lunedì 30 dicembre 2024

I SORRISI DELLA VITA aggiornato 17 dicembre 2024

SERGIO BISSOLI I SORRISI DELLA VITA o i sorrisi del Destino Storie d’amore Questa è opera di fantasia. Ogni riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale. PRESENTAZIONE I sorrisi del Destino sono... le ragazze e le donne che hanno attraversato il cammino della mia vita. Tutte le donne che ho incontrato sul mio percorso e che hanno avuto la capacità di deviarlo o di modificarlo. Ricordo con gratitudine ed emozione questi incontri meravigliosi. Sono stati i momenti più belli e importanti della mia vita e adesso ho deciso di scriverli qui. Ci sono migliaia di persone che hanno vissuto avventure migliori delle mie. Purtroppo non le scrivono, perciò nessuno le saprà mai! A volte ascolto le avventure amorose degli amici e mi rendo conto che ci sarebbero tante belle storie da raccontare e tramandare alle generazioni future. Purtroppo questi amici non sono scrittori e io non posso scrivere le storie degli altri ascoltate velocemente, magari mentre viaggiamo in automobile. Bisognerebbe scrivere appunti, visitare i luoghi, fare domande. Non è possibile e perciò quei momenti preziosi non vengono registrati nè tramandati. Così scrivo le mie poche avventure che mi sono capitate durante la giovinezza. Queste storie non sono spacconate erotiche, non sono avventure da playboy. Sono storie di ragazze incontrate alle sagre o nei piccoli paesi di campagna. Descrivono l’umanità dei personaggi, l’ambiente nel quale si sono svolte e l’epoca che le racchiudeva. Mentre rievoco con la memoria queste storie, mi sembra quasi impossibile di averle vissute. Ho faticato per portare alla luce questi ricordi di 50 o 40 anni fa. Questo è un regalo che faccio ai posteri. SANDRINA 1956 circa. Misano Adriatico, al mare con zia Irma. In spiaggia c’era un piccolo chiosco di bibite e gelati. Era gestito da un uomo e sua figlia Sandrina, una ragazzina della mia età che mi piaceva molto. Confidai anche a mia zia che amavo Sandrina e da grande la avrei sposata. Ma zia Irma mi diceva che questo era peccato. Questo piccolo chiosco vendeva un tipo di gelati non molto buoni. Il chiosco grande invece, più avanti, vendeva gelati migliori. Un pomeriggio, correndo per non essere veduto, raggiunsi il chiosco grande e comprai là il gelato. Al mattino dopo però, il papà di Sandrina mi disse che la figlia mi aveva visto mentre ero andato a comprare il gelato dall’altro chiosco! Da quel momento andai tutti i pomeriggi a comprare il gelato da Sandrina. L’anno successivo ritornammo ancora a Misano per le vacanze e io desideravo rivedere la ragazzina. Ma arrivati in spiaggia vidi che il chiosco era abbandonato e i teloni rotti sbattevano nel vento. MARIAROSA 1956 circa Fra le ragazze ricordo Mariarosa che mi chiedeva di accarezzarle le gambe. Io ero bambino ingenuo e non provavo piacere in questo gioco. LUISA 1959 La mia famiglia si era trasferita in altra casa. In quella nuova via conobbi e feci amicizia con tre ragazzi e una ragazza. Si chiamava Luisa, aveva i capelli color stoppa e mi piaceva molto. Quando nel gennaio del 1960 uscì Nembo Kid e IL FANTASMA DI LUISA LANE, lo comprai subito. Andavamo a giocare in un magazzino pieno di manici di scope. A volte c’erano tutti, a volte mancava qualcuno, a volte mi trovavo a giocare solo con Luisa. Un giorno Luisa mi raccontò la seconda puntata di Topolino e il Mistero di Macchia Nera, che io avevo perduto. Un giorno Luisa mi disse: “Giovanni è appena andato via. Ha fatto la pipì senza voltarsi, io ho visto il suo coso e adesso devo andare a confessarmi.” Un’altra volta Luisa mi disse: “Ancora Giovanni ha fatto la pipì mostrandomi il suo coso e devo andare dal prete a confessarmi.”. Un pomeriggio Luisa mi disse: “Giovanni è un peccatore. Quando fa la pipì mi fa vedere il suo pisello e io devo andare in chiesa a confessarmi.” Un giorno, appena mi vede Luisa mi dice: “Dai caro, cresci, cresci…” Io ero immaturo e non intuivo il gioco che voleva fare con me. Successivamente mi trasferii in un’altra casa e cambiai amici. DANIELA 1961 Alla domenica pomeriggio in estate Daniela stava sul marciapiede, davanti al giardinetto di casa sua. Io quando passavo in bici sulla strada la guardavo e la ammiravo senza osare parlare. Un pomeriggio uscii del cinema Sociale dopo aver visto Psyco che non mi era piaciuto. Sul marciapiede stava Daniela, ferma davanti casa. Indossava una camicetta bianca col pizzo, una gonna blu plissettata, calze bianche e scarpette di vernice nere. Capelli lunghi e lisci. Era bellissima. Io camminavo piano e mentre mi avvicinavo sudavo e tremavo per l’emozione. Ero timidissimo, mi mancava il coraggio di passare vicino a lei. Inoltre mi sentivo male e avevo difficoltà a respirare. Attraversai la strada e proseguii sull’altro marciapiede. Daniela 1949 2013 ANNAMARIA 1962 Nel 1962 a Sottomarina conobbi una vicina di ombrellone proveniente da Verona. Annamaria era una maestrina che mi piaceva molto. Facevamo insieme lunghe passeggiate fino alla diga o alla foce del Brenta e lei mi parlava sempre di religione. Una volta l’ho anche fotografata e conservo ancora la sua foto. L’anno successivo a Sottomarina, nel nostro albergo c’era una ragazza veneziana, bellissima, elegantissima, molto raffinata. A volte veniva al nostro tavolo per chiederci qualcosa e io la ammiravo incantato. La sera che partì restai seduto fuori davanti all’albergo ad aspettarla e vederla per l’ultima volta, prima della partenza. 1962 DUE RAGAZZE Nei primi anni ’60 era difficilissimo, o impossibile vedere una ragazza un po’ svestita. Non esisteva la minigonna, arrivata dopo il 1966. I vestiti delle ragazze non avevano scollature, avevano le maniche fino al gomito in estate. Non esistevano giornali sexy, né riviste, arrivate dopo il 1968. I film erano tutti censurati. Alla televisione, solo il primo canale, parlavano padre Mariano, Angelo Lombardi amico degli animali, il maestro Manzi che insegnava italiano. Le televisioni Capodistria, Montecarlo e Svizzera non erano ancora nate. Pomeriggio domenicale gelido con sole, di gennaio. Io ero nella casa abbandonata del custode del parco Cabrini. Ero in piedi appoggiato alla parete e leggevo un Racconto di Dracula. Sento dei passi, fuori sulla ghiaia. La casa aveva un cortiletto davanti, con un alto muro e un cancelletto aperto. Mi affaccio appena alla finestra e vedo che sono entrate due ragazze. Si spostano e si fermano con la schiena rivolta verso il muro. Si alzano i lembi dei lunghi paltò. Si sollevano le gonne fino a scoprire tutte le gambe. Si sfilano le mutandine e si accucciano per fare pipì. Io guardavo ed ero tutto emozionato, tremavo, sudavo. Quando ebbero finito le ragazze si alzarono, si rivestirono e uscirono in strada per andare alle funzioni in chiesa. 1964 GIGLIOLA CINQUETTI Febbraio 1964, Gigliola Cinquetti aveva vinto a San Remo con Non ho l’età. Era una canzone con tema religioso(esaltava la verginità) e i preti la pubblicizzarono. Era successo anche anni prima con la canzone Pregherò di Celentano. I preti misero una tromba sul poggiolo e suonarono la canzone tutta la domenica mattina Questa volta i preti organizzarono uno spettacolo nel teatrino parrocchiale. Era un pomeriggio domenicale freddo, senza sole e con nebbia. Io e gli amici Vito, Gianni e Domenico volevamo entrare, ma non avevamo i soldi per pagare il biglietto. Gli amici si consolarono andando a giocare al pallone nel campo vicino. Io li vedevo appena in mezzo alla nebbia e intanto studiavo la possibilità di entrare nel teatro. Questo era ricavato all’interno di un antico monastero del 1200, ora abbandonato. Aggirai l’edificio. Sul lato nord c’era un portone. Entrai sotto un portico dove c’era un vecchio carro. Aprii una porta chiusa con fil di ferro ed entrai in uno stanzone semibuio pieno di botti sfasciate, rottami e mobili scartati. In fondo c’era un altro locale, molto basso, dove dal soffitto piovevano raggi di luce. Corsi fuori a chiamare gli amici. Insieme andammo in quel posto. Eravamo nel sottopalco del teatro. Le tavole di legno sopra di noi avevano buchi, crepe, fessure e da lì vedevamo le belle gambe e le mutandine delle ragazze che cantavano e ballavano sopra. Mutandine bianche, mutandine a fiorellini… Restammo lì al freddo, fra polvere e ragnatele. Ma sopra c’era il paradiso perché si intravedeva la fica. Poi un amico disse: “Una mi ha visto, ci siamo incontrati con gli occhi. Adesso manderanno qualcuno qui.” Così scappammo via. +++ MARIALUISA 1965 In aprile l’amico Piergianni mi indicò una ragazza che gli piaceva: Marialuisa. Passava in bicicletta con camicetta gialla e gonna nera. Giallo e nero, i miei colori preferiti. Di colpo mi innamorai di lei. Trascorrevo ore a guardare la casa dove abitava, vicino alla mia. Ho trascorso notti insonni pensando a lei e ho provato per la prima volta tutti i tormenti dell’amore. In luglio, facendomi coraggio, le ho parlato al campo di tennis. Le ho prestato alcuni libri che poi mi ha restituito. In settembre Marialuisa si trasferì a Milano. L’ho rivista 40 anni dopo e l’ho fotografata. FRANCA 1966 D’Aurevilly scrive che il primo amore è solo un amore di prova. Il vero grande amore, che non si dimentica più, è il secondo. Per me è stato proprio così. Dopo Marialuisa è arrivata Franca che ha spazzato via tutto ed è rimasta per sempre nel mio cuore. I+++ n Giugno l’amico Vito mi prestò un disco dei Beatles, una edizione tedesca con Girl e Michelle. Lo ascoltai col mangiadischi e Girl era la canzone più bella di tutte. Volli imparare il testo a memoria. In Giugno al campo parrocchiale conobbi Gianpietro (Piero). Vestiva di giallo e nero, i miei colori preferiti e ciò mi spinse a conoscerlo. Diventammo amici, parlavamo di ragazze e in Luglio andammo alla sagra del mio paese dove giocai al banchetto dei dadi. Alla terza domenica di Luglio andammo in bici a Isola. Mentre entravamo nel luna park la giostra suonava TRE PASSI AVANTI di Celentano. Mi attirò il banchetto dell’azzardo dove incominciai a puntare sul rosso. La roulette, di legno, molto bella, aveva circa 20 numeri e 4 zeri perdenti. Perdetti 1000 lire. Per rifarmi andai al banco dei dadi e puntai 1000 lire (gli ultimi soldi). Il biscazziere mi imbrogliò perchè lanciò i tre dadi e li tenne sotto il bussolotto. Poi alzò un poco il bussolotto dalla sua parte, sbirciò e nel rimetterlo giù rovesciò un dado vincente. Poi sollevò il bussolotto e io avevo perso. Mi buttò 200 lire per consolarmi. Li giocai, vinsi. Giocai 400 lire, persi e alla sera ritornammo a casa. La domenica successiva, di primo pomeriggio io e Piero andammo in bici alla sagra di Castagnaro. Mancava il banchetto della roulette, e la prima ragazza che corteggiammo ci augurò di morire ammazzati per strada. Alla prima domenica di Agosto all’una del pomeriggio andai a chiamare Piero. Lui discese dal poggiolo aggrappandosi all’inferriata, per non svegliare la nonna, poi partimmo in bici per la sagra di Minerbe. Questo viaggio cambiò la mia vita. Dirò, se verrò creduto, che circa uno o due mesi prima, io sognai alcune volte un vecchio paese e una bella ragazza che trovai là. Mentre entravo a Minerbe in quel caldo pomeriggio di Agosto 1966, io provai una sensazione di familiarità e subito mi ricordai il sogno ricorrente. Il paese era differente da quello del sogno, ma il senso di familiarità era lo stesso. Ecco, ero arrivato nel paese che avevo sognato due o tre volte nei mesi precedenti. Mancava il banchetto della roulette, ma c’erano tante belle ragazze in minigonna e la giostra suonava musiche dei Beatles. Sul tardo pomeriggio percorremmo il viale dei tigli, Viale Ungheria. In quegli anni i tigli incominciavano ai lati della chiesa ed erano molto più folti. Ci sedemmo su una panchina bianca, a metà del viale. Tante belle ragazze passeggiavano, ma una mi colpì profondamente. Capelli lunghi, lisci, neri, viso somigliante a Olivia Hussey. Eccola! Era lei la ragazza del sogno. Le offrii un passaggio sulla mia bici, ma naturalmente rifiutò ringraziandomi. Di sera, sulla piazza la rividi e mi offrii di accompagnarla, ma lei mi disse: “No, grazie, abito lì.” Indicandomi un vecchio palazzo in fondo a via Europa. Ripartimmo in bici e lungo la strada per Legnago conoscemmo due ragazze in bici che tornavano a casa dopo la sagra. Quella settimana Piero andò in Germania per lavoro. La domenica successiva, seconda di Agosto, andai a Minerbe in bici da solo. Al rubinetto della stazione mi rinfrescai con l’acqua e poi mi sedetti sulla panchina bianca di fianco alla chiesa, aspettando di rivedere la ragazza. Ogni tanto andavo a controllare se usciva dal palazzo, poi tornavo a sedermi in attesa. Arrivò un uomo sorridente, con vestito nero, capelli bianchi ed entrò in una porticina di lato alla chiesa. Le campane cominciarono a suonare e i colombi fuggirono via. Era il campanaro. Una vecchina attraversò diagonalmente la piazza e entrò in chiesa. Finalmente dal palazzo uscì qualcuno, un ragazzino. Lo avvicinai, gli dissi che conoscevo sua sorella ma non ricordavo il nome. “Si chiama Clara” mi rispose. Aspettai ancora fino a sera, ma la ragazza non arrivò. In sella alla mia bici celeste marca Clodia, percorsi la via del ritorno. Il lunedì seguente, 15 Agosto era festa dell’Assunta e tornai a Minerbe. Tutto si svolse come il giorno precedente. Arrivò il campanaro, i colombi fuggirono via, la vecchina entrò in chiesa per prima. Alla fine del pomeriggio il sole si oscurò e il cielo sembrava vetro di bottiglia. Stava arrivando un temporale. Mi alzai, salii sulla bici e attraversai la piazza per andare via. In quel momento vidi la ragazza che arrivava a piedi. Mi affiancai a lei e per un po’ non parlai, incantato dalla sua bellezza. Poi dissi: “Ciao, vuoi che facciamo conoscenza?” La ragazza si voltò verso di me, era splendida, mi sorrise e disse: “No.” Mi fermai e la lasciai proseguire da sola. Però vedendo che stavo per perderla la raggiunsi, mi affiancai ancora a lei e dissi: “Dimmi almeno il tuo nome.” “Franca.” “Ieri ho incontrato tuo fratello.” “Lo conosce?” “Sì, siamo amici...” Iniziò così la nostra conversazione. La accompagnai lungo il viale dei tigli, fino a una casa a destra, dopo il bar (ora non c’è più). Qui la salutai e pedalai forte sulla strada del ritorno. Fra Legnago e Cerea incominciò a piovere e feci sosta nell’unico edificio allora esistente, una mostra di roulotte, mi pare. Mi lasciarono entrare e rimasi da solo in una stanza ad aspettare che finisse di piovere. All’improvviso entrò dentro una ragazza vestita solo con maglietta e senza mutandine. Mi vide, emise un gridolino e tornò indietro. Quando smise di piovere ripresi il viaggio. I platani gocciolavano ancora e inoltre poco prima di arrivare riprese la pioggia e mi fermai sotto un platano per ripararmi. Alla domenica successiva ero ancora a Minerbe, seduto sulla panchina e tutto si ripeté. La grande piazza assolata e deserta, l’arrivo del campanaro, le campane che facevano fuggire i colombi, l’arrivo della vecchietta che andava in chiesa. Ritrovai Franca che abitava nella casetta vicina al vecchio palazzo. Così questo era il suo vero nome e il ragazzino col quale avevo parlato non era suo fratello. La accompagnai nel viale dei tigli; davanti al piccolo bar le chiesi cosa faceva durante la settimana. Rispose che cuciva. Poi disse che doveva andare da sua zia che abitava in una casa più avanti. Mi disse che aveva molte zie in paese. Con questi pochi dialoghi incominciò la nostra amicizia. Io ero innamorato di lei. Marialuisa la avevo già dimenticata. La prima calda domenica di Settembre, insieme gli amici Roberto e Attilio partii in bici verso la sagra di Roverchiara. Attilio durante il viaggio suonava l’armonica a bocca. Arrivati in paese, dopo un po’abbandonai gli amici per esplorare i dintorni; vidi un cartello con la scritta Minerbe e seguii quella strada. Attraversai Roverchiaretta, Bonavigo e sulla strada deserta sotto il sole c’era un altro ciclista che andava nella mia stessa direzione. Gli chiesi quanti Km restavano ancora e così conobbi Roberto, anche lui diretto a Minerbe. Arrivati in centro trovai Franca che usciva di chiesa insieme ad altre amiche. Mi affiancai, ma poichè la ragazza seguitava a ignorarmi dissi: “Non saluti più gli amici Franca?” Una ragazza molto bella con i capelli lunghissimi chiese: “Lo conosci Franca?” Ci presentammo; la ragazza si chiamava Annamaria da San Vito. Non ricordo i nomi delle altre. Passeggiammo fino al bar del viale dei tigli dove trovai Roberto che corteggiava una ragazza. Quando andai via decisi di ritornare da Bonavigo. Sul ponte dell’Adige conobbi tre ragazze in bici che andavano alla sagra di Roverchiara: Nadia, Lorella e Rita. (Vedi più avanti Nadia). Arrivò Ottobre. Una domenica a passeggio nel viale dei tigli, alcuni ragazzi quando ci videro gridarono: “Franca sta attenta.” La ragazza parlava poco, non era espansiva. Io ero sempre il primo a salutarla e parlarle. Quando mi vedeva arrivare, lei non mi guardava e rimaneva in silenzio. Una domenica di Ottobre con cielo nuvoloso, passando da Porto vidi un banchetto in piazza e comprai la gomma Brooklyn da 50 lire. Non mi piaceva il chewin gum, ma quello era super pubblicizzato. Arrivato a Minerbe vidi Franca a passeggio nel viale. Non mi guardò e non mi salutò. Allora io la oltrepassai in bici senza salutarla e proseguii fino in fondo al viale. Mangiai una gomma per consolarmi. Poi tornai indietro e feci ritorno a casa. Arrivato al mio paese mi pentii subito di aver sprecato un pomeriggio e mi promisi che avrei accettato qualunque comportamento dalla ragazza pur di stare insieme a lei! (Allora non conoscevo la psicologia femminile che impone al maschio di fare le avances e alla femmina di restare passiva.) La domenica successiva a Minerbe la salutai per primo, le parlai accompagnandola al passeggio. Franca mi chiese perchè non la avevo salutata la domenica precedente. Non sapevo cosa rispondere e trascorsi un bel pomeriggio insieme a lei. Il tempo peggiorava per l’avanzare dell’autunno. Lungo la strada guardavo gli edifici in costruzione per sapere dove rifugiarmi in caso di pioggia. C’era il mobilificio Damin e Gatti, con l’emblema di un gatto a scacchi, che sarebbe servito. Una fredda e nuvolosa domenica convinsi l’amico Ezio a portarmi a Minerbe con la sua lambretta. Rividi Franca vicino al campo sportivo; indossava scarpine nere di vernice ed era bellissima. Poi andammo alla sagra di Vigo, dove corteggiai una ragazza che mi diede uno schiaffo. Ritornammo infreddoliti e dovetti pagare la benzina a Ezio. Seconda domenica di Novembre. Giorno grigio con nubi e sembrava dovesse piovere. Partii in bici portando l’ombrello con me. Al mercato mi ero comprato jeans neri di velluto e li indossavo. La campagna in sfacelo, gli alberi quasi spogli o con le foglie gialle. Il paesaggio intorno era triste. Anche il campanile di Minerbe, visto da lontano appariva più scuro e tetro. Trovai Franca anche lei in bici, nel viale dei tigli, di fianco alla chiesa. (Adesso in questo tratto di strada i tigli sono stati tagliati). Franca era bellissima, indossava jeans neri di velluto, aveva i capelli lunghi, sciolti, lisci. Passeggiamo lungo il viale e poi di ritorno, attraversammo la piazza e proseguimmo a piedi fino alla chiesetta di santa Lucia. In una casetta di fronte abitava una sua zia e la ragazza mi invitò ad entrare. Ma mi mancava il coraggio e restai ad aspettarla vicino alla chiesetta. Dalla finestra illuminata vedevo Franca in quella piccola cucina, insieme a una donna. Dopo un po’ uscì e tornammo verso il centro. A metà strada il sole spuntò fra le nubi. Era bellissimo. Dava luce e un po’ di calore in quel pomeriggio freddo e grigio. Passeggiammo ancora lungo il viale, fino a sera. Scendeva la nebbiolina e la lasciai vicino al piccolo bar, dove di fronte abitava un’altra sua zia. Salii in bici e corsi via. All’angolo della chiesa c’era un paracarro (adesso non c’è più) e vicino stava Annamaria, bella con i capelli lunghi, che mi salutava con la mano. Ma stavo correndo, scendeva l’oscurità e non potevo fermarmi come avrei voluto. Risposi al saluto e pedalai fino a casa. Mio padre mi chiese dove ero stato. Risposi alla sagra di Salizzole. La settimana precedente egli aveva riparato un amplificatore della giostra e mi chiese se funzionava bene. Risposi: “Sì, funziona benissimo.” In dicembre aveva nevicato e non potevo più andare a Minerbe in bici. C’erano solo due treni per Minerbe, uno al mattino presto e uno alla sera e in inverno l’unica corriera veniva sospesa. Una domenica pomeriggio di Dicembre mi trovavo sulla piazza del mio paese cercando qualcuno che mi portasse là. Offrii 500 lire d’argento a un ragazzo più anziano di me; accettò, mi lasciò salire sulla sua vespa a due posti e partimmo. Faceva freddo, il cielo era grigio e le strade piene di neve. All’arrivo a Minerbe lui mi aspettò nel bar di fronte al cinema, imponendomi di tornare presto. Io girovagai per le vie del paese alla ricerca della ragazza ma non la trovai. Dopo un quarto d’ora dovetti ripartire, ma ero felice ugualmente perche avevo rivisto il paese di Franca. In Febbraio 1967 raggiunsi Minerbe in autostop. Per le strade c’era la neve e andai al bar nel viale dei tigli per scaldarmi un poco. Il juke box suonava Cuore Matto di Caterina Caselli. Sul biliardo feci il gioco delle tre carte davanti ad alcuni ragazzi, ma nessuno scommise 10 lire. In paese non incontrai Franca e feci ritorno a casa in autostop. Terza domenica di Marzo 1967, sagra di san Giuseppe. Giorno tiepido, bellissimo, con sole. Arrivai a Minerbe in autostop. Alle due del pomeriggio la piazza era piena di belle ragazze in minigonna, attorno alla giostra. Io indossavo un maglione rosso cupo e jeans neri marca Rifle. Feci amicizia con Claudio, un ragazzo di Begosso e insieme ci dedicammo al corteggiamento delle ragazze. Rividi Annamaria ed era bellissima, con i capelli lunghi e lisci. Le feci i complimenti; mi disse che sua nonna li pettinava. Le chiesi se era arrabbiata con me. Mi rispose: “Non mi hai fatto niente da farmi arrabbiare.” Mi parlò dei suoi progetti: intendeva fare l’infermiera in ospedale. Poi lungo il viale, io e Claudio conoscemmo un gruppo di ragazze da Angiari e io sfoggiai tutta la mia dialettica per far colpo. Un tizio passando vicine disse: “Questo qui al suo paese ha sempre la sciarpa.” Si riferiva a me, in inverno. Sul tardi arrivò Franca. Era bellissima. La accompagnai fino alla casa di sua zia in fondo al viale e restammo lì a parlare e a guardare il tramonto. Franca in quella occasione era abbastanza allegra e parlava un po’ più del solito. Alle sei e mezza ero in piazza e vedevo il sole rosso che stava tramontando. Claudio si offrì di accompagnarmi in moto fino a Legnago e accettai. Faceva freddo e all’arrivo sul ponte del Bussè c’era buio totale. Claudio ripartì per Begosso e io mi misi sotto un lampione per fare l’autostop. Raggiunsi il mio paese, ma in settimana mi ammalai di bronchite. Incontrai Franca nelle domeniche di sole di Aprile. In Maggio andai a Minerbe in autostop. A Porto mi fece salire sulla sua 500 rossa una signorina che posteggiò in piazza a Minerbe davanti a un negozio con la scritta Parrucchiera Elena. Forse era lei la proprietaria. Sulla piazza deserta e assolata il campanile segnava le ore due. Vidi Franca nel viale e corsi accanto a lei. La ragazza mi disse, senza guardarmi: “Vada via, non voglio più rivederla.” Stupito e sorpreso le chiesi perchè. La ragazza ripeté le parole di prima e poi entrò nella casa di sua zia nel viale. Io rimasi seduto al bar aspettando che uscisse, ma non uscì di casa. La domenica successiva tornai a Minerbe e quando Franca mi vide rientrò in casa. Questo si ripetè un paio volte, finchè non mi avvicinai più a lei. Un pomeriggio ero seduto sulla panchina di fianco alla chiesa e Franca mi passò davanti, senza guardarmi. Aveva cambiato pettinatura, i capelli erano ricci, indossava un brutto vestito rosso a quadri. Aveva cambiato look, non mi piaceva più e non le dissi niente! Un anno dopo alla sagra di san Giuseppe, terza domenica di Marzo. Al mattino aveva piovuto e sulle strade c’erano le pozzanghere. Un sole tiepido riscaldava il pomeriggio domenicale. Rividi Franca; era tornata bella come prima. Aveva i capelli lunghi, lisci, sciolti; il vestito raffinato. Stava seduta sulla panchina di fianco alla chiesa insieme a un ragazzo più anziano di lei. Li rividi insieme ancora un paio di volte. Rividi Franca l’anno dopo, alla fiera di Marzo 1969. Giorno freddo e nuvoloso. Franca stava seduta sulla ruota panoramica mentre suonavano Che Freddo Fa di Nada. Nei primi anni ’70 Franca non la vedevo più in paese. In estate chiesi informazioni ad alcuni ragazzi sulla piazza. Mi dissero che si era sposata e adesso abitava in una nuova casa. Mi indicarono dove. In motorino passai davanti a quella casa con l’intonaco grigio. Franca stava seduta sui gradini dell’ingresso e mi guardò mentre passavo. Nel 1986 circa, ero seduto sotto il pergolato del bar nel viale dei tigli. C’era una donna seduta a un tavolino che mi guardava con insistenza. Poi un uomo sulla strada (forse il marito) la chiamò: “Franca, vieni.” La donna si alzò e dal modo di camminare capii che era lei. Nel 2002 alla sagra di Agosto rividi Franca, in piazza, insieme a una amica. Era cambiata, i capelli erano biondi, corti, ricci ed era ingrassata. Prima di morire desidero si verifichi l’occasione di parlarle almeno una volta. Nel 1973 scrissi la nostra storia in un racconto intitolato Sortilegio pubblicato a mie spese da un piccolo editore. Ma il testo era barocco, ingenuo e negli anni ’80, ’90 e 2000 lo ho revisionato conservando la trama e l’atmosfera. Nel 2005 fu pubblicato da Arduino Sacco Editore. Recentemente da Lulu.com Negli anni 2000 andai al cimitero di Minerbe a trovare il campanaro Anselmo 1906 1986. Oggi 25 Settembre 2024 incoraggiato da un amico sono andato a casa di Franca. Ho suonato il campanello. Mi ha accolto nel cortile. È irriconoscibile. Le dico: “E’ la signora Franca?” “Sì, mio marito è in casa.” Cerco di farmi riconoscere, ma non ci riesco: “Ci siamo conosciuti al’inizio della vita e ci ritroviamo adesso, verso la fine.” Mi chiede. “Chi è lei?” Le dico il mio nome. Tace. Le ricordo i giorni trascorsi insieme e le chiedo: “Si ricorda?” “No”. Le racconto quando arrivavo in bici celeste. Guardandoci negli occhi le ricordo le nostre passeggiate per andare dalla zia, nel viale, dove suonava il juke box… Poi le chiedo: “Ti ricordi adesso?” Lei ride e mi dice: “Noo…” “Beh, ciao”. E vado via. NADIA 1966. Prima domenica di Settembre. Siamo andati in bici alla sagra di Roverchiara io e gli amici Roberto e Attilio. Ma io proseguii da solo per Minerbe. Lungo la strada conobbi un altro ciclista, anche lui di nome Roberto. A Minerbe trovai Franca che usciva di chiesa con l’amica Annamaria e altre. Trascorsi il pomeriggio insieme a loro e alla sera ritornai in bici passando per Bonavigo. Lungo la strada mi affiancai a tre ragazze che andavano in bici alla sagra di Roverchiara. Facemmo conoscenza: Nadia, una biondina con i capelli corti; Lorella, una bruna bellissima con i capelli lunghi, neri e Rita. Le accompagnai fino sul ponte sull’Adige poi io presi la strada per Morubio. Negli anni successivi rividi Nadia insieme a sua sorella, anche lei bionda; e rividi anche Lorella perchè abitavano tutte a Minerbe. Nel Giugno 1973 trascorsi un pomeriggio incantevole sotto il pergolato di glicini del bar nel viale Ungheria a Minerbe. C’era Nadia, sua sorella e altre due ragazze. Chiesi notizie di Loretta, ma non la conosceva. Infatti io avevo sbagliato nome, intendevo Lorella. I tigli in fiore profumavano l’aria. Il juke box suonava Con le mie lacrime dei Rolling Stones. Quando le ragazze andarono via io provai una dolce malinconia. Rimasi là ancora per qualche tempo, poi percorsi lentamente il viale e in bici tornai a casa. Raggiunsi Ca del Lago dove scrissi la poesia Sere di Giugno. Poi nel mio cortile incominciai a scrivere il racconto Sortilegio. Nel Dicembre 2002 andai a Minerbe per l’ultima volta in bici. Era un pomeriggio freddissimo, con gli alberi pieni di brina. Rividi Lorella al poggiolo di una casa. Questo fatto mi ispirò il racconto La Ragazza che non ho Sposato, compreso in Anime Nude Editore Lulu.com. ANTONELLA 1966 Giugno. Io e Piero andammo a Legnago in bici. Girando per le vie incontrammo due ragazze su un tandem bianco. Facemmo amicizia e le accompagnammo per le vie tutto il pomeriggio. Alla sera al ritorno ci chiedevamo chi potevano essere: certo sorelle se avevano il tandem. Alcuni giorni dopo giravamo per Legnago nella speranza di incontrarle. Non le trovammo, ma vedemmo il tandem bianco esposto da un meccanico con la scritta “Noleggio”. Entrammo per noleggiarlo, ma il meccanico non si fidò di noi e non accettò. Ci disse che lo noleggiava solamente alle ragazze, e quelle da noi conosciute lo avevano preso a nolo proprio qui. In seguito non le rivedemmo più. Un pomeriggio percorrevo da solo in bici, la strada Boschi- Porto. Arrivato in paese vidi una ragazza bionda che pedalava nella mia stessa direzione. Mi affiancai e dopo un po’ facemmo amicizia. Si chiamava Antonella, abitava a Milano e veniva qui in ferie dai parenti, tutti gli anni, alla sagra di porto. La ritrovai anche nei giorni successivi e mi insegnò dove abitavano i suoi parenti. In un pomeriggio nuvoloso di agosto, portai Antonella alla sagra di Legnago (san Rocco); vicino all’autoscontro un mio compaesano antipatico mi chiese come si chiamava la ragazza. Io rimasi in silenzio e lei rispose: “Il mio nome”. Ritrovai Antonella anche l’anno seguente e anche i successivi. Poi non la rividi più. Molti anni dopo (10 o 20) alla sagra di Porto mi sentii chiamare per nome. Una donna mi salutò e mi disse che era Antonella. Come era cambiata. Non la riconoscevo più. Avrei dovuto parlarle, abbracciarla. Invece la salutai e non dissi niente. Più tardi mi pentii di essermi comportato da stupido. Ma lei non c’era più alla sagra. Negli anni successivi tornai alla sagra a Porto con la speranza di rivedere Antonella. Non la rividi mai più. Anche adesso, quando vado a Porto mi siedo sulla panchina di un giardino pubblico adiacente a quella casa. Probabilmente la casa ha nuovi inquilini e lei non viene più qui. Ciao Antonella. Se mi leggi: Ciao. RAGAZZA 1967 circa Nei pomeriggi di settembre e nelle sere di ottobre, dopo aver letto un pezzo de LE MONTAGNE DELLA FOLLIA di Lovecraft, andavo in via Montanari ad aspettare l’amico Renato che usciva dal lavoro. Mentre aspettavo vedevo una finestra illuminata nella casa di fronte, dove una ragazza stava stirando. Tutte le sere la vedevo mentre stirava i vestiti e io ero un po’ innamorato di lei. Sul tardo pomeriggio passava l’uomo dei setacci, che allora mi aveva ispirato una poesia, ora perduta. Si chiamava Ziviani e passava in sella a una grossa bici carica di setacci. C’erano pile di setacci davanti, dietro e anche ai lati. Probabilmente li vendeva. Era sempre vestito di nero con un grosso cappello nere a larghe tese. Adesso, dopo oltre 50 anni, di sera passo ancora davanti a quella casa, ma la luce della finestra è sempre spenta. LORETTA 1968 circa Era la figlia del lattaio e mi piaceva molto. Aveva i capelli lunghi, neri e un viso che ispirava l’amore Quando ero ragazzo, tutte le sere andavo a comprare il latte per mio papà (io odio il latte). Andavo in bici con una bottiglia che la lattaia metteva sotto il rubinetto del bidone posato sul banco. A volte c’era sua figlia, Loretta, con capelli neri, lunghi: Loretta mi piaceva molto, ma non ho mai osato parlarle. In quegli anni giocavo a poker in una osteria. Gli avversari erano forti e fortunati e con fiche da 50 o 100 lire io perdevo molti soldi. Così avevo deciso di smettere. Ma una sera di primavera andammo a giocare a poker a casa dell’amico Vito. Eravamo nella cucina con un’unica finestra buia a sud sul muro pieno di edera. Giocavamo bassissimo (5 lire a fiche) ed eravamo tutti amici. C’era anche Loretta, con suo fratello. Quella fu l’unica volta che io ero fortunato e davanti mi trovavo un mucchio di monetine da 5 Lire. Loretta, invece, perdeva continuamente e io volevo farla vincere per farla contenta liberandomi delle monetine. Finalmente arrivò il momento che aspettavo. Tutti gli avversari passarono e in gioco rimanemmo solamente io e Loretta. Guardai le mie carte. Avevo un full servito. Loretta scartò due carte, io ne scartai quattro per liberarmi del full. Adesso bisognava vedere. Guardai le mie carte. Avevo fatto poker di jack. Scartai le mie carte senza farle vedere e la lasciai vincere la partita. Negli anni successivi la latteria si trasferì in un altro paese e io non vidi più Loretta. Nel 2013 l’amico Giorgio mi portò dal fratello di Loretta a Isola. Vidi le foto giovanili della ragazza: era bella come la ricordavo. Andai a trovarla nel nuovo negozio di cartoleria. Non si ricordava più di me e la presenza di clienti nel negozio mi impedì di raccontarle l’episodio del poker. RAGAZZA 1969 Avevo trascorso il pomeriggio alla sagra di Roverchiaretta. Mentre tornavo a casa in motorino Sachs Legnano, vidi una ragazza seduta sui gradini di una vecchia casa. Teneva le gambe bene aperte e mostrava le mutandine. Dopo aver percorso un po’ di strada, io decisi di tornare indietro per vederla di nuovo. La ragazza era ancora seduta là, nella stessa posizione. Passai e ripassai un paio di volte per guardare le belle gambe e mutandine bianche di quella ragazza. Lei stava sempre là, in quella posizione. Mi mancò il coraggio di fermarmi per salutarla e magari conoscerla. Perché si mostrava così? Perché stava seduta là e non era andata alla sagra anche lei? Era un comportamento inspiegabile. Ma in futuro seppi perché. Molti anni dopo rividi la signorina che abitava in quella casa. Era zoppa. Non era andata alla sagra perché si vergognava. Si metteva in quella posizione aspettando che qualche ragazzo si fermasse per parlare con lei. Così avrebbe potuto conoscerlo. Il suo difetto fisico lo teneva nascosto il più a lungo possibile. LUCIA 1969 Nel 1969 tutti pomeriggi mentre studiavo nel negozio di mio padre vedevo passare la fila delle bambine che andavano dalle suore. Una bambina bella, bionda, magra, con occhi chiari e grembiulino nero mi guardava e mi sorrideva. Una volta mi salutò e in seguito facemmo amicizia. La bambina aveva 9 anni, si chiamava Lucia ed era orfana di padre. Mi confessò che si era innamorata di me, che non aveva più voglia di mangiare. Mi presentò a sua madre, mi invitò a casa sua. Alla fine mi innamorai anche io di lei e andavo a guardarla in fondo al mio cortile fra gli alberi di ailanto, mentre lei stava alla finestra del collegio. Una volta le ho fatto fare un giretto sul mio motorino; in settembre siamo stati insieme alla sagra di Cerea e dopo le dedicai una poesia: Dedicato a una bambina. In Notturne Carezze Editore Lulu.com. Lucia diventò una donna bionda, si sposò, ebbe figli. Negli anni successivi la rividi ma non mi salutava più. L’ultima volta che la ho vista eravamo nell’ufficio postale. Lucia mi passò davanti senza guardarmi. Io mi sentivo emozionato e non sono riuscito a dirle Ciao. BIANCA 1969 In quell’anno frequentavo una scuola serale. Nel mio banco avevo una maestrina che imparava l’inglese. Bianca era bellissima, aveva i capelli lunghi, biondi e indossava il poncho. La stanza era fredda e spesso eravamo appoggiati con le braccia e con le gambe. Io mi innamorai perdutamente di lei e le portavo piccoli regali: sigarette, libri. In Aprile 1970 andai a vedere la luna in campagna e le dedicai una poesia: Aprile. Finita la scuola non la rividi mai più. L’ho cercata nel suo paese, ma nessuno la conosceva. Molti anni dopo vidi una sua foto sul giornale. Bianca era morta. Dopo lunghe ricerche riuscii a contattare una sorella. Mi insegnò dove era sepolta e andai sula sua tomba. Bianca aveva sposato un tedesco, si era trasferita in Germania e per questo non riuscivo a incontrarla qui.. La sorella mi regalò una sua foto di Bianca del 1969. 1971 circa. RAGAZZA SENZA NOME L’amico Giorgio mi disse: “Sono amico di una famiglia dove c’è una bella ragazza che cerca il fidanzato. Se mi accompagni te la presento.” Una notte d’estate partimmo con la sua macchina. Andammo a Orti, un paesino di campagna in mezzo a distese di meli. Nel buio dei campi raggiungemmo una casetta isolata ed entrammo dentro. Nella cucina, rischiarata da una lampadina fioca, c’era il padre, la madre e la figlia. Ci sedemmo, ci offrirono del vino e Giorgio incominciò a discorrere di questioni agricole. Io intanto guardavo la ragazza seduta di fronte a me. Era bella, con i lunghi capelli neri, lisci, come piacciono a me. Non parlava mai. Dopo un po’ di tempo Giorgio mi presentò: “Questo è il mio amico Sergio. Possiede un negozio di vendita e riparazioni televisori.” Intervenni io: “Sì, è di mio papà, ma a me non piace questo lavoro. Io faccio lo scrittore.” Il padre della ragazza mi guardò sorpreso. “Chissà quanto guadagna uno scrittore!” Risposi: “No, non guadagno niente, ma mi piace scrivere.” I familiari si guardarono in silenzio. Più tardi andammo via. Con la mia affermazione avevo rovinato la possibilità di conoscere quella ragazza. Inoltre mentre loro parlavano io avrei dovuto salutare la ragazza. Avrei dovuto chiedere il suo nome. Ma ero troppo affascinato dalla sua bellezza e rimasi muto. ANGELICA 1973 Luglio, domenica, pomeriggio. Io e Renzo chiacchieravamo con Anselmo il campanaro. Una ragazza grassottella compiva giri con la bici nella piazza. Poi si fermò vicino a noi. Anselmo ce la presentò: “E’ Angelica, una buona e brava ragazza senza fidanzato.” Io, Renzo e Angelica andammo al bar di fronte al cinema. Angelica voleva andare al cinema a vedere un film d’amore. Ma proiettavano un film di vampiri. Angelica non era convinta e io stupidamente andai a chiederlo alla cassiera che rispose: “E’ un film di vampiri, quello d’amore è per domenica prossima.” Dall’espressione del viso della ragazza capii che ero stato uno stupido. Angelica intendeva entrare al cinema per amoreggiare. Poi la ragazza mi disse. “Io so tutto di te.” “Che cosa sai?” “Chiedimi.” “In che via abito?” “In via degli asini.” Per la seconda volta mi comportai da stupido. Angelica intendeva dire: io so tutto dei maschi. Alla sera io e Renzo al ritorno, stanchi e sudati, facemmo sosta a Legnago. Sul viale della stazione incontrammo l’amico Antonio, elegante, mentre scendeva dalla sua 500. Io gli proposi di portarmi a casa caricando la bici in macchina, ma quello rifiutò. Alla terza domenica di Luglio io e Renzo eravamo ancora a Minerbe. Arrivò Angelica e ci sediamo sulla panchina. Angelica si rivelò una ragazza molto convenzionale: voleva che andassi a casa sua le sere di martedì e venerdì, perchè questa è la regola dei fidanzati. Passò Nadia e la sorella in minigonna e Angelica criticò le gonne troppo corte. Renzo intervenne: “No, vanno bene così.” Discutemmo ancora, ma Angelica disse: “Non vale, siete due contro uno.” Capii che l’amore è una lotta fra i sessi dove il più forte è la femmina. Poi tutti tre andammo in bici alla sagra di Boschi. Alle giostre incontrammo l’amico Luigi che ci propose di vedere film 8 mm sexy a casa di suo cugino. Noi tre partimmo e abbandonai Angelica. Al lunedì mattina però mi pentii; telefonai al mercato frutticolo, dove lavorava la ragazza, e le chiesi scusa. Ma Angelica non mi piaceva, era grassa e non la frequentai più. Anselmo commentò: “Cerca il fidanzato e ha chiesto a tutti , anche ai cani.” A fine Agosto mio padre mi comprò a Verona una 500 usata e nelle sere di Settembre andavamo a Roverchiara per impratichirmi nella guida. PATRIZIA. San Vito 1973 In primavera estate 1973 mi appassionai alla chiromanzia. Lessi Getting, Droleval, Cheiro, Benham. La prima domenica di Settembre andai a Roverchiara insieme all’amico Giovanni. Ebbi molto successo nel leggere le mani alle ragazze. Tenere quelle manine piccole, soffici e bianche era già una esperienza piacevole. Nelle domeniche di Ottobre c’era l’austerity e il blocco della circolazione automobili. In quei pomeriggi brevi, con la luce gialla, io e Renzo andavamo a Minerbe in bici. Una sera, al ritorno, passando per San Vito vidi un gruppo di belle ragazze che giocavano sul piazzale della vecchia chiesa. Mi promisi di ritornare e alla domenica successiva andammo a San Vito in bici. Ho ricordi indimenticabili di quei pomeriggi gialli di Ottobre. Io leggevo la mano alle ragazze, chiacchieravamo, giocavamo. C’era Patrizia, una ragazza con i capelli lunghi, poverissima, che mi piaceva molto. Loretta, una ragazza frizzante. Annamaria di Orti, malinconica e dolce. E molte altre di cui non ricordo i nomi. C’erano anche alcuni ragazzi: un meccanico zoppo che desiderava sposarsi; un ragazzo atletico che prendeva in giro Renzo. Una volta ha offeso Renzo e mio cugino gli ha dato un schiaffo. Io temetti una lite così mi misi in mezzo per separarli. Un pomeriggio mentre giocavamo nello spiazzo antistante alla chiesetta, la palla saltò oltre un basso muro. Nessuno voleva andare a recuperarla, così io che avevo la bici appoggiata al muro, la usai come gradino per salire sopra. Dall’altra parte c’era un grande mucchio di legname che facilitava la discesa. La palla era là in fondo al cortiletto. La raggiunsi con facilità, la presi e sentii un ringhio dietro di me. Un cagnaccio mi stava di fonte. Adesso capivo perchè nessuno voleva andare là. Facendomi scudo con la palla, indietreggiai lentamente e risalii il mucchio di legna all’indietro, col cane sempre davanti a me. Raggiunsi la sommità del muro e con sollievo ridiscesi dall’altra parte. Trascorremmo così tutti i pomeriggi domenicali di Ottobre e Novembre. In Dicembre, poichè fuori era troppo freddo, ci radunavamo in uno stanzone della canonica. Entravamo da una porticina a destra della chiesa e dopo un lungo corridoio arrivavamo dentro uno stanzone che aveva il pavimento metà di mattonelle e metà di mattoni. Un pomeriggio di fine dicembre siamo rimasti là fino a sera. Quando siamo usciti abbiamo trovato buio completo e una nebbia così intensa che non vedevamo più neanche le bici appoggiate al muro, pochi metri più in là. La lampadina in alto mandava un chiarore gialliccio. Una vecchia che attraversava la piazzetta ci disse: “Tornate a casa, tornate a casa altrimenti le vostre mamme staranno in pensiero”. Così siamo saliti sulle bici e lentamente abbiamo pedalato fino a casa. Ritornammo in bici a San Vito nella primavera 1974. Io corteggiavo Patrizia, ma lei mi disse che suo padre non voleva. Un pomeriggio la ragazza era accompagnata da suo padre, un uomo vestito poveramente con un bicicletta vecchia e malandata. Appena mi vide mi disse: “Lascia stare mia figlia. Ci sono tante belle ragazze qui. Perchè corteggi proprio mia figlia?” Quella volta andammo via. Nei giorni successivi mi impratichii sempre più con l’automobile, così una domenica di Maggio andammo a San Vito in macchina. Sulla piazzetta c’erano alcune ragazze ma Patrizia non era fra loro. Entrai nello stanzone e vidi Patrizia. La raggiunsi, ma anche suo padre era là e venne verso di me con aria minacciosa. Corsi fuori e attraversai la piazzetta. Anche l’uomo corse fuori, ma appena vide che aprivo lo sportello della macchina si arrestò di colpo. La sua espressione cambiò completamente. Adesso non esprimeva più rabbia, ma dispiacere per avermi fatto scappare. Un ragazzo con l’automobile sarebbe stato un buon fidanzato per sua figlia e lui adesso era desolato di avermi mandato via. Partimmo e non tornammo più là. In Settembre insieme a Renzo in bici, passando per Orti vedemmo Annamaria seduta sui gradini di un vecchio palazzo. Restammo a chiacchierare l’intero pomeriggio guardando il campo di stoppie di fronte a noi. Passò Giorgio in macchina con la fidanzata e ci salutò. Nell’aria c’era tutta la malinconia dell’autunno in arrivo. Il giorno dopo a casa scrissi la poesia BREVE INCONTRO in Notturne Carezze Editore Lulu.com. Anni dopo tornai a San Vito ma era tutto cambiato. Il paese si era spostato a sud, dove c’era una chiesa nuova. Quella vecchia era stata privatizzata; la piazzetta recintata; il vespasiano non c’era più; molte case vecchie dopo la curva erano state abbattute. RAGAZZE AL BAGNO 1973 circa Partiamo in bici all’una del pomeriggio di luglio per andare a una sagra. Arrivati a Cadelago percorriamo il sentiero dietro il bosco per godere un po’ di ombra in quel caldo assassino. Arrivati in fondo anziché ritornale sulla strada ci fermiamo ad ascoltare dei gridolini che provengono da sud e noi seguiamo quella direzione. Camminiamo fra un intrico di cespugli. Improvvisamente ci troviamo sulla riva di un fiumicello (Fociara) dove dentro sguazzano 5 o 6 ragazze. Alcune sono nude altre hanno le mutandine bagnate e appiccicate. Appena ci vedono gridano e risalgono la riva opposta. Raccolgono un mucchio di vestiti e senza rivestirsi corrono nude sul sentiero che va verso Palesella. Noi ci godiamo lo spettacolo. Poi tiriamo fuori il pisello. Renzo masturba me e io masturbo lui. VERONELLA 1974 Arrivai la prima volta a Veronella un pomeriggio di una domenica di novembre 1974. Passeggiando sul marciapiede vidi una ragazza dietro alla finestra di una vecchia villa. Una finestra con inferriata, largo davanzale e tendine aperte. Dietro a quella finestra stava seduta una bella ragazza, capelli lunghi neri e espressione seria. Guardava il tramonto. Il cielo a ovest era un incendio di luci rosse. Uno spettacolo bello e triste in quella giornata corta di Novembre. E la ragazza stava là, immobile, dietro alla finestra. Faccio un giro per esplorare il paese e quando ritorno indietro al crepuscolo la ragazza sempre là, seduta dietro alla finestra. Che cosa starà pensando? Chi è? Aspetterà qualcuno? La rivedrò ancora? Nel 1975 sono tornato tante volte in quel piccolo paese meraviglioso. Non ho mai più rivisto quella ragazza nè in paese, né dietro alla finestra. SABRINA, CRISTINA 1974 circa In Aprile io e Renzo andavamo a San Zenone ad aspettare le ragazze che uscivano di chiesa dopo le funzioni del pomeriggio. Là conobbi Sabrina, una ragazza piccolina, formosetta e molto loquace. Cristina, una ragazza alta, bionda; Renzo le portò in regalo un piccolo cervo scolpito (mio cugino era scultore del legno). C’erano anche altre ragazze delle quali non ricordo i nomi. Una notte di Aprile siamo andati là in macchina. Le ragazze a turno andavano ad amoreggiare con i ragazzi nascosti dietro alla pesa. Noi stando sul sagrato ascoltavamo i gridolini, i gemiti. La luce delle lampadine era fioca, l’aria aveva il tepore di Aprile, i vecchi tigli frusciavano ed era bellissimo tutto ciò. Una domenica pomeriggio appena arrivati, le ragazze circondarono la nostra macchina, impedendoci di uscire. Avevo i finestrini aperti e Sabrina si appoggiò alla macchina mettendo i seni dentro il finestrino. Erano seni sodi e appuntiti, ma io imbecille, non ebbi il coraggio di toccarli! In Ottobre andavamo ancora a San Zenone. Un pomeriggio di fine Novembre eravamo seduti sulla panchina ad aspettare le ragazze che ormai non venivano più. Incominciò a nevicare, e allora finalmente andammo via. PATRIZIA. San Zenone 1974 circa. Alla terza domenica di Maggio alla sagra di San Zenone conobbi Patrizia. Una ragazza bella, alta, signorile, con i capelli lunghi. La giostra in quel piccolo paese si trovava vicino alla Pesa (ora non c’è più). Era un pomeriggio nuvoloso, faceva caldo e Patrizia mi piaceva. In seguito rividi ancora questa ragazza che mi invitò a casa sua. La domenica successiva ci andai. Salii una scala fino al primo piano. C’era anche sua mamma ad accogliermi. Una signora gentile che mi parlò di Patrizia: durante la settimana faceva l’infermiera dal dentista che aveva sposato sua sorella. In seguito non andai più a casa sua perchè questa amicizia si profilava molto impegnativa. Rividi Patrizia un pomeriggio d’inverno del 1981. Io e Renzo tornavamo in macchina da Pressana e lei con una amica percorreva a piedi la strada Zenone-Pressana. Restammo a chiacchierare in quel gelido pomeriggio, con la campagna intorno coperta di brina. Le offrii il mio libro appena stampato Cerimonia Funebre, ma lei rifiutò. Preferiva un libro che raccontasse la biografia di regine. Rividi ancora Patrizia in piazza a Minerbe. Era insieme a una amica e al mio saluto caloroso mi disse: “Posso farti una domanda?” “Sì, certo, chiedimi tutto quello che vuoi.” “Perchè quando mi vedi mi saluti con tanto fervore?” “Perchè sei una bella ragazza con dei bellissimi capelli lunghi.” La sua amica le disse: “Hai capito adesso?” In seguito non la rividi più NEVA 1974 Alla domenica mattina di Luglio, dopo messa, vedevo una bella ragazza con i capelli lunghi e lisci insieme a un mio amico. Una mattina inventai un pretesto per parlare con questo amico e così conobbi Neva. Offrii da bere al caffè Passarini e alla domenica seguente andai io a passeggio con Neva. In piazza conversando le chiesi: “Sei una ragazza romantica?” Mi rispose: “Sono troppo romantica.” Un pomeriggio la portai a visitare il parco di Bertelè e le presentai il proprietario l’amico Franco Poichè Neva andava a Torino, da dove proveniva, le consegnai una lettera per l’amico bibliofilo conte di Marmorito. Una sera di Aprile mi offrii di portarla al cinema. Quella sera ero emozionatissimo. Durante l’attesa andavo in bagno, al bar Passarini, ogni 10 minuti. Alle nove come d’accordo andai a prenderla a casa sua a San Vito. La ragazza mi fece entrare in un salottino con televisore, mi presentò i genitori e dopo partimmo in macchina per Legnago. Al Salieri il film era brutto e uscimmo prima della fine. Al ritorno in macchina fumavo qualche sigaretta per darmi un contegno. Nel 1976 la portai dagli amici di Radio Beta Uno, dove le assegnarono un’ora al microfono come presentatrice di canzoni. Negli anni successivi la incontrai ancora saltuariamente da sola per strada. Si era tagliati i capelli e non mi piaceva più. 1974 RAGAZZE IN BICICLETTA Prima domenica di ottobre. Io e Renzo siamo andati alla fiera della mela a Belfiore. Pomeriggio nuvoloso. In paese è incominciato a piovere. Io e Renzo ci siamo riparati sotto un poggiolo. Sulla strada arrivavano le ragazze in bicicletta, belle, con vestiti colorati, minigonne, maniche corte. Venivano alla sagra sperando di trovare un fidanzato. Era una lunga fila, non finiva mai. Alcune avevano l’ombrello, altre no. Noi le ammiravamo estasiati. PIA 1974. Pia è stata il secondo grande amore della mia vita. Dopo non ce ne sono stati altri di questa intensità. Anche questa esperienza è stata preannunciata da un sogno precognitivo che si è ripetuto un paio di volte alcuni mesi prima: arrivo in un bel paesino e incontro una ragazza che mi piace. In Novembre 1974 lessi (o rilessi) Saki, poi andai in via Guanti per vedere il tramonto (allora non c’erano i capannoni). Scrissi la poesia Crepuscolo e quella settimana presi il raffreddore. Una domenica di Dicembre, fredda e grigia, io e Renzo in macchina andammo a Minerbe. Restammo là un paio di ore ma poichè non c’erano ragazze ripartimmo. Appena fuori paese verso san Stefano, una strada diagonale a destra attirò la mia attenzione; sul cartello c’era scritto Veronella. Seguendo quella strada e i cartelli successivi, attraversammo Anson, Miega, Presina. Più avanti c’era un incrocio senza indicazioni e svoltai a sinistra. La sera stava calando quando arrivammo alla chiesetta di santa Lucia, allora sempre aperta. Visitammo la chiesa e ad alcuni bambini domandai la strada per Veronella. Era l’altra; così tornammo indietro. Nella sera grigia percorremmo una strada non asfaltata, piena di pozzanghere, con ai lati grandi piantagioni di cavoli che mandavano cattivo odore. Mentre entravo in Veronella ricordai il mio sogno. Il paese non era identico ma mi dava la stessa sensazione di familiarità. Camminammo per la via. Il grigio e la foschia nebbiosa erano scomparse. Il paese completamente deserto era rischiarato adesso dalla luce rossa del crepuscolo. Passammo davanti a un vecchio palazzo (ora abbandonato) con due lapidi. Dietro alla finestra con inferriata, una ragazza sola senza sorriso, guardava il crepuscolo. Il viso di quella ragazza non lo dimenticherò mai più. Percorrendo una via con le mura merlate, arrivammo in piazza mentre era sceso il buio. Chiesi indicazioni delle strade a un passante. Una portava al Borgo, altre verso san Bonifacio. Ripartimmo con l’intenzione di ritornare perchè il paese mi affascinava. Arrivato a casa mio papà brontolò come al solito perchè ero in ritardo. Io scrissi la poesia: Inverno. La domenica successiva, pomeriggio freddo e nebbioso, io e Renzo ritornammo a Veronella per esplorare il paese. Renzo aveva un raffreddore terribile, ma sembrava non badarci. Arrivati in paese percorremmo la via lungo le mura merlate e arrivammo in piazza. Le vie erano deserte; i giardini pubblici erano immersi nella nebbia. Si vedevano solo due ragazze fra i cespugli. Noi entrammo in chiesa per ripararci dall’umidità. Buio assoluto, eccetto un lumicino sull’altare in fondo. Uscimmo fuori. Le ragazze erano ancora là: una era una biondina con i lineamenti duri; l’altra, bruna, capelli lunghi, sciolti, carnagione scura, mi guardava come se mi conoscesse. Allora mi avvicinai e chiesi se c’era un cinema in paese. Mi indicò i resti di un edificio incendiato. “E’ la prima volta che veniamo qui” le dico. La ragazza mi guarda con occhi neri, profondi e mi dice: “No. Io ti ho visto ancora qui.” Si riferiva alla domenica precedente. Rimango lì a parlare con lei. Mi dice che la biondina è sua sorella. Questa dopo un po’ la chiama: “Pia, vieni.” Rivolgendomi a mio cugino dico: “Hai sentito? Si chiama Pia.” La ragazza si volta verso la sorella: “Non chiamarmi per nome stupida.” Rimaniamo lì fuori al freddo, tutto il pomeriggio. Pia è una ragazza sensibile, con una psicologia raffinata. Parliamo di tante cose. Mi chiede da dove veniamo, i nostri nomi, che macchina abbiamo, chi guida. Arriva la sera e lei va a casa. Poco dopo la vedo passare su una antiquata bicicletta nera con il secchiello del latte. “Ci vediamo domenica?” chiedo. Nessuna risposta. Tornammo indietro col buio. Io ero tutto contento ed eccitato. Renzo sternutiva e tossiva. Arrivati a Cerea, come al solito lui prese il motorino posteggiato al tennis e fece ritorno a casa. Renzo mi contagiò e quella settimana ebbi un raffreddore terribile. La domenica successiva, mio cugino stava bene e io non ero completamente guarito. Partimmo ugualmente. Giorno freddo con sole. In macchina esplorammo i paesi limitrofi: Borgo, Bonaldo, san Stefano. Una domenica di sole di Febbraio o Marzo, io e Renzo tornammo a Veronella. Arrivando da Presina, prima dell’incrocio a T con la cappella, a sinistra c’era una grande fattoria abbandonata (ora non più). Poichè le porte erano aperte, entrammo e al piano superiore dalle finestre a nord si godeva una veduta bellissima. Il campanile di Veronella, poi di Bonaldo, di san Stefano, di Zimella... e sullo sfondo le montagne innevate che sembravano di cristallo. Arrivati in paese procedemmo con l’esplorazione dei luoghi. Entrammo nella Corte Grande; sotto le barchesse c’erano le mucche e a un uomo baffuto che spingeva una carriola, chiedemmo informazioni sulla storia del paese. (adesso la Corte Grande è abbandonata). Proseguendo oltre la piazza arrivammo a un vecchio palazzo con parco. Più oltre c’era una casa vecchia e quando la oltrepassammo Pia corse fuori sul marciapiede. La ragazza abitava lì. Un cespuglio di calicanto nel cortile mandava un profumo intenso; c’era vento freddo, ma era uno splendido pomeriggio di sole. Restammo lì a parlare e io ero incantato dalla bellezza della ragazza, dai suoi modi, dai suoi occhi neri, dal suo sorriso angelico. Il campanile suonò i rintocchi, le 4 e mezza. Da molto tempo stavamo lì e solamente adesso mi accorgevo della vecchia che ci spiava dalla finestra di fronte. Anche in fondo al marciapiede, dietro l’angolo, alcuni ragazzi ci stavano spiando. Io e Renzo andammo via e compimmo un lungo giro per distanziare i curiosi, prima di arrivare alla macchina. Il giorno dopo a Ca del lago, davanti a un campo di ravizzone scrissi la poesia Sogno d’Amore. Un’altra domenica ritornammo a Veronella. Portavo Renzo con me perchè spesso non avevo i soldi per pagare la benzina. Appena arrivati, Renzo mi dava mille lire per 4 litri di benzina, in una delle due pompe sempre aperte. (adesso non ci sono più). Pia aveva molte sorelle e apparteneva a una famiglia poverissima. Mi lasciò capire che desiderava i pattini a rotelle e promisi che glieli avrei regalati. Il giorno dopo lucidai i miei pattini, che ormai non usavo più. Le ruote erano un po’ consumate e al giovedì a Verona, cercai le ruote nuove; seguendo le indicazioni arrivai a piedi fino alle carceri, dove assemblavano i pattini. Non avendo trovato nulla, quella notte, mentre i genitori dormivano, io scesi in laboratorio e lavorai per rinnovare le ruote con carta vetrata, affinchè sembrassero nuove. Alla domenica andai da Pia, ma lei non volle accettare il dono, così lo consegnai alla sorella. Alla terza domenica di Marzo andai alla sagra di Minerbe e sul tardo pomeriggio raggiunsi Veronella. Stando sul sagrato, guardavo il cielo verso ovest e pensavo ai bei momenti trascorsi insieme a Pia. Lì, immobile, con le pozzanghere per terra e il cielo rosso del tramonto, mi venne in mente la poesia Passeggiando. La scrissi e quando Renzo la lesse la apprezzò molto, la imparò a memoria e me la ripeteva spesso. Un’altra domenica trascorsi il pomeriggio insieme a Pia. Il paese era deserto e per le strade non passava nessuno. Era un giorno freddo e nuvoloso e quando la salutai mi diressi verso i giardini dove Renzo mi aspettava. Sul marciapiede arrivò un ragazzo alto che mi disse: “Permetti una parola?” “Cosa vuoi?” “Non corteggiare più quella ragazza.” Gli chiesi: “Chi ti dice che mi interesso a lei?” Rispose: “Anche oggi sei stato insieme a lei.” Pensai a tutti quelli che ci avevano visti insieme. Non ricordavo nessuno. Per calmarlo gli promisi che avrei fatto come lui voleva. Raggiunsi Renzo progettando di stare più attento e non farmi vedere insieme a Pia. La domenica successiva aspettai Pia vicino alla locanda dopo il teatro. Appena arrivò le raccontai il fatto e chiesi chi fosse quel ragazzo. Mi rispose: “E’ un mio lontano cugino.” Sua sorella intervenne: “Ma io non conosco questo cugino.” Pia insistè: “Sì, tu lo conosci.” Pia aveva una espressione rassegnata. Guardava il castello senza più parlare. La sera era grigia e fredda, ma le mura merlate, lassù, erano investite dalla luce del sole al tramonto. Un’altra bella domenica col sole. Arrivati a Veronella non vedo Pia in nessun posto, così ci dirigemmo a caso verso la campagna. Con la sensibilità tipica degli amanti, trovo Pia in un sentiero, mentre sta raccogliendo fiori campestri. Insieme c’era sua sorella e l’amica Daniela. Renzo corteggiò Daniela e io insieme a Pia trascorsi un pomeriggio indimenticabile! Un’altra domenica col sole tepido ritorniamo a Veronella. Giriamo per il paese alla ricerca della ragazza. La vidi da lontano, insieme alle altre, sulla strada per Bonaldo. Corro verso di lei seguito da Renzo. Pia ha un vestito bianco e un sorriso dolcissimo. Le ho portato un piccolo dono (non ricordo cosa) che consegno alla sorella. Renzo corteggiò Daniela e io rimasi fuori paese insieme a Pia tutto il pomeriggio. A sera, sulla via del ritorno, Pia mi guidò per vicoli che io non conoscevo, per evitare di farci vedere insieme. Percorremmo un sentiero di terra battuta, fra orti e vecchi magazzini. Il sentiero gira ad angolo e sfocia al Borgo. Da qui mi guidò attraverso cortili abbandonati (che adesso non saprei ritrovare) finchè arrivammo ai giardini pubblici, dove ci separiamo. L’idillio proseguiva e contemporaneamente esploravo i luoghi intorno a Veronella. Quando non trovavo Pia, oppure dopo che ci eravamo lasciati, io e Renzo esploravamo i paesi limitrofi. Un pomeriggio abbiamo visitato una villa abbandonata con colonnato a San Sebastiano. Una sera di nebbia in Febbraio siamo arrivati per la prima volta a Pressana. Abbiamo chiesto informazioni al campanaro che ci ha raccontato la storia del paese e poi ci ha chiesto di aiutarlo a tirare le fune delle campane. (quel campanaro si chiamava Massignan Giovanni e siamo andati a trovarlo in cimitero 40 anni dopo 1909 1984). Un pomeriggio freddo di Febbraio io e Renzo siamo andati a Zimella.Vedi LE RAGAZZE DI ZIMELLA. In Marzo 1975 feci un sogno: io mi trovo vicino a un abisso. Una catena sta tirando su qualcosa: è la mia auto Fiat 500L. La macchina risale lentamente. Io rido, rido... e mi sveglio. È l’alba, sono sudato, emotivamente scosso e provo brividi. Che sogno terribile. Cosa vorrà significare? Qui il dottor Freud non è di nessun aiuto. Un pomeriggio di Aprile io e Renzo ritorniamo a casa da Veronella, dopo essere stato con Pia. Arrivati a Ca del lago sento il bisogno di orinare. A destra della strada c’è uno spiazzo erboso ed entro dentro. Sento un tonfo (la ruota anteriore destra ha trovato il vuoto) ma io proseguo. La macchina sprofonda completamente dentro un fosso profondo un paio di metri, che non si vedeva perchè erbe e ortiche arrivavano fino all’altezza della strada. Uscimmo fuori dalla cappotta e risalimmo in strada. Dall’altra parte c’era la fattoria dei Merlin (ora c’è la comunità Lourdes). Entro, chiedo aiuto e un contadino gentile viene subito fuori col trattore. Scende nel fosso, aggancia una catena alla macchina e incomincia a tirarla su. Io sto lì accanto, guardo e sono preoccupatissimo perchè presumo che la macchina sia tutta ammaccata. Quando vedo la macchina risalire, vedo che non è danneggiata, anzi, non ha nemmeno una ammaccatura! Allora ho una risata nervosa, irrefrenabile che non riesco a controllare (di solito io non rido mai). E in quel momento mi ricordo il sogno. La scena era identica a questa. Allora il futuro è già stabilito? Allora non siamo liberi? Impossibile dare una risposta a queste domande. Renzo pagò mille lire al contadino e poi ripartimmo verso casa. Un’altra domenica pomeriggio trascorsa a Veronella insieme a Pia. Prima di lasciarci, la ragazza mi avvertì che domenica prossima andrà via e non sarà in paese. Non chiesi spiegazioni e feci ritorno a casa. Durante la settimana, giovedì mi pare, feci un sogno. Mi trovo davanti a un abisso e dall’altra parte sta la madre della ragazza. Io chiedo: “Dov’è Pia?” La madre risponde: “All’ospedale.” Chiedo ancora: “Dove? Dove?” La madre risponde, ma sento poco: “...sinistro...orecchio sinistro...” Mi sveglio emozionatissimo. Alla domenica io e Renzo ritorniamo a Veronella. Ho comprato con i miei risparmi una radiolina a transistor gialla per 4 mila lire e la porto con me. Pomeriggio nuvoloso. Pia non c’è da nessuna parte. Trovo il fratellino che gioca con una scatola seduto per terra. Gli chiedo dove è sua sorella “All’ospedale.” Voglio sapere dove e glielo chiedo più volte perchè non capisco. Poi finalmente: “San Bonifacio.” Partiamo immediatamente. Incomincia a piovere e il pomeriggio diventa ancora più triste. Per far pagare la benzina a Renzo racconto che sto scrivendo un libro e dopo diventeremo ricchi e famosi; andremo a Hollywood in aereo a mie spese e ci compreremo una Cadillac. Le ripeto spesso queste bugie per convincerlo a pagare le spese della benzina. Arriviamo davanti all’ospedale. All’interno chiedo al portiere dove si trova la ragazza. Mi risponde: “E’ partita. Già andata a casa.” Quasi grido: “No, è qui, lo so che è qui!” E quello: “Terzo piano, corsia di sinistra, ma fate presto perchè l’orario delle visite sta per scadere.” Salgo le scale di corsa, seguito da Renzo. Percorro un corridoio, alla stanza numero 28 vedo Pia con un baby doll rosso e nero. Appena mi vede si copre con la coperta. Mi spiega che ha deciso di farsi operare il piede perchè aveva un difetto congenito. “Dopo potrò anche io a portare le scarpe” conclude. Prima portava gli zoccoli, ma io non lo avevo mai notato. Le regalo la radiolina. Lei mi assicura che non sente male e domenica prossima sarà ancora a casa. Sulla strada del ritorno Renzo si congratula con me. Adesso crede veramente che riusciremo ad andare in America. Trascorsi un meraviglioso pomeriggio di Maggio, insieme a Pia a Veronella. A sera partimmo, io e Renzo con la macchina. Renzo si lamentava perchè era stufo di aspettarmi ed era tardi. Io proseguivo lentamente e mi fermai davanti al vecchio palazzo con le lapidi. Dallo specchietto retrovisore guardavo Pia che stava sul marciapiede davanti a casa sua. Non riuscivo a decidermi a partire e allontanarmi da quella visione. Renzo si lamentava che era tardi. In quei momenti mi venne in mente la poesia Un Altro Poco che poi scrissi su carta. Per limitare le spese e avere un mezzo per raggiungere Veronella, convinsi mio papà a comprarmi un motorino uguale a quello di mio cugino Renzo: un Califfo. A Verona, in località santa Lucia, comprammo un Califfo Rizzato per 150 mila lire. Smontato, riuscimmo a caricarlo sulla Fiat 600 di mio papà. Dentro l’abitacolo c’era mio papà alla guida, a destra il motorino; dietro stava mia mamma, io e il sedile anteriore tolto per far spazio. Con la portiera semiaperta, riuscimmo a far ritorno a casa. Con quel motorino andai a san Bonifacio, dalla poetessa Marianna Castellani. Una sera di Giugno andai a Veronella, ma non trovai la ragazza. Scrissi la poesia: Da Solo. Alla terza domenica di Luglio c’era la sagra a Veronella. Partii in motorino il giovedì sera. Sostai nel campo con gli ipocastani dove c’erano le giostre. Di fronte c’era il vecchio palazzo con le luci spente. Nella notte estiva, le due finestre del piano superiore erano aperte e le tende bianche, lunghissime si gonfiavano col vento, uscivano fuori, ma non completamente. Erano bellissime e sembravano due mammelle. Qui scrissi la prima parte della poesia: Sentimenti. La seconda parte la scrissi in una notte di Settembre, in campagna, mentre al chiaro di luna guardavo foto in bianco e nero di donne nude. Vedi NOTTURNE CAREZZE Editore Lulu.com Tornai da Veronella dopo le 11 di notte, faceva freddo e presi un reumatismo alla spalla. In seguito vendetti il motorino all’amico Renato. Una volta la sorella di Pia, mi disse che Pia desiderava una bici nuova e io promisi di portargliela. Vendetti libri, oggetti e riuscii a mettere insieme 50mila lire. Una bella domenica di Luglio mi fermai a Morubio da un meccanico di bici (i negozi erano aperti anche domenica pomeriggio) e acquistai una bella bici da donna per 45mila lire. Comprai anche il campanello che applicai sul manubrio. Io e Renzo riuscimmo a caricarla in macchina, stando molto scomodi, con la portiera semiaperta, e partimmo. A Veronella posteggiai la macchina al principio del paese e raggiunsi i giardini, dove trovai Pia. La ragazza non volle prendere la bici, così la consegnai a sua sorella e insieme andarono a casa. Poi aspettai che la ragazza ritornasse, ma non venne. Arrivò invece un uomo in bici, con l’espressione seria. Si avvicinò e mi disse: “Che relazione avete con mia figlia?” Era il padre. Sorrisi per rabbonirlo e risposi: “Ma, siamo solo amici e...” Non mi lasciò finire: “No, non rida quando parla con me.” Era un po’ balbuziente e appariva molto arrabbiato. Con movimenti legnosi scese dalla bicicletta. In quel momento provai una gran paura e scappai via. Attraverso i sentieri e i cortili abbandonati uscii correndo dal paese. Solamente dopo un paio di ore, quando mi ero un po’ calmato, ritornai cautamente dove avevo posteggiato la macchina. C’era Renzo che mi aspettava con la bici nuova. Mi spiegò che il padre di Pia non la voleva e allora Renzo era andato a riprenderla. Con molta difficoltà caricammo la bici in macchina e partimmo. A san Bonifacio mi fermai da un meccanico e la offrii per 20mila lire. Ma quello non accettò. Chiamò alcuni amici al bar per mostragliela. Ma loro sospettavano che fosse rubata. Allora ripartimmo subito. Percorsi strade nuove e quando arrivai in vista di un fiume fermai la macchina. Scaricai la bici e la buttai giù, lungo la scarpata. Era una bella bici nuova ed era un peccato vederla laggiù nell’acqua. Dispiaceva anche a Renzo, ma non potevamo portarla a casa, perche i familiari ci avrebbero chiesto spiegazioni. Nelle domeniche successive non tornai più a Veronella. Rividi Pia in Settembre, in una strada vicino Veronella, dove mi trovavo a passare per caso. Era un pomeriggio tiepido e la ragazza era sempre bella col suo sorriso incantevole. Stava insieme a una amica e mi fermai per salutarla. Mentre mi allontanavo, sentivo l’amica che chiedeva con insistenza: “Chi era quello? Che cosa voleva?” Arrivato a Veronella entrai in un vecchio edificio dove la banda faceva le prove della musica. Io rimasi là in piedi, assorto, pensando alla nostra bella storia d’amore. Quella fu l’ultima volta che vidi la ragazza. Dopo di allora non la rividi mai più! Da marzo a Settembre 1975, a casa mia, seduto su una panchina in cortile, all’ombra di un cespuglio di melagrane, scrissi questa storia romanzata. Diedi il manoscritto a una dattilografa che mi sbagliò tutti i caporiga. La pubblicai a mie spese da un piccolo editore; ma era barocca, eccessiva, così la corressi e la ripubblicai col titolo di LA RAGAZZA DEL PAESE STREGATO. Attualmente c’è la versione corretta su Lulu.com Qualche anno dopo alla sagra di san Stefano trovai il fratello di Pia. Mi disse che Pia aveva sposato un uomo ricco e si era trasferita in un altro paese. Gli chiesi di vendermi per 10mila lire l’unica foto di Pia che possedeva. In questa foto la ragazza ha una differente pettinatura, ha perduto la sua bellezza ed è quasi irriconoscibile. LE RAGAZZE DI ZIMELLA 1975 Un pomeriggio freddo di Febbraio io e Renzo siamo andati a Zimella. Vista la grotta, la meridiana, la chiesa gotica dove nel ripostiglio c’era un arnese in legno da usare come richiamo. Poi abbiamo visitato il molino abbandonato, allora aperto. (Ora non più). Alla fine siamo entrati nel palazzo del Grest, allora decrepito. Al piano terra c’era un bar e ai due piani superiori le stanze erano tutte vuote, gelide e abbandonate. Vidi di sfuggita un uomo e una donna entrare dentro una stanza. Poi, una fila di ragazzine, in silenzio salirono le scale. Ne ricordo una col vestitino bianco, i capelli sciolti, gli occhi celesti e una espressione di tristezza sul viso. Le ragazze si fermarono davanti a una porta chiusa e una alla volta si chinavano per guardare dal buco della serratura. Io chiesi divertito: “Che cosa fanno là dentro?” Una biondina rossa per l’eccitazione mi intimò di far silenzio, poi scandì piano: “L’a-mo-re.” Dalla finestra lassù vidi lo spettacolo della luna che sorgeva oltre il ponte in ferro. LE ROMANE 1975 Nel 1975 durante le vacanze, venivano dai loro parenti al mio paese, due sorelle da Roma, bellissime e sofisticate. Alla sera andavano a passeggio elegantissime, con un cagnolino bianco. Tutti i ragazzi le ammiravano, ma nessuno aveva il coraggio di avvicinarle. Anche l’amico Luigi mentre le guardavamo passeggiare, mi diceva: “Dobbiamo avvicinarci, ma cosa le diciamo?” L’anno dopo ritornarono per le vacanze. Sarebbe stato facile offrirmi di accompagnarle al cinema dove proiettavano Amarcord, ma ero inesperto di corteggiamento e vidi le ragazze andarci da sole. 1977 LOREDANA, GIUSEPPINA, ADELINA. Avevo trovato un locale da affittare agli amici di Radio Atlantide, poi Radio Beta 1. In Maggio, quando la radio era funzionante, mi divertivo a chiacchierare con Loredana, una ragazza un po’ strana. Questa amicizia durò tutta l’estate finchè in autunno andai da un amico a Casaleone. La sorella Giuseppina stava nell’orto per staccare i fiori da portare sulla tomba del padre. Bella, formosa, capelli lunghi, lisci. Di colpo dimenticai Loredana e mi innamorai di Giuseppina. Durante tutto l’inverno frequentai quella famiglia per stare in compagnia della ragazza. Una domenica di Dicembre, giorno del mio compleanno, vidi la lavorazione del maiale: in una stanzetta col camino acceso, alcuni uomini macinavano la carne, la insaccavano e appendevano i salami sotto il soffitto per farli asciugare. In Maggio 1978 insegnai a Giuseppina a guidare la mia macchina, così in seguito prese la patente. Nelle sere d’estate andavo a casa di Giuseppina per guardare la televisione. Al ritorno in bici, percorrevo via Menago ed era bellissimo con la luna, i grilli che frinivano nel silenzio, le lucciole che punteggiavano la campagna. Io a volte mi fermavo per ammirare questo spettacolo. Una notte di Agosto calda e afosa, tornando da via Menago, vidi alcune sfere rossastre, gassose, trasparenti che sorvolavano la palude all’altezza di 3 o 4 metri, attraversavano il fiume, poi la strada davanti a me e silenziosamente proseguivano sui campi verso est. È stato un fenomeno molto bello e inspiegabile. In Novembre 1978, stando nel negozio di un amico, vidi passare sul marciapiedi una ragazza bionda, bellissima. Dimenticai subito Giuseppina e mi innamorai di questa sconosciuta. Dagli amici seppi che si chiamava Adelina e abitava lì vicino. Una sera di Novembre, fredda e nebbiosa le parlai; avevamo un amico in comune e citando il suo nome fu facile fare conoscenza. La portai in macchina al bar Bristol dove lei bevve una cioccolata e io un amaro (quando vado al bar non so mai cosa bere!) Un’altra sera col buio la portai a fare una commissione dal calzolaio. In inverno le telefonavo da una cabina a San Vito. Adelina mi raccontò che aveva un corteggiatore, conosciuto al mare. Questo veniva a trovarla tutti i fine settimana e in primavera del 1979 la sposò. 1980 circa Seconda domenica di febbraio, sagra di Apollonia frazione di Cologna Veneta. Tutti gli anni allestivano un grande capannone riscaldato dove si mangia, ci sono giochi, bancarelle, spettacoli su un palco, musica e tante belle ragazze. Era un pomeriggio gelido con il sole basso e i campi coperti i neve. All’interno trovo un amico, anche lui frequentatore di sagre e restiamo a chiacchierare. Ho fatto anche una foto. Entravano molte persone. Insieme a due uomini entrò una ragazza con lunghi capelli biondi. Si siedono, io vado a sedermi dietro di lei e rimango lì tutto il pomeriggio. Ammiravo questa cascata di capelli biondi, soffici, erotici. Uno dei due uomini dice all’altro: “Tua figlia ha dei bellissimi capelli.” L’altro risponde: “Ci ha impiegato tutta la mattina per farseli così.” Qualche volta esco fuori per guardare il sole rosso e basso sui campi di neve. L’aria è gelida e ritorno a sedere dietro alla ragazza. Rimango lì fino a sera e ritorno a casa portando con me il suo ricordo. MARIA 1981 circa. L’amico Andrea, in una domenica pomeriggio di Giugno a Legnago, aveva conosciuto una ragazza. In quegli anni, nel viale della stazione venivano tutte le ragazze dei paesetti vicini, allo scopo di mettersi in mostra, conoscere ragazzi, fare amicizia o trovare un fidanzato. Andrea frequentò Maria tutte le domeniche, per alcuni mesi. Poi la portava a casa sua (Andrea viveva solo) per fare l’amore. Sei mesi dopo Andrea si stancò di Maria e mi diede il suo numero di telefono. Io telefonai alla ragazza che acconsentì di conoscermi. Mi disse di andarla a prendere a casa sua, a Correzzo, dove abitava. Arrivai a Correzzo in una gelida e nebbiosa domenica di Dicembre. La ragazza era poverissima e viveva sola in una casetta semidiroccata. Uscì, salì in macchina e partimmo. Maria era una 30enne di corporatura robusta con capelli corti e ricci. Non mi piaceva. Girai a casaccio nei paesi vicini. Siamo entrati in un bar e abbiamo chiacchierato. Io, stupidamente, non ho mai tentato di toccarla, accarezzarla o baciarla. Maria non mi piaceva e io ero stupido perché guardavo il suo viso trascurando tutto il resto. Non pensavo a tutte le cose piacevoli che avrei potuto fare in macchina insieme a quella ragazza. Alla sera la riportai a casa.. La domenica successiva telefonai a Maria e lei mi chiese di presentarle un amico. Tutto finì così. Io non le presentai nessuno, non la richiamai più e perdetti una bella occasione di divertimento. MARIAROSA 1982 Pomeriggio di Novembre. Ero andato in bici alla località Colonnelli per visitare alcune case abbandonate. Ma all’improvviso arrivarono i contadini con macchine agricole e incominciarono a tagliare il mais nel campo davanti alle case. Riuscii a scappare senza essere visto, attraversai il campo, saltai il fosso e raggiunsi la mia bici. L’amico Andrea mi aveva detto che venendo da Verona in corriera, aveva conosciuto una ragazza Mariarosa. La ragazza andava a trovare i parenti nel paese di Andrea. Così scesero insieme, Andrea la portò al bar e poi a casa sua. Quando andai a casa del mio amico vidi Mariarosa: una ragazza piccola, capelli corti, indossava jeans e un giubbino. Mentre stavamo lì Andrea le disse: “Ti piace questo maglione? È troppo stretto per me. Provalo se ti va bene te lo regalo.” La ragazza si tolse il giubbino, poi si sfilò il suo maglioncino e le tette saltarono fuori elastiche e dure. Non aveva il reggiseno. Indossò il nuovo maglione, le andava bene e si rimise il giubbino. Noi stavamo lì a guardare senza osare a parlare. Questa era Mariarosa, una ragazza libera, senza vergogna. A Verona aveva una matrigna che la odiava e lei veniva spesso dai suoi parenti che abitavano lì vicino. In un pomeriggio gelido e nebbioso ritornai dal mio amico. Là c’era anche Mariarosa, a letto coperta fino al collo. Andrea mi disse: “E’ nuda.” La ragazza lentamente si tirò giù le coperte e io vidi con disappunto che indossava un pesante maglione. Le coperte scesero ancora di più e vidi che sotto non indossava altri indumenti. Pube e gambe erano belle nude. Mariarosa, aveva 20 anni, snella, piccola e formosa. Andrea ci lasciò soli e io feci l’amore con lei. Nella settimana che rimase ospite da Andrea, andavo a trovarla. Una sera la portai al cinema Sociale a vedere un film a luci rosse. Ma il cassiere non credeva alla sua età e volle vedere i documenti. Poi si scusò e ci lasciò entrare. Un grigio e freddo pomeriggio di domenica la portai a Minerbe insieme a mio cugino Renzo che pagò la benzina. Andammo ad amoreggiare nel campo oltre la stazione abbandonata. Passò un cacciatore che ci disse: “Brutto posto per prendere bestie col pelo.” A sera ritornammo e Renzo regalò 5mila lire alla ragazza. Mariarosa ritornò a Verona dove viveva con una matrigna cattiva, ma in Dicembre venne nuovamente da Andrea. Io e Andrea le comprammo un materasso per dormire, poichè il lettino di Andrea era scomodo per due persone. Un lunedì mattina gelido con la neve per terra, Renzo trovò la ragazza al mercato. La caricò sul motorino e andò ad amoreggiare in una casa abbandonata in campagna presso via Calcara. Poi mi raccontò tutto. Una fredda domenica mattina, caricai la ragazza sulla mia bici e andammo fino a Angiari. Mariarosa disse che doveva fare pipì. Io deviai per il sentiero lungo un fosso e fermai la bici. Guardai più avanti se c’erano pescatori: nessuno. Quando mi voltai Mariarosa era accucciata di profilo dietro di me. Vedevo il sederino bello, bianco e sporgente. Abbassai la mano e lo accarezzai. Il getto di pipì si interruppe di colpo e lei gridò: “Lasciami pisciare!” Apena finito si tirò su mutandine e jeans e io non feci avances perché faceva troppo freddo ed era tutto ghiacciato. Mariarosa era una ragazza libera, amorale, senza nessuna inibizione. Poi ci sedemmo su un tronco abbattuto per riposare. Mentre le accarezzavo le mani notai che aveva macchioline bianche nelle dita sotto alle unghie. “Cosa sono?” chiesi. “E’ stata la sifilide che mi ha lasciato il segno.” Di colpo rabbrividii. Dunque aveva avuto la sifilide. E se avesse contagiato anche me? Al ritorno lo disse a Andrea che impallidì. Mariarosa ritornò a Verona e noi corremmo dal medico che ci ordinò una scatola di antibiotici come profilassi. Ma dovemmo smettere perchè ci procurarono una forte diarrea. Mariarosa era scomparsa e noi intanto vivevamo in una ansia terribile. Finalmente lei ritornò e noi la convincemmo a farsi le analisi del sangue. La accompagnammo a fare il test di Wasserman e restammo in ansia per un’altra settimana finchè andai a prendere la risposta: negativo. Io e Andrea festeggiammo e accogliemmo di nuovo Mariarosa quando ritornò. Andrea riprese a fare l’amore con lei; io invece non ero più attratto dalla ragazza. E fu un bene, perchè Andrea prese la gonorrea. Una sera mi fece vedere il pene che gocciolava un siero giallastro. Si curò e dopo non volle più ospitarla. Rividi Mariarosa circa 15 anni dopo. Era ingrassata e invecchiata. La portai nella stalla di un amico contadino, la spogliai senza avere rapporti. Ci limitammo ad accarezzarci nudi. Poi non la rividi più. MARIAGRAZIA 1982 Tutte le sere d’estate andavo ai Colonnelli (Angiari) in bici. Passando da Palesella vedevo un uomo che spingeva una sedia a ruote con sopra una bella ragazza paralizzata. Una sera mi fermai e l’uomo, il padre, mi raccontò la sua storia. La ragazza si chiamava Mariarosa, 20 anni, ed era nata con un difetto alle gambe che la obbligava a camminare appoggiandosi a un sostegno: la tavola o una sedia. I genitori decisero di farla operare a Bologna. Operata più volte, l’operazione non riuscì e rimase paralizzata alle gambe. Tutte le sere di quell’estate mi fermavo per salutarla e le regalai un braccialetto d’argento con inciso il suo nome. Mariagrazia 1958 2018 SUSANNA 1983. In Luglio aiutai ad attraversare la strada una ragazza con il cane e così conobbi Susy 20 anni, carattere di pepe, religiosa che viveva con i genitori e un fratello handicappato. Andai a trovarla a casa e la nostra amicizia si consolidò. Mi interessai al suo caso, vidi i libri che leggeva in braille; sembravano grossi registri. Mi insegnò a scrivere col punteruolo e imparai l’alfabeto. Un giorno andai a Verona e comprai anche per me un punteruolo e i fogli speciali. Poi inventai un sistema più spiccio per scrivere, costruendo una macchinetta che si spostava sul foglio e lo punzonava. (ora non ricordo come funzionava). Stare insieme a Susy mi dava piacere ma anche una grande sofferenza perchè provavo il desiderio di aiutarla. Un giorno le mandai un rappresentante degli Hare Krishna, ma lei mi disse che non intendeva cambiare religione. Una volta la portai a Cologna descrivendole il paese. Nelle sere d’estate, dopo cena, andavo a casa sua. Lei stando all’interno chiedeva “Chi è?” poi mi apriva e mi guidava in salotto. I genitori andavano a letto e noi ci sedevamo abbracciati sul divano. Lei mi suonava la chitarra oppure parlavamo. Fuori si sentiva il miagolio dei gatti e la sua amica, vicina di casa, a volta chiamava Susy imitando il miagolio di un gatto. Allora lei si alzava e correva fuori a parlarle, stando nel suo cortile, diviso dall’altro da una rete. Una volta la accompagnai nel negozio di Mangano dove lei comprò Vamos a la playa dei Righeira e altri dischi per un totale di 50mila Lire. Un giorno andammo in campagna. Ci sedemmo sotto un albero e lei lasciò libero il cane; ma quello, abituato agli ordini “Gherade, ecc” si comportava stranamente. Correva, poi si arrestava come sotto il freno dei condizionamenti. Un pomeriggio mi mostrò le sue collane e io avrei dato qualunque cosa affinchè lei potesse vederle. Un’altra volta mi mostrò come faceva il salame di cioccolata. Un po’ alla volta mi venne l’idea di guarire Susy passando dai guaritori. Così iniziò il lungo pellegrinaggio con la mia macchina, dai guaritori di campagna. La portai dall’erborista Ambrosini Pietro di Boschi. Poi da Clara, pranoterapeuta di Pressana e da molti altri che adesso non ricordo più. Arrivò l’autunno e la nostra ricerca non aveva dato risultati. I guaritori non avevano ridato la vista a Susy. Non ero mai riuscito a spogliare la ragazza. Tutto quello che avevo fatto era metterla seduta sulle mie ginocchia e accarezzarle i seni sopra alla maglietta. In Prato della Fiera, sulla panchina, le mie carezze le avevano fatto rizzare i capezzoli, induriti, sotto la maglietta; ma lei mi disse di smettere. In Settembre arrivò ospite a casa sua, un amico di Roma. Un tipo allegro, burlone, che non mi piaceva. In cortile aiutò suo padre a sgranare le pannocchie mentre raccontava barzellette. In Ottobre Susy mi chiese di accompagnarla da una sua amica a Legnago in una comunità vicino all’ospedale. La portai, ma Susy era diventata sgarbata con me, mi trattava male perchè evidentemente si era stancata della mia compagnia. Quella fu l’ultima volta che restammo insieme. Questa avventura mi ispirò il racconto che scrissi nel 1986: Diventare Dio. Negli anni successivi, corressi e revisionai il racconto intitolandolo: Sole di Mezzanotte Editore Lulu.com. MORENA 1984 circa Un amico sposato mi indicò una ragazza grassottella che andava a vedere i film a luci rosse al Sociale. Mi disse che si chiamava Morena, e la domenica precedente si era seduto vicino e la aveva palpata. La domenica successiva, seconda di Ottobre, andai alla sagra dei rofioi a Sanguinetto e al ritorno vidi Morena sulla piazza mentre entrava da sola al cinema Sociale. Entrai anche io; c’erano poche persone, la vidi e mi sedetti vicino a lei. Il film era pessimo: rapporti sessuali in un sottoscala, con l’attrice senza un dente anteriore. Dopo un po’ cominciai a toccare Morena. La ragazza mi lasciava fare. Toccai i ginocchi, poi sempre più in su. La ragazza favoriva le mie mosse sollevandosi un poco per permettermi di metterle una mano sul sesso. Toccavo il pube, ma Morena indossava jeans pesanti e sentivo solo la stoffa ruvida. All’uscita alle 6 era quasi buio e le detti appuntamento per la prossima domenica La domenica successiva, pomeriggio autunnale con nubi e senza sole, Morena arrivò in piazza. Partimmo con la mia macchina, raggiungemmo Miega, ma la sagra era finita. La portai a Minerbe e passeggiammo lungo il viale dei tigli. Arrivò l’amico Caneva con i cavalli e ci fece fare un giro in carrozza. Morena si divertì tantissimo. Alle 5 del pomeriggio io la portai in campagna e seduta sull’erba la ragazza si tolse jeans e mutandine. Io rimasi a guardarla ma non feci niente. Il monte di venere era peloso (non come adesso che sono tutte depilate!) il sesso era grande e mandava odore da interiora di pollo. Morena mi disse: “Grattamela.” Ma non mi sentivo di toccarla. Me lo ripetè un paio di volte, poi si grattò da sola, lentamente. Faceva freddo e scendeva il crepuscolo, così non feci niente e ripartimmo in macchina. (Un’altra occasione persa per inesperienza.) In un pomeriggio gelido di inverno un amico mi portò a Casaleone. Davanti a un bar trovammo Morena che si stupì di vederci insieme. Anche il mio amico la conosceva ed era stato con lei. In primavera telefonai a casa della ragazza. Sua madre anziché farmi parlare con Morena mi passò il padre, arrabbiatissimo che mi disse. “Adesso vengo lì io!” Riattaccai il telefono e non cercai più quella ragazza. GIOVANNA 1985 Alla terza domenica di Maggio, alla sagra di Arcole un tizio col banchetto faceva dimostrazioni e vendeva i mazzi di carte svengali. Alle giostre conobbi Giovanna, una ragazza ventenne, bella, formosa, con i capelli neri di media lunghezza e con una minigonna cortissima che metteva in mostra le gambe bellissime. Facemmo conoscenza, poi io le proposi di andare a San Bonifacio. Quando salì sulla mia auto, mi chiese il permesso di guidare perchè voleva far pratica prima di prendere la patente. Così presi la strada poco trafficata lungo il fiume Alpone, ma poichè non mi fidavo della sua guida, le proposi di sedersi sulle mie ginocchia, in modo che io potevo intervenire sui pedali, in caso di necessità. Accettò. Tirai indietro il sedile, si sedette su di me, mise in moto e partì. Andava in seconda e terza, perchè aveva poca pratica. Io sentendomela sopra, mi sembrava di essere in paradiso. Era morbida, calda e formosa. A volte la abbracciavo, le toccavo i seni, le accarezzavo le gambe nude... Dopo circa un’ora facemmo sosta, su quella strada non asfaltata. Mi parlò di lei: mi disse che viveva insieme al padre perchè sua mamma era morta. La pregai di farmi vedere il bel seno e la aiutai a spogliarsi della maglietta. Quando si tolse il reggipetto ebbi una esclamazione di stupore. Aveva tette grosse, bellissime. Lei mi disse: “Troppo grosse, vero?” La pregai di togliersi anche la minigonna e lei acconsentì. Giù anche le mutandine e vidi il pelo nero e folto. Ma non mi lasciò il tempo di toccarla perchè incominciò a rivestirsi in fretta dicendomi: “Basta così, altrimenti tu mi monti.” Alla sera le detti appuntamento per la domenica successiva. Tornai ad Arcole, ma era un pomeriggio di pioggia. Giovanna c’era, salì in auto, facemmo un giro ma aveva fretta di tornare a casa, così non successe niente. In seguito tornai ancora a Arcole, ma non la incontrai più. La ritrovai a Cologna dove, mi disse, si era trasferita. Indossava una maglia nera e pantaloni rossi. Mi raccontò che aveva un fidanzato che lavorava ai panettoni e quella domenica lavorava per turno. Fotografai Giovanna e ci separammo. Alle domeniche successive vidi Giovanna insieme a un ragazzo alto, muscoloso e calvo. Quando li incontravo a passeggio, lei non mi guardava e io non la salutavo. In seguito non li rividi più. Ritrovai Giovanna alla sagra di Veronella, da sola. Mi disse che si era trasferita in quel paese. La ragazza era disperata; mi raccontò che il suo fidanzato era morto in un incidente d’auto e mi pregò di portarla al cimitero di quel paese. Rifiutai e ci sedemmo su una panchina. Stando vicino le accarezzavo il seno sopra la maglietta, smettendo quando passava qualcuno. Il suo seno era grosso e meraviglioso. Io ero tutto eccitato, sudavo e tremavo mentre lei mi disse con voce calma: “Ti diverti?” Le proposi di farmelo vedere, di andare in campagna dove poteva spogliarsi. La ragazza non accettò e disse che doveva andare a casa perchè suo padre la aspettava. In seguito la cercai ancora, ma non la rividi mai più. Oggi 13 Novembre 2018 ho ritrovato Giovanna!!!! CINZIA 1986 La sera del 21 Giugno 1986, solstizio d’estate, stavo sui gradini della chiesa a Palesella per osservare lo spettacolo del tramonto. Stavo con un amico. Improvvisamente vidi arrivare da sud una ragazza in bicicletta, sudata e accaldata. Indossava pantaloncini corti bianchi e maglietta bianca, con un alone di sudore sotto alle ascelle. Ci chiese la strada per Legnago e io gliela indicai. L’amico andò a casa a cenare, e io mi offrii di accompagnarla. Salii in bici e partimmo. Notai che era bella e formosa. Mi disse che si chiamava Cinzia e aveva 20 anni. Era andata a trovare i nonni in campagna e al ritorno si era perduta. Aveva un corpicino sinuoso pieno di curve. I pantaloni dietro erano macchiati e le dissi: “Guarda, ti sei sporcata qui...” mentre la spolveravo con la mano. “E’ stato il cane che prima mi ha...” poi si fermò di parlare sentendo il mio tocco trasformarsi in carezza. Ritirai subito la mano. Sulla strada deviammo per via delle scope (con le canne nei fossi i vecchi facevano le scope) e in fondo ci fermammo per riposare. Le chiesi di farmi vedere sotto la maglietta, ma lei non voleva. Allora guardai un poco dalla scollatura: sentii un alone di calore e profumo. I seni erano liberi e avevano una grande aureola rosa. Un capezzolo era sporgente e l’altro rientrato, forse dalla nascita. Ripartimmo e dopo il fiume Nichesola ci fermammo ancora per riposarci fra i filari dei meli. Mentre stava vicino guardai ancora sotto la maglietta e poi le abbassai piano i pantaloncini che scesero con facilità. Vidi un filo rosso fra il pelo nero del pube. La ragazza si lamentava e lasciai che si ricomponesse. Ritornati in strada le indicai il percorso e tornai indietro perchè era tardi. Ma la ragazza mi seguì e mi pregò di accompagnarla perchè aveva paura di percorrere la strada da sola di sera. Passando davanti alle peschiere incominciavo a sentire freddo. I pioppi frusciavano e si levava un fresco vento serale. Arrivammo sul ponte del Bussè con il buio completo. Adesso bisognava percorrere una strada trafficata, ma il fanale della bici era guasto così suggerii alla ragazza di telefonare a casa affinchè venissero a prenderla. Ci voleva un gettone telefonico, ma lei aveva lasciato a casa la borsetta e io non avevo soldi con me. Entrammo in Angiari mentre il campanile batteva le 10. Il paese era deserto, c’erano poche lampade fioche e il vento soffiava per la strada. Dall’osteria un gruppo di uomini si fermò di parlare per osservarci. Cinzia disse: “Io là non entro.” Proseguimmo fino alla chiesa. Di fianco c’era la canonica e io suonai il campanello. Dalla finestra superiore apparve il prete in camicia da notte. Gli spiegai che la ragazza si era perduta e lo pregai di lasciarla entrare per telefonare a casa. Mi rispose: “Andate dai carabinieri.” “Bene. E dove sono i carabinieri?” “A Legnago.” “Ma... è troppo lontano, la ragazza è stanca...” “Andate dai carabinieri vi dico.” E rinchiuse la finestra. Cinzia incominciò a piangere sommessamente e io la incoraggiavo come potevo. Mi guardai intorno: la piazza era deserta ma un edificio con la scritta Municipio aveva le finestre illuminiate. “Vieni, andiamo là” dissi tirandola per un braccio. Entrammo in un atrio illuminato e proseguimmo mentre lei si lamentava per il freddo e la stanchezza. Ci venne incontro una guardia dicendoci: “Fate silenzio. Non si può disturbare, c’è una seduta consiliare in corso.” Gli spiegai la situazione e lui ci guidò su per uno scalone. Preparò un caffè per la ragazza poi ci disse di aspettare mentre andava a cercare le chiavi di un ufficio dove c’era un telefono. Mentre Cinzia beveva il caffè voltandomi le spalle io mi chiedevo quanto c’era ancora da aspettare. Decisi di andare via. Scesi le scale, presi la bici ma sbagliai strada, finendo in via Tarocco, una strada cieca. Alle 11 e 40 finalmente ero arrivato a casa. Due settimane dopo arrivò a casa mia l’uomo del gas. Mentre leggeva i numeri del contatore mi chiese: “E’ lei che ha trovato la ragazza che si era perduta? Tutti ne parlano al suo paese.” Stupito risposi che non ne sapevo niente. Non capivo come la gente avesse potuto sapere. Perciò, spinto dalla curiosità, un pomeriggio trovandomi a Legnago telefonai da una cabina a casa della ragazza sperando di poterle parlare. Mi rispose la madre, gentilissima che mi ringraziò invitandomi ad andare a casa sua. Raggiunsi una villetta con giardinetto. Entrai e Cinzia appena mi vide mi corse incontro prendendomi la mano. Intanto la signora mi spiegava che quella sera erano preoccupati e avevano avvertito i carabinieri. Ma questi la cercavano dalla parte opposta. Venne anche suo padre per ringraziarmi. Allora vidi Cinzia che mi veniva incontro per la seconda volta per darmi la mano. Ebbi un attimo di sbalordimento mentre la mamma spiegava: “Questa è Monica sua sorella gemella...” Le due ragazze erano identiche! Le vicissitudini della vita mi tennero occupato nei mesi seguenti. Dopo qualche anno passai ancora davanti a quella villetta ma c’erano nuovi inquilini. +++++++ Oggi 22 Novembre 2015, ho saputo dove si trova e ho rivisto Cinzia dopo 29 anni!!! SIMONETTA 1986 1 Novembre 1986, festa dei santi. Giorno autunnale, sole scialbo, foglie gialle che cadono. Al pomeriggio trovo l’amico Sandro e restiamo a parlare del film “Il Giorno dei Trifidi” visto la sera prima per televisione. Poi vado all’osteria Bellintani. L’osteria è piena di vecchi che fumano sigari e giocano a carte. Per fortuna c’è anche l’amico Nicola e resto a chiacchierare con lui. Alle 5 vediamo entrare una ragazza sola, ben vestita. È piccola, formosetta, capelli corti. Si avvicina al banco e chiede una aranciata. Noi la guardiamo stupiti. Di solito le ragazze non vengono mai in questa osteria frequentata solo da vecchi. Dopo aver bevuto la ragazza esce e noi la seguiamo per vedere dove va. La ragazza si avvicina a una bicicletta e apre il lucchetto. Nicola le va vicino e commenta: “Che bella bici.” “Grazie.” “Viene da lontano?” “Dalle Bernardine.” Allora mi avvicino anche io: “So dove è questo paese” dico. Così restiamo a chiacchierare. Poi la ragazza dice: “E’ tardi, adesso devo tornare a casa.” “Signorina, se vuole la accompagno” dico io e prendo la mia bici. Insieme partiamo lungo la strada per Legnago. Si chiama Simonetta ha 20 anni e mi dice che di solito alla domenica va a Minerbe. Le chiedo se possiamo incontrarci là alla domenica successiva e lei acconsente. Dopo un po’ di silenzio le poso una mano sul seno destro: è morbido e lo sento sotto il maglione. La ragazza mi tira via la mano dicendo: “Calma, calma.” Sta scendendo il buio e fa freddo. Arrivati a San Pietro decido di tornare indietro e ci salutiamo. La domenica successiva non vado all’appuntamento perchè tutte le domeniche vado da Adriana, a Cologna passando per Bonavigo, Miega e Giavon. Anche le domeniche successive vado da Adriana, dimenticando Simonetta. Ma una sera di fine Novembre, di ritorno in macchina da Cologna, incontro per la strada Simonetta, in bicicletta. Ci fermiamo. Le chiedo se era venuta a Minerbe e lei risponde di sì. Le do appuntamento la domenica successiva, di primo pomeriggio, a Pilastro. Prima domenica di Dicembre. Di pomeriggio cade una pioggia battente ma decido di partire ugualmente. Arrivato a Pilastro, fermo la macchina di fronte all’albergo (ora non esiste più) e aspetto. Passa mezz’ora e Simonetta non viene. Allora, prima di tornare a casa, percorro via Bernardine, tra Pilastro e Anson. Vedo la ragazza con un vestito verde, mentre sta pedalando in bicicletta con l’ombrello aperto. Ritorno a Pilastro e la aspetto mentre posteggia la bici. Poi mi dà l’ombrello fradicio di pioggia e sale in macchina. Metto l’ombrello dietro e partiamo. La ragazza ha un raffreddore terribile e mi rassegno a prenderlo anche io (invece non l’ho preso!). Andiamo a San Zenone, sotto i tigli, dove fermo la macchina e restiamo a chiacchierare. Mi racconta la sua vita. Da bambina era stata molto ammalata. Poi a scuola non legava con le altre, si sentiva rifiutata (proprio come me). I ragazzi le facevano i dispetti. All’ospedale un infermiere sposato amoreggiava tutti i giorni con lei. Con l’ascensore la portava nei sotterranei, in una stanza piena di sacchi e la coricava sul pavimento. Alla fine lei si innamorò di questo infermiere e uscita dall’ospedale andava davanti a casa sua per poterlo vedere. Ripartimmo e andammo a Occa oltre il fiume Fratta. Qui ci baciamo, ci accarezziamo poi spoglio la ragazza. Ha il seno piccolo, il pelo del pube folto e nero con due nei sul monte di venere. Mentre guardo, la ragazza mi dice: “Ti fa schifo?” “Nooo” la assicuro. Restiamo abbracciati tutto il pomeriggio con la pioggia che diluvia sulla capote e i vetri tutti appannati così che non vediamo niente fuori. Alla sera al momento di ripartire le ruote sono affondate nel fango e devo mettere dei rametti per riuscire a muovermi. La riporto a Pilastro e faccio ritorno. A Morubio la macchina si ferma e per fortuna trovo un meccanico vicino alla chiesa che mi aggiusta lo spinterogeno. Ho molti bei ricordi legati a Simonetta. La prima volta che la portai via in macchina, lei spesso voleva fermarsi per telefonare alla mamma dalle cabine pubbliche. Era un pomeriggio di novembre, con il sole basso e fioco. Girando per i paesi parlavamo. Io le chiesi: “Dove è tuo papà?” “All’osteria.” “E’ buono tuo papà?” “Una belva.” Mi spaventai e quando passavamo davanti alle osterie spingevo Simonetta giù sul sedile per evitare che la vedesse. Al ritorno le regalai alcuni cosmetici. Le domeniche successive, fredde e grigie di Dicembre, portai Simonetta in giro per i paesi, a Cologna alla fiera del mandorlato; a Montagnana dove visitammo la torre; a Pressana, dove alla casa della gioventù le riparai un dente cariato col cemento Zanelka; alla casa della gioventù di San Gregorio dove passammo il pomeriggio per riscaldarci; a Orti di Bonavigo. Un giorno mi portò a casa sua: una casetta grigia e fredda con antiporti di legno pieni di fessure. Conobbi anche sua mamma, una signora semplice e gentile. Una domenica pomeriggio, gelida e nebbiosa, passando per Cologna vidi, in lontananza, una ragazza col paltò rosso che aspettava appoggiata a un lampione. Era Adriana e stava aspettando me, anche se mancavo da un mese! Non sapevo cosa fare. Decisi di farla salire in macchina. Le due ragazze fecero presto amicizia, e nelle domeniche successive si telefonavano e si accordavano di farsi trovare insieme. Così le portavo via entrambe col risultato però che io non facevo più nulla! Questa situazione durò fino in Maggio quando decisi di fare una scelta. Scelsi Adriana e sbagliai. Adriana era semplice e superficiale, ma aveva le tette più grosse. Simonetta era molto più sensibile. Ritrovai Simonetta una sera di ritorno da Cologna, la portai in macchina a Miega, e restammo là al buio ad accarezzarci. Simonetta aveva un seno piccolo ma il suo sederino era bello, morbido e sporgente. Un pomeriggio trovai Simonetta a Minerbe e ci sedemmo sulla panchina bianca a destra della chiesa. (Ora queste belle panchine sono state tutte tolte). Passò Marzia, con le amiche. Marzia in passato mi aveva sempre trattato male, deriso e disprezzato. Ma quella volta, vedendomi insieme a una ragazza, incominciò a farmi i complimenti; mi disse che le ero simpatico e via di seguito. Poi si incamminò con le amiche in fondo al viale. Simonetta mi disse: “Va da lei.” “No” risposi.”Mi dice queste cose perché sono insieme a te; se fossi stato solo non mi avrebbe neanche salutato.” “Sì” rispose Simonetta. Se fossi andato da Marzia, mi avrebbe mandato via e così perdevo entrambe le ragazze. I giochi dell’amore sono complessi e crudeli, sotto una apparente semplicità. Trovai Simonetta alla sagra di Bonaldo, giorno caldo col sole. C’era anche Flavio. Io camminavo insieme all’amico chiacchierando; Simonetta stava dietro e sentivo che brontolava e calciava i sassi perché la avevo lasciata sola. Allora abbandonai Flavio e mi affiancai a Simonetta che mi regalò un bel sorriso. Ritrovai per caso Simonetta un pomeriggio di Settembre al parco di Legnago. Ci sedemmo su una panchina per chiacchierare. Si era comprato un motorino e adesso si spostava con quello. Provai ad accarezzarla ma non volle essere toccata. Le dissi: “Ma come! Io ti ho vista nuda!” Lei rispose: “Ah sì? Non mi ricordo.” La accompagnai fino sul ponte dell’Adige dove ci salutammo. Quella fu l’ultima volta che la vidi. Un pomeriggio domenicale di Ottobre, andai a Legnago. Gli ippocastani erano ingialliti e cadevano le foglie. Trovai l’amico Virgilio, ma la stagione del passeggio stava per finire. Partii in macchina, non sapevo dove andare e raggiunsi Boschi sant’Anna. In centro un annuncio funebre attirò la mia attenzione: Simonetta di anni 21. Il fratello, le sorelle, eccetera. Tutto corrispondeva, era lei! Telefonai all’amico Nicola e il lunedì, inventai un pretesto per assentarmi e raggiunsi Bonavigo. La chiesa era strapiena di gente. Al termine della funzione il prete chiamò alcuni giovani per trasportare la bara al cimitero. Andai insieme a Nicola. Io ero davanti alla sinistra. Nicola era alla destra e dietro c’erano altri ragazzi. La bara pesava e percorremmo tutto il tragitto fino al cimitero. Il becchino sistemandola nel loculo commentò: “Ah, questi giovani.” Il fratello mi disse che Simonetta era stata investita da un camion mentre viaggiava sul motorino. Anni dopo la salma fu spostata in un altro loculo, vicino alla mamma, al padre e allo zio. GIULIANA 1986 L’amico Nicola mi descrisse una ragazza di Roverchairetta conosciuta di sera alla sagra di Morubio, ultima settimana di Agosto 1986. Alla domenica pomeriggio andai a Morubio. Vidi arrivare una ragazza in bicicletta che corrispondeva alle descrizioni: piccolina, magra, visetto insignificante, capelli corti. Al luna park mi avvicinai e feci conoscenza. Si chiamava Giuliana. Le proposi di andare a Cologna a mangiare il gelato e lei accettò. Ma arrivò Onorio col quale era d’accordo di andare al cinema. Onorio la fece salire sul suo motorino e partirono, senza che potessi fare niente. Alla sera tornai a Morubio e aspettai Giuliana. Ci mettemmo d’accordo che sarebbe venuta a Cologna con me la domenica successiva. Poi lei partì in bici per insegnarmi dove abitava e io la seguii con la macchina. In un sentiero ci fermammo e io la accarezzai un poco. Aveva mutandine nere e mi disse: “Eh, ho capito dove vuoi arrivare...” non mi spinsi oltre e proseguimmo fino a casa sua. La domenica successiva arrivai a Roverchiaretta. Alla finestra della sua casa stava la ragazza che appena mi vide corse fuori e salì in macchina. Guidai fino all’argine dell’Adige dove mi fermai. Incominciai ad accarezzarla, ma Giuliana incominciò a piangere dicendomi che suo padre la avrebbe ammazzata se avesse saputo. Così smisi e le proposi di andare a Cologna. Lei accettò e cessò subito di piangere. Trascorremmo il pomeriggio a passeggio a Cologna e poi a Veronella. Lei mi raccontò la sua vita: sua mamma era morta, aveva un fratello e il padre. Mi disse che aveva l’epilessia e mi insegnò come fare nel caso fosse svenuta. Per fortuna non successe mai. Alla sera la riportai indietro pensando che avevo sprecato un pomeriggio e perciò non sari più andato da lei. Ma Giuliana mentre scendeva dalla macchina mi disse maliziosamente: “Non bisogna arrabbiarsi. Se una cosa non si può avere una volta, la si potrà avere la volta successiva.” Così andai a prenderla ancora per altre 2 domeniche, senza mai riuscire a spogliarla. Poi mi stancai. Giuliana era furba e voleva farsi sposare. Questa ragazza diceva spesso una imprecazione originale che mi faceva ridere: “Marisa cavalla”. Dopo l’anno 2000, visto che ero rimasto senza amicizie femminili, decisi di ritornare da Giuliana. Ma era tutto cambiato, lei non c’era più. i vicini mi spiegarono che il fratello era morto in un incidente; il padre si era trasferito e lei era andata ad abitare a Legnago. Un pomeriggio di domenica andai là. Entrai e a un marocchino che lavorava come muratore chiesi di parlare col prete. Lui percorse un corridoio e io lo seguii. Entrò in una stanza e sentii il prete che diceva: “Mandalo via, digli che non ci sono.” Ma io stavo già per entrare così il prete mi accolse con un sorriso e alla mia richiesta rispose che la ragazza era andata al cinema. Ritornai una settimana dopo, di sera. Una suora mi disse che la ragazza abitava in un edificio in fondo al parco. Le chiesi se poteva accompagnarmi e lei chiamò un’altra suora. Ma poichè intendevo andare a piedi e non in macchina, la presenza dell’altra suora era superflua. Entrammo in un salone dove mi dissero che Giuliana era fuori (a messa, non ricordo). Mi feci dare il numero di telefono della segreteria e mi apprestai ad andare via. Vidi una riproduzione grande come la parete del quadro “L’empires des lumieres” di Magritte. Lo apprezzai e quelli si stupirono molto che io conoscevo Magritte. In seguito telefonai e la donna che mi rispose mi gridò che non volevano che succedessero casini. Poi mi passò al telefono Giuliana. Questa mi disse che aveva cambiato vita e non voleva più rivedere i conoscenti di un tempo. Così tutto finì lì. ADRIANA 1986 Negli anni 80 Renzo veniva ancora ad aspettarmi alla domenica e a volte lo portavo via con me, altre volte no. La terza domenica di Luglio 1986 partii da solo verso Veronella. Quella settimana aveva piovuto e il sole sollevava tanta umidità. Prima di Presina, vicino alla chiesetta c’era una discarica dove avevano scaricato decine di spole nuove per macchine da maglieria. Ne caricai alcune in macchina, poi raggiunsi Veronella. La sagra era stata spostata in centro paese. Io guardavo l’unica giostra ed ero pentito di essere venuto. Progettai di tornare a casa per fare un bagno. Arrivò una ragazza sola, piccola, magrolina, con capelli corti. Non era bella, ma mi sembrava di averla vista ancora. Sì, ricordavo di averla vista alla sagra di Cologna. Indossava pantaloncini bianchi e una maglietta rossa. Mi avvicinai e le proposi di salire sull’autoscontro. Rifiutò ed io non insistetti. Ma dopo un po’ cambiò idea e mi offrì di pagarmi il biglietto se la accompagnavo. Pagai io i biglietti e facemmo 5 giri. La ragazza si chiamava Adriana, 29 anni e anche lei preferiva la sagra dove era negli anni precedenti, cioè nel campo sportivo. Scesi dalla giostra le proposi di andare a san Gregorio a mangiare un gelato. Adriana accettò ed io dovetti scaricare le spole per fare posto. Al bar di san Gregorio, mentre chiacchieravamo di cinema, la ragazza mi disse che la sera prima aveva visto un film in TV dove erano tutti nudi. (Negli anni 80, dopo la censura terribile degli anni 50 e 60, era arrivata la liberalizzazione sessuale: nei cinema c’erano i film porno e nelle edicole uscivano decine di riviste pornografiche. Questa libertà finì negli anni 90.) Incoraggiato da questi discorsi, al ritorno da san Gregorio posteggiai l’auto in un sentiero di campagna, di fronte a un balera abbandonata, e incominciai ad accarezzare Adriana. Lei non mi fermava e allora le proposi di togliersi la maglietta, perché faceva molto caldo. Se la sfilò e io le abbassai il reggiseno. Quando vidi le tette restai sbalordito. Non supponevo seni così belli, sodi e abbondanti in un corpicino esile come il suo! Provai a sfilarle i pantaloncini e lei mi disse: “Anche qui?” “Sì, ormai…” Si sfilò pantaloncini, mutandine e rimase nuda. Aveva un monte di venere bellissimo con pelo morbido come seta. L’ho accarezzata e ci siamo baciati per un’ora. Alla sera al ritorno, mi sono fatto dare il suo indirizzo e numero di telefono. Lei mi disse di non chiamarla perché i suoi genitori non volevano. Durante la settimana pensai molto a lei e un giorno decisi di telefonare. La ragazza mi rispose al telefono, ma appena sentì la mia voce riattaccò. Riprovai la settimana dopo e ancora la ragazza interruppe la comunicazione senza darmi il tempo di parlare. Raccontai l’episodio all’amico Antonio e lui mi consigliò di farla chiamare da una ragazza. Dopo un’altra settimana andai al bar a Palesella e pregai l’amica Paola di telefonare ad Adriana dalla cabina pubblica. Paola chiamò, disse che una persona desiderava parlarle e mi passò la cornetta. Appena sentì la mia voce Adriana riattaccò. Da quel momento buttai via il biglietto col numero telefonico e dimenticai per sempre quella ragazza. Non ci pensai più. Era stata una bella avventura ma ora finita per sempre. Ma il Destino aveva deciso diversamente. Alla sagra del mio paese, terza domenica di Settembre (adesso non si fa più) vicino all’autoscontro ritrovai Adriana. Era la prima volta che veniva a Cerea, in macchina insieme alle sue amiche. Mi disse che i genitori erano molto severi e non le permettevano di ricevere telefonate. La portai sull’autoscontro e dopo le chiesi quando potevo rivederla. Mi rispose. “Lunedì pomeriggio alle 2 andrò dalla mia amica Rosanna a san Sebastiano. Passerò da san Felice. Ci incontreremo là.” Lunedì inventai un pretesto per assentarmi e partii in macchina. Attraversai Cologna e raggiunsi la piccola località di san Felice. Era una bella giornata di Settembre, col sole caldo. Mi sedetti sulla panchina davanti alla chiesetta per aspettare la ragazza. Ero molto emozionato e mi era venuta la diarrea. Ma forse la ragazza non sarebbe venuta. Dopo quasi un’ora di attesa avevo perso la speranza di rivederla. Invece, improvvisamente la vidi arrivare su una bici tipo Graziella. Si fermò e le suggerii di posteggiare la bici nel cortile di un amico a san Sebastiano. Arrivati là, Adriana mise la bici nel cortile. Non c’era nessuno fuori, così non dovemmo dare spiegazioni. Poi la ragazza salì sulla mia macchina e partimmo in direzione di Pressana. Attraversai questo paese e proseguii per Roveredo; poi svoltai a sinistra lungo una stradina che portava sull’argine del fiume Guà. Qui abbiamo amoreggiato per un’ora. (Non ho mai avuto rapporti sessuali con Adriana, per paura di metterla incinta). Dopo l’ho riportata a san Sebastiano; lei è andata dalla sua amica e io sono tornato a casa. Ci incontravamo tutte le domeniche a Cologna e a san Felice due volte alla settimana. Un pomeriggio il padre del mio amico chiese alla ragazza perché posteggiava la bici nel suo cortile; chiese se i suoi genitori lo sapevano. Adriana riuscì a inventare un pretesto, ma dopo di allora mettevamo la bici in un altro posto e talvolta la caricavo in macchina. Un pomeriggio l’ho portata sotto l’argine del Guà e quando si è denudata abbiamo visto un uomo in mezzo a un vigneto che ci spiava, così siamo ripartiti. I giorni si accorciavano e il clima diventava sempre più freddo. Qualche pomeriggio nebbioso l’ho aspettata inutilmente ma lei non uscì di casa. Un pomeriggio di Novembre, freddo col sole fioco, ho fotografato la ragazza nuda, sull’argine del Guà. I negativi li ho fatti sviluppare dall’amico Valentino. Erano foto bellissime. Purtroppo, quando mi sono ammalato nel 1990 le ho distrutte per paura che qualcuno le trovasse. In Dicembre, alla fiera del mandorlato a Cologna, le ho fatto conoscere l’amica Simonetta (Vedi). Il nostro rapporto proseguì durante il freddo inverno. Nelle domeniche di sole ci incontravamo al centro parrocchiale di Pressana. Al 14 Febbraio 1987 ho regalato le calze ad Adriana e dopo siamo andati a baciarci ed accarezzarci in una stradina di san Gregorio. A Legnago ci siamo fotografati nella cabina della stazione; foto bellissime, anche quelle distrutte. In primavera il nostro rapporto continuava. A Pressana abbiamo trascorso un intero pomeriggio a baciarci, seduti nel giardino di fronte alla chiesa, al riparo da un muretto. In estate ci siamo baciati dentro alla chiesetta di san Gregorio (allora aperta) e nel cimitero di Orgiano. Dietro alla chiesa di Pressana, una volta Adriana mi supplicò: “Mettimelo dentro, mettimelo dentro!” Le risposi: “Aspetta, dopo che siamo sposati.” In Agosto Adriana andò al mare e io incominciavo a essere stanco di questo rapporto. La ragazza parlava sempre più spesso di matrimonio, voleva figli, mi suggeriva i nomi da dare ai nostri figli; voleva lasciare la casa dei genitori. Un pomeriggio nuvoloso di Ottobre, andammo a Belfiore. Posteggiai l’auto e nello stesso momento arrivò un mio compaesano e posteggiò la sua auto vicino alla mia. Io e Adriana girovagammo per il paese. Alla sera ritornammo al posteggio e nello stesso momento ritornò anche il mio compaesano per ripartire. Strane coincidenze! Una domenica pomeriggio fresca e nuvolosa di Ottobre, siamo andati a san Bonifacio. In un bar, poi a passeggio per il paese e poi ci siamo seduti su una panchina di un giardino pubblico e ci siamo baciati per tanto tempo. Al ritorno ho fermato la macchina in una stradina; Adriana si è spogliata e l’ho ammirata e accarezzata. Era molto bella e attraente. Prima di ripartire mi guardai intorno e riconobbi il posto: era quello vicino alla discoteca abbandonata, dove avevo portato la ragazza la prima volta. Le dissi: “Guarda. Ti ricordi? Siamo venuti qui la prima volta in Luglio l’anno scorso.” Lei rispose ridendo: “Sìììì.” Riportai Adriana a Cologna e ci separammo. Al mattino del lunedì ricevetti una telefonata da Adriana. La ragazza disse che alcuni parenti ci avevano visti baciarci a san Bonifacio e avevano avvertito i suoi genitori. Questi si erano arrabbiati perché non sapevano che la figlia avesse un fidanzato. Si fecero dare il mio nome e andarono dall’amico Giorgio a Cologna per chiedere informazioni. Temevano che si ripetesse il caso del precedente fidanzato di Adriana: un uomo di Vicenza che poi risultò essere già sposato. Successivamente i genitori andarono dal prete di Cologna il quale telefonò al prete del mio paese. Una sera venne a casa mia l’arciprete del mio paese per conoscere le mie intenzioni riguardo alla ragazza. Seguirono molte telefonate della madre di Adriana che parlava con me o con mio padre. Tutti questi avvenimenti mi costrinsero a prendere la decisione di sposarla. Cercai una casa in affitto, senza trovarla; c’era la vecchia scuola in via Borghetto, ma la proprietaria non la affittava. Telefonai a Minerbe per conoscere il prezzo di una casetta che avevo visto in vendita. Mi chiesero 80 milioni. Io non avevo neanche 80 mila lire! Dovevo riprendere il vecchio lavoro di odontotecnico, che era redditizio ma non mi piaceva. Il primo Novembre telefonai ad Adriana e le dissi che sarei venuto a parlare con i genitori. Il pomeriggio partii e arrivai fin quasi a Cologna. Ma poi mi mancò il coraggio di proseguire e tornai indietro. Ritelefonai ad Adriana scusandomi; mi rispose che era stato meglio così perché quel pomeriggio a casa sua erano arrivati i parenti. Fissai un altro appuntamento. Un freddo pomeriggio di sole andai ancora a Cologna. Seguii una strada stretta e chiesi a una donna in bici dove abitava la ragazza. Era proprio la madre. Fece dietro front e mi accompagnò a casa sua. Una casetta linda e ben tenuta. Conobbi il padre e ci sedemmo in cucina a parlare della nostra situazione. I genitori erano molto all’antica, con una mentalità arretrata e non approvavano questo rapporto segreto durato un anno. In definitiva erano contrari al nostro matrimonio per molti motivi. Poi la madre andò a raccogliere l’erba per i conigli e io prima di ripartire parlai ancora col padre di Adriana. Nei giorni seguenti, a casa mia, vivevo oppresso dalle preoccupazioni. I miei genitori mi facevano notare che non potevo sposarmi se non avevo un lavoro. Dopo lunghi conflitti interiori decisi che dovevo mantenere i miei impegni. Dovevo ritornare da Adriana e chiedere di sposarci. Partii in macchina, un freddo pomeriggio. Ma arrivato a Morubio si accese la spia del generatore; la batteria non si caricava più e fui costretto a tornare indietro. Arrivò l’inverno. Io non rividi più Adriana. Il tempo passò; nel 1989 mi ammali e nel 1990 finii all’ospedale gravemente ammalato. PAOLA 1987 Agosto. Adriana era andata al mare in quel mese e io mi sentivo libero e felice. Ero stanco del nostro rapporto che durava da un anno. Le novità erano finite; la ragazza mi parlava sempre più spesso di matrimonio e sentivo il peso degli obblighi e dei doveri della vita di coppia. Una domenica avevo finito di riparare un ciclomotore mosquito e andai a provarlo. Giravo a caso per le strade. Raggiunsi Bonavigo, Pilastro poi presi la strada per Minerbe e arrivai a Legnago. Davanti alla stazione c’era una ragazza sola, in piedi. Vestiva con semplicità: camicetta bianca e jeans. Passandole vicino la salutai. Nessuna risposta. Girai per Legnago semideserta in quell’ora di primo pomeriggio. Dopo mezz’ora arrivai ancora nel viale della stazione e vidi che la ragazza era ancora là. Posteggiai il motorino e camminai verso di lei per vederla da vicino. Passandole davanti le dissi: “Ciao, facciamo quattro passi?” Con immenso stupore vidi che la ragazza si muoveva e veniva verso di me! Affiancati, le proposi di andare nel parco. Le offrii un gelato, ma rifiutò. Ci sedemmo su una panchina. La ragazza si chiamava Paola e veniva da un paese vicino. Mi raccontò che era triste perchè il fidanzato col quale aveva un appuntamento, era andato via con un’altra ragazza. Per consolarla le misi un braccio sulle spalle e la attirai verso di me. Paola mi lasciava fare senza ritirarsi. Dalla spalla scesi sotto l’ascella e appoggiai la mano sul seno. Era duro e appuntito e provai un brivido. Tenevo la mano immobile sul seno e la ragazza rimaneva immobile. Allora proposi: “Facciamo una passeggiata al fresco lungo l’Adige?” “Sì.” Ci incamminammo, tenendoci per mano. Attraversammo il ponte e scendemmo sull’argine a destra verso la ferrovia. Arrivati all’ombra dei cespugli ci sedemmo sull’erba per riposare. Poichè faceva molto caldo la aiutai a togliersi la camicetta e poi anche il reggipetto. La ragazza era docile e passiva. Le tette saltarono fuori grosse, elastiche e dure. Mi sdraiai sotto e incominciai a baciarle, leccarle, succhiarle, accarezzarle. Dopo un po’ le proposi di togliersi anche i jeans, ma la ragazza rimase seduta e non volle alzarsi. Allora ripresi a baciare e succhiare il seno. Aveva capezzoli chiari e l’aureola era leggermente screpolata. Tirai fuori il mio sesso duro e presi la sua manina perchè lo toccasse, ma lei si irrigidì e non volle toccarlo. Allora mi rivestii, mi sdraiai sotto di lei e mi dedicai alle tette. Le baciai, succhiai e accarezzai per tutto il pomeriggio. Alla fine, sul sentiero del ritorno le chiesi: “Ci vediamo domenica prossima?” Mi rispose: “Non so.” La domenica seguente andai ancora a Legnago e la cercai inutilmente. Un’altra domenica con nubi e vento, la vidi da lontano e la chiamai, ma la ragazza svoltò per una via e la perdetti. L’anno dopo, l’amico Nicola una sera mi portò in macchina alla sagra di Boschi, in Luglio. Quando fu buio, sul prato delle giostre incontrai Paola. Mi disse che si era riappacificata col fidanzato e entro l’anno si sarebbe sposata. Questa avventura sembra incredibile perchè una donna non si comporta così. La spiegazione forse è questa: quella domenica Paola era venuta con me per fare un dispetto al fidanzato. Lui era andato con un’altra ragazza e lei era andata con un altro ragazzo. Io avevo avuto la fortuna di arrivare al momento giusto. TERESA 1988. Alla sagra di Asigliano, ultima domenica di Agosto, vicino alla giostra ho conosciuto Teresa. Una ragazza piccolina, grassottella, con i capelli corti. Abbiamo trascorso il pomeriggio insieme, mi ha parlato di lei, delle sorelle, del fratello che subì un incidente col fuoco ed era rimasto sfigurato. Ricordo la prima volta che invitai Teresa a salire in automobile. Io entrai in auto, lei aprì l’altra portiera e restò in piedi, in silenzio, con la portiera aperta. Io le dissi: “Allora Sali? Facciamo un giro a Veronella? Hai cambiato idea? Vuoi che rimaniamo qui a Cologna?” Lei taceva, non rispondeva alle mie domande e restava fuori dall’auto, guardandomi negli occhi. Alla fine io dissi: “Va bene, scendo, rimaniamo pure qui.” Allora Teresa si fidò di me e salì sulla mia auto (Fiat 500L). La domenica successiva ci siamo ritrovati a Cologna; poi alla terza di Settembre alla bella sagra della patata a Sant’Andrea. Teresa arrivò in bici con indosso un bel vestitino con giacchina bianca. È salita sulla mia macchina e siamo andati a Montagnana. La ragazza mi parlò ancora di lei: le sorelle erano tutte sposate, ma lei non aveva il fidanzato perchè non aveva le “sue cose”. Era nata così e non si poteva fare niente. Voleva dirmi che non aveva le mestruazioni. Tornati a Cologna la accarezzai in macchina. Le misi una mano nella scollatura e sentii i seni piccoli, freddi e sudati. Ma Teresa non voleva, quindi smisi. In inverno andai a trovarla un paio di volte nella sua abitazione, vicino a un vecchio mulino. L’anno successivo ci incontrammo ancora alla sagra di Minerbe, in Agosto. Indossava un vestito rosso e in quella occasione l’ho fotografata. Poi sono trascorsi anni senza più vederla. Ci siamo incontrati alla festa della vendemmia a Pressana, nel Settembre 2009. Era molto cambiata. Mi raccontò che i genitori erano morti, suo fratello era andato via e le sorelle abitavano tutte lontano. Lei era rimasta sola in quella casa ad Asigliano e passava le giornate a piangere. Così aveva deciso di trasferirsi in un pensionato di suore, vicino Verona. Qualche volta telefonai al pensionato. Passarono ancora anni, finchè un giorno le suore mi dissero che la ragazza non era più loro ospite. Successivamente rintracciai una sorella e mi disse che Teresa si era trasferita alla casa di riposo di Noventa. La prima domenica di Luglio 2014, giorno di sagra, andai a trovarla. La portai a spasso, la fotografai e passeggiammo per mano fino a sera. Teresa era molto cambiata fisicamente. Era dimagrita, aveva rughe sul viso e la poca bellezza era sfiorita. CRISTINA 1994 circa In un pomeriggio di Maggio io, Renzo e l’amico Flavio eravamo su una panchina a San Zenone a parlare di ragazze. Flavio conosceva Cristina di Minerbe e mi propose di andarci con la mia macchina. Arrivammo a una bella villetta, salimmo una scala dove ci accolse la mamma di Cristina. La ragazza era timida, scontrosa e leggermente zoppa. Notavo che si vergognava per questo difetto, mentre a me non dava nessun fastidio. Restammo in salotto insieme, ma dopo Cristina voleva uscire per andare in chiesa. Sua mamma ci spiegò che Cristina era molto religiosa e partecipava sempre alle messe e alle funzioni. Allora noi andammo via. Ritornammo io e Renzo un altro pomeriggio. La mamma era contenta di vederci. Chiamò sua figlia dicendole: “Guarda che bei ragazzi sono venuti a trovarti!” Ma Cristina era ritrosa, come al solito doveva andare in chiesa e ci congedò. Mesi dopo lessi sul giornale che Cristina era stata travolta e uccisa da un camion, mentre in bicicletta si recava in chiesa. KETTY TERESA 2006 Nel 2006 la mia amicizia con queste due ragazze e un video in una struttura, mi ispirò il racconto KETTY E IL PROBLEMA. Gennaio Febbraio Marzo 2016 Aggiornato Agosto 2020 Settembre 2021 Aprile 2022 17 Dicembre 2024

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