lunedì 27 maggio 2024

COLLOQUIO SENTIMENTALE Jean Lorrain

Jean Lorrain COLLOQUIO SENTIMENTALE¬ Lo scandalo era appena scoppiato ed era centro di tutti i commenti nei caffè e nelle trattorie. Dalla buvette, dove aveva preso il il pettegolezzo, la storia aveva invaso le Terme e i Quinconces dove gruppi di languidi bagnanti fanno cerchi attorno alla musica delle dieci. Dalle pensioncine borghesi a otto franchi al giorno, adesso era salito fino ai grandi alberghi e faceva sorridere. tra due prese, i grandi giocatori del Casinò. La principessa Dostéwianoff, stabilitasi l'anno precedente alla città dei Ciclamini, in montagna. a mezza costa, era stata sorpresa, anzi sentita. mentre supplicava il precettore dei suoi figli, esigendo, il suo amore... A più di cinquant'anni, una donna fino ad allora considerata irreprensibile! Più di trenta anni di virtù crollavano sotto i colpi inconsulti dei .sensi per un belloccio della scuola normale, troppo felice di aver trovato a casa della principessa i dodici mila franchi di una cattedra ancora da venire! Era una cosa stupida, come un incidente. Chi mai sarebbe potuto aspettare quello scatto d'ira da parte di una donna così fredda e altezzosa? La Prin¬cipessa Dostéwianoff era di origini austriache, di una famiglia in cui, di solito, non ci si sposa con una persona di livello inferiore. La cosa rallegrava i villani e creava costernazione presso la nobiltà sparpagliata a caso, quell'estate, negli alberghi. La principessa Dostéwianoff!... E de Gisors, che aveva sorpreso il colloquio, ne dava i parti¬colari. Il caso aveva voluto che, due giorni prima, in¬vece di andare al Casinò, si fosse soffermato sotto i grossi abeti del parco. La fantasmagoria notturna del paesaggio lo aveva trattenuto lontano dai tavoli del baccarà. È il minimo che una sera su trenta si assista al sorgere della luna sui ghiacciai. La rugia¬da e la madreperla del chiaro di luna di due giorni prima erano particolarmente limpide, tanto da ri¬schiarare l'intera foresta; i tronchi di abeti potati fino a una certa altezza, simili a pilastri di cattedra¬le, discendevano il fianco della montagna, ognu¬no di essi preceduto da una grande ombra che si stagliava netta sul chiarore; e, con gli occhi rivolti alle cime dei ghiacciai rovesciati all'indietro nella trasparenza del cielo, de Gisors si compiaceva a trattenersi dall'irrigidire le dita dei piedi ancor più della punta di ferro del suo bastone, su un terreno scivoloso e tutto ricoperto di aghi di pino. Il rumore di due voci, anzi, il rumore di una disputa aveva fatto tendere l'orecchio. Una coppia stava litigando. La donna implorava; la sua voce singhiozzava, supplicando. Invece quella dell'uomo era dura, sferzante. Ogni sua risposta sibilava, incisiva, come un morso dato coi denti; e la donna, senza più forze. senza neanche più orgoglio, bevuto il calice della vergogna. scongiurava l'uomo di non sottrarle il suo amore. Non gli chiedeva nulla, solo la sua presenza. il conforto della sua cara presenza e la consolazione di sentirselo accanto. Non gli chiedeva altro. Con la voce piena di lacrime, lo supplicava di non andarsene; di rimanere ancora. Non poteva vivere senza di lui; voleva forse lui la sua morte togliendole la carezza della sua voce e la luce dei suoi occhi? Oh! Soprattutto la sua voce, quella voce che la scombussolava tutta e l'aveva posseduta sin dal primo giorno: Non poteva più fare a meno di sentirla, quella voce calda e un po' grave, il cui fascino risiedeva appunto in quelle rotture impreviste, in quelle alterazioni commosse il cui strappo la faceva venir meno Se n'era inebriata abbastanza a lungo. durante le lunghe ore delle lezioni che lui dava ai suoi figli! Per mesi e mesi, aveva creduto di interessarsi ai progressi dei due principini; poi un giorno, aveva finito per rendersi conto della verità, dell'atroce e deliziosa verità. Che le importavano i suoi figli, adesso che c'era lui? Veniva a inebriarsi della sua voce come di un incantesimo avvincente e lontano! Per mesi e mesi, l'aveva voluttuosamente sentita penetrare e scorrere in sé come un filtro magico, ma conosce¬va bene il suo potere, poiché lui era divenuto il suo caro complice. Perché le aveva proposto di legger¬le qualcosa e iniziarla ai suoi poeti, ai suoi autori preferiti? Le aveva letto l'emozione negli occhi ed era andato incontro al suo desiderio. Le braccia conserte e il capo un po' chino, l'uo¬mo si accontentava di rispondere: - Voi siete pazza! Alla vostra età, ma ci pensa¬te? E i vostri figli, e vostro marito? - Chiederò il divorzio - urlava quella poverac¬cia. E mentre attraversavano un raggio di luna, Gi¬sors, che si era avvicinato attutendo il rumore dei suoi passi, aveva riconosciuto la coppia. Erano la principessa Dostéwianoff e M. Didier Bonneau, il precettore dei principini. Che spettacolo! Bisognava vedere come la mimava, quel pazzo di Gisors. La principessa si era buttata improvvisamene sul precettore, come impazzita, gli aveva a preso il capo tra le mani e, tenendolo riverso sotto la luna: - È come con i tuoi occhi! Credi che adesso, farò a meno dei tuoi occhi, dopo aver bevuto il loro veleno? Perché c'è un veleno nelle tue pupille. Hai giocato abbastanza con me, con i tuoi occhi lucidi e la carezza delle loro ciglia nere!... I tuoi occhi! Te ne strapperò uno se mi lasci e, senza un occhi non potrai più piacere alle altre donne. Senza un occhio, ti avrò tutto per me e ti terrò tutto nelle mie mani, come tu tieni il mio cuore tra le tue. Le tue mani agili, fini e morbide, le tue mani nervose eppure così dure; le mani di quando ti abbandoni nell'acconsentire, e di quando ti imponi nel rifiutare; le tue mani da pirata e da cortigiana e anche le tue mani da uccellatore! E, chinatasi bruscamente fino alle mani del giovanotto, la principessa le aveva ricoperte di baci. Impennatosi improvvisamente a contatto con quelle labbra insaziabili, l'uomo aveva respinto la donna. Adesso la offendeva: - Ma, voi siete vecchia, guardatevi nello specchio! Come osate sperare che io?... Ma io ho venticinque anni. - No, ventisette! Me l'hai detto tu - gridava la sventurata, difendendo disperatamente la sua feli¬cità. - Ma voi ne avete cinquanta, più di cinquanta... Potreste essere mia madre... E poi, i vostri figli, vostro marito... Tutto ciò mi disgusta, mi ripugna... Io non sono a casa vostra. Insomma, sono a casa del principe. - Sarai a casa mia quando vorrai. Dì solo una parola, Didier, e io lascio la villa, ne affitto un'al¬tra. Andremo dove vorrai tu. Dì solo una parola, ma dilla... Vuoi che andiamo a Venezia, a Firen¬ze? Io le conosco tutte, quelle città: ci sono musei, palazzi, paesaggi bellissimi; sicuramente desideri conoscerli, non li hai mai visti... Oh! Vederli con te! Ti farò gli onori di casa. - Se solo aveste vent'anni di meno - sogghigna¬va l'uomo, beffardo. - Ah! Didier, con una ragazza, tu partiresti an¬che domani! ... Ma io, giovane, lo diventerò per te... A forza di volontà e di amore... Ci sono sere in cui sono bella, e talvolta leggo ancora il desiderio nei tuoi occhi. - Sì, quando avete addosso tutti i vostri dia¬manti... e tutte le vostre perle, come l'altra sera. - Ah! Didier! - Basta con questo Didier. Come donna. siete finita. Non avete che da occuparvi dei vostri figli. Amate i vostri figli, Signora! Che diavolo: avete l'età di una madre, anzi di una nonna. Pensateci!... più di cinquanta! - Cafone, zoticone, ignobile individuo, voi in¬sultate una donna! - Ecco, offendetemi adesso, perché non accon¬sento alle vostre porcherie. Rimproveratemi di non voler tradire vostro marito, di rifiutare, di abusare dell'ospitalità che mi è stata data, di macchiare la vostra dimora e il nome dei vostri figli! - Ma tu mi hai fatto la corte, miserabile: Per¬ché mi hai fatto la corte? E quegli sguardi. quel¬le intonazioni della voce quando leggevi? Quegli occhi chiari che posavi improvvisamente sui miei: quegli occhi che mi bruciavano addosso ed errava¬no freddamente sulle mie spalle! Non puoi nascon¬dere il tuo giochetto. Hai cominciato tu! L'uomo scoppiava in una lunga risata. - Ho cominciato io! Bella, questa! E, dopo un momento di silenzio: - Ma insomma, non vi ricordate? Mi giravate intorno come una cagna. Lo avete detto voi stessa. Venivate ad assistere alle lezioni dei vostri figli per sentire la mia voce. - Allora, dovevate evitarmi, congedarmi, non incoraggiarmi. - Mi avreste licenziato, io avevo bisogno di vivere. Il mio posto con i vostri figli, erano mille franchi al mese. - Ma te ne avrei dati il doppio, il triplo. - Per essere il vostro amante. Mi rifiuto. - Chiederò il divorzio, te l'ho già detto. - Ed io ve lo ripeto. Siete troppo vecchia. - Ma sono ricca. - Non poi così tanto! - Scusa? La voce della donna era diventata rauca. - E poi, ne amo un'altra. E voi lo sapete bene. E’ giovane, lei; è bionda e voi siete bruna; ha oc¬chi vivaci come quelli dei bambini, e i vostri sono arrossati dalla lussuria. Lei è agile, snella, e voi siete deformata; insomma, lei ha vent'anni e voi ne avete cinquanta. - Tu menti. Se amassi, avresti pietà. Sei feroce perché non provi amore. Hai pronunciato la parola giusta: non sono abbastanza ricca per te. Voi siete un furbone, monsieur Bonneau! Ma siete anche un infame. Sapete che è il principe a detenere il patri¬monio. Da divorziata, mi resterebbero a malapena due milioni, e alla mia morte i miei figli ne riprenderebbero i due terzi, e seicentomila franchi sono una fetta di torta troppo piccola per denti come i vostri. Monsieur Bonneau, siete un farabutto! E la mano della donna si abbatteva sulla guan¬cia dell'uomo. Il rumore svegliava l'eco sotto gli abeti; una serie di schiaffi risuonava per la monta¬gna. La principessa si era fermata di botto. Una ri¬satina malcelata di Gisors la aveva avvertita. C’era qualcuno che la seguiva. - Il vostro braccio, monsieur Bonneau - diceva a al precettore rimasto sconcertato vicino a lei. - Qui si scivola che è una bellezza! Ora torniamo, vero? Che bella serata! La coppia si allontanava, risaliva alla villa at¬traverso il bosco. Era questa la scena che mimava e descriveva alla perfezione il piccolo André de Gisors. Fly, per le signore, e vi infondeva un tale vigore, vi appor¬tava una convinzione così profonda, un umorismo così coinvolgente, che era una gioia e una fortuna insperata assistere alle smorfie di Fly mentre reci¬tava i propositi tragici della principessa Dostéwia¬noff e di M. Bonneau, il precettore. Si rallegravano di averlo a cena al cabaret in un salottino riservato, per fargli descrivere la scena nei particolari. Fly vedeva piovere gli inviti. Quella sera interveniva davanti alla marchesa de Croix-Nymène e alla baronessina de Mondre¬court, le due donne eleganti della stagione. Era stato il conte Germont, Germont Champagne, a promettere a quelle signore Fly e le sue imitazioni. Le due giovani donne erano sul punto di morire nel sentire Fly e le sue chiacchiere. Dovevano essere solo in quattro, ma Germont non aveva potuto fare a meno di portare Lili Mangetout, del teatro dei Mathurins e del Grand-Guignol, che quelle don¬ne desideravano conoscere, e Lili Mangetout ave¬va portato il pingue Danval, il suo amante. Non usciva senza di lui. Fly aveva appena finito il suo numero in uno scroscio di applausi. - Peccato che la principessa non abbia una figlia! - concludeva il pingue Danval. - Il Bonneau la avrebbe sposata e ciò avrebbe risolto il problema. I veri matrimoni d'amore non si fanno altrimenti.

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