lunedì 30 dicembre 2024
LA TOMBA DI SATANA di Geron Brandanus
Anonimo
GERON BRANDANUS LA TOMBA DI SATANA
GERON BRANDANUS
La Tomba di Satana Racconti di Dracula n. 2 gennaio 1960 editrice ERP Lire 120.
Presentazione di Sergio Bissoli
Durante la mia lunga carriera di scopritore di libri rari, ho incontrato molti autori misteriosi, con una vita difficile da ricostruire. Autori che hanno rischiesto lunghe ricerche, prima che riuscissi a trovare qualche raro dato biografico. Per alcuni autori la ricerca è durata oltre vent'anni, prima di avere una data di nascita, una località e, nei casi più fortuna¬ti, una foto con dedica.
Ma il nostro autore non è fra questi. Di lui non esistono tracce nei dizionari letterari comuni e nemmeno in quelli specializzati.
Questo grande scrittore ha lasciato un'unica traccia: La Tomba di Satana. Un'opera suggestiva, originale, scritta con uno stile fluido e una suspense elevatissima, attraversata da profonde riflessioni filosofiche. Si sente che l'autore è un uomo maturo, di grande esperienza, competenza e bravura. Certamente questo non è il suo primo libro. Ma dove sono le opere precedenti a questa? E quelle successive? Sono do¬mande che rimangono senza risposta, in attesa che qualcuno, più fortunato di me, riesca a risolvere questi problemi.
Ho comprato questo libro nel 1962, alle bancarelle dei libri usati. L'ho letto in un tetro pomeriggio di novem¬bre, alla luce del sole al tramonto, rimanendone profondamente scosso. La Tomba di Satana mi aveva completa¬mente conquistato, cosicché ho prestato il libro agli amici e l'ho riletto a intervalli nel corso degli anni.
E’ una abissale vicenda sul tema del demoniaco. Con implicazioni filosofiche riguardo l’essenza e l’esistenza del male sulla terra.
Nella Presentazione non compare la dicitura: “Versione italiana a cura di…” quindi manca il nome vero dell’autore.
Sulla ristampa del 1972 compare la scritta: Versione italiana a cura di J. P. Rodigues. Questo non è il vero nome dell’autore. Mario Pinzauti mi racconta che l’editore nelle ristampe metteva spesso un nome di fantasia oppure il nome del nipote Antonio di Pierro. Questo serviva per evitare di pagare una seconda volta l’autore.
Esempio. Nella ristampa de IL DESTINO E LA STRAGE di Pino Belli, compare il nome A. di Pierro. Nella ristampa de IL FIUME DI SANGUE di Giuseppe Paci, compare il nome di A. di Pierro (il nipote dell’editore, nato nel 1945).
Ma allora chi ha scritto LA TOMBA DI SATANA ? Così l’autore di questo breve (97 pagine) ma potente romanzo rimane misterioso.
La ristampa porta la dicitura errata: versione di A. di Pierro. Perciò l’autore di questo capolavoro rimane sconosciuto (forse è Pino Belli) Sicuramente non Antonio di Pierro che all’epoca aveva 14 anni.
Nel gennaio 2006 l’amico Giulio Andreotti in provincia di Lucca mi scrive:
Io non ho alcun dubbio: LA TOMBA DI SATANA è stata scritta da Max Dave.
Esempio: in L’IMPRONTA DI FUOCO di Max Dave a pagina 117 si legge: In fondo era anche lui una vittima della stupida società umana.
A pagina 79 de LA TOMBA DI SATANA l’ingegner Gruber afferma: Quel mostro ancora più feroce che è la società umana.
Inoltre nei due romanzi si parla di madre e figlia mandate al rogo. Ci sono poi altre coincidenze.
Il sosia di Brandanus si esprime come molti personaggi (apparizioni, spettri, eccetera) descritti da Max Dave in quasi tutti i suoi romanzi.
Il testo è scorrevole. Ottima e realistica caratterizzazione dei personaggi, altamente credibili. Brevi e ben riuscite descrizioni degli ambienti. Storia imprevedibile che pone profondi problemi filosofici. Autore di sicuro nella maturità, colto, smaliziato. Non è paragonabile a nessun altro. Non esiste un testo simile che io conosca.
I vecchi edifici abbandonati contengono spesso dei segreti. I cumuli di storia che sono passati hanno lasciato qualche segno dietro di loro. I secoli trascorsi non sono completamente svaniti dentro alle sale abbandonate: qui è rimasto ancora qualcosa, una traccia, un ricordo. Nella polvere, nei mattoni ammuffiti e corrosi dal salnitro, c’è qualche cosa, qualcosa che non è andato perduto ed è rimasto impresso qui.
Basta poco per trovare quella traccia; basta un po’ di sensibilità, un attimo di solitudine e la mente riesce a cogliere quei segni, quegli strani presentimenti, quelle emozioni inspiegabili che trascinano indietro, sempre più indietro… Allora si corre il rischio di vedere sovrapporsi due realtà: quella presente e quella passata. O peggio, si corre il rischio di rimanere intrappolati ed acquisire tutta la terribile eredità che era rimasta sepolta dentro il passato. E’ il tema che percorre l’abissale vicenda de LA TOMBA DI SATANA.
Un terribile retaggio medievale si trasferisce in un uomo moderno, razionale, offuscandone la ragione. C’è un enigma tenebroso, avvolto da una atmosfera da incubo. Nel tentativo di risolverlo, il Gruber prende su di sé tutto l’odio che prima apparteneva al suo nemico. E’ cambiato l’oggetto di questo odio: Brandanus odiava gli eretici e Gruber odia gli uomini come Brandanus, ma la paurosa carica di odio è rimasta inalterata. Gli interrogativi sollevati sono sconcertanti; primo fra tutti: quale era la soluzione giusta? Non esiste la soluzione perché risolvere significherebbe aver trovato il modo di distruggere il male sulla Terra.
LA TOMBA DI SATANA è una storia unica che non ha paragoni nella Letteratura del terrore e del brivido.
PREMESSA dell’Autore
Questa strana, allucinante storia, non ha un titolo originale perché fu dettata dai testimoni della vicenda.
Non può essere riassunta perché sarebbe come voler concentrare in poche parole la spiegazione della pazzia.
Non ha un autore e il lettore si renderà conto del perché dopo aver scorso queste pagine.
Non ha una fine.
Non potrebbe averla perché ciò significherebbe aver distrutto il male sulla terra.
Può essere frutto d’una allucinazione.
Può essere il risultato immaginoso di menti corrose dalla pazza e pura e semplice verità.
Non facciamo commenti.
Al lettore la decisione. Anche l’ultima, quella consigliata da Gruber nelle ultime righe.
CAPITOLO PRIMO
Tutto questo ebbe inizio una mattina di giugno del 1954 quando la squadra di operai, comandata dal Vecchio Hans Hoffman, cominciò a smantellare le cadenti mura di cinta dell’antico convento di Pilkim.
Il fabbricato, per quanto fosse sempre stato assai mal ridotto, anche in precedenza, tanto che dell’antica costruzione restavano soltanto le mura perimetrali perché tetti e soffitti, da tempo, si erano polverizzati, aveva ricevuto il colpo di grazia durante la guerra, quando un grappolo di bombe era scoppiato a pochi metri, abbattendo tutta un’ala del rudere e rendendo pericolanti le altre parti.
Il comune di Aalen, a pochi chilometri da Stoccarda, aveva, alla fine deliberato l’abbattimento delle rimanenti mura, per il semplice fatto che i tetri monconi neri, coperti d’arbusti, incombevano su un tratto di strada secondaria che collegava il paese con la nuova scuola.
Decine di bambini, ogni giorno, per due o tre volte, transitavano con le loro cartelle, i loro pacchi di libri, al di sotto di quella spada di Damocle che, ad ogni istante, poteva cadere e uccidere.
Così, quella mattina di giugno, Hans Hoffman diede ordine di iniziare lo smantellamento dal lato Nord Est, il più vicino alla strada, ed anche quello che maggiormente attraeva la scolaresca che, di quelle mura pericolanti, aveva fatto un luogo ideale d’esplorazione e di giochi.
Il lavoro proseguiva in silenzio sotto il caldo sole e nell’aria, vibrata dal canto delle rondini e da quello di qualche prima cicala, risuonavano i tonfi sordi dei piccioni.
Hoffman seguiva il lavoro da sotto le cespugliose ciglia bianche con i suoi occhi grigi chiari, circondati da piccole rughe, che sembravano conservare il candore delle immense distese di neve della Russia, dove aveva lungamente combattuto.
Alle undici venne, con la sua Voltz‐wagen, a controllare i lavori, il signor Gruber, ingegnere del comune di Aalem.
Scese e accese una sigaretta, mentre Hoffman marciava alla sua volta, scavalcando i cespugli.
— Come va il lavoro, Hans?
— Lento; il materiale é duro. Si farebbe prima con le perforatrici o la dinamite.
— L’intendenza non vuole. Desidera che il lavoro sia fatto in modo tale da non distruggere eventuali opere d’arte nascoste sotto le macerie.
Aspirò lentamente la sigaretta e dette un’occhiata al paesaggio attorno. Era veramente tetro ed opprimente.
La strada secondaria, poco prima del convento, voltava in un’ampia curva che scendeva in un valloncello, profondo una diecina di metri, dai fianchi coperti di basse piante e di intricati cespugli.
Nella parte interna della curva un masso roccioso, largo una ventina di metri, serviva da piedistallo all’angolo Nord‐Est delle mura del convento.
Data la posizione del valloncello, la strada, in quel punto, era sempre avvolta da un’ombra umidiccia e un nero torrentaccio, scorrente in una gora al fianco della strada, proprio sotto il masso roccioso, riempiva di uno strano mormorio il tratto della strada incassata.
Gruber era fermo con la sua macchina all’inizio della curva e del valloncello vedeva appena il principio, essendo il rimanente nascosto dalla curvatura della strada.
Qualcosa, una curiosità sopraggiuntagli senza alcuna ragione, lo spinse a dire:
— Vado a fare due passi; voglio vedere le mura dal di sotto.
Hoffman non fece commenti e tornò accanto ai suoi operai mentre Gruber, con lento passo, stranamente risuonante nel silenzio, anche perché indossava pesanti stivaletti di pelle di capra, si introduceva nel valloncello.
Man mano che procedeva sentiva venirgli incontro quell’atmosfera umida e malsana che sembrava respirare il luogo e il borbottio del torrentello simile al parlottare di gente.
Gruber procedeva alzando via via lo sguardo alle mura che ora, quasi su di lui, sembravano assai più imponenti e minacciose di quanto dimostrassero in cima alla curva.
Si arrestò e guardò indietro.
La macchina e Hoffman erano stati nascosti dalla vegetazione e l’ingegnere fu afferrato improvvisamente da uno strano senso di solitudine. Aveva l’impressione di non vivere più in mezzo ad altri esseri umani, trovava strano che, pochi metri più in là, altri uomini lavorassero sotto il sole.
Fermo così, al centro della strada, fu afferrato da un’inspiegabile panico e mosse due passi decisi per tornare indietro. Ma qualcosa rise in lui, vecchio combattente, uomo che aveva veduto quanto era possibile di brutture nella vita.
Ora si rendeva conto del perché di quel senso di solitudine: il valloncello, tranne che per il borbottio del torrente, era perfettamente silenzioso. Sembrava che uccelli e insetti avessero disertato quel luogo e, per un effetto di posizione, nemmeno i colpi di piccone o le voci degli operai giungevano a lui.
Mosse alcuni passi e si avvicinò al ciglio del torrente che conservava ancora, nel tratto fiancheggiante la strada, tracce di un antico muricciolo.
Gruber spinse con un piede un sasso e lo fece cadere nelle acque nerastre. Il tonfo leggero fu assorbito dal rumore dominante della corsa del ruscello.
Qualcosa dentro di lui spinse Gruber a tendere l’orecchio allo strano suono proveniente da quella gora senza riflessi di luce sulla superficie. Ciò era causato dalla riflessione delle rocce e delle nere mura del convento e dalla mancanza di una sorgente luminosa definita.
In quel valloncello la luce sembrava filtrare attraverso una lastra di vetro opaco.
Tendendo l’orecchio Gruber notò meravigliato lo strano fenomeno.
Le rocce, la forma stessa del letto del corso d’acqua, dovevano creare echi complicati che componendosi con i suoni diretti, davano l’impressione che qualcuno, forse molti, pregassero. Il suono, poi, non proveniva direttamente dal ruscello ma, evidentemente per effetti di riflessione, sembrava sospeso nell’aria e sorgere da ogni luogo, ovunque si girasse la testa per individuarne la fonte.
Gruber, incuriosito, si inginocchiò sul ciglio erboso e avvicinò l’orecchio al pelo dell’acqua.
Qui tutto cambiò: ora Gruber non udiva più preghiere, ma sospiri e lamenti, qualche grido lontano e soffocato, allucinante nello stacco netto che creava nel turbine lento, pesante, dei suoni.
— Ascoltate le voci, signore?
L’ingegnere non poté fare a meno di sobbalzare nel sentire esplodere quella domanda alle sue spalle.
Girò la testa, rimanendo sempre inginocchiato e vide, a pochi metri da lui, un uomo alto, magro, con il naso affilato sormontato da due occhiali di vecchia fattura, leggermente curve in avanti ad osservare incuriosito la manovra di Gruber.
L’ingegnere si levò in piedi e con due rapidi colpi della mano tolse dai calzoni alcuni frammenti di foglie.
— Avete detto voci? — chiese Gruber.
L’altro, che teneva ancora un libro aperto in mano, fece cenno di sì con la testa mentre chiudeva il testo e indicava col dito il ruscello.
— Mi capita spesso di passare da queste parti ed ho anche io notato lo strano fenomeno acustico.
Parlava con garbo, scegliendo i termini come un uomo colto.
Gruber lo osservava meglio.
Doveva trattarsi di un pastore protestante o di uno studioso o di un maestro di scuola vestito un poco all’antica.
— Mi chiamo Brandanus — disse lo sconosciuto evidentemente avendo notato lo sguardo inquisitore dell’altro. — Geron Brandanus, per essere più esatti. Sono un pastore calvinista. Vivo poco lontano da qui.
Fece un gesto vago per indicare la curva opposta della strada che si perdeva nella vegetazione violetta.
— Sono l’ingegner Gruber del Comune di Aalen.
L’altro sorrise.
— Ora mi spiego perché avete notato anche voi queste strane riflessioni sonore. Bisogna avere spirito aperto e anima di ricercatore per notare particolari del genere e della natura. — Si interruppe un secondo. — Ho notato un certo movimento questa mattina sulla spianata; penso abbiano finalmente deciso di eliminare il pericolo continuo di crolli.
Gruber si trovava più a suo agio in un argomento del genere.
— Proprio così. I ragazzi della scuola, con quella incoscienza caratteristica dei bambini, avevano preso le mura come luogo d’operazione per i loro giochi. I genitori erano spaventati.
— Lo credo bene. Certamente, dopo lo smantellamento, non verranno più a giocare tra i ruderi.
Gruber sorrise:
— Sapete come sono fatti i bambini, quando avremo livellato ed eliminato il lato romantico dell’ambiente, nessuno dei ragazzi troverà più interessante avventurarsi qua sopra.
Il signor Brandanus sospirò:
— Peccato. Era un contrasto piacevole sentire quelle grida gioiose in mezzo a quelle tetre rovine. Voi siete di Aalen?
— No, di Stoccarda.
— Io sono nativo di Aalen; anche tutta la mia famiglia é nativa del luogo. Ora sono rimasto soltanto io e, trovandolo più utile alle mie meditazioni, mi sono ritirato un poco fuori mano.
Fece ancora il gesto vago alle sue spalle.
Gruber domandò:
— Il convento sembra essere molto antico.
— Antichissimo signore. Fu costruito nel 1236 su fondamenta Romane di un campo trincerato. Nel 1300 fu distrutto dai signori di Stoccarda ma ricostruito pochi anni dopo. Poi i cattolici lo misero alle fiamme definitivamente nel 1511. Da allora nessuno più abitò in queste mura e il convento andò rapidamente in rovina.
Gruber accese un’altra sigaretta. Trovava piacevole il conversare del signor Brandanus ma questi, estraendo dal panciotto nero una grossa cipolla antiquata, si affrettò ad aggiungere: — Mi dispiace signore, dover interrompere questo prezioso scambio di idee ma sono costretto ad andare. Ho degli amici che mi attendono.
— Volete che vi accompagni con la macchina?
— Non vi preoccupate, signore; abito a due passi.
Fece un leggero inchino con la testa e si volse.
Gruber lo seguì per un poco quindi anche lui tornò indietro.
La luce, il suono delle voci amiche degli operai, i colpi dei picconi, tolsero subito il velo che gli era disceso sul cuore.
Sentì una strana gioia di vivere pervadergli il sangue.
Affrettò il passo.
Quando fu accanto ad Hoffman, mentre osservava il lavoro di due operai che stavano attaccando con energia un moncone smozzicato, chiese come per caso:
— Quel signor Brandanus che abita qui vicino, che tipo è?
Hoffman girò i suoi occhi chiari verso l’ingegnere e lo osservò incuriosito.
— Brandanus?
— Ma sì; il pastore Calvinista che abita poco lontano da qui.
— Nei pressi non abita alcun pastore Calvinista.
— Forse non lo conosci come tale; fa una vita molto ritirata. Deve avere una casetta di campagna proprio a pochi passi.
— Signore, l’abitazione più vicina, oltre la scuola, è la casa dei Bauer, a tre chilometri da qui. Poi c’è la abitazione dei Manlicker molto più lontana. Non conosco nessun Brandanus che viva da queste parti.
— Ma è nativo di Aalen, - insisté Gruber disorientato, — è l’ultimo rimasto di un’antica famiglia del paese.
Hoffman continuava a scrutare il volto dell’altro con meraviglia soffocata dall’educazione.
— Non ho mai sentito questo nome.
Gruber aprì la bocca, come a voler aggiungere qualcosa, poi sembrò cambiare idea. Girò le spalle e percorse la linea dei lavori senza aggiungere altro.
Dieci minuti dopo ripartiva ma, invece di tornare indietro con la vettura, continuò per la strada, entrò nel valloncello, lo risalì e si trovò nuovamente sulla spianata inondata di luce.
Qui, fino a un lontano casale che biancheggiava tra filari di pioppi, la campagna appariva deserta e squallida perché a pascolo e la falciatura era già avvenuta.
Gruber scese.
Mettendo la mano a visiera sugli occhi, per proteggersi dal barbaglio del sole, scrutò attentamente in tutte le direzioni.
Nessun’altra costruzione era visibile.
La macchia che risaliva dal vallone per un tratto e dilagava sulla spianata per sette od ottocento metri era formata di arbusti troppo bassi per nascondere una abitazione, per quanto piccola potesse essere.
Con un grugnito di incredulità risali sull’auto, fece manovra per girare la macchina e tornò indietro.
Hoffman lo vide passare mentre sollevava una nuvola di polvere gialletta. I suoi occhi chiari lo seguirono a lungo.
CAPITOLO SECONDO
L’ingegner Gruber aveva preso alloggio al « Barile di bronzo » un piccolo Hotel gestito da un Gruther di vaga origine Sassone, comandato a bacchetta dalla prosperosa moglie Ann, dai capelli rossi e la pelle rosata e liscia come quella delle porcelline appena nate.
Gruber non sapeva spiegarsi lo strano agitarsi di sentimenti che era in lui; mentre avrebbe voluto far domande ed interessarsi dell’enigmatico signor Brandanus, che gli aveva mentito con tanta spudoratezza, nello stesso tempo riteneva più opportuno non far cenno ad altri del colloquio avuto nella mattina e fu, quasi con un senso di liberazione, che il giorno dopo, di buon’ora, lasciò il « Barile di Bronzo » e tornò sul luogo dei lavori.
Si attardò più del necessario intorno alle rovine parlando con Hoffman, seguendo il lavoro degli operai.
Ogni tanto lanciava occhiate al Capo operaio e pensava come avrebbe potuto giustificare con lui un’altra passeggiata nel valloncello.
Alla fine disse:
— Vado a prendere un po’ di fresco.
Indicava la macchia d’arbusti alla loro destra. Hoffman non disse nulla, solo i suoi occhi chiari sembrarono scrutare con maggior attenzione il viso dell’ingegnere.
Mentre scendeva per la strada polverosa e sentiva i primi aliti di aria umida investire il suo volto e le sue mani, fu afferrato da un incomprensibile sentimento di timore; si arrestò un attimo perplesso e si volse al gruppo degli operai che lavoravano sotto il sole.
Gli occhi di Hoffman erano su di lui e Gruber riprese il cammino.
Ben presto i rumori del lavoro si affievolirono e scomparvero, ben presto un profondo silenzio regnò intorno.
Egli procedeva ed ascoltava la strana eco cavernosa dei suoi passi. Questa volta il senso di solitudine lo afferrò con più prepotente angoscia e l’ingegnere dovette fermarsi col cuore in tumulto.
Non gli era mai accaduto di subire l’atmosfera d’un luogo con tanta prepotenza.
Fu così, con un senso di sollievo, anche se il rancore occupava il suo animo, che vide il signor Geron Brandanus venir giù per la strada incontro a lui.
Teneva il capo chino su un libro aperto e procedeva a piccoli passi lenti come se leggesse il breviario nel cortile di un convento.
Il lettore fu certamente scosso dalla voce dell’ingegnere, tanto doveva essere assorto nella lettura, perché alzò di scatto la testa.
— Buon giorno signor Brandanus.
— Buon giorno signor Gruber.
Si vennero incontro con una strana aria guardinga.
L’ingegnere continuava:
— Vedo che siete solito venire a leggere in questo luogo solitario.
— Effettivamente lo amo molto per il suo silenzio.
Gruber, fermo, di fronte al pastore Calvinista, aveva un’aria leggermente aggressiva.
— Signor Brandanus, dove abitate effettivamente?
L’altro lo fissò con i suo occhi neri e profondi mentre un tenue sorriso gli sfiorava le labbra.
— Già; ho visto ieri che cercavate la mia casa.
— Bene; non è quindi necessario che aggiunga altro per dimostrarvi come non sia stato gentile da parte vostra prendermi in giro in tal modo.
Seguì un attimo di silenzio; nella pausa il borbottio del ruscello invase come un velo lo spazio intorno.
Poi Brandanus osservò:
— Già; mi rendo conto di non esser stato molto gentile. Sapete a forza di vivere da solo si perde anche l’abitudine alle buone maniere.
Gruber intervenne con un’alzata di spalle.
— Io non vi ho posto alcuna domanda e le vostre informazioni sono state puramente gratuite.
Il pastore ammise con due o tre cenni del capo:
— Effettivamente non posso darvi torto. Dovevo precisare meglio quanto andavo affermando... — fece una pausa. — Ora, d’altro canto non ce ne è più bisogno. Tra poco me ne andrò definitivamente da questo posto. Non che abbia dei sentimenti d’avversione verso i luoghi, tutt’altro, sono talmente abituato al mio piccolo solitario ambiente… Ma vedete, cambiare, qualche volta, è anche necessario.
Gruber lo fissava con diffidenza. Ora aveva l’impressione che l’altro lo prendesse in giro e avrebbe voluto dire, in modo più categorico, il fatto suo al pastore Calvinista.
Ma se ne trattenne. In fondo era molto meglio dimostrare una certa superiore indifferenza e poi, chi non gli diceva che quel tipo non fosse un poco svanito!
Intanto Brandanus estraeva nuovamente la voluminosa cipolla e diceva in fretta.
— Dio; quanto è tardi, signor Gruber debbo salutarvi. Grazie della compagnia.
Così dicendo girò le spalle e si avviò con passo lungo e frettoloso su per la salita sparendo ben presto alla vista di Gruber.
L’ingegnere rimase solo, al centro della strada, mentre la strana, irreale atmosfera del luogo lo avvolgeva a poco a poco nelle sue spire di malessere.
Gruber tornò indietro.
Proprio mentre affrontava l’ultimo tratto di curva e un primo raggio di sole, trafiggendo il fogliame, lo colpiva sugli occhi, udì la voce di Hoffman che lo chiamava:
— Ingegner Gruber!... Ooh… ooh… ingegner Gruber.
Gruber affrettò il passo spinto dall’ansia che era nella voce del capo operaio. Lo trovò che gli veniva incontro, saltando tra i massi di ruderi.
Hoffman si fermò ansimando.
— Ingegnere, venite a vedere; é strano.
— Cosa?
— Sembra che abbiamo trovato del vuoto sotto un muro.
Gruber cominciò a brontolare. Se c’era effettivamente qualche vano sotterraneo l’Intendenza ai Monumenti sarebbe subito intervenuta ed avrebbe fatto sospendere i lavori.
Si avvicinò al gruppo di operai che erano raccolti in un punto incassato tra tre frammenti di muro disposti ad angolo come a formare una parte d’ambiente.
Hoffman prese un piccone e lo batté sul terreno.
Un sordo rimbombo rispose.
— Bisogna fare attenzione; — osservò Gruber, — c’è rischio di precipitare in qualche voragine. Il terreno batte a vuoto in tutti i punti?
— No, comincia da qui. — Disse un operaio indicando col piede.
— Allora da qui iniziamo lo scavo.
Tre operai afferrarono i picconi e cominciarono a colpire alacremente il suolo composto di mattoni a spina di pesce come un pavimento.
Passarono alcuni minuti poi il piccone di uno degli operai affondò in maniera innaturale.
— Ci siamo. —disse questi.
Gruber ordinò:
— Allargate con cautela il foro tenendovi indietro.
Trascorsero altri minuti di sbuffamenti e di colpi sordi, poi un largo pezzo franò e al suo posto apparve un foro nero, irregolare, dell’ampiezza di circa trenta centimetri.
Gruber si mise in ginocchio e avvicinò il viso all’apertura.
Un’aria pesante, fetida, saliva verso di lui.
— Avete una lampada tascabile? — chiese.
Hoffman gliene porse una. Gli operai interessati avevano sospeso ogni attività e si erano affollati intorno all’ingegnere.
Gruber inviò il fascio nell’interno del foro e cercò di guardare.
La lampada tracciava un cerchio giallastro su quello che doveva essere un lontano pavimento.
Più di questo non si riusciva a scorgere per il momento.
Hoffman disse:
— Gli operai sono convinti che sia la stanza del tesoro. C’è una leggenda del luogo che parla di un tesoro nel convento di Pilkim.
Gruber alzò le spalle.
— Tesoro un accidente. Qui dovremo sospendere i lavori.
Ad ogni modo dette ordine di allargare ancora la apertura e, ben presto, questa divenne ampia più di un metro.
Allora, con una corda, dopo aver controllato che non esistessero esalazioni venefiche di qualsiasi genere nell’interno del vasto locale sottostante, un giovane operaio fu calato nell’interno.
— Sono arrivato. — Gridò una voce roboante dal basso mentre la corda allentava la sua tensione.
Gruber, sporgendosi sull’abisso, vedeva il fascio della lampada.
— Cosa distingui?
— Ben poco; abbiamo alzato un gran polverone con quei calcinacci e qui sembra d’essere nella nebbia... un momento. Ci sono delle tombe.
— Tombe?
— Sì, sono dei sarcofaghi in fila.
— Aspetta, scendo anche io. — Disse Gruber e si fece legare un’altra corda alla vita.
Poco dopo, con la gola irritata dal polverio che era in gran copia nell’aria, toccò il fondo anche lui.
Vedeva il fascio della lampada dell’altro più avanti.
Fece luce con la sua torcia elettrica e raggiunse l’operaio.
Davanti a loro erano allineate, quasi in fondo al locale vasto, ma non così tanto come sembrava da sopra, quattro tombe di marmo in perfetto stato e Gruber si chinò a leggere i nomi incisi sulle fiancate.
Certamente doveva trattarsi di priori del convento.
Ma si fermò interdetto quando, sull’ultimo sarcofago di sinistra, lesse un nome: Geron Brandanus, scritto in caratteri gotici.
— Accidenti! — disse.
L’operaio al suo fianco interpretò in maniera differente l’esclamazione.
— Vi siete fatto male, Ingegnere?
— Sì… ho battuto uno stinco...
— Che facciamo, ingegnere, andiamo avanti?
— La stanza sembra non aver uscite. Torniamo di sopra e avvertiamo il Sindaco di Aalen. Deciderà lui.
Quando risalirono alla superficie, Hoffman studiò il volto pallido dell’ingegnere, mentre questi, per darsi un contegno, ordinava:
— Lasciamo un operaio di guardia qui, questa notte, perché nessuno vada a manomettere le tombe alla ricerca di tesori. Sospendiamo momentaneamente i lavori.
Tornò accanto alla macchina mentre la sua faccia preoccupata mostrava anche tracce di timore.
Ciò che gli era accaduto era veramente incomprensibile, per una mente razionale come la sua, né poteva accusare la sua mente di stanchezza o di visioni perché non si era mai sentito meglio.
Si allontanò dal luogo dei lavori e, ben presto fu davanti al Sindaco di Aalen, un bel vecchio di grandi dimensioni, che gestiva il più avviato negozio di merceria del paese.
Il signor Tenker ascoltò il racconto appoggiando la pancia al banco di vendita; Gruber non fece cenno al suo incontro con lo strano tipo di lettore nel valloncello.
Tenker sembrava soddisfatto di una scoperta del genere.
— L’ho sempre detto che quei ruderi nascondevano qualcosa.
Volle che l’ingegnere lo accompagnasse alle rovine del Convento e rinunciò alla discesa nell’interno della stanza sotterranea soltanto a causa della sua mole.
Preferì sostituire la sorveglianza d’un operaio con quella del poliziotto del Paese che avrebbe fatto turno con la guardia Forestale.
— Sapete; — diceva, mentre riempiva i due terzi della voltz‐wagen di Gruber. Qui c’è un poco la mania dei tesori. Sarebbero capaci di manomettere le tombe per la loro smania.
Gruber era taciturno.
Avrebbe voluto confidarsi con qualcuno ma aveva timore che potessero prenderlo in giro e dargli del visionario.
Solo domandò:
— Esiste una famiglia Brandanus ad Aalen?
— Brandanus, Brandanus? Non mi sembra. Anzi quasi certamente no.
— È esistita, allora.
— Dovremmo chiederlo a Padre Giuseppe, lui sa tutto della storia di Aalen.
Gruber decise che, la sera stessa, avrebbe parlato con il pastore protestante di Aalen che viveva nei pressi del cimitero, in un piccolo fabbricato aggiunto alla chiesetta, proprio sul retro.
CAPITOLO TERZO
Enrich Baumann procedeva nella notte ventosa stringendo al corpo, raggelato dalle raffiche, l’impermeabile.
Certo non era stata una soluzione molto brillante quella che aveva affrontato Baumann qualche ora prima. Rubare un impermeabile di dosso ad un individuo era come tracciare una linea retta sulla carta geografica per indicare la direzione della caccia che doveva continuare la Polizia.
Ma per quanto fosse giugno egli aveva freddo.
Ciò poteva dipendere da vari fattori: denutrizione, nervosismo, malattia. E quest’ultima era indubbiamente, per un uomo nelle sue condizioni, la forma più grave di stato fisico.
Per questo Baumann non aveva fatto alcun calcolo mentale quando aveva incontrato quel tipo sotto la pioggia e gli aveva strappato di dosso l’impermeabile dopo averlo intimidito con atroci minacce.
Il tempo, infatti, che si era mantenuto sereno per diversi giorni, proprio allora, nelle prime ore del pomeriggio, si era annuvolato e una fitta pioggia era incominciata a cadere.
L’aria aveva subito abbassato la temperatura e Baumann aveva freddo.
Baumann avanzava contro vento, schiaffeggiato dalla pioggia a raffiche, quasi soffocato dalla tosse che lo sconvolgeva ogni tanto.
Procedeva per luoghi che non conosceva e che non aveva mai visto e rimpiangeva il tepore fetido del vagone bestiame in cui era stato rintanato negli ultimi due giorni.
Ma anche da qui aveva dovuto fuggire.
La Polizia aveva stretto il cerchio intorno a lui.
D’improvviso vide un bagliore; sembrava provenisse da un altro mondo.
Si arrestò interdetto perché il suo primo pensiero era andato ad un fuoco e, dove esisteva un fuoco, specialmente quando questo non era naturale come l’incendio d’una foresta, c’erano anche uomini.
Per lui la presenza di uomini significava la rovina.
Si acquattò dietro un cespuglio ed attese qualche secondo per rendersi conto dell’effettiva origine di quel fenomeno luminoso.
Guardando meglio poteva distinguere delle ombre nere immobili, come macerie, tratti di muro in costruzione o cadenti, e una vaga ombra mobile, più piccola, che non poteva essere altro che quella di un uomo.
Cosa faceva lì, un essere umano a quell’ora ed in una notte così tempestosa?
Che la polizia avesse già seguito le sue tracce sino a tal punto da creare torno torno alla zona una cintura di vedette per sorprenderlo?
Come tutti i cani braccati era deciso ad azzannare e ferire. Per questo mise la mano in tasca ed impugnò il calcio della rivoltella.
Scivolò un poco avanti, come un lupo attratto dal focolare degli uomini, dal suo tepore, dall’odore del cibo, e pronto a scattare nella lotta furibonda.
Aveva bisogno di caldo, di riposo e nello stesso tempo era pronto alla lotta disperata e senza speranze.
Se invece di un poliziotto si fosse trattato di un pastore la cosa sarebbe stata diversa; avrebbe raccontato una storia qualsiasi e si sarebbe attardato un poco accanto al fuoco per asciugarsi.
Così, carponi, veniva avanti.
Aveva colto nel segno, nel suo giudizio: le ombre immobili erano proprio frammenti di muro ma non in costruzione. Doveva trattarsi di ruderi antichi e proprio al centro, in una specie di grotta ricavata da un arco, c’era uomo vagamente illuminato dai bagliori del fuoco.
Era un poliziotto in divisa.
Baumann bestemmiò tra se e, per un attimo, maledì la sua incoscienza nel volersi procurare un impermeabile a tutti i costi.
Ma il suo cervello lavorava in fretta.
Possibile che avessero sguinzagliato un solo poliziotto? Di solito li facevano uscire in pattuglia, come minimo composta da due militari.
Probabilmente l’altro era addormentato in qualche posto non visibile dal suo punto d’osservazione; probabilmente si era allontanato e sarebbe tornato ben presto.
Fu in quel momento che, senza alcun preavviso, perché certamente i rumori erano stati coperti dal sibilare del vento e dal rumore della pioggia, sentì dietro di se una voce tranquilla:
— Mi sembrate bagnato come un pulcino, giovanotto.
Baumann si girò di scatto mentre la rivoltella, uscita dalla tasca, dirigeva verso la sorgente sonora rappresentata da un signore vestito di scuro, che, coperto da un impermeabile grondante, gettato sulle spalle e sulla testa, lo stava osservando da dietro gli occhiali.
— Che volete?
Il signore dette un’occhiata beffarda alla rivoltella.
— Siete talmente spaventato, amico mio, che girate armato per queste tranquille campagne?
— Chi siete? — chiese Baumann ed aveva la voce roca perché stava per essere assalito da un attacco di tosse.
— Mi chiamo Brandanus, Geron Brandanus; per caso passavo da queste parti, ed ho visto voi. Voglio essere esatto, il mio passaggio casuale era solo in questo punto, effettivamente avrei dovuto percorrere la strada ma era mia intenzione di andare a scambiare quattro chiacchiere con il poliziotto di guardia al tesoro.
— Tesoro?
Baumann guardava di sotto in su lo strano individuo illuminato dai lontani riflessi del fuoco e non sapeva se giudicarlo un matto o una persona normale.
— Tesoro? — ripeté.
— Già, giovanotto, non sapete la novità? Eppure io ero convinto che vi trovaste qui proprio per svolgere delle ricerche private.
Dunque quel poliziotto non era lì per lui ma per una strana faccenda di un tesoro. Si alzò in piedi e rimise la rivoltella nella tasca dell’impermeabile.
— Non cercavo alcun tesoro. Mi sono trovato a passare di qua e mi sono meravigliato della presenza di gente in questi luoghi.
Fece un gesto vago come ad indicare che era pratico della zona.
Brandanus ridacchiò divertito.
— Non me la date ad intendere giovanotto; anche io sono incuriosito dalla storia del tesoro. Avviciniamoci insieme e cerchiamo di avere notizie più esatte dal guardiano.
Baumann ebbe un attimo d’esitazione.
— Come avete detto di chiamarvi?
— Brandanus, Geron Brandanus. Sono un pastore Calvinista.
Non poteva essere un poliziotto; né con un nome del genere, né vestito in quella maniera.
— Bene, andiamo a sentire.
Il pastore avanzò tra le pietre e continuò:
— Sono contento che possiate anche voi avvicinarvi ad un fuoco. Credo che tutti e due se ne abbia bisogno. Lo ammetto che non è la notte ideale per andare a cercare tesori. O, forse sì, chissà.
Baumann seguiva l’ombra alta e, ben presto risuonò una voce.
— Chi va là?
— Amici, amici, signor Kauffman... possiamo avvicinarci?
— Venite avanti, ma mettetevi nella luce del fuoco.
La voce gentile del pastore riprendeva:
— Siete sospettoso, signor Kauffman, volevamo solamente avere notizie da voi sulla storia del tesoro...
Baumann udì un grugnito e, sporgendo la testa, vide che il poliziotto stringeva nella mano la pistola di ordinanza.
— Fermatevi lì; voglio vedervi in faccia.
— Guardate pure — diceva Brandanus — siamo onesti cittadini in cerca di emozioni.
— Proprio con questa notte?
— E’ la notte delle scoperte, purtroppo.
Il Poliziotto continuava a grugnire ma sembrava rassicurato.
— Siete bagnati; io domando e dico se a della gente debbono venire in testa idee del genere. Io, che sono obbligato a fare la guardia qui, me ne andrei volentieri a casa e voi, benedetti, ve ne andate in giro per provare emozioni.
Brandanus e Baumann vennero avanti e si fermarono accanto al fuoco mentre l’agente continuava a studiarli. Si rivolse al Pastore Calvinista che sembrava il più dabbene.
— Venite da Aalen?
— No, da Krung, a pochi chilometri da Stoccarda.
— Già fin lì è arrivata la notizia?
— E più oltre, signor Kauffmann.
— Come fate a sapere il mio nome?
— Me lo ha detto il Sindaco, il signor Tenker. Vedete io sono un appassionato archeologo e dove c’è il segnale di una scoperta ecco che appaio come un’ombra scaturita dalla terra.
Sogghignò per la similitudine e tolse l’impermeabile dalle spalle perché lì, sotto la volta dell’arco, accanto al fuoco, non pioveva e faceva caldo.
Il Poliziotto indicò Baumann che continuava a tenere il bavero alzato, le mani infilate nelle tasche ed era agitato da brividi di freddo.
— E il signore?
— E’ il mio assistente.
— Mi sembra non stia troppo bene in salute.
Brandanus alzò le braccia al cielo.
— Ah, benedetta gioventù, quanto sei debole a volte.
Il Poliziotto prese per un braccio Baumann che si irrigidì sotto la stretta.
— Venite qui, signore, mettetevi bene accanto al fuoco. Ho l’impressione che vi verrà una bella febbre.
Baumann sedette su una pietra levigata dalle intemperie e rimase a fissare il fuoco con aria assente.
— Improvvisamente tutta 1a stanchezza era esplosa in lui travolgente e non riusciva più a fare un gesto. Il tepore lo avvolgeva come in un bozzolo di seta e il torpore, la sonnolenza, lo assalivano.
Comprese che stava per abbandonarsi pericolosamente e fece uno sforzo per reagire.
Brandanus si era anche lui seduto su un frammento di muro.
— Pensate, Kauffman, sono un tale appassionato di ricerche archeologiche che non mi ha nemmeno fermato la notizia che, nella zona, girava un pericoloso assassino braccato dalla Polizia.
Il Poliziotto gettò altri pezzi di legna sul fuoco mentre chiedeva:
— Parlate di quel Baumann, l’individuo che ha strangolato quella giovane donna a Stoccarda?
— Proprio di lui. È stato segnalato nella zona.
— Questo non lo sapevo.
Baumann aveva girato lentamente la testa verso i due ed osservava il viso di profilo di Brandanus. O quel tizio era un gran dritto o era un ingenuo. Doveva stare bene attento.
Il pastore calvinista continuava:
— Ho detto al mio assistente: prendi la pistola. E sono partito lo stesso.
Kauffmann agitò la testa scoraggiato.
— Senti, senti; un signore come lei che va in giro in una notte del genere per sentire storie fantastiche di tesori. Perché poi, io sono convinto, tutto finirà in una bolla di sapone.
Brandanus si curvò in avanti e stese le mani lunghe e sottili verso la fiamma.
— Ma ditemi, ditemi, di cosa si tratta, con precisione. Il Sindaco non ha saputo spiegarmi molto bene.
— Hanno trovato quattro tombe.
— Vuote?
— Non si sa ancora, deve venire domani mattina il Colonnello Von Kempelen. È lui incaricato della conservazione dei monumenti della zona. Allora apriranno le tombe e si vedrà.
— Strano, molto strano davvero.
Gli occhi febbricitanti di Baumann seguivano i due ed ora guardavano meravigliati la mano destra di Brandanus che si avvicinava lentamente alla rivoltella del poliziotto, abbandonata da questi sul muricciolo di mattoni.
Il movimento sembrava casuale, ma Baumann aveva i nervi tesi all’estremo e non ammetteva alcuna distrazione.
La mano bianca, ben chiara per i riflessi, sul nero dei mattoni ammuffiti, si spostava lentamente. Ora era a non più di trenta centimetri dall’arma. Ora a venticinque.
— Vedete, signor Kauffman, sono certo che la scoperta, anche se non si tratterà di un vero e proprio tesoro, come intendono la maggior parte, avrà un grande valore.
— Credete davvero?
Il Poliziotto sembrava lieto di trascorrere delle ore notturne in così piacevole compagnia.
La mano di Brandanus era a dieci centimetri dalla pistola d’ordinanza. Baumann aveva nuovamente infilato la mano in tasca ed impugnava nervosamente la sua pistola.
— Pensate! Quattro tombe nel convento di Pilkim… oh, accidenti.
Aveva gettato un grido.
La mano aveva urtato la pistola del poliziotto che era caduta in terra, ma la voce di Brandanus aveva coperto il colpo.
— Che avete? — chiedeva il poliziotto.
Brandanus si grattava energicamente una guancia.
— Una favilla; una semplice favilla. Mi ha preso all’improvviso.
Baumann vedeva l’arma di Kauffmann dietro al muricciolo, in terra, e, meravigliato, attendeva gli sviluppi della situazione.
CAPITOLO QUARTO
Seguì una lunga pausa di silenzio mentre il signor Brandanus continuava a grattarsi energicamente la guancia.
Baumann non capiva le intenzioni di quello strano tipo e cominciava ad avere paura.
Il pastore Calvinista sospirò e riprese:
— Può essere una scoperta veramente interessante, credete a me. Ma, ora, passando ad un altro argomento, veramente non sapevate che Baumann, l’assassino della giovane Glenda, è stato segnalato nella zona?
Il Poliziotto scosse la testa e con un ramo mosse la brace del fuoco.
— Probabilmente la notizia è giunta quando io avevo già preso la strada per questo maledetto posto.
— Così, se dovesse presentarsi davanti a noi, il feroce Baumann, voi sareste preso alla sprovvista.
— Fino ad un certo punto, signore, — disse il poliziotto con aria commiserevole. — Avete visto come vi ho accolti.
— Questo è vero. Ma Baumann potrebbe presentarsi a voi e dirvi: sono il tal dei tali e voi ci credereste.
Kauffman prima di rispondere meditò un istante.
— Forse sì, come in fondo ho creduto a voi. Uno di voi due potrebbe essere benissimo Baumann e io ci sarei cascato.
Rise di cuore, rovesciando indietro la testa.
Brandanus si unì con un sogghigno che fece rabbrividire Baumann.
Questi aveva nuovamente afferrato la sua rivoltella. Il modo di comportarsi del pastore Calvinista gli diventava di minuto in minuto più incomprensibile.
Il Poliziotto, essendo riuscito a dominare il riso, continuava:
— Baumann viaggia solo. Questa é la cosa più importante.
— Ma lungo la strada potrebbe aver incontrato un amico ed essersi unito a lui.
Kauffmann alzò le spalle.
— Quella gente non ha amici; tranne il diavolo.
— E se avesse incontrato il diavolo?
Il poliziotto dette un’occhiata a Brandanus per vedere se parlasse sul serio; scorse il risolino sarcastico sulle labbra sottili dell’altro e alzò ancora le spalle.
— Volete prendervi gioco di me, signore?
— Affatto; voglio solo mostrarvi come sia precaria la vostra posizione in una situazione del genere e come il Governo non vi paghi abbastanza per i pericoli che correte.
— Oh, quanto a questo, signore, avete ragione, mille volte ragione.
Fece ondeggiare la testa a destra e sinistra per un paio di secondi prima di riprendere con tono polemico.
— Nessuno pensa ai pericoli ed ai sacrifici ai quali andiamo incontro giornalmente. Tutti credono che noi si faccia la vita comoda perché abbiamo la legge dalla parte nostra. Ecco, voi, avete messo il dito sulla piaga. Ammettiamo, per esempio, che Baumann capiti qui. Cosa dovrei fare? Il dovere mi obbliga di cercare di arrestarlo. E voi credete che un tipo come lui, che sta tenendo in scacco la Polizia di mezza Germania, si faccia mettere il sale sulla coda come un uccellino?
Sbuffò; gettò dell’altra legna sul fuoco.
— Probabilmente ci lascerei la pelle e con quale risultato? Che domani mia moglie ed i miei figli avrebbero quattro soldi di pensione buoni tutto al più per comprare un paio di scarpe ogni sei mesi ad un componente la famiglia.
— E se riusciste ad arrestarlo?
— Beh, mi darebbero una gratifica, la taglia, e poi avrei sicuramente una promozione.
Brandanus sembrò meditare.
— Eh! Quindi, per voi, arrestare Baumann diventerebbe un vero e proprio affare.
— Certamente.
Al di là della cortina di luce, stesa dal fuoco, l’assassino fissava i due intenti a parlare. La pausa che seguì lo rese nervoso.
L’affilato profilo di Brandanus era ora rivolto alla fiamma.
— E se io vi dicessi che quel signore con l’impermeabile chiaro, seduto poco lontano, è proprio Braumann?
— Kauffmann girò lentamente la testa nella direzione dell’assassino e i suoi occhi si incontrarono con quelli febbricitanti dell’altro.
— Beh... volete forse dire...
— Che sono stato costretto a mentirvi perché mi ha minacciato con la rivoltella...
Il Poliziotto vide la mano di Baumann uscire armata dalla tasca e scattò in piedi.
— Fermi lì. ‐ Disse il fuggiasco.
Kauffmann era pallido. Ora sudava e perline lucide gli brillavano sulla fronte. Baumann continuava:
— Non capisco il vostro giuoco, signor Brandanus; certamente siete un po’ tocco. Ora vi intontirò e me ne andrò per i fatti miei.
Ma Brandanus con un grido si alzò e cominciò a correre verso la zona d’ombra.
— Fermatevi. — Gridò rauco Baumann.
L’altro, agitando le braccia, sopra la testa, continuava la sua corsa. Baumann sparò due volte.
Brandanus si abbatté in terra con un urlo.
Contemporaneamente Kauffmann, approfittando della momentanea distrazione di Baumann, tentò di balzargli addosso. Purtroppo il fuggiasco fu più pronto di lui e la sua rivoltella lampeggiò ancora due volte.
Il Poliziotto, trascinato dallo slancio, andò a cadere ai piedi dell’assassino, che aveva fatto due passi indietro.
Dopo il fragore degli spari, regnò nuovamente il silenzio e il crepitio del fuoco e lo sfrigolio di qualche goccia che colpiva la brace furono gli unici suoni.
Baumann con lo sguardo torvo osservava la figura del Poliziotto nella polvere. Poi alzò la testa di scatto.
Una risatina chioccia veniva dal buio.
Un brivido di terrore percorse la schiena dell’assassino quando vide la nera figura di Brandanus alzarsi lentamente.
II volto affilato di lui sogghignava soddisfatto.
— Bel lavoro, Baumann.
— Ehi, dico, non siete ferito?
— Siete un ottimo tiratore; sapevo che non mi avreste colpito.
Baumann socchiuse gli occhi. La sua mente sconvolta dalla febbre sembrava vacillasse.
— Che state dicendo...
Brandanus, sempre sogghignando, venne verso il fuoco. Strofinava le mani l’una contro l’altra con aria soddisfatta.
— Sapevo che avreste capito, che avreste fatto finta di uccidermi per costringere il poliziotto a reagire e quindi abbatterlo.
— Siete pazzo. — Balbettò l’assassino.
Brandanus mostrò un’aria sorpresa.
— Non vorreste fare il furbo con me adesso e dirmi che non è anche vostro interesse dare un’occhiata a questo famoso tesoro.
Baumann passò la lingua sulle labbra secche poi alzò le spalle.
— Cosa volete che mi importi del tesoro.
Brandanus fece ancora un passo avanti e la luce della fiamma, illuminandolo dal basso, metteva sul suo volto delle ombre vaganti diaboliche.
— Amico, perché credo che possa chiamarvi cosi ormai, pensate che vi sto salvando la vita. Pensate che se esiste veramente questo tesoro, voi avrete i mezzi per andarvene tranquillamente... guardate!
Stendeva il braccio e, nel palmo della mano, brillava una luccicante moneta d’oro. Baumann si chinò ad osservare con cupidigia.
Effettivamente aveva un estremo bisogno di denaro.
Alzò gli occhi a fissare quelli cupi e fondi dell’altro.
— Perché fate questo?
— Per aiutarvi ad uscire dagli impicci.
Il fuggiasco fece una smorfia e domandò:
— Chi siete, veramente, voi? Non mi sembrate un gran che di buono.
— Sono uno che ha molto interesse a mettere le mani sull’eventuale tesoro nascosto qui sotto i nostri piedi. Vogliamo trattare? Io non posso agire da solo. Ho effettivamente bisogno di aiuto e voi mi sembrate la persona adatta.
Baumann cercava di concentrare le idee nella mente sconvolta dal delirio che lo assaliva poco a poco.
Era consapevole della sua debolezza e non sapeva di quale aiuto avrebbe effettivamente potuto essere per quel farabutto. Gli sembrava proprio il tipo adatto a servirsi di lui fin quando gli poteva far comodo per poi eliminarlo tranquillamente al momento opportuno.
Decise di accettare e tener bene gli occhi aperti.
Si chinò e raccolse la rivoltella di Kauffmann che infilò nella cintura dei pantaloni.
— Va bene, andiamo.
Brandanus si diresse ad un punto tra i ruderi ed estrasse una lampada tascabile. Con questa illuminò il foro, nel buio del quale scompariva la corda che era stata usata al mattino.
Baumann ispezionò con lo sguardo diffidente ogni particolare poi ordinò:
— Datemi la torcia. Calatevi per primo, io scenderò per secondo.
Il Pastore Calvinista non fece obiezioni e si calò nella gola nera nella quale scomparve ben presto.
Baumann udì, dopo brevi istanti, la voce dell’altro salire dalla voragine.
— Sono arrivato, potete calarvi.
— Fatevi vedere nel cono di luce della lampada.
L’assassino frugò con il fascio luminoso nel vano sottostante e vide brillare gli occhi di Brandanus rivolti verso l’alto.
— Non muovetevi di lì; — grido Baumann.
— State tranquillo. — Gli rispose la voce cavernosa.
Baumann, per quanto si sentisse tremendamente debole, tuttavia si afferrò alla corda e, dopo aver messo nuovamente la pistola e la lampada elettrica in tasca, cominciò a scivolare verso la voragine.
Toccò terra dopo qualche secondo.
Subito fece lume e impugnò la rivoltella.
Vide la scura, alta, figura di Brandanus, a pochi passi da lui. Un sorriso divertito e soddisfatto era sul suo volto.
— Il luogo sembra tetro ma, anticamente, era la cripta dove venivano tumulati i personaggi più importanti del convento.
La sua voce, ritrasmessa dalle pareti, assumeva una tonalità da cattedrale. Baumann fece scivolare il cono di luce in un lento giro ispettivo sulle pareti. Fermò il raggio quando apparvero i quattro bianchi sarcofaghi di marmo.
— Voi credete che lì dentro possa esserci un tesoro?
— Ne sono certo, amico.
Baumann avanzò verso il fondo dell’ambiente mentre Brandanus, al suo fianco, continuava a parlare con tono professionale.
— Qui ci troviamo nelle fondamenta Romane. La cripta è stata ricavata costruendo sopra una parte già esistente.
La lampada di Baumann passava da un sarcofago all’altro. Improvvisamente l’assassino cacciò un’imprecazione:
Indicava la scritta sul quarto sarcofago a sinistra.
Brandanus ridacchiò:
— E’ un mio lontano antenato. Per questo sono così sicuro dell’esistenza del tesoro. Possiedo carte, tramandate di padre in figlio, che lo confermano. Ora conviene accendere una torcia e metterci al lavoro.
Da sotto l’impermeabile, che sembrava un vero e proprio arsenale, estrasse una torcia di resina, due grossi scalpelli e un martello.
Poco dopo la luce incerta della fiamma proiettava sulle pareti le colossali ombre fantomatiche dei due uomini.
— Cosa dobbiamo fare? — chiese Baumann con voce incerta.
— Dobbiamo togliere il coperchio della tomba del mio antenato e forse anche delle altre.
L’assassino prese uno degli scalpelli che l’altro gli porgeva, infilò nuovamente arma e lampada elettrica in tasca e cominciò ad intaccare la connessura del coperchio di marmo col basamento.
Dall’altra parte del sarcofago, in silenzio e con grande impegno, lavorava Brandanus. I rumori erano ingigantiti dagli echi.
Brandanus osservò:
— Credo che il lavoro sarà più lungo di quanto credessi.
Braumann grugnì senza alzare la testa. Anche lui era stato man mano afferrato dall’ansia della scoperta.
Brandanus riprese:
— Perché avete ucciso, Baumann?
L’altro alzò un attimo la testa e i loro sguardi si incontrarono al di sopra del coperchio di marmo.
— Non lo so nemmeno io.
— Vi piaceva la ragazza, vero? — sogghignò Brandanus.
Gli occhi torvi di Baumann, nuovamente intenti al lavoro, luccicarono nella penombra.
— Sì. — Disse con voce roca.
— La seguivate da molto tempo?
— Da settimane.
— E non avevate mai provato a parlarle?
— Le donne mi fanno paura.
— Capisco. Solo violentandola potevate vincere la vostra paura.
Baumann alzò nuovamente lo sguardo e disse beffardo:
— Proprio così. Non posso sopportare il disprezzo femminile. Se avesse detto una sola parola sarei fuggito. Così l’ho afferrata per le spalle e l’ho uccisa.
— Che impressione fa amare una morta?
L’assassino arrestò il lavoro e passò una mano sulla fronte coperta di sudore.
— Perché vi interessano tutte queste notizie?
— Mi interessa tutto ciò che è animo umano. Sono studioso della psiche e quella dei sadici in particolare ha per me dei profondi motivi di studio, di analisi.
Baumann tornò a chinarsi sul sarcofago e non disse altro.
Brandanus ad un certo momento sospirò:
— Sono riuscito ad infilare lo scalpello e voi?
— Datemi un istante il martello.
I colpi sordi sembrarono far tremare la volta. Poi Baumann mormorò:
— Ci sono riuscito anche io.
— Bene, ora facciamo leva insieme, adagio.
Bauman era convinto di dover fare un gran sforzo invece il coperchio scivolò via con grande facilità.
Man mano si spostava appariva il vano interno, fiocamente illuminato dalla tremolante luce della torcia, ma questo vano era vuoto.
Baumann ebbe un’esclamazione di stupore.
— Ma qui non c’è nessun cadavere.
— Lo so — disse la voce secca di Brandanus e Baumann, alzando la testa, incontrò gli sguardi lucenti, carichi di riflessi del Pastore Calvinista che sembrava particolarmente divertito della situazione.
CAPITOLO QUINTO
Seguì un lungo silenzio.
Poi Baumann, con un ultima spinta fece cadere il coperchio in terra. La tomba era completamente vuota tranne che per un rotolo di carte, tenute strette da un nastro nero, abbandonato nell’angolo estremo del sarcofago, lì dove avrebbe dovuto essere la testa del morto.
L’assassino allungò la mano verso quel rotolo di carte ma la voce scattante di Brandanus fermò il suo movimento.
— Non toccate! Non toccate!
Il tono acuto sembrava quello di un isterico.
— Perché? Potrebbero esserci delle notizie interessanti.
— Niente che vi possa riguardare.
— Ma il tesoro, sì.
— Nemmeno.
Baumann si volse inferocito verso il pastore.
— Che scherzi sono questi, signor Brandanus? Volete cambiare le carte in tavola, adesso? Guardate che io sono armato e voi no.
L’altro, calmatosi, ebbe un sogghigno.
— Non arrabbiatevi, Baumann. Sono molto scosso nel vedere il luogo dove avrebbe dovuto essere sepolto il mio antenato. Trovarlo vuoto mi ha messo in agitazione.
L’assassino alzò le spalle.
— Delle vostre commozioni, signor Brandanus, non me ne importa un accidente. Io voglio questo benedetto tesoro che voi dite esista in questo sarcofago.
L’altro ebbe un movimento annoiato.
— Siete un uomo frettoloso, Baumann. Cercate di controllarvi. Il tesoro è nel doppio fondo del sarcofago. Ora io entrerò e vedrete che, cercando, troverò la parte che si muove.
— State fuori; non muovetevi. La cercherò io.
— Come volete — disse Brandanus.
Baumann si infilò nella tomba scavalcando il fianco di marmo, mettendosi ginocchioni nell’interno. Con la leva frugava sul piano di marmo del fondo.
La faccia carica d’ombre vaganti di Brandanus si sporse a seguire il lavoro dell’altro.
— Volete un consiglio, signor Baumann, appoggiate l’orecchio al fondo del sarcofago mentre io batterò all’esterno. Mi avvertirete quando sentirete battere a vuoto.
L’assassino grugnì. Si distese meglio nel sarcofago ed incollò l’orecchio al marmo freddo.
Ancora non sentiva i colpi. Attendeva.
Ora udiva un fruscio e il sarcofago sembrava scosso da un leggero tremito. Storse la testa e guardò in su.
Per un attimo rimase a guardare lo strano fenomeno, poi capì e si voltò come una bestia ferita.
Rimaneva ben poco spazio tra il coperchio del sarcofago e l’ultimo lato.
Le mani di Baumann si afferrarono al bordo di marmo e, con un guizzo si tirò su. Sentì il pesante coperchio premergli contro le costole e la sua bocca si aprì in un urlo disperato.
Brandanus, che spingeva con molta convinzione, dalla parte opposta, al grido si arrestò e fissò la sua vittima.
I suoi occhi brillavano.
Baumann, incastrato tra il coperchio e la parete della tomba, con gli occhi fuori dalle orbite, fissava il suo nemico.
— Cosa... cosa volete fare? — chiese con voce rotta.
— Farvi riposare in eterno, Baumann.
L’altro, ad ogni parola, prendeva ampie boccate d’aria come se stesse per soffocare.
— Perché?... Perché?...
— E’ una cosa lunga spiegarvelo, ma anche voi avete diritto a sapere. In fondo siete voi che prendete il mio posto.
— Il vostro... posto?
— Sì amico mio. Non potevo allontanarmi da questi luoghi se il corpo di un uomo non avesse riposato, anche per breve tempo, nella mia tomba. La mia storia è lunga ed è tutta narrata lì, in quel rotolo di pergamena che avete con voi.
Baumann non si rendeva conto come mai, ora, il sarcofago fosse così pesante. Tentava di spostarlo ma non riusciva a muoverlo nemmeno di un millimetro.
Si umettò le labbra.
— Sentite, Brandanus, io credo che voi siate un poco pazzo. Come fate a credere a delle baggianate del genere?
— Non sono baggianate.
— Sentite, fatemi uscire e vi farò dire tante di quelle messe...
— Dove, Baumann? In prigione? Non crederete di riuscire a sfuggire alla giustizia, dopo il tremendo delitto che avete commesso.
Brandanus, mentre parlava, si riappoggiò al coperchio e ricominciò a spingere. La pressione contro le costole di Baumann aumentava. Il disgraziato boccheggiava.
— Brandanus... Brandanus... Dio mio.
— Non potete invocarlo. — Ghignò l’altro.
— Datemi ancora qualche minuto. Voglio.. discutere con voi.
Il pastore Calvinista estrasse la grossa cipolla.
— Non posso discutere. Tra pochi istanti verranno i miei colleghi e dovrò andarmene con loro.
— Sentite, Brandanus, comprendo che voi siete uno spirito dannato, anche io sarò dannato se morirò così.
L’altro scosse la testa.
— E’ proprio questo il grande favore che vi faccio. Perché la sofferenza della vostra morte sarà l’espiazione per i vostri delitti. Tornerete senza peccato, dopo la morte atroce, ma è necessario che sia così, per voi.
Si appoggiò al coperchio di marmo ma Baumann cominciò a gridare come un ossesso.
— Brandanus, Brandanus, fermatevi. Non potete farlo. Abbiate pietà di me, abbiate pietà di una povera creatura.
Il pastore Calvinista lo guardò con un’occhiata carica di disprezzo.
— Se fossi in voi non mi lamenterei tanto. Accetterei la situazione. Anzi dovreste ringraziarmi per il fatto che vi metta nelle condizioni di espiare in breve tempo i vostri peccati.
L’altro roteava gli occhi.
Poi fissò un punto in fondo allo stanzone. Anche Brandanus si volse.
Dal muro sorgevano delle bianche figure: due, tre, quattro. Scaturivano dalla parete come un’emanazione di gas e si ricomponevano in forme vaghe ma distinguibili.
Erano esseri fluttuanti, orribili nelle loro espressioni cadaveriche e ghignanti. Avanzavano strisciando a mezz’aria. Dirigevano alla volta di Brandanus e gli si serrarono intorno come a salutarlo.
Baumann fece un ultimo disperato sforzo per liberarsi dalla stretta del sarcofago senza riuscirci, mentre i volti quasi trasparenti di quelle figure fantomatiche e il volto scuro di Brandanus si volgevano alla loro volta.
Le ondeggianti figure si appressarono fissandolo con occhi cavi.
L’assassino cercò di ritirare la testa tra le spalle mentre un alito viscido e freddo lo investiva.
Le ombre bianche erano intorno a lui e sembravano fissarlo.
Chinarono la testa come a volerlo baciare e Baumann distolse la bocca ritorta con disgusto mentre lo sguardo gli si riempiva di follia.
Sentiva sulla sua fronte l’alito freddo, viscido di quegli esseri incorporei. Ascoltava il loro sussurrare sommesso, mentre Brandanus seguiva la scena con il suo diabolico ghigno.
— Sono i miei amici. — Disse.
Allora proruppe il grido forte di Baumann.
— Lasciatemi... lasciatemi... abbiate pietà di me... Dio aiutami... aiutami.
Quei volti traslucidi, mutevoli, ora con sembianze umane, ora con mostruose apparenze che si dissolvevano e riformavano continuamente come vapori scomposti e ricomposti da una fantasia folle, si erano tutti serrati intorno al viso madido di sudore di Baumann. Lo sfioravano con la loro essenza gelida, repellente, diabolica.
L’assassino ritirava lentamente la testa.
Chiudeva gli occhi, ma subito li riapriva perché sentiva sulla guancia, sulla fronte, la carezza assurda. E nel vedere accanto al suo viso la vaga forma, fissava inorridito mentre questa si trasformava in un vecchio dal sorriso maligno, poi in una giovane donna deturpata dal male, poi in un’assurda composizione di animale ed uomo, poi ancora... Richiudeva gli occhi e lanciava il suo grido che sembrava cavo tanto i suoi sensi si distruggevano a poco a poco sotto il terrore.
— Lasciatemi... lasciatemi... Dio mio...
Il desiderio di proteggersi da quel qualcosa che distruggeva in lui ogni forma mentale umana lo spinse a ritirare ancor più la testa, a scivolare nell’interno del sarcofago, a portare le mani sul volto in un ultimo gesto di protezione.
Poi sentì che il coperchio si chiudeva su di lui e, per qualche minuto, giacque immobile, ansimando nel silenzio e nel buio profondo.
Solo quando sentì i polmoni oppressi da un peso inusitato fu assalito dall’altra folle paura della morte che lo ghermiva a poco a poco nella tomba non sua.
Puntò le mani contro il coperchio, arcuò le spalle mentre i singhiozzi lo agitavano tutto e lagrime gli colavano giù per le guance.
Inutile, inutile.
Il coperchio di marmo sembrava essersi trasformato in un pesante e inamovibile cumulo di roccia.
Baumann fu assalito da una disperazione folle.
Si dibatteva, raschiava con le unghie la pietra e sangue gli colava lungo i polsi, sul viso.
Non sentiva più dolore.
Non sentiva altro che il profondo, roco, battere del suo cuore che impazziva, si arrestava, tornava a battere con forza contro la scatola toracica.
Alla fine svenne.
Fu qualche minuto di pace, ma fu anche un recupero di energie che doveva prolungare la sua agonia; e questa riprese, poco dopo, quando la sua coscienza tornò alla superficie dal mondo delle tenebre.
Urlò, picchiò, si contorse, sfogò in una disperata ira selvaggia le rimanenti forze contro la prigione che lo condannava.
Il suo respiro era corto; i polmoni si schiantavano nello sforzo disperato di raccogliere qualche grammo di ossigeno.
Il cervello di Baumann non ragionava più. Egli non era nemmeno cosciente della sua morte. Lottava perché il suo corpo gli ordinava di lottare, gridava perché era la sua gola a lanciare acuti gemiti nel buio.
Ma la sua coscienza era inerte, ormai.
Osservava la morte lenta disperata del proprio organismo come se già se ne fosse distaccata. Non riconosceva più l’identità tra se stessa e il corpo di Baumann che si contorceva come invaso da uno spirito infernale.
Poi il cuore cessò di battere.
I polmoni si contrassero in un disperato tentativo di richiamo.
La bocca si spalancò scoprendo i denti in un ghigno terribile; le gambe si contrassero come in un disperato tentativo di fuga, le braccia si irrigidirono contro la volta fredda della prigione.
La coscienza di Baumann rimase ancora alcuni secondi a osservare la situazione nuova creatasi nell’organismo che l’aveva fatta sopravvivere; poi si dissolse anche lei lentamente.
Solo in quell’istante Baumann il sadico, Baumann il feroce assassino della giovane Glenda, ricercato dalla Polizia, che aveva ordine di sparare su di lui a vista, conquistava la pace.
La sua lotta era stata talmente lunga che, proprio in quel momento, all’esterno, esplose un vociare confuso.
Gli operai, che sopraggiungevano, si fermavano inorriditi intorno al cadavere mollato di pioggia di Kauffmann e le loro esclamazioni di terrore giunsero all’orecchio di Von Kempelen e di Gruber, accanto alla macchina di quest’ultimo. Sulla strada sfiorata dal primo sole che faceva capolino tra le nubi, discutevano animatamente.
Von Kempelen e Gruber intuirono la tragedia e si precipitarono di corsa verso le rovine ancora nere d’umidità della notte di tempesta.
CAPITOLO SESTO
L’ingegnere e l’addetto ai Monumenti si fecero largo tra la piccola folla vociante e si arrestarono sbalorditi a fissare la figura contorta del Poliziotto.
— Bisogna avvertire subito la Gendarmeria. — Disse Von Kempelen.
— Vado io con l’auto. — Si offrì Gruber e corse via.
Poco dopo il Sergente Kutzner e altri due poliziotti arrivavano, sulla loro camionetta, seguiti dall’auto di Gruber.
Von Kempelen aveva dato ordine di non calpestare troppo la zona ed aveva fatto allontanare gli operai.
Questi, seduti sul ciglio della strada, commentavano il fatto.
Ad Aalen si era sparsa la voce della scoperta nel convento e le più strane leggende erano riemerse quella notte, mentre il vento agitava le imposte, nelle case della cittadina.
Molti sostenevano che la sfortuna si sarebbe abbattuta sulla zona e la tragica fine di Kauffmann sembrava confermare queste dicerie.
Kutzner, muovendosi pesantemente, data la mole, si chinò sul cadavere e lo osservò per qualche minuto. Quindi fece una rapida ispezione nella zona intorno.
Gruber e il Colonnello, da un lato, seguivano l’indagine.
Alla fine il sergente, emettendo un grugnito, venne accanto a loro.
— Ora è bene che diamo un’occhiata alla camera sotterranea. Evidentemente qualcuno, che voleva fare delle ricerche private, è stato sorpreso da Kauffmann.
Kutzner, un altro poliziotto, Gruber e Von Kempelen, aiutati da Hoffman e da due altri operai, si calarono nell’interno.
Con le lampade elettriche fecero una rapida ispezione nell’ambiente senza trovare alcuna traccia sospetta.
Le impronte nella polvere, che copriva il pavimento, potevano essere benissimo quelle del giorno precedente, lasciate dall’ingegnere e dall’operaio che si erano calati per primi.
Gruber, come prima cosa, si avvicinò al quarto sarcofago, quello che portava inciso il nome di Geron Brandanus e lo osservò attentamente.
Tutto sembrava così come era stato lasciato il giorno prima.
Von Kempelen si era avvicinato anche lui ed esaminava le tombe.
— Sedicesimo secolo — sentenziò.
Kutzner si fece avanti.
— Qui non sembra esserci stato nessuno. Oltre voi certamente. Probabilmente il profanatore di tombe si è impaurito di fronte alla sua azione ed è fuggito senza portare a termine il progetto.
Gruber non fece commenti. Il suo sguardo frugava intorno con attenzione.
Poi propose:
— Perché non apriamo le tombe?
Von Kempelen guardò meravigliato l’ingegnere.
— Non mi sembra questo il momento opportuno per fare delle ricerche archeologiche.
— Non dico questo; potremo renderci conto se qualcuno di questi sarcofaghi è stato manomesso.
— Impossibile; non si vede alcuna traccia. Poi non mi sembra che una persona sola possa aver sollevato uno di questi pesanti coperchi e averlo quindi rimesso a posto.
Gruber appariva testardamente deciso.
— E se fossero stati più di uno?
Kutzner intervenne.
— Avremmo trovato molte più impronte.
L’ingegnere fece un passo avanti e si mise di fronte a Von Kempelen guardandolo con occhi in cui era una strana espressione.
— Colonnello, non posso per il momento spiegarvi le ragioni della mia insistenza; tuttavia chiedo che sia aperto almeno questo sarcofago, quello che porta inciso il nome di Geron Brandanus.
Von Kempelen scrutò meravigliato il volto incavato dell’ingegnere.
— Non capisco, Gruber.
— Vi spiegherò in seguito. Si tratta di una storia pazzesca.
Kutzner che aveva ascoltato con interesse, intervenne:
— Di quale storia andate parlando?
— Vorrei prima fosse aperto questo sarcofago. Credo che troveremo nell’interno di questa tomba la spiegazione al nostro mistero.
— Volete dire alla morte di Kauffman?
— Anche.
Seguì un pesante silenzio. La tensione nervosa, che era in Gruber, sembrava essersi trasmessa anche agli altri componenti la spedizione.
Kempelen prese una decisione:
— Fate scendere un paio di operai, Gruber, con leve e martelli.
Dieci minuti dopo, mentre tre operai guidati da Hoffmann facevano leva con le braccia robuste su paletti di ferro, il coperchio di pietra della tomba di Geron Brandanus si spostò un poco.
I tre operai sbuffavano e Hoffmann e un poliziotto dovettero andare in loro aiuto. Il coperchio si mosse, scivolò lentamente e...
Un’esclamazione di stupore di Hoffmann interruppe il lavoro.
Il vecchio guardava nell’interno del sarcofago ed un’espressione di orrore andava dipingendosi sul suo viso.
Tutti si precipitarono a vedere.
Due scarpe infangate erano ben visibili nella luce spettrale delle torce elettriche.
Kutzner dette un ordine secco:
— Via, spostiamolo tutti insieme.
Spinto dalla forza di tante braccia il coperchio scivolò via, si inclinò verso la parte terminale del sarcofago e cadde sul pavimento con tonfo sordo.
Per un paio di minuti regnò un silenzio inorridito.
La figura contorta, con le mani adunghe smozzicate e ferite volte verso l’alto nel disperato sforzo, il viso terribile, erano uno spettacolo allucinante.
Uno degli operai ebbe un conato di vomito e rigettò in un angolo.
Kempelen si asciugò il sudore dalla fronte e mormorò:
— Come ha fatto, mio Dio, a finire la dentro?
Gruber era agitato da brividi di freddo e intanto la voce alterata di Kutzner aggiungeva.
— Ma è Baumann, l’assassino.
L’improvvisa rivelazione sembrò scuotere tutti da quel torpore fisso dal quale erano stati afferrati. Kempelen si volse a Gruber:
— Come facevate a sapere?
— Non sapevo, avevo dei sospetti.
— Già, la vostra storia, potete raccontarcela?
In fretta Gruber raccontò del suo incontro con l’enigmatica figura di Geron Brandanus. Sia Kutzner che Von Kempelen guardavano l’ingegnere con aria sbalordita ed incredula insieme.
Negli operai, invece, si faceva strada il terrore.
I loro occhi frugavano nella penombra intorno come se, da un momento all’altro, potesse sorgere il demonio dalle tenebre ed incenerirli.
Kempelen osservò:
— Se non vi conoscessi abbastanza, Gruber, crederei che vi abbia dato di volta il cervello.
Kutzner intervenne:
— Si trattava evidentemente di un mistificatore. Qualcuno era a conoscenza del contenuto di questa stanza. Probabilmente essa è stata manomessa da tempo.
Gruber scosse la testa.
— Non era un mistificatore: lo sento.
— Ma via, signor Gruber — disse il sergente — non vorrete mica farmi pensare che credete negli spiriti.
— Infatti non ci ho mai creduto; però, da ieri...
Si interruppe perché uno dei poliziotti, che andava osservando l’interno del sarcofago, occupato dalla spaventosa figura, gridò:
— Qui c’è qualcosa, sergente. Sembra un rotolo di carte sporche di sangue.
Di nuovo tutti si affollarono intorno alla macabra apertura e, cercando di non guardare in direzione del volto contorto dal ghigno, fissarono il rotolo di pergamene bagnato dal sangue di Baumann.
Kutzner stese una mano cautamente e afferrò con due dita il rotolo, lo tirò a se, lo fece scivolare da dietro le spalle del morto e lo portò accanto al viso per esaminarlo.
Anche Kempelen si era chinato sull’oggetto.
Sembra antico. — Disse.
— Vogliamo aprirlo? — propose Gruber e nella sua voce c’era ansia.
Kutzner tornò a rimetterlo al suo posto.
— Voglio prima far esaminare il luogo e il cadavere dal medico legale e dal Giudice Istruttore. Ora usciamo. Lascerò due poliziotti di guardia e noi attenderemo fuori.
Tornarono tutti alla superficie e la luce abbacinante del sole sembrò riportarli ad una realtà inconcepibile, da un incubo pauroso che avevano vissuto per pochi minuti.
I due poliziotti, incaricati di restare nel tetro ambiente, non sembravano molto soddisfatti.
Tra gli operai si era sparsa la paura.
Parlottavano in crocchi, scambiandosi le idee sottovoce e scuotendo lentamente la testa. I loro sguardi furtivi cercavano intorno, tra le macerie, qualche traccia della diabolica personalità che sembrava il tragico personaggio di primo piano di questa fantastica storia: Geron Brandanus.
Gruber fu incaricato di tornare ad Aalen per telefonare alla Polizia di Stoccarda; chiedere rinforzi e l’intervento del Giudice e del medico legale.
Mentre l’auto dell’ingegnere si allontanava in una nuvola di polvere, Kutzner si avvicinò al colonnello Von Kampelen, seduto su un muretto accanto ai resti del fuoco. Il cadavere di Kauffmann era stato coperto con sacchi di proprietà dei muratori.
— Che ne pensate della storia dell’ingegnere? — chiese il sergente.
Il Colonnello si strinse nelle spalle.
— E’ una storia assurda ma qui tutto sembra vagare nel regno dell’assurdo. Sapreste per esempio spiegarmi voi, con il rigor della logica, come ha fatto Baumann ad entrare dentro al sarcofago?
— Certamente è ben strano.
— Dovrebbe essere entrato di sua volontà, prima di tutto, ed essere stato accompagnato da almeno altri cinque individui di costituzione robusta. Avete visto voi stesso le difficoltà incontrate per spostare il coperchio, immaginate le stesse difficoltà raddoppiate per rimetterlo a posto.
Kutzner non rispose.
La sua faccia rosea, da buon mangiatore e bevitore di birra, era tetra. La sfuggente palude delle supposizioni fantastiche non era il suo forte.
CAPITOLO SETTIMO
Il paese di Aalen fu gettato nella costernazione e nel terrore per la duplice morte drammatica avvenuta tra le rovine del Convento.
Quella sera le porte furono sprangate con maggior cura e gli abitanti delle case si riunirono nelle spaziose cucine a raccontare storie tenebrose e leggende.
Tuttavia la notte era illuminata da una luna lattea e luminosa con un faccione bonario.
In quell’atmosfera estiva, senza vento, mentre i grilli cantavano nella notte, due figure si affrettavano con passo svelto verso il « Barile di Bronzo » dove aveva preso anche alloggio il Giudice Istruttore Turghener.
Era stata decisa per quella sera l’apertura del famoso plico rinvenuto nella tomba di Brandanus e il medico legale e Von Kempelen si dirigevano al luogo dell’appuntamento.
Nella sala fumosa, riservata da Gruther agli ospiti di riguardo, erano riuniti Gruber, Kutzner, il Capitano Klingen della Polizia di Stoccarda, il Giudice Thurghener.
Si attendeva l’arrivo di Von Kempelen e del Medico legale che, nel pomeriggio, aveva fatto l’autopsia dei due cadaveri, per dare inizio alla cerimonia dell’apertura del manoscritto.
Quando i due arrivarono dovettero attraversare una delle sale dell’albergo, che gestiva anche la birreria, aperta al pubblico, e piena di gente del luogo, richiamata al «Barile di Bronzo», dalla notizia che, in una delle stanze dell’albergo, si sarebbe proceduto alla apertura di uno strano rotolo di documenti trovato in una delle tombe del convento.
La morbosa curiosità di tutta quella gente era rappresentata con efficacia dagli sguardi interessati e misteriosamente assorti con cui seguivano il passaggio del Colonnello e del Medico.
L’ingresso dei due nella sala riservata all’inchiesta creò un certo movimento tra i presenti e, prima di tutto, il Medico legale porse al Giudice il referto del suo esame necroscopico.
Thurghener prima di leggerlo si volse al dottore:
— Qualche particolare interessante?
— Nessuno. Kauffmann è morto per ferita d’arma da fuoco alla regione toracica. I colpi sono stati due ma solamente uno, quello che ha leso la coronaria, mortale. L’altro aveva trapassate la massa muscolare del braccio sinistro. Baumann è morto per soffocamento. Niente di più.
— Tracce di colluttazione sul corpo di Baumann?
— Nessuna. Solo le ferite che si è prodotto da solo sulle mani contro la pietra del coperchio.
Un brivido di freddo sembrò percorrere gli astanti.
— Morte orribile. — Disse Gruber.
Nessuno fece commenti e Thurghener, che si era seduto dietro una tavola, usualmente adibita a mensa ed ora coperta da uno stinto tappeto verde, fece cenno ai nuovi venuti di accomodarsi sulle sedie disposte a semicerchio intorno.
Thurghener prese in mano il rotolo gialliccio su cui le nere macchie di sangue risaltavano macabre.
— Lo strano caso che ha messo in agitazione questo luogo, — cominciò, — mi obbliga a condurre una inchiesta un poco fuori dell’ordinario. Per questa ragione ho domandato l’intervento di tutti voi affinché assistiate all’esame di questo che, supponiamo, sia un documento antico. Colonnello Von Kempelen, come studioso di antichità, volete aprire voi il plico?
Kempelen si alzò, andò al tavolo e cominciò a sciogliere il nastro nero, con attenzione.
Un silenzio profondo regnava nella stanza.
Si udiva soltanto il rumore delle dita del Colonnello contro la pergamena. Finalmente il nastro fu sciolto.
Il rotolo di carte fu aperto.
Kempelen si chinò ad osservare. La sua faccia intelligente assumeva via via espressioni meravigliate. Alla fine alzò la testa:
— E’ il diario di Geron Brandanus. Ma ha una premessa molto interessante di un certo fratello Angus che sembra sia il Capo del Convento.
I volti di tutti erano tesi nell’attenzione; sembrava che la polvere dei secoli riempisse a poco a poco la stanza di una nebbiolina irreale.
Kempelen continuava:
— Ora, una delle tombe da noi aperte, nel pomeriggio, conteneva proprio i resti delle spoglie mortali di questo Angus.
Thurghener intervenne:
— Siete certo che le altre tombe non siano state manomesse?
— Certissimo. Per pochi istanti, quando abbiamo sollevato i coperchi, le figure, le vesti, sono apparse alla nostra vista come appena messe nel sarcofago, ma, dopo pochi secondi, la forte azione ossidante dell’aria ha distrutto tutto, lasciando solamente poche ossa. Ciò dimostra che i coperchi non sono stati rimossi da secoli.
Il Giudice fece un cenno d’assenso. La sua mano vergava appunti.
— Bene, continuate, Colonnello. Siete in grado di leggerci il contenuto del manoscritto?
— Certamente. Non é facile perché è stilato in latino antico e riportato in scrittura gotica ecclesiastica, piuttosto complicata.
Trascinò la sedia accanto al tavolo; inforcò un paio di occhiali e cominciò a scorrere la prima pagina. Il suo volto esprimeva una meraviglia senza limiti.
Quando alzò la testa nuovamente, era pallido.
I suoi occhi si fissarono ad un punto sul muro dietro le spalle del Giudice Thurghener e mormorò:
— Fantastico, inconcepibile.
Tutti tacevano con espressioni varianti ma aventi la tensione e l’attesa come elemento principale.
Poi Kemplen continuò:
— Vi leggerò la più strana, fantastica relazione che abbia letto fino ad oggi.
Kutzner estrasse un blocchetto d’appunti.
— Stenograferò quanto direte.
Kemplen si raschiò la gola; stese come meglio poteva il primo foglio ingiallito e cominciò a leggere.
Nota al manoscritto di Geron Brandanus del Priore Angus del Convento di Pilkim sugli strani fatti accaduti in questo Convento in riferimento alla figura enigmatica del fratello Brandanus.
Non so se sia giusto quanto faccio.
Forse è anch’esso gesto dettato dal Demonio. Ma è l’incertezza che regna in me a costringermi a comportarmi in tale maniera.
Geron Brandanus è morto e non è morto.
L’ho veduto con i miei occhi, qualche ora fa, mentre portava sulle spalle se stesso o il suo gemello, non so.
Eppure lo avevamo seppellito ieri sera dopo una notte di veglie e di preghiere pregando Dio che perdonasse a Geron Brandanus tutti i suoi peccati.
Ma sembra che il fratello Brandanus sia investito da una maledizione assai forte. Forse da qualche maleficio di uno di quei maghi e streghe che lui con tanta costanza e tanta durezza ha perseguitato e ricacciato nelle fiamme dell’inferno nel nome di Dio.
Non mi ha guardato, Brandanus, mentre percorreva il deserto cortile illuminato dalla luce lunare, con lo strano fardello sulle spalle.
Al mio richiamo non ha risposto.
Quando ho tracciato nell’aria il segno della Croce non si è voltato né è fuggito. Ha continuato a procedere con passo calmo fino al portone chiuso che ha attraversato come se la quercia robusta non esistesse per lui e fosse simile all’aria.
Per questo sono venuto nella cripta a vedere il suo sarcofago ancora aperto, certo di trovarlo vuoto, come infatti era.
Il corpo di Geron Brandanus era sparito.
Al suo posto era questo manoscritto che ho percorso con occhio di febbre tutta la notte, fino all’alba.
Forse nel diario di Geron Brandanus è la verità della sua tragica fine e della successiva scomparsa del suo cadavere.
Forse commetto un errore ed un peccato a non gettare queste parole scritte nelle fiamme. Ma non so nemmeno io come comportarmi.
Brandanus ha servito bene Dio; perché dunque questo?
Brandanus ha lottato contro i nemici di Dio con la stessa furia e la stessa dura giustizia di un Arcangelo. Perché questa condanna?
Ora io chiuderò questo mio breve scritto insieme al tragico diario del nostro fratello, nella sua tomba vuota, nella speranza che, il Giorno del Giudizio, possa servire di traccia per il ritrovamento del suo corpo e perché possa essere anche lui, con tutti noi, a godere della gloria Divina.
Fratello Angus
Convento di Pilkim
16 Giugno 1565
Il silenzio che seguì al tacere della voce di Kempelen sembrò talmente solido che nessuno aveva il coraggio di esprimere un’opinione a voce alta.
I pensieri di tutti vagavano in situazioni assurde e l’instabilità razionale di quello scritto si ripercuoteva sui presenti rendendoli abulici nel formulare qualsiasi conclusione e concetto.
Thurghener fu il primo a rompere il silenzio:
— Credo sia bene continuiate, Colonnello. La prima parte dello scritto mi lascia sbalordito e la sua autenticità, che io non discuto dopo la vostra dichiarazione, mi fa pensare che veramente ci si trovi di fronte a fenomeni soprannaturali.
Kutzner intervenne col suo vocione roco.
— Potremmo anche supporre che il Priore fosse un visionario...
— Come me; vorreste dire? — Intervenne Gruber risentito.
Thurghener alzò una mano.
— Non solleviamo polemiche fuori luogo ed atteniamoci ai fatti. Nessuno, di quelli che vi conoscono, mette in dubbio la veridicità delle vostre parole, ingegnere. L’unica supposizione che si potrebbe fare nel vostro caso sarebbe la presa in giro di un furbacchione a conoscenza di tutto questo. Furbacchione, che potrebbe anche essere un feroce assassino.
— Tenete presente, Giudice, — disse Gruber, — che io nego, dal punto di vista puramente tecnico che una sola persona possa aver tolto il coperchio di marmo, introdotto Baumann vivo e quindi richiuso il sarcofago.
— In questo siamo tutti d’accordo, ingegnere; continuiamo nella nostra lettura. Procedete Colonnello.
Kempelen aprì gli altri fogli.
— Ora inizia il lungo diario di Brandanus.
CAPITOLO OTTAVO
Sono certo d’essere prossimo alla pazzia. Solo cosi posso spiegare quanto mi sta accadendo negli ultimi tempi e come il fenomeno che mi perseguita aumenti di intensità ogni giorno.
Ho visto « lui » per la prima volta sette mesi fa.
Stavo uscendo dalla mia cella che è proprio accanto alle scale, preceduta da un pianerottolo abbastanza ampio, sulla parete del quale sono infisse, in anelli di ferro, due torce, quando, dopo aver aperto la porta, mi sono fermato interdetto nello scorgere uno sconosciuto in piedi, proprio sul primo gradino della successiva rampa che scende al piano terreno.
Era uno sconosciuto, sia perché non vestiva l’abito che usualmente indossiamo nel convento, sia perché non era alcuno dei miei fratelli.
Eppure era lì.
Girava le spalle alla luce giallastra delle torce e qualche riflesso gli bagnava il naso sottile e il mento.
Per quanto non fosse un individuo conosciuto da me, tuttavia aveva qualcosa di fortemente familiare, tanto che supposi si trattasse di qualche parente di uno dei fratelli, venuto a trovarlo.
Non appena mi vide, per quanto sembrava mi attendesse, girò la testa e scese rapidamente i gradini, scomparendo alla mia vista dietro il muro.
Scesi le scale, anche io, diretto alla mensa comune ma non trovai più traccia dello sconosciuto. D’altro canto il mio pensiero era preso dal processo che stavo guidando da alcuni giorni e che si presentava difficile e di soluzione problematica.
Avevamo arrestato alcuni giorni prima una ragazza.
L’accusa di stregoneria, convalidata da uno scritto anonimo che era stato messo nella cassetta delle accuse, sembrava avesse molti fondamenti.
Infatti la ragazza viveva con la vecchia madre demente e posseduta certamente dal demonio, in una capanna nella foresta. Nessuno l’aveva mai veduta di notte vagabondare nella foresta, questo è vero; la donna era solita portare il latte e uova fresche al mercato la mattina.
Tuttavia, appena mi era stata portata di fronte dalle guardie, per quanto piangente, notai subito i caratteristici occhi verdi delle streghe. Questo mi aveva convinto assai più di qualsiasi scritto anonimo.
Si era però verificato un fatto singolare.
Mentre le altre volte la popolazione aveva parteggiato per noi, questa volta sembrava decisa a voler difendere la donna.
Non so qual stregoneria abbia fatto nei confronti della popolazione del luogo e ciò mi convince che abbiamo catturato una pericolosa alleata di Satana.
Malgrado la mia convinzione ero, quella sera, deciso ad attenermi alle testimonianze a favore, sorte spontaneamente nel paese, e questo per un motivo fondamentale.
Il giorno seguente, non accettando dette testimonianze, avrei dovuto sottoporre nuovamente a tortura la donna.
Poiché avevo già applicato la tortura di primo e secondo grado, il giorno seguente avrei dovuto applicare i tormenti del terzo grado e, sinceramente, non me la sentivo.
La ragazza era già stata molto provata dai precedenti tormenti ed ero certo non avrebbe sopportato quelli che erano previsti per lei il giorno dopo.
In questa combattutissima situazione mentale mi recai nella mensa e sedetti a tavola, quando mi sentii interpellare dal fratello Angus, che era l’unico rimasto nella mensa, data l’ora tarda, a leggere uno degli ultimi scritti di Calvino.
— Fratello Brandanus avete molto appetito questa sera.
Alzai il mio sguardo attonito verso di lui. Non capivo e gliene feci ragione domandandogli cosa significassero le sue parole.
— Significano, fratello Brandanus che, poco fa, vi siete seduto alla mensa, insieme agli altri fratelli ed avete mangiato di buon appetito.
Non potei frenare un moto di meraviglia, notando il quale, fratello Angus, riprese:
Mi sembrate strano, fratello Brandanus. Probabilmente il processo che svolgete vi ha esaurito.
Così dicendo ritornò alla sua lettura.
Fu allora, come se un baleno avesse attraversato il mio cervello, che mi resi conto che colui che avevo visto sulle scale aveva qualcosa di familiare per me, anche se non era alcuno dei fratelli che abitavano il convento, perché era la mia copia esatta, come un altro me stesso scaturito da una mia immagine speculare.
***
Trascorsi una notte insonne perché l’allucinazione che avevo avuto mi dimostrava quanto fosse scosso il mio spirito.
Il giorno seguente decisi di riconoscere innocente la ragazza e la lasciai andare tra gli osanna della folla, assiepata davanti alle prigioni, mentre la gente veniva a baciarmi le mani in segno di ringraziamento.
Ero particolarmente scosso da tale cerimonia e rientrai in convento come alleggerito nel corpo e nell’anima. Ma quella sera, come a rimproverarmi la mia dabbenaggine, rividi « lui » ad attendermi, fuori della porta della mia cella, nello stesso punto della sera prima.
Questa volta mi fissava e sogghignava divertito come volesse prendermi in giro.
Poiché non si decideva ad andarsene, come la sera precedente, mi feci il segno della Croce e domandai:
— Chi sei?
Non mi rispose ma, come scosso dalle mie parole, andò via.
Anche quella sera, poiché risultava che io avevo già abbondantemente consumato alla mensa, restai digiuno.
Nella notte insonne, che seguì, fui certo che la pazzia, o qualche diabolica manifestazione che voleva tentarmi, erano le mie nemiche in quel momento e decisi di analizzare il fenomeno con maggior calma.
***
Per mesi l’apparizione mi ha perseguitato e questa sera si è presentata a me in maniera ancor più conturbante perché per la prima volta, ha parlato.
Ho notato che egli si presenta sempre quando è in corso un processo per stregoneria o contro l’eresia cattolica, che ancora si annida nella valle e sulle montagne circostanti, specialmente tra i pastori.
Mi sono reso conto che ogni qual volta condanno, « lui » dimostra una contentezza quasi fanciullesca e sorride e mi strizza l’occhio.
Ma se assolvo allora il suo sorriso sardonico mi perseguita; lo sguardo di disprezzo che si posa su di me è simile a quello che avrebbe nei confronti di un verme.
Ma questa sera, per la prima volta, da mesi, mi ha parlato.
Sapevo che lo avrei trovato fuori della porta come sempre. Negli ultimi tempi poi, invece di attardarsi sul primo gradino della rampa, si fermava appoggiando le spalle alla parete, proprio sotto la luce delle torce, e potevo cosi vedere perfettamente l’identità del mio viso, delle mie mani, del mio corpo.
Mi lasciava passare senza far moto; solo seguendomi con l’occhio gioviale o con quello sguardo sprezzante che mi sembrava un atto d’accusa.
Ma questa sera mi ha parlato.
Credo che tutto ciò dipenda dal fatto che ho dovuto riaprire il processo contro quella ragazza abitante nel bosco, che avevo assolto una prima volta.
La madre di lei infatti è morta qualche giorno fa e, alcuni boscaioli dichiarano di aver visto il fantasma di lei aggirarsi nella foresta, seminudo, urlante e bestemmiante.
Ciò mi ha convinto del mio primo errore ed ho fatto arrestare nuovamente la ragazza.
Così, questa sera, nell’aprire la porta, l’ho trovato lì, appoggiato al muro, con un piede piegato indietro e il tallone spinto contro i mattoni. Mi ha sorriso benevolmente.
— Buona sera, — ha detto.
Io mi sono fermato intontito dal suono della voce simile in tutto alla mia. Non ho risposto e lui ha continuato:
— Buona fortuna per domani mattina.
Sapevo che si riferiva al processo e girai le spalle per scendere; ma la sua voce mi inseguì.
— Buona fortuna, fratello.
Sono sceso in fretta con la sensazione che ridesse di me; tuttavia in maniera bonaria.
***
Sono chiuso nella mia cella.
Sono disteso sul letto, in questa solitudine atroce.
Nel mio cervello risuonano ancora le grida della strega.
Finalmente l’ho piegata, finalmente sono riuscito a strapparle la confessione della sua lega col demonio.
Certo ho dovuto sottoporre i miei nervi ad uno sforzo tremendo perché, mentre le strappavano con le pinze arroventate le carni, le sue urla infernali cercavano di piegare il mio spirito.
L’ho subito sottoposta al tormento di terzo grado. Non volevo attendere oltre e mi bruciava la vergogna di essermi fatto ingannare prima.
Proprio per questo, forse perché non fiaccata dai tormenti dei gradi precedenti, ha resistito più a lungo di qualsiasi altro sia stato mai sottoposto al mio giudizio.
Per due ore l’abbiamo dovuta martoriare prima che, urlante, confessasse le sue colpe.
Non poteva più parlare. Le avevamo strappato anche la lingua.
Per cui fui costretto io a suggerire tutte le turpitudini da lei commesse e lei sempre confermò, ormai abbandonata dal demonio e salva nello spirito.
Quando ho finito l’ho guardata con profondo senso di soddisfazione.
Era, è vero, mutilata e deforme, ma il suo spirito era salvo e, dopo l’ultimo sacrificio di domani, essa potrà sedere tra gli eletti e godere per l’eternità della visione di Dio.
E’ il sentimento che provo ogni qual volta salvo un’anima catturata dal demonio e che riesco a strappare alle sue grinfie maledette.
Quanti meno dolori esisterebbero sulla terra se lui non esistesse.
Ma dobbiamo chinare la testa davanti alla volontà divina che l’ha creato come elemento necessario per comprendere l’importanza del bene.
Questo sentimento mi pervadeva tutto mentre firmavo l’ordine d’esecuzione, che avverrà domani mattina. Questo sentimento l’ho rivisto nello sguardo di « lui » che mi attendeva questa sera, contrariamente al solito, davanti alla porta della mia cella.
Il suo sguardo era carico di una tale gioia che sembrava sul punto di allungare un braccio e battermi la mano sulla spalla.
Mi sentii oltremodo soddisfatto della sua evidente approvazione ed entrai nella mia cella disposto a perdonargli tutti i timori che mi aveva fatto soffrire in precedenza.
***
Non lo vedevo da diversi giorni.
Dopo che la ragazza era stata bruciata sulla piazza del paese e, se debbo dire la verità, a me è sembrato che avessero bruciato un cadavere, tanto era pallida e immota anche mentre le fiamme la lambivano, era sparito.
È ricomparso ieri sera.
Era al solito posto.
Il suo sguardo mi fissava con un’espressione ansiosa e, sapevo che mi avrebbe parlato.
— Cosa farai, domani, con quel vecchio? — chiese.
Lo guardai meravigliato. Se mi poneva una domanda, evidentemente voleva una risposta e ciò non era mai accaduto nei nostri brevi incontri.
— Non mi sembra che l’accusa regga.
— Sottoponilo a tortura.
— Non resisterebbe nemmeno al primo grado. È troppo vecchio.
Ghignò.
— Non sai quale forza, dunque, trasfonde in loro il demonio?
— Ma potrebbe essere innocente, — protestai io. — E se morisse?
« Lui » si passò la mano sulla faccia mentre rideva divertito.
— Ti credi tanto intelligente e sei uno sciocco. Per far parlare lui non è necessario che sottoponi a tortura proprio lui. Basta che sottoponi a tortura la figlia. Ne ha una. Se il padre è uno stregone, la figlia è una strega.
Lo guardai impaurito di tanta crudeltà.
— Ma l’accusa è contro di lui. — Obiettai.
— E’ contro la sua famiglia in cui si fanno stregonerie.
Meditai un attimo sulla logica del discorso e dovetti ammettere che « lui » si dimostrava un giudice più abile di me.
— Va bene, — dissi in fretta — seguirò i tuoi consigli.
Lo lasciai abbastanza soddisfatto; almeno cosi mi parve.
CAPITOLO NONO
Ho fatto quanto « lui » mi ha detto.
Subito dopo che avevano trascinato nella sala di tortura la giovane figlia del vecchio accusato, ho capito quanto « lui » avesse ragione.
Il vecchio è stato immediatamente colto da un tremito convulso e, mentre le guardie spogliavano la ragazza, ha incominciato a gridare:
— Lasciatela, lasciatela, lei è innocente.
Ciò significava un’implicita ammissione di colpevolezza.
Non è stato nemmeno necessario portare a termine il primo grado.
Il vecchio ha parlato. Ha ammesso tutto.
Oh, gioia meravigliosa; come il consiglio di « lui » è stato saggio.
Un’altra anima è salva. Un’altra anima è stata strappata dalle diaboliche grinfie del male.
Questa sera ero certo di trovarlo, al mio ritorno, ad attendermi per lanciarmi quel suo sguardo di soddisfatto orgoglio. So che è contento di me.
Ma perché non è venuto questa sera?
C’è qualcosa che mi turba, come la sensazione di non aver fatto completamente il mio dovere secondo i suoi desideri. Debbo aver commesso qualche errore, ma quale?
Sono certo che le lunghe ore della notte trascorreranno insonni, ossessionato dal dubbio che si agita nel mio cuore.
***
Ora so dove ho sbagliato e riconosco che ha pienamente ragione.
Me lo ha comunicato con scostante alterigia questa sera, quando l’ho ritrovato ad attendermi, mentre mi frugava il cuore con quel suo sguardo carico di disprezzo.
— Sei uno sciocco. — Ha detto.
Mi sono fermato perplesso davanti alla sua superiore conoscenza delle cose.
— Perché?
— Avevi nelle mani due esseri abietti e te ne sei lasciato sfuggire uno.
— Chi?
— La ragazza. Ma non hai capito che il vecchio si è addossato tutte le colpe perché la figlia potesse continuare la sua diabolica missione?
Guardai, sbalordito da tanta semplice evidenza, « lui » che sapeva veramente vedere a fondo nelle cose della vita.
— Hai ragione. — Dissi contrito. — Domani la farò arrestare.
— Fai arrestare anche la madre.
— Ma è cieca.
— Proprio per questo maschera ancor meglio la sua demoniaca attività. Eccita la compassione altrui e intanto colpisce.
Promisi che avrei fatto ammenda del mio errore il giorno seguente.
***
Sono veramente contento, direi quasi felice.
«Lui » mi ha lodato.
Ha dichiarato di aver seguito tutte le fasi del drammatico interrogatorio e ha riconosciuto che mi sono comportato molto saggiamente.
Per far crollare la figlia ho costretto la ragazza a infilare il ferro arroventato nel corpo della madre. Per far parlare la madre le ho fatto ascoltare le urla che la giovane mandava mentre le strappavano le membra, la lingua e le colavano il piombo nella bocca.
Hanno parlato! Hanno confessato! Altre anime salve.
Abbiamo commentato a lungo, insieme, l’andamento del processo.
Non l’ho mai visto così lieto e soddisfatto di me.
***
Non comprendo perché i miei fratelli sembrino sfuggirmi.
Lo stesso Angus mi guarda a volte con una strana espressione ed evita di incontrarmi. Eppure credo che nessuno abbia tanto servito la causa di Calvino fino ad oggi.
Solo negli ultimi giorni, nella zona, ho distrutto circa trenta tra streghe, demoni, maghi e cattolici.
Sono stato persino costretto, per l’ultimo cattolico processato, ad intervenire io personalmente perché le oscure minacce, che costui proferiva con la sua lingua eretica, avevano impaurito le guardie.
Sono dovuto intervenire ed afferrare con le mie mani la testa dell’eretico ed immergerla nel crogiuolo del piombo fuso.
Eppure sembra che i miei fratelli mi sfuggano.
Non comprendo.
« Lui » invece è sempre più entusiasta della mia opera e mi esalta e mi loda.
Ora viene sempre più spesso. Anche di giorno.
Mi consiglia, mi guida e debbo ammettere che mai ha sbagliato: mai.
Ma perché Angus, questa sera, mi ha detto:
— Non credi, fratello Brandanus, che tu abbia bisogno di un poco di riposo? Non sarebbe più conveniente che tu lasciassi l’incarico di giudicare a fratello Rhinus?
Non ho risposto in maniera positiva.
Ma « lui » ha inorridito; sostiene che il demonio, riconoscendo in me un avversario formidabile, cerca di mettermi in discredito anche presso i miei fratelli.
— Non hai idea dell’astuzia del Demonio. Egli ora sta lavorando su Fratello Angus e sugli altri — ha detto.
Ho capito, da tanti particolari, che ha ragione.
No, non lascerò il mio posto di giudice.
Chi viola la legge divina sarà punito. Fosse anche uno dei miei fratelli.
***
Non credevo si dovesse verificare così presto un fatto del genere.
Ho dovuto veramente agire anche contro i miei fratelli.
Precisamente contro fratello Rhinus.
Ho dovuto arrestare la sua vecchia madre perché si unge con l’unguento delle streghe e fratello Rhinus, con la mente ottenebrata dal demonio, ha tentato di convincermi che si tratta di un unguento tratto da erbe; un medicamento contro i reumatismi.
Mi dispiace per fratello Rhinus.
Ma non posso violare una legge. Sarebbe come tradire me stesso.
La madre di fratello Rhinus subirà le torture fin quando non parlerà e poi sarà messa al rogo.
« Lui » mi aiuta in questa difficile situazione; mi dà forza.
Comprende in quale delicata situazione mi trovi e mi consiglia perché possa superare la prova; un’altra prova a cui mi vuole sottoporre Dio per conoscere la saldezza che è in me.
***
Perché questa strana palpitazione nel cuore?
Mi sono svegliato così, in piena notte, con una sensazione d’oppressione, di incubo.
Certo la giornata è stata difficile.
Ho sottoposto a tortura la madre di fratello Rhinus, ed essa è morta a metà del secondo grado.
Ho sentito una fitta nel ventre. Strano. Eppure non ho mangiato nulla di indigesto, questa sera.
Ho mangiato poco ed in fretta.
Ero solo nella grande sala della mensa comune.
Capisco lo stato d’animo dei miei fratelli.
Quale presa aveva già potuto fare il demonio su di loro. Li salverò io. Io, Brandanus.
Ho sentito altre fitte e, questa volta, esse mi sono sembrate più feroci della prima.
Mi è parso, ad un tratto, che le mie viscere fossero percorse da scorie roventi...
Un momento... le fitte aumentano… la vista… le gambe.
Oh, capisco, capisco, poveri fratelli miei.
Dio vi protegga, fratelli. Il demonio vi ha vinto.
Mi hanno avvelenato!
CAPITOLO DECIMO
Von Kempelen alzò gli occhi dal manoscritto.
Nessuno parlava. Tuttavia, al termine della lettura, come un respiro di sollievo era stato emesso da ciascuno dei presenti.
Il silenzio fu rotto dal lontano canto d’un gallo.
Tutti guardarono verso la finestra con meraviglia.
Una luce livida, azzurrina, filtrava dai vetri opachi.
Era l’alba!
Gruber disse:
— Che mostro!
Thurghener passò una mano sugli occhi stanchi e mormorò:
— Un maniaco pazzo omicida. Un fenomeno che, ai giorni nostri, sarebbe preso in esame dagli psichiatri di un manicomio.
Gruber scosse la testa mentre la sua faccia era distorta in una smorfia amara.
— Ne siete sicuro, signor Giudice?
Thurghener, Kempelen e gli altri guardarono l’ingegnere.
Questi aveva lo sguardo lucido e agitava le mani.
— Ne siete proprio sicuro?
Il Giudice Istruttore, preso alla sprovvista, si raschiò la gola.
— Non comprendo dove vogliate arrivare, Gruber.
— Credete veramente, — insisteva, — che tipi del genere non esistano anche oggi e non siano affatto problemi di psichiatri?
Thurghener girò lo sguardo imbarazzato sull’assemblea ma si avvide che tutti sfuggivano i suoi occhi.
— Può darsi che qualcuno sfugga al controllo della società.
Gruber si alzò in piedi, infilò le mani in tasca e dette un’occhiata circolare.
— O sia un avamposto della società.
Thurghener, rappresentante della legge, reagì battendo la mano sul tavolo.
— Impossibile, Gruber; voi straparlate.
L’ingegnere appariva molto calmo.
— Affatto, signor Giudice, io sostengo che la società, proprio quando gli fa comodo, si serve di tipi del genere. Pronta, dopo, a chiamarli pazzi maniaci, forse anche ad ucciderli; ma quando la ragione dell’esistenza di simili mostri non risulti più necessaria a quel mostro, ancora più feroce, che è la società umana.
Il Giudice era seccato; Kutzner, quale rappresentante del potere, si schierava dalla sua parte.
— Siete un anarchico? — chiese Thurghener.
Gruber alzò le spalle:
— Sapreste dirmi cosa significa, effettivamente, un’accusa del genere? E dico accusa perché mi sembra che abbiate rivolto a me una tale denominazione con un concetto aggressivo.
Thurghener vide la testa di Kutzner che lo incoraggiava con movimenti brevi sussultori, a dire il fatto suo a quel professionista di libero pensiero.
Von Kempelen guardava la finestra ed uno strano sorriso sfiorava le sue labbra.
— Anarchico è colui che vede nella società un nemico organizzato contro l’individuo.
— Contro anche le aspirazioni del singolo, volete dire?
— Probabilmente.
— Allora avete ragione, sono un anarchico.
Seguì un certo silenzio; poi la risatina chioccia di Von Kempelen dilagò nell’ambiente e tutti guardarono verso di lui.
Il Colonnello alzò le mani venate d’azzurro.
— Signori miei; a distanza di secoli, il diabolico doppio di Brandanus ha avuto il potere di mettere il disaccordo e il rancore anche tra noi. Torniamo alla nostra triste vicenda. Abbandoniamo i problemi di ordine superiore che non ci interessano in questo momento.
Fece un cenno all’ingegner Gruber che aveva un’aria battagliera da rivoltoso.
— Comprendo Gruber i sentimenti di rivolta che può suscitare in un essere come voi la lettura di una tale esposizione. Vorrei però che, anche voi, vi atteneste ai fatti. Noi sudiamo, sotto la guida del Giudice Thurghener, svolgendo un’inchiesta su due misteriose morti avvenute nei pressi del villaggio di nostra giurisdizione. Ora io domando al Giudice: Come vogliamo proseguire l’inchiesta?
Kutzner alzò gli occhi al soffitto nel tentativo di non incontrare lo sguardo del Giudice, carico di una muta richiesta di consigli.
Il Capitano Klingen che, fino a quel momento aveva ascoltato tenendo la fronte bassa ed il mento sul petto, alzò di scatto la testa.
— Chiuderei con non luogo a procedere. — Disse seccamente.
Non aveva mai parlate Klingen e, tra i presenti, era quello passato maggiormente inosservato ma ora, dopo la sua affermazione, tutti si volsero a lui e lo studiarono ed analizzarono.
— Era questa la vostra opinione anche prima? — Chiese il Giudice con una nota di rancore nella voce.
— No! — Disse.
Un bell’uomo Klingen. Di età indefinibile perché i capelli biondo chiaro non davano dimostrazione di vecchiezza. Ma le rughe, che coprivano il suo viso, dimostravano una delle due cose: o aveva molto sofferto o era più in là nel tempo di quanto desse a vedere.
La divisa severa dell’ufficiale di Polizia lo faceva somigliare stranamente al personaggio di uno di quei quadri dell’epopea di Federico II.
— Perché? — chiese Thurghener.
— Perché su queste infamie dell’umanità, su queste macchie della società organizzata, è bene far calare l’oblio.
Gruber guardò con rinnovato interesse l’ufficiale.
Thurghener e Kutzner fissarono con sbalordita meraviglia Klingen il cui sguardo glaciale non sembrava essere posato su niente di preciso.
Poi il Giudice accennò ad una malignità:
— Mi sembra strano che proprio voi che appartenevate alle S.S.....
— Proprio per questo. — Interruppe l’ufficiale.
Seguì un silenzio carico di elettricità e neppure l’intervento di Kempelen riuscì a creare una distensione nell’atmosfera.
— Signori; affrontiamo la situazione con la logica.
Gruber intervenne.
— Colonnello, voi avete il pregio di rappresentare, nella storia umana, quella categoria di individui che cercano di accomodare alla meglio le cose. Siete cioè la più pericolosa della specie sociale; quella che non lotta né per la libertà né per la soffocazione di questa. Siete il Pilato che manda Cristo sulla Croce e si ritiene un uomo giusto perché, secondo lui, ha salvato capre e cavoli e non si accorge che non ha salvato un bel niente e il tempo gli dichiarerà la sua condanna.
La frase lunga di Gruber, detta con foga, quasi con violenza, gettò uno strano malessere nell’assemblea.
Klingen sembrava perfettamente a suo agio, però, e fu lui a dire a Gruber ciò che gli altri non riuscivano a trovare nella confusione delle idee che stava insorgendo.
— Non esaltatevi, signor Gruber. La vostra lotta è a posteriori e ciò è molto comodo.
Thurghener sembrava scoppiare. Batté nuovamente, ma questa volta con maggiore violenza, la mano sul tavolo.
— Il mio errore é stato quello di invitare ad una ricerca, ad un’indagine poliziesca dei semplici borghesi.
Gruber, per quanto dimostrasse di essere stato colpito dalle parole di Klingen, reagì violentemente.
— Indagine poliziesca contro chi, su chi? Sul demonio? Non fatemi ridere.
Thurghener sembrava soffocare. Aprì la bocca un paio di volte poi la richiuse.
Kempelen, offeso dalle parole di Gruber, aveva girato a questi le spalle. Allora, con la sua vocetta un poco fessa, intervenne il medico legale.
— Perché dobbiamo litigare? Signor Thurghener non credo...
Il Giudice interruppe risentito:
— Qui si sta mettendo in dubbio il valore della legge.
Il Medico sorrise.
— Via, via signor Giudice. Io, personalmente condivido il parere di Gruber, ma questo senza offesa a voi, alla vostra persona ed alla legge che rappresentate. Il signor Gruber si esprime, col suo entusiasmo combattivo, in maniera forse un poco violenta, ma i suoi concetti sono esatti.
Thurghener aggrottava sempre più la fronte.
— Così anche voi accettate questa visuale anarchica del mondo?
— Non è anarchia, quella auspicata da Gruber, è sacrificio. Cosa ben diversa, signor Giudice.
— Non vi capisco.
— Sarò più chiaro. Il desiderio del signor Gruber, espresso in maniera tanto violenta, è che nell’umanità si possa finalmente affermare soltanto il principio veramente altruistico Cristiano dell’accettare i problemi altrui e farli diventare propri per aiutare gli altri, non quello di imporre i propri problemi agli altri, anche se si è convinti di far del bene.
Klingen intervenne di nuovo.
— Gettate pugni nell’aria. Ci allontaniamo dal problema. Qui, questa notte, o questa mattina, siamo riuniti, giuria di uomini, a decidere su un caso, a determinarne lo sviluppo futuro, sia delle indagini, sia dell’analisi del fatto in se stesso. Ora io domando a tutti voi: cosa dobbiamo fare?
Nessuno rispose. Thurghener sembrò sollevato, tuttavia fece finta di chiudersi in una sdegnosa concentrazione.
Gruber fece un passo avanti e disse:
— Sono d’accordo con voi, Capitano. Non luogo a procedere.
Thurghener sbuffo:
— Non sono cose che può decidere un semplice borghese.
Klingen si sporse in avanti e fissò il Giudice con i suoi occhi freddi.
— Qui non ci sono né borghesi, né Giudici, né funzionari di Polizia. Qui siamo tutti e soltanto uomini di fronte al Demonio. Qui ognuno di noi ha diritto a decidere.
Thurghener cercava di sfuggire lo sguardo del Capitano.
Brontolò:
— Ricordate che due cadaveri attendono sia chiarita la ragione della loro morte.
Klingen indicò il rotolo di carte sul tavolo.
— E’ già chiarita o forse voi avete qualche altra supposizione?
Il Giudice non rispose. Von Kempelen disse:
— Per me il Capitano ha ragione. L’inchiesta e la sua condotta debbono essere decise questa notte: Cosa altro potremmo fare?
Allora Thurghener si strinse nelle spalle.
— Se prendiamo per oro colato quello che è scritto in quelle carte dovremmo per forza dichiarare non luogo a procedere.
Klingen appoggiò una mano sul tavolo e sporse ancora maggiormente il viso verso il Giudice.
— E quale altro indirizzo, secondo voi, dareste all’indagine, se non prendete « per oro colato » quanto è scritto qui sopra?
— Potrebbe... potrebbe trattarsi di... di una banda di vagabondi...
— Bene, fate ricerche in quel senso, se credete. Nessuno ve lo impedisce. Ciò significa anche gettare dietro le spalle il racconto fatto dall’ingegner Gruber sui suoi incontri nel valloncello.
— Non metto in dubbio la sua buona fede.
— Ma lo accusate di allucinazione. E quella collettiva, allora di trovare un uomo chiuso in una bara di marmo pesante diversi quintali? Anche quella è da addebitarsi alla semplicioneria dei testimoni?
Thurghener sospirò:
— Dobbiamo prendere però una giustificazione con l’opinione pubblica.
— Quale giustificazione? Semplice: Baumann ha ucciso Kauffmann, si è nascosto nel sarcofago e per errore è rimasto soffocato.
Il Giudice esplose:
— Ma come poteva muovere da solo un tal peso…
— E quale altra giustificazione logica, anche nei confronti della vostra banda di vagabondi, potrete trovare migliore di questa?
Seguì il silenzio.
Thurghener guardò ad uno ad uno i componenti la strana comitiva.
La luce ormai entrava a fiotti dalla finestra e, tuttavia, avevano dimenticato la luce elettrica accesa.
Il Giudice chinò la testa.
— Va bene, mi avete convinto: non luogo a procedere.
Allora Klingen allungò la mano e prese il manoscritto. Lo puntò contro il Giudice.
— Ma il non luogo a procedere contro il demonio deve essere completo, signor Giudice, completo nella forma e nella sostanza.
Estrasse la sua macchinetta accendisigari; fece brillare la fiamma. Avvicinò questa alle carte. La pergamena si arricciò, cominciò a scoppiettare ad annerirsi, poi prese fuoco.
Nessuno disse una parola o fece un gesto.
Tutti fissavano affascinati quelle carte che Klingen manovrava nell’aria in modo che la fiamma carbonizzasse ben bene tutto.
L’operazione durò a lungo e nessuno fiatò.
Klingen mise i rimasugli sul camino spento; vi rovesciò sopra il contenuto della sua macchinetta accendisigari, chiese un fiammifero e dette fuoco agli ultimi frammenti della tragica storia di Brandanus.
CAPITOLO UNDICESIMO
Gruber, nel buio, fumava a lente boccate.
Il colore rosso della brace e l’alone che si spandeva intorno, ogni qual volta aspirava, gli dava un senso di compagnia.
Non che Gruber avesse paura! La sua ferma decisione era talmente prepotente da vincere anche la paura fisica dell’ignoto a cui andava incontro. Solo che l’attesa era lunga, talmente snervante!
Il tempo passava.
Lo sentiva col tic tac regolare del suo orologio da polso e col battere ritmico del suo cuore.
Gruber provava un gioia intima, quasi feroce, in quell’attesa, nella lotta che avrebbe affrontato, nel disperato tentativo di affermare la sua logica umana col mondo soprannaturale della non logica e della logica a rovescio.
Tic... tac... tic... tac...
I secondi si accavallavano ai secondi. O forse fuggivano avanti ad un impulso che veniva da un sistema di comando assai più alto.
Tic... tac... tic... tac...
Dette un’occhiata alle lancette fosforescenti.
Le undici e trenta di notte.
Continuò a fissare il buio e gettò la cicca.
Dopo alcuni minuti, sulla sua destra, fu certo della esistenza di una presenza nuova. Tese l’orecchio e gli altri sensi ed attese.
Una fioca luce, tremolante, come quella di un fiammifero, balenò un attimo nel buio pesto e, ben presto si trasformò nella fiamma ondeggiante di una torcia.
Brandanus, con la testa china, guardava la fiamma che lentamente, conquistava la resina e si sviluppava, azzurrognola, rossiccia, gialla.
Il Pastore Calvinista dette un’occhiata intorno e si fermò interdetto.
Il suo sguardo aveva incontrato quello riflettente la poca luce di Gruber. Seguì un lungo silenzio immoto. Poi Brandanus disse:
— Siete voi, ingegnere?
— Salve, Brandanus.
L’alta figura segaligna, resa ancor più fantomatica dall’abito scuro, sogghignò:
— Siete ormai certo sia io? L’uomo della tomba?
Gruber accese un’altra sigaretta.
Si era seduto su un masso staccatosi dal soffitto chissà quanto tempo prima. Gettò il fiammifero nella polvere.
— Certissimo, — disse dopo una pausa — forse voi speravate in ben altro?
Brandanus scosse la testa e fece qualche passo avanti. Tuttavia era guardingo; il modo di comportarsi dell’ingegnere era nuovo per lui e aveva il vantaggio della conoscenza.
— Perché siete venuto?
— Volevo parlare con voi. Mi interessate.
— Avete letto il mio manoscritto?
— Certamente.
Brandanus non nascondeva il suo orgoglio, tuttavia fissava il volto del suo interlocutore con attenzione. Non era convinto della strana espressione calma di Gruber.
— Vi è... piaciuto?
— No.
Brandanus sembrò preso alla sprovvista.
Dette un’occhiata intorno, alle tombe su cui erano stati imposti i sigilli in ceralacca della Polizia ma che la versione ufficiale della Magistratura aveva abbandonate a se stesse, senza alcuna sorveglianza.
Brandanus guardò nuovamente verso l’ingegnere con occhio astuto.
— Volete farmi arrabbiare offendendomi?
— Non è nelle mie intenzioni. Voglio dirvi la verità.
L’altro cercò di darsi un contegno. Piantò la torcia in un anello di ferro; si pulì le mani contro la lunga redingotte nera. Poi, non udendo altro suono dalla direzione in cui era seduto Gruber, lanciò un’occhiata verso quella parte.
— Bene; ditemi questa verità, se la cosa vi interessa tanto.
Gruber aspirò lentamente la sigaretta e scandì:
— Siete un mostro ed uno sciocco.
La faccia di Brandanus si contrasse.
— Badate come parlate, Gruber.
Fece un passo avanti.
L’ingegnere alzò le spalle.
— Non potete toccarmi né nuocermi, se io non voglio. La vostra entità materiale, tranne per quanto riguarda la forma, è talmente tenue che solo la mia volontà può darvi la forza di sfiorarmi.
Brandanus si fermò e fu agitato da una silenziosa risata.
— Siete pratico di esseri ultraterreni.
— No, ma ho capito molte cose nelle ultime ore.
— Quali, per esempio?
— Che voi siete uno sciocco.
Il Pastore Calvinista contrasse le mani e la sua faccia assunse un’espressione feroce.
— Ringraziate il Cielo, Gruber, che io sia morto. Se fossi in vita…
— Mi fareste arrestare e sottoporre ai vari gradi di tortura come quei poveri innocenti…
Brandanus fece un balzo in avanti protendendo le dita adunche e gridò come un forsennato.
— Che dite, che dite, maledetto… innocenti quelli? Spiriti demoniaci che io ho cacciato nuovamente nelle loro tane.
Gruber attese che l’altro si calmasse. Ed aggiunse:
— Sapete anche voi che tutto ciò è falso.
Brandanus sembrò volersi scagliare sull’ingegnere poi l’inutilità di un simile gesto lo trattenne.
Si fermò ad osservare il suo interlocutore con curiosità ed ebbe un gesto di approvazione con la testa.
— Siete un uomo in gamba, Gruber. Sareste stato un osso duro per me ai tempi in cui ero in vita.
Gruber alzò le spalle e gettò via la cicca, nella polvere.
— Siete uno sciocco ed eravate uno sciocco.
— Smettetela di insultarmi, non ne avete il diritto.
— Vi sbagliate, Brandanus. Ce l’ho il diritto. Esso nasce dalle decine di miei simili innocenti che voi avete fatto soffrire.
— Smettetela di dire che fossero innocenti.
— Allora, secondo voi, sareste un’anima eletta? Un’anima che ha combattuto il demonio nel nome di Dio?
— Proprio così.
Gruber aveva un sorrisetto ironico. Puntò un dito contro il pastore.
— E ditemi, allora, per quale ragione, dopo tanti secoli, se siete uno spirito benedetto dalla Divina Provvidenza, ve ne state ancora vagando intorno alla vostra tomba?
Brandanus non rispose subito. Dette un’occhiata di traverso a Gruber, poi alla sua tomba.
— Perché essa è vuota.
— E perché non la occupate e non ve ne andate a godere della eterna gioia della visione divina?
Il Pastore Calvinista mise le mani dietro la schiena e affondò il mento sul petto.
— Forse non è ancora la mia ora. — Disse; ma la sua voce era esitante.
— Perché, non è ancora la vostra ora? — incalzava Gruber. — Perché i vostri fratelli non vagano negli antri di questo maledetto convento? Non vedo fratello Angus, venire qui, né fratello Rhinus. Perché di questa loro assenza?
Brandanus alzò un volto tirato. I suoi occhi sembravano più grandi, feroci fuochi di orgoglio nel volto terreo.
— Se volessi potrei farlo.
— Fatelo, allora.
L’alta figura del Pastore Calvinista si piegava in avanti come a voler concentrare il pensiero in qualcosa che lui solo poteva vedere.
Ripeté la manovra due, tre volte, poi alzò le braccia e invocò:
— Oh tu, che mi hai consigliato fino a questo momento, tu Arcangelo difensore di Dio, vieni a combattere quest’uomo che, credo, si più demonio che uomo.
Gruber rideva compiaciuto.
— Come scena drammatica non c’è male. E chi sarebbe costui che invocate? Quel turlupinatore del vostro doppio che vi ha così ben giocato nella vostra esistenza terrena?
Brandanus si portò le mani alle orecchie.
— Non bestemmiate. Costui è un Arcangelo di Giustizia, un Arcangelo di Dio.
— Vorrei vederlo in faccia.
Le sue parole furono seguite da una risata saltellante, chiocciante, acuta, poi bassa, poi ancora lamentosa come quella delle civette. Da un angolo in penombra venne avanti il sosia di Brandanus.
Era vestito in maniera differente; indossava calzoni da cacciatore e stivali. Una camicia aperta sul petto mostrava il petto villoso.
Mentre Brandanus rappresentava la mitezza, la debolezza, anche se il suo spirito poteva essere feroce, il suo sosia era l’espressione della spavalderia, della forza, della strafottenza.
Venne avanti con passo sicuro. Puntò un dito contro Gruber.
— Ti sei messo nel « cerchio », figlio di puttana, per questo non posso incenerirti come vorrei. In fondo mi sei simpatico. Bene, ora che hai svelato il mio gioco con questo imbecille, cosa vuoi? Denaro, potenza, ricchezza di ingegno?
Gruber guardava Brandanus e vedeva l’espressione smarrita di lui.
Poi la mano del Pastore Calvinista si alzò nella luce tremante della fiaccola.
— Ma tu chi sei, allora?
— Cretino, è da una diecina di minuti che questo figlio di cane tenta di spiegartelo.
Gruber seguiva l’avvicendarsi dei sentimenti di Brandanus rappresentati dalle varie espressioni del viso.
Improvvisamente il pastore gettò un urlo terribile, simile all’ululato di un lupo ferito, ma con una nota talmente tragica, che l’ingegnere rabbrividì.
Il sosia alzò le spalle.
— Mi tocca spesso d’assistere a scene del genere. Fanno sempre così quando si accorgono dell’inganno.
Il grido di Brandanus si ripeteva sempre più breve, ansimante, disperato, strozzato. Cadde in ginocchio.
Strofinò il volto nella polvere, sui sassi e continuava a gridare.
Il sosia si volse a Gruber:
— Lasciamolo perdere. Cosa vuoi da me?
— Niente. Solo vorrei una descrizione di come ha fatto Brandanus a uccidere Kauffmann e Baumann.
Il demonio ghignò:
— Sono stato sempre io a consigliare come doveva fare. Un bel lavoretto davvero.
Raccontò con vivezza di particolari quanto era accaduto nella tragica notte del temporale.
Il Pastore Calvinista aveva smesso di urlare e strisciava in terra, torno torno all’alta figura del suo sosia e si lamentava, guaiva come un cane, tendeva le mani scarne verso il colosso incombente sulla sua misera figura.
Gruber ebbe un moto di pena verso Brandanus e il demonio lo notò:
— Perché hai fatto tutto questo, ingegnere? Che male aveva fatto a te, personalmente, questo verme?
— A me personalmente nulla. Ma è il male che ha fatto all’umanità che volevo vendicare. Come vorrei vendicare tutti coloro che hanno sofferto per opera di uomini come Brandanus, come vorrei veder strisciare nella polvere tutta le genia di esseri simili a lui.
— Sei feroce.
— Forse. Forse è anche in me il male come lo era in lui. Ma è giusto che il male uccida il male, che il massacro avvenga tra le espressioni del male, perché il bene é troppo ingenuo e troppo debole per poterlo combattere su questa terra.
Il demonio guardò fisso Gruber e gli fece un cenno.
— Potresti diventare un mio buon discepolo.
— Non mi interessa.
Brandanus continuava a strisciare e il suo lamento era repellente, noioso, disgustoso. Gruber fece un gesto di noia.
Subito il demonio gridò verso la figura contorta in terra, agitata da sussulti.
— Vattene!
— Signor Gruber... signor Gruber... abbiate pietà di me. Intercedete per me.
— Vattene! — gridò il sosia con voce tonante e allungò una pedata nel fianco al pastore Calvinista.
Brandanus si ritirò con gli stessi movimenti sinuosi del serpente verso la parete di fondo e contemporaneamente continuava a gemere.
— Signor Gruber… signor Gruber
Il sosia fissava con un sorrisetto a fior di labbra l’ingegnere:
— Nessuna pietà, vero? — suggerì.
— Nessuna pietà. — Disse Gruber.
E Brandanus, come respinto via da un colpo di vento, fu scagliato contro la parete, sembrò lottare un attimo contro qualcosa di viscido che lo afferrava, come se i mattoni fossero sabbie mobili, poi sparì nell’interno del muro.
Il demonio gettò indietro la testa esplodendo in una soddisfatta risata.
— Bene, Gruber, mi piaci.
Volse le spalle e si avviò a grandi passi verso un angolo buio dove scomparve.
Gruber restò nell’ambiente deserto, illuminato dalla fiaccola ancora infissa nell’anello della parete, unica testimonianza che ciò che era accaduto non era frutto di incubo.
Si alzò con un profondo sospiro.
Con un bastoncino di noce tracciò dei cerchi successivi nella polvere, spostandosi, volta a volta, in modo da essere sempre nell’interno d’un cerchio, protetto dal magico segno.
L’ultimo lo tracciò intorno alla corda che pendeva dall’apertura attraverso la quale, alzando la testa, vedeva brillare le stelle.
A grandi bracciate tornò alla superficie.
Mentre si tirava fuori dal buco, nella pallida luce lunare, vide la figura di Klingen seduta su un masso.
Si rimise in piedi e con energici colpi di mano tolse la polvere dell’abito. Poi chiese:
— Come mai siete qui, Capitano?
— Ho seguito tutta la scena.
Gruber estrasse il pacchetto delle sigarette e lo porse all’altro che prese il bianco cilindretto, quasi fosforescente sotto la luna.
— Così posso dire di non essere stato vittima di una allucinazione.
Seguì una pausa di silenzio. Gruber sedette a fianco del capitano.
Nuvolette pallide di fumo si libravano intorno ai loro volti nell’aria immota.
Klingen domandò:
— Perché ve la siete presa solo con Brandanus e non con l’altro?
— Perché il demonio è onesto. Sappiamo della sua cattiveria. È scontato in partenza il male che è in lui; ma coloro, che nel nome di un dio o di una legge, sfogano il male che è in loro sono peggiori del demonio.
CONCLUSIONE
Gruber aveva terminato il suo racconto.
Nel grande camino il fuoco agitava le sue braccia e borbottava.
Fuori il vento si abbracciava al tetto e guardava giù per i comignoli con il vivace occhio burlone.
Gettai la sigaretta nella brace e dissi:
— Vorrei scrivere e pubblicare questa storia.
Gruber fece un cenno d’assenso.
— Fatelo pure. Vi autorizzo a riferire tutti i fatti, così come ve li ho descritti; però voglio chiedervi un favore.
— Dite pure.
Puntò un dito, dorato dalla luce del fuoco, contro di me.
— Il libro deve uscire con il nome di Geron Brandanus. Voglio che, anche se legato solamente alla copertina di un libro, il suo essere malvagio continui a trascinarsi sulla terra, odiato, disprezzato, vilipeso. Voglio che, dopo la lettura, tutti coloro che stringono nelle mani questo libro, sentano il bisogno di gettarlo nel fuoco per allontanare dalla propria casa la presenza di lui, di Brandanus...
Uscii dalla casa di Gruber alquanto scosso.
In fondo, Brandanus, si era ancora una volta vendicato.
L’odio profondo, che era riuscito a suscitare in Gruber, aveva spezzato l’ultimo equilibrio in lui tra il bene e il male.
FINE
Racconti brevi di Pino Belli
POKER IN QUATTRO di Pino Belli
Ci trovavamo tutte le sere intorno al tavolo illu¬minato, al centro, dalla luce lattea della lampada. Essi entravano quasi senza nè salutarmi, nè rivolgermi frasi cortesi. Effettivamente non ce n'era bisogno.
Noi ci vedevamo soltanto per giocare a poker e ciò durava sino al mattino all'alba, ogni notte.
Non ho mai saputo i nomi dei miei compagni tranne i piccoli nomignoli che nascono intorno ai tavoli da gioco: Mano d'oro, Cip, Piatto Doppio.
Se debbo dire il vero non conoscevo nemmeno bene le loro fisionomie perché, quando entravano, la stanza era già nella penombra con l'unica macchia abbaci-nante al centro, diretta sul tavolo verde, e quando se¬devano la banda d'ombra del paralume nascondeva i loro volti sino al mento.
Era consuetudine di mesi, ormai.
Essi giungevano, picchiavano con moderazione alla porta ed entravano in silenzio in fila indiana: prima Piatto Doppio, grosso e tarchiato, poi lo scheletrico Cip e quindi il gobbetto Mano d'Oro.
L'unico a dire qualcosa, e ciò non accadeva mai tanto spesso, era Piatto Doppio che brontolava: SERA, e si metteva a sedere al suo solito posto. Gli altri lo imitavano e solo una volta Cip disse:
--- Giochiamo anche la notte di Natale, bella roba.
Mano d'Oro sogghignò.
Poi cominciavamo a distribuire le carte e il gioco prendeva man mano il suo ritmo e la sua tensione.
Era ormai tanto tempo che giocavamo insieme che si può dire nessuno vincesse nè perdesse. Le forze erano equilibrate; ognuno sfoggiava il suo carattere di giuoco.
II fumo delle sigarette, perchè tutti fumavamo in gran copia, si addensava sotto il paralume e, dopo po¬chi minuti, ci vedevamo attraverso una nebbia azzur¬rina come se fossimo immersi in un acquario.
Poi all'alba Mano D'Oro diceva: giro fisso.
Facevamo le ultime puntate rischiose, quindi i conti; ognuno pagava e i tre, in fila indiana, così co¬me erano entrati, se ne andavano.
Piatto Doppio, dalla soglia, brontolava, senza vol¬tarsi: GIORNO.
La porta si chiudeva con garbo alle loro spalle.
Ma una sera non vennero. Il fatto che ciò fosse accaduto dopo tanto tempo, mi mise in subbuglio. Sa¬pevo che erano di una puntualità cronometrica e già un ritardo di dieci minuti mi doveva convincere che non sarebbero più venuti. Invece attesi tutta la notte.
Prima camminai avanti e indietro nervosamente. Poi sedetti al tavolo iniziando un interminabile soli¬tario.
Ogni tanto tendevo l'orecchio a spiare i rumori per le scale. Il fruscio di un gatto o il picchiare lieve del vento contro le imposte mi faceva sobbalzare e spin-gere, ancora con maggiore tensione, i miei nervi fuori della stanza.
II vento fresco dell'alba, che agitava le tende della finestra, mi spinse verso la camera da letto. Mi gettai così vestito, abbattuto da un'amarezza senza confini, sul materasso e dormii.
Solo più tardi compresi perché essi non erano venuti.
Il giorno prima un Pastore Battista aveva preso in affitto l’appartamento sotto al mio e, prima di entrare in casa, aveva asperso davanti al portoncino, con una breve preghiera, dell’acqua benedetta.
Essi non sarebbero più venuti.
I loro spiriti maledetti avrebbero vagato in altri luoghi, meno santi, alla ricerca di un tavolo di poker dove ci fosse solamente il quarto.
TROPPE CORNA IN QUESTO AFFARE di Pino Belli
Terenzio era spagnolo, almeno così diceva, ed ogni qual volta mi fermava, sbarrandomi la strada all'an¬golo del Palazzo della Prefettura, si sbracciava ed agi-tava, testa, mani e corpo, per avvalorare le sue dichia¬razioni di nazionalità. Sul principio, per quanto co¬stui intercalasse varie parole di castigliano di cui conoscevo il senso, ero convinto fosse Italiano e Abruz¬zese per giunta.
Cosa facesse, di preciso non lo sapevo.
Mi era comparso una sera, all'improvviso, davanti, mentre me ne tornavo a casa dopo aver lasciato l'Uf¬ficio.
- Signore gradisce un corno della fortuna?
Ero sopra pensiero e mi fermai non a guardare i corni, perché questi oggetti non mi interessavano, ma con l'occhio vuoto attratto dal colore rosso. Poi mi ero riscosso ed avevo detto:
- Lasciatemi in pace buon uomo - o qualcosa del genere o, forse di più brusco e stizzito.
Terenzio parve colpito dal mio modo di fare e scappò via giù per il vicolo, con tale furia che mi voltai incuriosito.
Così, la sera seguente, quando me lo vidi nuova¬mente di fronte all'angolo del tetro palazzo, mi fer¬mai. In un certo senso ero dispiaciuto di averlo spaventato a quel modo. Ma Terenzio, non sembrava por¬tarmi alcun rancore, anzi, man mano la mia benevo¬lenza aumentava, nel vedermelo ogni sera davanti, piovesse o nevicasse o tirasse una fredda aria da tagliar la pelle, egli diventava sempre più insistente e pe¬tulante.
Non so quanti corni di varie dimensioni, persino dorati, comprai da lui.
Ed ogni volta che uscivo dal mio ufficio, perché spesso facevo tardi la sera, me lo ritrovavo di fronte sempre più intraprendente ed audace. Una sera non potei fare a meno di dirgli:
-- Terenzio stai esagerando; non devi abusare della mia pazienza.
- E' quello che desidero signore.
- Come sarebbe a dire, Terenzio?
- Desidero che voi perdiate la pazienza.
Lo guardai e lui, con un grande sorriso, che gli allargava la faccia olivastra, mi faceva ciondolare da¬vanti agli occhi il mazzo pendulo, il grappolo, dei corni rossi.
Alzai le spalle. Me ne andai con un senso di ran¬core.
Poi tutto accadde qualche giorno dopo la notte della vigilia di Natale.
Ero fuori di me perché il mio direttore generale, per un banale incidente di archivio, mi aveva tratte¬nuto fino a tardi ed a casa mi attendevano i miei per la cena.
Terenzio era fuori. Uno spolverio di neve sottile rendeva l'aria silenziosa e attenta.
- Buona sera signore.
- Vattene Terenzio, ho fretta.
Mi sbarrava il passo petulante più del solito ed agitava le braccia lunghe e nere sulla controluce del lampione.
- Vattene, ho fretta.
-- Avete fatto tardi signore, questa sera. Vorrei mostrarvi...
Ero fuori di me, cercai di avanzare ma lui muoveva le braccia come un grande fantoccio scosso da sussulti.
-Ascoltate signore.
-Vattene, maledetto.
Mi fermai di colpo. Non potevo credere alla mia ira, alle mie parole. Mi volsi lentamente a Terenzio, quasi a chiedere scusa; ma lui con un beato sorriso, inchinandosi davanti a me con autentica aria da ca¬stigliano disse:
- Grazie signore. Da quando mi avevate chiamato buon uomo, nessuno più mi voleva nel mio mondo. Secondo gli altri (e qui rise) ero diventato un demonio di seconda mano, troppo onesto.
- Grazie signore; buon Natale.
E facendo ciondolare lungo il fianco il grappolo dei corni rossi si avviò giù per la strada e scomparve.
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