogno irresistibile di alzarsi, avvicinarsi a lei e mettere le due mani sulle gambe di lei, tra le ginocchia strette… …………………. Risentì quella sensazione vaga di un «qualcosa» che stava alle sue spalle. Girò la testa sulla spalla. In piedi dietro a lui, sorridente, molto pallida, c’era Allyson Mosck. Gregory ricambiò il sorriso, senza parlare. ‐ Ciao, caro ‐ disse lei con una vocina rauca e profonda. ‐ Io, come vedi sono tornata. Mamma mi tiene prigioniera, ma io sono tornata. Sono qui, è vero? Gregory improvvisamente si rese conto che intorno c’era qualcosa di strano. La luce si era fatta più intensa, quasi fosforescente. Scosse la testa, stranito. Guardò la fanciulla e la vide pallidissima, sorridente, con i bellissimi capelli neri che le incorniciavano il viso ovale e purissimo. Eppure Allyson aveva qualcosa di strano in quel momento. Che fosse isterica o ninfomane? Che fosse malata di mente? ‐ Certamente ‐ disse, a bassa voce ‐ certamente, sei qua. Io ti vedo e sei molto bella. Ma forse tua madre ha ragione a non volere che tu ti muova da casa a quest’ora… Sai, una ragazza sola, vicina ad un uomo… ‐ Gregory…‐ sospirò Allyson facendo un passo verso di lui - Gregory… ‐ ripeté, restando con le labbra dischiuse, sempre più pallida e diafana. Pareva… pareva trasparente. Lui si mosse come per alzarsi. Ma rammentò la preghiera di Lou e rimase inchiodato alla stecconata. Allora Allyson rise e portò le due mani all’abbottonatura della camicetta. Rise più forte mentre staccava l’uno dopo l’altro tutti i bottoni. Poi, di scatto, con ambedue le mani spalancò i lembi della camicetta. Il suo giovane e meraviglioso seno si offrì allo sguardo di Gregory. Fu una cosa di un minuto, lunga un’eternità. Fissi gli occhi su di lei, il giovane sorrise e si alzò lentamente. Mentre egli si avvicinava, Allyson sciolse anche la cintura della gonna e la lasciò scivolare ai suoi piedi. Rimase così, nuda e bellissima, luminosa. Un passo ancora di Gregory e Allyson fuggì veloce, come una cerbiatta, ridendo. Gregory prese a correre e a inseguirla preso da un desiderio incredibile di afferrarla e portarla via. La fanciulla, però, correva molto più veloce di lui. Egli già ansava e doveva fermarsi. Allora lei si fermava e si girava, si muoveva come danzando, rideva, lo chiamava sempre pareva come circondata da una sorta di alone. Nuda e meravigliosamente bella. Con il cuore in gola, Gregory la guardava e lei rideva e lo chiamava, rauca eccitante. …………………………… L’aria era fresca e il venticello gli frugava la pelle sotto la stoffa della leggera camicia. Camminava piano, gustando la gioia di quella passeggiata mattutina, come ai vecchi tempi in cui, qualche volta, insieme a Maureen, se ne andava per la brughiera al mattino, appena spuntata l’alba, fino al fiume e andavano a pescare le trote e finivano per abbandonarsi ad operazioni amorose complicate e piene di riti… Maureen era una ragazzina infuocata, già donna e piena di desideri e di nervosismi. Adesso era morta. Morta di peritonite, così bella e forte com’era, la ragazza con la quale aveva fatto la prima esperienza d’amore. Ecco, quest’alba somigliava alle decine e decine di albe, nelle quali lui e Maureen, distesi tra le dune, vicino al fiume, cominciavano a spogliarsi lentamente, sospirando e languendo per un piacere mai provato dopo di allora nella vita a fare l’amore con donne consumate e adulte. …………………. Il rumore dell’acqua scorrente del Corrib cresceva via via che egli si avvicinava al fiume. Sobbalzando per mille piccole rapide, l’acqua scrosciava forte, tanto da coprire ogni altro rumore, gorgogliava, schioccava, frusciava lungo le rive, trasportava nei suoi piccoli vortici ogni sorta di cose. Gregory se lo ricordava bene ed era sicuro che avrebbe rivisto il Corrib come tante volte lo aveva visto da ragazzo. Ecco, dietro quella duna cespugliosa Maureen si era sfilato l’ultimo indumento, la prima volta, e lo scroscio del fiume aveva coperto i suoi lamenti… Maureen, dove sei? Che tempi felici erano, quelli! Perché crescere e diventare adulti, quando l’amore più che una felicità diventa soltanto una soddisfazione fisiologica? Che freschezza in quei baci, Maureen! …………………….. Che delizia, venti e più anni fa, fare questi sentieri di corsa e salire e discendere da una duna all’altra chiamando a bassa voce Maureen, finché ne vedeva il profilo su una bassa gobba, tra i cespugli, con le braccia sollevate a salutarlo… …………………….. Red Schneider LA LEGGENDA DEI BALFE Evie Marls rise a fece un giro su se stessa allegramente. Poi andò vicino al meravigliatissimo giovanotto e disse: - Sono così felice di avere incontrato un navigante spericolato nel pieno della tempesta... Siete un fegataccio. Nessuno si arrischierebbe con quel guscio sul nostro dannatissimo mare. Posso congratularmi con voi. Malcomb sorrise, intravvedendo una simpatica avventura, anche se gli risuonavano nelle orecchie le avvertenze di quanti avevano avuto a che fare con le fanciulle iraconde e con i più iracondi genitori e fratelli dell'alta Irlanda. - E io - fece galantemente - sono incantato di... Evie Maria fece una smorfietta e mormorò: - Non ne dubito, non ne dubito. Finito l'esame fisico? Malcomb arrossì. Poi si riprese e sospirò: - Non è facile finirlo, miss Balfe. Siete meravigliosa. Se non meravigliosa (bisogna accordare un po' di esagerazione ad un ragazzo che viene sorpreso da una bellezza rossa sulla spiaggia solitaria del Connacht...) era certamente molto avvenente e non le mancava nulla per essere dichiarata bella. ………………… La tenda, ormai, presa dalla tempesta si agitava disperatamente, sollevandosi dalla sua posizione verticale alla orizzontale, come volesse raggiungere il soffitto; ricadendo di schianto; rigonfiandosi, sbattendo. All'improvviso Malcomb vide accanto a sé un viso bianco e bellissimo, come materializzato dal nulla. Annichilì. Tutto gelato, tremante, con i capelli ritti sulla testa, tentò di guardare quella apparizione. Nonostante il terrore, vide che si trattava di una fanciulla assai carina, della quale adesso vedeva anche la lunga camicia da notte e il rosa carnicino di ciò che stava sotto. L'apparizione sorrise. Era uno strano sorriso, lacrimoso, triste, infantile. Il vento ora le incollava la fragile camicia sul corpo giovane e nudo, ora gliela muoveva intorno... ………………… - Il sole sorgerà tra poco - mormorò la ragazza, come in sogno - Quando eravamo bambine, Gowna ed io venivamo spesso qui, d'estate, ci spogliavamo nude e ci immergevamo nell'acqua fredda, diguazzavamo, felici. Spesso i ragazzi della nostra età venivano a guardarci o ci nascondevano gli abiti, per vederci appena uscivamo dal mare. Noi resistevamo, finché il freddo non ci intirizziva. Poi, come due Eve, venivamo fuori... Essi ridevano, ridevano, ma... ci si cominciava a pensare. In paese tutti hanno sempre ripetuto che le donne dei Balfe non possono avere amori normali, che non devono innamorarsi, che non possono sposarsi e avere figli in grembo - Evie parlava con la bocca sul risvolto della giacchetta di Malcomb, a bassa voce. - Allora, una mattina, mentre il sole nasceva, così come adesso, Nathaniel Fagan... È morto anche lui, è caduto dalla rupe, mentre inseguiva Gowna... Nathaniel aveva sedici anni, Gowna ed io ne avevamo dodici. Venne, quella mattina con una strana luce negli occhi, insieme con tre amici suoi. Presero gli abiti e li tennero in mano. Quando uscimmo dall'acqua Nathaniel pretese di essere lui a vestire Gowna... Charles Butler volle vestire me e... Ecco, sai che cosa dissero? Ricordo le parole, non potevano avere pensato essi stessi quelle cose: erano due ragazzi. Nathaniel disse: - E’ meglio che ci divertiamo, Gowna! Tanto è proprio vero che tu non ti potrai sposare come le altre. E allora che cosa te ne fai di tutte queste belle cose?... - Gowna era bianca bianca come me. Non fece nessuna resistenza. E io neppure... …………………………. Benjamin Mannerheim alias Red Schneider TERRORE NEL PLENILUNIO Frine cominciava ad aver paura davvero e quel silenzio la ossessionava. Il sonno se ne era andato. Forse la luna usciva dal cerchio di foschia che la impallidiva, perché il vetro sembrò il¬luminarsi. Qualcosa vi si appoggiò per un istante. Frine vide quel qualcosa come un'ombra e si sentì gelare il sangue nelle vene. Restò incapace di muoversi o di gridare. Che cosa c'era fuori di quella finestra? Il vuoto o un poggiolo? Qualcuno, volendo, poteva entrare di là? La ragazza era scossa da un brivido e non le riusciva di vincersi. I minuti passavano, scorrevano, senza che accadesse niente. Ma le pareva che il pericolo la sovrastasse. E all’improvviso udì un colpetto timido alla porta. Allora le sfuggì un urlo disperato e balzò con i piedi nudi sul pavimento, corse qua e là, senza più controllarsi, soltanto alla disperata ricerca di una via di fuga. Poi udì il suo nome, chiamato da una vo¬cetta femminile, aggraziata, suadente. Arretrò fino ad una delle pareti, bianca come un cencio, terrorizzata. - Chi è? - mormorò, con voce rotta. Fuori, nel corridoio, le rispose qualcuno: - Sono io, Frine, la contessina Isolden. Adagio, tremando come una foglia d’autunno, la povera ragazza si avvicinò alla porta e ripeté: - Chi mi chiama? - Sono Isolden Kappler, fraulein Frine. Sono io. - Ma io ho paura di aprire la porta. Dopo una breve pausa, la voce disse, scan¬dalizzata: - Paura, fraulein? E di che cosa? Io non voglio farvi del male. Frine capì di essersi sbagliata e girò la chia¬ve nella serratura. Isolden Kappler era nel vano della soglia, in lunga e trasparente camicia da notte di seta, finissima, vaporosa. I suoi capelli biondo-chiarissimi e lunghi ca¬devano morbidamente sulle spalle. - Oh, che piacere mi fa vedervi, contessi¬na - fece Frine spalancando la porta. La contessina aveva occhi chiari, profondi e molto grandi, che contrastavano molto con il pallore del suo visetto triste. - Mi ospitate per un po' nella vostra ca¬mera, fraulein? Io sono sempre così sola che... Frine pensava che, comunque, quel piccolo fantasma di ragazzina era sempre meglio di un mostro dietro i vetri della finestra. Pensò, an¬che, con un po' di malizia, che la piccola po¬tesse averla spiata, dai vetri della finestra... Ci sono donne così, pensò... - Ma sicuro, contessina, venite, venite. - Oh, chiamatemi Isolden. Odio quel titolo. - Non avete freddo? - Non ho mai freddo, sapete? Le due ragazze si guardarono. Fra loro c'era un abisso di educazione, di sentimenti, di vo¬glie e di desideri. - Siete così bella, Frine - disse la castel¬lana. La ballerina sorrise. - Non dite queste cose, Isolden. Non ave¬te uno specchio per guardarvi, quanto siete bella, voi? - Tanti specchi, fraulein. Ma io ho paura degli specchi e sono certa che essi sono cattivi e che possono farci del male. Specialmente alle ragazze da marito e... in queste notti, poi... Strano, pensava Frine, anche lei crede a quella storia degli specchi. - Io pure la penso così. Ma vedete, Isol¬den, noi abbiamo bisogno dello specchio... La contessina sorrise. Aveva un sorriso in¬cantevole e dolcissimo. - Non accendiamo la luce? - propose Frine. L’altra allungò il braccio per fermarla. - No. Oh, no - disse. - Meglio restare in questa penombra. Ho un po' di vergogna. Sono quasi nuda. Voi no, è vero? Frine fece una risatina. - Be'... - disse. - Non so dire per le donne. Ma per gli uomini... - Per gli uomini? Frine si mosse per la camera, impacciata. Queste ragazzine vergini e di buona famiglia fanno certe domande! Si appoggiò di schiena alla parete, a pochi centimetri dalla finestra. ……………………………. Martin era un ragazzo rozzo, volgare e vio¬lento. Uta diceva che non rispettava nulla di nul¬la e che già la sua coscienza si era macchiata di diversi peccati. Ma lui era la sola persona che avesse suffi¬ciente sfacciataggine per riuscire nella impresa che Isolden gli aveva proposto: farle trovare aperta la porta del cortile. Martin aveva detto: - Certo, contessina. Ma io rischio molto. Che cosa potete darmi? Isolden aveva un migliaio di reichsmarks e glieli offrì. Martin fece un viso offeso e meravigliato e nello stesso tempo sfrontato. Isolden era una bambina. Ma anche le bam¬bine sono donne, così capì che cosa voleva lo scudiero. - Un bacio, lo vuoi? Martin si era morso il labbro superiore. Fra i suoi sogni non c'era quello di mordere le lab¬bra diafane e nobili della pallida contessina Isolden. E ciò lo allettava. E si riservava di ag¬giungere qualche manovra più approfondita. Isolden fece pian piano le scale, raggiunse la hall del castello, spinse la grande porta a vetri e fu nel cortile. Le tendine della finestra di Uta erano ab¬bassate. La pelliccia bianca d'ermellino si confonde¬va sulla neve del cortile e Isolden passò, senza che nessuno la vedesse. Raggiunse il ponticello e l’ingresso. Sotto l'arco, nell'ombra, era nascosto Martin. Il ragazzo, naturalmente, con quella bella luna, con i sensi allegri, con tanta magnifica solitudine e un così morbido e aristocratico corpo femminile fra le braccia, non si accontentò di un bacio. ………………………… Red Schneider LA FIGLIA DEL DIAVOLO Improvvisamente accadde ciò che era impossibile, assurdo, allucinante. Bob spalancò gli occhi e fu colto da un brivido lungo e doloroso lungo la schiena; un brivido freddo, gelido e invincibile. In questo sconfinato silenzio accadeva qualcosa diabolicamente assurda, che Bob vedeva e capiva, ma che non poteva giustificare. Una figura umana, lentamente, sinuosamente, sollevava sé stessa dal centro della palude, fra i fiori ondulati, che improvvisamente reclinarono le loro corolle e caddero sulla superficie dell’acqua melmosa. L’acqua ribolliva attorno all’apparizione, palpitava e si stendeva, assumeva colori sanguigni e striati. La luce si faceva sempre più chiara. Immobile Bob guardava affascinato. Era un’ombra, poiché non si distinguevano fattezze umane e perché non sembrava che essa avesse un corpo in tre dimensioni. Ma via via che sorgeva dalla palude, essa assumeva a poco a poco sembianze umane. L’ombra grigia era diventata rosea, come un corpo nudo. Imbambolato, affascinato, Bob vide così sorgere dalla fanghiglia della palude il più bel corpo nudo di donna che egli avesse mai visto. …………………… Quel silenzio innaturale lo stordiva, i miasmi della palude gli davano la nausea…. Cadde a sedere per terra e si appoggiò rabbrividendo al tronco di una quercia. Con gli occhi e il cervello dolorante vide quello che era impossibile. Il paesaggio non mutava, in sostanza: era la interminabile palude, in una atmosfera d’oltretomba. Il cielo e la terra erano tinti di uno strano colore verde muschio, di una tristezza immensa, una specie di cattiveria del colore, una tinta bieca e malata, ossessionante. Tutto era assurdamente color verde-morte. Bob non avrebbe mai creduto che la sua ragione potesse reggere a un simile spettacolo. Pensò con tutte le energie del suo cervello intorpidito che fosse frutto dell’allucinazione. D’improvviso si ripetè la scena. L’acqua melmosa della palude ribolliva, palpitava. Nel centro si ergevano ancora pallidissimi gli assurdi fiori esili, dalla spettrale corolla. E fra essi, lentamente, miracolosamente, come una apparizione fantomatica una figura umana sorse, avvolta in una bruma chiara: Anna! Era nuda e bianca. I fiori reclinarono le loro tristi corolle, ondulando, ed essa si drizzò sempre più alta fra loro. Era nuda e bellissima, e bianca e ossessiva. …………………. Red Schneider LA MUMMIA NUDA - Benvenuto - disse, piano, muovendo un poco le palpebre sui bulbi degli occhi - Benvenuto, Harry Madison. Benvenuta Elle Willis... La ragazza si sentiva svenire dal terrore. Si stringeva disperatamente al fianco di Harry e tremava come un giunco. - Come avete potuto giungere fin qua? - chiese, lentamente il vecchio, girando il volto pensoso verso di loro e agitando appena la piccola barbetta bianca - Da tanto… tanto tempo non vedevamo due giovani in questo tetro castello... L’altro ghignava in silenzio. - Come conoscete il nostro nome? - borbottò Harry. Teneva la rivoltella un po’ bassa verso il pavimento, ma non si decideva ad abbassarla. - Sei molto armato - disse l’uomo dal mantello. Harry sentì di vergognarsi e rimase alquanto imbarazzato. Non sapeva che cosa fare. - Bene - disse - io ho sentito degli urli e... L’uomo dal mantello aprì un po’ gli occhi e sorrise: - Degli urli?... Strano. Mi pareva che fosse una notte tempestosa. Qui il vento ulula come i lupi delle foreste, barrisce come i draghi dei lochs, geme come le vedove sulla tomba dei mariti, sospira come le vergini sul letto di nozze, mormora come... …………………………. Red Schneider IL PONTE DELLA STREGA La figura rise. Una risata argentina, vivace e gaia. Essa si levò in piedi e piroettò, lasciando che l’abito leggero le svolazzasse attorno al corpo. Non somigliava, così, da lontano, a quello che i quadri di Benjamin avevano riprodotto. Era assai più bella e fragile e aggraziata. Ma aveva in sé anche qualcosa di torbido e sensuale. Più sensuale dello stesso corpo di Meg. Julius riprese a camminare verso l’apparizione. Raggiunse il ponte e si fermò ancora. Adesso vedeva distintamente Oonagh. Era una ragazza di circa vent’anni, dalla fisionomia regolare, le spalle nude e il seno in gran parte scoperto, come usava ai suoi tempi. Un seno pieno e morbido, che faceva sfacciatamente capolino dalla scollatura dell’abito di velo, compiacente. Julius sorrise e ripeté: — Oonagh, sei vera? — Vieni, toccami! — rispose lei, dolcemente. Lui non se lo fece ripetere e le si avvicinò con precipitazione. La raggiunse e le si fermò davanti. Il cuore in petto gli batteva violentemente, in maniera tale che egli temeva che la ragazza potesse accorgersene. Se era un fantasma poteva anche vedere e sentire il cuore di un mortale. Lei fece un sorriso pieno di sottintesi e mormorò, dolcemente: — Dunque? Sono vera? Julius allungò una mano e la poggiò sulle guance di lei. Fredde, morbide, vellutate. Lei scosse la testa e si avvicinò ancora un poco — Sono vera? — Sei vera! Sei vera! Ancora lei sorrise, ancora di più si accostò al corpo del giovane dai capelli rossi, sollevando le braccia verso il suo collo. Julius non ascoltò più l’immagine di Shemus, che continuava a tremolare dentro di lui, con quell’aria di rimprovero e di tristezza. Oonagh lo abbracciò, passandogli le braccia attorno al collo e stringendoselo al seno. Julius sentì sul suo petto il morbido seno della ragazza e non capì più molto di quello che accadeva. Cercò la bocca di lei e la incontrò. Un bacio febbricitante, su una bocca gelida. Sentì sotto le sue mani le morbide coppe del seno di Oonagh e il profumo dei suoi capelli e del corpo delicatamente flessuoso, giuncato. Lei gli si stringeva sempre addosso, premendo con il suo corpo su quello di lui, sinuosa, avvolgente. Julius finì per non capire più nulla e strappò a forza l’abito dalle spalle della fanciulla. Nuda, bianca, sorridente, essa stette davanti a lui, con le magnifiche labbra dischiuse e gli occhi aperti a fissarlo. Per un solo istante la mente ottenebrata del giovane sovrappose l’immagine di Meg a quella di Oonagh. Poi si distesero sul sentiero... ……………………. Anche Red Schneider ha pubblicato molti Racconti di Dracula nella Seconda Serie. Ho inserito solo questo perché qui ho trattato principalmente i Racconti di Dracula Prima Serie. Peter John Fenton alias Red Schneider LA MALEDIZIONE La ragazzina più spinta in questo senso era Emily Ramsay. Emily Ramsay aveva la mia stessa età. Non riesco a ricordare come fosse a quel tempo, se cominciasse a mostrare forme di donna o se fosse liscia come una bambina. Ricordo che aveva foltissimi capelli rossi, veramente rossi, color rame acceso, la pelle bianchissima, le gambe magre dritte, il viso canzonatore con occhi non troppo grandi, un po' lunghi, ammiccanti, le labbra piene e rosse. Emily mi intimidiva. Anche lei prendeva lezioni di musica dal prete, che faceva sforzi immensi per evitare che noi due avessimo qualunque tipo di relazione amichevole, arrivando al punto di parlare male di ciascuno davanti all'altro. Ma ciò non impedì a Emily e a me di incontrarci un giorno e di decidere (fu lei a deciderlo, non io) che dovevamo constatare la differenza fra il corpo di una femmina e il corpo di un maschio. Per questo scopo intimamente istruttivo ci demmo un segreto appuntamento al boschetto di lecci sulla pendice meridionale della collina, ai piedi della quale era costruito il nostro villaggio. …………………………….. Il prete, a quanto pare, si era assunto il compito difficilissimo di redimere alla civiltà quella figlietta del demonio, utilizzando la forza educatrice della musica. Ma, che io sappia, il solo desiderio che induceva la rossa Emily a venire alle lezioni di musica in sacrestia era quello di fornicare con me, che non capivo un'acca di fornicazioni, ma ne sentivo confusamente una voglia non meno urgente della sua. Il tardo pomeriggio di quel diciannove di giugno Emily ed io salimmo le pendici della collina orientale ed Emily, eccitatissima della sua promessa di farmi vedere come era fatta, rideva continuamente e si affannava nella salita. Io la aiutavo volentieri e i nostri corpi si strusciavano con reciproci brividi di piacere. Raggiungemmo la parte alta e ci fermammo ansanti. Parecchie volte ci ero salito per vedere il mare, ma quella volta non me ne interessai affatto. Emily si abbassò in ginocchio, arrossì un poco e, guardandomi negli occhi, cominciò a sollevare la sottana color vinaccio. Le sue gambe si denudarono lentissimamente. Non so se lo facesse per consumata abilità o perché le donne nascono con l'istinto perverso, come diceva il prete. Io so che mi sentivo battere il cuore come un martello in gola, in bocca, negli occhi, perfino sotto le unghie. Quando Emily arrivò al pube, teneva ancora le gambe serrate e io vedevo soltanto un triangolino di rari, serici peli chiari nell'alveo bianco della sua pelle. Intanto mi guardava, mi guardava… Per quante donne io possa possedere in tutta intera la mia vita, non sentirò mai più nulla di più intenso di quella volta. - E tu ?... - balbettò, anche lei senza fiato per il batticuore insopportabile. Mi avvicinai con non so che intenzione. Lei stessa mi sciolse la cintura dei pantaloni e me li abbassò. La natura non ignora la funzione di ciascuno dei nostri organi e nemmeno quella volta si tradì. Emily era immobile e guardava, non so se più sorpresa o più spaventata. Io mi vergognavo da morire, ma non facevo un gesto solo per finire di vergognarmi. Non so quanto tempo stemmo in quella posizione. L'uno guardava l'altro e non facevamo altro che fissarci e poi abbassare gli sguardi su ciò che attirava la nostra attenzione. Poi Emily, rossa per l'eccitazione, si distese in mezzo all'alta erba della collina, respirando come se le mancasse l'aria. Mi disse di mettermi vicino a lei. Io eseguii. Si sollevò per guardarmi e balbettò: - Sai come si fa? Non ne sapevo proprio niente e non sapevo nemmeno che si facesse qualcosa. Emily si fece più vicina, si sollevò sulle ginocchia, sempre guardandomi, sentii il duro delle ossa delle sue gambe contro le mie, aspettando quello che c'era da fare. F I N E 16 APRILE 2025