martedì 28 maggio 2024
UN GIORNO Wladislaw ST Reymont
Presentazione di Sergio Bissoli
Quando il lettore smaliziato ha letto tutti i grandi scrittori francesi: Hugo, Zola, Maupassant, Balzac, Flaubert, D’aurevilly.... pensa di non avere più niente da scoprire.
Poi il nostro lettore si imbatte in Reymont, Iwaskiewicz e intravede nuovi territori di Letteratura; allora la sua anima vibra di emozioni fresche e dolcissime, come un adolescente al suo primo e indimenticabile amore.
WLADYSLAW ST. REYMONT Polonia 1868 Varsavia 1925
Tratto dalla raccolta di racconti LA MORTE DEL BOSCO Editrice Slavia 1931
UN GIORNO…
Un giorno... di maggio... allo spuntar dell’alba, in una casetta accovacciata in terra coi suoi muri storti si schiuse una piccola finestra e nella cornice delle fucsie in fiore si intravide una testa canuta e si udì sussurrare monotona una voce.
Era il signor Pliszka che recitava le preghiere del mattino.
La città era ancora addormentata.
Il crepuscolo greve e pieno di sonno pesava sul mondo col suo silenzio; quel silenzio strano, nostalgico, stillante di lacrime, che precede il giorno...
Dalla penombra sorgevano appena le case, le officine, i giardini, come viluppi di corpi inerti e senza anima. Soltanto qua e là sui tetti, sulle finestre buie, sulle cime degli alberi guizzavano i primi bagliori, come sorrisi di persone che sognano, come sguardi velati di fantasie, come un arrossire per timore del giorno, che intanto avanzava carponi nello spazio, già pendeva sul ciglio della notte e con gli occhi verdi e ansiosi abbracciava il mondo…
Tutto era silenzio.
Le preghiere del signor Pliszka sussurravano come tenere foghe di betulla al vento, e gocce di rugiada, stillando dalle case smarrite nel buio, dalle gron¬daie invisibili, picchiavano sul tetto della casetta monotone, senza tregua... conciliando il sonno...
Il signor Pliszka stava terminando le sue preghie¬re e si batteva forte il petto.
- Kruczek!
Il cane corse, senza far rumore, dal fondo della stanza buia e saltò sul davanzale della finestra.
- Inginocchiati, sciocco! Mettiti su due zampe! Guarda: là c'è il Padrone del tuo padrone, capisci, sciocco che sei?
Kruczek mandò un ringhio, appoggiatosi alle fuc¬sie si sedette sulla coda e si mise a fissare con lo sguardo vuoto l’oscurità.
- Non ingannare il Signore Iddio. Ecco, questo furbacchione vorrebbe anche accomodarsi!
Ma Kruczek non dava più retta al signor Pliszka fece un salto nel cortile e si mise ad abbaiare pres¬so il portone.
- Rimarrai sempre un animale ignorante e sciocco, - bofonchiò con amarezza, avvicinandosi con l’orologio alla finestra. Restò sorpreso, perché erano appena le quattro; non si era mai levato così di buon'ora.
- Che io stia male, o che?... Manca un'ora e mezza per andare alla fabbrica.
Si sdraiò sul letto senza far rumore, per non svegliare nessuno e vi rimase per un bel po’; nella stanza attigua risonava il gagliardo russare di parecchie persone, e dalla terza, piccolina, giungevano frequenti colpi di tosse.
« Ha le scarpe rotte e tossisce! » pensò, alzandosi di nuovo, perché dalla finestra già si affacciava l’alba, imbiancando l'interno della stanzetta.
Nello spazio ferveva un lotta silenziosa e mortale col giorno vincitore. Il signor Pliszka si sedette accanto alla finestra e si mise a sfilare macchinalmente i grani del rosario e a dire le preghiere, stando in ascolto...
Sulle finestre le rondinelle cominciavano a stridere dolcemente quasi una preghiera alla luce dell'alba, sempre più chiara...
La terra si ridestava, stiracchiandosi, e le vasche piene d'acqua, come gli occhi velati di albugine, schiudevano le palpebre di tenebra e guardavano assonnate attraverso le ciglia dei pioppi chini sopra di esse.
Le rosse mura della fabbrica stillanti di guazza tremavano come nel brivido di un risveglio. Con le loro lunghe gole, i fumaioli degli opifici tendevano nello splendore dell'alba i loro becchi rossi, abbeverandosi di luce e sembravano uno stormo di gru che facesse la guardia al branco dei tetti…
E le lunghe strade fangose, i viottoli, i fossi, i binari, le pozzanghere d'acqua tentavano di raddrizzare, sotto la nebbia, i loro corpi stanchi e affaticati, si stiravano sonnolenti per ricadere nella torpida brama di un lungo riposo, di un sonno interminabile...
Anche il signor Pliszka sognava; sgranava il ro¬sario e bisbigliava le preghiere; il suo sguardo errava sui contorni delle case, - ma egli non vedeva nulla, immerso in sé stesso, nella greve nebbia dei suoi pensieri, in una nuvola di sentimenti sparsi fra un caos di incerti fremiti dell'anima, di strani guizzi, presentimenti, parole, immagini ed inquietudini... Turbinava in lui e si ingrandiva qualcosa che egli non capiva affatto. Si sentiva soltan¬to preso da una sorda ansia, - ma di che?... Non lo sapeva, come non sapeva neppure il nome di quel sentimento che gli gonfiava il cuore...
Gli alberi in certi giorni di marzo, nei terribili giorni di cattivo tempo, di freddo e di vento, hanno la nostalgia della primavera, del sole; e la gente? La gente, come gli alberi continuamente morenti, ha la nostalgia di quello che è stato... e piange.
Il signor Pliszka, si riebbe, perché nella grigia ca¬ligine che riempiva il cortile si udì uno stridore lungo, acuto e persistente.
« Anton! », pensò.
Sì, era proprio Anton, un vecchio operaio che aveva perduto gli occhi nello scoppio di una caldaia ed ora pompava l'acqua ai piani superiori fa¬cendo girare una enorme ruota. Nel crepuscolo del mattino lo si vedeva, come attraverso un vetro ap¬pannato, chinarsi automaticamente con movimenti eguali, misurati, come un esatto pendolo umano...
La ruota gemeva con prolungati scricchiolii, con lo strido del ferro affaticato... E Kruczek abbaiava ostinatamente al vecchio cane bastardo che accompagnava il cieco al lavoro.
Quel giorno il signor Pliszka non vedeva l'ora che la sirena della fabbrica fischiasse.
Andò in cucina e si mise pian piano ad accendere il fuoco nel camino.
- E' già l'ora? - domandò una voce in un an¬golo nascosto da un paravento.
- C'è tempo, stia zitta, signora, perché il ragazzo si sveglierà...
Si avvicinò ad un altro angolo, dove c'era un altro paravento; là dormiva un fanciullo; il tavolino era pieno di libri e di quaderni sparpagliati, lo zaino era gettato in terra e la divisa sotto la tavola...
Il signor Pliszka mise tutto in ordine, diede uno sguardo al volto arrossato del fanciullo, sorrise stranamente, e prese le scarpe di lui per ripulirle. Andò a ripulirle fuori, davanti alla casa, per non svegliare nessuno. Erano delle misere scarpe, le scarpe melanconiche di uno scolaro, piene di ferite, di ricuciture e di toppe, - le romantiche scarpe della miseria; non avevano più suola, più tomaie, più tacchi, ma drizzavano orgogliosamente le orecchie sane. Il signor Pliszka le accomodava e le puliva con vero amore, con quel suo strano e dolce sorriso di vecchio cane.
Il giorno si avvicinava a gran passi: già i vetri delle finestre ai quarti piani erano diventati color rosa, al terzo bianchi, al secondo grigi, come di nebbia gelata, e al primo luccicavano con lo splendore duro e freddo del basalto polito.
« Bisognerà comprargli un paio di scarpe, » pensò: ma fu scosso di soprassalto dalla rauca e acuta voce della sirena, che lacerò d'un tratto il silenzio.
Nella stanza cominciò l'affaccendarsi della prima mattina; quattro persone si erano alzate dalle brande e si affrettavano a prepararsi al lavoro.
« Mi sento qualche cosa! » pensò il signor Pliszka, accelerando il passo, perché dalla sala delle caldaie prorompevano già le rosse fiamme dei fuochi e i vetri delle sale inferiori si illuminavano.
Si mise al suo solito posto, presso l'ascensore, afferrò la corda metallica e stette in attesa dei segnali.
Le sale erano ancora silenziose e soffuse di ombra, e solo in basso inondate di luce elettrica, mentre ai piani più alti i fiochi bagliori del giorno lasciavano intravedere le poderose carcasse delle mac¬chine - come un branco di bestie mostruose, immobili, che spiavano il momento di spiccare un balzo. Le cinghie delle trasmissioni cadevano pesanti come tendini recisi da un corpo, come braccia abbandonate nel sonno.
Gli operai entravano precipitosamente, si salutavano con un cenno, volgevano lo sguardo ottuso per le sale e silenziosamente e con umiltà si accosta¬vano alle macchine, pieni di una sottomissione timo¬rosa. Qua e là, fra le carcasse di ferro si facevano udire le preghiere non terminate durante la strada; qua e là, una conversazione o una voce sgomenta ri¬sonava più forte, ma si acquetava subito; soltanto gli sguardi stanchi correvano verso le finestre, die¬tro le quali si ergevano gli alberi verdeggianti, verso i campi rivestiti di grano novello, verso le foreste lontane, lontane… verso il sole e il tepore, verso la luce e la libertà…
Tutto a un tratto ruggì il segnale del lavoro!
Gli uomini si raddrizzarono con un movimento automatico, le macchine si scossero; un torrente di una forza inaudita irruppe per tutta la fabbrica... un brivido percorse gli ingranaggi... e fremettero le bestie di ferro, fremettero le pareti, si chinaro¬no gli uomini. Il primo movimento... come sotto un colpo di uragano... un attimo di esitazione... un sommesso gemito di resistenza... un ansare di mac¬chine e di uomini... soffocato in un tremendo rantolo di sforzo... Una lotta di potenze... Un sordo e mortale combattimento... poi il repentino, possente urlo delle macchine vinte ed ormai avviate, scosse le mura.
- Ascensore! Al quarto! - rimbombò, con eco tetra, una voce nel profondo dello scuro pozzo in cui stava di guardia il signor Pliszka.
Tirò la corda e l'ascensore cominciò a salire silenziosamente, senza un fruscio, come un mostruoso ragno nella sua tela.
- Ascensore, tintoria!
Si sprofondò di nuovo in basso, nelle tenebre; soltanto attraverso le quadrate aperture delle pareti, come in un caleidoscopio, gli guizzarono innanzi agli occhi i ripiani, le sale, gli uomini, le macchine, le mercanzie, le finestre. Oltrepassò l'essiccatoio lu¬minoso, una stufa arrossata dai bagliori del mat¬tino che gli alitò sul viso un soffio di aria rovente, atrocemente secca, e il rumore inquietante delle macchine, coperte dei loro ripari metallici; discese attraverso la sala d'appretto, tagliò i vari strati di odori della soda, del sapone grezzo, dei lubrificanti riscaldati, del cloro, delle esalazioni umide e calde delle stoffe stirate, e per il grigio, lacrimoso chiarore del giorno del terzo piano raggiunse le sale di cimatura, quello strano mondo bianco di pulviscolo di cotone in cui le lunghe contorte lame delle mac¬chine da cimare mandavano dei freddi luccichii e gli uomini si intravedevano come in una bufera di neve - quasi una visione febbrile dell’opificio invaso dalla furia tormentosa del lavoro.
E poi, di nuovo in basso, - per la lavanderia, per la folla compatta dei telai schiamazzanti e la rete delle cinghie e delle trasmissioni, che con mille braccia, come piovre mostruose, strozzavano, abbrancavano, rincorrevano ogni cosa e, cadendo dal soffitto, si lanciavano attraverso i piani, traversavano le pareti e i cortili e, affannate, ma infaticabili, si gettavano sulle pulegge, sulle ruote, scivolavano giù, si innalzavano, si attorcigliavano ovunque e, pervase da una forza tremenda, folle, selvaggia nella sua potenza, riempivano la fabbrica di un sommesso, ma terribile grido di trionfo.
E poi, più in basso ancora, là dove non esisteva più l'alba, né il giorno, né la notte, - nella tintoria, dove le fiammelle del gas, fra la nebbia dei vapori colorati, proiettavano intorno bagliori miasmatici; nel monotono fiottare degli sciacquatoi; nel diguazzare dell'acqua sbattuta senza posa; fra i caustici odori delle tinte in ebollizione; fra il gemito lamentoso delle macchine; nel caos delle esclamazioni, dei movimenti e dei colori opachi; in mezzo all'immane sforzo spasmodico delle macchine e degli uomini.
- Ascensore! - tonarono dall'alto, e il signor Pliszka, tirata la corda, si mise in moto: attraversò di nuovo quei quattro piani-zone; raccolse gli uomini, le merci, i carrelli; si fermò un attimo davanti alle aperture delle sale; si sprofondò nella notte, nelle tenebre, emerse fino ai piani alti fra i bagliori del giorno; vide nell’essiccatoio il sole e la linea scura delle foreste lontane; più in giù scorse le tenere foglie di un pioppo; più in basso ancora vide gli stagni nella nebbia; poi fu rapito dalla notte. E i fantasmi delle macchine vacillavano nell'ombra delle sale inferiori, mentre lui scivolava sempre piano e silenziosamente, come un automa...
Il signor Pliszka andava su e giù in questo modo da vent’anni.
Non si era mai ammalato, non aveva mai preso una vacanza.
Egli era la macchina più vecchia della fabbrica; null'altro che una macchina, perché a poco a poco aveva dimenticato sé stesso, e la propria vita, e talvolta non sapeva nemmeno chi era stato un tempo e dove. Non pensava né sognava più, ormai in¬capace di farlo, quando, a sera, seduto nella sua stanza, si immergeva in una strana contemplazione delle macchine. Sentiva allora in sé tutto il movimento della fabbrica. Nella sua anima si dipanavano le interminabili matasse delle cinghie; davano guizzi i colori offuscati delle stoffe, fra le vibrazioni delle macchine e il rotare delle pulegge; tutto il ru¬morio dell'opificio lo avvolgeva in una specie di nebbia sonora ; le figure degli operai sorgevano e sparivano come vane ombre rievocate dalla memoria; erano sensazioni deboli, smorzate, ma pure co¬sì chiare e distinte, che quasi temeva di muoversi per non essere stritolato da quei mostri che vivevano e roteavano in lui.
Ormai non viveva più che della vita della fab¬brica, intendeva e sentiva soltanto la vita delle macchine, pensava unicamente ad esse e vi pensava con timore e con tenerezza immensa.
Che poteva importargli della gente che come una ondata attraversava la fabbrica, che poteva importargli di quegli uomini che stavano accanto alle macchine come cani da guardia e come ombre si accostavano timorosamente ai colossi per servirli, che dipendevano da loro e vivevano alla mercé di quegli esseri potenti e immortali, terribili nella loro forza e nella loro sapienza?...
Sorrideva con disprezzo, guardando quei corpi sfiancati, quei visi cadaverici e macilenti, quelle membra affaticate... di fronte a quelle forze, a quei potenti le cui morse luccicanti di acciaio gli stavano sempre dinanzi, che erano essi? Povere cose, polvere, nulla...
Per venti anni il signor Pliszka aveva veduto diecine di migliaia di quelle misere vite spremute dalle macchine e gettate via come cenci, mentre le macchine e la fabbrica continuavano ad esistere.
Perciò disprezzava gli uomini ed amava le macchine.
E viveva sempre più profondamente della vita della fabbrica.
Contava le settimane dalle domeniche in cui faceva visita al suo capitano. Sapeva pure che, se al mattino il sole si affacciava nell'essiccatoio al quarto piano, allora si era certo in primavera, se invece nelle sale d'appretto - era di certo l'estate. L'inverno lo riconosceva dalla neve, e poi perché nella cimatoria veniva accesa la luce nel pomeriggio.
Del resto, nulla gli importava. Era anche buono e servizievole, ma di una bontà passiva di automa, senza concorso della volontà e della coscienza.
Fino a quel giorno il signor Pliszka era rimasto così.
Ma quel giorno succedeva in lui qualcosa di inesplicabile. Perciò si era svegliato cosi di buon'ora. Prima della colazione si issò appositamente al quarto piano e, appoggiatosi al cancello che divideva il suo pozzo dalla sala, si mise a guardare la finestra, il cielo su cui nuotavano le nuvole rosee rassomiglianti in modo sorprendente a balle di candido cotone disciolto... E quando risonò il segnale della colazione, scese giù, uscì fuori al sole e automaticamente si avvicinò agli operai.
Antos lo attendeva già con una gavetta di caffè caldo.
Lo sorbì, senza gustarlo; quel giorno non aveva appetito; e il pane lo sbriciolò e lo gettò ad uno stormo di passeri che di solito si adunava intorno a quelli che facevan colazione...
- Vai a scuola oggi, Antos? - domandò timidamente al ragazzo.
- Sì, appena avrò riportato la gavetta.
- Ti deve parer duro, Antos, studiare così, sempre, eh?
- Duro! no, no! - rispose sommessamente il fanciullo, cogli occhi fissi su uno sprazzo di sole che risplendeva nella vasca.
- Mah, mah! - esclamò il signor Pliszka dubbioso.
Tacquero. Antos continuava a guardare il sole che trascinava la sua chioma d'oro sull'acqua, fil¬trando fra i rami degli alberi; e il signor Pliszka fis¬sava il suo volto giallo e patito, i suoi occhi arros¬sati e le sue misere scarpe. Poi sospirò profonda¬mente, ascoltando il sommesso conversare degli operai seduti sugli orli delle vasche al tepore del sole.
- Sa, signor Pliszka? Il giorno di Pentecoste andremo con la mamma in campagna.
- In campagna! E perché? - domandò con gran meraviglia.
- Perché? Per riposarci, per prendere dell'aria buona... ecco...
- Che cosa c'è di buono in campagna? Sarebbe meglio, Antos, che tu rimanessi a casa a studiare; se no, povere scarpe!
Antos lo guardò stizzito; poi prese la gavetta e se ne andò.
Il signor Pliszka accese la pipetta e si mise a ti¬rare lentamente il fumo.
- Bene. Gli comprerò le scarpe quando sarà tornato dalla campagna... altrimenti le sciupa in due giorni… Che cosa andranno a fare in campagna?... Stupidi…
Scosse lesto la pipa, perché la sirena già richia¬mava al lavoro.
Non ebbe tempo di pensare a quella scampagnata, perché di nuovo rimbombava sopra e sotto di lui:
- Ascensore! Essiccatoio!
- Ascensore! Appretto!
- Ascensore! Tintoria!
Di nuovo andava su e giù, caricava, si fermava, scaricava, ma senza accorgersene; perché aveva sempre fissa nel cervello la domanda:
- Perché mai andranno in campagna?
Sinceramente non lo capiva e per questo si tormentava così.
Trasalì ad un tratto, facendosi attento a una conversazione dei suoi compagni di sala che stavano portando dal basso al quarto piano i carrelli colmi di stoffe bagnate.
- Adam, tu ci vai?
- Ci vado. Non ho più rivisto i miei genitori dal tempo del raccolto delle patate.
- Dunque, a sabato notte, eh?
- Eh, già, ci sono due feste di seguito.
- Non mi sento più la schiena e le braccia con questo lavoro d'inferno.
- E io ho un dolore qui, nel petto.
- E' la Pentecoste, è vero?
- Certo, o che non lo sai?
- In fabbrica si ha sempre la testa scombus¬solata.
- Dove hai intenzione di andare? – si affrettò a domandare il signor Pliszka.
- A casa per le feste.
- Lontano?
- Eh, no... Si va con la ferrovia fino a Lukow, e poi ci sarà da fare un miglio a piedi.
- E' nella nostra parrocchia, a quattro passi dal nostro paese.
- E voi, di che paese siete?
- Di Mszawa superiore.
- Ah… subito a sinistra volgendo dalla strada maestra… già... - si ricordò il signor Pliszka.
Intanto scesero e nella giornata fecero ancora parecchi viaggi coll'ascensore; ma il signor Pliszka non domandava loro più nulla, soltanto li guardava con attenzione e taceva.
« Szlachecka Wola! Il mio paese! Proprio il mio paese! » Inghiottì quel ricordo improvviso e lo morse, come un cavallo il freno, senza poterlo digerire.
Sorrise con disprezzo a quel ricordo del paese nativo; che cosa gliene importava, poi!
« Hanno bisogno della campagna, villani! » pensò ad un tratto con stizza.
Il signor Pliszka era nobile, un vero nobile di Szlachecka Wola, proprietario di tre campicelli e di una coda di mucca, senza esagerazione. Lo sentì intensamente in quel momento, e poi si mise a contare adagio:
- Ecco, saranno già trent'anni... sì... tre anni... cinque anni... e poi in città, a Lodz, nella fabbrica. Trent'anni, oh... oh... è un bel po' di tempo. - Era sorpreso; non aveva mai pensato che fosse trascorso tanto tempo. Con la mente ritornò verso il passato un po' sgomento, un po' rattristato. Il cervello cominciò a lavorare, e l'anima ad aprirsi faticosamente il varco attraverso il folto di quei trent'anni. E per quei trent'anni vuoti, grigi, smarriti nella memoria essa si scavava il passaggio fino a quei tempi... i tempi della giovinezza… i tempi della fanciullezza... quando pascolava il bestiame… fino là... in fondo, al principio della vita.
E soltanto allora, in quel momento si ricordò di aver posseduto una volta la giovinezza, il suo paese, la sua famiglia... un'altra vita...
« Villani! E perché vanno in campagna? » pensava con una irritazione crescente, e tentava di difendersi, come da cani rabbiosi, dai ricordi che sbucavano dagli angoli oscuri del cervello e gli si affollavano sempre più intorno.
Quel giorno per la prima volta in vent’anni il signor Pliszka lavorava male.
Non sentiva dei segnali, sbagliava i piani, e spesso, senza caricare nulla, scompariva nel profondo del suo pozzo, causando una gran confusione dappertutto; il materiale arrivava in ritardo, delle macchine erano costrette ad aspettare, ciò che destò l'attenzione generale.
Il sabato, alla paga, il cassiere glielo rimproverò.
- Pliszka, avete una multa per negligenza e per ritardo.
Il signor Pliszka si scosse come colpito da un fulmine, e poi scoppiò:
- A me una multa, a me! Sono vent’anni che sto in fabbrica e non ho mai pagato nemmeno un grosz di multa, non pagherò nemmeno oggi.
- Pagherete, è ordine del signor Demehl.
- Del signor Demehl! Allora pagherò, - esclamò, rassegnandosi d'un tratto. - Del signor De¬mehl, - ripeteva piano, trascinandosi a casa. Kru¬czek lo aspettava davanti al portone della fabbrica e lo salutava, abbaiando allegramente.
- Kruczek! Il signor Demehl ha fatto torto al padrone, hai sentito! Il signor Demehl!
Kruczek, al suono di quel nome, si mise ad abbaiare minacciosamente, a rincorrere l'invisibile nemico, per vendicare il torto fatto al suo padrone. E il signor Pliszka, come se avesse dimenticato tutto, ora che stava seduto nella sua stanza accanto alla finestra, fumava la pipa e non diceva una parola a nessuno, senza degnare d'uno sguardo neppure Kruczek.
Gli operai facevano frettolosi preparativi di viaggio; nella luce del crepuscolo si lavavano sotto la pompa del cortile, si mettevano gli abiti migliori, e in tutta la casa spirava un'aria di festa. La padrona, signora Radzik, e Antos li aiutavano a preparare i fagotti.
- Adam, che cosa portate di bello a casa vostra? - ella domandò.
- Porto un fazzoletto a mia madre, un berretto a mio padre e dei coralli per le ragazze...
- E voi, Pietro?
- Dei santini e un taglio di stoffa per mia madre.
- E voi, Juzef?
- Io, nulla; dove vado io? In che posto devo andare e da chi? - borbottò con stizza Juzef e, scostata bruscamente la sedia, uscì nel cortile. Fino a notte tarda si fece sentire la voce della sua fisarmonica... Sonava con passione, come per consolare il suo abbandono.
La signora Radzik intanto riordinava sulla tavola tutti i regali, li osservava ad uno ad uno sotto la luce della lampada e tornava a posarli delicatamen¬te, come cose sacre.
« Sciocchi! » pensò il signor Pliszka, e, dato un fischio a Kruczek, se ne andò anche lui nel cor¬tile, dove era Juzek. Sorse in lui un sentimento re¬pentino e cattivo, quasi un odio contro quella gente, contro i loro visi lieti e sorridenti.
Stava seduto su un sasso accanto al muro e con uno sguardo vuoto e ebete fissava la luna che si era già levata sopra la città e, come un uccello luminoso, si librava sui neri abissi.
Un'amara nostalgia gli oscurò l'anima, sugli occhi gli scese un'ombra lacrimosa, un'ombra ostinata che non voleva andarsene, benché il signor Pliszka tentasse di scansarla col pugno.
Rimase a lungo così seduto, fissando la notte lu¬nare, assorto nella musica di Juzek, - ma senza veder nulla, senza sentire e ricordare nulla.
Era una tranquilla sera di maggio, era un sabato sera della città industriale, la vigilia della festa.
Le finestre diventavano buie ad una ad una, come pupille vinte dal sonno; le fabbriche ammutolivano e si addormentavano; le strade fatte silenziose sem¬bravano stirarsi in una pigra quiete voluttuosa; le case si immergevano nelle tenebre e nel silenzio. Il brusio del formicaio umano era cessato, e solo la luna splendeva sempre più sfolgorante e le vette de¬gli alberi stormivano piano e parevano librarsi in quella nebbia argentea, per bere la luce, il silenzio, la beatitudine.
- Restate con Dio! - esclamò qualcuno dalla finestra.
- Che possiate rompervi il collo! - bofonchiò il signor Pliszka stizzito.
Ma non poté più rimanere tranquillo, no. Si alzò e si avviò dietro di loro, adagio adagio, perché la sua gamba di legno gli pesava quel giorno; sentiva in essa un curioso dolore, veramente curioso. Quando fu sulla strada, si fermò e si contentò di seguirli con lo sguardo.
Segui a lungo le loro nere ombre coi bianchi fagotti sulle spalle; andavano pei campi, verso la fer¬rovia... li vedeva bene in quella chiara luce lunare. Li aveva fissati tanto, che non si accorse nemmeno quando scomparvero dalla vista e si persero nella lontananza.
Ritornò sui suoi passi mogio mogio e assai stanco; mentre passava vicino alla fabbrica, trasalì, qua¬si spaventato; la luna così illuminava le finestre, così le irradiava, che al signor Pliszka apparvero nitidamente i neri, rilucenti contorni delle macchine; gli sembrò che le carcasse d'acciaio gli si avvicinassero, chinandosi verso le finestre, e che le loro gigantesche teste mostruose si affacciassero sul mondo... che guardassero lui, e così minacciose, così terribili e sinistre, che egli fece il segno della croce e tornò in fretta sul sasso accanto al muro.
Intanto Juzek sonava e sonava la fisarmonica, sempre più appassionato, - erano valzer riecheggianti la tempesta, erano mazurche che si alzavano come un uragano ed oberek così vorticosi che la fisarmonica ne gemeva di stanchezza; erano canzoni insolite, canzoni semplici, languide, tristi, - come quelle che nelle notti d'autunno sorvolano i campi portando con sé le raffiche del vento, i singhiozzi degli alberi assiderati, i gemiti della terra stanca e il sussurro dei fili d'erba disseccati. Dalla porta principale gli rispondeva un flebile zufolo da pastore: era lo strumento del portinaio, che forse se lo era fabbricato quello stesso giorno con un ramo dei salici che crescevano accanto alle vasche dell'opificio.
Lo zufolo rendeva una strana voce di pianto e di lamento, un'eco dell'anima di quei salici, di quegli alberi che sentivano la nostalgia del sole, del vento che corre per i campi, quasi un gemito di quegli alberi avvelenati dal fumo, soffocati dai muri, oppressi dalla mancanza d'aria e dagli scarichi inquinati delle fabbriche.
- Juzek, smettila, ora! Con questo strimpellare mi hai rotto i timpani!- esclamò il signor Pliszka irritato, tornandosene nella stanza.
La signora Radzik era ancora alzata; aveva di¬nanzi a sé delle montagne di scialli, e ne stava annodando sveltamente le frange; Antos, all'altro ca¬po della tavola, turandosi gli orecchi con le mani, si affannava a studiare la lezione.
- Signora, lasci stare questo lavoro; non mette conto di rovinarsi gli occhi.
- Devo finire stasera. Domani andiamo in cam¬pagna da mio fratello prete. Antos non ha scarpe, e bisogna anche pagare la scuola.
Il signor Pliszka si sedette presso il camino basso e si mise a stuzzicare coll'attizzatoio i carboni che stavano spegnendosi. Kruczek, steso ai suoi piedi, dormiva.
Tutto era silenzio; la musica di Juzek arrivava attraverso i muri come una vaga confusione di suo¬ni, e l'orologio batteva il suo tic-tac monotono, lento, incessante.
- Ci va per lungo tempo? - le domandò piano.
- Per due o per tre giorni al massimo! Appunto vorrei finire gli scialli; allora lei, signor Pliszka, lunedì potrebbe mandarli alla fabbrica.
- Lunedì è festa! - rispose seccamente.
- Ma i padroni sono ebrei e l'ufficio sarà aperto.
- Allora, va bene.
- E lei, signor Pliszka, non va in nessun posto per le feste?
- Oh, bella! Non sono mica un riccone per potermela spassare, - disse con intenzione; gettò via l'attizzatoio e andò a letto.
Non poté addormentarsi. Era passata un'oretta, che la signora Radzik fece capolino dall'uscio.
- Siccome partiamo all'alba, son venuta a pregarla di dare un'occhiata alla casa, mentre siamo fuori.
Egli non rispose nulla; mormorò a bassa voce una bestemmia e rimase disteso, come morto, sotto quello strano, incomprensibile tormento che lo penetrava sempre più acutamente: una nostalgia an¬cora vaga, sorda, ma così dolorosa, cosi dolorosa!
« Tutti se ne vanno... gran signori... hanno bisogno di spassarsela... ma... - e deterse col pugno quella nebbia scura che di nuovo gli pesava sugli occhi. - Piangono di miseria, ma per i viaggi il denaro lo trovano... e io, se volessi... se volessi... - ¬Tastò il sacchetto che portava sul petto; là aveva tutti i suoi risparmi racimolati in vent'anni. - Se volessi, potrei bermeli o regalarli... e se ci andassi anch'io... ebbene!. .. sì... ma dove? » e si passò la mano sugli occhi umidi.
« Sono solo, come... come... Kruczek... villani, sangue d'un cane! Hanno bisogno di villeggiatura. »
Nel suo intimo divampava la nostalgia e lo opprimeva una sconfinata amarezza.
All'indomani si alzò tardi; la signora Radzik era già partita, e il sole gaio e luminoso inondava la sua stanza.
Si riscosse presto e, riandando i casi del giorno in¬nanzi, subito si ricordò della multa appioppatagli dal signor Demehl.
- Kruczek, - chiamò con voce severa.
Kruczek si stiracchiò pigramente, guardando il suo padrone.
Il signor Pliszka appese sulla porta una vecchia e lacera pelliccia di montone.
- Kruczek, il tuo padrone ha pagato la multa, capisci? Kruczek, ecco il signor Demehl! Kruczek, prendi il signor Demehl! Prendilo! Mordilo... piglialo!... Difendi il tuo padrone, difendilo! - urlava così di rabbia e di passione da diventar rauco; poi afferrò un bastone e cominciò a picchiare la pelliccia, mentre Kruczek abbaiava furiosamente, si slanciava, addentava, mordeva, guaiva, per vendicare il torto fatto al suo padrone.
- Basta, cagnolino, basta! Più tardi lo morderemo ancora. Basta... ora andiamo a presentarci al signor capitano.
Il cane stanco si accucciò in terra, e il signor Pliszka si fece la barba con cura; indossò un'antica giubba dei giorni di festa, si attaccò sul petto tre decorazioni, annerì i baffi a spazzola; insomma si fece straordinariamente elegante e uscì con un passo di parata.
- Venite in chiesa, signor Pliszk? - domandò Juzek dall'altra stanza.
- Vacci da solo, io non ci vado.
Il signor Pliszka pregava fervidamente tutti i giorni, ma non andava in chiesa ed era solito a dire:
- Non ci bazzico coi gesuiti.
II
Il signor Pliszka si avviò per andare dal suo capitano, che faceva da magazziniere in una fabbrica e stava di casa lontano, più in là del mercato di Geyer, all'altro capo della città, quasi fra i campi.
Era molto lontano per i suoi anni, per la sua gamba di legno, tuttavia egli camminava lesto, come se fug¬gisse dalla casa vuota, dalla solitudine. Aveva nell'animo il ricordo del grave torto fattogli dagli ope¬rai e dalla signora Radzik; e il torto era che essi erano andati in campagna. Lui si era mosso come per far le sue lamentele, per dolersi. Kruczek doveva capire qualcosa del suo stato d'animo, perché camminava silenzioso, stringendosi alla sua gamba, e spesso alzava gli occhi intelligenti verso il padrone.
- Bene, bene, Kruczek! - mormorò il signor Pliszka, camminando per le vie laterali, perché non amava la via Piotrkowska; là c'era troppo mo¬vimento, troppa gente.
Il signor capitano era proprio in casa; stava se¬duto davanti allo specchio con la faccia insaponata e il rasoio in mano.
- Pliszka, ai suoi comandi, signor capitano.
- Eh? Ah... Pliszka, che cosa c'è di nuovo?
- Niente di nuovo, signor capitano.
- Come? Ah! niente di nuovo! Bene, ragazzo mio, bene. Lucida le scarpe, neh, e dà da mangiare ai miei monelli.
Il signor Pliszka lucidava con piacere le scarpe del capitano e dava da mangiare agli uccelli che riempivano la stanza dei loro stridi e dei loro gor¬gheggi. C'era una quindicina di gabbie appese alle pareti.
- Ti sei sposato, ragazzo, eh? - domandò il capitano, raschiandosi la faccia col rasoio.
- Signor no.
- Come? Ah, ah! no, bene; perché nelle marce le donne non c'entrano, capisci?
- Capisco, - rispose brevemente, facendo il saluto militare.
- Come? Ah, capisci, bene.
Il signor capitano, passando il rasoio sulla stecca, si mise a fischiare, gli risposero subito in coro gli uccelli, alzando un tale schiamazzo che nell'antica¬mera Kruczek cominciò da parte sua ad abbaiare.
- Sangue d'un cane! - bestemmiò il signor Pliszka fra i denti stretti.
- Che?... - esclamò subito il capitano, volgendosi verso di lui.
- Ho detto: sangue d'un cane, signor capitano.
- Come? Ah, sangue d'un cane.
Il signor capitano guardò verso la finestra, sputò e si accinse a lavarsi.
- Vuoi bere dell’acquavite? Ehi! Magdusia, portaci dell'acquavite.
Apparve subito Magdusia, un donnone grosso come una bica di fieno e pesante come un furgone di artiglieria, tanto da far tremare l'impiantito sotto i suoi passi; mescé un bel bicchierino di acquavite e lo mise davanti al signor Pliszka, il quale lo bevve, salutò militarmente e volle baciare il gomito del capitano.
- Fermi nelle file! attenti! - esclamò severamente il signor capitano.
Al comando, il signor Pliszka rimase immobile per un istante, un breve istante, poi d'un tratto salutò, fece dietrofront e uscì senza una parola e senza dar retta al capitano che lo richiamava. Qualcosa lo aveva spinto fuori della porta; non sapeva che cosa, ma egli vi si abbandonò e usci lesto come se fuggisse. In via Piotrkowska rallentò il passo, perché la gamba gli doleva. Diede una bastonata alla gamba di legno; era infastidito e arrabbiato.
« Perché mai sono partiti? » tornò a domandarsi. Allora si accorse di avere dinanzi due intere giornate festive, due giorni di solitudine.
« Bisogna godere la festa, » decise.
E la godeva passeggiando per le strade, entrando nelle osterie, osservando oziosamente la gente, ma non poteva dimenticare sé stesso neppure un attimo.
Nel tumulto festivo la città si abbandonava alla gaiezza di un momentaneo oblio, di un breve riposo.
Il sole inondava Lodz con torrenti di luce e di calore. I tetti luccicavano giocondamente, le finestre risplendevano, le fabbriche stavano quietamente sommerse nel bagliore e un profondo silenzio si stendeva sugli edifici e le macchine, sui magazzini, gli uffici e i cortili, - solo nelle strade principali ronzava lo sciame umano, godendo la vita e il calore. A grandi ondate la folla si spingeva, si ammassava, si riversava da un capo all'altro della città, scorrendo senza posa.
Gli organetti suonavano nelle osterie, nelle strade secondarie, vicino alle giostre e nei baracconi.
Il signor Pliszka si abbandonò a quella fiumana di gente, lasciandosi portare: essa si muoveva, si fermava, andava avanti con quella generale inerzia del gregge umano, del gregge affaticato, che all'aria aperta non sa che cosa fare di sé, non sa divertirsi, non sa gioire, non sa vivere.
La loro gioia era velata di tristezza e silenziosa, il brusio delle conversazioni sommesso e pieno di timore, gli sguardi ottusi e impauriti, le movenze lente ed automatiche, modellate sul movimento delle macchine, con cui essi vivevano sempre; i volti grigi senza anima, le teste basse, le schiene curve, le braccia abbandonate, i corpi magri e piatti, come adattati all'angustia delle sale degli opifici, alle forme delle macchine, a tutte le esigenze della fabbrica!
Quella folla di anime - e, piuttosto che anime, complementi delle macchine, - quella folla di miseri, quel complesso di semplicissimi anelli, di minuscoli ingranaggi, di elementari meccanismi della fabbrica si accalcava per le strade, beveva nelle osterie, si divertiva sulle giostre, nei serragli, nei panopticum, ballava nelle anguste sale, stava seduta presso le case e non sapeva che cosa fare di sé, che cosa fare di quella festa, - intimidita dalla luce, dall'immensità dello spazio, del silenzio e inceppata nei suoi moti interni da una incosciente dipendenza da quei mostri che ergevano tutt'intorno il rosso ba¬luardo dei loro corpi giganteschi di mattoni, ora assopiti, ma pronti a risvegliarsi, velati dalle ombre del riposo, ma sempre vigilanti dalle mille finestre, che sembravano chinarsi fra i bagliori del sole e affacciarsi sulle strade, sulle piazze, sui vicoli, sui campi, sulle case, - come per tener d'oc¬chio e minacciare i loro schiavi.
Tutto questo sentiva il signor Pliszka, pur senza comprenderlo chiaramente; e sentendolo si lasciò portare fuori della città da un'ondata di folla che lo gettò come su di un'altra sponda e, rompendovisi, lo abbandonò su una distesa di campi pieni di verzura, di fiori, di una pace inebriante, di cinguettii di uccelli.
L'ondata si infranse su quella riva verdeggiante, ed egli rimase solo con Kruczek che con lo sguardo instupidito seguiva l’alto volo delle allodole e l’ondeggiare delle biade…
Un vento freddo e umido spirava sopra i campi.
Il signor Pliszka guardò a lungo, guardò con disprezzo quel verde e fiorito lembo di terra, e poi con un sorriso di commiserazione si avvide della gente seduta lungo i viottoli di cui soltanto le teste emergevano dalle messi.
- Stupidi villani! Kruczek, qua, Kruczek! ¬- gridò, perché il cane, come se fosse d'un tratto impazzito, si era slanciato fra le biade, rincorrendo le rondini, abbaiando alle nuvole, annusando i pruni in fiore, voltandosi fra i solchi; esso correva a perdifiato attraverso quel mare verdeggiante che stormiva, poi si arrestava di colpo a fissare stordito la segale che, sembrando lanciarglisi contro, lo faceva indietreggiare d'un salto; allora, con un guaito, si rimpiattava e si metteva a guardare le spighe verdi e lucenti che si movevano, si avanzavano... si chi¬navano frusciando... per retrocedere di nuovo.
- Bell'affare! non si sa neppure dove sedersi, - mormorò il signor Pliszka che ormai ce l'aveva con tutti e con tutto e specialmente con Kruczek. Voltò sprezzante le spalle ai campi e si avviò verso la città, volendo rincasare al più presto. Quando Kruczek fu di ritorno, il crepuscolo era già fitto. Allora il signor Pliszka scoppiò e si mise a picchiarlo di santa ragione.
- Tu mi lasci solo, eh? Villano, stupido, bi¬folco; la campagna ti va a fagiolo anche a te, nevvero? - Urlava in modo tremendo; ma siccome il cane non si difendeva e solo sembrava gemesse per il dolore, guardandolo melanconicamente e leccandogli le mani, il signor Pliszka si calmò subito e, abbracciato impetuosamente Kruczek, si mise a piangere, forse per la prima volta in vita sua.
- Zitto, Kruczek! Vedi… il tuo padrone… vedi... è solo... solo…
No, non poté più parlare, il signor Pliszka... e trascorse tutta la lunga serata in fervide preghiere.
Il primo giorno di Pentecoste non era stato allegro per il signor Pliszka, no.
Il secondo giorno festivo si sentì ancora più a disagio; la casa era vuota e triste; le strade erano un deserto per lui; nelle osterie si trovava male, era così angosciato, cosi preso da una nostalgia indefinita e terribile, che ormai contava le ore che lo di¬videvano dal ritorno di quegli « stupidi villani ».
Nel pomeriggio, non potendo più reggere, andò all'opificio. Là si mise a gironzolare per le sale vuote e silenziose, immerse nel sonno... Le macchine dor¬mivano; le cinghie allentate e le ruote ferme erano come immerse in una profonda melanconia. Le biz¬zarre carcasse delle macchine - mostri dalle teste e le braccia d'acciaio - nereggiavano misteriosa¬mente nella luce del sole; mucchi immensi di stoffe colorate giacevano sul pavimento delle sale. I corridoi erano silenziosi, la sala delle caldaie muta e spenta, - ma ovunque, ad ogni passo, ad ogni angolo si sentiva una forza terribile, soltanto tratte¬nuta, raccolta per un momento, come in agguato... Certe vibrazioni appena percettibili, certi fruscii, certi suoni profondi e sommessi erravano per le sale, fluivano attraverso le macchine e i muri… Talvolta un bullone cigolava, o una cinghia si abbassava, qualche vite scricchiolava, qualche lamiera vibrava, qualche ingranaggio strideva, oppure era un telaio che si muoveva, un vetro che, piano, tin¬tinnava, - poi tutto ripiombava nel tremendo si-lenzio delle macchine affaticate, dei metalli in ri¬poso...
Il signor Pliszka ebbe paura di girare ancora per le sale, e quella maestà delle macchine assopite gli tolse ogni forza, lo ipnotizzò. Si accoccolò presso una finestra e rimase lì inerte, tetro, abbattuto, a ripetere incoscientemente delle preghiere, volgen¬do gli occhi per la sala, al soffitto e alle finestre, per non guardare le macchine; sentiva che esse lo fissavano e vedevano che egli era là. Quello strano luccichio dell'acciaio polito dal lavoro, quei ba¬gliori - quasi sguardi - lo penetravano di freddo e di paura; essi erano ovunque: si sprigionavano dai grovigli delle barre, delle travi, delle lamiere, delle ruote, delle intelaiature e degli ingranaggi e riempivano le sale di una strana luce che costernava l'anima umana: una luce d'al di là, la luce d'una potenza malvagia e implacabile.
Eppur qui il signor Pliszka stava meglio che a casa sua, perché qui non sentiva sé stesso, non sen¬tiva il peso della propria anima, né la nostalgia; si accucciò come un cane ai piedi dei mostri che ripo¬savano e, benché sbigottito, accanto ad essi si sen¬tiva tranquillo e non più abbandonato a sé stesso.
***
Era già assai tardi quando il signor Pliszka, trascinandosi adagio adagio, giunse a casa.
La signora Radzik era già tornata. Lo salutò allegramente; gli offrì qualche leccornia portata dalla campagna, e raccontò con entusiasmo come era tutto bello, là, dal fratello prete, che i meli erano in fiore; che si trovavano già le patate novelle; che il burro era a buon prezzo e poi anche buono; che alle oche giovani davano le uova tritate per farle crescere più presto, che i maialini di latte bevevano il latte intero. Con sincero entusiasmo mostrò la sottana del prete e gli stivaloni coi gambali; glieli aveva dati per Antos: sono un po' troppo grandi per il ragazzo, ma anche per questo che Iddio lo ricompensi; le aveva dato anche una pelliccia per lei: è vero, di fuori è unta e lacera, e il pelo l'hanno mangiato da molto tempo le tarme... ma, però... però... egli è buono, nobile, è un vero galantuomo!... e pianse dalla tenerezza, pianse dalla gioia, perché ci sono ancora delle persone buone al mondo. Che importa se è povera, se deve cavarsi il sangue per mantenere sé stessa e il figliuolo; ma ha il fratello prete che ha denaro, e bei cavalli, e il rispetto della gente così ricca, dei possidenti, tanto che essa non aveva il coraggio di mettersi a tavola con loro quando sono venuti ieri a pranzo, e ha preferito mangiare con Antos in cucina, perché le bastava la gioia di vedere suo fratello trattare con loro da pari a pari!
E raccontava, raccontava entusiasmata, entusiasmata dalla gita, abbronzata dal vento, ancora ubria¬ca di sole, piena di vita, di fede, di speranza che si era portata di là... dalla campagna, dai prati, dai boschi.
Poi cominciò Antos che aveva il cuore colmo di gioia e gli occhi che lacrimavano di sincero entu¬siasmo.
- Oh, appena sarò grande, prenderò la mia mamma e andremo in campagna; vivremo là, perché soltanto là si sta bene! là! - esclamava rapito e, alzando gli occhi, ripeteva le stesse cose, tanto che sua madre dovette cacciarlo a letto, altrimenti avrebbe passato tutta la notte a raccontare.
Il signor Pliszka ascoltava con attenzione, senza dir verbo.
« Perché soltanto là, in campagna, si sta bene, là! » si ripeteva nell'intimo le parole di Antos e abbozzava uno strano, inconsueto sorriso.
Solo poco prima della mezzanotte ritornarono gli operai. Ritornarono come un temporale di prima¬vera, allegri e giubilanti, riempiendo le stanzette di chiasso e di risa. I loro volti abbronzati spiravano la felicità. Andarono subito a letto, ma rimasero ancora un pezzo svegli a chiacchierare, a raccontare, a ridere. Adam aveva la faccia gonfia; oh, non era nulla, una piccola baruffa successa, mentre si divertiva all'osteria, un po' di lotta... Evviva! La forza non gli manca ancora. Lodz non gliela ha an¬cora divorata! Se potesse rimanere un paio di settimane al suo paese, allora vedrebbero...
- Non la volete smettere! Cianciano e cianciano e non lasciano dormire in pace la gente, - brontolò il signor Pliszka, sbattendo la porta. - Che cosa gliene importa di tutto questo!
« Gli hanno conciato per bene il grugno, e ne è anche contento quell'animale! - Villanzoni! Vil¬lanzoni! Brutti bifolchi! Sono stati a vedere la coda delle vacche e per tutto questo sono allegri, » pensò il signor Pliszka con tanta rabbia, che gli venne persino voglia di conciare per le feste Kruczek, ma si trattenne, si mise seduto sul letto e rimase così, a dire fervorosamente il rosario, fino all'alba, per cacciare la melanconia, il dolore, il tormento, l'inquietudine che il ricordo della campagna aveva de¬stato in lui.
- Ci caschi il fulmine sopra! - bestemmiò poi il mattino dopo, senza sapere precisamente con chi se la prendeva. - Uno lavora come un bue, e poi non può godere neanche un po' di pace.
Intanto si sfogava con l'ascensore; lo fermava così bruscamente che esso cigolava, urtando i pianerot¬toli.
Non voleva domandar nulla agli operai; ma imbattutosi in loro una volta o due, non poté più trattenersi, e uscì in una rude, ma timida domanda:
- Ebbene, avete trovato la strada di casa laggiù?
Lo guardarono meravigliati: come si poteva non trovare la strada di casa?
- Ah, già! E’ proprio a mano sinistra della via maestra, fra i pioppi!...
- Ah... i pioppi! È da molto tempo che il signor padrone li ha fatti abbattere...
- I pioppi non ci sono più? - gemette il suo cuore. E proseguì con maggior premura:
- ...e poi, accanto alla cappelletta, il cimitero...
- Alla cappelletta? Io pascolavo ancora i cavalli, che era già demolita...
- ... e poi si attraversa l'argine presso l'oste¬ria, e ecco il paese...
- Precisamente! Soltanto l'osteria e l'argine non ci sono più...
Non domandò più nulla.
« I pioppi, la cappelletta, l'osteria, l'argine... non ci sono più; perché non ci sono più?... »
« Non ci sono... ci sono, - lo ricorda bene, li vede adesso. - No... »
E tutta la settimana, tutta una lunga settimana non parlò con loro, non domandò più nulla, ma visse soltanto ricordando i pioppi, l'osteria, l'ar¬gine, la cappelletta.
Il sabato, finito il lavoro, si sedette vicino ad essi e domandò:
- Siete stati bene là?
- Gesù mio, resterò a lavorare qui soltanto fino a San Giovanni e poi, che venga la peste a Lodz e alle sue officine, - esclamò Juzef.
Il signor Pliszka sorrise con compassione.
- Il bracciante in campagna è più signore nei giorni feriali, che non un uomo di officina la do¬menica.
- Adam, che frottole state dicendo! - ribatté il signor Pliszka; ma ciò nonostante portò della vodka, gliela offri e si fece descrivere tutte le strade, tutti gli alberi, i campi, i boschi - tutto... E così si infiammò, così si interessò della vita del paese che Adam finalmente si decise a dirgli:
- Signor Pliszka, non potrebbe lasciare la fabbrica? Potrebbe comprarsi un po' di terra e fare il padrone fra la sua gente, e non il servitore in officina come noi.
Quel progetto tanto irritò il signor Pliszka, che li trattò da stupidi villani e se ne andò senz'altro a dormire.
Ma di notte si destò, si mise seduto sul letto e co¬minciò a pensare:
« Tornare, oppure no! Vive più, ormai, qualcuno dei miei? »
Quella notte il signor Pliszka non dormì e non dormì neppure le notti seguenti... E i giorni si succedevano senza tregua, dileguando inesorabilmente.
... Giorni primaverili, pieni di canti, di sole, di fascino.
Il signor Pliszka piangeva oppresso dall'angoscia.
...Giorni piovosi, grigi, tristi, lunghi come un rammarico...
Il signor Pliszka piangeva di nostalgia.
…Giorni freddi, stanchi e tristi come le macchine affaticate.
Il signor Pliszka!... ah, il signor Pliszka pregava.
…E le notti erano come i gemiti dell'ansia.
…E le sere erano come gli incubi degli agoniz¬zanti.
... E il mattino sorgeva silenzioso, stillante lacrime, disperato, - e il signor Pliszka non pianse più, non pregò più; ma si mise a guardare lonta¬no - là!...
Ma il signor Pliszka non poté andarsene; ebbe paura della fabbrica!...
Sì, il signor Pliszka ebbe paura della fabbrica.
Non seppe prendere alcuna decisione: non osava; e si impossessò di lui una strana trepidazione.
« Che cosa ci starebbe a fare? » si domandò mille volte; e sempre più spesso lo vedevano contemplare i campi e il cielo e, seduto vicino alla casa, guardare la fabbrica, i cupi contorni di quelle mura che, co¬me un incubo opprimente, si erano radicate alla terra, se ne erano impossessate, succhiandola spietatamente; sempre più spesso il signor Pliszka sen¬tiva in sé il movimento delle sale sterminate, il chiasso delle macchine, i turbini delle forze, e si sentiva sempre più debole, sempre più invalido; guardava con occhio sempre più umile le ferree sa¬gome... sempre più umile... finché una domenica, dopo lunghe settimane di quella tortura indicibile, fece un fischio al cane e uscì dalla città, lontano, fra i campi veri... là dove non c'erano più officine, dove solo i tetti di paglia facevano capolino fra le spighe, dove gli alberi non agonizzavano, avvelenati dagli scarichi delle fabbriche, dove i campi di grano ondeggiavano come un'acqua nei bagliori del sole, là dove i prati di fustagno verde, screziati di ranuncoli gialli, si stendevano come il mare, do¬ve la brezza carezzevole e soave folleggiava petu¬lante e arruffava le verdi barbe dei salici inchinati e soffiava dispettosa sulla chioma bionda della segale - là, nella campagna vera.
Il signor Pliszka, disturbato dal vento, ritornò sui suoi passi; entrò in un'osteria, sorbì un bicchie¬rino di vodka, e dopo un po' rifece la via dei campi...
Non sgridava più Kruczek, il signor Pliszka, non gli proibiva di ruzzare, non sentiva più disprezzo per la gente che vagabondava per i viottoli e per i sol¬chi... tutto preso dal gran silenzio di quel pomerig¬gio di primavera...
Si sedette sul ciglio di un fossato, in cui saltella¬vano le rane; il fossato era pieno di fiori gialli, di erbe, di arbusti di ontani, di vermi che strisciavano sulle foglie e sulla terra, pieno di una vita bizzarra, meravigliosa...
Il signor Pliszka si levò il berretto; sentiva un gran caldo.
Le allodole, come ebbre di primavera, cantavano sopra di lui, e là, nel folto di segale, squittivano le pernici; l'acqua aveva un mormorio così strano, così dolce! Il sole scottava e le rane sporgevano a fior d'acqua gli occhi rotondi e mandavano un gracidio sordo, monotono... sonnolento... e da tutte le parti giungeva uno stormire, un crepitio, una dolce musica di maggiolini e di quaglie; alitava, inebriante, il profumo di timo, 1'odore della terra riscaldata, tutte le fragranze risvegliate dal sole d'oro.
Al signor Pliszka cominciò a girare la testa.
Pure rimaneva seduto a guardare, ad ascoltare, ad accogliere in sé sempre più intensamente gli ef¬fluvi della primavera e dei campi.
- Gesù buono! - bisbigliò automaticamente, e si mise a cercare il fazzoletto nelle tasche.
- Gesù mio, Gesù! - ripeteva, cercando sem¬pre il fazzoletto, mentre le lacrime grevi, gonfie co¬me chicchi di grano, gli facevano un rosario giù per le gote; non capiva come, non sapeva più nulla; ma una nostalgia sconfinata come quei campi si era impadronita del suo cuore, straziandolo oltre ogni sua forza.
- Signore, signore!... Che cosa avete?
Si scosse; Juzef gli stava seduto accanto con la fi¬sarmonica...
- E a te, villano, che cosa te ne importa! - ¬esclamò, e volle alzarsi in piedi e andarsene: le forze gli mancarono e rimase.
Juzef si fece da una parte e, fissando le nuvole vaganti nell'azzurro, come bianche colombe, si mise a sonare con frenesia.
E l'anima del signor Pliszka si abbandonò intera¬mente.
Si appressava la sera; le campane della chiesa cantavano l'inno vespertino; la loro voce aleggiava sul grano e sulle erbe; gli steli ne tremavano e gli uc¬celli tacevano. La terra si velava di rugiada e si ammantava di silenzio e di oscurità... di quiete. Il sole calava dietro gli alberi del bosco e le spighe piega¬vano il capo pensierose... Il mormorio dell'acqua era cessato, il vento si irretiva fra i rami della fo¬resta, la notte era vicina...
- La gamba mi doleva tanto che non reggevo più, - spiegò il signor Pliszka, mentre tornavano a casa.
« Voglio andarmene, ne ho abbastanza di tutto ciò, me ne andrò via!» disse a sé stesso risolutamente...
Ma al mattino, nella fabbrica, non osò ripeterlo; capiva chiaramente che la fabbrica non l'avrebbe lasciato andare, che quelle bestie di ferro lo guardavano minacciosamente, che quelle mura...
No, non l'avrebbe lasciato...
E intanto, di notte, in sogno era già dai suoi; faceva visite ai suoi compaesani, li salutava, si ralle¬grava, ritrovava tutti e stava così bene, straordinariamente bene.
Oh, ne aveva abbastanza di quel tormento, ne aveva abbastanza!
« Domani me ne andrò, sia quel che sia, ma me ne andrò, » disse.
Venne finalmente quel domani; il signor Pliszka aspettò la sera, non avendo il coraggio di partire di giorno.
Non confidò ad alcuno il suo disegno.
E di notte, quando tutti dormivano, si alzò pian piano, fece un fagotto ed attese l'alba, per pren¬dere il treno del mattino.
Kruczek, inquieto, annusava il fagotto e lo guardava negli occhi.
- Ora ce ne andremo nel mondo, dalla nostra gente, ce ne andremo via! - disse al cane sottovoce.
Il signor Pliszka stava seduto presso la finestra, tra le fucsie fiorite; aspettava l'alba guardando la fabbrica, la cui enorme macchia nera campeggiava nel triste grigiore della notte.
Cadeva una pioggerella minuta e tiepida.
« Domani a quest'ora sarò là! » pensò il signor Pliszka, mentre il cuore gli balzava in petto, folle di gioia.
L'ombra della fabbrica appariva ingigantita, qua¬si fosse scoppiata dilatandosi su tutto il mondo.
La gamba cominciò a molestare penosamente il signor Pliszka.
Socchiuse gli occhi, perché i camini della fabbrica uscirono dalle tenebre e gli sembrarono così vicini, proprio sopra di lui, come se si ripiegas¬sero... per ghermirlo.
- Ascensore!
Si scosse violentemente; quel grido echeggiò in lui così distinto che gli parve giungesse davvero dal¬la fabbrica. « Non mi lascerò prendere, no ». Saltò dalla finestra, si gettò il fagotto sulle spalle e si mise in viaggio.
Dovette però passare lungo tutta la fabbrica!
- Ascensore!
- Gesù, Maria! - si appoggiò allo steccato, guardando con terrore le spaventose nere finestre dell’opificio...
Quelle finestre erano là, che vegliavano, e nella loro profondità gli parve che un mostruoso groviglio di macchine stesse a guardarlo.
Era un silenzio mortale; la pioggia scorreva in fili di piccole perle, sussurrando appena fra il fogliame.
Ormai albeggiava; distinte, sempre più distinte, le officine si ergevano dappertutto, spuntavano da ogni parte, stavano in agguato per sbarrargli la via... Il grigio pulviscolo della pioggia e l’oscurità offuscavano ancora gli edifici, ma essi, a mano a mano crescevano in quel tetro albeggiare, ingigan¬tivano, tendevano i loro colli sempre più in alto... sempre più minacciosamente!
« In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo! »
Si mosse quasi galoppando, con gli occhi chiusi costeggiò la fabbrica e riprese il respiro fra i campi, al margine del bosco che tagliava la strada; ma, sentendosi terribilmente stanco, si sedette in terra per riposare.
Era già lontano da casa, ma la fabbrica la vedeva sempre.
Si faceva intanto più chiaro.
D'un tratto, là, in lontananza, all'altro estremo della città, si levò fremendo il sibilo di una sirena.
Il signor Pliszka diede un balzo e si inoltrò nel bosco.
I fischi delle sirene lo rincorrevano come cani latranti, gli entravano in cuore per morderlo... do¬po il primo un altro... un terzo... un decimo; ogni minuto, ogni secondo, ogni attimo chiamavano le voci penetranti delle officine!
Si voltò indietro; nell'aria fosca di pioggia risplendevano i soli elettrici, già levati sopra la città...
- Gesù dolcissimo! Gesù! - balbettava terro¬rizzato.
Affrettava il passo, voleva fuggire, fuggire ad ogni costo; ma quelle voci lo rincorrevano, rimbom¬bavano nel bosco, si aprivano il varco nel folto degli alberi, attraverso la nebbia, attraverso lo spa¬zio, lo raggiungevano, colpivano la sua anima, la penetravano di dolore e di spavento col loro ulu¬lato di ribellione disperata.
Ad un tratto anche la voce potente della sua fabbrica lacerò l'aria, vibrando dolorosamente; ah, co¬me lo conosceva quel suono, come lo conosceva!
Ristette, trattenne il fiato, cessò di vedere, di ricordarsi... e la fabbrica seguitava a chiamarlo con la sua voce poderosa d'all'ira:
- Torna! torna! torna!
***
Mezz' ora dopo il signor Pliszka era nuovamente presso il suo ascensore.
- Ascensore, candeggio!
-Ascensore, essiccatoio!
- Ascensore, appretto!
Gli ordini rimbombavano nel pozzo profondo, e il signor Pliszka silenzioso, più silenzioso e più umile del solito, andava su e giù, come al solito egualmente, tranquillamente, automaticamente.
Talvolta soltanto, mentre pensava a quei giorni di ribellione, piangeva, - ma piangeva piano, per timore che le macchine udissero il suo lamento.
1902
STORIE DI LUMIERE raccontate da Gelmino Bissoli
Storie raccontate da Bissoli Gelmino, narrate da suo padre Francesco, riferite da suo nonno Secondo. Scritte da Sergio Bissoli
Queste storie me le raccontava mio papà nel 1956 quando ero bambino. Adesso che mio papà ha oltre 80 anni me le sono fatte raccontare di nuovo con lo scopo di scriverle.
Indice
L’ombra
La lumiera
Sotto il ponte
Il boio
Il visitatore misterioso
Dammi quel che è mio
L’OMBRA
Intorno al 1920, ci fu una estate caldissima. Durante la raccolta del frumento, in luglio, il troppo caldo faceva aprire le spighe e il grano cadeva a terra. Per evitare questo, alcuni contadini del Volon di Zevio, decisero di continuare la raccolta durante la notte, approfittando delle ore più fresche e della luce del plenilunio. Quattro uomini mietevano il grano con le falci, caricavano i fasci di spighe sul carro e un quinto uomo, Vittorio, lo trasportava alla fattoria.
Una notte, durante un viaggio di ritorno, Vittorio guidava i buoi che trainavano il carro vuoto, pronto per un nuovo carico. A circa metà del percorso udì un colpo battuto sul carro. Il guidatore suppose che una ruota fosse entrata in una buca e si voltò per controllare. Egli vide un uomo seduto sul fondo del carro. La scarsa luce notturna non era sufficiente a scorgerne il viso, completamente in ombra, e Vittorio suppose trattarsi di qualcuno che si trasportava nei campi della mietitura.
Ma non fu così. Perché dopo un tratto di strada, Vittorio udì un altro colpo dietro il carro; si voltò e vide che il passeggero non c’era più. Forse era già arrivato a destinazione.
La stessa notte, al quarto giro di ritorno col carro vuoto, Vittorio udì un forte colpo battuto sul carro. Si voltò e vide che il misterioso passeggero era salito ancora sul carro, ma questa volta stava seduto a metà. Vittorio proseguì il percorso senza curarsi di lui. I buoi muggivano, la stradina era sconnessa e la luna quasi al tramonto dava una luce scialba. Inoltre c’era la stanchezza e il desiderio di finire presto per andare a dormire.
Dopo circa un quarto d’ora, un nuovo colpo fece voltare Vittorio; l’uomo era sceso ma i filari dei salici impedivano di vederlo.
Un po’ preoccupato, Vittorio all’arrivo raccontò il fatto ai compagni di lavoro. Uno dei mietitori suppose trattarsi di un ubriaco, un altro suggerì di
portare un bastone per difendersi. Un altro mietitore suppose trattarsi di uno spirito e suggerì di recitare questa litania: “Anima santa, anima terrena, stammi lontan, ma dimmi la tua pena.”
La notte successiva Vittorio percorreva col carro pieno, la strada verso la fattoria. Arrivato a destinazione i braccianti scaricarono il frumento sull’aia e Vittorio ripartì col carro vuoto. Durante il percorso, improvvisamente al solito punto, sentì un colpo più forte delle volte precedenti. Il guidatore si voltò di scatto e vide che l’uomo in ombra era seduto proprio dietro di lui. Vittorio abbandonò la guida e afferrò il bastone che portava con sé. Però, visto che lo sconosciuto rimaneva immobile, Vittorio mormorò le parole che gli avevano insegnato.
L’ombra finalmente parlò; una voce roca, bassa, appena percettibile fra il rumore delle ruote sulla strada sassosa.
“Sì, sono un’anima e tu se vuoi, puoi salvarmi.”
“In che modo?” chiese Vittorio.
“Da vivo io ho nascosto un tesoro. Tu dovrai disseppellirlo, darne metà in beneficienza e il resto sarà tuo.”
Un’altra pausa e dopo l’ombra riprese a parlare: “Dovrai incominciare a scavare fra il battere e il ribattere della mezzanotte ed eseguire il lavoro senza mai parlare, altrimenti sarà la mia rovina.”
“Dove si trova questo tesoro?”
“Nel punto dove io scomparirò.”
Ancora un po’ di strada e con un colpo sordo il passeggero scomparve dal carro. Vittorio memorizzò il posto, nelle vicinanze di un grosso salice. Poi, raggiunse il campo e raccontò ai mietitori ciò che era accaduto; ma essi erano tutti più o meno increduli.
Una settimana dopo, finita la mietitura, Vittorio discusse a lungo della cosa con l’amico Gildo, che si dimostrò il più interessato alla vicenda. Una mattina essi andarono a vedere il posto. La stessa sera, con vanga e badile, tornarono al vecchio salice e aspettarono la mezzanotte, fumando e chiacchierando.
Quando il campanile del paese batté i primi rintocchi, i due uomini impugnarono gli attrezzi e appena la campana finì di battere, incominciarono a scavare.
Avevano appena incominciato, quando videro arrivare uno sconosciuto vestito da confratello, con una candela accesa in mano. Lo strano personaggio restò in piedi, immobile in silenzio.
Dopo pochi minuti arrivarono altri personaggi, vestiti con abiti antiquati, che portavano torce e candele accese. Si formò così un cerchio di persone silenziose e spettrali, attorno agli uomini impegnati nello scavo.
La luce delle torce illuminava il posto e si vedeva tutto distintamente.
Quando la buca fu abbastanza profonda, il badile urtò contro qualcosa di metallico. Continuando a scavare intorno, apparve una cassetta di ferro e i due amici si prepararono a tirarla su. Vittorio uscì dalla buca, si sdraiò per terra e tirava la cassetta, mentre Gildo stando sotto, la spingeva verso l’alto.
Dopo uno sforzo troppo prolungato, Vittorio sentì che la presa stava per sfuggirgli e mormorò una parola per avvertire l’amico: “Scivola…”
Appena pronunciata questa parola una fiammata salì dalla buca e si udì un urlo provenire dalla campagna: “Aaaaah, mi hai tradito!”
Tutti i confratelli con le loro torce scomparvero immediatamente e la campagna piombò nel buio totale.
Per alcuni minuti i due amici rimasero immobili, annichiliti; poi, dopo aver ripreso fiato, camminarono guardinghi verso la fattoria. I loro capelli erano diventati bianchi.
Alcuni giorni dopo essi ritornarono sul posto per recuperare gli attrezzi. Videro che l’erba intorno alla buca era tutta bruciata e della cassetta ferrata non c’era nessuna traccia.
LA LUMIERA
Nelle sere d’estate un giovanotto andava a trovare la fidanzata che abitava in una fattoria isolata, in campagna, al Volon di Zevio.
Per arrivare prima il giovanotto percorreva in bicicletta un sentierino nei campi che costeggiava un fosso dove gracidavano le rane. La sera era bella e l’aria aveva un tepore profumato. Sciami di lucciole vagavano in lontananza nei campi.
Arrivato alla fattoria, trascorse la serata insieme alla ragazza, a chiacchierare e far progetti. In piacevole compagnia il tempo passò in fretta e arrivano le 11: l’ora di ritornare a casa.
Il nostro giovane partì in bicicletta ripercorrendo il sentiero. Era una notte di luna, umida e afosa; si sentivano i grilli in lontananza e l’odore intenso del mais. Il giovane procedeva pedalando sul sentiero ed era arrivato a metà del percorso quando all’improvviso il silenzio della notte fu rotto da un ticchettio proveniente dalla campagna. Si fermò incuriosito e allora vide il fenomeno. Una luce fioca, rossastra, proveniente da destra attraversava i campi all’altezza di circa tre metri dal terreno. Il ticchettio era prodotto da qualcosa che assomigliava a due ossicini che vibravano proprio sotto alla luce.
Il misterioso globo di luce passò sul sentiero più avanti, attraversò il fossato e proseguì finché una macchia di alberi nascose la visuale. Anche il ticchettio si andava attutendo in lontananza. A questo punto il giovane ripartì con la bici, emozionato e anche un po’ spaventato.
Le sere successive il giovane stette all’erta aspettandosi di rivedere il fenomeno che però non si ripeté.
Passò un altro mese e il nostro giovane stava ancora pedalando sul sentiero di ritorno dalla casa della fidanzata. Era una notte di agosto, umida e fosca. La luna rischiarava la campagna e non c’era bisogno di accendere il fanale ad acetilene.
Improvvisamente a circa metà strada apparve la solita luce accompagnata dal ticchettio. Il giovane fermò la bici e guardò con attenzione. Era un globo rossastro e sotto c’erano due ossicini che vibravano. Scese dalla bici, con un salto scavalcò il fosso e inseguì la luce correndo sul terreno molle dei campi.
Ma la luce correva troppo forte e lui non riuscì a raggiungerla. Vide però il punto dove essa scomparve: un albero che delimitava un confine del terreno.
Il giorno seguente il giovanotto raccontò la sua avventura agli amici e anche uno di loro, una notte, ricordò di aver visto la strana luce vagante. Allora,
insieme decisero di ritornare sul posto. L’albero era un vecchio e grosso gelso. Pensando di trovare un tesoro i tre ragazzi scavarono con le vanghe il terreno molle. Mezz’ora dopo nella buca trovarono alcune ossa umane. Da una targhetta arrugginita risultò trattarsi dello scheletro di un soldato caduto durante la guerra.
SOTTO IL PONTE
Valedi, rabdomante da Ronco all’Adige, mentre tornava una notte in bicicletta vide una luce sotto il ponte del fiume Dogale. Suppose fossero i cacciatori di rane suoi amici e incuriosito scese la scarpata per accertarsene. Arrivato in fondo, Valedi guardò sotto il ponte e restò sbalordito. Sul pelo dell’acqua stava disteso un drappo funebre, con teschio, tibie e quattro candele accese. Impaurito, Valedi risalì la riva in fretta, aggrappandosi ai cespugli, afferrò la bici e si allontanò pedalando più in fretta possibile.
Successivamente, in quel punto del fiume, venne ripescato il corpo di un annegato.
IL BOIO
In località Crede al Palù in una proprietà privata esiste una fossa di acqua del diametro di circa 10 metri. Questa fossa è chiamata il Boio dagli abitanti del posto che raccontano la seguente storia.
Nel 1800 in una bella mattina d’estate un vecchio contadino ammalato peggiorò notevolmente e i familiari chiamarono il dottore; questi arrivò subito dopo, ma vista la gravità dell’ammalato consigliò di far venire il prete.
Il proprietario di quelle terre stava percorrendo in calesse una stradina che attraversava la campagna. A un certo punto del percorso il calesse è costretto a fermarsi per lasciar passare una piccola processione. Questa è formata dal prete che recita le litanie mentre porta gli oli santi al moribondo e due chierichetti che sorreggono il baldacchino di stoffa colorata.
I contadini che zappano la terra lì vicino si tolgono il cappello e smettono di lavorare. Il castaldo che controllava i lavori suggerisce al suo padrone di fare altrettanto: “Signore, si tolga il cappello; sta passando il Padrone del mondo.”
Il proprietario del terreno, un uomo arrogante e irrispettoso, non intende sottomettersi a nessuno e grida: Se lui è il padrone del mondo, io sono il padrone del fondo.”
Dopo aver pronunciate queste parole, con un gran fragore sotto di lui si aprì una voragine e calesse, cavallo e proprietario vi sprofondano dentro.
Il giorno successivo, passato lo spavento, alcuni uomini ritornano sul posto dove trovano una buca piena di acqua. Con le pertiche tentano di recuperare il calesse, ma la buca si rivela molto profonda. Per sondarne la profondità legano un sasso a una corda e lo calano giù. Nessun risultato. Portano altre corde e le legano una all’altra. La profondità della buca è tale che non basta un carretto pieno di corde per arrivare al fondo. Un’altra particolarità è che in questa acqua il legno non galleggia e va a fondo.
IL VISITATORE MISTERIOSO
In una fattoria vicino a Zevio viveva, insieme alla vecchia madre, un uomo collerico e bestemmiatore detto padron Giacomo.
Una notte, mentre madre e figlio stanno dormendo, avvengono dei rumori forti e inspiegabili nella fattoria.
Padron Giacomo si sveglia di soprassalto e resta in ascolto: si sente il nitrito di cavalli e il fracasso di una carrozza che sta arrivando giù in cortile. Come è possibile? Si chiede l’uomo sapendo che il portone della fattoria è chiuso con lucchetto e catena. Ma il suo stupore diventa spavento quando ode qualcuno che apre la porta di casa ed entra dentro.
L’uomo teme di aver dimenticato di mettere il catenaccio. Accende una candela, si infila in fretta i pantaloni ed esce dalla camera da letto.
Sul pianerottolo della scala incontra sua mamma in vestaglia da notte che gli dice spaventata: “C’è giù un signore che vuole parlare con te.”
Brontolando padron Giacomo scende la scala con la candela in mano.
Mentre sta scendendo i gradini, sua madre rimasta sul pianerottolo, si accorge che l’elegante sconosciuto al posto delle scarpe ha due zoccoli da cavallo. Con un sussulto la vecchia intuisce di cosa si tratta e butta la corona del rosario sulle spalle del figlio.
Con un urlo e una fiammata il visitatore misterioso scompare. Nella stanza ora deserta rimane un forte odore di zolfo.
DAMMI QUEL CHE E’ MIO
Il vecchio Oreste, uomo miscredente e bestemmiatore, si ammalò gravemente e rimase a letto per alcune settimane. Un giorno il medico curante avvertì i familiari che la fine era vicina e consigliò di far venire il prete.
Il figlio andò a chiamare il curato, ma quando don Lucindo arrivò in casa, l’ammalato con grida e urla lo cacciò via.
Alcuni giorni dopo il vecchio Oreste peggiorò ulteriormente, perdendo anche l’uso della parola. I familiari andarono a chiamare nuovamente il prete che stavolta riuscì ad entrare nella camera del moribondo. Il vecchio Oreste ormai aveva il respiro affannoso e lo sguardo vuoto. Don Lucindo confessò il vecchio che rispondeva con cenni della testa, lo benedisse e gli fece la comunione.
La moglie fu molto contenta per la conversione in extremis di suo marito, e ringraziò don Lucindo.
Quel pomeriggio il vecchio Oreste morì senza riprendere conoscenza.
**** **** ***
Due giorni dopo venne fatto il funerale e il vecchio Oreste fu seppellito.
La stessa sera, l’arciprete, dopo le preghiere vespertine andò a letto presto a dormire.
Il paese di Zevio era immerso nell’ombra e nel silenzio. Circa a mezzanotte, improvvisamente, si sentono colpi violenti battuti contro la finestra al piano superiore della canonica. L’arciprete si svegliò con un sussulto nel proprio letto.
I colpi continuavano; qualcuno stava tirando sassi contro le imposte.
L’arciprete scese dal letto e con precauzione aprì l’altra finestra per vedere cosa stava succedendo. La strada là in basso era deserta, male illuminata e spazzata da un freddo vento autunnale.
Non si vedeva nessuno; forse era stato qualche ubriaco che poi era scappato via.
La sera successiva l’arciprete andò a letto presto, come sua abitudine.
A mezzanotte, colpi violenti si sentono rimbombare contro l’imposte della canonica e l’arciprete si svegliò di soprassalto. Oltre ai colpi si udiva una voce roca e rabbiosa che gridava laggiù in strada:
“Dammi quel che è mio e tieni quel che è tuo!”
Ancora sassate, più violente contro il legno dell’imposta.
L’arciprete si alzò e corse ad aprire una finestra.
La strada là sotto era completamente deserta e si sentiva solamente il fruscio degli alberi.
Il fenomeno non si ripeté più, ma l’arciprete non riuscì a dormire per il resto della notte.
Il mattino seguente l’arciprete riunì nel suo studio il curato don Lucindo, la perpetua e il campanaro, per tentare di risolvere il mistero. Dopo molte supposizioni il curato suggerì una possibile spiegazione: il vecchio Oreste non si era pentito e adesso la sua anima non riposava in pace.
Più tardi l’arciprete andò in municipio e ottenne l’autorizzazione per riesumare la salma. Poi, accompagnato dal curato si recò nel piccolo cimitero. Qui, il becchino e gli aiutanti scavarono una buca, arrivarono alla bara e con le corde la tirarono su. Usando il badile come leva, schiodarono il coperchio ma vedendo quello che c’era dentro indietreggiarono per lo spavento.
Il cadavere del vecchio Oreste appariva completamente nero, con la lingua fuori che gli arrivava fin sul petto. Sulla punta stava la particola bianca, ancora intatta.
Dopo un attimo di esitazione il curato si inginocchiò, tolse la particola e con questa fece la comunione.
La cassa venne inchiodata e mentre veniva calata giù nella buca, i becchini si accorsero che era diventata molto più leggera. Il morto se lo era già portato via il diavolo.
Agosto 2011
VITE DI DONNE
SERGIO BISSOLI
VITE DI DONNE
INTRODUZIONE
Ignote, sconosciute, perse nei misteriosi sentieri del tempo. Molte adesso saranno morte, altre certamente cambiate. La macchina fotografica le ha fissate in un attimo irripetibile della loro vita; in una occasione bella o brutta, felice o triste. La maggior parte delle donne sono inquadrate dentro un ambiente tipico di un’epoca: gli anni dal 1900 al 1960. Un tempo ora lontano e irraggiungibile.
Da dove provengono queste foto in bianco e nero? Le ho trovate nei Mercatini dell’Usato dentro a valige piene di carte e vecchi documenti; dimenticate fra le pagine di vecchi libri; in vecchi album rovinati dall’umidità. Man mano che le trovavo, le pulivo, incollavo quelle strappate e le disponevo dentro una scatola. Così si è formata una collezione che trovo giusto condividere.
Chi sono le donne qui raffigurate? Impossibile saperlo. Mi sono limitato a classificarle seguendo questo ordine: Copertina. Antenate. Bambine. Bambine e Bambole. Neonate. Cresima. Scolare. Donne in città. Donne in campagna. Donne al mare. Donne in montagna. Donne e animali. Donne bici e moto. Donne e automobili. Interni case. Esterni case. Ragazze. Amiche. Matrimoni. Coppie. Nude. Gruppi. Lavoro. Religiose.
Talvolta sul retro della foto ci sono delle dediche sbiadite. Eccone alcune:
25 Aprile 1956 Kiki a Francesca con tanto affetto.
9 Gennaio 1965 Un augurio di Buon Compleanno perchè ti ricordi sempre di me. La tua amichetta Sonia.
19 Marzo 1956 Con affettuosi auguri e un bacione tutto per te. Lorenza.
2 Maggio 1963 In questa foto il mio ricordo Ida
1943 Come segno di amicizia Vanda
Perchè tu mi possa ricordare
30 Agosto 1961 Con immenso affetto alla mia amica Elena da Rosy
Un ricordo della nostra amicizia intima
Agosto 1954 ricordo della spiaggia di Paestum
Souvenir de mon amie Suzy à Villacublag Mai 1946
Sono come tu mi vuoi ? Elena
A Gian Pietro, perchè qualche volta almeno... mi pensi. Fernanda
A colui che amerò sempre. Mirella
Come ai vecchi tempi...Ti ricordo e ti aspetto su questa panchina. Anna Lisa
L’epoca in cui sono state scattate queste foto si intuisce dagli abbigliamenti e dagli sfondi. Così vediamo le mode di quel tempo: le gonne lunghe sotto i ginocchi, pieghettate o lisce. (Ricordiamo che la minigonna è arrivata nel 1965.) Le pettinature: capelli sciolti, coda di cavallo, le trecce.
Notate come gli sfondi sono molto differenti da quelli attuali. Qui si vedono gli orti, i muri di mattoni, i campi, le strade senza automobili.
Ho dato la preferenza a soggetti femminili perchè, vedete, io sono un esteta, un estimatore delle cose belle; e la donna è una espressione della bellezza, come un bel tramonto, una notte di luna, un cielo stellato, una passeggiata nel bosco o in riva a un fiume.
Donne di tutti i tipi e di tutte le età: neonate, scolare, ragazzine, giovinette, fidanzatine, spose, mamme o nonne. Divertiamoci a guardarle queste donne, o ragazze che ci guardano da un mondo lontano, perduto per sempre.
Perchè ho scritto questo libro? Per nostalgia verso un mondo, quello contadino, nel quale sono nato; nostalgia verso un’epoca di povertà e bellezza.
COPERTINA
Bambina Dimenticata
Questa bella foto incorniciata era in vendita in un mercatino dell’usato. Il proprietario del banco esponeva anche altre foto, forse appartenenti alla famiglia della bambina, o forse no.
La foto è databile ai primi del 1900. Dietro il cartone c’è una scritta a inchiostro, illeggibile. Se era in vendita da un rigattiere significa che la sua famiglia è estinta e i lontani parenti hanno venduto tutto. La bambina ha uno sguardo triste ed è molto bella. Chi sei? Qual è il tuo nome? Eri di famiglia ricca o povera? Come è stata la tua vita? È già tutta trascorsa? Hai avuto figli? Perchè i parenti hanno buttato via la tua foto, che è così bella. Sono interrogativi senza risposta che mi tormentano ogni volta che ti guardo.
ANTENATE
Queste foto sono anteguerra con pettinature antiquate e abiti lunghi. Probabilmente sono dei primi decenni del 1900.
Indossano vestiti fuori moda, hanno visi quasi marmorei con espressioni austere. Ci guardano dal fondo di un passato lontano, così lontano da risultare quasi incomprensibile.
Chi sono? Come è stata la loro vita? Impossibile saperlo. Probabilmente appartenevano a famiglie ricche, nobili o patriarcali composte da più generazioni. (La fotografia in quel periodo era a lastre ed era un lusso). Ci comunicano un senso di estrema lontananza, di distacco, di angoscia quasi.
Una foto sbiadita è tutto ciò che è rimasto per ricordare il passaggio delle antenate su questa terra. E’ la terribile precarietà della vita umana. Forse in futuro qualcuno guarderà le nostre foto e proverà le stesse emozioni.
BAMBINE
Le foto di bambini si guardano sempre con piacere perché ispirano gioia e stupore.
Una bambina è una donna in miniatura, una donna vista col cannocchiale rovesciato. Così scrive Alphonse Karr.
Bambine riprese nei vari momenti della vita: alla comunione; mentre pregano; mentre giocano; mentre studiano. Dentro vari ambienti: chiesa, casa, mare, villeggiatura.
Anche in queste foto sono interessanti sia i soggetti sia gli sfondi che li accompagnano. Insieme a queste bambine entriamo nelle chiese prima del Concilio Vaticano II del 1962, quando esistevano ancora le balaustre davanti al presbiterio. Entriamo nelle case di ceto medio, dove si festeggiavano i compleanni con una torta o un uovo di cioccolato. Entriamo nelle aule dove le allieve indossavano il grembiule nero con stampato sopra l’anno della classe.
Vestite per la prima comunione o con gli abitini della festa, queste foto emanano una grazia e una dolcezza indefinibile.
Vestite da angioletti o da fatine, queste bambine sono state l’inizio di qualcosa di bello del quale non possiamo conoscere la fine.
BAMBINE E BAMBOLE
L’amica Giorgia racconta: I genitori ci regalarono un bambolotto comprato alla sagra. Questo era imbottito di segatura e io e mia sorella ci divertivamo a sculacciarlo per vedere la polvere che usciva fuori.
L’amica Antonella racconta: Le prime volte che i genitori mi portavano alle sagre, non avevano i soldi per comprarmi una bambola, così io piangevo disperata. Forse è per questo motivo che, quando sono diventata adulta, ho incominciato a collezionarle.
Un giorno in un mercatino d’antiquariato ho rivisto un bambolotto
Marca Furga: Gelsomino; era identico a quello che possedevo da bambina. Ho sentito il desiderio di comprarlo; ma ero già sposata, avevo figli e razionalmente rifiutai di acquistarlo. Nei mercatini successivi rividi ancora quel modello e lo comprai, più volte. Così adesso ne posseggo 4 identici!
La bambola è un oggetto che accompagna tutte le bambine. Di porcellana o di cartapesta, di pezza, di plastica o di gomma. Bambole che cantano canzoncine, per mezzo di un dischetto inserito nella schiena. Bambole che aprono, chiudono gli occhi e dicono “Uau” quando si coricano. Bambole da vestire, lavare e pettinare. Amiche fidate a cui parlare, raccontare i propri segreti. Da accudire, proteggere, abbellire.
E’ un mondo incantato e delicato quello delle bambole. Ricercate nell’infanzia e poi spesso buttate via nell’età adulta. Ricercate nuovamente dalle signore di mezza età, per ritrovare le emozioni dei giorni passati e illudersi di ritornare ancora un pochino giovani.
Ecco le foto di alcune bambine insieme alle loro beniamine.
NEONATE
Quando era alta la mortalità infantile, il neonato veniva fotografato per conservare il ricordo, nel caso non sopravvivesse.
Alcune neonate con gli occhi chiusi sono state fotografate quando erano già morte. I bambini morti poco tempo dopo la nascita presentano un problema impossibile da risolvere: a cosa è servita una vita così breve? In questi casi siamo davanti al mistero terribile e incomprensibile dell’esistenza.
COMUNIONE E CRESIME
Altro evento importante nella vita è rappresentato dai riti religiosi che accompagnano il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. C’è l’emozione del vestito bianco, la medaglia ricordo in regalo, la cerimonia nella chiesa addobbata a festa, la foto ricordo. E poi ancora i parenti, la madrina e le paste...
SCOLARE
Primo giorno di scuola: un dramma o un divertimento a seconda del carattere del bambino. In quegli anni le aule contenevano anche 50 scolare. I banchi erano di legno, con fori per contenere i calamai. Questi erano vasetti di vetro e venivano riempiti dal bidello, che periodicamente passava con una bottiglia nera.
Oltre a libri e quaderni la cartella conteneva penna, pennini e carte asciuganti. C’era inoltre la merenda e bei segnalibri colorati.
DONNE IN CITTA’
C’è una enorme differenza fra le città degli anni 1950 e quelle attuali. Notiamo le strade prive di traffico, i marciapiedi con pochi passanti. Le automobili sono rare e hanno forme molto differenti, che suscitano stupore. In quell’epoca c’erano cittadine assonnate, senza traffico nè confusione.
Il poeta Rimbaud si augurava di trascorrere il resto della vita in questi posti e scrisse: “Forse mi attende una sera, in cui potrò bere tranquillo, in qualche antica città.”
Per il poeta quella sera non è mai arrivata. E per noi arriverà?
DONNE IN CAMPAGNA
Tranquille zone di campagna: orti, cortili, prati, campi, boschi. Il mondo contadino era affascinante con i gialli campi di grano punteggiati di papaveri; gli orizzonti sconfinati che permettevano di godere l’alba e il tramonto; le notti stellate, silenziose, eccetto per il canto dei grilli e delle rane. C’era tanta bellezza e quiete. La vita aveva il ritmo lento delle stagioni.
DONNE AL MARE
Eccole al mare le nostre belle sconosciute. Osserviamo i costumi. Negli anni ’50 esisteva il costume a un pezzo che copriva il corpo dai seni alle cosce, con una scollatura a V nella schiena. Spesso questo costume aveva una rigida e corta gonnella che copriva anche le mutande.
Nel decennio 1950 - 59 il bikini dava scandalo e spesso era proibito. Nelle spiagge solamente le ragazze tedesche lo indossavano. Il bikini era formato da un largo reggiseno e larghi mutandoni che coprivano tutte le cosce; esso non assomigliava a quello attuale. Nelle spiagge il bikini trionfò negli anni ’60, ma era un bikini che copriva il corpo molto di più di quello attuale; e solamente le ragazze più giovani lo indossavano. Moralisti e preti da giornali e pulpiti condannavano questo costume da bagno con lunghe serie di aggettivi: turpe, osceno, immorale, scandaloso, vergognoso, porcilesco, impudico, indecente, sconcio... Il prete di Sottomarina, dove mi trovavo in villeggiatura nel 1963, nelle sue prediche furiose urlava contro: “la lebbra che infetta le nostre spiagge”. La lebbra era il bikini.
Questo comportamento del clero può sembrare ridicolo adesso. Negli anni 1950 – 60 era la regola: le donne dovevano stare nella parte sinistra della chiesa, dovevano avere la testa coperta dal velo, dovevano indossare indumenti di colori smorti con gonne lunghe e maniche lunghe, dovevano portare le calze.
Il bikini prende il nome dalle isole dell’oceano Pacifico dove esplosero due bombe atomiche nel 1946. Questo indumento era considerato anch’esso: esplosivo!
DONNE IN MONTAGNA
L’animo umano, si sa, viene influenzato dall’ambiente.
Periodicamente conviene fuggire da atmosfere familiari intossicate o da rapporti sociali oppressivi. La montagna, con suoi grandi spazi e silenzi, risana le ferite dell’anima e consente una più distaccata visione dei problemi.
DONNE E ANIMALI
Poiché sono amico degli animali, trovo interessanti e commoventi le foto di donne insieme a piccoli animaletti: cagnolini o gattini.
Le bambine più fortunate, anziché giocare con un peluche, un orsetto o una bambola di stoffa, avevano come compagno una creatura viva, che sa ricambiare l’affetto e la tenerezza. Gli animali vivono e amano quasi come noi, ed è meraviglioso vedere il feeling che si stabilisce fra creature differenti.
Il cagnolino, il gattino, si sa, ha una vita più corta della nostra. E dopo la separazione rimane il ricordo di un nastro, di un collare, di un nome o di una foto.
DONNE IN BICICLETTA e moto
Fino la 1970, quando le automobili erano rare, era bello pedalare nelle strade di campagna o nei lunghi viali ombreggiati da platani o da tigli.
La bicicletta non crea il senso di isolamento e incomunicabilità che dà l’automobile. In automobile si è chiusi dentro una scatola. In bici è diverso: si partecipa di più al paesaggio; poichè si va piano si vedono più cose; si sentono i profumi, la brezza, il sole o la pioggia, se arriva.
Inoltre è possibile parlare con un altro ciclista. Se poi il ciclista è una bella ragazza, allora il tempo vola, la fatica non si sente più e vorremmo che la strada da percorrere insieme fosse più lunga.
DONNE E AUTOMOBILI
Automobili di forma strana, meno funzionali ma più piacevoli da guardare. Adesso sono diventate auto d’epoca per collezionisti facoltosi.
Le strade di paese in quegli anni, erano quasi sempre vuote. Raramente transitava un’automobile. Una donna provava piacere mentre veniva fotografata vicino a un’automobile.
RAGAZZE
Il lettore avrà notato che lo sfondo dà il nome alla sezione del libro. Ad esempio: Campagna, se la donna appare in uno sfondo campestre. Città, se la donna si trova in città; eccetera.
Le donne che compaiono in foto prive di sfondo, le ho inserite nella sezione Ragazze. Sono foto scattate dentro uno studio fotografico. Queste foto servivano per documenti, da regalare al fidanzato, all’amica del cuore, o come semplice ricordo rappresentativo di un periodo della vita. Foto da conservare in un album, da sfogliare nelle giornate di pioggia, quando non si può uscire, mentre si prova piacere ma anche tanta nostalgia.
INTERNI DI CASE
Con queste foto entriamo nell’intimità delle case e scopriamo scene di vita familiare, anniversari, momenti importanti o consueti, piacevoli o luttuosi. Dietro queste foto ci sono felicità e drammi; c’è tutto il tessuto vibrante della Vita ripresa nel suo scorrere e nella sua mutevolezza.
Ogni vita è legata a una abitazione. E ogni casa conserva un po’ delle vicende dei suoi abitanti.
Nel 1950 e 60 sono entrato in tante case, abitate o vuote e ho scoperto che ognuna possedeva una propria personalità. L’odore dell’acqua nel secchiaio, della fuliggine in cucina, della naftalina negli armadi. L’odore di chiuso nelle camere da letto. Le mattonelle sconnesse o i pavimenti consumati nei punti di maggior passaggio.
I colori sbiaditi delle stanze: rosa, bianco, verde, celeste... gli interruttori di porcellana, i saliscendi delle lampade. Le scarpe abbandonate nel sottoscala. Vecchi quadretti di santi o di madonne.
Anche le case abbandonate rimangono impregnate di vita e di ricordi: i chiodi ai quali stavano appesi i calendari con scoloriti disegni pubblicitari; maniglie e campanelli di ottone lucidati dall’uso; corrimani e gradini consumati; tende scolorite alle finestre; ringhiere e inferriate arrugginite. I segni neri sui muri dove stavano appoggiati i mobili.
Il carattere, le emozioni e il tipo di vita degli abitanti sono rimaste registrate qui.
ESTERNI DI CASE
Molte abitazioni fino al 1950 avevano un cespuglio di lillà piantato davanti. Sul retro era molto comune un albero di fichi, l’orto e il pollaio.
Eventuali cartelli erano in lamiera dipinta e pubblicizzavano meccanici, barbieri, custodie per bici e altre attività.
LAVORO
Anche i lavori femminili non sono più quelli di una volta. Donne che cuciono, che lavano, che stirano... Le foto in questa sezione sono poche, perciò molto interessanti, perchè documentano le attività tipiche di un’epoca.
AMICHE
L’amicizia femminile è differente da quella maschile. L’amicizia fra donne è più profonda, più sottile, più raffinata. La scrittrice danese Karin Michaelis definisce l’amicizia fra donne una specie di giurata frammassoneria.
L’amica del cuore è la depositaria di segreti così intimi e personali che spesso nemmeno il marito conosce. L’amicizia femminile è condivisione delle sfaccettature psichiche; accurata analisi di relazioni interpersonali; sottile introspezione di umori e stati d’animo; lunghi resoconti di ansie, speranze, progetti, delusioni, paure. Inoltre le amiche condividono i ricordi della giovinezza e delle varie tappe della vita.
Il mondo femminile è più intricato e complesso. Per questo solamente un’amica, cioè un’altra donna, ha la capacità di apprenderlo e condividerlo senza fraintendimenti.
MATRIMONI
Gli sposi, il vestito bianco, i veli. Le chiese all’interno avevano l’altare ornato di balaustre molto artistiche e decorative. Queste furono abolite e rimosse dopo il concilio di Papa Giovanni XXIII del 1963.
COPPIE
Insieme per tutta la vita oppure per il tempo di una vacanza.
Quando si condividono col partner i giorni e gli anni, i caratteri cambiano, si uniformano e la a coppia diventa quasi una entità unica.
Nel corso del tempo le foto di queste coppie conservano un’apparenza statica, immutabile.
DONNE NUDE
Censurato, sequestrato, demonizzato da preti, censori, bigotti. Esaltato, celebrato, divinizzato da poeti e artisti.
Di che cosa stiamo parlando? Del Nudo, naturalmente, del meraviglioso Nudo Femminile.
In questa epoca di parità sessuale e di moda unisex, la donna corre il pericolo di perdere la cosa più preziosa che possiede: la sua femminilità. Quell’insieme di caratteristiche (pregi o difetti, dipende dai punti di vista) che la classificano donna: l’incostanza, la volubilità, l’indecisione, la grazia, la ritrosia, la sensibilità, la bellezza.
Questo foto rappresentano un invito a riscoprire la donna. Nel medioevo condannata come strega, giudicata inferiore e tentatrice. I Padri della Chiesa si chiedevano se la donna avesse un’anima. Per Tertulliano la donna è la porta del diavolo. Per San Gerolamo la donna è l’aculeo dello scorpione. Per Tommaso d’Aquino la donna è un essere meschino. Per Clemente Alessandrino la donna reca vergogna al solo pensare di esistere. Per San Agostino bisogna fuggire il talamo coniugale.
Nei tempi moderni si cade nell’errore opposto. Si tenta di maschilizzare le donne, di renderle uguali agli uomini. E molte donne cadono nell’errore di emulare il maschio, nel lavoro, nella moda, nella società, nella vita.
Ma la donna rimane unica e meravigliosa. E’ il lato notturno della Natura. E’ il cielo stellato; è la luna e l’acqua; il segreto e il mistero; la vita e la morte.
Questa galleria di nudi femminili non è segregata dentro artificiosi studi fotografici. Qui le donne sono rappresentate in mezzo alla Natura. Qui la donna è regina, Dea.
Le immagini ricordano le antiche religioni agricole e matriarcali, quando la terra era considerata la femmina da fecondare. C’era quiete e ritmi stagionali;c’era venerazione per la Natura produttrice di alimenti, vita e piacere. Questa pacifica religione è stata annientata dalla religione patriarcale, fatta di un dio maschio guerriero, imposto da nomadi predatori. Queste brevi considerazioni riassumono secoli di storia umana obbrobriosa.
E allora, benvenute queste foto. Un grazie all’editore, al fotografo e alle modelle che si sono dedicate a una operazione artistica e culturale.
Togliamo i veli, togliamo le maschere imposte dalla società e ammiriamo l’unica cosa preziosa nella vita: la Bellezza, in tutto il suo multiforme splendore.
In Italia le foto di donne nude prima del 1970 erano rarissime. Quasi sempre erano foto amatoriali, oppure provenivano dalla Francia, dalla Germania e circolavano clandestinamente. Se venivano scoperte queste foto venivano subito sequestrate. Eppure erano foto artistiche, dove il sesso non compariva mai.
La seduzione è innata nella donna. Per posare nuda una donna deve essere libera da tabù religiosi. Inoltre deve possedere una mentalità aperta, intelligenza, anticonformismo, autostima e disprezzo delle convenzioni. E poi è necessario bellezza e fascino da esibire all’amico fidato che sta dietro alla macchina fotografica.
GRUPPI
Qui troverete gruppi di ragazze, unite insieme nel lavoro; a scuola; in fabbrica; in gita; in vacanza. Questi gruppi sono legati dalla colla dell’entusiasmo e dell’amicizia.
Ci sono anche gruppi familiari, tanto diversi dalle famiglie attuali.
Qui vediamo famiglie patriarcali riunite davanti al fotografo per un’occasione particolare, da festeggiare o da ricordare.
RELIGIOSE
Le donne hanno un istinto religioso più profondo degli uomini. La maggior sensibilità verso i piccolo segnali della vita, la sesitività per i fenomeni naturali, fanno della donna una ispirata, una medium una veggente. L’anima femminile è associata al lato nascosto della Natura e all’aspetto ciclico delle stagioni e della vita.
Da questo nasce la devozione per Sante e Madonne (derivate dalle Dee pagane) che sono disseminate in luoghi naturali: boschi, colline, lontani cioè dagli ambienti artificiali costruiti dall’uomo. Durante la processione il misticismo diventa collettivo e possono prodursi fenomeni psichici.
Una processione religiosa è formata da una fila di persone che percorrono le vie del paese. Davanti sta il prete; poi alcuni uomini che sorreggono la statua di un santo o di una madonna riccamente addobbata. Poi ci sono i bambini, gli uomini, le donne e in fondo i vecchi. Tutti camminano lentamente recitando le preghiere.
In Maggio o Giugno, davanti alla processione ci sono i bambini con cestelli pieni di fiori dei campi: papaveri, camomille, fiordalisi, robinie. Durante il percorso i bambini spargono i petali sulla strada.
La processione serviva per ottenere una grazia, per ringraziamento, per commemorare un anniversario, o per un funerale. Era uno spettacolo molto suggestivo, di sera con il lume delle candele, mentre i partecipanti cantavano un inno sacro.
Nel 1950 a Cerea c’è stata la madonna pellegrina. Ad Anson di Minerbe la processione avviene durante la sagra, la terza (ora la seconda) domenica di ottobre. Vedi sagra di Anson su youtube.
Una suggestiva processione si è svolta in una sera di Giugno a Marega nel 1980.
CONCLUSIONE
Il nostro viaggio è finito e concludiamo qui la raccolta di donne del passato. Purtroppo la storia salva solo le briciole. Penso alle centinaia di foto che sono andate distrutte; alle foto che non ho potuto reperire, e a tutte quelle donne che, nei momenti migliori della loro vita, non sono state fotografate. La storia salva solo le briciole delle briciole...
Queste fotografie sono state salvate dall’oblio, che tutto inghiotte.
Qualche lettore si stupirà nell’apprendere che queste belle foto erano nei mercatini dei robivecchi, e mi ringrazierà per averle salvate e pubblicate.
Forse qualche lettore si sarà innamorato di una di queste donne; (è capitato anche a me, sapete). Nel corso misterioso del Tempo, una volta esse sono state reali, ma adesso non lo sono più. Appartengono a un’altra epoca, ora irraggiungibile
Maggio 2010
Revisione febbraio 2012
4° di copertina
SERGIO BISSOLI. Scrittore Bibliofilo Regista
Youtube bissolis
VITE DI DONNE
Rare foto in bianco e nero di soggetti femminili dal 1900 fino al 1960.
RACCONTI RARI Alfred Hitchcock
INDICE
LA CASA DI PIETRA
DIETRO LA PORTA CHIUSA
UN URLO NELLA NOTTE
LA CASA DELLE STREGHE
LA NEVE COPRE TUTTO
LA CASA DI PIETRA
di Gilbert Ralston
Aries entrò nella botteguccia. Il tintinnio del campanello si mescolò al tic-tac degli orologi appesi un po’ dovunque. La stanza era piccola e in penombra: soltanto in un angolo, la luce di una lampada proiettata su un deschetto rialzato illuminava le mani dell’orologiaio intento ad un delicato lavoro di precisione.
Arles attese pazientemente: l’artigiano depose i suoi arnesi e accese una lampada che illuminò tutto il locale. Poi si tolse dall’occhio la lente, guardò il visitatore con occhi arrossati e chiese:
- In che posso servirla?
- Mi ha mandato Daggett - disse Aries.
Il viso grasso dell’orologiaio rimase impassibile. Pareva che non avesse udito.
- Mi ha detto di darle questo - disse Arles e trasse di tasca un pezzo di cartone e lo mise sul banco.
Senza parlare l’artigiano aprì un cassetto, ne trasse un altro pezzo di cartone e lo avvicinò a quello che Arles gli aveva dato. I due frammenti combaciavano perfettamente. Erano frammenti di uno stesso pezzo.
Sempre senza parlare l’artigiano si alzò pesantemente, andò fino alla porta del negozietto, la chiuse a chiave e si voltò e guardò il visitatore:
- Mi chiami Jaeger - disse - venga con me.
Fece strada attraverso una porta dietro il banco e condusse Arles in un salotto bene ammobiliato.
- Sieda, signor Arles - disse.
- Conosce il mio nome?
- Sì.
Jaeger stava formando un numero al telefono; senza parlare guardava fisso nel vuoto. Qualcuno rispose alla chiamata. Jaeger disse:
- Descrivimi Arles.
Mentre ascoltava la descrizione Jaeger fissava Arles per controllare.
- Alzi la mano, signor Arles - disse - mi faccia vedere l’anello.
Jaeger depose il ricevitore e offri una poltrona ad Arles. Poi mise un disco di Schubert sul grammofono, lo fece suonare a basso volume, sedette a sua volta in una poltrona.
- E adesso parli, signor Arles - disse - non voglio particolari inutili e non voglio nomi. Soltanto l’indirizzo, la descrizione dell’edificio, quello che vuol fare e quando. Niente di più.
Arles trasse di tasca alcune carte:
- Qui c’è la pianta dell’interno della casa. E una fotografia dell’esterno.
- Bel lavoro - disse Jaeger osservando il disegno.
- Sono architetto.
Jaeger lo guardò fisso:
- Lo so.
- L’indirizzo della casa è nella busta. Qui sono le chiavi.
- Ci sono vicini?
- Nessuno. La casa posa su rocce a picco sull’oceano, in un terreno privato. Niente vicini per un miglio.
- E’ abitata?
- Per il momento no.
- Perché non la vende?
- Me l’ha lasciata mio padre un anno fa. Per disposizione testamentaria non la posso vendere.
- Ma può riscuoterne l’assicurazione?
- Si.
- Una casa di pietra, con tetto di lavagna. E’ orribile. Desidera la distruzione completa?
- Sì, completa.
- C’è l’impianto del gas nella casa?
Arles annuì
- Mi mostri il tracciato delle tubature del gas.
Arles puntò l’indice nella pianta:
- Entra da questo piccolo locale, si dirama verso la cucina sul retro, un altro ramo arriva fino al caminetto nel salone.
- C’è una cantina?
- No, la casa posa su un fondo di cemento.
- Le pareti interne?
- Mattoni o pietre per la maggior parte - disse Arles.
Jaeger lo guardò in faccia:
- Non è un problema facile: bisognerà farla saltare in aria.
- Sì.
- Farla saltare in aria è facile. Simulare un’esplosione accidentale dovuta a fuga di gas è un lavoro da artista.
- E’ per quello che sono qui.
- La mia opera è molto costosa, signor Arles.
- Quanto costosa?
- Cinquemila dollari. In anticipo.
- Duemilacinquecento adesso e il resto a lavoro fatto.
Jaeger fece un piccolo gesto di rifiuto: - Tutti subito - disse - e in contanti.
- Come farà il lavoro? - chiese Arles.
- Prima i quattrini - disse Jaeger.
Si alzò e voltò tranquillamente il disco come se la cosa lo interessasse poco.
Arles mise una mano in tasca ne trasse una busta e la gettò sul tavolo.
- Magnifico questo Schubert - disse Jaeger. Aprì la busta contò meticolosamente il denaro dividendo i biglietti di banca e controllando che nessuno fosse falso.
- Adesso mi dica come farà.
- Per forza le dirò come faccio: avrò bisogno del suo aiuto.
- Il mio aiuto?
- Lei dovrà preparare la casa seguendo le mie istruzioni. Inoltre avrò bisogno di alcuni oggetti accessori. Li comprerà lei e diventerà così mio complice: anch’io devo assicurarmi contro eventuali brutti tiri. Non le pare?
- Queste condizioni non mi piacciono.
- E allora, la prego, raccolga il suo denaro e amici come prima.
Arles esitò: - Che cosa dovrei fare io?
- Lei chiuderà accuratamente la casa, lasciando il mobilio e gli effetti personali intatti.
- E che altro?
- Acquisterà discretamente una cassetta di dinamite e una batteria di accumulatore di quelle solide, lasciando il tutto sul pavimento del ripostiglio.
- Dinamite?
- Lei è architetto. Saprà pure dove comprarla o dove procurarsela.
Arles esaminò il faccione pallido e impassibile che gli stava di fronte.
- Va bene, farò come mi dice.
- Sarò sul posto giovedì sera alle undici e mezzo.
- È un lavoro lungo?
- Il tempo che ci vuole per attaccare un piccolo apparecchio ai tubi del gas nel ripostiglio.
- Quando accadrà il fatto?
- A mezzogiorno preciso del giorno seguente.
- Lei intende ispezionare la casa?
- Non è necessario. La sua pianta è chiarissima. Cercherò di starci il minor tempo possibile. Entrerò, farò il lavoretto in dieci minuti e me ne andrò.
- E io che cosa devo fare?
- Dopo che avrà preparato la casa stia in città e si comporti come in un giorno qualsiasi.
- Ha bisogno di arnesi?
- Niente. Un rotolo di nastro adesivo. Ma lo porterò con me.
Arles si alzò: - Allora, tutto è a posto?
- Tutto a posto, signor Arles.
***
Due giorni più tardi, alle undici e mezzo precise della sera, Jaeger saliva sbuffando lungo la strada ghiaiosa che conduceva alla casa di pietra. Le sue scarpe incidevano faticosamente la ghiaia. Dal basso veniva il brusio delle onde contro la scogliera. La casa, bassa e massiccia era racchiusa fra le rocce e soltanto la facciata verso il mare era esposta al vento. Jaeger arrivò sul marciapiede di cemento, che conduceva all’ingresso; accese la sua torcia elettrica e ne fece correre il raggio lungo le finestre: vide che le saracinesche erano accuratamente abbassate. Soddisfatto del controllo frugò in una tasca e ne estrasse una chiave; si infilò i guanti e aprì la porta. Entrò, richiuse la porta dietro di sé e stette fermo appoggiato ad una parete. Si riposò e si accertò che nessun rumore venisse dall’interno.
Rapidamente si orientò: il raggio della sua torcia scoprì il salone, ne studiò le pareti, il focolare di pietra, le file di libri, i pesanti mobili antichi, le finestre chiuse. Scoprì il ripostiglio e ne apri la pesante porta. Vide file di bottiglie di vino e di liquori.
Sul pavimento c’era una scatola di cartone; conteneva spezzoni di dinamite. Lì accanto una batteria d’accumulatori.
Dalle sue tasche Jaeger estrasse il meccanismo ad orologeria, un rotolo di filo, due capsule esplosive.
Si tolse i guanti, cercò in una tasca un temperino, scavò in uno degli spezzoni di dinamite e vi mise delicatamente la capsula. Con nastro adesivo attaccò lo spezzone con le capsule ad un gruppo di altri spezzoni, e attaccò poi il tutto ad un tubo del gas presso il pavimento. Con infinita cautela tese il suo filo, lasciando ancora staccato uno dei fili dello strumento ad orologeria. Riesaminò accuratamente il circuito, guardò l’orologio, mise lo strumento sull’ora desiderata, poi si inginocchiò presso la porta e con la massima attenzione fece l’ultima giuntura.
Soddisfatto del lavoro si alzò prese un fazzoletto e cancellò le eventuali impronte digitali sulla porta del ripostiglio; chiuse la porta e girò la chiave.
Rimise i guanti, tornò al centro del salone; il raggio della torcia scopri una collezione di dischi di grammofono. Jaeger tirò un sospiro e passò oltre. Arrivò alla porta principale e girò la maniglia per uscire.
Notò con sorpresa che la maniglia, di forma circolare continuava a girare a vuoto. La porta non si apriva.
Seccato, si tolse un guanto, cercò in tasca la chiave e la mise nella toppa: la chiave non voleva entrare nel buco.
Jaeger mormorò una imprecazione, tentò ancora di adoperare la chiave, ma invano.
Maledì i fabbricanti di quella porta che si era chiusa a spinta ma rifiutava di aprirsi. Esaminò la porta, tornò a girare la maniglia, questa volta con violenza. Tanto che la maniglia gli restò in mano.
Il posto dove la maniglia era attaccata appariva nudo e privo di congegni: non c’era altro che il rivestimento d’acciaio della porta, e due buchetti nel punto dove la maniglia era stata attaccata.
Jaeger adoperò il suo temperino come un cacciavite per svitare la lastra di ferro della serratura. Ma anche questa dall’interno appariva fittizia. Evidentemente era stata truccata e si poteva raggiungerla soltanto dall’esterno.
Per un momento rimase lì immobile, stringendo in mano i pezzi della falsa serratura; poi li gettò via, attraversò l’atrio e si diresse alla porta della cucina. La porta era chiusa e appariva solida.
Lentamente Jaeger fece girare il raggio della torcia.
Arrivò alla porta del ripostiglio, vide la maniglia... tenendo il fiato l’afferrò e la girò... la girò... a vuoto anche quella. Girava a vuoto...
Arles, pensò furibondo, quel maledetto Arles...
Tornò nel salone, cercò con la torcia l’interruttore. La lampada del soffitto si accese e il salone fu pieno di luce.
Jaeger si lasciò cadere di peso nella grande poltrona presso la finestra e radunò le idee, senza premura, con freddezza analitica.
Era un tecnico, un professionista, capace di pensare, esaminare, decidere a seconda della circostanza, senza orgasmi e senza emozione.
La prima domanda che gli si poneva era il « perché » di questi strani fenomeni. Ma per il momento il « perché » era un problema secondario. Bisognava prima di tutto guardare meglio.
Si alzò e cominciò una nuova ispezione nella piena luce. Gli attizzatoi che di solito sono presso un focolare erano stati tolti da loro gancio. E anche la grata di ferro era scomparsa: se ne vedevano le tracce sulla parete e sul pavimento.
Batté la parete attorno al focolare: era pietra solida e spessa, altrettanto robusta era la parete attorno alla porta. Gli scaffali dei libri erano composti di assi di legno saldate nel cemento. Continuò l’inventano e si accorse che ogni pezzo di ferro che avesse qualche consistenza era stato tolto dall’abitazione.
Una scatola di pietra con porte d’acciaio, pensò. Il pavimento posava sulla roccia e sul cemento. Soltanto il soffitto forse era vulnerabile.
Forse le finestre... Tentò di muovere la manovella che apriva la saracinesca di una finestra: la manovella gli rimase in mano. Esaminò l’ingranaggio: era stato tagliato. Inoltre fra il vetro e la saracinesca c’era una inferriata.
Jaeger abbandonò le finestre, tornò a dedicarsi al salone: fece l’inventario dell’arredamento: un tavolo massiccio, due poltrone di pelle, una robusta asse incastrata nel cemento lungo una parete, tre sedie, un divano, un pianoforte, i tendaggi, un tavolino da caffè, vasi di ceramica, piccole cianfrusaglie. Non lampade portatili.
Si dedicò al soffitto e lo esaminò accuratamente. Ad un tratto pensò con soddisfazione che poteva raggiungere il soffitto mettendo una sedia sul tavolo.
C’erano poche cose nel salone che potesse usare come utensili, salvo le maniglie, o forse qualche pezzo di ceramica rompendo qualche vaso.
Guardò l’orologio: gli restavano dieci ore e mezzo di tempo.
Metodico e organizzato, Jaeger fece mentalmente un piano: per prima cosa dedicare un’ora alla porta del ripostiglio. Se non fosse riuscito ad aprirla o a sfondarla, mezz’ora ciascuna alle altre porte. Un totale di due ore e mezzo. Sarebbero rimaste otto ore. Un’ora di tempo per ognuna delle tre pareti se nessuna porta cedeva. Infine sarebbero rimaste cinque ore per il soffitto.
Lo stipite della porta del ripostiglio era coperto da un bordo di metallo destinato a coprire la fessura della porta; le cerniere erano all’interno, ed era impossibile raggiungere i cardini.
Adoperando il temperino, Jaeger tentò di intaccare l’orlo di metallo nella zona della serratura. Lavorò pazientemente attorno al metallo, riuscì a scalfire la vernice e si avvide che col piccolo strumento di cui disponeva non sarebbe mai riuscito a scalfire le coperture, e tanto meno ad intaccare la porta che sotto la vernice, era di ferro.
Depose il temperino, si alzò, prese la rincorsa e provò con tutto il suo peso a dare una spallata alla porta. L’impresa gli parve subito vana perché la porta non tremò neppure.
Si aggirò per il salone in cerca di qualcosa che gli servisse da ariete contro la maledetta porta del ripostiglio.
Le poltrone erano massicce, ma troppo pesanti e troppo grosse per lo scopo, le sedie erano fragili. Ne provò una che andò facilmente in pezzi. Jaeger raccolse i frammenti di legno e li raggruppò in un mucchietto senza sapere bene il perché. Perse un po’ di tempo ad esaminare la porta d’ingresso e poi passò alle porte della cucina e della camera da letto. Anche queste erano montate con lo stesso sistema di quella del ripostiglio. Jaeger cominciava a sentire la fatica degli sforzi fisici e della tensione mentale. Aveva deposto la giacca sul sofà e il sudore gli correva sotto la camicia.
Per la prima volta si accorgeva di essere stanco. La sete cominciava a farsi sentire. Guardò l’orologio e deliberatamente si sedette in una poltrona per riposare.
Dopo un po’ balzò in piedi e tornò a guardare le finestre. Si passò la lingua sulle labbra asciutte e assetate, raccolse una delle poltrone, la sollevò con sforzo e la spinse contro la finestra. Fu sorpreso di vedere che il vetro resisteva all’attacco. Risollevò la poltrona e con tutta la sua energia la scaraventò a catapulta contro la finestra: quando lasciò la presa della poltrona perse l’equilibrio e cadde a terra. Un braccio e una spalla malamente urtati lo fecero gemere di dolore.
Furibondo, ebbro di cieca collera si alzò e gettò contro il vetro ogni oggetto che gli capitava sotto mano. Finalmente, ignorando il dolore che gli lacerava il braccio e il polso, batté furiosamente il vetro con un pesante vaso di ceramica, finché produsse una specie di buco dai bordi irti di punte.
Riuscì a far passare il braccio attraverso il buco, afferrò con una mano le sbarre e le scosse selvaggiamente, senza speranza.
Capiva che se anche avesse demolito l’intera lastra di vetro non sarebbe mai riuscito a superare le sbarre d’acciaio che stavano davanti alla saracinesca.
Jaeger era stanco morto ormai, il braccio dolorante gli pesava. Guardò l’orologio, sedette e rimase a lungo a massaggiare il braccio e il polso dolenti.
Ma i minuti passavano.
Si alzò e radunando le forze spinse il pesante tavolo verso la parete che dava sul retro della casa. Mise una sedia sul tavolo, prese un pezzo di legno della sedia che aveva rotto, salì sulla sedia posta sul tavolo e arrivò a portata di mano del soffitto, batté e grattò.
Tirò un sospiro di sollievo vedendo che una cascatella di calcinacci gli pioveva sulla faccia. Scese a terra, prese un’altra sedia e la pose sul tavolo accanto alla prima. Il braccio gli doleva. Imprecava sottovoce per non aver scelto il soffitto come primo punto di attacco.
Si arrampicò nuovamente sulla sedia e riprese l’opera. La rapidità con la quale i calcinacci cadevano gli dava forza. Grattava metodicamente il soffitto, dapprima sullo strato di calcina, poi sul materiale che stava sotto, finché arrivò all’armatura di ferro. Mise alla prova la resistenza dell’armatura battendo all’insù la gamba della sedia rotta. Batté, batte, batté ancora con la punta del bastone e poi coi pugni finché dai graffi uscì il sangue.
- Cemento - disse - cemento fra le sbarre... cemento armato.
Stanco e deluso ridiscese sul pavimento, una smorfia di disperazione sul volto, lacrime di disperazione negli occhi.
Improvvisamente, in uno scoppio di furore, si avventò contro la porta del ripostiglio con tale cieca violenza che ne venne gettato indietro come da una molla e ricadde in modo grottesco sul pavimento.
La testa in tumulto, emettendo parole confuse e grida di rabbia si rialzò e corse alla finestra tirando furiosi disordinati colpi contro il vetro, la inferriata, gli stipiti, la parete… finché cadde sul pavimento come un povero mucchio di stracci.
Mancavano trenta minuti. Nel ripostiglio due sottili lancette di metallo avanzavano lentamente continuamente verso un contatto.
Forse non funzionerà, pensava Jaeger. Ma sapeva che avrebbe funzionato.
***
A sei miglia di distanza e nel mezzo di un mare di case, Daggett era in piedi nella penombra di un bar « tipico ». Il suo viso aguzzo da faina era immobile, pareva che l’uomo dormisse ad occhi aperti. Poi si voltò, guardò Arles, versò un sorso di whisky in un bicchiere:
- Prendi - disse - e siediti.
Arles allungò la mano e sollevò il bicchiere.
- Aspetta qui, torno subito - disse Daggett.
Mentre costui si allontanava per portare da bere ad un gruppo di clienti, Arles alzò la testa, guardò l’orologio. Non riusciva a staccar gli occhi dalle lancette.
- Non te la sentivi di aspettare da solo, eh? - sussurrò Daggett di ritorno.
Arles scosse la testa.
- A mezzogiorno. Fra un quarto d’ora.
- Sta buono: non ci saranno problemi, Jaeger non fa sbagli.
Arles sussurrò: - Ne ha fatto uno.
- Quando? Dove?
- Lo scorso anno. Quando ha provocato l’incendio nel magazzino dei tessuti.
- Chi te l’ha detto?
- E’ da quel fatto che ho avuto il tuo nome, Daggett: tu organizzi gli incontri, Jaeger fa il lavoro, il cliente incassa l’assicurazione.
Daggett si sporse attraverso il banco:
- Sei nervoso, ragazzo. Tieni a freno la boccuccia.
- Un capo dei vigili del fuoco è perito nell’incendio del magazzino.
Le mani di Daggett si strinsero nervosamente sull’orlo del banco.
- Cerchi di farmi paura?
- No, soltanto, è meglio che tu lo sappia: la vittima era mio padre.
- Ma si chiamava Stimson.
- Infatti, io mi chiamo Arles Stimson.
Lo sguardo di Daggett era vitreo: - E tu hai incaricato Jaeger di fare un lavoro per te?
- Un lavoro è un lavoro.
Daggett voltò la testa e guardò l’orologio.
- Ci siamo - disse Arles - le dodici.
- Ma guarda che roba! - esclamò Daggett. - Questa non me la sarei sognata. Va bene, beviamone uno per la casa.
- Uno per la casa - disse Arles e gettò il bicchiere di wisky in faccia a Daggett.
- Ma sei matto! - gridò Daggett.
Arles lo guardò asciugarsi il whisky. Poi gli voltò le spalle e si allontanò.
- Aspetta - gridò Daggett - non fare il tonto. Sta calmo e sii pronto: domani avrai da rispondere a tutte le domande degli ispettori dell’assicurazione. Se non hai i nervi a posto invece di avere i quattrini andrai in galera. Non ti conviene fare il gradasso.
- Non ci saranno ispettori dell’assicurazione - disse Arles Stimson. - Una settimana fa ho annullato l’assicurazione sulla casa di mio padre.
Voltò le spalle e usci nella strada piena di sole.
DIETRO LA PORTA CHIUSA
di O. H. Leslie
La casa dei Daniels era come una sfinge. Acquattata sul fianco più scosceso della collina, aveva l’aspetto sornione e misterioso di tutte le case vuote. Ma anche la sua forma era un po’ arcana: costruita su quattro piani appoggiati ad una roccia, e sorretta su un lato da lunghe colonne bianche, era una casa un po’ eccentrica, ideata in era di abbondanza, da gente troppo rapidamente arricchita. Più tardi era stata abbandonata dai suoi proprietari che si erano trasferiti in località più vicina alla città, in una villa di forme più moderne.
Quando i fari della macchina illuminarono il viale del giardino, Betty Daniels rise e batté le mani per la gioia. Prima ancora che Robert fermasse, ella era già balzata a terra e correva verso la porta della villa. Robert la seguì correndo e la raggiunse proprio sul portone. Nella luce dei fari della macchina si abbracciarono e si baciarono. Poi Betty cercò le chiavi nella borsa e Robert andò a spegnere i fari. Anche la macchina apparve scura e silenziosa come la vecchia casa.
Nel frattempo Betty aveva aperto la porta.
- Aspettami! Entriamo insieme.
Betty cercò al buio gli interruttori e li trovò. Il grande salone al pianterreno si presentò alla loro vista… ma anche così il senso di arcano non fu dissipato. Troppe lampade erano guaste, troppi fili pendevano inutili; anche coi lampadari accesi l’abbandono e l’incuria erano fin troppo palesi.
Il viso magro e affusolato di Betty perse un po’ della primitiva gioia: era meno bella di come la ricordava, la sua vecchia casa; le tappezzerie erano gonfie e spezzate, i soffitti screpolati, i mobili coperti da teli polverosi. I ragni avevano tessuto un po’ dovunque le loro reti.
Robert, sentendo che la ragazza era delusa nelle sue care memorie, le mise un braccio attorno alle spalle per consolarla.
- È un po’ diversa da come te l’aspettavi, vero? - disse. - Da quanto tempo non venivi qui?
- Sono circa otto anni. Ne avevo undici quando papà è morto, e fu allora che andammo via.
UN MISTERO
Betty sospirò e sedette sull’orlo di un divano. Robert sorrise con la sua aria furbesca. Il sorriso gli produceva due fossette sulle guance. Aveva ventiquattro anni ed era il più bello fra i conoscenti di Betty. Ma ormai era più di un conoscente, più di un amico.
- Robert… - sussurrò la ragazza.
Egli le si avvicinò e le accarezzò i capelli.
Betty ritrovò il coraggio; prese Robert per mano ed insieme andarono ad esplorare la palazzina. Da una stanza all’altra, da un piano all’altro, percorrendo corridoi, fermandosi a ridere di fronte a vecchi ritratti di famiglia, giocando a rimpiattino nel labirinto delle stanze dei piani superiori… Con le loro risa e la loro giovanile esuberanza riportarono un fresco soffio di vita nella vecchia residenza.
Fu all’ultimo piano, il quarto che Robert si trovò di fronte a una porta che non voleva lasciarlo passare.
- Ehi, Betty! - gridò. - Questa porta è chiusa!
La ragazza lo raggiunse in silenzio e disse a voce bassa: - Sì, lo so: è sempre stata chiusa.
Robert ritentò con la maniglia ma la porta, solida e pesante, non si spostò di un millimetro.
- Che cosa c’è qui? - domandò.
- Non lo so: è sempre stata chiusa fin da quando ero bambina. Non ricordo di averla mai vista aperta. Una volta mio padre mi disse di non avvicinarmi alla porta e un giorno ho sentito mia madre parlarne come se ne avesse paura.
- Perbacco, c’è aria di mistero - commentò Robert. - Che ne dici? La scassiniamo?
- No, no, Robert! Non possiamo fare una cosa simile!
- Ma guarda! Non sei curiosa? Forse è piena di donne come nel castello di Barbablù. O forse ci sono nascosti i gioielli di famiglia…
- Lasciamola stare - disse Betty che era impallidita. - Ho sempre avuto paura di questa porta, non so perché.
Robert provò con una spallata.
- No, no. Robert! - gridò Betty allarmata.
- Ma insomma, perché è chiusa? Ci deve essere qualcosa di valore! - esclamò Robert eccitato. – Scommetto che c’è nascosta roba preziosa. Tuo padre l’ha lasciata a te questa casa, vero? E allora se c’è roba di valore appartiene a te!
- Robert, non essere avido! Mi hai promesso di non parlare mai di denaro.
- Ma io parlo del tuo denaro, non di quello di tua madre!
- Sì, ma la casa non è ancora mia: lo sarà soltanto quando compirò i ventuno anni. Mancano due anni.
- Non essere pedante.
- Robert!
Il giovanotto fece una smorfia di disappunto, ma si riprese. Mise un braccio attorno alle spalle di Betty e rise. - Va bene, cara - disse, - non è il caso di litigare. Del resto abbiamo tutto il tempo che vogliamo.
Tentò di baciarla ma Betty lo respinse.
- Scendiamo, Robert, te ne prego.
Scesero nel salone dove Robert, con gesti drammatici, tolse i teli polverosi che coprivano i mobili. Poi fece un giro d’ispezione e tornò con una bracciata di legna secca. Robert era cresciuto in città: accendere il fuoco sotto il camino era un’impresa per lui. Ma alla fine ci riuscì. Allora andò a cercare il più bel divano, lo spinse fin davanti al camino e invitò Betty s sedervi con lui.
Le fiamme del caminetto, nel vecchio salone, erano uno spettacolo per Robert.
- Micina - disse, - spengo le luci!
Si alzò dal divano per raggiungere l’interruttore. In quel momento udì uno scricchiolo di ruote sulla ghiaia del giardino e i riflettori gettarono lampi bianchi sulle pareti.
- Accidenti! - esclamò Robert. - Abbiamo compagnia.
COLPO DI SCENA
L’automobile si era fermata davanti all’ingresso. Si udì lo sbattere di una portiera.
Betty si era voltata di scatto aggiustandosi il vestito.
- La mamma! - gridò.
La porta dell’atrio si spalancò di colpo e una matrona apparve sulla soglia, fiera e solenne come una dea della vendetta. Con rapida occhiata esaminò la scena e si rese conto della situazione.
La signora Daniels era bassa e grassoccia. Soltanto la collera sembrava darle statura. Aveva l’aria di chi si è vestito in fretta e furia senza però dimenticare i simboli della ricchezza: gioielli ai polsi e al collo, e una volpe argentata sulle spalle. Quasi correndo raggiunse sua figlia e l’agguantò ad un braccio.
- No, mamma, lasciami! - piagnucolò Betty. - Non c’è niente di male.
- Ah, non c’è niente di male? – gridò la signora Daniels e, con gli occhi fuori delle orbite, si voltò verso il giovanotto che se ne stava in piedi impacciato davanti al caminetto.
- E lei, che cosa fa qui? Lei è Robert Snowden, se non sbaglio. Ho già sentito parlare di lei, giovanotto! Grazie al cielo ho avuto la buona ispirazione di correre qui quando ho visto che Betty non tornava a casa.
- Mamma, ti sbagli! Diglielo tu, Robert.
- Signora Daniels… - mormorò Robert.
- Stia zitto! – esclamò la matrona. - Capisco tutto. Me lo aspettavo che qualcosa sarebbe capitato! Fin da quando Betty ha cominciato a raccontare di lei nelle sue lettere dal collegio.
La signora Daniels riafferrò sua figlia per un braccio e la spinse davanti a sé.
- Cammina, tu! Prendi la tua roba e andiamo a casa.
- Signora Daniels…
La matrona si voltò di scatto: - Che vuole lei? Se ne vada!
- Siamo sposati, signora Daniels.
La presa sul braccio di Betty si allentò, ma non del tutto. La donna guardò con stupore il giovanotto in piedi accanto al fuoco e la figlia accanto a lei.
Robert cominciava a riprendere coraggio. Betty si mordicchiava il labbro, impacciata.
- È vero… - mormorò Betty. - Ci siamo sposati stamattina a Elkton.
- Non è possibile, tu sei minorenne!
- A Elkton è permesso, mamma; il limite di età è di diciassette anni, a Elkton. Io e Robert siamo sposati e tu non puoi trattarci così - disse Betty, ma sembrò spaventata del proprio coraggio. Aggiunse: - Te ne prego, mamma, cerca di capire.
- Oh, capisco benissimo! - esclamò la matrona. Abbandonò il braccio della figlia e si voltò verso il giovanotto: - Campioni come questo ne ho incontrati una dozzina quando avevo la tua età. Bei campioni, che si illudevano di acchiappare la mia dote…
“MI UCCIDERÒ!”
Presa da sconforto, si lasciò cadere su una sedia e guardò sua figlia mentre gli occhi le si riempivano di lacrime. - Oh, Betty, mia povera Betty…
- Non è così, signora Daniels - disse Robert; - io amo sua figlia.
La signora lo guardò attraverso il velo del pianto: - Scommetto che è un disperato…
- Oh, mamma!
- Scommetto che non ha quattrini…
- Infatti, non ne ho - disse Robert. - I miei genitori sono immigrati dall’Europa. Mio padre faceva lo spedizioniere; mia madre è ancora viva ma non so nemmeno dove sia. Non ho niente e nessuno, signora Daniels, ma amo sua figlia.
- Perché?
Betty guardò lontano, con dispetto.
- Ha sentito la mia domanda, signor Snowden? Perché?
Robert esitò: - Non so che cosa voglia dire, signora: non si può rispondere alla sua domanda.
- Mia figlia non è bella - strillò la matrona. - Non ci vede? Non è bella. Perché mai un bel ragazzo come lei dovrebbe sposare una ragazza insipida come mia figlia? Crede forse che sia stupida?
Betty scoppiò a piangere e coprì con le mani la sua faccia insipida. Robert cercava le parole.
- Io le voglio bene - disse. - È la sola spiegazione che posso dare. Siamo sposati e lei non può più farci niente.
La signora si alzò. - Lei è un bel ragazzo, signor Snowden - disse, - ma non è molto furbo. Io posso fare ancora molto. E per prima cosa intendo far annullare il matrimonio. Subito!
- Non glielo permetteremo, signora Daniels.
- Ah, no? Staremo a vedere. Lei non può imporre niente finché mia figlia non avrà raggiunto la maggiore età. E nel frattempo possono succedere tante cose.
La matrona si alzò e, riprendendo l’atteggiamento solenne di quando era arrivata, esclamò: - Io vado a casa, Betty, e voglio che tu venga con me.
- No, non vengo!
- Non aggravare la situazione, Betty.
- Non vengo - singhiozzò la ragazza. - Robert, dille che voglio rimanere qui.
- Lo vede, signora Daniels.
- Si, lo vedo - disse la madre, sospirò e guardò la porta. – Ma te ne pentirai, Betty, ricorda le mie parole.
- Mamma, non posso vivere senza Robert. Se ci costringi a lasciarci, non te lo perdonerò mai.
- Lo lascerai, Betty.
- Mi ucciderò! Hai sentito, mamma? Mi ucciderò se mi costringi a lasciarlo!
IN DUE STANZE
La signora Daniels sembrò turbata. Ma non si lasciò commuovere: - Non dire sciocchezze. Non sei matura, sei una bambina. Capirai da sola che ho ragione.
- Dico sul serio, mamma! – gridò Betty. - Mi ucciderò! Sul serio!
La signora Daniels la guardò con compassione. Aprì la porta senza aggiungere altro, ed uscì.
Betty e Robert lasciarono la vecchia casa alle dieci dell’indomani, e raggiunsero il modesto appartamentino di due camere che il giovanotto aveva in affitto in città. Robert si vergognava un po’ di mostrare la sua miseria dopo la vecchia magnificenza della casa dei Daniels. Betty cercò di rincuorarlo e di mostrarsi allegra: si diede da fare in casa per mostrargli che la misera abitazione non le spiaceva, ma i suoi sforzi non furono molto convincenti.
- Che cosa sarà di noi? - gli chiese ad un tratto. - Dimmi, Robert, credi che mia madre potrà veramente fare quello che ha minacciato?
- Non lo so. Parlerò con un avvocato.
- Ma… e se ci riesce? Non saprei resistere, Robert…
- Non temere, micina. Tu hai un punto importante a tuo favore, ed è che tua madre ti vuol bene e non vorrà mai farti del male.
- Robert, dimmi la verità: mi trovi insipida?
- Ti trovo bella, micina.
STRANA PROPOSTA
Quando Betty si fu addormentata, Robert accese una sigaretta e rimase ancora parecchio tempo sveglio a pensare e a guardare nel vuoto. Il giorno dopo si alzò presto e andò a far visita a un legale che era stato amico di suo padre. Rimase con lui tutta la mattina a discutere della situazione, e quando tornò trovò Betty in ansia. Le sue notizie non erano incoraggianti.
- Non si mette troppo bene - disse, - l’avvocato è del parere che tua madre può farci guerra. Se fa sul serio, può farmi arrestare per corruzione di minorenne e rapimento oltre i confini dello Stato. È un guaio, micina.
- Non è possibile, Robert. Forse, se tu parlassi con mia madre…
- Non mi lascia parlare. Si è messa in mente che io voglio soltanto il tuo denaro.
- Va bene! E allora rinunceremo al denaro! Che ne dici? Se io firmassi una rinuncia a tutti i soldi che mio padre mi ha lasciato? Forse allora ci crederebbe non ti pare?
Robert si alzò e camminò su e giù per la stanza.
- Mi pare un sistema un po’ drastico, Betty. Il denaro è tuo. Lo avrai quando sarai maggiorenne; ti spetta di diritto.
- A me non interessa il denaro, Robert.
- Certo, certo. Ma ci deve pur essere qualche altro mezzo…
- Robert…
- Dimmi.
- A te non interessa il mio denaro, vero?
Il giovanotto non rispose. Si avvicino con aria ispirata.
- Ascolta, Betty: mi è venuta un’idea. È un’idea un po’ matta e se non ti piace puoi rifiutare.
- Che cos’è?
- Ti ricordi quello che hai detto alla vecchia… quel che hai detto alla mamma, ieri? Che volevi ucciderti?
- Sì… - Betty lo guardò spaventata. - Perché?... Che cosa pensi?
- Tua madre non ti ha creduto. Nessuno crede a discorsi simili. Ma se capitasse qualche cosa in modo da convertire tua madre che tu fai sul serio… che mi vuoi veramente… insomma che questo matrimonio è veramente importante per te…
Betty continuava a fissarlo terrorizzata.
- Non spaventarti, micina, cerca di comprendermi. Io ho in mente un piano… un piccolo trucco e niente più. Se riuscissimo a convincere tua madre che tu intendi veramente commettere un suicidio, non credi che cambierebbe parere?
- Forse sì. Ma credo che capirebbe il trucco.
- Se noi siamo furbi non capirà. Pensaci un momento, Betty: se tu tentassi davvero di commettere suicidio, però lo facessi in maniera blanda, in modo da non farti troppo male… giusto quel tanto da farlo sembrare una cosa seria...
- Ma come? Come potrei fare?
- Ci sarebbero due o tre maniere - disse Robert. - Il gas, per esempio. Potresti aprire il gas e far finta di voler ucciderti così...
Betty non sembrava entusiasta. Lo fissava con occhi stralunati.
- Non guardarmi così, micina, sarà soltanto una messa in scena. Io... Guarda, se non vuoi lasciamo perdere e non parliamone più.
- No, no, continua Robert. Che altro pensi...
- Ecco... forse il mezzo più convincente è ancora il veleno. Che so, tintura di iodio per esempio. In questo modo il risultato sarebbe sicuro perché dovrei chiamare il dottore che ti farebbe una lavatura gastrica.
- No, no! Ho paura!
- Va bene, lasciamo perdere. Non è necessario adoperare un veleno. Possiamo prendere qualcos’altro: magari sonnifero, pillole per dormire. Anzi, per caso ne ho già un flaconcino. Non fanno male, e basta che tu ne prenda un paio...
Betty tremava di paura. Robert le mise un braccio attorno alle spalle e la strinse a sé, mentre continuava a parlare: - Potresti scrivere una lettera a tua madre, una lettera di addio in cui diresti che io non ne so niente, capisci? Le diresti che stai per inghiottire tutto il contenuto di un flacone, ma poi in realtà prenderesti soltanto un paio di pillole. Poi quando tua madre arriverà...
- Ho paura, Robert! Tutta questa cosa mi mette paura!
- Ti garantisco che non succederà niente di male. Anzi, tua madre si convincerà che fai sul serio, che mi ami davvero. Fallo per amor mio, Betty. E’ vero che mi ami?
- Sì, sì - disse Betty con passione.
QUATTRO PILLOLE
Quel pomeriggio Betty, aiutata da Robert, scrisse la lettera d’addio per sua madre. Una letterina breve, drammatica e decisa. In un primo momento Betty voleva metterci frasi di rimprovero, ma Robert suggerì un tono di malinconica rinuncia, di perdono. Tanto per salvare le apparenze scrisse una letterina di addio anche per Robert.
Quando il lavoretto fu terminato, il giovanotto chiuse le buste e filò via ad impostarle.
Aspettarono fino all’indomani prima di mettere in atto il progetto. Alle tre del pomeriggio del giorno seguente il telefono squillò ma Robert impedì alla ragazza di rispondere.
- Lascia stare! Forse è tua madre. Avrà ricevuto la lettera e ti chiama. Meglio non farsi sentire.
Lasciarono trillare il campanello una dozzina di volte. Poi Betty, con mani tremanti andò a prendere il sonnifero e lo portò nel salotto. Robert preferì non toccare il flacone.
- Coraggio, micina, prendine tre... no meglio, quattro...
- Robert, sei sicuro che non mi faranno male?
- Ma certo! Sono innocue in così piccola quantità. Ce ne vogliono almeno una dozzina perché facciano male. E poi farò venire un dottore appena tua madre darà l’allarme. Fidati di me, micina.
- Mi fido, Robert!
Il flacone conteneva in tutto sei capsule. Betty ne fece uscire quattro, andò a prendere un bicchiere d’acqua e se lo portò accanto al divano.
- Robert.
- Micina.
- Baciami, Robert.
Egli la baciò. Betty prese una capsula dal tavolino e l’inghiottì, poi, una alla volta, fece seguire le altre tre.
“SVEGLIATI, BETTY!”
Passò una buona mezz’ora prima che cominciasse a sentire un po’ di sonnolenza. Robert le suggerì di stendersi sul letto, ed ella obbedì: prese con sé il flacone quasi vuoto e il bicchiere dell’acqua e andò in camera da letto. Dieci minuti dopo si addormentò.
Robert provò a chiamarla per nome, ma Betty non rispose, Allora prese soprabito e cappello e uscì: andò al negozio all’angolo e comprò latte, pane e sigarette. Da dietro la vetrina stette in osservazione sperando di vedere la madre di Betty. Ma la signora Daniels non arrivò. Robert tornò nell’appartamento e chiamò Betty ad alta voce: la ragazza dormiva profondamente. Rimase un po’ in dubbio se cambiare il piano, telefonare alla signora Daniels, mostrarsi preoccupato, pregarla di venire a vedere che cosa aveva combinato con la sua ostinazione. Chissà... forse non aveva ricevuto la lettera. O non l’aveva presa sul serio?
Stava per prendere il telefono quando sentì rumore di passi sulle scale, e il campanello trillò, accompagnato da colpi febbrili alla porta. L’apri e la madre di Betty, agitata, spettinata, spaventata, entrò come una furia.
- Dov’è? - gridò. - Dov’è mia figlia?
- Betty? - egli disse con aria ingenua. - E’ di là che dorme, mi pare. Sono rientrato pochi minuti fa.
La donna scattò verso la camera da letto. Robert la trattenne per un braccio.
- Che c’è? - disse. - Che cosa succede?
La signora Daniels lo guardò con occhi spiritati. Tirò fuori un foglio di carta, glielo gettò, poi corse in camera da letto.
Un momento dopo un urlò di angoscia riempì la casa. Robert si aspettava una scena drammatica, ma quell’urlo fu così terribile che anch’egli se ne allarmò: corse in camera da letto e vide Betty mezza sollevata sul letto, fra le braccia di sua madre; la ragazza aveva gli occhi chiusi ed era pallidissima; sua madre le reggeva la testa e la chiamava per nome e gridava, e piangeva.
- E’ morta! - gridava. - Betty è morta! La mia bambina, la mia povera bambina...
- Ma no! Non è possibile! - esclamò Robert. Si avvicinò, prese il flacone quasi vuoto, fece finta di guardare l’etichetta.
- Un dottore! - gridò.
- Vado a chiamare un dottore!
La donna appoggiò la testa sul petto di sua figlia e cominciò a singhiozzare. Robert andò al telefono, compose febbrilmente il numero e con voce rotta per l’emozione chiamò un’autoambulanza. In fondo, dentro di sé, era soddisfatto: il suo piano funzionava a meraviglia ed egli aveva recitato bene la sua parte.
In quel momento la madre di Betty comparve sulla soglia. - E’ troppo tardi - disse con voce rotta dal pianto. - E’ troppo tardi.
- E’ colpa sua! - esclamò Robert con sincera collera. - E’ stata lei a spingerla alla disperazione. Se non l’avesse tormentata.
- Non è mia la colpa. Lo ha fatto per causa sua... Si è uccisa per amore.
- Ma non è morta! - esclamò Robert preso da improvvisa inquietudine. Corse in camera da letto, sollevò Betty fra le braccia e le accarezzò il volto. - Svegliati, micina! - sussurrò. - Svegliati! Tutto è a posto, tutto è in ordine, micina, svegliati!
La ragazza rimase inerte fra le sue braccia.
- Su, svegliati, Betty - disse. Ma la testa della ragazza ricadde sulle spalle. - Svegliati! - gridò spaventato. - Su! Su! E’ tutto finito! Devi svegliarti!
Tentò di sollevare un ciglio di Betty, ma la pupilla si rovesciò all’indietro. La vista di quell’occhio bianco lo terrorizzò. Cercò di baciarla, ma le labbra di lei rimasero inerti, senza calore, senza respiro.
- Betty! Urlò. Vuoi svegliarti? Svegliati, Betty!
- La lasci in pace - disse la madre. - Non può lasciarla in pace nemmeno adesso?
- Ma non può essere morta, c’erano poche pillole nella boccetta... non può averne prese molte.
- Non ne aveva bisogno di molte... col cuore di Betty poche sono bastate.
- Ma che cosa dice?
- Betty ha sofferto di febbri reumatiche a quattordici anni. Da allora il suo cuore è rimasto debole.
Robert guardò il viso pallido della ragazza. Per la prima volta si sentì sinceramente commosso.
- Betty - mormorò scuotendola. - Betty, svegliati, devi svegliarti!
Poco dopo il medico dell’ambulanza pronunciò il verdetto: come previsto.
Un mese dopo la tragedia, Robert ricevette dalla signora Daniels una lettera assolutamente inattesa. Diceva: « Egregio signor Snowden, la prego di voler intervenire ad una riunione nell’ufficio dei miei avvocati, Hallman & Wilcox, 70, Wall Street, alle 10,30 del 3 aprile ».
NELLO STUDIO LEGALE
Sulle prime egli pensò che volessero danneggiarlo. Chissà, qualche tranello legale... Ma che cosa poteva fare la vecchia? Forse voleva avvertirlo che del patrimonio di Betty non gli spettava nulla? Questo lo sapeva già: ne aveva parlato al suo amico ed aveva sentito che non c’era nulla da pretendere.
Il mercoledì 3 aprile egli indossò il suo vestito più bello e andò a trovare gli avvocati della signora Daniels. Fu ricevuto cortesemente.
- Venga, signor Snowden - disse l’avvocato Hallman. - La signora Daniels l’aspetta nel mio ufficio.
- Di che cosa si tratta? - chiese Robert inquieto e impaziente. - Vuol farmi causa?
- Causa? - ripeté Hallman sorridendo. - Ma no, niente affatto!
L’avvocato lo introdusse nel suo ufficio. Seduta in una poltrona di pelle, la madre di Betty, vestita a lutto, lo aspettava. - Entri, signor Snowden - disse con voce mesta e senza guardarlo in faccia. - Sarà una seduta breve.
L’ avvocato sedette alla scrivania e Robert impacciato e inquieto prese posto su una sedia.
- Forse lei si sarà domandato a quanto ammontasse il patrimonio di mia figlia...
- Ma io... - balbettò Robert.
- …se non lo sa - continuò la signora Daniels - la sua parte di eredità le sarebbe toccata al compimento del ventunesimo anno. Ora, poiché è morta, la sua sostanza spetta automaticamente a me. Quindi, ritengo che lei non speri nulla di questo patrimonio.
- Non ci pensavo neppure, signora! - esclamò Robert riprendendo coraggio.
- Molto corretto da parte sua. Comunque, signor Snowden, il fatto che lei è stato legalmente il marito della mia povera bambina, mi impone un certo obbligo morale nei suoi riguardi. Lei è mio genero, mi piaccia o no la cosa. Quindi anche per rendere omaggio alla memoria della mia figliola, desidero fare qualche cosa in suo favore.
UNA DONAZIONE
Robert sentì il suo cuore accelerare i battiti. - Non so, signora...
- Stia calmo - ribatté secca la matrona. - Non intendo certo darle un premio per quello che ha fatto per mia figlia e per me. Faccio soltanto una piccola donazione in memoria di Betty.
- Sono certo - disse l’avvocato - che la generosità della signora Daniels...
- Sta’ zitto, Walter, gliela do io la notizia.
Si degnò di alzare lo sguardo su Robert e proseguì: - Signor Snowden, se non sbaglio le piaceva molto la vecchia casa nella quale si è rifugiato con mia figlia dopo le nozze, dico bene?
- Sì... - balbettò Robert. - Sì..
- Una volta era stata valutata un capitale ma non credo che oggi valga molto. Comunque, la casa è sua, signor Snowden.
Robert stentava a credere.
- Dice davvero, signora Daniels? Vuol veramente cedermi la casa?
- Avrebbe appartenuto a Betty fra qualche anno. Io non so che cosa farne: può prendere possesso della casa, del terreno e di quel che c’è dentro.
- Oh, signora, non so come ringraziarla.
- Lasci perdere. Il signor Hallman, il mio avvocato, penserà alle formalità.
La signora Daniels si alzò e salutò il giovanotto con un burbero cenno della testa.
- Non mi ringrazi. Chiusa questa pratica, i nostri rapporti sono cessati, signor Snowden. Spero dì non rivederla più.
E fiera, impettita, la signora Daniels uscì dallo studio, ossequiata dall’avvocato e salutata da Robert con un buffo, impacciato inchino.
L’avvocato aveva preparato i documenti, glieli aveva fatti firmare e gli aveva consegnato le chiavi della casa.
LA STANZA PROIBITA
Il sole stava per tramontare quando Robert al volante della sua macchina prese la strada della campagna verso i suoi nuovi possedimenti. Si sentiva nei panni di chi ha vinto una lotteria: non ne poteva più di calpestare il suolo della sua proprietà. Fermò la macchina sulla ghiaia del viale e prese la busta piena di chiavi che l’avvocato gli aveva dato: ne scelse una e se la mise in tasca, Poi, tenendo la busta in una mano, si avviò alla porta principale.
Non era cambiato nulla da quando vi era stato l’ultima volta con Betty: guardò il caminetto freddo e spento, il divano sul quale si erano seduti... Ma la sua mente era altrove: la sua mente era rivolta alla misteriosa camera del quarto piano. Finalmente avrebbe potuto sapere che cosa conteneva! Ormai la casa era sua!
Salì le scale di corsa e arrivò in alto col fiato pesante. Cercò tra le chiavi, nella semi - oscurità: una sola lampada brillava in fondo al corridoio. Trovò la chiave e con mano tremante la mise nella toppa; per farsi coraggio, pensò che dopo tutto forse non c’era proprio niente in quella camera, né tesori né nascondigli. Certo se c’era stato qualcosa, ne era stato tolto da un pezzo.
Girò la chiave, aprì la porta ed entrò deciso.
Era buio all’interno. Accese un fiammifero, fece due passi avanti... Tutto era silenzio. La camera sembrava vuota. Ma forse là in fondo... Fece un altro passo avanti.
Il silenzio fu rotto all’improvviso da un orribile scricchiolio seguito da un urlo disperato, agghiacciante, un urlo che si perdette nella profondità di un abisso e si concluse con un tonfo.
Poi tornò il silenzio.
“LO SAPEVO”
L’avvocato Hallman era rimasto tranquillamente seduto durante la visita dell’ispettore di polizia ma, non appena questi se ne fu andato, si alzò e si mise di fronte alla sua cliente: incrociò le braccia e la guardò con cipiglio severo.
- Gli hai mentito. - disse alla signora Daniels che sedeva nella poltrona. - Non gli hai detto la verità: sapevi benissimo che cosa facevi quando hai donato la casa a Robert Snowden.
- Lo sapevo? Forse... E con ciò? Che cosa sapevo, del resto? Sapevo soltanto che dietro quella porta non c’era niente di prezioso. L’abbiamo chiusa quindici anni fa perché il pavimento minacciava di cedere. La camera era costruita su una sporgenza, come una terrazza: l’avevo detto tante volte a mio marito di far riparare il pavimento, ma quel poveretto era così avaro; aveva preferito chiudere la porta e tenere nascosta la chiave. Da quel giorno non c’era entrato più nessuno.
UN URLO NELLA NOTTE
di Donald Honig
Sono stato sceriffo in una piccola contea dello Stato di New York, per circa venticinque anni, e per strano che possa sembrare, in tutto quel periodo ho avuto un solo omicidio premeditato. Si capisce, ho avuto altri omicidi, ma come conseguenza di risse, o di scontri fortuiti, e per uno sceriffo questi delitti non presentano problemi da risolvere. Non conto naturalmente i tentati omicidi…
C’è stato invece un caso che mi ha perseguitato a lungo. Il caso di Anton Kimbald il quale... Ma cominciamo dal principio.
Anton Kimbald era un ometto robusto tarchiato scontroso e di poche parole. Camminava guardando sempre fisso davanti a sé e cercava di evitare le conversazioni. Com’è il caso di molti uomini riservati e taciturni possedeva una forza fisica sorprendente e imprevedibile.
Viveva in una casetta posta in un angolo tranquillo alla periferia della cittadina. Era stata la casa dei suoi genitori e, prima di loro, dei suoi nonni. Al tetto mancavano tegole che non erano mai state sostituite, alcune imposte avevano i cardini in disordine e pendevano oblique dalle finestre, e il giardino di fronte alla casa sembrava un terreno abbandonato. Anton lasciava crescere le erbacce flnché invadevano tutto, e poi, ogni tanto, ma di rado, le tagliava.
E poi, in mezzo a questa desolazione, c’era il vecchio pino che forse una volta era una bella decorazione per la casa ma che ormai, colpito dal fulmine, era ancora in piedi ma più morto che vivo. Le erbe avevano sommerso perfino il sentiero di pietre che dalla strada conduceva alla porta d’ingresso della vecchia casa. E i pali del recinto sembravano una sfilata di ubriachi.
Kimbald non pareva preoccuparsi che la sua casa fosse in cattivo stato e si disintegrasse. Non riceveva ospiti. Quando aveva voglia di vedere gente, cosa che capitava di rado, andava in città e beveva qualche bottiglia di birra.
Sapeva essere di piacevole compagnia, quando voleva, ma anche in questi casi era sempre molto riservato. La gente mormorava che col denaro di cui disponeva poteva permettersi di tenere le distanze. Ma era una esagerazione: Anton Kimbald non era così ricco. I suoi genitori gli avevano lasciato un po’ di denaro, e possedeva un po’ di terreno: stava bene, ma niente di più.
Un giorno disse che si era sposato. Non che si era fidanzato o che stava per sposarsi: disse semplicemente che si era sposato.
Pare che in una delle sue non frequenti visite in città si fosse trovato una donna, l’avesse sposata e portata a casa.
Insieme con l’annuncio dell’avvenuto matrimonio Anton disse che avrebbe fatto un po’ di festa. Naturalmente tutti quelli che lo conoscevano accorsero per la curiosità di vedere la sposa.
Non era una gran bellezza la sposa, era forse un po’ troppo il tipo della donna di casa, ma appariva tranquilla e gentile. E Anton Kimbald ne sembrava soddisfatto.
Ora che si è sposato, pensò la gente, forse Anton cambierà il suo umore, diventerà più socievole. E per un po’ infatti fu così. Appariva più di frequente in città e i suoi modi erano più cordiali.
Ma non durò molto: dopo un annetto ritornò al suo umore di prima. Passava accanto a conoscenti per la strada senza neanche fare un cenno. Se qualcuno gli rivolgeva la parola si irrigidiva e guardava lontano finché quello aveva finito di parlare, poi se ne andava rispondendo con un grugnito.
Annie, sua moglie, era quasi altrettanto taciturna. In lei però si trattava di timidezza, e di nervosismo; lo si vedeva benissimo. Era gentile e cordiale ma preferiva che la gente si limitasse a salutarla.
Della sua storia sapevamo ben poco, pareva non avesse famiglia. Nessun parente venne mai a trovarla e Jim il postino diceva che non riceveva mai corrispondenza.
Naturalmente i vicini trovarono modo di dire che Anton Kimbaid e sua moglie non andavano troppo d’accordo. I vicini hanno sempre molto da dire. Raccontavano perfino che Anton ogni tanto batteva sua moglie.
Non so che cosa ci fosse di vero perché coi « si dice » bisogna andare cauti.
Poi arrivò la famosa notte: era verso la fine di novembre, poco prima che cominciasse a cadere la neve, ero nel mio ufficio di sceriffo e coi miei assistenti stavo giocando una partita a poker quando la porta si spalancò e Fred Jefferson entrò di corsa.
Jefferson era uno dei vicini di Kimbald...
Aveva l’aria spiritata, gli occhi più grandi del solito e una gran premura di parlare.
***
- Ci sono guai in casa di Anton Kimbald - disse col fiato scarso.
- Quali guai? - chiesi.
- Non lo so, sceriffo. Eravamo seduti in salotto mia moglie ed io quando abbiamo sentito quell’urlo… l’urlo di Annie.
- Annie Kimbald? Ha urlato?
- Sì, sceriffo. Un urlo grande. Un solo urlo forte e acuto, e niente altro.
- Questo è tutto? - domandai. - Soltanto un urlo?
Forse nella mia voce c’era un tono di scetticismo. Jefferson era tutto dignità offesa.
- Tu non lo hai sentito, sceriffo. Sembrava… sembrava… una cosa orribile… come se fosse capitato qualcosa di tremendo.
- Sei andato a vedere?
- No, sceriffo, sono venuto subito qui.
Poiché non c’era altro da fare sospesi la partita. Mi alzai e coi miei uomini andai a casa di Anton Kimbald. Non ne avevo molta voglia, ma poiché Jefferson pareva tanto allarmato non potevo fare altro.
- Spero che tu non mi faccia muovere per niente, Jeff - dissi - perché se dovessi accorrere tutte le volte che qualcuno grida...
Andai dunque a vedere, e quando ebbi visto mi accorsi che non mi ero mosso per niente.
Era una notte fredda, chiara per la luna piena. Quando fummo davanti alla casa di Kimbald feci aspettar fuori i miei uomini e Jefferson, e mi avviai da solo.
Aprii il cancelletto e attraverso il ‘giardino’ arrivai alla porta.
Vidi una scala a pioli appoggiata ad una finestra e la cosa mi parve strana.
Bussai e dovetti aspettare circa un minuto prima che Anton aprisse. Socchiuse la porta di pochi centimetri, quanto bastava per mostrare la sua faccia.
Era il suo modo di non invitare in casa gli estranei.
Non sembrò sorpreso di vedermi, e nemmeno preoccupato. Aveva la sua solita grinta riservata.
- Anton - dissi - è successo qualcosa?
- Niente è successo.
- Sicuro? Dov’è Annie?
- Non è in casa, è andata in città stamattina.
E questo fu tutto. Non ci fu altro. Mi scusai per il disturbo e tornai dagli altri.
Andammo tutti nella casa di Jefferson che era dall’altra parte della strada. Misi uno dei miei uomini alla finestra per osservare le mosse di Anton. Poi raccontai a Jefferson com’era andato l’incontro col suo vicino.
- Dice che non è successo niente.
- E’ impossibile - esclamò Jefferson ho sentito un urlo atroce, non posso averlo sognato. L’ha sentito anche mia moglie.
Meno eccitata di Jefferson ma altrettanto sicura, sua moglie confermò la cosa. Di lei potevo fidarmi. Non era tipo da lasciarsi suggestionare.
- Insomma - dissi - se Anton mi ha detto una bugia, allora può darsi che abbia battuto sua moglie e adesso se ne vergogna.
- Ma che bisogno c’era di dire che è andata via? - domandò uno dei miei uomini.
- Mah...
Senza sapere bene il perché mi sentivo inquieto. Non potevo dire che Anton avesse un’aria misteriosa, o sospetta; era sempre stato così.
Forse mi avevano sorpreso le sue parole: quando a tarda sera un poliziotto bussa alla porta di casa uno non lo guarda come se lo stesse già aspettando, come se sapesse perché è venuto.
Comunque fosse, lasciai un uomo di guardia alla finestra di Jefferson per sorvegliare i movimenti di Anton. Meglio stare sul sicuro.
***
Il giorno dopo domandai nel vicinato per sentire se qualcuno avesse visto Annie andare in città. Nessuno l’aveva vista.
Non era una prova, s’intende; però era impossibile che fosse partita con l’autobus senza che nessuno l’avesse notata; abbiamo sempre in giro vecchietti sfaccendati che controllano chi va e chi viene.
Anche senza la prova potevo essere convinto che Annie Kimbald non era andata in nessun posto.
Bisognava tornare da Anton e domandare qualcosa di più.
Continuai a lasciare un osservatore nascosto: i miei uomini si davano il turno e ogni tanto perfino Jefferson giocava al poliziotto e si metteva al posto di osservazione.
I rapporti di tutte le mie spie, però, erano sempre gli stessi: niente di nuovo. Anton non era uscito. La porta della sua casa non si era aperta nemmeno una volta. Dunque se era stata Annie a lanciare quell’urlo doveva essere ancora in casa.
Il giorno dopo andai da Kimbald. Ormai i sospetti cominciavano a fermentare.
Bussai deciso alla porta e quando Anton si presentò lo pregai di lasciarmi entrare.
Senza ribattere Anton aprì del tutto la porta.
- Dov’è Annie? - chiesi.
- Te l’ho detto.
- Mi hai detto che ha lasciato la città. Ma nessuno l’ha vista. Invece qualcuna l’ha sentita. L’ha sentita urlare; l’altra notte. Ascolta, Anton, è meglio che tu mi dica dov’è.
Anton Kimbald non si scompose e ripeté quello che mi aveva detto la prima volta. Annie aveva lasciato il paese ed era andata in città: era tutto quello che sapeva. Per quanto tempo fosse partita o per quale motivo Anton non lo sapeva.
Gli dissi che avrei voluto dare una occhiata in giro: rispose che la cosa non gli piaceva affatto, però se proprio lo desideravo, potevo guardare.
Non c’era molto da frugare: cinque stanze e una cantina.
Feci un rapido giro d’ispezione e non trovai Annie. Però nel suo armadio vidi molti abiti suoi e anche l’unico cappotto che possedeva.
Trovai anche la valigia di Annie e nella valigia la borsetta, le chiavi e i documenti personali.
Anton disse che non sapeva cosa dire. Per tutta l’ispezione mi aveva seguito osservando quel che facevo ma sempre senza parlare.
- Litigate molto tu ed Annie? - chiesi.
- Non litighiamo mai - rispose.
Questa era una bugia bell’e buona perché tutti i vicini li avevano sentiti alzare la voce.
Me ne andai tutt’altro che soddisfatto. Noi sapevamo che Anton non era mai uscito di casa dopo la notte dell’urlo. Quando ricevetti le carte necessarie per continuare a fondo l’indagine, decisi di visitare la casa più accuratamente.
Arrivammo sul luogo in forze, come si dice, e buttammo all’aria tutto, dal tetto alla cantina. Ad un certo punto proprio in cantina trovammo alcuni mattoni sparsi a terra in un angolo. Si sparse l’allarme: scavammo un buco nelle zona da dove i mattoni sembravano essere staccati, ma senza risultato.
Provammo a battere le pareti per cercare qualche punto vuoto o qual che passaggio segreto, non si sa mai. Invano.
Ad un tratto mi ricordai di aver visto la scala a pioli appoggiata all’esterno della casa. Mandai un paio di uomini sul tetto. Perché no? Ma sul tetto non c’era niente. Anche la cappa del camino, esplorata e illuminata, non rivelò tracce di Annie Kimbald. Cercammo botole o i passaggi sotterranei. Ci mancava soltanto di smontare tutto mattone per mattone.
Dopo il nostro fiasco Anton Kimbald diventò sfacciato. Fece il cattivo e ci accusò di aver violato la casa dei suoi antenati (la chiamava così la sua catapecchia), minacciò di denunciare per calunnia i suoi persecutori.
Era diventato loquace e prepotente. Ma io non lo ascoltai.
Intanto era passata una settimana e di Annie nessuna traccia.
- Se è andata via - domandai a Kimblad perché non scrive?
- Ti ho detto quel che so - disse Anton, secco.
Allora dedicai la mia attenzione all’esterno della casa. Ma ci speravo poco: dal momento in cui Jefferson aveva sentito il grido dopo il momento in cui eravamo arrivati sul posto erano passati meno di dieci minuti. Ed in questo periodo la signora Jefferson si era affacciata più volte alla finestra. Anche se Anton avesse portato sua moglie fuori di casa dove poteva averla messa in così breve tempo?
Non c’era molta speranza però guardammo ugualmente, cercammo nel boschetto accanto alla casa, frugammo in ogni angolo per cento metri di raggio attorno alla dannata catapecchia. Ma invano.
Poi l’inverno sopraggiunse e ci fu molta neve. Ma anche se la casa era bloccata dalla neve non per questo abbandonai la guardia. Un uomo continuava a sorvegliare notte e giorno le mosse di Anton Kimbald.
Il sospettato non faceva nulla di sospetto. Usciva soltanto per andare in negozio a comprarsi da mangiare e poi rientrava. Era tutto. Facevo controllare perfino il bidone dell’immondizia tanto per sicurezza. Figuratevi.
Passarono tre mesi senza che nulla accadesse. A malincuore mi decisi a togliere il mio uomo dal posto di vedetta, anche se ero convinto che Annie non poteva essere lontana. Ma avevo esaurito tutte le possibilità.
Il giudice diceva di non vedere quale azione penale intraprendere poiché non avevamo trovato prove di nessun genere.
Pian piano cominciai a pensare: forse Anton aveva detto la verità; forse il grido che Jefferson e sua moglie avevano sentito veniva dal bosco; forse mi sbagliavo anch’io; forse tutti quanti ci sbagliavamo e Annie aveva veramente abbandonato Anton e se ne era andata.
Questa ipotesi non era poi così azzardata tenendo conto del carattere di Anton. Piantare un orso simile pareva naturale.
Quest’idea cominciò a crescere nella mia mente. Finché una mattina incontrai Anton. Non gli rivelai i miei pensieri, si capisce.
- Anton, - gli dissi - io sospetto sempre di te, lo sai. E ho ancora l’intenzione un giorno o l’altro di provare i miei sospetti.
Anton annuì, gentilmente, senza ribattere.
- Soltanto perché abbiamo sospeso la sorveglianza stretta - dissi - non devi credere che abbiamo cessato di sospettarti. Per quel che mi riguarda, finché io sarò sceriffo, e finché non avrò prove sicure, questa pratica rimarrà aperta.
- Sì - rispose Anton sempre annuendo. Stette lì fermo davanti a me, paziente e rispettoso; poi quando vide che avevo finito se ne andò per i fatti suoi.
Tornai in ufficio e ad un tratto l’idea mi colpì. Avevo ragione, avevo sempre avuto ragione: quest’uomo non si preoccupava neppure di affermare la propria innocenza.
Poi il tempo passò e pian piano la gente cominciò a dimenticare.
Alcuni accettarono per buona la storia che Annie lo aveva lasciato; altri anche se non vi avevano creduto non e ne interessarono più.
Ma io non ero di quelli. Non ci credevo, non potevo crederci. Sapevo di aver ragione, sapevo che in qualche modo ero stato imbrogliato. Ne avevo fatto una questione di dignità professionale, era il solo vero mistero poliziesco che avessi incontrato in tutta la mia carriera, e volevo risolverlo. Volevo sapere dove e come Annie Kimbald era scomparsa.
Talvolta l’idea minacciava di diventare un’ossessione: sedevo da solo nel mio ufficio e mi passavano strane ostinate idee per la testa: se mi dice che cosa ne ha fatto e dov’è andata a finire non lo arresto nemmeno. Purché me lo dica!
Anton non aveva mai tradito emozioni: era rimasto lo stesso di prima. Le sue abitudini, i suoi movimenti, il suo atteggiamento, tutto era rimasto invariato. Andava e veniva come prima, freddamente gentile quando ci in contravamo; mai amichevole, perché non era il suo modo di fare; e sempre con quella sua aria sorniona, dicendo il puro necessario ma tenendo la gente a distanza.
Passarono gli anni, molti anni. E posso dire che non tramontava giorno che io non pensassi almeno una volta al caso della scomparsa di Annie Kimbald. I miei familiari e i miei amici mi prendevano in giro perché non ero riuscito a risolvere l’unico caso serio che mi fosse capitato.
Qualche volta mi veniva la voglia di andare da Anton e picchiarlo finché non avesse detto la verità. Qualche volta lo invidiavo perché possedeva quel segreto che io, come un tesoro nascosto, desideravo trovare.
Un giorno seppi che Anton Kimbald era gravemente ammalato. Per una settimana nessuno lo aveva visto: quando qualcuno si decise a fargli visita lo trovò immobile nel suo letto. Il dottore, accorso, disse che Anton aveva ancora poco da vivere.
Non appena seppi la notizia fui preso da una specie di panico. Dissi al dottore che dovevo assolutamente parlargli da solo. Il medico protestò ma non poté opporsi.
Entrai nella camera da letto e chiusi la porta. Anton era pallido e disfatto; ma quando i suoi occhi si fissarono su di me, giuro che per la prima volta ho visto sulla sua fredda grinta l’ombra di un sorriso sardonico e nei suoi occhi un luccicare di allegria.
- Anton, - mormorai - tu sei molto malato. Lo sai?
- Anton annuì.
- Non c’è molto tempo, - ripresi - hai qualcosa da dirmi?
Sorrise debolmente e con voce debole e triste disse:
- Sì, avrei qualcosa da dire, ma credo che non dirò niente.
E infatti non disse niente, e morì il giorno dopo col suo segreto.
Mi sembrava di essere rimasto solo, di non poter più scoprire quel segreto ora che se n’era andato l’uomo che lo aveva tenuto nascosto in sé. Non sapevo darmi pace; ogni tanto andavo nella casa di Anton ormai vuota e abbandonata e mi aggiravo per quella povera stanza come se dovessi trovare il segreto nascosto in qualche angolo o come se dovessi sentire la voce di Anton che finalmente me lo rivelava.
Fui un po’ turbato quando, un paio di mesi dopo, seppi che la casa di Anton Kimbald ed il terreno annesso erano stati venduti ad un’impresa edile e che tutto sarebbe stato livellato per costruire casette a buon mercato. Ne fui turbato perché la vecchia casa aveva ereditato ora nella mia mente la custodia del segreto.
Annie Kimbald era ormai scomparsa da quindici anni ed io ero l’ultimo in città che si ricordava ancora di lei.
Quando gli uomini dell’impresa cominciarono il lavoro di demolizione ci andai ad assistere. Due uomini erano sul tetto e buttavano giù le tegole, altri nell’interno lavoravano di piccone. All’esterno una macchina spianava il terreno.
E poi ad un tratto alcuni bambini cominciarono a strillare, e poi anch’io lo vidi.
Attraversai la strada di corsa, e di corsa raggiunsi il terreno, col viso rosso di vergogna e di collera.
Lo vidi lì e pensai: ecco dove aveva nascosto il corpo di Annie Kimbald. Per tutto quel lungo tempo si era burlato di me, lo aveva lasciato li, a portata di mano anche se nel frattempo avrebbe potuto trasferirlo altrove. Lo aveva lasciato lì ed io che ero passato accanto cento volte non ci avevo pensato…
***
Ora è passato dell’altro tempo, e dopo tutto sono riuscito a trovarlo, il segreto nascondiglio di Annie Kimbald. Ma mi perseguita ancora l’idea che per tanti anni Anton ha potuto farsi beffe di me, e dei miei sforzi.
Non l’aveva nemmeno sepolta, l’aveva lasciata ritta in piedi e ci sarebbe rimasta ancora chissà per quanto tempo, e io non avrei mai conosciuto l’orribile segreto se la macchina livellatrice non avesse demolito quel pino che si ergeva lì in mezzo al terreno e che il fulmine molti anni prima aveva mezzo ammazzato.
La macchina aveva abbattuto il pino, ne aveva spaccato in due il tronco vuoto, ed aveva rovesciato sul terreno lo scheletro di Annie Kimbald.
LA CASA DELLE STREGHE
di Clark Howard
Ho passato tutta la stagione senza il minimo guaio. Tutto liscio, pulito, in ordine. Poi, proprio l’ultima sera, anzi all’ultima ora dell’ultima sera me ne è capitato uno da compensare la quiete dei mesi passati e da bastarmi per molte stagioni future.
Posseggo una baracchetta, un piccolo gioco d’azzardo in mezzo alle attrazioni di uno dei più grandi parchi divertimenti del Medio Ovest.
Tre pareti di legno, un tetto impermeabile, un banco lungo un paio di metri. Dietro il banco ci sono io e c’e la grande ruota della fortuna.
Sugli scaffali intorno ci sono i regali per i vincitori: bambole, macchine per fare i toasts, bottiglie, apparecchi radio tascabili e roba simile.
E’ una botteguccia dove vendo la fortuna, capite? E rallegro l’ambiente con file di bandierine e di strisce colorate, tanto per dare nell’occhio.
Il trucco è semplice. Ho questa ruota verticale con ventun numeri. Voi scegliete un numero, pagate 25 centesimi, io giro la ruota e se il numero esce vi do un tagliando. Con tre tagliandi scegliete il premio che vi pare. Io giro la ruota, dico. E la controllo, si capisce. La mia baracca non è un’opera di beneficenza. Ma di solito lascio vivere anche i giocatori. I miei premi li compro all’ingrosso, a prezzo di liquidazione e quel che cerco è di guadagnare un dollaro o due su ogni premio che consegno.
E’ come se avessi una bottega: compro a cinque, cedo a sei o sette, a seconda del cliente. Di solito il giocatore mette lì un dollaro, sceglie un numero e tira quattro colpi e ottiene un solo tagliando. Dopo di che se ne va rassegnato. Allora io ritiro l’unico tagliando e per consolarlo gli do una penna a sfera a buon mercato, o un paio di orecchini di vetro e ho guadagnato 85 centesimi. Qualcuno invece si ostina a voler conquistare tre tagliandi e scegliere il premio grosso. E mette giù un dollaro dopo l’altro. In questo caso lo lascio fare finché vedo che si avvicina al mio prezzo, gli do a tempo giusto il secondo tagliando e quando ho guadagnato anche il paio di dollari per me gli lascio vincere il terzo tagliando. Così il cliente riceve la sua radio o quel che vuole per un paio di dollari meno di quello che gli costerebbe in negozio, io gliela do per un paio di dollari più di quel che l’ho pagata e siamo tutti contenti.
E’ un bel lavoretto singolo, e di solito non ho guai. La stagione dura quattro mesi, da maggio a settembre, e per il resto dell’anno tiro avanti tranquillo con quel che ho guadagnato durante l’estate.
Il mio banco è a circa metà strada, in posizione ottima, proprio a fianco della « Casa delle Streghe ». Vengono da me proprio dopo che sono usciti di là spaventati da tutti quei mostri, quei ragni, quei draghi che saltano giù dal soffitto o dalle pareti. Quando sono passati dalla « Casa delle Streghe » sono maturi per un bel giochetto d’azzardo tranquillo tranquillo.
Il parco chiude a mezzanotte.
Era l’ultima sera della stagione ed erano passate da poco le dieci quando tre giovanotti vennero al mio banco. Erano giovani ma ben piantati tutti e tre. Stivali da motociclista, giacche di pelle. Di quelli che si fanno largo a gomitate e a prepotenza. Avevano un aspetto cattivo sotto l’arco di luce gialla del mio « stand ». Cominciai subito a girare la ruota ed essi cominciarono subito a pagare. Al primo colpo feci guadagnare un tagliando ad uno dei tre e poi li lasciai a bocca asciutta per due giri. Al quarto giro feci guadagnare un tagliando ad un altro, poi niente per altri quattro colpi. Poi diedi un tagliando al terzo cliente, così ognuno aveva un biglietto. Però ogni cliente riceve un tagliando di colore diverso, capite? Così non possono metterli insieme e portarmi via il premio grosso prima di avermelo pagato. I tre continuarono a mettere giù monetine e io continuai a far girare la vecchia ruota. Negli otto giri che seguirono feci vincere un solo tagliando a uno dei tre. Il giochetto è assai veloce. I tre giovanotti erano lì da appena cinque minuti e io avevo già incassato dodici dollari. Finalmente due dei ragazzi ne ebbero abbastanza e ad ognuno diedi in premio una penna a sfera. Ma il terzo era ostinato. Pareva deciso a conquistare una radiolina.
I tre vagabondi
Era il più grosso dei tre e sembrava il più carogna. E più perdeva e più sembrava carogna. Era anche quello che aveva già in mano due tagliandi e sembrava deciso a conquistare il terzo.
Cominciò a giocare un dollaro alla volta puntando quattro numeri sulla ruota. Mentalmente calcolavo quanto aveva sborsato: gli mancavano ancora quasi quindici dollari per avere in premio la radio. Ma lui duro: continuava a spillare dollari, e io duro a girare la ruota senza lasciarlo vincere.
Quando ebbe sborsato altri dieci dollari pareva diventato matto. Inoltre era all’asciutto. Si frugò in tutte le tasche cercando altro denaro ma sapeva già di non averne più. Però aveva un’altra cosa: mentre si svuotava le tasche in cerca di monete gli vidi fra le mani un lungo lucente coltello a serramanico.
Alla fine si aggrappò al banco, allungò una faccia minacciosa e disse:
- Voglio una di quelle radio.
Gli feci il mio più bel sorriso:
- Ma sì, caro - dissi. - Ancora un paio di giri e dovresti vincere il terzo tagliando. La fortuna è in arrivo.
- Non ho più quattrini. Me li hai presi tutti tu.
- Mi spiace, caro. Se vuoi una radio devi continuare a giocare. Fatti dare qualche dollaro dai tuoi amici. Ti do un consiglio: punta sul diciotto. Fra due o tre colpi uscirà.
« Ancora un dollaro » pensai « e poi gli do la macchinetta. Così me ne libero ».
Ma l’altro, muso duro e occhio torvo: - Non mi faccio prestare denaro - disse. - Hai avuto quanto ti basta, strozzino. Adesso dammi una radio se no salto il banco e me la piglio.
Io tenni fermo e misi una mano sotto il banco dove c’era un bastone. Fissai negli occhi il tizio ma mi sentii inquieto. Quello faceva sul serio:
- Bada strozzino... - disse, e cercò di girare attorno al banco. Teneva una mano in tasca, forse proprio dove c’era il coltello.
Tirai fuori il bastone e lo tenni in vista: - Fermo là - dissi cercando di darmi un tono cattivo. - Non cercare guai, se non vuoi pentirtene. Qui è pieno di guardie. Se faccio un fischio venti sbirri ti saltano addosso.
Si fermò di colpo e mi guardò fisso. Il suo volto era rigido di odio represso. Uno dei suoi compari si avvicinò e lo prese per un braccio:
- Sta buono, Frankie - disse - non cercare rogne. Lo sai che siamo a piede libero dopo la rissa.
La frase mi fece ricordare una rissa fra squadre rivali di giovani farabutti avvenuta un paio di settimane prima. Un morto e un ferito. Forse c’erano anche questi tre.
Il tizio chiamato Frankie continuava a fissarmi, sempre tenendo la mano in tasca, sempre con l’aria di volermi tagliare a pezzetti.
- Forse hai ragione... - disse controvoglia. Scrollò via la mano dell’amico, si eresse fiero in tutta la sua statura, e fissandomi negli occhi tirò fuori lentamente il coltello e ne fece scattare la lama, come se volesse mostrarmela. Stese l’altro braccio e vi strofinò sopra la lama nel gesto di affilarla.
- Facciamo un patto - disse - dammi una radio e amici come prima.
Guardai sul viale e vidi che due poliziotti in uniforme si avvicinavano lentamente. Allora fissai Frankie e gli dissi con tono deciso:
- Niente da fare, fratello.
Nuovo lampo di odio nei suoi occhi. Chiuse il coltello e se lo mise in tasca. Anche lui aveva visto le guardie.
- Va bene disse - ci rivedremo.
Si voltò e se ne andò seguito dai due compari. Li guardai allontanarsi, perdersi in mezzo alla gente, e rimisi il bastone sotto il banco.
Non ci furono molti clienti dopo la partenza dei tre eroi e incominciai a radunare le mie cose. Avevo venduto le mie scorte di premi ad un collega che andava a sud con una fiera ambulante. Cominciai a mettere la merce negli scatoloni. Poco dopo le undici Corinna venne a trovarmi. Era una delle ragazze del varietà: una brunetta simpatica ma niente di sensazionale.
- Salute Sam - disse.
- Come va bambola? Tutto bene?
- Scosse le spalle: - Così così - disse.
Venne dietro il banco, si sedette e domandò:
- Che cosa fai dopo la chiusura?
- Non so. Perché?
- Le ragazze danno una festa d’addio da Rollo. Vuoi venire?
Rollo era un ristorante appena fuori del parco dei diverti menti. « Festa di chiusura, tutti invitati. Chissà che ressa » pensai. « E poi quei tre tipacci... ».
- Credo di no - dissi - parto di buon’ora per il sud e voglio dormire un po’.
Avevo fatto nove bigliettoni durante l’estate. E con novemila dollari in banca pensavo di prendere un po’ di riposo a Miami. E più pensavo a quei tre e più avevo la tentazione di tagliare la corda appena chiusa la fiera.
- Grazie, Corinna. Ci rivedremo alla prossima stagione.
Quando se ne fu andata spensi le luci, tirai giù le lampade e le bandierine, e finii di imballare i premi.
A mezzanotte le luci furono spente e soltanto poche rare lampade rimasero accese nel viale centrale. Gli ultimi visitatori si avviarono all’uscita. La stagione era conclusa, potevo andarmene. Ma ero inquieto. Ad ogni minuto mi guardavo intorno come se qualcuno dovesse spuntare. Ero ancora ossessionato da quei tre vagabondi.
Agguato
Venne il tizio al quale avevo venduto i premi. Il suo furgone era di là della strada e non poteva portarlo dov’ero io. Allora lo aiutai a portare le scatole. Dovemmo fare cinque viaggi ma alla fine il carico fu terminato. Mi pagò, ci dicemmo buona fortuna e io tornai alla mia baracca per chiudere le imposte.
Il viale era scuro e deserto. Camminavo cauto guardandomi attorno ad ogni passo, tenendomi lontano dalle zone d’ombra e dagli « stands » vuoti. Era più forte di me, mi sentivo inquieto. Mi ritornavano all’orecchio le parole di quel prepotente: « Ci rivedremo! ».
Arrivai al mio « stand » chiusi in fretta e furia tutto quanto e presi la mia borsa di tela. Per essere più sicuro pensai di passare da un cancello secondario evitando l’uscita principale.
Ero a metà strada quando vidi un’ombra sorgere davanti a me e avvicinarsi lentamente.
Mi sentii congelare. Non trovai nemmeno la forza di fuggire. L’ombra venne vicina, più vicina, finché mi fu davanti.
Poi una torcia elettrica si accese. Tirai un sospiro e sorrisi. Il vecchio Fritz, il guardiano notturno.
- E allora, Sam? Una buona stagione, eh?
- Sì, Fritzie - dissi - abbastanza buona. - Presi un fazzoletto e mi asciugai il sudore. - E tu come stai?
- Abbastanza bene - disse. - Il cancello grande è già chiuso. Sei l’ultimo ad uscire, Sam.
- Sì, dopo di te però.
- Oh, io faccio ancora una sola ronda lungo la rete di cinta, poi esco dal cancello piccolo, chiudo e fin dopo l’inverno non se ne parla più.
Gli battei una mano sulla spalla: - Arrivederci, Fritz.
Me ne andai. Quando fui presso l’uscita mi voltai e vidi lontano sul viale il lampeggio della sua torcia elettrica.
Aprii il pesante cancello di ferro e uscii. La stradicciola laterale appariva deserta, aveva poca luce. Stavo per chiudere il cancello quando udii la voce:
- Ehi, strozzino.
Mi voltai di scatto e vidi Frankie. Era a due metri da me. Un ghigno freddo gli torceva la bocca.
Arretrai verso il cancello ma due braccia mi attanagliarono da tergo.
Udii la risata di Frankie, una risata volgare, crudele. Si avvicinò adagio.
Mi sentii preso dal terrore. Queste canaglie facevano sul serio. Non mi rimaneva che vendere cara la pelle.
Con l’energia della disperazione mi dibattei come un selvaggio, mi liberai dalla presa del complice e colpii Frankie in pieno stomaco. Mi voltai di scatto e sbattei l’altro compare contro il cancello. Sentii il colpo della sua testa contro il ferro e lo vidi accasciarsi. Per un attimo stetti lì fermo. Per un attimo pensai di essermi liberato. Ma in quel momento qualcosa si abbatté sulla mia guancia, vidi le stelle e caddi a terra abbandonando la borsa. La terza canaglia! Avevo dimenticato il terzo! Colpii il pavimento nella caduta e rimasi lì dolorante. Tentai di risollevarmi e un calcio mi colpi ad un fianco, seguito da un secondo, da un terzo. Strisciai più svelto che potei sul pavimento e mi alzai gemendo.
Allora ne vidi due che mi muovevano contro. Uno era Frankie e in mano stringeva il coltello aperto. L’altro era quello che mi aveva colpito al viso. Un tirapugni d’ottone brillava nella sua mano destra.
Vidi il cancello semiaperto ed ebbi l’idea di rientrare nella fiera. Mi gettai nel passaggio sperando di poterli chiudere fuori. Raggiunsi il cancello, entrai e lo tirai verso di me. L’altro, quello col tirapugni, si mise di mezzo per impedirmi di entrare e ricevetti il cancello sul muso. Mi allontanai correndo ma il cancello rimase aperto. Mi voltai e vidi Frankie che stava sollevando l’amico. Il terzo era di nuovo in piedi, tutti e tre attraversarono la soglia.
Radunai tutte le forze e corsi via: raggiunsi il viale di centro e corsi… dietro di me sentivo tre paia di piedi che battevano il selciato.
Chi è in trappola?
Corsi finché non potei più fiatare: dovetti fermarmi per non cadere. Mi gettai in un angolo d’ombra e mi appiattii contro la parete di uno « stand ».
Guardai su: era il mio « stand ». Possibile? Guardai dietro: ma sì, ecco la Casa delle Streghe. Quello era proprio il mio « stand ». Guardai ancora la Casa delle Streghe.
Le pareti non avevano il loro solito colore. Perché? Mi ricordai d’improvviso che le porte e le finestre venivano sbarrate con imposte di metallo che si potevano chiudere dall’esterno ma non dall’interno.
Dall’esterno si potevano chiudere o aprire...
Mi inginocchiai, strisciai fino all’angolo del mio « stand » e guardai in giro. Ascoltai attentamente. Non riuscivo a vedere Frankie e i suoi compagni ma udivo risuonare i loro passi. Non correvano più, si aggiravano qua e là cercandomi. Erano a una trentina di metri...
Forse ce la faccio, pensai, se non perdo tempo...
Uscii dal nascondiglio e strisciai sulle ginocchia verso la Casa delle Streghe. Il cemento era duro ma continuai a strisciare cercando di far presto e di non far rumore. Finalmente arrivai davanti alla porta della Casa delle Streghe. Mi fermai ad ascoltare.
I passi si avvicinavano. Ripresi a camminare carponi, passai davanti alla porta, svoltai l’angolo. Alla prima finestra che trovai mi alzai e mi appiattii contro la parete; pian piano sganciai la sbarra che faceva da catenaccio e aprii l’imposta di ferro. Allungai la mano e provai a spingere la finestra. Speriamo che si apra, pensai. La finestra si apri.
Lasciai socchiusa l’imposta di metallo e tornai a sgattaiolare fino davanti alla porta. Tolsi le sbarre, socchiusi l’imposta di metallo. Dietro l’imposta c’era una porta di legno. Una porta senza serratura. L’aprii. Allora presi una delle sbarre di ferro e la lasciai cadere a terra per attirare l’attenzione dei miei nemici. Poi entrai nell’oscurità completa. Procedetti tastando le pareti: conoscevo la Casa delle Streghe, l’avevo visitata più volte. Cercai di ricordarmi la disposizione dei locali. Adesso ero nella prima sala, quella coi dipinti di draghi. La finestra che avevo aperto doveva essere la prima lungo la parete dopo l’angolo, la parete sull’esterno.
Procedetti lentamente, un centimetro alla volta, finché arrivai all’angolo.
In quel momento li udii arrivare davanti alla porta. Restai lì immobile. Potevo appena intravedere i loro profili sulla soglia. Erano fermi tutti e tre, stavano in ascolto, cercavano i miei movimenti, un rumore.
La finestra era ad un paio di metri di distanza. Feci un altro passo lungo la parete, ma lo strisciare delle scarpe era udibile nel silenzio. Mi fermai e sentii il sudore freddo bagnarmi il corpo. « Vuoi vedere » pensai « che mi sono messo in trappola? ».
Una delle ombre sulla soglia entrò e scomparve nelle tenebre. Sentii le mani tastare le pareti e il fruscio dei piedi riecheggiare con strana intensità nel locale vuoto. Il cuore mi saltava in petto: voltai il capo verso il punto dove avevo lasciato aperta la finestra e cercai di calcolare quanto era lontana: chissà, forse con tre o quattro rapidi passi potevo arrivarci. Udii un altro rumore di piedi, vicinissimi e di mani che tastavano la parete. Da un momento all’altro una di quelle mani avrebbe scoperto la mia presenza e allora sarebbe stata la fine.
Provai la tentazione di correre alla finestra, di tuffarmi fuori all’aperto... Ma capii che non avrei fatto in tempo neppure a scavalcarla.
La morsa
Se soltanto si fossero messi a cercare dall’altra parte, se si fossero avviati verso la seconda sala... Un lampo mi attraversò il cervello: tirai fuori il portasigarette di pelle, lo alzai sopra la testa, cercai mentalmente la direzione della porta verso la seconda sala, e tirai con tutte le forze il più lontano possibile nelle tenebre.
L’oggetto cadde nella zona giusta e fece un rumore come se qualcuno avesse mosso un piede.
Le due ombre lasciarono la soglia ed entrarono di corsa. Il terzo, quello che mi era vicino, Si staccò dalla parete e si getto in direzione del rumore.
Allora mi mossi. Il rumore delle loro scarpe impediva di udire i miei passi. Trovai la finestra, la scavalcai rapidamente e fui fuori. Appoggiai l’imposta di ferro e rimisi la pesante sbarra catenaccio. Poi corsi alla porta. L’ansia di arrivare in tempo mi toglieva il respiro, le mani mi tremavano, il fianco, colpito dai calci del giovane delinquente, mi dava dolore atroce, e la guancia colpita dal tirapugni era gonfia e dolente, la lingua gonfia, gli occhi pieni di lacrime...
Corsi come un ubriaco inciampando, cadendo, appoggiandomi alla parete della casa. Un solo pensiero urlava in me: la porta… la porta… corri… corri…
Arrivai all’angolo e corsi lungo la facciata. Ricaddi, mi rialzai; imprecavo, singhiozzavo e correvo.
Arrivai alla porta. Dall’interno sentivo un rumore di voci. Tirai la pesante porta di metallo che girò cigolando. Sentii nell’interno un rumore di passi: qualcuno correva all’uscita. Sentii un’imprecazione: era la voce di Frankie.
Spinsi con fatica la porta, mi appoggiai contro e la spinsi con tutte le forze.
La porta stava per chiudersi del tutto quando un braccio apparve attraverso l’ultima fessura e cercò di fermarne il movimento.
Ma era troppo tardi, sotto la mia spinta la porta di ferro strinse quel braccio come in una morsa. Sentii un rumore secco, cui segui dall’interno un urlo atroce.
Continuai a spingere e alla debole luce esterna vidi che il pugno pian piano cedeva. Le dita si aprirono e un oggetto cadde al suolo: il pugnale di Frankie.
Allentai leggermente la pressione e il braccio ricadde all’interno. Tutto questo era avvenuto in pochi secondi. Ora chiusi del tutto la porta, sollevai una dopo l’altra le sbarre catenaccio e le infilai al loro posto.
Dall’interno una gragnola di pugni e di pedate si abbatté sulla porta. Gli altri due erano arrivati e si erano accorti di essere chiusi dentro.
Li sentii urlare mentre mi allontanavo dalla Casa delle Streghe. Passai accanto al mio « stand » e raggiunsi il viale principale ormai quasi interamente al buio.
Quando fui sul viale mi fermai per riposare, per ascoltare. Non li sentivo più. « Sono quelle imposte » pensai « quelle pesanti imposte. Tengono dentro tutti i rumori ».
« Questa volta no »
Tornai al cancello secondario. Mentre stavo per uscire dal parco vidi lampeggiare la torcia di Fritz, il guardiano. Era a circa cento metri e si avviava all’uscita. Certamente aveva finito l’ultimo giro di ispezione attorno alla rete di cinta che era lunga quattro chilometri. Ritrovai la mia borsa nel punto dov’era caduta, e senza aspettare Fritz uscii dal parco.
A qualche centinaio di metri all’esterno, trovai una cabina telefonica. Cercai in tasca una moneta, la misi nella fessura, formai un numero.
- Voglio… voglio la polizia - dissi a bassa voce.
Sentii la signorina formare il numero. Mi appoggiai alla parete della cabina. La faccia mi bruciava. Esplorai con un dito, delicatamente. La pelle era gonfia, lacerata, incrostata di sangue. Poi mi toccai il torso dove avevo ricevuto i calci e gemetti per il dolore. « Devo avere qualche costola rotta » pensai.
Tremavo, piangevo, mi pareva di impazzire per la collera e il dolore. « Sono ignobili canaglie » pensai. « Sono pericolosi vagabondi, buoni a nulla, delinquenti.
« E il seguito? Le guardie sarebbero andate a prenderli, li avrebbero messi al fresco per qualche giorno e poi qualche giudice li avrebbe lasciati liberi perché minorenni.
« Sono ragazzi, vero? Teddy boys. Un po’ esuberanti, diremo, ma in fondo non sono cattivi.
« E poi sarebbero tornati sulla pubblica via con la loro prepotenza, la loro violenza, il pugnale… ».
Scossi lentamente la testa.
« No, questa volta no » pensai. « Questi tre no. Per quel che mi riguarda, no! ».
Riappesi il ricevitore, ritirai la mia moneta e uscii dalla cabina.
« Sarà un inverno lungo, ragazzi » pensai mentre mi allontanavo. « Sarà un inverno lungo e freddo in quella Casa delle Streghe! ».
LA NEVE COPRE TUTTO
Racconto di Earl Faltz
Per coloro che hanno il senso della poesia la neve può significare purezza, candore, pace, malinconia. Per i cultori dello sport la neve è una eccellente scusa per lasciare la città e andare a sedersi davanti a un caminetto insieme con altri sciatori. Ad uno cresciuto in campagna come Harold Olide la neve ricordava un fantastico e delizioso mondo di sogni. Perché quando era bambino una nevicata significava che poteva stare in casa nella calda e accogliente fattoria, a leggere, a giocare, a sognare.
Quella sensazione persisteva in lui sebbene ormai da 25 anni non avesse più messo piede in una fattoria, occupato com'era ad arrampicarsi su, sempre più su, verso le cime direzionali della Compagnia Peyton, metalli all'ingrosso.
I giornali avevano previsto da cinque a otto centimetri di neve e quando Harold era salito sul treno che dalla periferia lo portava a New York, la neve cominciava già a cadere. A mezzogiorno quando usci dall'ufficio per far colazione con un cliente, si capiva che una grossa nevicata era in corso, una vera e propria bufera di neve. Ne erano già caduti dieci centimetri e diventava sempre più fitta. A metà del pomeriggio la segretaria annunciò ad Harold, che la città cominciava ad essere paralizzata; i treni erano zeppi di gente che tentava di partire prima dell’ora di punta creando cosi un'ora di punta anticipata e intralciando ancor più il servizio.
Quando telefono a sua moglie verso le quattro del pomeriggio, Harold Cilde sentì che le strade erano bloccate e che ella non avrebbe potuto aspettarlo alla stazione con la macchina. E poiché Harold doveva già far tardi per una riunione, decise che avrebbe trovato alloggio in un albergo e passato la notte in città. Disse alla segretaria di fissargli una camera e andò al convegno.
Sulla lista nera
Era una importante riunione dei dirigenti della Compagnia. Harold aveva con sé tre grosse pratiche. Una riguardava l'indagine fatta per scoprire uno sconosciuto dipendente che da tempo e sistematicamente sottraeva denaro alla Compagnia. La seconda pratica riguardava la vendita di materiali ad una dittatore sud-americano, vendita alla quale egli si era opposto ma senza riuscire a far valere la propria opinione di fronte all'amministratore. La terza pratica conteneva proposte di licenziamento di otto persone, due delle quali avrebbero partecipato alla riunione, già sapendo di essere sulla lista nera.
Nella Compagnia, il signor Harold Clide aveva fama di accanito lavoratore. Non era un sentimentale e si era fatto molti nemici. Ma non se ne curava troppo perché aveva poca stima dei suoi simili. Questo suo atteggiamento gli aveva già procurato alcuni fastidi.
A quarantacinque anni Harold Clide aveva fatto molta strada. Era entrato nella Compagnia come autista, era poi passato all'ufficio vendite e come venditore aveva trionfato. Con tutta evidenza era sulla buona strada per occupare posti molto alti, forse il più alto nella ditta, perché continuava a salire di gradino in gradino: dalle vendite alla produzione, alla ricerca, all'ispettorato generale, su su, sempre più su. Era intelligente, leale, onesto e lavoratore accanito.
La grande nevicata ritardò l'arrivo del presidente e gli altri rimasero seduti al tavolo della conferenza chiacchierando di cose minori. Tutti salvo Harold che approfittò dell'attesa per telefonare ad una succursale e sistemare alcune faccende.
Alle cinque del pomeriggio l'autista del presidente telefonò per dire che la macchina aveva avuto un incidente e la riunione fu rimandata. Harold tornò al telefono e parlò con Washington per sentire che piega prendeva la vendita della merce al dittatore. La cosa minacciava di provocare un incidente internazionale.
Mentre egli telefonava gli altri se ne andarono e quando tornò in ufficio non c'era più nessuno, salvo la sua segretaria.
- Non riesco a trovarle una camera, signor Clide - disse miss Bardley; - gli aeroplani non possono decollare, i treni sono zeppi e molta gente pernotta in città. Ho tentato per più di un'ora e mezzo.
- Va bene - disse Harold, - troverò un rimedio. Vada pure a casa, signorina, altrimenti rimane bloccata anche lei.
- Non ho premura - disse miss Bardley, - continuerò a cercare.
Troppo lusso
La signorina Bardley non era una bellezza, però non era nemmeno orribile. Aveva una certa tendenza a superare il peso medio, si pettinava con un paio d'anni di ritardo sulla moda, ma possedeva qualità che la rendevano preziosa per Harold. Era, come lui, onesta, intelligente e instancabile.
Alle sette di sera fu evidente che non si trovava alloggio. Miss Bardley aveva telefonato perfino alle tane di pulci dei bassifondi di New York. Disse ad Harold che non c'era niente da fare.
- Ho tentato tutto, signor Clide. La città è colma. Adesso rinuncio e vado a mangiare se lei permette.
Harold pensò che tanta lealtà meritava un premio. Le offrì di cenare con lui. Miss Bardley accettò, dopo averci pensato un momento. Harold telefonò a sua moglie, le comunicò la situazione e la informò che se proprio non trovava alloggio avrebbe preso il treno delle 11 di sera. Sua moglie gli consigliò di telefonare ai Warner, loro amici, e chiedere ospitalità. Egli tentò ma in casa Warner nessuno rispose.
Harold e la signorina Bardley cenarono in un ristorante italiano, tranquillo e appartato. Ne aveva scelto apposta uno fuori mano per evitare di essere visto con la segretaria. Non che ci fosse qualcosa di male, ma la gente ha sempre la tendenza a pensare al peggio.
Harold bevette i suoi soliti due bicchieri. Miss Bardley fece altrettanto. Poi si concessero una bottiglia di vino. E quando uscirono dal ristorante si sentivano entrambi piacevolmente allegri.
Fuori c'erano più di trenta centimetri di neve. La città era stranamente silenziosa. Poche automobili tentavano di sfidare la bufera e quelle che ci riuscivano passavano silenziose sulla neve.
- Oh Dio! - esclamò Harold. - Mi pare di essere ai bei tempi, nella mia vecchia campagna.
Guardò le scarpe di miss Bardley.
- Ma lei si prenderà una polmonite con quelle scarpine - disse. - Dove abita?
- Nella Cinquantaseiesima Strada Est - rispose la segretaria.
- Ecco un tassi! - esclamò Harold e si tuffò nella neve per tentare di fermare la vettura. Ci riuscì e per quasi tutta la strada dovettero ascoltare le lagne dell'autista che descriveva le sue difficoltà a guidare con quelle strade. Harold commentò che aveva visto affari da centomila dollari conclusi con meno chiacchiere di quante non ne facesse lui, l'autista, per guadagnarsi la mancia. Allora il tassista, offeso, si chiuse in un dignitoso silenzio.
- E adesso dovrò andare a cercare un alloggio - disse Harold quando stavano per arrivare da miss Bardley. - Forse a quest'ora i miei amici Warner saranno rientrati.
- Può telefonare da casa mia - propose la segretaria. - Non vorrei che fosse costretto a girare a vuoto, e magari a rimanere senza riparo.
- Sì, buona idea, verrò a telefonare – disse Harold, - i miei amici non abitano lontano da qui. E se sono in casa posso andarci a piedi.
Diede una generosa mancia all'autista e salì con la signorina Bardley.
Era una casa nuova e moderna. L'appartamento di miss Bardley, sebbene piccolo, era ammobiliato con lusso. Harold notò vagamente che era più di quanto una segretaria potesse permettersi.
- E' bello qui - disse guardando in giro.
- Grazie rispose miss Bardley. - E' una casa in condominio, Mio padre mi ha lasciato un po' di denaro; altrimenti non avrei potuto permettermelo.
Un uomo de pescare
Harold telefonò ai suoi amici, ma non c’erano. Miss Bardley preparò un paio di bibite al rum ed entrambi sedettero bevendo e discorrendo di cose banali finché arrivarono a parlare di ciò che avevano in comune, cioè del lavoro alla Compagnia.
- Scommetto che non è riuscito a combinare niente oggi alla riunione - disse la segretaria.
- Proprio niente - confermò Harold e, un po' per il vino e per il rum, un po' perché la casa era accogliente e miss Bardley simpatica, si sentì in vena di confidenze: - Eppure avrebbe potuto essere una riunione molto interessante - aggiunse
- Se non sbaglio lei era in vena di dar battaglia - disse la donna.
- Eh, ci sono tanti bubboni che stanno per scoppiare.
- Davvero?
- Lo sa? - disse Harold abbassando la voce come per fare una confidenza. Sono sicuro che nella Compagnia c'è un falsario. C'è uno che sta truffando e intascando denaro. Ci sono ammanchi. Forse sono fatture falsificate o cose del genere.
- Ma davvero?! - esclamò miss Bardley curvandosi in avanti per ascoltare. - Ma sa chi è? - Le sue dita che reggevano una sigaretta, ebbero un leggero tremito.
- Può essere una sola persona - disse Harold. - Certo non avrei fatto nomi oggi. Ma volevo chiedere l'autorizzazione a far venire controllori dall'esterno.
- Ne ha già parlato a qualcuno?
- No - disse Harold.- Nessuno sa niente finora. Ho preferito tenere la cosa per me finché non riuscivo a pescare l'individuo. Forse non avrei detto niente neppure a lei se non fossi venuto qui. E' per principio, lei mi capisce.
- Oh, lo sa che io non parlo, signor Clide – disse la segretaria. Si alzò d’improvviso e andò alla finestra. - Nevica ancora - osservò.
- Proverò di nuovo a chiamare i Warner - disse Harold.
Allarme
Questa volta i suoi amici erano in casa e gli offrirono una camera.
- Il problema è risolto - disse Harold tornando dalla segretaria. - Non mi resta che ringraziarla, signorina.
- Era il meno che potessi fare - ella disse. Fece pausa, poi aggiunse: - Signor Clide, vorrei chiederle un grosso favore: potrebbe andare in negozio per me? Avrei bisogno di un po' di biscotti e del latte per la colazione.
- Ma certo - disse Harold, mi faccia una nota di quello che le occorre.
Miss Bardley scrisse una lista.
- Mi farebbe comodo anche un po' di rum - disse. Ho consumato per le nostre bibite tutto quello che avevo in casa. - Prese la borsa per cercarvi denaro, ma Harold non lo accettò.
No appena Harold fu uscito, miss Bardley corse al telefono e formò un numero,
- Jim - disse. - Non ho potuto chiamarti perché il signor Clide è venuto da me dopo che abbiamo cenato insieme,
- Oh, ma bene! Spero che vi sarete divertiti.
- Jim, ascolta; non ti ho mai chiesto dove prendi tutto il denaro che hai, ma stasera il signor Clide ha detto che chiameranno un controllore dei conti dall'esterno.
Dall'altra parte del filo Jim non parlò.
Con voce drammatica la segretaria aggiunse: - Jim, sei tu quella persona?
- Dov'è Clide adesso? - chiese Jim.
Ella gli raccontò delle compere, e che poi Clide sarebbe andato a dormire dagli amici.
- Cerca di trattenerlo quando ritorna - disse Jim, - dammi il tempo di arrivare lì. Quando sarò di sotto ti telefonerò.
- Che cosa vuoi fare, Jim?
- Non so. Forse gli parlerò.
- No - disse miss Bardley, - lo sai com'è, lo conosci.
- Troverò un rimedio - ribatté Jim. - Quando telefonerò ti dirò che cosa fare. Ma cerca di trattenerlo finché arrivo.
Quando Harold ritornò coi viveri e il rum, la signorina Bardley insisté perché bevesse un punch per riscaldarsi, prima di tornare sulla neve.
Parve ad Harold di notare che nel frattempo in parte le lampade del salotto erano state spente e che nella casa c’era una romantica penombra, ma non disse niente. Quando sedette sul divano miss Bardley gli si mise accanto. Quando si accese una sigaretta, il ginocchio di miss Bardley sfiorò il suo. Quando accese una sigaretta anche lei, le loro mani si toccarono.
L'eventualità di una simile scenetta era passata per la mente ad Harold già quando erano scesi insieme dal tassì, ma egli l’aveva subito respinta. Adesso ci ripensava. Questa ragazza non era una vamp, ma possedeva una certa forza di seduzione, naturale e, un po' primitiva. A lui, ragazzo di campagna, questo particolare non sfuggiva. Se n'era già accorto quando l’aveva assunta:
- A che cosa pensa? - chiese d'un tratto miss Bardley.
- Penso che sto diventando vecchio - disse Harold - perché dopo venticinque anni di assenza dalla fattoria mi ritrovo a giudicare le cose col metro campagnolo.
- Che cosa vuol dire?
- Vuol dire che non debbo lasciarmi trasportare dalle nostalgie; che questi sono altri tempi e altri luoghi.
La guardò negli occhi. Era quasi bella. Un po' triste, ma quasi bella. Avvicinò il volto al suo. - Bisogna che vada - disse, - i Warner mi aspettano.
Si alzò e andò alla finestra. Pensò che doveva anche telefonare a sua moglie.
- Non può... non può restare... ancora un pochino?
Anche miss Bardley si era avvicinata alla finestra. Giù nella strada ella vide una macchina nera che conosceva bene. L'automobile si fermò sul lato opposto. Un uomo ne scese e scivolando e incespicando nella neve si avviò in fretta verso l'angolo dov'era una cabina telefonica. Anche a quella distanza ella riconobbe Jim.
« Ci penserò io »
Dopo un momento Harold si avvicinò a lei e le mise una mano sulla spalla.
- Vorrei restare... davvero... ma...
Il telefono trillò e la donna andò a rispondere.
- E' ancora lì?
- Si.
- Sono giù nella cabina. Puoi lasciarlo andare adesso.
- E poi?
- Ci penserò io.
- Che cosa intendi?
- Ascolta - disse Jim a bassa voce - tutti quegli assegni che io ho preparato lui li ha firmati. Se lui non c'è risulterà che è stato lui. Capisci?
Miss Bardley, non rispose. La sua mente rifiutava di pensare con chiarezza a ciò che stava per accadere.
- E' ubriaco? - domandò Jim.
- Non proprio.
- Cerca di farlo bere ancora un po'. Sarà più facile.
- Va bene.
Miss Bardley riappese e tornò alla finestra dove Harold guardava i fiocchi che continuavano a cadere.
- Una bufera di neve mi dà un senso di irreale, di fantastico. Tutto sembra diverso.
- Eppure sotto la neve ogni cosa rimane come prima - disse la donna.
- Certo, ma diventa difficile separare l'apparenza dalla realtà. E poi, in fondo, che cos'è la realtà? - aggiunse Harold, reso filosofo dal vino e dal rum.
- Preparo un altro punch - propose miss Bardley, e Harold non rifiutò. Approfitto della pausa per telefonare a sua moglie. Le disse che aveva trovato alloggio dai Warner.
- Dove sei adesso?
- In un bar - disse Harold.
Anche in campagna continuava a nevicare. I bambini erano a letto. Tutto era in ordine.
Era tornato accanto alla finestra quando miss Bardley portò i bicchieri. Stettero lì in silenzio a guardare la neve, ognuno assorto nei suoi pensieri. Harold guardò la segretaria e nella tenue luce vide che alcune lacrime le scendevano sulle guance.
Tragica passeggiata
Non poté resistere a quelle lacrime. Depose il bicchiere e la prese fra le braccia. Era soffice, calda e ubriaca. La sua casa, i Warner, la Compagnia… tutto sembrava lontano e dimenticato. Ma la signorina Bardley non portava bene i liquori. Si addormento fra le sue braccia, in piedi, vicino alla finestra. Harold la depose delicatamente sul divano, trovò una coperta e gliela stese sul corpo. Poi in punta di piedi uscì dall'appartamento.
Giù nella strada erano passati i carri spazzaneve e avevano accumulato montagne di neve verso i marclapledi. Dall'altra parte della strada egli vide una macchina nera che era rimasta bloccata dalla neve accumulata sul lati della via. L'automobilista a bordo era in difficoltà. Non riusciva a metterla in movimento: le ruote giravano a vuoto nonostante gli sforzi del guidatore.
Il primo impulso di Harold fu quello di accorrere in aiuto. Ma poi ci ripenso: era già tardi e l'impresa era difficile. Si avviò in fretta verso la casa dei Warner senza accorgersi che l'automobilista bloccato lanciava su di lui furibonde occhiate e manovrava disperatamente i congegni della macchina recalcitrante.
Harold era ormai a metà strada, tra poco avrebbe raggiunto il caldo appartamento dei suoi amici. Camminando s'inebriava dell'aria pura, dei candidi fiocchi che gli accarezzavano la faccia.
Ma cominciava ad avere i piedi umidi. Portava scarpe basse e la neve gli entrava nelle caviglie. Giunto ad una curva, nello scendere dal marciapiedi fece un salto per superare la barriera di neve. Ma scivolò. Cadde all'indietro e batté con la testa contro la colonnina di ferro di una pompa antincendio. Il colpo gli fece perdere i sensi, scivolò giù dal marciapiedi e il suo corpo rimase quasi sepolto sotto la massa di neve. Pochi minuti dopo tornò a passare la macchina spazzaneve e sospinse verso il marciapiedi una nuova massa di neve che seppellì del tutto il povero Harold.
« Tutta colpa sua »
Harold Clide giaceva incosciente sotto una pesante coltre bianca alta più di un metro. Verso le sei del mattino il portinaio della casa di fronte uscì con una pala e ripulì alla meglio il marciapiedi e, senza saperlo, gettò altra neve sul corpo di Harold.
Nel breve istante in cui riprese i sensi Harold sentì soltanto una specie di sonnolenza è un vago benessere. Si, la neve portava veramente un senso di pace.
Gli uffici della Compagnia Peyton si aprirono come al solito il giorno dopo, sebbene alcuni impiegati non si presentassero. Miss Bardley comunicò di essere indisposta. Fu soltanto verso mezzogiorno che la signora Clide chiese di Harold e diede l'allarme. Verso le cinque del pomeriggio fu chiamata la polizia.
Due giorni dopo una squadra di manovali incaricati dello sgombero della neve, scoprì il corpo di Harold Clide. Era venerdì. La settimana successiva i giornali ebbero molto da dire sul conto della Compagnia Peyton. Il defunto Harold Clide, dicevano le notizie, era stato un falsario. Grossi ammanchi erano stati scoperti, ottenuti con documenti falsificati che portavano la sua firma. Pochi giorni dopo scoppiò l'incidente della vendita di metalli proibiti al dittatore sud-americano. I dirigenti della Compagnia affermarono che la colpa era di Harold Clide, morto di recente.
Alla successiva riunione dei dirigenti, alcuni delegati dichiararono che la diminuzione delle vendite era dovuta alle continue interferenze di Harold Clide. L'acquisto di una fabbrica poco redditizia fu attribuito ad Harold Clide. I tappeti degli uffici della direzione, che erano costati cari e non avevano dato buon esito, erano stati approvati verbalmente a quanto si disse dal defunto Harold Clide.
E così Harold Clide si portò via la colpa di molte cose storte, perfino delle mollette di metallo che non tenevano bene e delle quali erano stati acquistati centomila pezzi.
Da quella finestra...
La signora Clide vendette la casa, incassò l'assicurazione e si trasferì in California. La Compagnia Peyton, in un impulso di giusto sdegno, tentò di bloccare il pagamento della liquidazione di Harold, ma Jim Powel, il contabile, riuscì a far prevalere la sua opinione e la vedova ricevette il denaro.
Miss Bardley non tornò più in ufficio; diede le dimissioni per motivi di salute. Dopo qualche mese anche Jim lasciò la Compagnia e iniziò un lavoro in proprio, ed ebbe fortuna. Otto mesi più tardi la signorina Bardley lo incontrò per la via. Si guardarono ma nessuno dei due si fermò e non si salutarono.
Lontano, nella fattoria dove Harold era cresciuto, i suoi ex-amici che non si erano mai mossi dalla campagna si raccontarono storie raccapriccianti sul conto di coloro, che lasciano la dolce vita della campagna per avventurarsi nella giungla della città.
Quasi esattamente un anno più tardi ci fu un'altra bufera di neve, a New-York. Durante la notte miss Bardley si avvicinò alla finestra e guardò lo spettacolo. Non si sa che cosa significasse per lei la neve. Forse anche per lei significava pace, perché ad un certo momento aprì la finestra e si gettò di sotto. La trovarono il giorno dopo, morta, con un sorriso sulle labbra.
FINE
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