lunedì 27 maggio 2024

RACCONTI RARI ITALIANI

Racconti Rari Italiani Terzo occhio Poker in 4 Troppe corna Vecchio amico Jerry Sale della strega Elemento Q 4 Il quadro della follia Avventura in treno La mano mozzata Il cristallo maledetto Il pozzo misterioso Colui che non ti aspetti Il dottor nero Le pallottole non lo uccidevano Io sono il pazzo che sa Verrà il plenilunio Ritratto del morto Il segreto del cadavere Terrore di st. Pierre I due volti del male Uscito in 8 puntate su Terrore, mensile tascabile della Editrice Sansoni, dal giugno 1962 fino a Gennaio 1963. Un piccolo gioiello di atmosfera, stile e trama. Autore completamente sconosciuto, forse pseudonimo; il suo nome comunque non è rintracciabile nei dizionari degli scrittori dell’orrore. DOROTHY ST. CROSS IL TERZO OCCHIO DI SATANAEL D'improvviso il sole si spense, nel cielo, e il freddo calò sulla terra. Col buio glaciale e terrificante. Alcuni lampi furiosi squarciarono l'aria, ma nel cielo (che solo pochi attimi prima era limpido) non s'erano addensate le nubi. La lingua di fuoco strepitò ancora e guizzò alta, quasi a squarciare la tenebra improvvisa. Un grido si alzò dalla folla muta. « Dalle la vita, Satana, dalle la vita! ... ». Disse la voce tenebrosa e la folla fremette... Una risata glaciale partì dalla lingua di fuoco, dal rogo eretto dal popolo a Welda, la donna maledetta. Poi il fuoco si spense. Le catene si spezzarono e le braccia della strega si alza¬rono al cielo. « Maledetti! Maledetti!, gridò Welda; il mio Signore vi distruggerà... ». La folla era atterrita: le donne s'erano gettate a terra, strappandosi i capelli e urlando... Mentre gli uomini fuggivano, cercando di trascinarle. Ma esse parevano attaccate a quella terra, che le recla-mava... « Maledetto! >>, gridò Welda agli occhi glaciali di Tho¬mas Ravel, l'inquisitore. Ma Thomas assisteva immobile alla scena. I suoi occhi freddi non parlavano, nè potevano dire più della loro sete di sangue, della loro bramosia di cieca, ter¬ribile giustizia... Quante streghe avevano salito il rogo dell’inquisitore Thomas Ravel? Duemila?... Tremila?... Non lo sapeva. Ma quante erano state, tante erano anche le terribili maledizioni a lui, a Thomas Ravel. Il fuoco aveva sempre fatto tacere le grida... La morte aveva sempre detto 1'ultima parola. Ma il cielo non si era mai oscurato, nè le catene s'erano spezzate... ...nè il fuoco s'era spento... Nè la vita, il trionfo del male, aveva detto l'ultima parola. Una maledizione che era anche una sfida. Welda, la sua ultima vittima, era incolume. E la minaccia terribile dei suoi occhi, e delle sue mani protese, giungeva a lui... Thomas Ravel alzò la mano destra e disegnò nell'aria un segno di croce. Si udì una risata terribile, ancor più lacerante... E Thomas Rave1 cadde al suolo. Mentre il cielo tornava sereno. ***** ********* ******** Era un nuovo giorno. Sulla piazza, miste alla fan¬ghiglia che la pioggia vi aveva depositato nella notte, le rimanenze dei tizzoni e della cenere. II rogo era tutto consumato lì... Thomas Ravel aprì con violenza le persiane e si fece alla finestra. Le strade erano semideserte, le porte e le finestre erano serrate. Il silenzio stava passando per la piazza. L'occhio di Thomas Ravel fu al centro della piazza, sul groviglio di cenere e fango. Cercò di rammentare. Si portò le mani alle tem¬pie e cercò in se stesso. Poi, con gli occhi sbarrati, rammentò. Trattenne a forza un grido di terrore. Non poteva essere:.. Non poteva credere... Sentì le tempie bat¬tergli forte, con impeto... ******** *************** **** S'avvolse nel mantello e scese. Incontrò il mag¬giordomo sulle scale. - Che è accaduto ieri, Otto?... Che è accaduto...? Il maggiordomo lo guardava esterefatto. In tanti anni, tantissimi anni, non aveva mai visto il suo si¬gnore, l'inquisitore Thomas Ravel, tanto sconvolto. - …Siete svenuto, monsignore... E i domestici vi hanno portato al palazzo… - Sono svenuto, sì... Ma... cosa è accaduto... prima... - Prima, monsignore, - il vecchio maggiordo¬mo teneva la testa abbassata; - non è accaduto nulla di particolare... C'è stata l'esecuzione di quella stre¬ga e... - E cosa è accaduto? - Nulla, monsignore. Il fuoco ha fatto giustizia, come sempre. Solo che voi siete improvvisamente svenuto... Thomas Ravel lo fissava. Poi, con uno scatto improvviso, lo colpì al volto, violentemente. - Cane, tu menti! gridò, e si precipitò giù per la scalinata, con tanta furia che per poco non cadde. Alle sue spalle, quasi echeggianti il ritmo dei suoi passi furiosi, si ripercuotevano i tonfi del corpo di Otto che esanime precipitava. Fuori era freddo, del freddo proprio di un cielo sereno ma distaccato, lontano dall'ansia degli uomini. Thomas Ravel si precipitò al centro della piazza. Schiacciò col calcagno i tizzoni spenti del rogo e si guardò attorno, con furia. - Strega maledetta, imprecò, maledetta Welda, dove sei?... Vieni, vieni e mostrati, se hai coraggio, figlia di Satana! Le sue grida si ripercossero fredde sui muri grigi delle case basse che limitavano la piazza. Si udì un profondo boato, e le grida dell'inquisi¬tore furono coperte... Nessuno era attorno. E nessuno vide. . Ma Thomas Ravel al suolo, morto. Indubbia¬mente morto. ***** **** ***** Gli avvenimenti sono precipitati, e il ricordo di Welda, la strega salita al rogo di Thomas Ravel, l’inquisitore, è confuso nel tempo, nei due secoli che da allora sono trascorsi. La brulla provincia di Normandia mostra le sue ossa, nelle pietre secolari che affiorano dal terreno arso, su cui cresce aspra la vite, dalla quale i conta¬dini traggono ragione di lavoro e di vita. Gli anziani hanno scolpito nella mente la tradizione che i loro padri gli hanno tramandato, ma non parlano facil¬mente delle – cose- che essi solo conoscono e che hanno timore di narrare agli stessi figli. Ma nella triste e brulla provincia di Normandia, al centro di una vasta rada piantata a viti, c'è una piccola città morta. Con dimore antiche di secoli, dimore tetre, abbandonate. Case patrizie accanto a dimore plebee. ******* ******** ******* Quando giunsi a X. stava calando la sera. Avevo l'indirizzo di mio cugino, che vi gestiva l'unica lo¬canda-albergo. Per la verità un così lungo viaggio in provincia non mi entusiasmava, sia perchè il lavoro s'era accumulato sul mio tavolo, sia perchè non po¬teva in nessun caso trattarsi di un viaggio, di piacere. La morte improvvisa di mio zio, avvenuta in uno strano incidente stradale, (oltre ad avermi occu¬pato moltissimo nelle brighe legali dell'indennizzo assicurativo) mi costringeva ora a prendere contatto con questo mio unico cugino, in Normandia, per l'accomodamento delle pratiche ereditarie, che ci spettavano completamente e per evitare a qualche avvocato in vena di spennare, un improvviso inte¬ressamento a qualcosa che non risultava forse chiaro, soprattutto negli immediati e del tutto straordinari interessi comuni di cugini che non si conoscevano. Non che mi interessasse molto la mia fetta di eredità (si trattava di terra e la terra, ben si sa, se non può servire a sfruttamento in campo edilizio, al giorno d'oggi non può meritare troppa considera¬zione) ma tenevo a che il mio nome, che era il nome di mio zio e di mio cugino, non venisse turpamente coinvolto in eventuali manovre speculative. ****** ****** ******** Fu così che giunsi a X. che stava calando la sera. Non mi fu difficile rintracciare la locanda e vi giunsi con la sola indicazione di un curioso sfaccen¬dato, che incontrai, sdraiato nel bel mezzo della car¬reggiata a sassi, all'ingresso della cittadina. « Il Signor Ravel? - disse -; non dovete andare lontano, amico: il suo albergo è l'unico, in paese. Ve lo troverete di fronte, non appena sarete nella piazza. Proseguite tosto, in quella direzione. E buona fortuna... ». « Buona fortuna a voi, signore... ». Dissi. Ma il mio consigliere non era più lì. La strada era deserta. E non c'era anima viva. D'intorno era brullo e l'occhio poteva spaziare sino all'orizzonte, da una parte, e dall'altra sino alle ancora lontane case della cittadina. II mio interlocutore era svanito. Scossi la testa e imprecai al gin, che avevo sorseg¬giato abbondantemente, nel lungo cammino, sulla mia Ford di modello antiquato. E mi convinsi che avevo sognato. , Anche se poco dopo, seguendo le indicazioni del « sogno », mi ritrovai in una larga piazza, deserta e fangosa. Al mio cospetto s'alzava, attaccata con ferri a una vecchia abitazione, una targa: « Locanda della Strega ». ******* ********* ******* E poi quell'uomo uscì e si fece innanzi. Pareva l'antro dell'inferno, quell'uscio di legno intarsiato, troppo bello e troppo raro per una modesta locanda di campagna. - Buongiorno, dissi. - Buongiorno. Mi chiamano Sebastian Ravel, sono il padrone della locanda. - Felice di conoscervi, Sebastian. Io sono Tho¬mas Ravel, vostro cugino. - Thomas? L'espressione buia che gli solcò il volto, per un attimo, mi colpì. - Sì, Thomas, vostro cugino. Tacque ancora. - Che siete venuto a fare, azzardò con una do¬manda troppo impacciata; che siete venuto a fare, cugino? Indubbiamente l'accoglienza non era delle migliori. - Innanzitutto, dissi, vorrei un poco ristorarmi del lungo viaggio e pensavo che la vostra locanda potesse accogliermi... - Che siete venuto a fare? Ora la sua voce era dura, ostile. - Cugino, io... Con la grossa mano alzata spazzò il vento, Se¬bastian, in un segno di collera. - Io non ho cugini, quando questi si chiamano Thomas Ravel... Che siete venuto a fare? - Non comprendo la vostra ostilità, io... Sono venuto per la morte dello zio, per la questione della eredità. - Non voglio sapere nulla, signore: potete vol¬tare e rifare tranquillamente la vostra strada. Vostro zio non era mio zio. Io non ho più nulla da spartire con i Ravel, razza maledetta... - Come osate? - Come osate voi presentarvi qui: in questa terra che i Ravel hanno distrutto, presso questa gente che vi odia, anche se ha accolto me non come un Ravel, ma come uno di loro... Andate, e il più lontano possibile, signore. Il nome dei Ravel non è gradito da queste parti. E tantomeno un Thomas Ravel. E’ stato vostro zio a imporvi quel nome?... Non attese una risposta. - È stato lui. E ora le sue ossa sono nido delle serpi. Andatevene, razza maledetta... Lo guardai insistentemente, sbalordito. - Voi siete pazzo, cugino. E io non so che di¬ciate... Vi basti che non raccolgo le vostre offese perchè non posso considerarle... Siete pazzo. Sul suo volto restava insistente quell'ombra. E mi parve che avesse qualcosa di terrificante. Forse veramente quell' uomo che io consideravo cu¬gino ma che aveva così barbaramente ripudiato la mia famiglia, nascondeva qualcosa. — Non so, ripresi, più calmo, perchè l'abbiate tanto con me e con la mia famiglia, cugino (debbo chiamarvi così nonostante tutto) ma vorrei rassicu¬rarvi circa le mie intenzioni. Io non sono venuto a farvi del male e voglio anche rispettare le vostre opi¬nioni, per quanto possano essere offensive per me e il povero zio... - - Il povero zio... - rise di una risata isterica, cattiva; - il povero zio: quel vampiro!... ******* ******** ******* Un vampiro!... Cose dell'altro inondo. E mio cugino diceva così di mio zio, un uomo riservato, è vero, parsimonioso, è altrettanto vero, ma non certo... Eppure, poche ore dopo, nel camminare pen¬soso, lungo una strada polverosa e scarna, delimitata da siepi assetate, per quella contrada che mi era tanto ostile, mi convinsi che l'affermazione di mio curino intendeva nascondere qualcosa. E che le sue parole non potevano essere solo dettate da un vecchio ran¬core verso lo zio e nemmeno celare l'accusa di vampirismo all'umbra d'una diceria che voleva il mio povero congiunto quasi un succhiatore di sangue... Ma nel senso finanziario, della cosa, nè più nè meno di un qualsiasi esattore delle tasse. Stava calando la sera. E certo non potevo dire che bastassero le prime caute ombre a rinvigorire il verde della pianura e nemmeno a ristorare gli alberi strani, soffocati dalla polvere stagnante. Il paese l'avevo lasciato alle mie spalle da un po' di tempo. Non lo scorgevo nemmeno, nel voltarmi, mentre continuavo a camminare con passo indeciso, sempre dritto per quel budello di strada, fino... Beh, non lo sapevo dove stessi andando. E nel camminare mi ritrovai a considerarmi sotto una luce buffa. Io, Thornas Ravel, cacciato da un villanzone di cugino, a perder tempo per quelle strade polverose, mentre la sera stava calando... A perder tempo quando la missione, se missione poteva chiamarsi, era andata in fumo… E quando in città mi attendeva lavoro arretrato di mesi... Le mie considerazioni si bloccarono di colpo. Il sentiero era improvvisamente finito. Troncato come per conseguenza di una frana, mentre il ter¬riccio polveroso si spaccava su di uno strapiombo che dava, paurosamente... Paurosamente: la piccola valle mi colpì per il suo strano aspetto. Terra rossiccia, macerie di rozze abitazioni sei¬centesche, nere per il fumo e il fuoco che avevano dovuto distruggerle... E gli sterpi, arsi e riarsi, asse¬tati... Sotto quella luce che l'ultimo raggio del sole vi faceva precipitare, spaccando in due una improv¬visa nube pesante, che era apparsa in quel momento. Una città morta, distrutta da chissà quanto tempo, e abbandonata al suo destino, sfuggita dagli uomini. Volli scendere dalla spaccatura del sentiero. In¬ciampai più volte, e più volte slittai sul terreno friabile, che si sgretolava. Poi caddi. La terra mi entrò negli abiti, e mi dette fastidio, quasi ripugnanza. Mi girai su me stesso, a terra, e provai come un senso d'angoscia. Poi guardai là, in quel punto, là, dove... Sì, era lui, lo stesso viaggiatore... Quello che avevo incontrato e che sorrideva, che mi aveva indi¬cato il paese, poche ore prima... E che era svanito... - Dovevate venire qui, disse la sua voce che non era la voce di prima. - Dovevate venire qui, Thoma Ravel, ripeté. E' una legge inesorabile, quella del sangue, Satanael chiama le sue vittime e i suoi schiavi… Ed essi deb¬bono correre.... La strada è lunga, lo so, e lo sa anche lui, una strada di secoli, che viene percorsa nelle vene più che per i sentieri... Una strada che si chiama sangue... Una strada che porta a un solo luogo... Una risata terribile e notai come il suo volto fosse contratto, demoniaco. - Dovevate venire qui, riprese, dovevate venire all'appuntamento con Welda, Thomas Ravel... Lo sapete, aggiunse dopo un attimo di sospensione, lo sapete, se siete venuto qui, che lei non è morta... Lo sapete! ***** ******** ********** Nessuno. L'immagine era svanita... Mentre l'eco di quelle parole terribili pesava ancora nell'aria. Guardai da quella parte, dove l'immagine si era formata per poi dissolversi nel nulla... Uno strano sentore, una nebbia leggera, rada. Mi avvicinai. Una strana colonna do¬rica, strana per quell'ambiente, forse in quel posto da secoli, ma forse impiantatavi da poco... Non recava tracce di fuoco... Era mozza e splendida, come l'arto d'un sublime poeta, spezzato dalla troppa forza dell’ingegno. E, sì, accanto a quella colonna... Sì, potevo toccarlo e palparlo, un velo di seta, lievissimo. **** ******** ******* Pochi sprazzi di rosso sangue, nel cielo lavato, poi il tuono. La notte e la tempesta si sposavano, e il buio, pesante, cominciava a cadere. A cadere fisicamente, come per toccarmi e per avvolgermi nella sua pesante e opprimente coltre di terrore, in quell'atmosfera allu¬cinante, che mi opprimeva sempre più e che, nel suo incomprensibile mistero, andava schiarendo alla mia mente il segreto di una antica responsabilità che ora sentivo. Thomas Ravel, il mio nome... Mio cugino mi ave¬va detto maledetto per razza maledetta... Aveva detto vampiro di mio zio e ora... Ora il viaggiatore era tor¬nato, per dissolversi, e per rammentarmi un appunta¬rne che ignoravo... « Dovevate venire qui, dovevate venire all'appun¬tamento con Welda, Thomas Ravel... Lo sapete, lo sapete, se siete venuto qui, che lei non è morta... Lo sapete! ». Welda... Un nome non nuovo, ma senza volto. Un none che già avevo udito, con certa apprensione nella voce, dalle labbra di mio zio... Welda, la strega! « Sì, la strega! ». Quella voce. Quella voce dal buio. Rabbrividii. Quella voce veniva di là, dalla tempesta e dalla notte. Un lampo: e la terribile scena si rischiarò, mostrando le grinze di quel vecchio volto macerato di vecchia. Un volto senza corpo, con l'odio fissato negli occhi gialli, incavati nel buio delle pieghe cadenti, con l’urlo lacerante impresso nelle pieghe contratte della bocca... « Sono io, Welda, Thomas Ravel... Sono passati trecento anni... Non mi riconosci? ». ++++++ Ogni romanzo di Max Dave è raro e ricercatissimo dai collezionisti. Ma i racconti di questo grande scrittore, sono addirittura introvabili. Apparso in appendice sul mensile numero 1 dei Racconti di Dracula, Prima Serie, editore ERP Dicembre 1959. Come in ogni suo scritto, Max Dave si riconosce per originalità, tensione e stile. POKER IN QUATTRO di pino Belli Ci trovavamo tutte le sere intorno al tavolo illu¬minato, al centro, dalla luce lattea della lampada. Essi entravano quasi senza nè salutarmi, nè rivolgermi frasi cortesi. Effettivamente non ce n'era bisogno. Noi ci vedevamo soltanto per giocare a poker e ciò durava sino al mattino all'alba, ogni notte. Non ho mai saputo i nomi dei miei compagni tranne i piccoli nomignoli che nascono intorno ai tavoli da gioco: Mano d'oro, Cip, Piatto Doppio. Se debbo dire il vero non conoscevo nemmeno bene le loro fisionomie perché, quando entravano, la stanza era già nella penombra con l'unica macchia abbaci¬nante al centro, diretta sul tavolo verde, e quando se¬devano la banda d'ombra del paralume nascondeva i loro volti sino al mento. Era consuetudine di mesi, ormai. Essi giungevano, picchiavano con moderazione alla porta ed entravano in silenzio in fila indiana: prima Piatto Doppio, grosso e tarchiato, poi lo scheletrico Cip e quindi il gobbetto Mano d'Oro. L'unico a dire qualcosa, e ciò non accadeva mai tanto spesso, era Piatto Doppio che brontolava: SERA, e si metteva a sedere al suo solito posto. Gli altri lo imitavano e solo una volta Cip disse: --- Giochiamo anche la notte di Natale, bella roba. Mano d'Oro sogghignò. Poi cominciavamo a distribuire le carte e il gioco prendeva man mano il suo ritmo e la sua tensione. Era ormai tanto tempo che giocavamo insieme che si può dire nessuno vincesse nè perdesse. Le forze erano equilibrate; ognuno sfoggiava il suo carattere di giuoco. II fumo delle sigarette, perchè tutti fumavamo in gran copia, si addensava sotto il paralume e, dopo po¬chi minuti, ci vedevamo attraverso una nebbia azzur¬rina come se fossimo immersi in un acquario. Poi all'alba Mano D'Oro diceva: giro fisso. Facevamo le ultime puntate rischiose, quindi i conti; ognuno pagava e i tre, in fila indiana, così co¬me erano entrati, se ne andavano. Piatto Doppio, dalla soglia, brontolava, senza vol¬tarsi: GIORNO. La porta si chiudeva con garbo alle loro spalle. Ma una sera non vennero. Il fatto che ciò fosse accaduto dopo tanto tempo, mi mise in subbuglio. Sa¬pevo che erano di una puntualità cronometrica e già un ritardo di dieci minuti mi doveva convincere che non sarebbero più venuti. Invece attesi tutta la notte. Prima camminai avanti e indietro nervosamente. Poi sedetti al tavolo iniziando un interminabile soli¬tario. Ogni tanto tendevo l'orecchio a spiare i rumori per le scale. Il fruscio di un gatto o il picchiare lieve del vento contro le imposte mi faceva sobbalzare e spin¬gere, ancora con maggiore tensione, i miei nervi fuori della stanza. II vento fresco dell'alba, che agitava le tende della finestra, mi spinse verso la camera da letto. Mi gettai così vestito, abbattuto da un'amarezza senza confini, sul materasso e dormii. Solo più tardi compresi perché essi non erano venuti. Il giorno prima un Pastore Battista aveva preso in affitto l’appartamento sotto al mio e, prima di entrare in casa, aveva asperso davanti al portoncino, con una breve preghiera, dell’acqua benedetta. Essi non sarebbero più venuti. I loro spiriti maledetti avrebbero vagato in altri luoghi, meno santi, alla ricerca di un tavolo di poker dove ci fosse solamente il quarto. Un altro racconto breve di Max Dave: un’altra rarità! Apparso in 2 puntate sui numeri 1 e 2 dei Racconti di Dracula Prima Serie, dicembre 1959 e gennaio 1960. Con pochi semplici elementi, questo scrittore ci fa correre brividi lungo la schiena. TROPPE CORNA IN QUESTO AFFARE di Pino Belli Terenzio era spagnolo, almeno così diceva, ed ogni qual volta mi fermava, sbarrandomi la strada all'an¬golo del Palazzo della Prefettura, si sbracciava ed agi¬tava, testa, mani e corpo, per avvalorare le sue dichia¬razioni di nazionalità. Sul principio, per quanto co¬stui intercalasse varie parole di castigliano di cui conoscevo il senso, ero convinto fosse Italiano e Abruz¬zese per giunta. Cosa facesse, di preciso non lo sapevo. Mi era comparso una sera, all'improvviso, davanti, mentre me ne tornavo a casa dopo aver lasciato l'Uf¬ficio. - Signore gradisce un corno della fortuna? Ero sopra pensiero e mi fermai non a guardare i corni, perché questi oggetti non mi interessavano, ma con l'occhio vuoto attratto dal colore rosso. Poi mi ero riscosso ed avevo detto: - Lasciatemi in pace buon uomo - o qualcosa del genere o, forse di più brusco e stizzito. Terenzio parve colpito dal mio modo di fare e scappò via giù per il vicolo, con tale furia che mi voltai incuriosito. Così, la sera seguente, quando me lo vidi nuova¬mente di fronte all'angolo del tetro palazzo, mi fer¬mai. In un certo senso ero dispiaciuto di averlo spaventato a quel modo. Ma Terenzio, non sembrava por¬tarmi alcun rancore, anzi, man mano la mia benevo¬lenza aumentava, nel vedermelo ogni sera davanti, piovesse o nevicasse o tirasse una fredda aria da tagliar la pelle, egli diventava sempre più insistente e pe¬tulante. Non so quanti corni di varie dimensioni, persino dorati, comprai da lui. Ed ogni volta che uscivo dal mio ufficio, perché spesso facevo tardi la sera, me lo ritrovavo di fronte sempre più intraprendente ed audace. Una sera non potei fare a meno di dirgli: -- Terenzio stai esagerando; non devi abusare della mia pazienza. - E' quello che desidero signore. - Come sarebbe a dire, Terenzio? - Desidero che voi perdiate la pazienza. Lo guardai e lui, con un grande sorriso, che gli allargava la faccia olivastra, mi faceva ciondolare da¬vanti agli occhi il mazzo pendulo, il grappolo, dei corni rossi. Alzai le spalle. Me ne andai con un senso di ran¬core. Poi tutto accadde qualche giorno dopo la notte della vigilia di Natale. Ero fuori di me perché il mio direttore generale, per un banale incidente di archivio, mi aveva tratte¬nuto fino a tardi ed a casa mi attendevano i miei per la cena. Terenzio era fuori. Uno spolverio di neve sottile rendeva l'aria silenziosa e attenta. - Buona sera signore. - Vattene Terenzio, ho fretta. Mi sbarrava il passo petulante più del solito ed agitava le braccia lunghe e nere sulla controluce del lampione. - Vattene, ho fretta. -- Avete fatto tardi signore, questa sera. Vorrei mostrarvi... Ero fuori di me, cercai di avanzare ma lui muoveva le braccia come un grande fantoccio scosso da sussulti. -Ascoltate signore. -Vattene, maledetto. Mi fermai di colpo. Non potevo credere alla mia ira, alle mie parole. Mi volsi lentamente a Terenzio, quasi a chiedere scusa; ma lui con un beato sorriso, inchinandosi davanti a me con autentica aria da ca¬stigliano disse: - Grazie signore. Da quando mi avevate chiamato buon uomo, nessuno più mi voleva nel mio mondo. Secondo gli altri (e qui rise) ero diventato un demonio di seconda mano, troppo onesto. - Grazie signore; buon Natale. E facendo ciondolare lungo il fianco il grappolo dei corni rossi si avviò giù per la strada e scomparve. ++++++ Apparso sul numero 2 della mitica collana Terrore Sansoni, mensile, luglio 1962. E’ un racconto dallo stile ironico e tagliente, come le lame impiegate nella storia che state per leggere. IL VECCHIO AMICO JERRY di PETER C. ARNOLD Quello era il luogo ideale per un delitto. E anche per una bella scampagnata domenicale, come si usa oggigiorno; molti possono permettersi una gita in car¬rozza, anche le famiglie tutt’altro che nobili. Se ne vedono a dozzine, per queste strade quasi dimenticate, nei giorni festivi, carrozze che appar¬tenevano un tempo a nobili oggi decaduti e il cui denaro e le cui proprietà hanno cambiato tasca, per trasferirsi in quelle di politicanti avventurieri o neo – ricchi, commercianti o anche piccoli negozianti. Non c'è che dire, i tempi sono cambiati, e la visita a un castello è oggi prerogativa di molti. E' facile notare maggiordomi di vecchio stampo abbassarsi ad allungare la mano al visitatore foruncoloso, che un tempo avevano il compito di cacciare, anzi, di far cacciare dagli stallieri, a pedate giù per il sentiero. La mia famiglia, in tanto disordine sociale e in tanta confusione di privilegi e di distribuzione delle cariche e degli onori, ha saputo mantenere, per grazia di Dio, un certo considerevole distacco da questa mar¬maglia di pirati della nobiltà. E non sarà mai detto che i Duchi di Homoshire debbano seggere a tavola con villani rifatti o con stallieri arricchiti. Anche se i tempi sono cambiati - e mai la storia dei costumi conoscerà 1'ollotalio di tanta promiscuità indigesta - i Duchi di Homoshire, me compreso, non sono cambiati e, statene certi, non cambieranno mai. *** ******* ****** Vorrei sentirle le grasse risate di Jerry, il fantasma di famiglia, che degnamente è ospite del nostro castello dai tempi fastosi della corte del Galles e delle gesta encomiabili dei briganti della foresta che, a un dato momento, seppero, nel loro grezzo spirito, ricon¬ciliare la saggezza dell'amor patrio e della divinità regale, tanto da scagliarsi contro i nemici della corona e di offrire ai nobili e a Sua Maestà Serenissima un trono tanto glorioso quanto minacciato per la sua assenza. Vorrei sentire le grasse risate del Duca Jerry, mor¬to precipitando nel pozzo delle spade da lui stesso costruito... ! Vorrei sentirle, se i Duchi di Homoshire sedessero alla mensa di briganti e di stallieri, o magari concer¬tassero, con meschinità e disonore, un matrimonio tra una delle loro figlie e un arricchito avventuriero della costa, solo per risanare i forzieri che il tempo e la decadenza hanno voluto copiosamente vuotare... Il nostro castello, terribile nella sua possenza, tetro ma pur tanto affascinante e munito di ogni necessaria e superflua comodità, ha oggi asciutto il canale che lo circonda. Il ponte levatoio è stato tolto, per volontà del povero mio padre, e a1 suo posto un ponte largo e in pietre, concede il passaggio sia ai villani del feu¬do che alle carrozze degli amici e dei nemici. Perchè anche i nemici sono bene accolti - almeno, accolti senza timore - nel castello dei Duchi di Homoshire... Un tempo i nemici accorrevano in armi, assedia¬vano e apprestavano le torri, mentre entro le mura si alzava acre l’odore dell’olio bollente, e della pece. E correva sangue, allora, tra nemici e nemici. Oggi è più facile che corra sangue tra amici e amici. Perchè tra amici, con grande sprezzo e con conservazione dei rapporti di cordialità e di interesse, si usa ancora, in abbondanza, sfidarsi a duello: duelli che fanno scorrere sangue sì, ma che difficilmente lasciano cadaveri sul terreno. Mentre tra nemici la lotta si fa di molto meno cruenta. Per nulla cruenta, anzi! I nemici arrivano con le loro carrozze, sorridenti. lo sono ad accoglierli, sorridente come loro. E' uno scambio d'inchini, un affinarsi di grazie e di complimenti. Poi si cena assieme - meglio seggere a mensa coi nemici che coi villani rifatti - e si parla, mentre il maggiordomo e i domestici apprestano le stanze e gli appartamenti loro riservati. **** ******** ******* E qui comincia la guerra, affatto cruenta, ma pe¬ricolosa, e parecchio, tra nemici e nemici. La guerra del pettegolezzo e delle protezioni, del nepotismo e dei favoritismi, che mina la nostra sana società e squarcia, nella lotta tra nobili, larghe ferite che permettono agli avvoltoi e agli sciacalli della borghesia facili prede e facili ambizioni di conquista e di ascesa nel nostro ambiente. ****** **** ******* lo e il conte di Abeesher – che eravamo cresciuti assieme, giovinetti nel castello, con gli stessi maestri d’arte, allievi nell'Accademia reale, spericolati cava¬lieri nelle partite di caccia alla volpe - siamo piut¬tosto coalizzati. Coalizzati in una unica fortissima corazza preposta ai colpi della malignità dei nobili nostri Pari e della Corte, che disertiamo con sommo piacere, preferendovi i convegni organizzati nei no¬stri castelli, con la partecipazione delle scomunicate ballerine del « Opel Hall », che si accontentano, senza maggiori pretese o ambizioni, della nostra compagnia non del tutto spregevole e dei nostri ormai pochi denari. ******** ******* ******* Fu discutendo, quella sera, mentre quel buon¬tempone del fantasma Jerry (Duca Jerry Homoshire, prego) stava rovesciando candelabri e armature nella stanza chiusa del castello (quella che dalla sua morte gli è stata riservata, con molta abbondanza di cimeli, proprio come lui la desiderava in vita ...), discutendo con Phil Abeesher, che nacque l'idea. - Si, non mi spiacerebbe... L'ho visto, quello zotico. E' tronfio e pretenzioso. E' piuttosto sicuro di se, no?, come se tu... - Si, esattamente, come se io gli dovessi qualcosa. Gli debbo qualcosa, infatti, e una cifra piuttosto rile¬vante, mio buon Phil. Come ne dobbiamo tutti, oggi¬giorno, chi più e chi più ancora, noi nobili, a qualche villanzone cui abbiamo concesso il privilegio d'acco¬gliere qualche manciata di sterline... Phil rise in sordina. E mi fissò: -Così quel villano si è presentato a scuotere. A pretendere la sua sporca manciata di monete, no? -Si. Le vuole tutte. Una sull'altra, fino all'ul¬tima ; e anche gli scellini e i penny. -E tu? -Io sono fuori di me. Non lo dò a vedere, perché non mi é concesso dal mio rango, ma dentro... Dentro so io cosa ho provato. « Sono venuto per quel suo piccolo debito, signor Duca. Le necessità mi stringono, signor Duca ». Sempre le necessità, per questi villani. « Che debito? Di che andate cianciando, voi? ». S'è fatto umile e dimesso. « Di quelle trecento sterline con vossignoria... ». Gli ho riso in faccia, sprezzante. « Oh! Che sbadato ( ho quasi gridato, piuttosto con¬vincente ) quelle trecento luride sterline... Embè? ». « Embé, vossignoria, ne avrei urgente necessità, perché mia figlia Catherina (ha calcato su quella th postic¬cia) ha da ultimare il corredo, confidando negli occhi e nell'interesse di qualche grazioso signore ». Capito, Phíl, la villana Catherina farebbe a meno delle trecento luride sterline. Le porterebbe in dote, agli occhi e all'interesse di qualche grazioso signore ». - E allora, carissimo? - Allora? Sprezzante gli ho risposto che simili sciocchezze mi infastidivano e che passasse pure a riti¬rare i suoi denari, fra due giorni, dal mio maggiordomo. - E il maggiordomo ha i denari? - Il maggiordomo, poveraccio... Da mesi non ritira il salario. E' un tradizionalista, per fortuna. E non osa chiedere. Anzi, quasi mi compiaccio ritenere che non voglia; ansioso, pari di noi (pari nell’intento, belle inteso, carissimo... ) di ristabilire le distanze tra noi nobili e loro plebei... Non si usava, or sono meno di cent'anni, passare salari a maggiordomi e servi, caro Phil, tu ben lo sai! Ma i domestici pare preferiscano, in gran parte, la vita fuori del castello, per loro di molto più dispendiosa, ma reclamata dalle loro donnine risorte e ambiziose. Non ho una ster¬lina, insomma, Phil carissimo. Non una sterlina e neppure un penny. Il qual difetto mi infastidisce alquanto, perché gli armigeri e i dignitari di Sua Maestà hanno da tempo perso il senso dell'onore. E sarebbero capaci di valutare maggiore l'interesso dello zotico che il mio. E giungere al castello a pignorare. La plebe avanza, Phil carissimo, e bisognerebbe porvi qualche rimedio. L'idea che ti ho esposta sarebbe delle migliori, se tu volessi degnarti, per accondiscendermi quale amico, di scendere a trattare con simile ple¬baglia. - La cosa mi sorride, carissimo. Perchè una lezione ben la meritano, lo zotico e sua figlia Catherina. ****** ******* ****** La carrozza splendente di Phil Abeesler, conte serenissimo e mio ottimo amico e vicino, fermò cigo¬lando dinnanzi alla casa in Drummond Street. Un servo di servi di casa Daal (mio vilissimo cre¬ditore) fu al portone e si inchinò al cocchiere, servo di nobili, il quale annunciò la visita di cortesia del conte di Abeesher al “ nobile” Thomas Daal. Il servo di servi si sentì orgoglioso e non fece in tempo ad avvisare il suo “signore” che già questi si era precipitato sin giù dalle scale e, per l’emozione e per l’invidia che suscitava nei neo- ricchi suoi vicini e concorrenti, giunse a baciare le mani del Cocchiere servo di nobili e quasi anche al maggiordomo, servo di servi. Il mio buon amico Phil Abeesheer riuscì a tratte¬nere il sorriso che lo premeva e a mantenere un contegno distaccato e di circostanza, sforzato nella cadenza della voce, che si mostrava abilmente deferente; quasi oserei dire, ossequiosa. - Nella mia qualità di caro amico e di lieto messo del nobilissimo e serenissimo Duca Homoshire, sono oltremodo onorato, mio nobile signore, di trasmet¬tervi un suo messaggio di lode e di profonda ammira¬zione, oltre che per voi (come di già ben sapete) per il soavissimo fiore che si appella Catherina e che vostra figlia è, qual bacio di rugiada su di un fiore, alla prima alba del creato. Il vecchio, paonazzo, non capì un sol battito nè un accento del forbito dire del mio ottimo amico e tacque, non sapendo che dire, che articolare, confuso e salito, in un attimo, al settimo cielo. Temeva di poter rispon¬dere a sproposito e fece di tutto, anzi molto più di tutto, per profondersi in inchini e riverenze che non so come poterono fare a non suscitare una clamorosa inopportuna risata del caro Phil, tanto e tanto portato alla ilarità e allo scherno. - Ho quindi l'altissimo onore, nobile signor Daal, di porgervi il caldo invito del mio caro amico, il nobile Duca dì Homoshire, a che voi vi degnate, con la vostra splendida pupilla Catherina, d'essere suoi ospiti graditi al castello, per una cena cui io stesso come amico conciliante, vorrò essere presente; il nobile Duca sarà ben lieto, inoltre, di 'ospitarvi nell’appartamento degli ospiti per questa notte, affinché gli sia dato modo, modo gradito, di approfondire una conoscenza cui egli tiene particolarmente e che desidera coltivare al fine di giungere a eventuali accordi soddisfacenti per ambedue le casate. Altro, continuo ed estenuante profondersi di in¬chini e di ossequi del villano che accettò così l'invito. L'invito offertogli da quel buontempone di Jerry (Duca Jerry Homoshire), degno fantasma del castello di famiglia. ******** ***** **** -- Jerry, indubbiamente, ha fatto un bel lavoro... un ottimo lavoro, caro amico. I cadaveri sgozzati di Thomas Daal e di sua figlia Catherina giacevano sorridenti in quel lago di sangue, in cui pareva fossero annegati. Phil era d'"accordo. Lo scherzo era pienamente riuscito... **** ******* ******** Le carceri di Sua Maestà sono accoglienti, in gene¬re, e anche confortevoli, per la plebaglia. Non possiamo dire altrettanto per un nobile di Homoshire. I tempi cambiano, è vero, dobbiamo ammetterlo. E cambiano in peggio. Tra ventiquattrore, anzi, meno ventiquattrore, sarò impiccato. Da un pezzente di boia. Ciò che mi scoccia è di non avere figli. Di lasciare il mio caro castello in mano a chissà quale commissione che permetterà alle comitive e alle carrozze lunghe gite domenicali nelle mie pro¬prietà. Di lasciare che le cose continuino a depra¬varsi, che la plebe rimonti le secolari distanze. ****** ***** **** La mia cella è spaziosa; anche arieggiata. Dalla finestra, graziosamente scalfita dal tempo, con le sbarre arrugginite, vedo la mia forca. La forca che Sua Maestà ha innalzato ai suoi figli migliori, in ossequio ai tempi che corrono e che vol¬gono a favore della plebe… Pazienza... ****** ******* ***** Qualcosa si muove. O è una mia impressione?... No, è lui. Il mio vecchio amico Jerry (Jerry Duca di Homoshire) che mi sorride. - Ci rivedremo presto, caro nipote! - Dici? -Si, caro nipote: ti ho voluto con me. Lo scherzo è riuscito, no? - Riuscitissimo, Jerry. - Bene: la forca ti aspetta. Una morte violenta. Violenta come la mia, carissimo. Saremo in due, a divertirci, nel nostro castello, d'ora in poi. -In due? - Sì, in due, carissimo... Arrivederci. **** ***** ***** Arrivederci. Apparso su Terrore Sansoni N° 2 Luglio 1962. Questo racconto contiene una atmosfera cupa che immerge la campagna al nord della Francia, in un clima di morbose suggestioni. IL SALE DELLA STREGA di STEVE O. CREVIT Per i rari e frettolosi viandanti, piccoli commer¬cianti o contadini, che con i loro camioncini si tro¬vano a dover passare davanti alla fattoria La Maru¬chelle, nelle campagne di Saint Faizent, nel nord della Francia, non c'è nemmeno il tempo di dare un'occhiata a quel casamento triste e lugubre nel¬l'aspetto esteriore. I loro affari permettono forse di vedere il por¬tale, di legno sbrecciato, che resiste ancora alle intem¬perie ed ai venti della pianura. E forse qualcuno, più osservatore e meno concentrato degli altri nelle pro¬prie faccende, riuscirà anche a vedere la pompa del¬l'acqua arrugginita, o il selciato in più punti divelto, o i muri scrostati del piano terreno, sul quale i bam¬bini si erano divertiti a disegnare pupazzetti impos¬sibili, o frasi senza significato. Nessuno, però, se non vi è proprio attratto per un caso fortuito, riesce ad alzare gli occhi fino al primo piano, fino alle finestre consunte dal tempo. Là, lo sguardo si fisserebbe attonito e sbigottito, in¬chiodato come quelle assi messe in croce che sbarrano in qualche modo gli occhi stanchi e tristi delle fine¬stre inutili. Perchè, si chiederebbero forse i più cu¬riosi, hanno sbarrato quelle finestre? Cosa è successo dunque là dentro per proibirne l'ingresso a tutti? For¬se qualche grave pestilenza, qualche morbo infettivo che potrebbe contagiare la. popolazione dell'intera zona? No, a La Maruchelle c'erano le streghe. Anzi, quella che conosciamo noi era una strega, una sola donna spiritata e malefica. Ma sufficiente per man¬dare in rovina una famiglia e per consigliare i conta¬dini a girare al largo da quel luogo sinistro. Pensate, da quattordici anni nessuno é più entrato in quella fattoria. Le poche donne che vi passano da¬vanti, si inginocchiano e si fanno il segno della croce per cacciare il diavolo, o forse per farsi coraggio. Gli uomini, che fingono noncuranza e che si professano assolutamente allergici alla superstizione, trovano però il modo, non visti, di volgere gli occhi altrove e di tentare un segno cabalistico, un qualcosa che possa sconfiggere il malocchio. Il malocchio. Quanti sono in Francia quelli che ancora oggi credono nelle funzioni espiatorie, nelle magie portentose delle vecchie bacucche, nei filtri che esse propinano ai loro creduli clienti, i quali pre¬tendono, dopo essersi sottoposti a questi riti inutili, di sentirsi cambiati internamente e di avere cacciato il diavolo dal corpo. Oggi in Francia, come del resto succederà in chissà quante altre parti del mondo, si crede ancora nelle fattucchiere, nelle streghe, nelle loro magie divina¬torie, nei loro sortilegi maledetti. E appunto per que¬sta credulità, ci sono più vittime del necessario. Per¬ché, pur di compiere quei riti che vengono suggeriti dalle streghe o dai maghi, non si esita ad uccidere, in preda a follia isterica, anche i propri simili. Chi avesse tempo di fermarsi alla fattoria di nonno Pierre, a sette chilometri da La Maruchelle, e volesse bere un boccale di latte appena munto, avrebbe per¬ciò la possibilità di sentire questa storia, affascinante e misteriosa, triste e paurosa allo stesso tempo. La storia vera de La Maruchelle e della sua strega; così, come l'abbiamo sentita noi, in una notte dello scorso inverno, quando ci trovammo a passare da quelle parti maledette, dimenticate da Dio e perfino dagli uomini. Una storia che potrebbe far accapponare la pelle ad una ragazza, ma che lascia allibiti anche gli uomini. La stregoneria e la superstizione, piaghe inestin¬guibili della provincia francese, hanno mietuto là dentro altre due vittime, due innocenti vittime, di nulla colpevoli se non di essersi ribellate ai voleri di una poveretta invasata, posseduta dal demonio e accecata dalle sue stolte credenze. A La Maruchelle abitava la famiglia Guillemaux, composta dal capo famiglia, il vecchio e malandato Guilleme, da sua moglie Ida, una donna che ha lavo¬rato tutta una vita per tirar grandi i due figli, Hen¬riette, la figlia maggiore, stregata e « fatturata », il marito di lei, Robert, un contadino forte e ignorante, il quale stava a contemplare, tutte le sere, la sua don¬na che faceva il gioco delle carte o si metteva davanti a delle immagini strane, quelle che avrebbero dovuto cacciare il demonio da quella casa. C'era poi il fra¬tello minore di Henriette, Paul di diciotto anni, un ragazzotto di campagna perché aveva ancora la mentalità di un bambino, e si divertiva a giocare coi pezzetti di carta quando, la sera, tutti si ritiravano nelle pro¬prie case, davanti al fuoco, a dire le orazioni o a raccontarsi le storie dell'epoca. La guerra era passata anche da quelle abbando¬nate contrade, ma non si era fermata. E non aveva portato distruzione e rovine. Forse è stato un male, perchè quella povera gente non ha avuto modo di capire che la vita, purtroppo, è diversa da quella che conducono loro, chiusa, introversa, fin troppo clau¬strale. Ma Henriette, la figlia squalificata e demente, aveva portato sui congiunti il dominio delle sue cre¬denze, e non ammetteva che qualcuno osasse ribel¬larsi ai suoi voleri. Ogni tanto, quando il tempo si presentava piut¬tosto clemente e le serate si allungavano col tepore della primavera e col caldo afoso dell'estate, veniva a far visita a questa povera gente un vecchio anal¬fabeta, un certo Francois Perriel, che nel circondario aveva fama di mago e di guaritore. Henriette, quando il suo cervello non si appan¬nava nelle elucubrazioni violente delle sue credenze, quando non si lasciava prendere la mano dalle stre¬gonerie che albergavano nel suo forte corpo, era una grande lavoratrice. Lei andava nei campi con gli uo¬mini, lei portava le fascine di legna fin sotto il por¬tico, lei guidava i cavalli nel trasporto del raccolto o i buoi nel tracciare il solco fecondo. Ma aveva il difetto di essere tremendamente superstiziosa. Ogni evento della giornata, bello o brutto che fosse, ogni fatto che poteva accadere nel suo lavoro quotidiano, per lei era legato alla fortuna od al malocchio. Non c'era via di scampo. Tutto quello che succedeva alla fatto¬ria, secondo la sua scarsa intelligenza, era frutto del bene o del male, a seconda che portasse piacere o disperazione. Non aveva mai avuto tempo per pensare all'amo¬re; forse era diventata donna senza accorgersi. Sol¬tanto Robert, il marito, l'aveva vista ed aveva voluto sposarla, così, senza nemmeno volerle bene. Era un giovane solo, senza famiglia, e per lui era stata una fortuna conoscere Henriette. Però, mentre prima le cose andavano abbastanza bene, e si viveva, a La Maruchelle, discretamente, ora i tempi erano cambiati. I raccolti si erano fatti sem¬pre più magri, per colpa della pioggia che non voleva saperne di irrorare quelle terre secche e aride, gli animali deperivano a vista d'occhio, perché il fieno non era più tanto buono come prima e la paglia, a lungo andare, faceva male. Anche la vigna aveva cominciato a dar uva scarsa e con poca gradazione, e i vitelli, quelli che riuscivano a nascere vivi, sembra¬vano scheletriti e non fiorivano come si sarebbe voluto. C'era insomma tutta una situazione di miseria e di disperazione. E in quella situazione, Henriette domi¬nava la scena, con le sue credenze. Un giorno la donna, convinta di trovarsi di fronte ad una maledizione, chissà da chi scagliata, decise di far venire il vecchio guaritore e l'implorò di libe¬rare la casa e tutta la famiglia dal malocchio. Anzi. ella fece il nome di una vicina, una donna di mezza età che abitava a qualche centinaio di metri, in una stamberga, colpevole, secondo lei, di avere imposto sul podere dei Guillemaux, una « fattura ». Il vecchio si fece raccontare minuziosamente i fatti da Henriette, dimostrando, durante il racconto, di concentrarsi in atteggiamenti spiritati; quindi, allor¬chè seppe tutta la storia che travagliava Henriette ed i suoi cari, trasse da una bisaccia lurida e sporca un barattolo, nel quale egli aveva nascosto ben 14 doni di Dio. « In questo barattolo - disse poi con aria tronfia e con occhi sbarrati - troverai una specie di sale rosso. Sarà la tua salvezza, o donna, perché quando avrai bisogno di scacciare il malocchio, non avrai a far altro che distenderlo sulla tavola della cucina, e leccarlo tre volte, dicendo le parole che ti insegnerò. Procura che tutti gli altri membri della tua famiglia seguano il tuo esempio, e vedrai che il demonio sarà allontanato per sempre da queste contrade, e tornerete a vivere come prima, con la benedizione di Dio e senza le prospettive di una terribile carestia, come quella che si sta delineando per voi ». Queste parole, furono come il Vangelo per la po¬vera e ignorante Henriette. Quando il vecchio se ne fu andato, coi suoi stracci e con le sue credenze, ella apparve contenta. Finalmente avrebbe potuto com¬battere ad armi pari col diavolo, finalmente avrebbe potuto vendicarsi sulle manovre della vicina, l'unica colpevole di tutte le sciagure che si andavano accu¬mulando in quella casa. La mattina seguente, quando il sole non era ancora comparso all'orizzonte, e la terra stentava a prendere il suo aspetto naturale, Henriette era già nella stalla per mungere le poche mucche che erano rimaste, e che davano un latte piuttosto scarso. Quando Henriette ebbe finito il suo lavoro, e si attardò a guardare il secchio del latte che aveva messo vicino alla porta della stalla, trasalì e si addossò sbigottita alle pareti. Nel secchio le era apparso il viso sogghignante della vicina di casa, di colei che aveva scagliato la maledizione su La Maruchelle ed i suoi abitanti. Henriette, al col¬mo dell'ira, diede un calcio al secchio, e il latte si sparse sul letame e sulla paglia, compiendo uno strano miscuglio. In preda a grande nervosismo, Henriette si avvicinò al vitellino che era nato tre giorni avanti, per vedere se tutto era in ordine. Sembrava dormisse, invece era morto. Henriette cacciò un urlo, uscì dalla stalla come una forsennata, e, con quanto fiato aveva in gola, si mise a gridare: « Il demonio, il demonio ha ucciso il vitellino! La casa nostra è stregata! Il sale! Dov'è il sale?! ». Come una forsennata piombò nella sua fredda camera, ove il marito e il figlioletto di quattro anni stavano ancora dormendo. Si avvicinò al cassettone e ne trasse il barattolo che il vecchio mago le aveva consegnato qual-che giorno addietro. Guardò quel barattolo con gli occhi sbarrati e se lo strinse al petto, come fosse la sua unica arma di salvezza. Poi obbligò tutti a vestirsi, e li fece scendere in fretta e furia. Bisognava far presto, non c'era tempo da perdere, altrimenti il demonio avrebbe compiuto qualche altro misfatto. Quando tutti furono presenti, Henriette cominciò le sue strane litanie, a base di parole incomprensibili e senza senso. Aveva un aspetto truce quella donna, sembrava veramente posseduta dal demonio. Gli altri, il padre Guilleme, la madre Ida, il fratello Paul assistevano sbigottiti a quel rito pagano, senza osare minimamente di intervenire presso Hen¬riette, dissuadendola dal compiere simili profanazioni. Pian piano, però, con una macabra regia, Hen¬riette riuscì a convincere i familiari della validità di quella strana formula e del magico potere di quel sale rosso che giaceva, sparso, sul tavolo bianco della vecchia cucina. Anch'essi, spinti all'orgasmo dai segni cabalistici della donna, si sentivano convincere, anche se ceravano di nascondere questa loro debolezza la¬sciandosi scappare, di tanto in tanto, un risolino nascosto. Soltanto uno, forse il più intelligente della fami¬glia, rimaneva scettico e dubbioso davanti a quella messa in scena, e seguiva con riluttanza le istruzioni della donna: era Marcel, il fratello minore, il giovane che si divertiva a giocare coi pezzetti di carta, mal¬grado fosse alla vigilia di partire per il soldato. Quan¬do Henriette, con gli occhi dilatati e l'iride gonfia, ordinò a tutti di leccare quel sale tre volte, Marcel sorrise di nuovo e si rifiutò. « Tu sei d'accordo con quella vecchia strega - urlò Henriette dando in smanie - ci vuoi rovinare tutti, ma te lo farò leccare io quel sale! ». Così dicendo, si avvicinò al ragazzo e gli chinò la testa fino al piano del tavolo per fargli toccare il sale con la bocca. Al contatto col sale, Marcel si alzò di scatto e sputò per terra, e fu appunto quello sputo che nel cervello di Henriette risuonava soltanto come un affronto e come una bestemmia da lavare immediatamente, per non fare il gioco del diavolo, a pro¬vocare la tragedia. Come invasata, come posseduta da uno spirito ma¬lefico di inaudita violenza, Henriette si appressò al fratello minore, gli prese la testa con ambedue le mani e, con la forza della disperazione riuscì ad abbassarla fino a quel sale ignobile. Ella lo costrinse a premere le labbra sul sale, sempre più forte, sempre più forte. Le sue mani erano diventate come tenaglie, il suo aspetto andava assumendo sempre più una contrattura muscolosa che faceva spavento. In quelle terribili mani era tutta la forza della disperazione di una donna che credeva nel valore assoluto dei maghi e delle streghe, e che voleva ad ogni costo compiere il rito di stregoneria che avrebbe scacciato dalla sua casa il malocchio. Marcel boccheggiava, sotto la spinta di quella mor¬sa tremenda, e lottava disperatamente per allontanare la bocca ed il naso dal piano del tavolo che stava per tramutarsi nel suo giustiziere. Ma Henriette aveva una forza tremenda, i suoi muscoli erano quelli di un uomo, la sua forza era decuplicata dall'esaltazione mentale e psichica. Si udì come un rantolo, come un grido di disperazione. Marcel tentò ancora una volta di buttarsi all'indietro, poi perse ogni forza. Henriette non accennò ancora a lasciare il collo del poveretto, e si ritrasse soltanto quando il giovane, privo di vita, si afflosciò sul pavimento. Davanti ai familiari, attoniti e sbigottiti, stava il cadavere di un ragazzo di diciotto anni, ucciso perché si ribellava agli strani riti di una sorella demente e forsennata. Henriette, invece, aveva all’angolo della bocca il sorriso protervo degli infatuati, del posseduti dalla superstizione e dalla credulità. La verità venne a galla ben presto, anche perchè Henriette non fece nulla per nasconderla. E del resto l'autopsia del cadavere del fratello parlava assai chia¬ro: morte per strangolamento. Da quel momento, la popolazione della zona cominciò a girare al largo da La Maruchelle, la fattoria maledetta, nella quale, annichilita dal dolore e annientata dalla disperazione, la vecchia madre giaceva, incapace di rendersi conto della fine pietosa di suo figlio, e della pazzia stregata della figlia maggiore. AI momento dell'arresto, Henriette non seppe dir altro che una frase: “ L'avevo sempre detto che su noi c'era il malocchio. C'era il diavolo in casa nostra, un diavolo cattivo e ribelle che ci avrebbe rovinato. Dio ha voluto che, quel mattino, il diavolo si fosse impossessato del mio corpo, spingendomi a compiere un delitto inutile. Forse, però, ora ci siamo liberati dal malocchio, e La Maruchelle potrà tornare ad essere quella di una volta. La carestia è finita per sempre, gli spiriti cattivi sono stati debellati. Mi spiace per mio fratello, ma non c'era nient'altro da fare! ”. Non erano ancora finite le vicissitudini della fa¬miglia Guillemaux. Quel morto, che avrebbe dovuto rasserenare l'ambiente e portare rinnovata felicità nella famiglia disperata, era soltanto l'inizio. La vec¬chia Ida, qualche giorno prima di essere chiamata in tribunale per testimoniare contro la propria figlia e contribuire quindi a farla condannare, si è uccisa. Aveva lasciato la vecchia casa di campagna e si era trasferita presso un cugino, per dimenticare, se possibile, la triste tragedia. Ma i giorni passavano, e nel suo cuore si andava accumulando una disperazione intensa e misera. Il suo pensiero era fisso sul povero figlio, vittima inconscia e inconsapevole di una sorella deviata. Non ha saputo resistere al dolore, ed ha pre¬ferito andarsene per sempre, per essere vicina al ragazzo che non aveva saputo difendere da vivo. Così, in tribunale, Henriette non si è trovata con¬tro la madre, e i giudici, in considerazione del difet¬toso cervello della donna, e giudicando che avesse agito in un momento di seminfermità mentale, l’hanno condannata a soli cinque anni di carcere, ed a tre anni di vigilanza in un istituto di cura mentale. Così si è conclusa la tragedia de La Maruchelle, la fattoria sperduta nelle campagne del nord della Francia, ove passano soltanto frettolosi commercianti e qualche contadino che va in città, al mercato, per vendere i prodotti della terra. Ora, basta dare un'oc¬chiata alla vecchia costruzione, per capire che è stata definitivamente abbandonata dagli uomini. La fami¬glia Guillemaux è fuggita da quella casa di dolore, e qualcuno si è avvicinato per acquistarla. Ma quando è venuto a conoscenza dei fatti che si sono svolti in quel mattino di quattordici anni addietro, ha lasciato le trattative. Ora la casa è stata chiusa, sprangata, le finestre sono state bloccate con assi incrociate e il vecchio portone, ammuffito e consunto, è stato sbarrato dall’interno. I vicini, i coloni della zona, non vogliono che il diavolo, annidatosi là dentro parecchi anni addietro, ne possa ancora uscire per fare del male altrove. La stregoneria è ancora viva in Francia, e trova i suoi aderenti proprio nelle popolazioni isolate delle campagne, ove la civiltà stenta a farsi strada. Questa è la storia di Henriette, una giovane donna forte come un uomo, che ha ucciso inconsciamente, posseduta dal demonio. Apparso su Terrore Sansoni N° 2 Luglio 1962. E’ un racconto di fantascienza orrorifica di Autore irreperibile. Racconto rarissimo, inesplicabile e pieno di imprevisti. L’ELEMENTO Q4 di FRANCIS EARL BOREO SECONDO era un mutante artificiale, fatto ad immagine e somiglianza di Boreo, il potente scienziato marziano che teneva in pugno le sorti del pianeta e dei suoi sette miliardi di abitanti. Col suo mutante artificiale, Boreo si riprometteva di mettere alla prova le possibilità di essere privi di volontà proprie coi quali avrebbe potuto dominare non solo il suo sterminato popolo, ove la ribellione, sempre latente, esplo¬deva assai spesso, ma, addirittura, i popoli degli altri pia¬neti. Fu per questa ragione che, non appena ritenne che fosse arrivato il momento, Boreo mandò il suo mutante in missione nel terzo pianeta del sistema solare, quello chia¬mato Terra. Boreo Secondo venne depositato da una grande silen¬ziosissima astronave marziana in una grande pianura. Pochi secondi dopo l'astronave ripartiva in senso verticale la¬sciando Boreo Secondo solo ma legato al centro teleciber¬netico del suo padrone per mezzo delle decine di milioni di gangli paracerebrali annidati nella scatola cranica che aveva in tutto e per tutto l'aspetto di una comune testa umana, come, d'altronde, era umano il resto del corpo. Identico com'era ai terrestri ed ai marziani, Boreo Secondo passò inosservato e le uniche a guardarlo con un certo interesse furono le giovani donne che incontrava per le vie della città che aveva raggiunto dopo qualche ora di marcia durante la notte. Questo si spiegava facilmente, poichè Boreo Secondo aveva l'aspetto di un bel giovane dai capelli quasi bianchi e dal roseo colorito proprio degli albini. Chiunque lo vedeva, diceva fra sè : ecco un bel tipo di artista; deve essere un musicista, un poeta o qualcosa del genere. Boreo Secondo, però non conosceva l'amore ed il desi¬derio perchè era un mutante artificiale, un uomo creato in laboratorio, e tutte le sue prerogative erano condizionate ed orientate solo verso gli obiettivi che il suo padrone, ed inventore aveva stabilito minutamente. Così, un'ora dopo che Boreo Secondo passeggiava per le via di Albetown, venne avvicinato da una giovane donna che gli sorrise e gli parlò. Immediatamente, il traduttore mentale di Boreo Secondo mise il mutante in condizioni di capire le parole della donna. - Voi siete fatto divinamente, signore, e vi prego di crederlo. Sono Ala Sirial, la pittrice di cui forse avrete sen¬tito parlare. Vi prego di posare per me. A Boreo Secondo occorse un quarto di secondo per in¬terrogare il suo cervello cibernetico ed aspettare di sapere il significato di “ pittrice” e di “ posare”, poi rispose di sì. Era quello che gli serviva: stabilire un contatto con la popolazione del terzo pianeta approfittando della prima occasione. La pittrice Ala Sirial era la prima occasione. Dopo tre lunghe ore di posa, la pittrice depose il pennello in uno stretto vaso di metallo luccicante e, rivolta a Boreo Secondo, disse: - Per oggi abbiamo finito. Puoi rivestirti. A propo¬sito, non ti ho ancora chiesto qual è il tuo nome. Il mutante stava rimettendo la stretta blusa argentata che aveva dovuto togliere per indossare una specie di peplo bianco che la pittrice gli aveva porto e, prima di rispon¬dere, prese un decimo di secondo per farsi istruire dal cervello. - Arko - rispose poi - sono di Melbourne, Australia. - Bene, Arko - fece Ala con un moto di gioia nella voce - se vuoi ti porto a vedere la nostra piccola Albetown. Tu sei forestiero e non sei mai stato nel nuovo Texas. Vuoi uscire con me? Boreo Secondo, che ora chiameremo Arko, accettò di andare in giro con la bella Ala senza nemmeno supporre quali fossero gli scopi della giovane donna. La pittrice fermò la macchina in un viale alberato in fondo al quale brillavano le luci di Albetowm, ormai lon-tana. C’era buio intorno e le cicale frinivano perchè era estate e faceva molto caldo. Ala Sirial sentiva il caldo in modo particolare, mal¬grado indossasse un paio di cortissimi short ed una cami-cetta di fibra sintetica molto leggera ed aderente. La donna stese le braccia sul volante aderendo allo schienale e con mossa languida disse d'un tratto al suo compagno: - Baciami! Arko comprese che la donna terrestre voleva da lui qualcosa e chiese, come al solito, istruzioni al cervello ci-bernetico. Le istruzioni vennero in capo a sette secondi. Subito dopo, Arko, che ormai ne sapeva abbastanza, baciò la donna e la strinse tra le braccia mentre lei si dibatteva e sembrava che mugolasse e non volesse più smettere. Arko non era stanco, dato che il professor Boreo non lo aveva condizionato per la stanchezza, ma aveva la capa¬cità di annoiarsi, sempre col permesso del suo padrone, che, invece, lo aveva condizionato per la noia. Per questa ragione smise di abbracciare quella donna. Ma lei non era affatto d'accordo e pareva che volesse qual¬cosa da lui. Cosa? Si rivolse ancora al suo cervello e la risposta che ne ebbe lo lasciò perplesso: “ tu non puoi dare alla donna terrestre quello che lei in questo momento vuole te ”. - Ma che uomo sei? - chiese finalmente la donna al mutante. La sua voce era decisamente irritata quando disse: - Ho conosciuto altri australiani, ma non hanno certo agito come te! - Ma io… - fece Arko. -Tu cosa? - lo aggredì lei senza togliergli le bracci strette intorno al collo e con la bocca vicina alla sua bocca. - Io... io... niente... Voglio solo tornare nella città. **** ***** ****** Arko e Ala rientrarono nella casa di lei. - Vuoi mangiare? - chiese la pittrice al suo amico. Mangiare? La domanda, come al solito, non la capiva. Chiese istruzioni al cervello. “ Tu non puoi mangiare come i terrestri - fu la ri¬sposta - non hai un apparato digerente come loro. Tu sai cosa ti serve per mantenerti in forma”. Certo, lui sapeva quanto Q4 gli occorreva per mantenersi in forma, perchè il suo meccanismo para-umano continuasse a funzionare. Ma dov'era il Q4? Possedeva il dono della memoria, fino ad una certa quantità di tempo, e così non ebbe bisogno di interrogare il suo cervello per ricordare che l'astronave che lo aveva depositato sulla Terra gli aveva messo accanto le razioni di Q4. Ma lui le aveva dimenticate o smarrite. Come fare, ora, per ricordare l'esatto punto in cui era stato lasciato? - No, non voglio mangiare - rispose. Sentiva intanto che il Q4 della riserva stava esauren¬dosi. Senza Q4 non avrebbe potuto andare avanti. “Lo chiedo alla donna terrestre dove posso trovare il Q4? ”, chiese al cervello. Il cervello rispose di no. Non doveva rivelare ad alcuno che era un mutante-robot in missione. Non poteva asso¬lutamente. - Io esco -- disse allora alla donna. Ala aveva indossato una corta tunichetta e le sue mo¬venze erano languide e morbide. Era decisamente una cosa che lui non capiva. Forse tutte le donne terrestri erano come questa, parlavano con voce roca, guardavano gli uo¬mini con quello sguardo che sembrava chiedere qualcosa e lui non sapeva cosa. - Tornerai? - chiese allora la donna. - Sì - rispose lui. Era stato il cervello a suggerirgli automaticamente quella risposta, capace di quietare quella strana creatura della Terra. ***** ***** ****** Le strade erano molto animate e c'erano luci, suoni, macchine di ogni forma, ruotanti sulle strade, volanti a bassa quota. Più o meno come su Marte. Ma lui aveva bi¬sogno di Q4. Dove trovarlo? Il cervello non sapeva rispondere a questa domanda. E questo era, abbastanza chiaro ad Arko: quella domanda faceva parte dello spazio nero del suo cervello para¬umano. Era lui che doveva adoperarsi per avere la risposta: una delle 764.872 risposte che avrebbe dovuto registrare nello spazio nero durante la sua missione nella Terra. Boreo lo aveva condizionato fino ad un certo punto: lo scopo della missione del mutante consisteva anche in quello: che, sulla scorta delle 30.00 risposte che aveva immagazzinato nel cervello cibernetico, lui avrebbe dovuto porsi dei problemi e risolverli da solo. Continuò a camminare fino a quando si trovò in peri¬feria. C'erano villette ai lati della strada ed ogni villetta era circondata da un giardino. Le luci erano accese quasi ovunque perchè l'ora non era tarda. Le nove e cinque mi¬nuti di sera, come segnava il suo cronometro interno. Molte auto passavano accanto a lui, veloci, e dentro c'erano uomini e donne. A poche decine di metri dalla sua testa gli eli-taxi passavano e si fermavano silenziosissimi alle torri di fermata che finivano con una piattaforma cir¬colare che si poteva raggiungere con un ascensore continua¬mente in movimento. Camminò ancora per qualche tempo e si trovò quasi in campagna. Le costruzioni erano diventate rare e quando c'erano, erano tutte recintate da altri muri o cancelli. Si vedevano in fondo, arroccate su piccole gibbosità del ter¬reno, grandi ville con molte finestre, tutte illuminate. E al¬beri intorno, molti alberi... Una di queste ville, con un alto muro biancastro in¬torno, aveva il cancello aperto. C'erano auto ed elimezzi intorno. Tutti dipinti in bianco. Boreo Secondo, da qualche tempo chiamato Arko, entrò decisamente. ******* ******* **** - Il signore desidera qualcosa? Colui che faceva la domanda ad Arko indossava un camice bianco e sorrideva. Aveva i capelli bianchi, come lui, Arko. Solo che quell'uomo presentava sul viso come delle grinze, sotto gli occhi la pelle non era liscia ma pre¬sentava delle onde. Arko chiese istruzioni al cervello e dopo rispose che desiderava vedere il primario. Lo fecero entrare in un salotto con delle panche di metallo dipinte anch'esse col colore dominante: il bianco. C'erano uomini e donne intorno che andavano e venivano frettolosamente. Poco dopo un uomo, anche lui col camice bianco, entrò ,e tese la mano ad Arko per dirgli: - Sono il dottor Oliver. Arko seppe immediatamente che quello era il primario. Allora parlò a lungo: diceva parole che non comprendeva e nelle frazioni di secondo di pausa si interrogava sul significato delle parole che diceva. Ma il primario lo seguiva molto interessato. Alla fine il primario disse: - Lei è il benvenuto fra noi, dottor Rogen. Io la co¬nosco di fama e sono felice di poterla avere per qualche tempo nell'istituto che dirigo. I suoi studi sul comporta¬mento del sub-cosciente nel viaggio spaziale sono stati at¬tentamente seguiti da tutti noi, anche se qualcuno dissente. - Avremo modo di parlarne, dottore - intervenne Arko. Non ne poteva più: il bisogno di Q4 diveniva di attimo in attimo più pressante. **** ******* ******* Un quarto d'ora dopo, Boreo Secondo, che ora chia¬meremo Rogen, si trovava nella spaziosa camera che gli avevano assegnato nell'Istituto Psichiatrico di Albetown. - Chi è il dottor Rogen? - chiese al proprio cervello cibernetico. - Nessuno - fu la risposta - Il dottor Rogen non esiste. Tu hai fatto credere il contrario al dottor Oliver per mezzo dei poteri che tieni nella sfera Quaranta del cervello. Fino a quando l'occhio settimo che porti sul torace rimarrà acceso emettendo luce verde, tu potrai sottoporre i terrestri alle tue induzioni magnetiche e potrai far credere tutto ciò che vorrai. L'occhio settimo! Sapeva che se l'occhio settimo avesse emesso luce rossa, il suo meccanismo si sarebbe presto degenerato ed in breve sarebbe stato ridotto ad un ammasso di plastica, relais e lampade colorate. E sapeva che se non avesse ingerito la solita dose di Q4 la lampada rossa si sarebbe accesa. Rogen mise in azione la sfera Undici del suo cervello, riservata agli studi chimorganici: si trattava di scoprire la formula terrestre dell'elemento Q4 e gli usi a cui gli abi¬tanti del terzo pianeta lo riservavano. Che l'elemento Q4 fosse presente sulla Terra non esistevano dubbi: lo aveva avvertito il rivelatore incorporato nel condotto auricolare di Rogen al momento in cui era sceso dall'astronave. Impostato il problema, Rogen si dispose ad attendere la risposta. I gangli della sfera Undici si misero in movi¬mento e portarono a termine le 72.345 operazioni in undici secondi e cinque decimi: l'elemento Q4 veniva usato dai terrestri come disinfettante, se ne trovava negli ospedali in discrete quantità. La maniera di individuarlo era affidata all'odore caratteristico che emanava a contatto con l'ossi¬geno che circondava l'atmosfera terrestre. Immediatamente entrò in funzione la sfera Ventuno, quella dei cinque sensi che servivano agli umani, tra cui l'olfatto. La sede centrale del cervello assegnò alla sfera Ventuno la tipologia degli odori che si presentavano nel-l'ambiente. L'ordine trasmesso a Rogen fu molto conciso: “Percorri l'intero edificio in cui ti trovi: quando sarai vicino all'elemento Q4 sentirai accendersi la spia luminosa che porti sul torace, parte sinistra e immediatamente la sfera Quaranta si metterà in agitazione. Tu dovrai, nel giro di sette minuti, impossessarti dell'elemento Q4. Se, non riuscirai, la tua missione sarà fallita”. ****** ******* ***** Indossò il camice bianco che l'infermiera gli aveva consegnato al momento di accompagnarlo nella sua stanza. Non avrebbe destato l'attenzione di tutta quella gente. Percorse alcune sale, entrò, per subito uscirne, in molte camere di uomini e donne in pigiama. Era gente strana, quella! Diversi da Ala Sirial o dal dottor Oliver. Questi lo guardavano fisso e negli occhi avevano come un brillio che increspava anche le labbra. Entrò nella stanza di una giovane la quale, appena lo vide gli corse incontro e lo abbracciò prendendo a baciarlo freneticamente e mugolando parole strane. “Decisamente le donne della Terra vogliono abbrac¬ciare e baciare gli uomini che incontrano” - rifletté il robot che ricordava il comportamento dell'unica donna che aveva conosciuta: la pittrice. Riuscì a svincolarsi dall'abbraccio della ragazza la quale, per tutta risposta, lo battè con la mano aperta, sulla guancia. Notò con indifferenza la smorfia di dolore della ra¬gazza che ritirò la mano e se la massaggiò con l'altra, come per distendere i muscoli. Chiese la spiegazione al cervello: - La donna terrestre - rispose il cervello di Rogen a Rogen - ha sentito il dolore perché colpendo la tua guan¬cia indistruttibile, i muscoli della sua mano sono stati sotto¬posti ad una resistenza superiore alla capacità di resistenza di quei muscoli detti dai terrestri tendini. ****** **** ******* Rogen vagò per l'immensa clinica ancora per qualche tempo. La sfera Ventuno taceva. Altrimenti lui avrebbe sentito il calore della lampada che si accendeva sul torace. Quando ebbe esplorato tutti i locali, salutato spesso dagli uomini e dalle donne in camice bianco, Rogen si imbatté in una cabina molto ampia sulla quale c'era una scritta che non comprendeva. Rogen, infatti, aveva imparato l'inglese parlato in tre minuti e quaranta secondi, per mezzo della sfera Tre, ma non aveva imparato l'inglese scritto. Impiegò altri due minuti, esatti, per saper leggere ogni possibile parola scritta in inglese e potè decifrare il signi¬ficato della scritta luminosa: SUB, sotterraneo, profondo. Entrò nella cabina, un montacarichi, lesse le istruzioni per manovrarla e premette il bottone. Le porte si chiusero e cominciò la breve corsa verso i sotterranei della grande clinica per alienati. Si riaprirono poco dopo e Rogen si trovò in un corridoio molto spazioso. C'erano, vuote, due barelle. Un tubo fluorescente correva per tutto il soffitto curvo del corridoio. Da qualche parte proveniva un rumore continuo, non molto elevato ma di frequenza molto alta. Rogen controllò, oltre alla frequenza del suono che inte¬ressava la sfera Ventuno, anche la temperatura. Lui non poteva sentire caldo o freddo, ma sapeva che erano feno¬meni esistenti tanto per i terrestri che per i marziani ed il suo padrone voleva a questo proposito avere notizie pre¬cise. Una delle 764.872 risposte che lui avrebbe dovuto dare a missione compiuta. La temperatura in quel luogo era molto bassa: tre sotto zero. Si diresse verso lo sbocco a sinistra del corridoio. In giro non c'era nessuno. Si trovò in una stanza piuttosto piccola, quadrata nella quale si apriva una porta assai pesante: chiusa. Provò a scuoterla ma la porta resistette. Allora chiese istruzioni al cervello: “ Metti in azione il concetto di forza >, rispose il cer¬vello di Rogen “in maniera di mettere in fun¬zione la sfera Otto”. Rogen ubbidì e riprovò ad aprire: la massiccia mani¬glia bloccata da una serratura d'acciaio spessa cinque cen¬timetri si spezzò come un fuscello nella mano delicata di Rogen rinforzata da un flusso di energia pari a due tonnel¬late per centimetro quadrato. Il mutante artificiale ebbe la presenza di spirito di interrompere il flusso di energia e tolse il contatto con la sfera della forza. Altrimenti avrebbe demolito ogni cosa al solo sfiorarla. Non appena la porta di ferro fu aperta, la sfera Ven¬tuno entrò in agitazione psico-motoria artificiale. Sentì ac¬cendersi la spia luminosa rossa sul torace e un secondo dopo anche la sfera Quaranta, quella ove risiedevano i suoi poteri fondamentali, compreso quello di mettersi in contatto col suo padrone e di dare l'allarme, entrò in agitazione psico¬motoria. ORA AVEVA SETTE MINUTI PER ASSIMILARE L'ELEMENTO Q4! Guardò l'ambiente ove si trovava: c'erano otto piani di color bianco trans-lucido, alti un metro o poco più e lunghi pressa poco quanto un uomo. La luce non era forte. Fece qualche passo in direzione dell'ottavo piano di appoggio, in fondo. E vide. Sul piano, stesa in posizione supina, completamente priva di indumenti, stava una donna. Rogen sentì che i suoi meccanismi agivano spasmodi¬camente e provò qualcosa di molto simile al parossismo negli umani, fenomeno sul quale aveva assorbito duecento¬ventitrè volumi marziani. Si avvicinò deciso ad impadronirsi dell'elemento Q4. Nessuno lo avrebbe fermato. Guardò la donna e non fu necessario chiedere al cer¬vello la spiegazione di quella immobilità: conosceva l'aspet¬tto della morte, comune sia ai terrestri che ai marziani. Il cervello della donna era stato operato. Si vedeva il segno delle incisione della calotta cranica, riaccostata alla meglio al resto del cranio. C'era un foglio di alluminio accanto al cadavere, scritto in inglese. Dopo l'indicazione del nome e dell'età della morta, veniva spiegata la ragione del decesso: affetta da crisi isterica di tipo schizofrenico, ha aggredito un altro paziente il quale, afferrato un corpo contundente (agli atti) l'ha colpita ripetutamente alla testa. Sottoposta ad opera¬zione, è spirata per la gravità delle lesioni. Rogen era ormai vicino al suo elemento. La sfera Ven¬tuno, preposta ai cinque sensi umani non poteva sbagliare: l'elemento era SU quella donna o IN quella donna. Avvicinò la testa e annusò il cadavere. Arrivato alla testa, ebbe la certezza: l'elemento Q4 si trovava nella testa della donna. Mancavano solo due minuti alla scadenza del suo terribile traguardo. Il potere del professor Boreo si rivelò, brutale: lui, Boreo Secondo sulla Terra, chiamato Arko, Rogen, non poteva mancare lo scopo della sua mis¬sione. BOREO SECONDO era condizionato in modo da provare anche il SENSO DEL DOLORE. Allungò le mani sottili sulla calotta cranica della morta e la asportò. “Ecco l'elemento Q4 ”, pensò Rogen-Boreo Secondo, un disinfettante che i chirurghi terrestri usano per le loro operazioni. Nel cervello di questa donna morta c'è abbastanza perchè io possa portare a termine la mis¬sione>. Si abbassò e poso le labbra sul cervello della morta. Avidamente, fino a suggere l'ultima stilla di elemento Q4. In quell'attimo scattava il sessantesimo secondo del settimo minuto dall'inizio della crisi psico-motoria del suo organismo para-umano. ******** ******* ********** Riequilibrato dall'immissione del suo indispensabile elemento, Rogen si avviò verso l'uscita dell'obitorio. Fu in quel momento che entrò un uomo vestito con una tuta azzurra. L'uomo guardò Rogen ed assunse subito una espressione terrorizzata : l'uomo in camice bianco che gli stava davanti era tutto sporco di sangue e dalle labbra gli colava una sostanza grigiastra striata di rosso cupo. - Ah! - Il grido dell’uomo in tuta azzurra risuonò sinistro nel triste luogo mentre Rogen, azionato dall'istinto di conservazione che Boreo gli aveva inoculato insieme a tante altre reazioni umane, gli scaricava direttamente dalle cellule fotoelettriche aventi l'aspetto di normali occhi, un fascio di ultrasuoni ad altissima frequenza che fecero scoppiare il sistema cardio-vascolare del disgraziato, un inserviente. Rogen scavalcò il morto ed uscì dalla scala; chiuse la pesante porta e si avviò verso l'ascensore. Una volta dentro la cabina i suoi occhi caddero su un piccolo specchio collocato in un angolo (probabilmente da qualche giovane infermiera addetta al mesto rito di accu¬dire ai cadaveri che per ragioni di studio o altro dovevano sostare nell'obitorio della enorme clinica). Per la prima volta da quando era stato costruito, Boreo Secondo vide se stesso riflesso in uno specchio: qualcosa in lui cedette, in quel momento. Fu un attimo. Chiese spiegazioni al cer¬vello ma la risposta che ebbe, lo lasciò perplesso: “La miscela esplosiva chiamata dinamite fu scoperta da uno scienziato svedese di nome Nobel ”. Insistè per ottenere la risposta giusta: Il cervello fun¬zionava ancora con la solita rapidità: “ Marilin Monroe fu una bellissima attrice cinemato¬grafica americano del secolo scorso. Contrasse quattro ma¬trimoni ed uno dei suoi mariti fu lo scrittore e comme¬diografo Arthur Miller ”. Le risposte che seguirono disorientarono completa¬mente Rogen : il cervello, senza alcuna richiesta da parte sua, spiegava la formula della maionese, cibo terrestre fatto con uova olio e limone, dava la formula dell'allume di rocca e precisava in che anno Giulio Cesare aveva conqui¬stato la Britannia, antico nome dell'attuale Gran Bretagna. Di nuovo preda della agitazione psico-motoria, Rogen risalì rapidamente nella sua camera, cambiò il camice con la giubba che portava prima e corse fuori, verso la pianura sulla quale ventiquattro ore prima era disceso. Passò per le strade come una furia: agitando i suoi pugni potenti come mazze, rovinava muri, vetrine, veicoli. Uccise molti uomini. Ricevette molte pallottole nel corpo. Ma non sentiva alcun male. Cominciò a correre. Spiccò un salto di quasi due metri. La parte non avariata della sua memoria gli diceva che tra le sue possibilità c'era anche quella del volo all'altezza di pochi metri, tuttavia spiccò un salto ma rotolò sul tetto spiovente di una fattoria. Cadde. Si rialzò mentre una donna anziana che aveva assistito alla scena guardava muta per il terrore e con le mani aperte e posate sulle guance. Arrivato nel mezzo della pianura si fermò ed il suo dispositivo di autoconservazione mise in azione l'allarme: “Venite a riprendermi. Altrimenti cadrò in mano ai terrestri”. Il messaggio guizzò per gli spazi siderali e giunse a Boreo dopo un certo tempo che calcolato col tempo mar¬ziano equivaleva a poco più di mezz'ora. In capo a pochi secondi, Boreo impartì l'ordine: recuperare Boreo Secondo, in missione sulla Terra. **** ******** ******* Quando Boreo Secondo discese dall’astronave, il professor Boreo, attorniato dai suoi più intimi collaboratori, stava ad aspettarlo. Boreo Secondo, assai mal ridotto, si avvicinò al padrone e, non appena questi gli fu a tiro, gli saltò addosso e lo morse tra collo e mascella. Boreo Primo e Boreo Secondo caddero avvinghiati a terra e lottarono. Poi Boreo Primo si rialzò, lacero, ferito, ma vincitore. Il mutante artificiale, l'uomo di laboratorio, il robot quasi umano era ai suoi piedi, spento per sempre. In quell'attimo la scintilla scoppiò nella mente di Bo¬reo e lui fece una lunga, incomprensibile risata all'indirizzo dei presenti che lo guardavano senza capire. Poi Boreo pronunciò alcune parole sconnesse, si strap¬pò gli abiti, cominciò a fare delle capriole sul terreno, afferrò una pistola ad ultrasuoni e stese una decina di per¬sonaggi del seguito. Allora tutti gli altri si gettarono su Boreo e lo fecero a pezzi. Lottavano per lo più a morsi e gran parte del ter¬ribile onnipotente tiranno di Marte non si trovò più sul terreno ed in nessun altro luogo. Ma quello fu appena il principio: Boreo Secondo re¬duce dalla sua missione sulla Terra aveva portato la pazzia che aveva assorbito quando aveva calato la bocca famelica sul cervello della folle morta. Contrariamente che sulla Terra, però, la pazzia su Marte era contagiosa. E su Marte fu il caos… Racconti rari dell’orrore scelti e presentati da Sergio Bissoli Pubblicato su Terrore Sansoni, mansile, Ottobre 1962 IL QUADRO DELLA FOLLIA di Rock Hudswed Guardai ancora i piccoli segni serrati frettolosamente scritti sul foglio e mi parve che tutte quelle linee vibrassero, incitassero a far presto: “ Scongiuroti nostra antica amicizia raggiungermi subito stop Pedro” bisognava affrettarsi. Partii per Osterdich. Quando raggiunsi a notte alta la lontana località perduta tra le vigne e gli ulivi, ebbi un brivido di paura e di freddo. Quel brivido misterioso si comunicò ai miei nervi eccitati, mi strinse come in una morsa. Per rag¬giungere l’antica villa di Pedro de Domingues occor¬reva inerpicarsi per un'erta e stretta salita, non accessibile ad alcun mezzo di locomozione eccettuato il mulo. Pedro non aveva mai voluto - per chissà quale misteriosa ragione - far costruire la strada al fine di rendere più agevole l’accesso alla villa. L'abitazione di Pedro si trovava su un ammasso roc¬cioso sovrastante la linea ondulata delle colline che facevano da sfondo. Dopo circa mezz'ora di cammino bussai alla pesante porta di rovere su cui era inciso lo stemma dell'antica famiglia patrizia. Quasi istan¬taneamente mi fu aperto. Subito una voce mi disse: -L’aspettavo. Con il signore finga di essere capi¬tato qui per caso... Il telegramma l'ho mandato io. Era necessario... Poi spiegherò tutto. Michael, il maggiordomo, mi precedette, dopo il mio cenno di assenso, lungo un cupo corridoio dalle alte volte. Salii una scala dai gradini smussati, corrosi e mi meravigliai che Pedro, nonostante la sua ric¬chezza, avesse lasciato andare alla malora quell'edi¬ficio seicentesco. Sulla soglia della grande stanza da letto, Michael disse, con voce impersonale: -Una visita inattesa, signore… Una visita che le farà piacere... -Avanti. Nel mezzo della stanza c'era un tavolo massiccio, attorno alle pareti alcune panche inchiodate secondo l'uso antico e in un angolo, a poca distanza dalla finestra, un letto monumentale sormontato da un colossale baldacchino. - Pedro! - esclamai. Il mio amico aveva un viso pallido, affilato e quasi trasparente, su cui spiccava la corta barbetta nera e il folto ciuffo dei capelli scomposti. Gli occhi grandi, profondi, incavati nelle orbite, avevano uno sguardo strano. Quel viso mi fece paura. II corpo di Pedro ebbe un brivido lungo, sottile, i suoi occhi si chiusero un momento. Poi si riaprirono, mentre con la mano scarna mi faceva segno di sedere. -Non sono malato... Sono i medici che mi costringono a letto... Io sono forte... È il lungo riposo forzato che mi ha fiaccato... Sapete che cosa dicono di me? che sto per impazzire. Un'assurdità. Non cre¬dono a quello che dico, a quello che dico di vedere: ¬una fanciulla bellissima, un'apparizione divina, una bellezza sovrannaturale... E vedo la macchia orri¬bile... l'impronta sanguinosa della mano aperta sul petto ... io lo so... Io so dov'è rinchiusa.. Ed è inutile che mi tengano qui legato. lo fuggirò, riuscirò a fug¬gire... Ella mi chiama... Devo andare da lei... La voce di Pedro si era alterata. Era divenuta colma di risonanze metalliche, di scoppi convulsi. Io non sapevo che cosa dire. Non sapevo che cosa pensare. Era un incubo quello che stavo vivendo. La porta della stanza si aperse sospinta dalla mano di Michael: -Signore, la prego, stia calmo…Domani i muratori finiranno di buttare giù il tramezzo… Pedro si riscosse, il respiro gli tornò regolare. - Grazie, Michael... Grazie... Ed ora accompagna il mio amico nella sua stanza dopo che si sarà rifocillato. Mentre consumavo una cena frugale interrogai Michael. -Si può sapere che cos'è mai questa storia della ragazza che gli appare con una mano insanguinata stesa sul petto? E’ davvero pazzo? Voi dovreste essere in grado di rispondermi. -La malattia del padrone è di data recente… Fu dopo una strana avventura, insignificante a quel che parve in un primo tempo, che si manifestarono i segni dei suo male. - Di che avventura si tratta? - Bisogna che prima mi faccia ad un storia di trecento anni fa. Una fanciulla bellissima abitava qui, in questa villa, insieme ad una sua zia centenaria, o quasi. E qui un giovane innamorato veniva a trovarla in segreto. Ma la cosa venne riferita al padre della ragazza e da qui la fosca tragedia. Invano la misera fugge per le stanze per sfuggire al padre. Viene raggiunta presso un trabocchetto, davanti ad un grande ritratto di lei. E lì, presso la buca viene colpita due volte, crudelmente, atrocemente. Il primo colpo la raggiunse alla schiena, il secondo le spaccò il cuore. Cadde morta e fu gettata nel trabocchetto. Ma scivolando lungo il muro, ella aveva appoggiato la mano aperta e sanguinante sul quadro vicino e la bianca veste che copriva le sembianze dell'uccisa, risultò pure insanguinata. - Tutto qui? Ne è piena la letteratura di ogni paese di storie di questo genere, - dissi scrollando la testa. - Chi ci crede, ormai, ai fantasmi che ti compaiono di notte? Ai morti che rivivono in deter¬minate ore della notte, al chiarore della luna, o allo scoccare della mezzanotte? Michael non rilevò le mie parole e concluse: -Il quadro ed il trabocchetto furono murati dal padre crudele. Da quel lontano giorno lo spettro della povera ragazza vaga per questa casa. -E don Pedro avrebbe visto, diciamo così, questo fantasma? - Mi consenta di raccontarle dettagliatamente i fatti, signore. - Non chiedo di meglio. -Due mesi or sono, una notte, si svegliò ur¬lando come in un accesso di pazzia furiosa, con la bava alla bocca e gli occhi sbarrati. Egli gridava nel delirio e invocava 1'immagine della morta, della po¬vera assassinata; diceva di vederla, di parlarle e tutto con un accento tale che non era possibile dubitare della verità delle sue asserzioni. I medici chiamati d’urgenza non riuscirono a capirci nulla. Per loro il povero padrone è pazzo, soffre di allucinazioni. Mi sono permesso di telegrafare a lei perché so quanta amicizia nutra per lui. - Avete fatto bene. Ero diventato pensieroso. Non credevo in assoluto al racconto fantastico, anche se fossi pienamente convinto della buona fede di Michael. Pedro era senza dubbio un uomo improvvisamente impazzito, aveva dei momenti di lucidità, ecco tutto. Mi sarei dovuto occupare, il giorno dopo di conferire con il medico curante per sentire quale decisione prendere. Un ricovero in un istituto psichiatrico mi sembrava la soluzione migliore. Ma non dissi a Michael dei miei pensieri. -Voi non l'avete vista mai, questa giovane assassinata? Intendo dire, non vi è mai apparso il suo spettro? - No, signore. -Quindi voi non ci credete. -Perchè non lo dovrei? -Ma santo cielo, se un fantasma girasse per la casa perché non apparire anche a voi, oltre al vostro padrone? Michael mi rivolse uno sguardo molto serio -Vedo che lei non crede a questa storia, ma io sì. E se vi può essere una spiegazione al fatto che la fanciulla non è mai apparsa a me, è che per lei non conto, non sono suo consanguineo, mentre don Pedro è del suo stesso sangue. -Sarà come dite voi, - risposi; - non voglio insistere. Staremo a vedere. Piuttosto ditemi ancora una cosa: qual è il tramezzo che avete detto che i muratori dovranno abbattere? -Don Pedro nei suoi deliri ha indicato parecchie volte la “incognita” come nascosta in un luogo ben definito. Mi sono recato a verificare e ho trovato, giù nei sotterranei, una parete che si distingue dal resto del muro, un tramezzo, insomma, elevato succes¬sivamente. - E avete cominciato veramente a far demolire quella parete? - Ho tentato di farlo diverse volte, ma senza riuscirvi. - Non ne avete avuto il coraggio? -Ecco, quando mi trovo dinanzi ai vecchi mat¬toni coperti di muffa mi prende il panico... vengo dominato dal terrore... È una sciocchezza, signore, lo capisco, ma è così... Ho paura di vedere anch'io la dama dalla mano insanguinata. Sento che il giorno in cui questo muro cadrà, qui dentro accadrà qual¬cosa di spaventoso. Ero perplesso. Lo strano incubo che regnava in quella casa cominciava a contagiare me pure. -Bene, bene, - dissi, ma sentii che la mia voce non era molto ferma: -Ora andiamoci a coricare. Domani penserò io a quel muro. E non troveremo nulla, certamente. Se è vero, cosa di cui dubito, che la fanciulla fu sepolta dietro di esso insieme al suo quadro, ormai non ci sarà rimasto di lei altro che cenere. *********** ************* ************ Mi ritirai nella stanza che mi era stata assegnata. Una stanza in armonia con le altre dell'antico edificio. Pochi mobili, ma quei pochi monumentali. Non avevo sonno e dopo essermi infilato la vestaglia sul pigiama mi affacciai al balcone, dal quale potevo dominare la grande valle che si stendeva ai piedi del dirupo. Fumai un paio di sigarette mentre andavo ripensando a tutto ciò che avevo udito in quelle due assurde ore, poi mi coricai e spensi subito la luce perché la stanchezza mi aveva vinto. Non saprei dire quanto tempo dormii prima di udire la cosa strana. Forse un'ora, forse meno. Mi svegliai di colpo, come se un rettile mi fosse passato sulla faccia. Il cuore in gola per un assurdo, inconcepibile e smisurato terrore. Paralizzato non ebbi neppure la forza di allungare il braccio per accendere la luce. Rimasi così, per la frazione qualche secondo - e mi parve addirittura un'eternità- con il fiato sospeso, gli occhi dilatati nel buio della stanza, l'orecchio vigile ad ogni piccolo rumore. Poi sentii nuovamente la presenza quasi fisica di un essere vicino a me. E nuovamente - fantasma o rettile? - sulla faccia avvertii qualcosa di freddo e di viscido insieme, repellente. Un grido mi uscì dalla strozza ma soffocato: tale era il terrore che avevo perduto improvvisamente la voce. Fredde gocce di sudore cominciarono a scendermi sul viso. Capii solo allora che cosa significhi sentirsi rizzare i capelli in testa per la paura. Fu subito dopo il repellente contatto del mio viso con la cosa ignota, che udii chiaramente, sebbene soffocato, il suono di due voci. Di due voci non umane. Provenienti da lontananze infinite. Due voci il cui suono contribuì a sviluppare in me, enorme¬mente, un ancor più gigantesco terrore. “Signor padre, che veniste a fare?” diceva una voce tremante di donna. “Signora figlia, vi vengo ad ammazzare” rispondeva la voce dell’uomo, cavernosa e terribile. Fui lì lì per impazzire. Tremavo. Letteralmente. Tremavo di paura, di angoscia, di superstizioso terrore. Poi, come per improvviso colpo di vento, le per¬siane del balcone che avevo serrate prima di cori¬carmi si spalancarono e la stanza fu inondata dal chiarore lunare. Mi guardai inforno con occhi che dovevano senza dubbio essere allucinati. La stanza era deserta. Non una presenza umana, non una presenza immateriale. Sempre guardando fisso dinanzi a me, con la mano cercai a tentoni la peretta della luce. Premetti il commutatore e la stanza fu illuminata. Buttai gíù le gambe dal letto. Non sapevo nep¬pure io che fare: se chiamare MichaeI, o precipitarmi in camera del mio amico Pedro, o se invece cercare di calmarmi attendendo le prime luci del mattino. Barcollante mi avviai verso il balcone, ma nel passare dinanzi al grande specchio che occupava circa metà della parete a fianco del letto, vidi una cosa orribile. Il mio viso era sporco di sangue. Sulla guancia destra e sulla guancia sinistra , nitide, apparivano le impronte di una mano. Di una piccola mano di donna. Caddi di schianto a terra, svenuto. ******** ********* ******* II mattino seguente fui destato da Miehael: - Signore, signore... Si svegli... Si svegli, signore... Apersi gli occhi e non mi parve vero di essere ancora vivo, di avere accanto a me il buon Michael; non mi parve vera tutta quella luce che irrompeva dalla finestra, di tutto quel sole che veniva a fugare le ombre cupe di quella terribile notte. -Cosa le è accaduto? - mi domandò Michael perplesso. - Non riuscivo a svegliarla... Mi passai una mano sulla fronte. L'incubo era ancora forte in me; non era stato dissipato del tutto. Solo allora mi accorsi di trovarmi disteso nel grande letto e non a terra, dove ero caduto svenendo durante la spaventosa constatazione. Senza rispondere a Michael corsi allo specchio e mi esaminai attentamente. Nessuna traccia di sangue, nemmeno il più pallido segno di impronte di mani femminili sul mio volto. Rivolsi un viso perplesso a Michael. Che fosse stato un sogno? Ma fu Michael a ridestarmi ad una realtà ben dura. -Questa notte, signore, ho udito un grande tonfo e sono accorso in camera sua per vedere se stava male. Infatti lei era svenuto a terra. L’ho messa a letto e l’ho fatta rinvenire. Ma nonostante riprendesse conoscenza, lei ha mostrato di non rendersi conto di nulla, nemmeno della mia presenza. Poi si è addormentato di un sonno profondo, pesante. Tanto è vero che stamattina sono stato costretto a scuoterla per svegliarla all’ora che lei mi aveva comandato. -Oh, Michael, mi è successo una cosa strana, questa notte, una cosa spaventosa. Michael si fece attento ed il suo volto assunse un colore grigio. - Le è apparsa la fanciulla? - No, non l'ho vista, ma ho udito la voce di lei e quella di suo padre. - Misericordia! -Guardandomi allo specchio mi sono reso conto di aver la faccia imbrattata di sangue. Due chiare impronte, di mano femminile. Impronte di sangue, Michael ! -Ed il signore che non mi voleva credere!... -Purtroppo devo riconoscere che la cosa spa¬ventosa è avvenuta... Esiste!... Non notaste nulla, quando vi metteste a letto? La mia faccia non era sporca di sangue? - No, signore. - Eppure sono sicuro, Michael, sono certo di quello che dico: quella cosa mi ha toccato... Il sangue di quella innocente è stato impresso sulla mia pelle. Ora non vedevo l'ora di andarmene da luogo pauroso, da quella casa di incubo. Ma adesso che sapevo quale mostruoso terrore dominasse il mio povero amico Pedro, meno potevo lasciarlo solo, abbandonandolo. Dovevo fare qualcosa per lui. Dovevo a tutti i costi! Dovevo io pure liberarmi dall’incubo altrimenti per il resto dei miei giorni mi sarei sentito colpevole di non aver fatto nulla per allontanare da lui una minaccia alla quale non sarebbe sicuramente sfuggito. Come se Michael avesse la facoltà di leggere miei pensieri, mi chiese : -Il signore, dopo l'esperienza di questa notte pensa di lasciare la villa?... Di andarsene? -No, Michael, io rimango. Solo per un i momento mi sono lasciato sfiorare dal desiderio di fuggire da questo luogo nefasto. Don Pedro ha bisogno di me. -Grazie, signore, - mi disse commosso - Chiamatemi se avete bisogno di me dissi; - io sarò pronto tra meno di mezz’ora ed allora scenderemo insieme nel sotterrane per esaminare quella famosa parete. -Debbo riconoscere che lei ha molto coraggio, signore. Cercherò di non fuggire quando darà il primo colpo di piccone. Scrollai la testa. -In verità, Michael, anch'io mi auguro di non fuggire. Ma non so se sarò capace di portare a compimento l’opera. -Con il suo permesso, signore, mi ritiro. Don Pedro può avere bisogno di me. - Andate, andate pure, Michael, vi raggiungerò tra poco. Michael mi lasciò nuovamente solo in quella stanza ed io ebbi un brivido di paura. -Mi occorre un buon corroborante, - dissi versandomi un mezzo bicchiere di cognac, che tra¬cannai d'un fiato. ********* ********** *********** Mi stavo infilando la giacca quando, ad un tratto, un grido altissimo, un grido disperato di dolore e di terrore insieme risuonò nell’interno della villa e si perdette in una infinità di echi lontani e sinistri. Quel grido era come se l'avessi atteso. E subito il senso di angoscia, di terrore che fino a quel momento, nonostante il cognac mi aveva do¬minato, scomparve e riacquistai in un attimo la sicu¬rezza di me. Con un balzo corsi alla porta. Mi avviai di corsa verso la stanza di Pedro, perchè pensavo che da là fosse provenuto. Ma la stanza era vuota, la porta spalancata. - Pedro! Pedrol Nessuna risposta. II letto era disfatto, le coperte per terra come se il mio povero amico si fosse levato d'improvviso, dominato da una grande fretta. Uscii nuovamente nel corridoio. Mi guardai at¬torno perplesso. -Michael! Michael! Anche questa volta non ci fu che silenzio al mio richiamo. Poi, eccolo di nuovo il grido. Di bestia a morte. Un grido terribile. Non avevo più dubbi, ora. Sapevo da dove veniva. Proveniva da giù, dal fondo del sotterraneo. Corsi come un pazzo. Dominato da un terribile presentimento. Il sotterraneo non aveva illuminazione e (un'altra bizzarra idea di Pedro), ci si doveva servire di una lampadina a pila che trovai da qualche parte. La luce della lampadina squarciava le tenebre lungo il mio cammino: avanzava a sbalzi diradando le ombre che fuggivano dal pavimento, si arrampicavano come ragni mostruosi sulle pareti e si rannicchiavano nei soffitti, di dove mi guardavano con i loro occhi invisibili; ma appena ero passato, portando via con me il piccolo cerchio di luce, riprendevano il sopravvento, precipitavano a terra stringevano il sotterraneo nel loro abbraccio misterioso. Finalmente la porta ben nota apparve, quella che dava nella stanza in cui era stato elevato il muro indicatomi da Michael. Mi fermai un secondo a riprendere fiato. Poi entrai. Nell'oscurità che avvolgeva il locale si sentiva un respirare affannoso, violento, un sordo rumore di lotta feroce... - Pedro, Pedro! - gridai. Mi rispose dall'interno della stanza la voce debole, atterrita di Michael. - Aiuto! Aiuto! Indirizzai il raggio della lampadina verso il punto dal quale la voce proveniva. Allora vidi. Nello spazio ristretto tra la parete ed una cassapanca tarlata, mi si presentò uno spettacolo raccapricciante. Pedro, in pigiama, il volto sfigurato dal delirio, gli occhi colmi di una cupa pazzia, un ghigno fe¬roce che me lo rappresentava nell'eccesso della sua demenza. A pochi passi da lui, Michael, la testa sporca di sangue, ansava cercando di afferrare con mani convulse il padrone, il quale sfuggiva alla presa. Mi slanciai in avanti. Ma tardi! Fulmineo, Pedro, aveva afferrato il piccone ap¬poggiato al muro. L’aveva sollevato e... Per un istante il ferro brillò sinistramente, minac¬cioso nell'aria; poi descrisse una curva violenta, si abbassò inesorabilmente sulla testa di MichaeI. - A te, maledetto! Gli rispose un grido spaventoso di dolore. Poi Michael si accasciò al suolo. Con il piccone tenuto stretto con le due mani, Pedro gettò un rauco grido di trionfo. - Finalmente! Libero, libero! Mi precipitai verso Pedro, cercai di afferrarlo. Egli si volse verso di me con una espressione così indescrivibile di furore, che indietreggiai atterrito. -Lo lasci, signore, lo lasci! - mi mormorò con un filo di voce Michael che, a terra, cercava di tamponare con le mani il sangue che scaturiva copioso dalla ferita sulla testa. -Per l’amor di Dio, lasci alla sua sorte, signore! Sì, non si poteva altro che lasciarlo alla sua sorte, ormai. Nessuno, più nessuno avrebbe potuto guarire il povero Pedro. ******** ******* ********* Chi mai potrà descrivere l'orrore di quel che avvenne subito dopo? Sentivo davanti a me il respiro breve, concitato di Pedro. Vedevo, tratto tratto, i suoi occhi brillanti come quelli di un gatto, mentre egli menava colpi a destra e a sinistra contro la parete. Poi si arrestò, volse lo sguardo verso di me fissandomi in viso quegli occhi strani, pieni di riflessi metallici, in cui brillava la visione di un'altra vita. Quello sguardo mi fece rannicchiare contro la parete. E lì rimasi immobile come affascinato. Non potevo fare nulla. Del resto mi avvertì: -Se ti avvicini ti uccido! Feci un ultimo tentativo: -Pedro, ascolta... io... Egli allora alzò il piccone, ma questa volta non contro il muro, ma contro di me. Vidi l’arma descrivere nell'aria la sua curva minacciosa. Il rumore secco del colpo mi attraversò il cuore come un rombo di morte. Ma la mia volta non era ancora venuta. Il pazzo aveva colpito il muro umido, coperto di muschio, che limitava quella parte del sotterraneo. I suoi occhi, però, dicevano chiaramente quale sarebbe stata la mia sorte se avessi fatto ancora un passo avanti, o avessi ancora proferito una sola parola. Allora compresi che la mia salvezza era nell'om¬bra cupa, la grande ombra che circondava il piccolo spazio illuminato. E cominciai ad indietreggiare len¬tamente, trattenendo il respiro, pauroso che Pedro si accorgesse della mia fuga. E sentivo come un senso di liberazione, mentre l'ombra cominciava a coprirmi con il suo manto funereo: finché vidi i piedi, l'ultima parte del mio corpo che fosse ancora nel chiarore, oscurarsi lentamente... Mi sentii salvo e mi lasciai cadere per terra. Mi rannicchiai in una specie di torpore sonnolento. ************** ****** ****** Il pazzo continuava intanto la sua furiosa opera distruttrice. I colpi di piccone si succedevano rapidi, violenti, con un cupo suono tragico, senza un istante di riposo, inflessibili. E le pietre si sfasciavano al rude contatto, cade¬vano, senza polvere, quasi senza rumore, come cose morte, mentre la voce debole del pazzo mormorava parole convulse : - Eccomi... cara... vengo... dopo tanto... non ci son più gli assassini... sai... ora siamo soli... io e te... amor mio... *********** ********* ********* E continuava a menar colpi, a picchiare sulla parete, che lentamente cedeva. Io guardavo atterrito e affascinato insieme dall’avventura terribile, incapace di muovermi, di gridare. La breccia cresceva, si allargava come un occhio spaventoso. E finalmente il pazzo si arrestò gettando un altissimo di gioia. Aguzzai lo sguardo e vidi Io spettacolo unico che potrò mai dimenticare. Attraverso lo spazio buio della breccia, quasi scolpito nell'ombra appariva un quadro enorme. Era un ritratto di fanciulla ventenne, di meravigliosa bellezza: gli occhi glauchi, avevano un’espressione di dolcezza infinita, i capelli biondi sembravano ondeggiare dolcemente, le labbra rosse parevano tremare nel sorriso; le bianche mani aristocratiche avevano un profumo di vita... E la purezza armoniosa delle linee era rotta sul nitore della veste, proprio al posto del cuore, da una macchia; orribile. Anche Pedro aveva visto quella macchia rossa di sangue, che pareva ancora caldo, tanto era brillante -Eccomi... - gridò Pedro. E si lanciò in avanti, sopra le pietre accumulate. Si lanciò al di là di esse, protendendosi verso il quadro, verso la fanciulla che sorrideva misteriosamente con quel suo dolcissimo sorriso. -No, no! - gridai. -No, Pedro! No! Fu inutile. Egli aveva già preso lo slancio. Egli era già proteso al di là di ogni mio possibile inter¬vento. Non mi ascoltava. Non poteva più ascoltarmi, ormai. Il terreno gli mancò sotto i piedi. Vidi le sue mani convulse afferrare la cornice dell'antico ritratto... Non potevo muovermi, vinto da un tremore indicibile, misterioso. Quale orrenda visione! Il tragico gruppo oscillava lentamente, verso il baratro. E finalmente il quadro, sotto il peso insolito, si staccò del tutto, precipitò nel vuoto, mentre Pedro seguitava a baciare la cara immagine muta. La gola serrata da un'angoscia inesprimibile io assistetti all'ultimo atto di quel dramma che imma¬ginazione umana non può rendere nella pienezza del suo orrore. La pazzia ed il mistero avevano avuto la loro vittoria, unite entrambe in orrenda alleanza. E Pedro precipitò nel fondo. Poi più nulla. Nulla. Neppure il rumore del tonfo. Neppure un grido. Nulla. Il silenzio assoluto davanti a me, intorno a me... sopra di me. Ed ora, per sempre, un terrore inesprimibile per quel mondo di mistero che è oltre la vita fisica, che regna là dove ci sono le case dei morti. Racconti rari salvati da Sergio Bissoli In appendice al fumetto mensile URANELLA si trovava un racconto di microfantamagia. Su Uranella N° 8 del marzo 1967 si trova questo: Avventura in treno di Daria Mainardi. Spero che altri racconti vengano recuperati e riproposti ai lettori. AVVENTURA IN TRENO di Daria Mainardi In quello scompartimento erano solo In tre. Un uomo, che dormiva profondamente. E altri due, che parlava-no tra loro. “Non dica sciocchezze, signor... signor... come ha detto che si chiama...?” disse ad un tratto il conte Klausevitz, che cominciava a seccarsi delle stramberie del suo lo¬quace compagno occasionale di viaggio, salito una sta¬zione dopo la sua. “ Smith. Mi chiamo Smith. E non sono affatto sciocchez¬ze, le mie. Affermo e ripeto che la terra non è il solo pianeta abitato dello spazio. Che ci sono, aggiungo, altri popoli galattici, in tutto simili agli abitanti terrestri, che un giorno verranno tra voi... ” “Tra voi... questa è bella! Caso mai tra noi, visto che anche lei mi sembra, come me e come il signore qui presente addormentato, non solo terrestre ma addirittura inglese come me,” sbottò il conte Klausevitz, che di inglese, a parte il nome di chiara discendenza tedesca, non aveva proprio nulla. “E' qui che lei sbaglia, caro amico. Io le ho appena finito di dire che altri popoli, sebbene non terrestri, sono in tutto simili a voi. Quasi in tutto. Ma non sono esseri umani. Io, per esempio,” aggiunse lo sconosciuto con calma. “Signor Smlth, o lei vuoi prendermi in giro oppure sta smaltendo una sbornia colossale. Così lei non sarebbe un essere umano, se ho ben capito,” disse il conte Klausevitz, con un ironico sorriso sotto i baffi grigi. “ Esattamente. Vengo da Omega Tre, una stella lontana molte migliaia di anni luce. Sono venuto sulla terra in viaggio di avanscoperta e di esplorazione. Poi, dopo il mio rapporto, verranno altri. Naturalmente se riusciremo ad eliminare l'unico possibile serio pericolo che ci minaccia su questo vostro mondo, che in definitiva è molto pia-cevole,” rispose lo sconosciuto, con tranquillità. “Signor Smith, lei è un gran burlone oppure un pazzo patentato. Diciamo che è un burlone, dato che l'aspetto del pazzo non lo ha davvero. E allora, visto che la sua fantasia è così sbrigliata, signor abitante di Omega Quat¬tro, quale sarebbe ii gran pericolo che ha trovato in que¬sto nostro caro, vecchio mondo? ” disse il conte Klau¬sevitz, con un grande sorriso che gli scopri tutti i magni¬fici trentadue denti della nuova dentiera. “ Prima di tutto non sono di Omega Quattro, ma di Ome¬ga Tre. Quelli di Omega Quattro hanno le antenne e sono verdi. Secondariamente voglio accontentarla. Il pericolo; l'unico, che noi corriamo su questa terra, è l'ammo¬niaca .” “Ammoniaca? “ ripeté il conte. “Ammoniaca. Per noi è un veleno mortale. Se anche una piccola parte di questo terribile elemento viene a contatto con l'atmosfera terrestre, immediatamente noi ci disfiamo, ci dissolviamo in una nuvola istantanea, umi¬da, bagnata. Scompariamo per sempre. E' la morte cer¬ta ” disse lo sconosciuto. In quel mentre il treno fece una brusca fermata. Una o due valige, sistemate sulla reticella, caddero con gran fragore. Il terzo passeggero, quello che dormiva, si sve¬gliò di soprassalto. “Oh dio, che disastro! ” esclamò. Apri affannosamente la valigia caduta ai suoi piedi e un puzzo spaventoso si diffuse per lo scompartimento. “Che schifezza! ” disse il conte di Klasevitz, chinandosi sulla valigia aperta, piena di cocci rotti. “Non lo dica a me, che faccio il rappresentante di una casa farmaceutica. Vendo ammoniaca... ” borbottò l'uo¬mo appena svegliato. II conte Klausevitz si voltò di scatto. Lo sconosciuto non c'era più: al suo posto, sul divano, si allargava una mac¬chia umida. +++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++ Ecco tre racconti di Barbara Branduardi. Chi è??? Sarà ancora viva?? Ha scritto racconti non eccezionali, ma mi affascina il mistero dell'autrice, e il desiderio di trarre il suo nome e la sua opera dall'oblio profondo nel quale si è inabissata. Ai confini della realtà LA MANO MOZZATA DI BARBARA BRANDUARDI Il conte Hamon, durante uno dei suoi viaggi aveva avuto in Egitto l'occasione di curare un indigeno affetto da potentissime febbri malariche e di guarirlo. Questo indigeno, che si diceva discendente di una illustre famiglia di grandi sacerdoti della vallata del Nilo, gli regalò in segno di gratitudine, una mano di mummia tagliata al polso, che contava per lo meno tremila anni. Era questo, egli disse a sir Hamon, il suo bene più prezioso, poichè quella mano apparteneva a una giovane principessa che era la settima figlia del predecessore immediato, del celeberrimo T utank-Hamen. La principessa un giorno si era ribellata al suo augusto genitore, il quale l'aveva condannata spietatamente a morte; poi, in aggiunta, ad aver mozza la mano. Il suo corpo sarebbe dunque stato sotterrato nella famosa valle dei Re, mentre la mano, in segno di punizione esemplare, doveva correre il mondo attraverso i secoli e cadere in possesso di padroni tanto diversi quanto profani. Così f u dunque. Di mano in mano l'orrendo resto era finito in possesso di sir Hamon. Costui lo tenne per diversi anni presso di sè senza peraltro provare mai alcuna inquietudine. IL RIPUGNANTE ARTO La mano riposava in pace sul suo cuscino di velluto rosso. Era una manina che doveva essere stata di finezza squisita. Adesso, raccorciata, annerita e disseccata, dopo tremila anni, conservava il suo segreto in una rigidità di pietra. Ma un brutto giorno la mano si mise a dare segni di una inverosimile agitazione. Prima essa cambiò di posto sul cuscino. Il conte Hamon la prese e constatò con spavento che le dita della mano si piegavano con flessibilità come quelle di una mano viva, o mozzata da appena qualche minuto... MACCHIE DI SANGUE MISTERIOSE Poi la mano assunse un colore più chiaro, ed un altro giorno, delle macchie di sangue apparvero verso il punto nel quale il polso era stato sezionato. Il conte Hamon, atterrito, fece chiamare il suo notaio ed un farmacista. Il notaio verbalizzò tutti questi fenomeni in un foglio che sembrava dover legalizzare lo strano affare; e quanto al farmacista, egli compose subito una mistura di lacca e pece, nella quale immerse, seduta stante, la mano, per tentare di renderle tutta la rigidità che si addice ad una mano di tremila anni. Infatti, la mano sembrò.... calmarsi, tornando al suo stato di naturale rigidità. MACABRA DECISIONE A quell'epoca, sir Hamon abitava una proprietà che egli possedeva in Irlanda. Si sa che quel paese fu teatro di sommosse sanguinose, durante le quali i colpi d'arma da fuoco echeggiavano ogni notte intorno alla casa. La battaglia fratricida infieriva: pertanto il conte Hamon pensò di ritornarsene in Inghilterra, come molti altri inglesi al pari di lui, e fece i preparativi per la sua fuga. Nel disordine e nello scompiglio della partenza, dei bagagli da fare, delle disposizioni da lasciare, la piccola mano gli sembrò ingombrante e, una sera, decise di bruciarla. Per quanto gli sembrasse macabra quella decisione, gli parve la più sensata, specie dopo le manifestazioni di misteriosa vitalità date dalla mano in un passato tanto recente. Nel focolare dove sii distruggevano le carte inutili, la mano venne dunque gettata. UNO SPAVENTOSO FENOMENO Allora... Allora si produsse ciò che lanciò sir Hamon in pieno soprannaturale, in un terrore indicibile. La mano non aveva ancora raggiunto la fiamma del focolare, che la porta (sotto una spinta misteriosa) volò in frantumi in un assordante fracasso di vetri infranti. Attraverso l'apertura spalancata, il parco apparve immerso nel chiaro di luna. E in quello stesso istante, sir Hamon e sua moglie, videro nettamente una strana apparizione. Era una principessa da leggenda, vestita alla moda dei Faraoni, di stoffe dorate, ornata di gioielli scintillanti, il capo sormontato da un diadema formato da pietre stupende. La strana figura prese forma gradualmente ed entrò nella stanza. Il conte, nonostante il suo legittimo spavento, ebbe il tempo di notare che a questa apparizione insolita mancava, appunto, una mano. Quella mano! Fu come un raggio di luna nell'enigma. < È la principessa >, pensò, < che viene a cercare a sua bella manina >. Ciò che essa fece, apparve, pertanto, quasi naturale: una cosa semplicissima. Si abbassò con solennità maestosa e con la sua mano valida, prese dalle fiamme l'altra mano che era rimasta (certamente per un portentoso potere) magicamente intatta. Ella sollevò allora le due mani alfine ritrovate, in una invocazione muta sulla testa. Poi, in modo perfettamente inverso, con la stessa magicità con cui era apparsa, la visione sparì, non senza aver lanciato a sir Hamon, incapace di pronunciare una sola parola, uno sguardo piuttosto vendicativo. Evidentemente la principessa egiziana non poteva perdonare al gentiluomo inglese l'oltraggio di aver buttato la bella manina (o, meglio, ciò che della mano dopo tremila anni era rimasto) nel fuoco del grande camino. Il conte e la contessa rimasero soli, costernati, in mezzo agli avanzi sparsi della porta e dinanzi al fuoco spento. Invasi da terrore superstizioso, essi non parlarono di questa romanzesca avventura, che molti anni più tardi. Ma talmente straordinaria ed incredibile era stata la loro avventura che pochissimi credettero a loro. ++++++++++++++++++++++++++ BARBARA BRANDUARDI IL CRISTALLO DEL TERRORE Alcuni anni or sono feci un viaggio in Inghilterra e mi recai com'è d'obbligo, nel quartiere degli antiquari londinese. Volevo acquistare alcuni oggetti di una categoria speciale, di cui m'interesso molto: oggetti, cioè, che, a torto o a ragione, sono reputati avere una influenza misteriosa, una potenza occulta. UN CRISTALLO DIABOLICO Dopo molte vane ricerche, capitai da un ometto, tutto naso e mento, proprietario di una botteguccia di « bric a brac », al quale rivolsi la mia solita domanda: - Ma ci credete a queste cose, signora? – egli mi chiese. - Certamente, altrimenti non ne farei raccolta. - Allora che cosa pensate di questo? E mi pose sulla palma della mano un cristallo della dimensione di un grosso uovo di piccione, di color latteo come l'opale, e con in mezzo una piccola macchia nera, triangolare, che sembrava prodotta da una diversa sostanza. Non ricordo più esattamente in che modo il mercante mi disse di essere venuto in possesso di quel cristallo: egli affermò che tale pietra era antichissima e doveva essere stata rubata in qualche tempio cinese. La persona che gliela aveva venduta, aveva dichiarato che tale cristallo aveva una influenza nefasta ed aveva provocato molte disgrazie. - Io non me ne intendo, - soggiunse. - Fatto sta che tre giorni dopo l'acquisto della pietra, mi morì la moglie. Se volete il cristallo, ve lo cedo volentieri. - Quanto ne volete? - Niente. Mi fate un favore portandolo via. E così me ne andai con il mio cristallo sovrannaturale. UN FATTO STRANO Alcuni giorni dopo, successe un fatto che ancora oggi non sono riuscita a spiegarmi. La lettera di conferma di un contratto da me concluso a Londra non giungeva. Scrissi sollecitando. Nessuna risposta. Riscrissi ancora. Niente. Attesi ancora e scrissi nuovamente. Silenzio assoluto. Ad un tratto pensai al cristallo. Era forse esso la causa di ciò? Ma essendo per nulla superstiziosa, lasciai il cristallo al suo posto e mi dissi che probabilmente la mancata conferma di contratto non giungeva per una qualche sciocca coincidenza. IL BAROMETRO INFRANTO Trascorsero alcune settimane e partii nuovamente. Presi con me il cristallo, pensando che la sua storia avrebbe senza dubbio interessato i miei parenti. E difatti, quando ebbi raccontato la circostanza in cui ero venuta in possesso del misterioso oggetto, la storia fece su tutti una enorme impressione. La pietra passò di mano in mano e mia sorella mi scongiurò di levargliela di casa al più presto. Dopo colazione dovevo recarmi dal mio oculista per far riparare un paio d'occhiali. Anche a lui raccontai la cosa. Egli ne rise molto ed accettò volentieri di tenere il cristallo presso di sè fino all'indomani mattina, quando sarei tornata per riprendere i miei occhiali. - Spero mi troverete ancora vivo, - soggiunse egli scherzando. Non solo lo trovai vivo e vegeto, ma lo trovai addirittura furibondo. - Guardate un po'! - mi disse appena mi vide, additando un angolo del negozio: - Era uno dei miei migliori barometri e valeva una cifra altissima. - Guardate! Guardai. Il tubo di vetro era rotto, alcuni lucidi globuli di mercurio erano sparsi sul pavimento. - È caduto stanotte dal suo chiodo: non so capire come. Una cosa simile non mi è mai accaduta. Potete riprendere il vostro sasso e non riportatemelo più, per l'amor di Dio! LA CHIROMANTE Alcuni giorni dopo pensai di fare esaminare il cristallo da una chiromante, anzi da una chiaroveggente. La donna se lo tenne per qualche giorno, poi me lo rimandò con questo biglietto: << La pietra ha indubbiamente una influenza funesta. Vi ho visto dentro scene terrificanti e persino, molto chiaramente, un volto con una espressione satanica. Distruggetela al più presto. Questo è il consiglio che mi permetto di darvi! >>. Tutto ciò avvenne dal febbraio all'agosto di quell'anno. Poi ebbi a fare un viaggio in America e non pensai più al cristallo che lasciai a casa. L'OCCHIO DI UN MOSTRO SACRO? Ritornai dopo sei mesi circa e non avevo proprio quasi più in mente il famoso cristallo, quando un giorno conobbi per puro caso un antiquario. Costui era stato impiegato precedentemente in una delle più famose botteghe antiquarie di Londra, ora ne aveva una per proprio conto e gli affari gli andavano molto bene. Naturalmente ardevo dal desiderio di mostrargli la pietra e corsi a casa a prenderla. - Cosa ne pensate? - gli domandai mostrandogli la pietra. - Ho già visto un'altra pietra come questa, esattamente come questa, a meno che non sia la stessa, - disse. -- Ritengo sia un occhio, probabilmente levato da un drago di bronzo cinese. - Interessante, - esclamai. - Ma tutti mi dicono che questa pietra ha un potere malefico... Scrollò la testa. - È probabile. Dovete sapere che i preti cinesi tengono questi mostri nei loro templi, e si servono degli occhi delle loro deità a scopi divinatori. - Questo lo so, - dissi - lo sanno tutti. Ma che c'entra... Lui mi interruppe con un gesto. - Lasciatemi finire, prego. Dicevo, dunque, che i bonzi cinesi si servono di questi occhi per interpretare le volontà degli dei e specialmente per decidere circa la colpevolezza e la innocenza degli accusati. Fece una sospensione sapiente, poi, guardandomi fisso negli occhi, concluse: - Ritengo che questo sasso abbia mandato molta gente al patibolo. Inorridii. Un brivido freddo mi passò per la schiena. Era davvero un oggetto terribile, quello, se veramente era servito a quei terribili scopi. Da allora, il mio cristallo non si è fatto più vivo: insomma, non ha più dato segno del suo potere malefico. Aggiungerò che nel maggio di quest'anno, l'ho mandato ad esaminare dagli specialisti del British Museum, i quali molto gentilmente hanno dato il seguente responso: . Era dunque veramente l'occhio mostruoso di un altrettanto mostruoso dio cinese! Mi limiterò a soggiungere che l'esame venne eseguito con una rapidità eccezionale, poichè riebbi la pietra quasi a giro di posta. Se dunque mi è lecito scherzare riguardo ad un così venerabile istituto, mi permetterei di sospettare che anche i signori tecnici inglesi hanno preferito tenere presso di sè il minimo tempo possibile il cristallo infernale, nel timore di ricevere da esso qualche influenza funesta e quindi indesiderata. Per quel che mi riguarda, mi sono affezionata al mio cristallo. Ho la presunzione che esso non mi recherà alcun male. ++++++++++++++++++ Ecco il terzo e ultimo racconto di Barbara Branduardi. Con questo si conclude l’opera omnia di questa misteriosa ragazza. IL P0ZZ0 MISTERIOSO di Barbara Branduardi Dopo aver scavalcato senza alcuna difficoltà il muro di cinta del giardino, due misteriose ombre umane si avvicinarono silenziose e guardinghe al parapetto di un pozzo che si apriva in un angolo del l'orto e si fermarono. - La corda! - disse una di quelle ombre. - È pronta, qui! - rispose l'altra ombra, sommessamente. Una solida fune venne legata ad un grosso palo sospeso al disopra dell'imboccatura, e uno dopo l'altro i due individui, si calarono nell'interno del pozzo. MOMENTI DI ANSIA Fuori regnava la grande pace della notte, profonda di tenebre. Giunti in fondo alla cisterna che, per la persistente siccità, era del tutto asciutta, uno dei due ignoti levò di tasca una lampadina elettrica e ne fece scaturire un raggio di luce bianca, proiettandola intorno, sulle pareti scabre. - Sei certo di poter trovare la pietra di chiusura? Ne sei proprio certo? La voce che aveva formulato questa domanda era ansiosa, non priva di una incrinatura isterica. - Sì. - Perchè, vedi, questi massi sono tutti eguali ed io non mi ci potrei raccapezzare. - Stai calmo. Vedrai che andrà tutto bene, - gli rispose l'altro. IL NASCONDIGLIO - I miei dati sono precisi. Sono il segretario particolare del conte, lo sai, ed ho potuto sorprendere gli appunti che egli è stato costretto ad affidare alla carta, in previsione delle più brutte eventualità. - Sì, certo... - La preziosa cassetta deve trovarsi in un buco chiuso dalla dodicesima pietra, in linea orizzontale, contando da sinistra a destra del tubo di terracotta, eccolo qui... - L'hai trovato? - Sì, vedi?... Si trova verticalmente all'altezza di un metro e sessanta centimetri dal fondo. La paura della rivoluzione ha consigliato il mio padrone a scegliere questo nascondiglio per le sue gioie. - Non è certamente uno stupido. - Vi è qui dentro un tesoro, che tutti i marchi della banca di Stato tedesca non potrebbero forse pagare, con i tempi che corrono... Se il colpo riesce e potremo poi scappare all'estero, la nostra fortuna sarà fatta. - Il cielo ti ascolti. - Al lavoro, adesso! Dobbiamo fare presto! La pietra deve essere una di queste... Questa, anzi. Tieni la lampadina, intanto che io intacco le connessure di calce. - E se di fuori scorgessero la luce? Saremmo belli fregati, non ci hai pensato? - Impossibile. Il pozzo è abbastanza lontano dalle finestre della villa. LA CASSETTA Il segretario del conte berlinese si mise a lavorare di buona lena, sgretolando le connessure di calce intorno alla pietra di chiusura. Di tratto in tratto si fermava per restare in ascolto, ma non udendo nulla nell'alto silenzio, riprendeva la fatica febbrile, accanitamente. Il compagno lo guardava e a mano a mano sulla sua faccia torbida passavano strani lampi di foschi pensieri, di cupidigie inespresse. La pietra a poco a poco fu isolata nel suo alveo, ed alla fine si distaccò, lasciando scorgere un vano buio. Il segretario allora lasciò cadere a terra il martello fasciato di stracci e il ferro aguzzo che gli erano serviti alla bisogna e cacciò là dentro le due mani tremanti. - Ebbene? La voce del compagno tremava di emozione, di ansia, di avida curiosità. - Ebbene, c'è la cassetta? - C'è! Il segretario aveva risposto esultante. - Siamo ricchi! - Ecco, stringo nelle mani una delle maniglie per tirarla fuori... È pesante la cassetta: deve essere, senza dubbio di ferro, ma per tutti i diavoli ci riuscirò! - Certo che ci devi riuscire! IL COMPLICE ASSASSINO Un urlo orribile gli uscì in quel momento gola; poi si ripiegò su se stesso e si accasciò ero in fondo al pozzo. Era morto. Il compagno, con fulminea rapidità, aveva raccolto il pesante martello e gli aveva vibrato un formidabile colpo sul cranio, spaccandoglielo. Quando lo vide cadere giù, senza vita, l'assassino cacciò le mani nel nascondiglio. - Ora è tutto mio! È tutto mio! - mormorava come impazzito, tirando a sè la cassetta. - Nessuno più dovrà dividere con me questo tesoro! È mio! Gli occhi gli lucevano di una cupidigia folle. Le mani gli tremavano per l'emozione. Non pensava minimamente al gesto terribile che aveva compiuto sul compagno suo complice. Egli non aveva la mente fissa che al tesoro del quale sarebbe tra breve entrato in possesso. Trasse fuori, finalmente, il pesante forziere, lo ravvolse in un sacco sospeso ad una spalla e, afferrandosi alla fune, si issò fin sul margine del pozzo. Qui stette con le orecchie ben ritte per udire se sopraggiungeva qualcuno. Il silenzio era perfetto. Le finestre della villa erano tutte buie. Nessuno, dunque, aveva udito il feroce grido dell'uomo, nessuno sospettava quel che stava avvenendo in quell'angolo del giardino. La cassetta pesava, ma per l'uomo era un peso dolcissimo. Non era una fatica portare sulle spalle quel cumulo di oro e di gemme. Senza più curarsi del compagno che aveva lasciato in fondo al pozzo, il delinquente si allontanò sotto il peso della cassetta, nella notte fonda. Il mattino seguente, il conte Matheus Korner scese in giardino. Era molto inquieto. Si domandava dove diavolo fosse mai andato a finire il suo segretario… Aveva molta stima in quel suo collaboratore, un giovane bavarese a cui voleva anche bene. Passeggiava a passi concitati, quando un cupo lamento lo chiamò vicino al pozzo. Qualcuno dal fondo invocava soccorso. Tutto in orgasmo per il sospetto della terribile verità, il conte chiamò gente della villa ed egli stesso si fece calare nella buia cisterna. Vide il segretario agonizzante, vide il nascondiglio violato, e comprese. Il segretario non era morto, come l'altro aveva creduto. Ma la ferita riportata era grave, non se la sarebbe scampata. Così, prima di morire, volle confessare ogni cosa al padrone, per sgravare la propria coscienza dalla mala azione. Raccontò il furto avvenuto in ogni minimo particolare, dando anche le indicazioni precise perchè il complice venisse tratto in arresto. Questi, un certo Feherman, fu infatti arrestato mentre raggiungeva a piedi il confine svizzero, per tentare di passarlo clandestinamente. Aveva ancora, ravvolti in un mucchio di stracci, tutti i gioielli che erano stati chiusi nella cassetta inviolata. COLUI CHE NON TI ASPETTI "NON SORRIDERE AL BAMBINO DAI RICCIOLI D'ORO; NON TOCCARE LA SUA GUANCIA DI PORPORA: IL BAMBINO DAI RICCIOLI D'ORO E' COLUI CHE NON TI ASPETTI..." RACCONTO DI PETER C. ARNOLD Era mezzogiorno in punto. Un mezzogiorno afoso, come novecentonovantanove altri. E il signor Ashal non era tipo da perdersi a considerare il caldo o qualsiasi altra sfumatura del tempo. Si sarebbe stupito, ma non tanto, se quel mezzogiorno fosse stato freddo; quel mezzogiorno di ferragosto: non si stupiva più tanto di nulla, da quando gli uomini s'erano messi a lanciare certi ordigni nello spazio, anche con le bombe H inserite nelle capsule dei missili. Per questo motivo il signor Ashal uscì lietamente dal suo ufficio. S'accomodò la cartella sotto il braccio e sgambettò allegramente, senza curarsi dei suoi cinquant'anni e della sua pancia piuttosto voluminosa, sul marciapiedi, a fianco di frotte di scolari che uscivano allora dalle lezioni. Era un tipo distratto, Wewel Ashal. E si maledisse una volta di più. Si dette una forte pacca sulla fronte e si fermò di botto. - L'appuntamento, mormorò, l'appuntamento: queste non sono cose da dimenticare... E si avviò, con passo deciso, al Museo della Scienza. Il vasto piazzale che dava all'ingresso del Museo, a quell'ora, era deserto. E il grande portone era chiuso. Ma lui non se ne curò. Proseguì del suo passo deciso e penetrò nel grande portale di noce, come se non vi fosse. Non si stupì minimamente di questo suo potere, il distratto Wewel Ashal; e quando il portone chiuso fu alle sue spalle, rimase immobile a osservare il limite del lunghissimo corridoio che gli si presentava. Era curioso, quel dinosauro tuttossa che pareva sorridergli. E anche il ghigno di quell'uomo-scimmia imbalsamato, che lasciava intravedere esasperanti venature costrette dal tempo e dalla mano paziente dello scienziato. Respirò due volte, e poi si compiacque dell'eco sinistro dei suoi passi, sul pavimento. Camminò deciso verso il fondo e si trovò proprio al cospetto di un gigantesco Samurai scheletrito, raccolto con le forti ossa nella corazza, col teschio che gli sorrideva dall'elmo arrugginito. Qualche gioco di fili e di sostegni doveva permettere ai resti del valoroso guerriero di poter sostenere con tanta naturalezza, col braccio alzato nell'atto di colpire, la pesante, fredda scimitarra. Lì si fermò. Consultò per un attimo l'orologio: mezzogiorno era passato da qualche minuto. « Pazienza, pensò; non sarà la fine del... ma si corresse subito, anche nel pensiero; pazienza, speriamo che non vi sia nulla di grave, per questo piccolo ritardo ». L'altro, comunque, non aveva tardato. Ne sentiva la presenza, il buon Wewel Ashal, in quell'ambiente. Lo stesso diffuso odore di ciclamini, che s'era sparso attorno, impregnando l'aria e le cose, proprio come a casa sua, la sera prima. *** Era rientrato stanco e aveva acceso subito il televisore, la sera prima, Wewel Ashal, mentre s'accingeva a riordinare le carte della sua borsa, sul tavolo dello studio, in casa sua. Aperse il mobile-bar e ne trasse la bottiglia di cherry, semivuota. Se ne versò un parsimonioso goccetto in un bicchiere pulitissimo e occhieggiante e prese a centellinarlo, con calma; con la solita calma, insomma. « Il lancio della bomba H tramite la capsula di un missile THOR non è riuscito ». La voce dello speaker, alla televisione, era alquanto monotona. « Gli scienziati hanno provveduto a disintegrare la carica esplosiva contenuta nella capsula e il missile è svanito al largo delle isole di Pasqua ». Wewel ingoiò brontolando l'ultimo goccio e spense l'apparecchio con rabbia. « Fate pure, fate pure: ci ammazzerete tutti, borbottò; tutti ». « Buonasera ». Wewel si voltò di scatto. La vocina gli era parsa timida e bianca. Non vide subito il bambino che era seduto comodamente nella sua poltrona preferita, quattro volte più grande di lui. Era un bel bambino. Gli occhi celesti, una lunga veste candida, con un delicato fregio nell'orlagione, in stile romanico, un fregio d'oro. Aveva riccioli lunghi e curiosamente, piacevolmente disordinati. Un sorriso magnifico, magnifico. - Chi sei? - chiese Wewel. Il bambino continuava a sorridere. E Wewel non s'accorse nemmeno che non gli rispondeva, rapito com'era nella contemplazione del suo bellissimo volto. Delle sue manine rosee, che giocavano leggermente con l'orlo consunto della vecchia poltrona. - Sei un angelo?... Un angelo... Ho sempre pregato per vedere un angelo. E mi hanno mandato il più bello... Così dicendo Wewel prese ad avvicinarsi alla bella creatura, che continuava a sorridergli. - Non avvicinarti, gli disse severo il bambino; - è meglio che non ti avvicini. Ma Wewel non lo ascoltava. Le mani protese, sfiorò la carnagione rosea del bambino, ma ritrasse subito, violentemente, le mani. Aveva percepito qualcosa. E ora il bambino non gli sorrideva più. Aveva gli occhi fissi su di lui, in un cipiglio severo, e il colore della sua pelle andava sempre più macerandosi. E Wewel inorridì. Inorridì di quelle rughe chiassose e profonde, di quelle vene macilente e di quelle piaghe che andavano lentamente imprimendosi, lentamente e inesorabilmente, sul volto del fanciullo. - Ti avevo detto di non avvicinarti. - Sei un angelo? - Lo chiese con minor convinzione, ora, Wewel. Il bambino sghignazzò, volgarmente. Mentre la peluria andava coprendo le sue guance e le sue braccia. Allora Wewel notò il pus che andava raggrumandosi e propagandosi, con violenza, su quella carne che un attimo prima era rosa. - Un angelo? Solo allora Wewel si accorse di quello strano intenso odore di ciclamini, che arieggiava intorno. Annusò. E respirò a pieni polmoni di quell'aria. Il bambino continuava a fissarlo, immobile, mentre le sue carni subivano quel crescente processo di macerazione. - Sei ammalato... Sei venuto da me a farti curare, fanciullo? Il ragazzo continuava a sghignazzare. Ora era in piedi. E pareva ancora più piccolo di prima, più minuto, con la testa enorme, macabra per quelle vene e quelle rughe disgustanti, che gli si piegava in avanti. La sua mano si alzò, lentamente. - Sono venuto a prenderti, maledetto uomo. Io sono la morte. *** Il giorno dopo quella conoscenza, la mattina presto, Wewel si alzò e si recò fischiettando in ufficio. « Strano tipo, quel ragazzo: chi l'avrebbe mai detto che la morte era così? ». Ma non ci pensò poi tanto, Wewel, quella mattina, perché le pratiche dell'ufficio non permettevano distrazioni: tre giorni per preparare a dovere la relazione sulla distribuzione dei cementi ai cantieri del lato est della città. E il suo dovere doveva e voleva farlo sino in fondo, anche se sarebbe morto a mezzogiorno di quella stessa giornata. Mezzogiorno. Per quell'ora doveva trovarsi al Museo della Scienza, in fondo al primo corridoio, di fronte allo scheletro di un guerriero Samurai con la scimitarra in mano. « Sarà chiuso, a quell'ora », aveva replicato. « Non preoccuparti », aveva risposto il ragazzo - vecchio; « passerai per il portone chiuso. Perché sarai già virtualmente morto ». Wewel aveva sorriso. *** E ora si trovava lì, a osservare il ghigno del Samurai scheletrito, a domandarsi il principio di gravità che permetteva a quella grossa, abnorme scimitarra d'essere sorretta dalla mano di un morto. E ad assaporare il gustoso profumo di ciclamini, d'intorno. - Salve. Wewel si voltò. - Devi scusarmi il ritardo, disse impacciato; - ma non sono abituato a queste cose. Il ragazzo dal volto rugoso di vecchio sorrideva. Se quello poteva dirsi un sorriso. - Ho sempre saputo - proseguì sempre più timidamente Wewel - che si morisse in un modo diverso, e che la morte fosse vestita di nero, con un cappuccio consunto sul cranio di una vecchia megera, con in mano una falce simbolica, che... Parlava e parlava il buon Wewel. E il ragazzo vecchio sorrideva. Non sapeva, Wewel, che dal giorno prima erano trascorsi milioni di anni. FINE IL DOTTOR NERO E LA NOTTE DEI PIPISTRELLI RACCONTO DI WILLIAM KINSTON Lord O'Nell ci guardò per un istante assorto, poi disse: - Il crepuscolo mi fa paura. Appena cala il sole io mi ritiro in camera mia e da diciotto anni, non ho più visto brillare le stelle, neppure attraverso i vetri delle finestre. Stupimmo tutti. - Da diciotto anni! - esclamai. - Sì, è una vecchia storia... Lord O'Nell ci aveva invitati a trascorrere il pomeriggio davanti ad una tazza di the nel suo magnifico castello. Ma ora che il crepuscolo stava per scendere notavamo in lui un nervosismo che egli malamente celava. Egli si era levato in piedi, ora, e noi lo avevamo imitato, sentendo che qualche cosa di bizzarro era nelle sue parole. - Se volete rimanere - disse ad un tratto - fate pure: siete in casa vostra. Io, con il vostro permesso, mi ritiro... E' l'ora dei pipistrelli. La parola strana suonò come un singulto, nella pace del tramonto che andava morendo in un caldo pallore di oro bizantino, sulla conca del mare. - Se lo desiderate - disse milord - potete ritirarvi in salotto con me. Parleremo un poco. Mi volsi ancora una volta a dare una breve occhiata al cielo e al mare, quando tutt'a un tratto, sentii una mano potente che mi stringeva il braccio e mi trascinava verso la porta vetrata del salotto che s'apriva sulla terrazza. - Presto, presto! - mormorò una voce soffocata. Lord O'Nell, pallido, disfatto, mi sospinse nel salotto, si avventò alla porta a vetri, la richiuse in fretta e con mano convulsa abbassò le spesse tende. Ma, prima che esse si abbassassero del tutto, nel barlume crepuscolare potei intravvedere un palpitare di brevi ali nere che passò e scomparve, radendo i vetri… *** Alla luce tranquilla della lampada a stelo che rischiarava quell'angolo di salotto severo come un sacrario - un angolo tutto pieno di stoffe grevi, di armi fantastiche, di trofei esotici, bizzarri come visioni di allucinati - il volto di milord appariva, ora, un poco più calmo; solo i folti baffi rossicci avevano un tremito impercettibile. - Sento che vi debbo una spiegazione... Il fatto è stato così brusco, che voi dovete sapere, per poter comprendere. Diciotto anni or sono io ero felice, ricco con un grado elevato nella marina britannica, sposo da, pochi mesi a una bellissima ragazza. Non potevo desiderare di più. Dopo un lungo viaggio di nozze, condussi mia moglie a prendere possesso del mio castello, l'antica e grigia rocca di Greencastle nella contea di Kildare: quel castello del quale ella, l'ultima donna di casa O'Nell, sarebbe stata la padrona assoluta. Temevo che la severità e la solitudine del paesaggio, grandioso ma triste e l'aspetto cupo di Greencastle, tutto cinto di edera fosca, dovessero spaventare mia moglie. Ma non fu così. Ella si mostrò subito entusiasta tanto dei luoghi come della dimora avita. Il giorno dopo il nostro arrivo le feci visitare il castello, riserbando per ultimo la gran sala degli antenati al primo piano, dove infine la condussi, indicandole le quattro interminabili pareti dove tutti gli O'Nell, guerrieri, magistrati, dame e canonichesse si drizzavano sul fondo nero degli enormi quadri incorniciati di oro. Le mostrai un quadro dopo l'altro. Ad un certo punto credevo di aver terminato la visita, quando Laura disse, accennando ad una porticina: - E là che cosa c'è? - Altri quadri, credo, - risposi - Tele insignificanti, senza dubbio... - Andiamo a vedere. Mi prese per mano e mi trasse verso la porticina, che spalancò. Ci trovammo in una stanzetta rotonda, che riceveva la luce da un foro aperto nella volta: una stanzetta che, a giudicare dall'abbandono cui si trovava, doveva essere poco frequentata dal personale di servizio di Greencastle. A terra, scale e piuoli, qualche cassa vuota, qualche tela sfondata: alle pareti moltissime ragnatele e due o tre quadri. - Sono paesaggi, - spiegai; - sgorbi di nessun valore, che si trovano qui da qualche secolo. Laura guardò, e stava per tornare indietro convinta, quando esclamò: - No, no, li c'è un ritratto, guarda! C'era, infatti, un ritratto: qualcosa che, nella penombra e ad una certa distanza, non si discerneva bene. Ci avvicinammo, egualmente curiosi tutti e due, e, finalmente, ricordai di che si trattava. Era il ritratto di un giovane trentenne: un viso magro, affilato, pallido, incorniciato da una barba nera; un viso in cui due occhi turchini, acuti come due lame, pareva brillassero. Era vestito tutto di nero, con un berretto pure nero in testa, alla foggia dei medici del secolo decimo-settimo, e, particolare bizzarro, stringeva al petto, con la bianca mano sottile, una mano cerea, magra, fantastica, un pipistrello dalle ali aperte. Si trattava di un simbolo? Era una stranezza del ritrattato o del pittore? Chi lo sa! - Rammento, dissi sorridendo; - E' il ritratto di uno sconosciuto, che non sappiamo come sia capitato qui, da circa duecento anni... Non è né un nostro antenato, né un personaggio che avesse, a nostra notizia avvicinato, due secoli fa, la nostra famiglia. Già, il tipo non è neppure irlandese. Dall'abito giudico che sia stato un medico o un naturalista. Quando ero piccino e chiedevo notizie di lui, Betsy, la mia buona nutrice, mi rispondeva, battezzandolo con un nome che gli era stato certo imposto da lei, che egli era il « dottor Nero ». Non avevo ancora terminato la frase, che Laura, la quale si era avvicinata al ritratto mentre io parlavo, diede ad un tratto in un grido soffocato e vacillò, aggrappandosi alla mia spalla. La sorressi, la presi tra le braccia e la portai fuori, spaventato del caso imprevisto, ancora troppo ignaro della psicologia muliebre del tentare di trovare una causa al suo svenimento. Quando Laura riprese i sensi, mi sorrise con dolcezza e mormorò: - Un capogiro... Effetto della stanchezza... La visita al castello mi ha spossata. Non spaventarti. Non è nulla di grave. Rassicurato, la baciai. Avevo bisogno di crederle e le credetti, senza la minima esitazione. Invece… *** Trascorsero due giorni senza che si verificasse alcun incidente. Mi accorgevo, però, di un certo cambiamento nel carattere di mia moglie per solito lieta e vivace: ora era quasi sempre silenziosa, distratta, come vinta da un pensiero persistente e tormentoso. Non mi sarei, però, mai risolto a dirle nulla se una mattina, molto per tempo, cercandola dappertutto, non l'avessi vista sgusciare dalla porticina della stanzetta rotonda. Sperava evidentemente che non l'avessi vista uscire di là, perché rasentò la parete e venne verso di me come se si fosse trattenuta fino a quel momento nella sala degli antenati ». Non potei fare a meno di rimproverarla: - Perché sei tornata in quello stanzino? Hai dimenticato che fu proprio là dentro che ti sentisti male? Da qualche tempo, poi, ti vedo più pallida e sembra che tu soffra di qualche cosa... Lei non rispose. Mi abbandonò la testa sulla spalla lasciandosi sfuggire un sospiro. - E' forse la tristezza di questo castello, che ti rende malinconica? - ripresi - O è forse quello strano ritratto del « dottor Nero »? Avevo appena detto queste parole, che Laura sussultò, fissandomi con gli occhi sbarrati e mettendomi una mano sulla bocca: - No... no... taci... Andiamo via, andiamo presto, ti prego... Il volto le si era scolorato e la voce era affannosa, un poco tremante. Si guardò intorno, quasi temesse che qualcuno avesse potuto ascoltare il nostro colloquio, e poi si strinse al mio braccio, ripetendo più sommessamente: - Andiamo via, te ne supplico... Andiamo via... La condussi nel parco. Ero divorato da un oscuro presentimento. Dopo un poco le chiesi: - Ebbene, Laura, mi dirai finalmente... M'interruppe abbracciandomi: - Non chiedere, ti prego. E' una sciocchezza... - Ma c'è qualche cosa a Greencastle che ti spaventa? Scosse la testa, mentre un'ombra le passava nello sguardo. - Finchè ci sarai tu qui, non avrò paura di nessuna cosa al mondo. La risposta, invece di rinfrancarmi, mi fece sussultare. Ignorava, forse, o aveva dimenticato, che tra quattro giorni dovevo lasciarla, poi imbarcarmi su una nave della marina britannica? *** Sentivo che qualche cosa esercitava una acuta suggestione su mia moglie: la teneva avvinta sotto il suo triste fascino, la rendeva sempre più silenziosa e pallida, mettendole come un sogno spaventoso negli occhi neri. Avrei voluto sapere chi o che cosa esercitasse quel maleficio: ma non osavo domandare, per non provocare in lei una nuova scossa... Patrick, il vecchio maggiordomo fedelissimo alla famiglia, al quale chiesi, fingendo indifferenza, se la padrona gli avesse mai detto che Greencastle era un po' troppo grave ed opprimente per la sua anima, mi rassicurò dicendomi che al contrario, la signora era contenta del suo soggiorno. Soltanto, egli aggiunse, doveva temere l'umidità dei boschi, perché gli aveva ordinato di chiudere tutte le finestre al cader del giorno... La penultima notte che doveva precedere la mia partenza, mi ridestai bruscamente da un sonno breve e agitato. Come in un incubo intravidi un chiarore nella stanza da letto. Balzai a sedere sul letto e vidi Laura con un accappatoio gettato sulle spalle, ritta in mezzo alla camera, che guardava sotto la volta, levando in alto la lampada elettrica che si trovava sul suo comodino: pareva che cercasse qualche cosa. Notai che la sua espressione era colma di angoscia: gli occhi sbarrati in cui si leggeva uno sconfinato, disumano terrore, il viso contratto. - Laura! - gridai, correndo verso di lei. - Cosa c'è, Laura? Cosa ti succede? Sussultò, bianca in volto e per poco la lampada non le sfuggi di mano. - Cosa cerchi?... Perché quell'espressione di terrore?... Ti prego, parla!... Mi guardò in silenzio, poi mormorò con voce appena udibile, volgendo via lo sguardo: - Nulla... Un rumore... Mi pareva che... Ma non è nulla... Torna a letto, caro... Certamente mi sono ingannata... Tremava tutta, ora, non so se per il freddo della notte, o per la paura. Volli rassicurarla. Armatomi della mia rivoltella ispezionai non solo minutamente la stanza, ma le stanze vicine ed i corridoi che davano al nostro appartamento privato, mentre Laura mi attendeva rannicchiata sotto le coperte. Quando mi vide rientrare mi fissò, ansiosamente, con uno sguardo che era un'interrogazione piena di angoscia. - Non hai... non hai incontrato... nessuno?... Scossi il capo, sorridendo: - Nessuno, - dissi, - probabilmente hai fatto un brutto sogno e ti sei spaventata. Tutto qui. - Probabilmente è così, - convenne Laura. La giornata seguente trascorse tra i preparativi per la mia partenza. Attendevamo l'arrivo di una dama di compagnia per Laura, ma forse a causa del cattivo tempo, che scatenò un vero diluvio sui boschi di Greencastle per tutto il giorno e parte della notte, le era riuscito impossibile raggiungerci. Dovevo partire nella mattinata, e perciò decisi di non andare a letto, passando la notte a rivedere i miei piccoli bagagli che i domestici avrebbero portato, all'indomani, a Kingstown. Laura voleva vegliare con me, ma alle mie insistenze acconsenti a ritirarsi in camera, lasciando però aperto l'uscio che comunicava con la stanzetta ove io vegliavo. Era da poco cessato l'ultimo scroscio di pioggia ed un gran silenzio era nella notte, quando d'improvviso sentii un grido proveniente dalla stanza da letto. Tesi l'orecchio, ma subito dopo il piccolo grido si rinnovò, e, prima ancora che fossi balzato sulla soglia, Laura era già là, discinta, tremante, con gli occhi sbarrati, scossa tutta da un lieve tremito. - Hai inteso? - esclamò, ansando, stringendomi: - Pensi che mi sia ingannata anche questa volta?... La guardavo perplesso, cercando di comprendere. - Cosa dovevo intendere?... Laura scosse il capo sconsolatamente: - Pensi che abbia sognato anche questa volta?.… Rispondimi, non vi sono pipistrelli a Greencastle?... Questa parola, pipistrello, mi colpì, e fu, per me, come un lampo di luce improvvisa. - Comprendo, - esclamai: - E' ancora una volta quell'orribile quadro, che ti ritorna alla mente… E' quella schifosa bestiaccia dipinta in quel ritratto… Per un temperamento suggestionabile come il tuo, è bastato vederla per esserne colpita... Ma non temere, sfonderò subito quella tela e tutto sarà finito... - No, no!… - proruppe lei, con impeto. - Non farlo, ti prego! Non farlo! E come vide che io la fissavo, sbalordito, riprese un tono più calmo, più controllato: - Basterà che tu faccia rimuovere il quadro di là e portare altrove, in una delle torri, in una soffitta lontana... Ma non sfondare quella tela... TU NON PUOI SAPERE CHI SIA RITRATTO IN QUELLA TELA... Parole piene di un oscuro significato, che mi lasciarono per un momento interdetto. Ma fu impressione di breve durata: il pensiero di aver trovato la causa di tutti quei fenomeni che mi erano parsi sino allora inesplicabili (quasi da farmi dubitare del buon stato mentale di Laura), mi calmò. Poco dopo facevo trasferire il famoso quadro in soffitta. E alcune ore più tardi partivo. *** Non fossi partito mai! Ha, se le torri di Greencastle mi avessero tenuto prigioniero!... Fossimo stati entrambi, io e lei, colpiti dalla cosa orrenda! La prima lettera di Laura che ricevetti era scritta in tono calmo, sereno. Solo un periodo aggiunto in fondo al foglio mi lasciò perplesso: « Sarai di ritorno per il ventisei novembre? ». Le risposi comunicandole che, purtroppo, il mio viaggio non avrebbe avuto termine che in gennaio. Trascorsero circa due settimane ed ecco un'altra lettera che mi raggiunse in navigazione: la lettera fatale. La lettera DELLA CONFESSIONE. Lord O'Nell si alzò, penosamente, dischiuse un cofanetto e ne trasse un foglietto un po' ingiallito: - Eccola! - Noi tacevamo, ansiosi, aspettando. « Amore mio », egli lesse: « Io non devo tacerti oltre la verità. Devo confessarti ogni cosa, prima che la vendetta di lui mi raggiunga, prima che io sia uccisa, lontana da te, senza che forza umana possa salvarmi, qui, nel castello di Greencastle che io non volli lasciare, che io non lascerò se non quando mi porteranno via, morta, per seppellirmi nel cimitero degli O'Nell. Ascoltami e non rimproverarmi, perché nessuna colpa io ho commesso verso di te, neanche con il mio silenzio. Prima di conoscerti, molti anni fa, a Firenze, in una gita compiuta con amici, mi imbattei in un giovane medico straniero, uno spagnolo pallido, dalla barba nerissima, dagli occhi penetranti… Aveva un fascino strano, bizzarro, e mi conquistò subito, avvincendomi, parlandomi del suo avvenire, che voleva fosse carico di gloria e di onori. Lo rividi a Firenze, dove mi ero stabilita per qualche anno con i miei, divenne amico di casa, mi confessò il suo amore. Non seppi resistergli. Non potevo resistergli. Soltanto, poiché le sue condizioni erano modeste ed egli era troppo orgoglioso per ricevere una dote come un'elemosina, si fece promettere che io avrei atteso ancora qualche tempo: egli sarebbe partito con una spedizione scientifica per la Terra del Fuoco e contava di farsi un nome, per certi studi sulla fauna velenosa di quell'estremo lembo dell'America meridionale. Glielo promisi. Nell'accomiatarsi, egli, stringendomi la mano mi disse, fissandomi stranamente negli occhi: - Bada che gli uomini come me non si debbono dimenticare. MAI. Essi si vendicano del tradimento, come dell'abbandono. Si vendicano CON ARMI CHE NESSUN UOMO AL MONDO CONOSCE! Mi sentii assalire da una strana paura. Tuttavia lo rassicurai: mi pareva di essere così sicura di lui e di me. Partì, e per lungo tempo non ne seppi nulla. Non mi scrisse mai, né io gli scrissi. E, a poco a poco, le vicende della vita cominciarono a indebolirne l'immagine nella mia memoria: restava, del suo amore per me, un vago ricordo che mi dava la sensazione bruciante di una cicatrice non interamente rimarginata. Un giorno, dopo circa nove mesi dalla sua partenza, la sera del ventisei novembre, mia madre, leggendo un giornale inglese, ebbe un sussulto ed esclamò: - Toh!, quel povero amico nostro... Non so perché, sentii un brivido e chiesi, levandomi in piedi: - Chi?... Quale amico nostro?... Mi tese il giornale, senza parlare, accennando ad un articolo firmato e datato da Buenos Aires. Lessi: una spedizione di scienziati recatasi nella Terra del Fuoco, aveva avuto la sventura di perdere due dei suoi componenti, dopo un'agonia orribile, in seguito ad infiammazione sviluppatasi per certe ferite che si erano riscontrate su di loro, dopo una notte trascorsa incautamente all'aperto. Non c'era da dubitare che si trattasse dei vampiri, gli immondi e feroci pipistrelli dell'America del Sud. E qui il giornale si diffondeva a lungo sulle abitudini di questo pericoloso e spaventoso chirottero, concludendo con il rimpiangere, soprattutto, la fine di una delle due vittime, un giovane e valoroso dottore spagnolo, che gli indigeni di scorta veneravano come un essere soprannaturale, chiamandolo, per il colore delle chiome e della barba, il dottor Nero ». Non potevo ormai più dubitare: il « dottor Nero » era lui, l'uomo che mi aveva strappato la promessa di attenderlo, di diventare sua, l'uomo che aveva proferito anche l'oscura minaccia. Il dolore che mi diede tale notizia mi fece sentire in pari tempo che il vincolo che avevo stretto con lui si era spezzato, e questo pensiero, non so perché, mi diede un senso di liberazione, come se mi fossi sottratta da una suggestione possente ed invincibile... Sentivo, allora, che il mio amore per lui mi era stato imposto da una specie di influsso magnetico e che questo influsso, ora, era finito. Io ero libera. Ero tornata ad essere interamente libera. La mia promessa non aveva ormai più alcuna ragione di venire mantenuta, dal momento che lui era morto. Ed un mese dopo conoscevo te, e la tua bontà e la tua lealtà fiera e cavalleresca. Le tue virtù mi fecero comprendere come vi fosse al mondo un amore diverso DA QUELL'ALTRO, un amore nobile e grande: quell'amore che, dopo sette mesi, ci conduceva all'altare e mi dava il diritto di portare il tuo nome, quello degli O'Nell. Ed ora ascolta, amore mio - continuava la lettera - ascolta la cosa assurda e terribile, ciò che tu solo saprai e che mi tiene sotto la potenza di una forza inesorabile, che mi ucciderà... Credevo che il vincolo antico fosse finito con la morte di lui, credevo che nulla mi legasse a quel morto: AVEVO DIMENTICATO LA VENDETTA... Ed EGLI mi riapparve, un giorno: mi riapparve qui, nel tuo castello, in quel ritratto che vedemmo insieme, quel fosco ritratto di uno conosciuto... Rividi il suo viso pallido, la sua barba nerissima, i suoi occhi penetranti come lame... ed egli stringeva - ricordi? - tra le ceree mani la bestia orribile, che lo aveva ucciso... Tu non VEDESTI ALTRO, tu non SENTISTI ALTRO... Ma io vidi - VIDI, capisci? - il palpitare delle ali di quel pipistrello e SENTII che la sua bocca immota diceva una data: VENTISEI NOVEMBRE... Era la data della mia sentenza, la data fatale della vendetta, ch'egli pronunciava, da quella tela, che è qui da duecento anni e che voi non sapete DI CHI SIA... Da allora io ho inteso che ero perduta; e da allora la sua vendetta è cominciata... Tu non SAPEVI e non SENTIVI, ma nella notte, era QUEL PIPISTRELLO, che veniva e si aggirava per la stanza, in larghe ruote, invisibile a tutti, muto ammonimento di CIO CHE DOVRA' AVVENIRE e, forse, spaventoso strumento del suo castigo... Volli illudermi, da principio, cercai di riconfortarmi, trattandomi da visionaria: ma, a poco a poco, finii col non dubitare più. Non ebbi più speranza. Non ti volli dire nulla, ma tu intuisti qualche cosa nella notte che precedette la tua partenza, e facesti trasportare altrove quel ritratto, per rassicurarmi... Fu vano. Il destino si imponeva. Ed il pipistrello, l'orribile bestia, è venuto ancora, la notte, nonostante io facessi chiudere tutte le porte, tutte le finestre. Nonostante che Matilde, la mia dama di compagnia, dormisse nella stanza accanto alla mia camera, e Patrick ed i servi, a cui nulla ho detto mai, dormissero nel corridoio e nelle anticamere. È venuto ancora. I suoi volteggi ogni notte si abbassano sempre più, sempre più... Sento il fremito delle sue ali, nella notte buia, sempre più vicino al mio viso... IL VENTISEI NOVEMBRE: ecco la data in cui tutto ciò finirà. La data che EGLI HA SEGNATO e che nulla varrà a protrarre, che nessuna forza umana potrà allontanare da me. Sto consumandomi nell'angoscia e nel terrore. I nervi non mi reggono più. Sono avvolta nella crudele atmosfera di un mondo soprannaturale. Se tu non puoi venire, se tu non poi salvarmi ed io SENTO che nessuno lo potrà, al mondo - vieni, almeno in tempo per rivedermi sul letto di morte, prima che il cimitero degli O'Nell mi abbia. Vieni a baciarmi in fronte per l'ultima volta. Così ti aspetta, morta, amandoti al di là della vita, come oggi, la tua Laura, infelice ed innocente ». *** Le ultime parole furono lette da Sua Grazia con voce soffocata da un nodo di pianto. Stette così, un poco, guardando quelle pagine, ove tutta una storia dolorosa e oscura era scritta. Poi disse, più sommessamente, come colpito da una stanchezza invincibile: - La lettera era troppo strana, terribile e vibrante di verità perché io la credessi dettata da un'allucinazione, da una mente malata, da un'immaginazione morbosa. E poi, fosse stata anche scritta in un eccesso di follia, il dovere di correre accanto a mia moglie demente m'imponeva di non indugiare più e di tornare a Greencastle al più presto possibile. Ventisei novembre! Quella data fatale suonava ora al mio orecchio come un rintocco funebre. Se fossi giunto in tempo al castello! La lettera mi era giunta con un ritardo inesplicabile. Alla data fatale mancavano appena tre giorni. Telegrafai subito all'Ammiragliato chiedendo d'urgenza di essere autorizzato a prendere un aereo per tornare immediatamente in Inghilterra. Ma proprio quando il messaggio era stato inviato si scatenò una bufera infernale. La nave rischiò di venire sommersa dalle montagne d'acqua contro le quali i venti che soffiavano indemoniati da ogni direzione la mandavano a sbattere. In plancia, ero divorato dal terrore di non poter salvare la mia nave ed i miei uomini, e dal terrore di non poter salvare lei, la mia Laura. Per quanto i telegrafisti tentassero di mantenere i collegamenti, le comunicazioni radio si interruppero. Non solo non potevamo mandare messaggi, ma non potevamo neppure riceverne. Non poteva non esserci in tutto questo la mano di un destino oscuro, imperscrutabile ed orrendo che voleva ostacolare ogni mio tentativo per correre presso la donna che amavo e che sapevo in pericolo. Per tutto il giorno, per tutta la notte ed il giorno seguente la pesante nave da guerra rimase in balia del mare imbestialito. Ci trovavamo in pieno Atlantico, lontanissimi da ogni costa. Sballottati da correnti contrarie, investiti da prua, da poppa, di fianco, dovevamo bordeggiare cambiando continuamente rotta, cercando di prendere di prua il mare imbestialito. Finalmente al cader della notte del venticinque novembre il mare si calmò, il vento cadde: le comunicazioni con le stazioni telegrafiche poterono essere riprese. Il messaggio dell'Ammiragliato mi venne subito consegnato: rientrassi pure. Un elicottero mi avrebbe prelevato dalla nave tra un paio d'ore e portato al più vicino aeroporto perché potessi noleggiare un aereo privato. Tre ore dopo, infatti, lasciavo la nave a bordo dell'elicottero. Ma il viaggio non fu tranquillo. Perdemmo alcune ore per un guasto, quando l'elicottero fu costretto a scendere su un isolotto per essere riparato. Tullo concorreva ai danni miei e di Laura; erano circostanze, queste, che non potevano non essere addebitate alla misteriosa potenza di COLUI CHE CI PERSEGUITAVA. Cosa provassi nel corso di quell'interminabile viaggio non potrei descrivere e nessuno potrebbe intendere... Avevo fretta e, insieme, avevo paura di arrivare. E sempre quella data fatale che mi avrebbe visto giungere con un largo margine di ritardo. Infatti non arrivai che il giorno ventisette! Con ventiquattro ore di ritardo. ERO ARRIVATO TROPPO TARDI! La dama di compagnia di Laura, che mi ricevette all'ingresso insieme a Patrick ed al resto della servitù in lacrime, non poté dire altro, singhiozzando, che queste parole: - Venite a baciarla... Laura giaceva tutta bianca sul gran letto scolpito: aveva sul viso pallido un sorriso triste, il sorriso, l'ultimo, che ella aveva serbato per me. E in quel sorriso era l'addio al nostro amore, alla vita, al sole, a tutte le cose belle. Il sorriso di chi se ne va, rassegnato, vinto dalla fatalità. Quando, passata la piena del dolore, potei levarmi in piedi, un bisogno imperioso di sapere tutto mi prese, più forte dell'angoscia, più forte dello schianto. - Io non so e non posso dire quale strana cosa sia avvenuta, - balbettò la dama di compagnia - Posso giurare, però, che questa notte, risvegliata da un suo gemito - ella si lagnava spesso in queste ultime notti, ma bastava che io accorressi per vederla rinfrancata - mi sono avvicinata alla porta, come al solito. E questa notte io giuro di aver udito distintamente COME UN FREMITO D'ALI CHE URTASSERO CONTRO QUALCHE COSA... Ho spalancato l'uscio: nessuno. Ho chiamato, ma la signora, taceva… Era già finito tutto. Ecco tutto quello che sono riuscito a sapere. Ma un ultimo indizio scopersi alla fine, quando mi curvai ancora una volta su Laura, per baciarla: ed io vidi, fremendo, DI CHE COSA ERA MORTA... Laura aveva, al sommo del petto, un sottile solco, una striscia rossa, quasi invisibile, COME L'IMPRONTA DI UN'ALA TAGLIENTE... Corsi alla torre dove il ritratto funesto vi si doveva trovare ancora. Ma un domestico mi avvertì che il vento, tre notti prima (nella notte della famosa tempesta in mare), aveva diroccato una parete mezzo cadente. Le pietre avevano seppellito ogni cosa. Mi precipitai sul mucchio. Non c'era più nulla. Solo un brandello di tela, nel quale due occhi turchini, acuti come due lame, pareva brillassero. - Io so, - concluse milord, - che lo spirito malefico di lui mi perseguita, vuole la sua vendetta contro di me. Sento anch'io i pipistrelli, di notte, e li vedo. Farò la stessa fine di Laura, nel giorno designato... Non so quando... La fatalità incombe su di me. Tuttavia non ho paura. Andrò a raggiungere Laura e tutto questo finirà. Un fremito d'orrore ci prese tutti in quel momento. Contro il vetro del balcone del salotto udimmo distintamente lo sbattere frenetico di lunghe, ampie ali. - Sentite? Sono i pipistrelli! FINE UNA LEGGENDA DEL VECCHIO WEST LE PALLOTTOLE NON LO UCCIDEVANO E' ANCORA VIVO IL RICORDO DI AL MAHOON, IL MISTERIOSO CAVALIERE IMMORTALE – GIUNSE A FARSI ADORARE DAGLI INDIANI ED ERA TEMUTO DAI PIONIERI CAVALCAVA NELLA NOTTE, CON LA LUNA PIENA, E RIPOSAVA IL SUO CORPO DI VAMPIRO DI GIORNO, NEI SEPOLCRI INDIANI DELLE GRANDI ROCCE… RACCONTO DI PETER C. ARNOLD La luna splendeva alta, sul canyon. E il silenzio della notte era impenetrabile, lacerato soltanto, sinistramente, dall'ululato dei coyotes. Pareva che la selvaggia prateria gridasse, con quel silenzio di tomba, il suo furore, la sua ribellione allo zoccolo dei cavalli sbavanti dei pionieri, che in quella giornata si erano contesi una terra non loro, che apparteneva alla saggezza della prateria, alla sua antichissima tradizione tutta donata all'ululante cavalcata dei bisonti, all'attesa dei cacciatori indiani... Per la prateria, la terribile prateria, i pionieri erano profanatori di sacrari. Profanatori di sepolcri. *** Il vecchio Tom Alan era arrivato solo. Aveva corso con gli altri la grande « contesa » della terra. Ma aveva piantato il suo palo - che indicava i limiti della sua nuova piccola proprietà - in un riquadro arso e riarso della terra. Non era nato per fare l'allevatore, né per coltivare la terra. Erano tempi duri per tutti, quelli; e anche lui, come tanti, era venuto nel nuovo Continente con nuove speranze. Con le nuove speranze della sua età, comunque; l'età dei rassegnati, degli sconfitti, per quegli uomini che, dopo aver lottato tutta la vita, approdano a una nuova riva. Aveva piantato il suo palo lì, in quella terra asciutta, dove avrebbe costruito forse la prima casa della nuova città, su cui avrebbe spiccato nitido, in una targa riverniciata, il suo nome: « Tom Alan Editore », Avrebbe stampato il giornale di una nuova comunità. Questo lo faceva sentire ancora giovane, nonostante le sessanta primavere e più che aveva sulle spalle. Ma non sapeva, il vecchio Tom, che sarebbe stato uno dei pochi testimoni alla vicenda che stiamo per narrarvi e che ci è giunta, soprattutto, dalla sua testimonianza e da quella di altri pionieri che con lui, quella stessa mattina, avevano partecipato alla « grande corsa » della terra e avevano piantato i « pali » sulle nuove proprietà e sui nuovi pascoli di quell'angolo di selvaggio West. *** La luna splendeva alta, nel cielo. E il vento ululava terribile la furia della prateria inquieta. La notte era fredda. Tom Alan stava osservando le « grandi rocce », all'estremo limite della prateria, e lasciava che il freddo gli penetrasse nella carne e nelle ossa. Aveva lo sguardo fisso laggiù, nell'attimo che vedeva la grande luna intagliarsi nel gioco delle « grandi rocce ». C'era qualcosa di strano, in quella notte. Qualcosa che gli parlava di altre notti cupe e tristi, nella Scozia, all'ombra malaticcia di tetri castelli in rovina, di boscaglie, regno delle serpi e del silenzio. Fu un attimo. Vide un'ombra passare veloce; l'ombra di un cavaliere, che non poteva distinguere meglio. Ma un brivido lo percorse tutto, inspiegabilmente. « Perché? », si chiese con terrore. Cosa poteva mai esserci di sconcertante nella figura di un uomo a cavallo, nella notte della prateria?.... Eppure seguì sospeso, trattenendo il fiato, il volo velocissimo di quella figura nera: il cavaliere e il cavallo parevano fusi in un unico mitico corpo e il galoppo era veloce, quasi gli zoccoli dell'animale non sfiorassero l'erba alta della prateria. Fu un'immagine breve: una nube densa coprì il largo cerchio della luna e in essa la figura scomparve. *** Una nuova alba, nella prateria; l'alba che seguiva il giorno della conquista della terra. Donna Webel avvicinò Tom Alan, ch'era seduto su una cassa di whisky. - Salve, giornalista. La vecchia Donna era originaria dell'Irlanda e si era unita alla carovana sola anche lei. - Salve a voi, veggente... Tom Alan risenti nella schiena il brivido che lo aveva colto con la visione notturna del cavaliere. - Cosa intendete dire, Donna? La veggente aveva lo sguardo fisso al cielo. Ma il limpido azzurro non si specchiava nei suoi occhi, che restavano di un grigio cupo e impenetrabile. - Sapete cosa intendo dire: avete visto l'immagine risorta di Al Mahoon, il cavaliere nero, che è sceso dai sacri sepolcri, chiamato dal vento impetuoso della prateria... Tom Alan ascoltava muto. Non credeva a certe cose, ma l'immagine che aveva visto gli era ancora innanzi. Lasciava che le parole della vecchia scorressero lente... - Al Mahoon è sceso dai sacri sepolcri indiani... - Chi è Al Mahoon, veggente? - Al Mahoon è il cavaliere che non muore. Non conoscete la sua storia? Tom dissenti col capo. - No, ma vorrei ascoltarla... Donna mandò una grande risata. - Voi siete giornalista e chiedete a me di raccontare… Siete vecchio, Tom Alan, vecchio quanto me... Perché siete venuto a morire nel West? - E voi? - Io non sono venuta per morire... ma per vivere... Tom non comprese, ma sentì che c'era un fondo di verità in queste ultime parole. Perché era venuta in quel posto, la vecchia Donna?.... Per vivere, non per morire. Poteva essere così. - Non volete parlarmi di Al Mahoon, veggente? La vecchia sorrise. Aveva il volto soleato dalle rughe e l'espressione antica della saggezza. - Io vedo, è vero, giornalista. Ma anche voi, ieri notte, avete visto... Donna lo fissò a lungo. - Ve ne parlerò, Tom Alan... Mi siete simpatico… E forse anche voi siete venuto qui per non morire... *** Era la festa della fecondità, al villaggio Uruki, il villaggio indiano che sta nella rada delle sorgenti, oltre le grandi rocce. I capi tribù delle genti vicine vi erano convenuti in pace ed amicizia e il volto dei guerrieri era tinto dei colori della pace, mentre le scuri di guerra dormivano il loro sonno sotto il Totem del Grande Spirito. Iniziarono le danze, nello spiazzo a cerchio delimitato dalle vecchie squaws che battevano i tamburi e, innanzi a loro, dai grandi capi che fumavano il calumet. Le giovinette, i cui denti ancora non avevano conciato le pelli, attendevano, coperte delle vesti di nuovo bisonte appena conciato, che la danza avesse termine per essere scelte dai giovani guerrieri, che già gli anziani gli avevano indicato. In disparte, in piedi accanto al Totem del Grande Spirito, stavano i figli guerrieri dei grandi capi delle tribù vicine. Uno di essi avrebbe dovuto recare come sposa al proprio villaggio la figlia di Sahomaha, il capo Uruki, la bella « Luna del Mattino ». Chi dei cinque figli dei grandi capi sarebbe stato scelto? Nessuna delle presenti volontà avrebbe potuto decidere. La ragazza era là, vicina al grande fuoco, ricoperta delle penne dei guerrieri che ad essa ambivano... Un onore che poteva spettare solo alla figlia di Sahomaha, il prediletto del grande Spirito... Le danze continuavano nel loro vortice, sempre più esasperante, mentre i tamburi battevano un tempo impossibile, frenetico sino all'ossessione... Si attendeva l'attimo... E, come vuole la tradizione Uruki, sarebbe stata la voce del Grande Spirito a scegliere, per Luna del Mattino, il guerriero sposo... E se la Voce non fosse giunta, dalla notte, su di essi, allora i figli pretendenti avrebbero combattuto fra loro, sino allo spasimo... E col sangue avrebbero placato la collera del Grande Spirito... Col sangue valoroso e giovane, che spegneva le fiamme e indorava gli altari della saggezza indiana. La luna si intagliò alta, quasi improvvisamente, nella notte cupa. E il suo chiarore sinistro lacerò la fiamma del grande fuoco che gli Uruki avevano acceso al centro del loro campo. Era la nuova luna. Con la nuova luna il Grande Spirito è sempre presente, perché la luna è il suo occhio e la sua luce pallida è la sua forza, la sua vita. Le danze cessarono di colpo, come di colpo l'occhio del Grande Spirito aveva ucciso la nube che l'offuscava. I guerrieri ansavano e le squaws tenevano il capo abbassato. Solo il figlio prediletto, il grande capo Uruki, Sahomaha, teneva gli occhi fissi verso il cerchio pallido del cielo. Ma non venne, la voce. I figli dei capi, assieme, prima lentamente e poi sempre con maggior violenza, iniziarono il carosello della morte sacra, attorno al grande fuoco, sotto gli occhi della bella « Luna del Mattino » e della pallida luna della notte. Si alzarono le loro grida, feroci per possanza, ma dimesse in omaggio al sacrificio che si stava compiendo… Non grida di dolore, ma di furia e di gioia, di amore... Caddero uno alla volta, senza un gemito... Prima Mahuni, poi Theheral, e anche Geremal. La lancia di Toroshal fece cadere nel suo sangue il prode Abural. Ma cadde anche Toroshal! Chi aveva ucciso il quinto guerriero? Che arma aveva fatto cadere il valoroso Toroshal?... Era il silenzio, tra i presenti. Sahomaha si alzò lentamente. Il volto era duro. Fissò l'occho del Grande Spirito. Poi fu vicino al cadavere del prode Toroshal. Si chinò a baciarlo. Si udi uno sparo. Uno sparo secco, simile a quello coperto dalle grida di Toroshal, pochi attimi prima. E i Grandi Capi furono in piedi, allibiti. A pochi passi da loro era apparsa la figura di un cavaliere. Un cavaliere nero come la notte, delimitato, nella sagoma, dai riflessi dell'occhio del Grande Spirito. - Un viso pallido, ringhiò il capo Faoshala, padre del prode Toroshal. Un fremito di sdegno percorse l'assemblea. E mille occhi seguirono la traiettoria della lancia mortale di capo Faoshala. La lancia nera vibrò nell'aria e andò a conficcarsi nel petto del cavaliere nero. E rimase lì. Si udì una prolungata risata, mentre il nero cavallo dell'uomo s'impennò, lanciò un terribile e glaciale nitrito, per fermarsi poi di colpo, nella posizione di prima. Il cavaliere nero non era caduto. Si vide la sua mano afferrare la lancia che lo aveva colpito nel petto, strapparla con violenza e scagliarla ai piedi del Totem del Grande Spirito, dove rimase a vibrare, sotto gli occhi increduli e terrorizzati degli Uruki. Lentamente il cavaliere nero scosse le briglie del cavallo, che si avvicinò al grande fuoco. Ormai capo Sahomaha e i capi fratelli potevano vederlo bene, lo strano cavaliere nero. E vedere la ferita nel suo petto, una ferita che non era, per quanto profonda e lacerante, cosparsa di sangue. Ora il cavaliere era innanzi a « Luna del Mattino ». La ragazza lo fissava attonita, ma senza orrore negli occhi azzurri. Anzi, ella si avvicinò a lui, accarezzò il muso del suo cavallo e poi i suoi stivali macabri... E lui le tese la mano, lentamente. Altrettanto lentamente ella salì sul cavallo, davanti al cavaliere nero. Una nube velocissima oscurò la luna. L'occhio del Grande Spirito era assente. E una ventata fredda, rabbiosa, dalle grandi rocce, fu sul campo, dove spense il grande fuoco ai piedi del Totem del Grande Spirito. Dalla prateria e dalle Grandi Rocce, giunse un canto. Un lamento di pace... La voce dei grandi padri morti... Sahomaha alzò le braccia al cielo e iniziò il canto di morte della gente Urnki. Il coro dei guerrieri lo seguì. E la nenia si fuse al canto macabro che veniva dalle grandi rocce. « O padri sepolti o figli della roccia guerrieri della pietra... O padri sepolti e immortali padri della gente Uruki figli del Grande Spirito... voi che giungete... ». Il coro si ripeteva, mentre il cavaliere nero era sempre fermo al centro del campo, sotto il Totem del Grande Spirito. E gli occhi azzurri della bella « Luna del Mattino » la fissavano affascinati. « O padri sepolti dalle grandi piume o padri Uruki grandi guerrieri... ». Di nuovo il vento rabbioso, il soffio della morte fu sul campo Uruki. I guerrieri si prostrarono e adorarono il cavaliere nero. Mentre la nube di pece, diradandosi con violenza, riportò la luce all'occhio del Grande Spirito. Il canto tacque e parlò il prediletto Sahomaha. - Tu sei il figlio del Grande Spirito, o uomo della notte. La voce dei padri sepolti ti ha mandato a noi… La loro voce dice che tu dormi il tuo sonno nei sepolcri delle grandi rocce e che la tua furia si accende di notte, con lo sguardo dell'occhio del Grande Spirito che ti accompagna... Tu sei il nostro prediletto, come il prediletto figlio del Grande Spirito. E io ti adoro, con la gente Uruki, uomo della notte, guerriero immortale. Il cavallo nitrì. E il cavaliere s'allontanò, con « Lana del Mattino », veloce nella notte. E il fuoco del campo si riaccese, quando una nuova nube spense l'occhio del Grande Spirito, nel cielo. *** Tom Alan aveva ascoltato in silenzio la vecchia Donna. - E' lui che avete visto, la notte scorsa... - « Lui » è Al Mahoon? - Si, l'immortale Al Mahoon, il cui spirito era sepolto in questi luoghi molti e molti temi prima della venuta dell'uomo bianco su queste terre... - Egli è immortale? - Eterno. E immortali sono i suoi prediletti. Tom Alan sospirò. - Che ne è stato di « Luna del Mattino? », chiese. La vecchia Donna guardò al cielo. - Ella dorme con lui, nei sepolcri delle grandi rocce… E la notte l'occhio del Grande Spirito la ridesta, per farle ripercorrere le sue valli... Gli uomini bianchi debbono guardarsi dalla loro foga di conquista, dalla loro ignoranza, dalla loro sete di profanazione... Al Mahoon li ucciderà... - Ci ucciderà tutti? Ghignò, la vecchia Donna. - Ucciderà coloro che non lo adoreranno. Ucciderà quanti vorranno disturbare la sua quiete... profanare il suo sacrario... Voi volete morire, Tom Alan? - Dovrei morire, come tutti, Donna: perché voi non morrete, è vero? - No: se « lui» mi vorrà. L'aria era ferma. E le nubi rade, bianchissime, oltre l'orizzonte, sino ai cieli più lontani, disegnavano lunghe saghe indecifrabili, nell'azzurro. Il sole, accecante, era freddo. E Tom Alan si sentì pungere... Qualcosa gli mordeva dentro... Qualcosa che temeva e non comprendeva. Guardò la vecchia. I suoi occhi grigi, impenetrabili, uccidevano l'azzurro del cielo e invocavano la notte. *** E la notte venne. *** C'era festa, attorno ai carri della carovana. Si danzava e beveva, con gioia. La gioia della conquista dell'uomo bianco, che non sentiva la voce dei morti, che il vento lanciava rabbioso dalle grandi rocce, sulla prateria, fino a loro. Tom Alan guardava. E Donna era poco distante da lui, con gli occhi fissi al cielo. Il vento rabbioso giunse improvviso e fu un attimo: il grande fuoco si spense. E fu il silenzio. Una voce giunse dalle grandi rocce. Un canto funebre. Dai presenti s'alzò un'altra voce. Che Tom Alan distinse per quella di Donna. Portò la mano al calcio della pistola, mentre il canto si alzava, glaciale, nella notte cupa. « Tu che vieni dai grandi sepolcri inviolati dei padri... Tu che vieni, raccogli il mio corpo e il mio essere invisibile per recarli con te ai grandi pascoli verdi della vita... ». Nel cielo s'accese la luna. Sulla quale s'intagliò repentina la figura del cavaliere Al Mahoon. Il terrore aleggiava nell'aria. Ma Tom Alan estrasse la pistola e sparò. Sei colpi, rabbiosi, accecanti. Una risata. I sei colpi avevano fatto centro. Ma il cavaliere era immobile, ghignante, fermo al cospetto della luna. Donna gli si avvicinò, s'inginocchiò agli zoccoli del suo cavallo. E pregò. Ma il cantico non giunse dalle grandi rocce. La notte era muta, ora, severa... Poi la luna parlò. « Andate, oltre la prateria e le grandi rocce e lasciate la pace ai morti, ai vivi e agli immortali... Andate, uomini bianchi... Fuggite... ». La figura del cavaliere si dissolse, quasi, nella notte. E il fuoco, al centro della carovana, si riaccese. *** Nella notte stessa, narra la leggenda, i pionieri ripartirono da quei luoghi. E non seppellirono i cadaveri quasi pietrificati della vecchia Della e di Tom Alan. Essi sono ancora là, dove caddero, a testimoniare nella pietra che li ricopre, la potenza di Al Mahoon, il cavaliere immortale della notte. FINE DALLO SQUARCIO CHE L'ARMA GLI AVEVA PROCURATO NON USCÌ UNA STILLA DI SANGUE... IO SONO IL PAZZO CHE SA CERCO UN CASTELLO DOVE I VAMPIRI CONTINUANO A UCCIDERE, DOVE I VAMPIRI VIVONO IN ETERNO… RACCONTO DI PETER C. ARNOLD Fermai l'auto proprio quasi in riva al precipizio. - Perché ci fermiamo qui? - mi chiese Shara. Io non risposi e aprii la portiera; Shara mi stava fissando. Con i suoi occhi allucinati. Mia moglie non era più la stessa, da più di due anni. I suoi occhi azzurri avevano assunto un cipiglio quasi inesplicabile, assente nello sguardo. Con la gamba poggiata a terra rimasi a guardar fuori. C'era una fitta nebbia, che andava sfaciandosi. Risalii in auto. - Andremo in quel castello, Shara. E ti prego di non fare la bambina. Non devi temere nulla. Shara continuava a fissarmi, ora atterrita. - Ma perché, perché, Bab? Non vedo la ragione perché si debba andare a passare due mesi in un posto tanto tetro... Alzai le spalle. - Per te, Shara. Perché devi convincerti che non c'è nulla di diverso, tranne le comodità moderne, in un castello della Scozia... Nulla di diverso da un qualsiasi albergo di secondo ordine. - Voglio – gridai - voglio che tu te ne convinca. E che la smetta di crederti in balia di forze misteriose, di atteggiarti continuamente a martire e a perseguitata. Sono tuo marito, Shara. E voglio il tuo bene. - Tu vuoi uccidermi, Bab. Nel salire. Veniva dal fondo del precipizio e nascondeva alla vista il baratro. Ondeggiava, ondeggiava, e svaniva al contatto della pineta, che circondava completamente il monte. Alla sommità del monte, il castello. - Perché ti sei fermato qui? - insistette Shara. La guardai. - Hai visto quel castello? - Si, lo vedo. Bab... ma... - Non cominciare, Shara, ti prego... - Ma non vorrai... Alzai le spalle e scesi dall’automobile. Sempre alle solite. Shara avrebbe cominciato a tremare, e a piangere, se le avessi detto che era appunto quel castello, la meta del nostro viaggio. Perché « sentivo » che dovevamo fermarci lì. Le mollai un ceffone. Ed ella si ritrasse. IL DONNONE La strada era scomoda e scoscesa, stretta, tutta a sassi, quasi dimenticata. S'infilava nel fiume di pini, e pareva un budello morto, che stesse a imputridire in un mazzo di rose. Il profumo della pineta era intenso. Fermai l'auto di colpo. Il cartello arrugginito lo avevamo di fronte. « Proprietà privata - diceva per quanto era decifrabile - vietato il passaggio agli estranei ». « Noi non siamo estranei », pensai. E schiacciai l'acceleratore. Addossata al muro col portone principale del castello, notai una casupola di mattoni nuovi e calce, serrata in modo provvisorio da un'avvicendarsi d'assi e di spranghe. Fermai l'auto proprio di fronte a quella casupola. Si udi l'abbaiare rabbioso di un cane. Shara rabbrividi. Ma non si strinse a me. Diffidava di me, da qualche tempo; forse cominciava a temermi, a odiarmi; e non voglio immaginare quali pensieri contorti ballassero per la sua mente agitata. Il donnone s'era intagliato improvviso, di fronte al grande portone del castello. Doveva pesare un quintale e qualcosa, e traballava nella sua mole. Mi avvicinai a lei, mentre Shara volle restare nell'auto. Il cane uscì ululando da dietro un cespuglio vicino: bastò un gesto del donnone a calmarne la furia. Si accovacciò ai suoi piedi, fremente, puntandomi gli occhi sanguigni addosso e ringhiando. - Non avete letto il cartello, forestiero? - mi disse con aria distaccata e insieme diffidente il donnone. - Sì, l'ho letto. Ma sono venuto egualmente non per contravvenirlo ma bensì per parlare col proprietario di questo castello... La risata del donnone fu chiassosa e prolungata, cattiva. - Il padrone?, - ghignò falsamente divertita. Poi vi fu un attimo di strano silenzio. E di nuovo il cane riprese a ringhiare. Era un « lupo ». Straordinariamente grosso anche per la sua razza, dal pelo fulvo misto a nero, la coda lunghissima, ferma. - Il padrone?... Ah! Ah! Il padrone è lui. E l'indice del donnone indicava il lupo. Non sapevo cosa dire. Sentivo un brivido percorrermi la schiena. Come se quella madornale affermazione potesse racchiudere un terribile segreto, una orribile verità. - Non siete molto divertente, signora... Comunque non riuscite a divertire me. Sarà perché ho viaggiato molto, perché la sera è prossima e la stanchezza comincia a pungermi con maggiore insistenza... Io e mia moglie vorremmo affittare questo castello e trascorrervi due mesi di riposo… Potete dirmi se ci è possibile parlare con qualcuno che possa accondiscenderci?... - Vostra moglie?... Il donnone si avvicinò alla Ford, visibilmente incuriosita. E si chinò a guardare Shara. - Siete bella, signora... Molto bella... Shara la fissava terrorizzata. Più terrorizzata del solito. I riflessi del tramonto erano sempre più rossi e giocavano con troppa insistenza coi pini e coi merli del castello. Il donnone si voltò a me. - Voi vorreste trattenervi qui per due mesi?... - Sì, ve l'ho detto... Accarezzò il pelo del cane, senza staccare lo sguardo da me. - Siete i benvenuti, allora... Ma il suo sorriso non era convincente. - Non mi piacciono i misteri, signora, dissi piuttosto seccato; siete voi la padrona del castello?... - No, non sono io... Ma il padrone è assente. Ha molto lavoro e conduce delle ricerche un po' ovunque. Ritorna spesso, ma solo per trattenersi una notte e riprendere i suoi viaggi. Sono convinta però che sarà lieto di avervi come ospiti... - No, signora, noi non ci siamo intesi... Volevamo affittare il castello, non abusare della vostra cortesia e della vostra ospitalità... Il donnone continuava a sorridere. - Pagherete il vostro affitto... Ma quando incontrerete il padrone. Io curo i suoi interessi, in sua assenza, e posso disporre. Sono certa che lui vi accoglierà volentieri. Dovrete lasciare però due stanze a sua disposizione: tutto il resto del castello sarà vostro, per due mesi... Io vivo in questa casupola... Mi piace qui. Ci vivo col cane... Fu allora che Shara prese a gridare. - Andiamocene, Bab, andiamo via di qui... - Non fare la sciocca, Shara... Poi mi voltai al donnone. - Vi ringrazio, signora. Potremmo visitare il castello? - Certo, signore, vi faccio strada. Non feci a tempo a comprendere l'intenzione di Shara. Quando corsi verso di lei la Ford era già avviata e stava dirigendosi a velocità pazza giù per lo stretto sentiero. - Stupida!, gridai. Non dovevo fidarmi. - Vostra moglie è piuttosto originale, no? - Lasciate perdere. C'è un telefono, qui? Bisogna avvisare la polizia. Shara non sta bene e potrebbe commettere delle imprudenze. E' in pericolo. - Non ci sono telefoni, mi dispiace. Il paese più vicino dista trenta miglia, ma anche li non c'è telefono. Bisognerebbe andare a settanta miglia da qui. Là c'è un posto di polizia... Ma al castello non abbiamo mezzi di locomozione. Nemmeno i cavalli. Il padrone ha la sua auto... Dobbiamo augurarci che arrivi questa notte. A lui potrete dare un messaggio… O altrimenti dovrete attendere tre giorni, quando verrà il camioncino che ci porta i rifornimenti... Tre giorni non sono tanto tempo, signore... E non credo che vostra moglie vorrà commettere delle imprudenze... Tornerà qui, stanotte stessa, vedrete, cheta cheta... - Meledizione! - Non prendetevela. Siete molto stanco. Volete vedere il castello e ritirarvi nella vostra stanza?… *** Era una chiarissima notte. Rimasi sdraiato a lungo, su quel trabiccolo di letto, nella vastissima stanza che non mi piaceva eccessivamente, anzi, che non mi piaceva affatto, ma che il donnone mi aveva imposto, quasi imposto, con un mare di insistenze, tanto da farmela adorare, solo la scelta a lei gradita mi avesse liberato della sua opprimente presenza. Una leggera brezza aveva cominciato a dare il colpo di grazia alla giornata afosa. Pensavo. Dove s'era cacciata Shara?... Ero molto preoccupato per lei... Come poteva essere cambiata così, negli ultimi tempi? Come poteva, la mia dolcissima Shara, essersi chiusa in quella corazza di odio e di terrore, che mi ossessionava?... E dove era corsa, ora, con tanta follia, sola... Era stato uno choc, aveva detto il professor Samuel. Uno choc dalle origini inesplicabili, il cui effetto solo qualcosa di altrettanto violento e improvviso avrebbe potuto distruggere. Io insistevo nel combattere le sue fissazioni, il suo terrore per la notte e per i castelli. Perché lei odiava i castelli. Volevo convincerla che non v'era nulla di strano, di misterioso, in essi. E che la vita era eguale ovunque. Fu riflettendo, nonostante l'ansia e le preoccupazioni, che m'addormentai. La stanchezza mi aveva vinto. UNO STRIDERE D'ARTIGLI Che ora poteva essere? Perché m'ero svegliato di soprassalto, con tanta apprensione in cuore? Sentii ringhiare, nel buio. La notte era più chiara. Non distinguevo nulla, nella stanza. Se non uno strano odore di betulle, intenso e quasi nauseante. Qualcuno, un animale feroce, forse, stava azzannando la porta. Sentivo lo stridere rabbioso degli artigli, se artigli erano, contro il legno antico. E quel ringhiare affannoso... Quel ringhiare... Il lupo!... Mi alzai di scatto. Cercai l'accendisigari, in tasca, e l'accesi. La debole fiammella sparse un lieve chiarore. E allora solo vidi in tutto il suo sinistro squallore la mia stanza. Quei tendaggi viola, e quelle torce affumicate, la cui fiamma, nel tempo, aveva affumicato i muri sgretolati. E quei quadri che pendevano alle pareti, quella vetrata dai riflessi stanchi e opachi! Le zanne della belva continuavano nella loro foga. Vinsi la paura per un attimo e afferrai una torcia, l'accesi con l'accendino e rimasi immobile, al cospetto della porta, ad attendere. Il rumore di un'auto, nel parco, mi distrasse. Mi feci alla finestra e agitai la torcia. Non vedevo quasi nulla; solo la sagoma di quell'auto che s'era fermata, a fari spenti. Distinsi a fatica due sagome staccarsi da essa e approssimarsi all'ingresso della torre ove era sistemata la mia camera. Una violenta vampata della torcia mi bruciò la mano: mandai un grido e la fiaccola cadde, ondeggiando, dall'altezza di dieci metri, rischiarando per un attimo il buio sottostante. Un attimo sufficiente a farmi scorgere in una delle due sagome la figura di Shara. - Shara!, gridai. Ma mi rispose una terribile risata. *** L'affanno della belva, e lo stridere dei suoi artigli contro il legno cessarono di colpo. Il buio, tutt'attorno, mi opprimeva, mentre non osavo accendere ancora una torcia. La mano bruciata mi faceva impazzire. Mi gettai sul letto. E venne l'alba. IL SUO CADAVERE Fu il terribile dolore alla mano e anche al braccio un dolore acuto che andava sempre più propagandosi, a destarmi. Avevo la testa a pezzi: mi alzai a fatica, combattendo i terribili dolori che mi colpivano in ogni parte del corpo. L'immagine della sera prima mi ritornò improvvisa alla mente e risentii il senso di terrore e di sgomento che mi aveva pervaso, nella notte. Mi feci alla finestra e vidi l'auto. Una Buik ultimo modello, ferma innanzi all'ingresso della torre. - Shara!, - gridai. E mi precipitai giù per le scale, fino ad imbattermi e quasi a travolgere il donnone che stava salendo. - Mia moglie... Dov'è mia moglie? - chiesi. - Vostra moglie... - Si, inveii, mia moglie! E' tornata, ieri sera… L'ho vista... Il donnone chinò il capo. - Venite con me, - disse. La seguii. Percorremmo corridoi e ampi saloni tappezzati, addobbati con lusso: armature e cimeli, arazzi, candelabri istoriati... Poi ci fermammo davanti a una porta maestosa. - Siamo arrivati, - disse il donnone; - entrate pure... e... nulla! Il donnone si allontanò a capo chino. Mi scagliai contro quella porta monumentale ed entrai. L'immagine che scorsi mi schiantò. Shara, vestita d'una veste di candido lino, disadorna, coi lunghi capelli composti sulle spalle e sul guanciale da una mano amorosa, giaceva distesa su di un letto monumentale, grottescamente bardato. - Shara! Non rispose. Non poteva rispondere. Era morta. MENZOGNE Il donnone non era nella sua casupola. E nemmeno il lupo. Girai ogni stanza del castello, fino a sperdermi, in quella ridda di volte e di corridoi, di corridoi e di corridoi. E man mano che il tempo passava aumentava in me l'ira. Mi trovai, di colpo, in un salone vastissimo, ai cui lati gigantesche armature s'ergevano, con drappi appesi alle pareti, e arazzi instoriati. Il donnone era li. Col lupo. Era seduta su di uno scranno di legno intagliato, maestoso. E il lupo era ai suoi piedi. - Shara è morta... -Si, è morta. E' stata trovata ieri notte dal padrone. L'ha caricata nella sua auto e l'ha condotta qui. Troppo tardi. L'abbiamo composta in un letto e non abbiamo voluto destarvi, signore. I miei occhi, puntati su quella donna, dovevano esprimere sin troppo la mia ira e il mio rancore. - Ho visto Shara, ieri notte, dissi; e ho visto che era VIVA. - L'avete vista? - Si, ho visto chiaramente il suo volto. E anche la sagoma di colui che l'accompagnava. Chi era?... - Era il padrone. Ma vostra moglie era morta... - Chi l'ha uccisa? Mi pareva che quella donna ghignasse. - Non lo so. So che era morta, quando giunse qui. Forse... non saprei... - Voi mentite. Lo sguardo della donna era freddo. E il lupo cominciò a ringhiare, minaccioso. - Voi mentite. E quella bestia ha cercato di uccidermi ieri notte! - Voi vaneggiate: il mio cane non farebbe male a una mosca... E io vi ho detto la verità. Sono stata sin troppo paziente, con voi, perché il caso doloroso che vi è capitato vi fa parlare a sproposito... - Voglio parlare col padrone. Deve spiegarmi il mistero della morte di Shara... - Il padrone è partito... - La sua auto è ancora ai piedi della torre... - E' partito, vi ripeto. Mi trattenni a stento. - Voi mentite, mentite! Ma saprò la verità. Ci penserà la polizia a regolare questa storia, a sistemare sia voi che il vostro misterioso padrone... E tornai sui miei passi. IL BACIO DEL VAMPIRO Il cadavere di Shara pareva sorridere, nella morte. Le passai una mano sulla fronte fredda, azzurrognola. - Perdonami, Shara, è stata colpa mia... Lei continuava a sorridere. Fu un lampo. E i miei occhi corsero a quei due segni strani sul suo collo. Due segni violacei, due ferite brevi ma profonde. - Non posso crederci, pensai. Non potevo crederci: vampiri! Erano i vampiri la più grande ossessione di Shara. Le leggende tramandate nella nostra terra, dai nostri padri. I vampiri! Risi, risi forte, di una risata isterica, cattiva. - Uno scherzo del destino... O uno scherzo della follia. *** Avevo dormito? La testa mi doleva. Mi alzai a fatica e rimasi a osservare il volto ancora più freddo di Shara. E i due segni, il bacio del vampiro, tornarono ad ossessionarmi. Fuori era notte. Avevo dormito tanto? Mi passai una mano sul capo, come per cacciarvi il senso di pesantezza che lo costringeva. - Shara! Shara! E' stata tutta colpa mia. E uscii dalla stanza, vaneggiando, quasi di corsa, senza meta. Sentivo di dover correre, correre, fuggire. Abbandonare quella strana atmosfera. La paura! Ecco: era la paura che mi stava attanagliando! LA TERRIBILE NOTTE Delle lunghe, sataniche risate echeggiarono in fondo al corridoio che mi si apriva innanzi. Mi precipitai, in una corsa furiosa. Ma incontrai il buio di un altro profondo corridoio. Uno strano riflesso del cielo chiaro, in quella notte tersa, illuminava sinistramente l'ambiente. E di nuovo udii quelle risate sataniche. Ripresi la corsa, per raggiungerle. E non mi curai della foga, che mi faceva rovesciare tavoli e cimeli, scranni e armature. Mi fermai di colpo. Un lampo improvviso squarciò il cielo e la sua luce ferruginosa illuminò innanzi a me. Credetti di impazzire. Mi trovavo di fronte a un grande quadro, terrificante. Rappresentava una donna, vestita in stile castigliano, bellissima. Il volto di Shara. Le risate, ancor più sataniche, si manifestarono alle mie spalle. Mi volsi. E vidi. Indietreggiai terrorizzato, annaspando nella penombra. Inciampai in un tendaggio che mi rovinò addosso. « Lui » rise. Non potevo confondermi: il vampiro. La sagoma che la sera prima avevo visto scendere dall'auto con Shara, nell'attimo di chiarore che aveva creato la mia torcia. Il vampiro! Il vampiro e il lupo. La bestia ringhiava, pronta a scagliarsi, mentre gli occhi vitrei, sanguinolenti del vampiro mi fissavano. Aveva i capelli in disordine, i muscoli facciali contratti in uno sforzo animalesco, i due canini a fior di labbra, aguzzi e terribili. Gridai, conscio d'essere solo, solo con la mia paura e il mio terrore, solo di fronte alle due belve. E tornai a correre. Il vampiro non si attendeva la mia fuga. Ma fu un attimo e subito si gettò all'inseguimento, certo di avermi in suo potere. Fu una corsa terribile: una corsa che non poteva avere altra meta che la morte. E forse qualcosa ancora di più orribile della morte: il contagio del vampiro. La dannazione eterna! Corsi! Corsi! Senza quiete! - Shara! Shara non udì il mio grido. Non poteva udirlo. Camminava verso di me, senza vedermi, forse; composta nella sua veste candida, disadorna. - Shara! Ma lei non mi udiva. Mi volsi. Il vampiro era vicinissimo. E l'ululato del lupo agghiacciava il sangue nelle vene. All'improvviso, nella mia pazza corsa, sentii qualcosa di freddo e di metallico, con la mano. L'afferrai. Una lancia!... La alzai pesantemente, con ambo le mani e rimasi fermo ad attendere. Il lupo andò, nel suo salto alla mia volta, a conficcare la pancia nella punta acuminata della lancia. Avevo avuto fortuna! La bestia rantolò e si riversò al suolo. Ma dallo squarcio che l'arma gli aveva procurato non uscì una stilla di sangue. Ero allibito, mentre il vampiro s'era fermato, terrificato a sua volta. O estasiato, dall'immagine di Shara che si stava avvicinando. *** Non ricordo bene come potei trovare il coraggio per agire. Ma lo trovai, approfittando di quell'attimo di panico. Alzai la lancia, con un urlo e uno sforzo sovrumano e mi avventai sul vampiro, colpendolo in pieno petto. Poi fuggii, e mi ritrovai ai piedi della torre. IO SONO IL PAZZO La Buik del « padrone » era ancora lì. Vi salii: il cancello era aperto e lo varcai facendo urlare il motore. *** Mi ritrovarono non so quanti giorni dopo, in una scarpata. Ero più morto che vivo e avevo perso la parola. Rimasi all'ospedale non so quanto tempo, tra la vita e la morte, in continuo stato di incoscienza. Farneticavo e chiamavo Shara, mia moglie e l'immagine di quella terribile notte. *** E' passato molto tempo. E io sono molto cambiato. Cammino come un pazzo per le verdi contrade della Scozia a cercare, in un tuffo di nebbia e di pini, lo svettare di una torre, che mi riporti a quella meta. *** Io sono il « pazzo », l'uomo che la gente indica ai bambini per terrorizzarli, che i monaci accolgono con pietà, con un tozzo di pane e una scodella di brodo. Il « pazzo » scalzo che grida nella notte e che non si stanca di cercare. Che cammina a capo chino sotto il sole, che vive nelle tane delle belve e parla con le serpi. *** Io sono il « pazzo » che forse anche voi avete incontrato. Che tiene in mano un acuminato palo di frassino e ha le tasche piene di aglio novello. Sono il « pazzo » cui hanno raccontato che i vampiri vivono in eterno, nella loro eterna maledizione; il loro sonno nei sepolcri di giorno, per destarsi la notte, a uccidere e a depredare le loro vittime del sangue. Io sono il « pazzo » che sa. Il « pazzo » che cerca un castello dove il male continua ad esistere. Dove i vampiri continuano a uccidere. FINE UNA CRONACA ANGOSCIOSA DI LOUIS TREVOR VERRA' IL PLENILUNIO « ...EGLI LE FU SOPRA, LE AFFONDO I CANINI, QUEGLI ORRIBILI CANINI CHE ERANO EMERSI DALLA SUA BOCCA, RIVOLTI ALL'INGIU', NELLA GOLA PALLIDA... LA TESTA DEL LUPO FU L'ULTIMA ORRENDA VISIONE PER LA RAGAZZA... » LYCANTROPUS Il tenente Henry Badwell si rivoltò nel suo letto. Di colpo si alzò a metà. La notte filava via monocorde, con le sue ore silenziose. La fronte imperlata di sudore, il tenente Henry Badwell, tese l'orecchio alla quiete notturna. Era uno stupido, pensò. - Tutte quelle fesserie di Humphrey! - si disse. Stava per rimettersi in posizione orizzontale, ma l'urlo riecheggiò. Era un latrato, dapprima. Poi, a mano a mano che andava ripetendosi, ebbe un'eco di dolore, di sofferenza, di morte. Divenne un ululato agghiacciante. Questa volta, il tenente Badwell fu come afferrato da un improvviso « raptus » di follia: si alzò, e in pigiama corse alla fondina del revolver. Strappò l'arma, la tenne vibrando in ogni senso nella grossa mano da pugile. Ora l'ululato si stemperava in una sorta di angoscioso richiamo. - Maledetto! Maledetto! disse fra i denti serrati sulle labbra livide il tenente. Ma non aveva il coraggio di slanciarsi fuori, nel buio e nel silenzio della boscaglia. L'ululato ora si stava allontanando. Il tenente sentì il sangue martellargli alle tempie. Il cuore pulsava quasi a fatica; arraffò la vestaglia e se la pose indosso. Tra i fanti da sbarco s'era meritato alcune decorazioni. Ora, era pronto a sputare contro quelle medaglie. Ma allora, nel Pacifico, combatteva uomini. Piccoli uomini gialli che egli sovrastava. Ma combattere uomini-lupo non era nel suo « epos », nel « sensus eroicus» della sua marziale persona il senso del valore s'andava assopendo. - Maledetto figlio di cani! - invei, rivolto ad Humphrey. - Bigotto! Usci con gli occhi fuori dalle orbite. La Sila riposava in immoti scenari grandiosamente vividi, eppure morti, densi di oscuri presagi. A un tratto, un'ombra, un'ombra rapida si spostò da un tronco d'albero a un altro. Fece fuoco, rapidamente, rabbiosamente. Udì un grido e si precipitò verso l'ombra. - Maledetto idiota! sibilò poco dopo, quando si rese conto che si trattava della sentinella. - Un altro po' e t'ammazzo! Che facevi qui? Il soldato tremava, lo fissava smarrito, incapace di rispondere. - Su, imbecille! Rispondi! Che facevi qui, invece di stare al tuo posto di guardia? Siamo in guerra: vuoi che ti faccia mettere davanti al plotone d'esecuzione? - Tenente... Ho sentito uno strano grido... Come se... - Come se?… - chiese interessato il tenente Badwell. - Come se ci fosse un mostro, un lupo umano, o qualcosa del genere... - Vattene al tuo posto. Tu hai bevuto prima di montare, vero? - Ho udito quella bestia, se bestia era, vi dico! - Fila! Non racconterò ciò che è avvenuto... Per fortuna ti ho mancato. Rimasto solo, il tenente Badwell prese una decisione. Con il suo energico passo andò sino agli accontanamenti degli ufficiali. Entrò nel quartierino del tenente Humphrey. Il vecchio ufficiale sobbalzò nel sonno, restò a guardarlo nella semioscurità con occhi dilatati. - Lo hai sentito? - chiese, a bassa voce, come se temesse d'essere ascoltato da qualcuno, da qualche misterioso ascoltatore.. Badwell lo scosse furiosamente per il risvolto della giacca del pigiama: - Tu e le tue dannate storie! - disse. Ed era quasi sul punto di picchiarlo. Il vecchio tenente guardò il commilitone con senso di orgasmo e di pena. - Cerca di ritornare tranquillo - gli disse, con fare deciso, ma senza alzare la voce, che era rimasta bassa, ma aveva acquistato un risoluto tono autoritario. Henry Badwell lo guardò. Guardò la propria mano che si rattrappiva intorno al risvolto della giacca. Ebbe improvvisamente vergogna di se: - Scusami, Al. - Di niente, figurati... - Il vecchio ebbe un sorriso strano. Seguì un imbarazzante silenzio. Poi, Humphrey disse: - Ti debbo delle spiegazioni. E prima che l'altro rispondesse, riprese, come se avesse fretta di dir tutto ciò che aveva in animo: - Tanti e tanti anni fa, io ero un giovane e promettente scienziato. Studiavo « leggi anomale organiche », come raptus psichici, vampirismo, tigrismo, pigmalionismo, licantropia... Insegnavo queste materie alla Columbia University. Ero pieno di zelo e di fede. Poi... Segui una lunga pausa. Badwell si spazienti e chiese: - E poi?... Il vecchio rise stancamente: - Eccomi qua! - disse, allargando le braccia. Arruolato volontario in questa guerra non mia. Sono arrivato sin qui, in Italia, al fronte del Sud. Siamo in Calabria, vecchio mio, l'antica Magna Grecia, densa di miti, di leggende, di tradizioni oscure. E qui, sul Monte della Sila, tu, lo hai udito, ci sono esseri mostruosi, a metà uomini, a metà belve sanguinarie: lupi! - Storie! - si ribellò il tenente Badwell. Il suo pensiero andò alla bella ragazza calabra che era appena andato a trovare. Delia lo aspettava per il mattino seguente: l'avrebbe fatta sua, forse l'avrebbe sposata e portata in America con se. E per un poco, la gentile immagine della bella ragazza lo distolse da quell'atmosfera di paura, di orrore. - No, non « storie » lo redarguì dolcemente Humphrey. Io so molte cose, Badwell. Tu non mi conosci. Tu mi conosci sotto l'aspetto per nulla stimabile d'un pessimo ufficiale. Ma io ho sognato tutta la vita d'essere qui, un giorno, su queste pianure boscose, in mezzo a questo selvaggio viluppo d'alberi. Lo sguardo di Humphrey s'accese. Badwell lo fissò. Senti un lungo brivido corrergli per la schiena. Ora, guardando meglio il compagno d'arme, comprese che qualcosa di lui gli incuteva uno strano rispetto che assomigliava molto alla paura, una paura indecifrabile, inconsueta. - Un giorno, mi radiarono. Mi cancellarono dalla professione. Dicevano che mi stavo spingendo oltre. Seguivo allora alcuni studi sulla licantropia, o licantrofobia. Voi profani la chiamate « male del lupo mannaro ». Ma sotto questo profilo non esiste. - Come si manifesta? - chiese col fiato sospeso Badwell. - Ti atterrirebbe la sola descrizione. Bava schiumosa alla bocca, occhi che escono dalle orbite, rigonfiamento della vena jugulare, inturgidimento generale delle altre vene, una forma di sclerosi, che però definire così non è esatto. E una peluria, una peluria folta e fulva che si sparge rapidamente sul volto, sulla pelle del corpo, e... Humphrey osservò Badwell; lo vide livido, contratto nello sforzo di seguire quella raccapricciante descrizione, come se non potesse, sapesse o volesse sottrarsi a una sorta d'incantesimo che si stava impossessando anche di lui. A sua volta, Badwell non toglieva gli occhi di dosso a Humphrey: e lo vide eccitato, iperteso, rigido. Ne ebbe ancora paura. - E, che cosa?... - chiese con una voce che non si riconobbe. - I denti. I canini... Si allungano. Lo so, lo so! - fece Humphrey, alzando una mano verso l'altro, che stava per dire qualcosa. - Lo so che è incredibile. Ma avviene proprio così. Un'altra pausa. Poi, Humphrey continuò, staccando le parole, riempendole di strane pause, di esitazioni, di borbottii: - Nasce una forza felina, belluina, nel soggetto colpito. Egli non chiede altro che colpire, che uccidere, straziare, sbranare, divorare... Solo il sangue può placare questa sete di distruzione ferina! Badwell deglutì. Sentiva come una nausea dentro di se. Humphrey riprese: - Il licantropo non conosce limitazioni. Bisogna ucciderlo. Parlo del « vero » licantropo, dell'essere per metà uomo, per metà belva. Non di quelli che hanno puri eccessi di licantrofobia, che sentono l'influenza lunare, che escono nel plenilunio per uccidere, solo spinti da una veemenza clinicamente decifrabile. LA RIBELLIONE DELL'UOMO E allora, essi cercano la persona più cara. E' una maledizione. Cosi proseguì il tenente Humphrey. Non vi si sfugge. - Non ci se ne può difendere? - Certo. In un solo modo: staccare dal petto della vittima il cuore ancora caldo, e contornarlo di spine, come nelle figurazioni retoriche e iconografiche di Nostro Signore Gesù Cristo. Se presenti questo trofeo alla belva-uomo, solo allora potrai salvartene, distruggerla! - Sei un pazzo! - gridò Badwell, esasperato, sconvolto. - Pazzo! Di che mi vai cianciando? Non vedi che ho i calzoni lunghi, che sono un soldato, che non credo neppure in ciò che vedo?... E così dicendo, Badwell si senti assalire da una ribellione feroce. Si alzò, e scoppiò in un riso isterico, che divenne frenetico, travolgente, che gli squassava il petto in singulti ardenti. Humphrey lo guardò, fece per alzarsi dal letto, ma allora un urlo, un urlo lacerante, agghiacciante, che si alzò potente nel cuore della notte, risuonò. Humprhey si alzò. S'inginocchiò e si segnò solennemente. Badwell smise di ridere. Aggredì il compagno. Lo colpi con inaudita violenza e cattiveria. Badwell era un omaccione alto e forte, che aveva praticato molti sport. Humphrey, per contro, non era che un vecchio. Un uomo vecchio, alto, dinoccolato, dalle membra magre, asciutte, che denotavano però scarsissima forza fisica. La sua aureola di capelli bianchi, il viso pallido e ossuto, l'alta fronte da studioso contribuivano a farne una figura pressoché ieratica. Inarcò la schiena come spinto da una furia improvvisa, e si slanciò a sua volta contro l'aggressore. Badwell lo respinse con irrisoria facilità. Lo atterrò con un diretto al capo. Humphrey sembrava svenuto. Ma si rialzò, e si slanciò ancora contro Badwell, cercando di colpirlo. Badwell lo cinse fortemente alle braccia nel tentativo d'immobilizzarlo, e allora, con furia, Humphrey lo morse. Lo morse a una mano, facendogliela sanguinare. Badwell lo colpi con un tremendo fendente al capo, e il vecchio si abbatté al suolo, con un tonfo sordo. Badwell riacquistò improvvisamente il senno. Guardò con aria affranta e piena di stupore la sua vittima. Si chinò nel tentativo di rianimarlo: ma Humphrey era morto. UNA STORIA ANTICA COME IL COSMO Badwell non faticò molto a dimostrare che ad aggredire il vecchio ufficiale doveva esser stato il misterioso individuo che si aggirava nottetempo nell'accantonamento. Harvey Smithson, l'uomo ch'era di guardia, depose con il colonnello: aveva udito quelle grida disumane, ed era certo che fra gli alberi della boscaglia fitta si aggirasse qualche individuo animato da fosche intenzioni. Non disse che aveva veduto « un essere » orripilante. Una creatura dall'aspetto agghiacciante. Due giorni dopo, il caporale Harvey Smithson si sparò in bocca. Era, quella, la seconda vittima dell'essere che si aggirava, della magia che gravava come una coltre velenosa e mortale sull'accantonamento. Badwell attese la notte. Era come in preda a una febbre. Una sorta di incantesimo veleggiava lui e i suoi impenetrabili istinti verso una fonte oscura, ma dalla quale poteva derivare « una verità suprema », come aveva detto Humphrey nei loro conversari. Badwell sapeva bene che cosa rischiava, andando nel quartierino dell'uomo che aveva ucciso. Ma dei morti non aveva paura: ne aveva veduti a migliaia, ci viveva in mezzo da anni. Frugò accuratamente fra le cose di Humphrey: ecco! quello era lo strano diario che un giorno, furtivamente, il suo pari grado aveva cercato di celare al suo sguardo. Lo aprì con mani tremanti. Alla fioca luce d'una lanterna cicca, si mise a leggere. Leggeva febbrilmente, come attratto da una forza misteriosa. Poco dopo, uno scalpiccio alla porta lo fece trasalire: - Chi è là? - udì dall'interno. Si acquattò tremando di febbre e di timore nel fondo della camera. Qualcuno infilò la testa nell'uscio, frugò l'interno con una lampadina tascabile. Doveva essere l'ufficiale di guardia con il picchetto armato. Poco dopo, si ritirò. Badwell lesse: « Licantropia: corri dalla persona amata. Dilaniala, e sarai pago. Versa il suo sangue sul sentiero dei dodici alberi messi a croce. Nel mezzo c'è « il Regnante». Lui potrà risolverti ». Rise. Dapprima lievemente. Poi, a singhiozzi. Piangendo. Ecco! I dodici alberi erano quelli. Formavano una croce proprio in uno dei versanti meno battuti della Sila. Al centro, era come un covile, una strana buca. Tremando e piangendo, Badwell si avvicinò. Ne sortiva un fetore insopportabile. Tornò all'accampamento. Avevano sgozzato una sentinella. L'essere cominciava la sua lunga scalata alla morte. I soldati uccisi furono due. Poi, tre. Anche fra gli indigeni vi furono due morti: due fanciulle, tutte e due trovate prive di indumenti, morsicate orrendamente in varie parti del corpo. Svuotate del sangue. Ci furono picchetti armati di raddoppio, e furono effettuati degli arresti. Badwell ora SAPEVA. Badwell aveva letto il diario del collega morto, assassinato da lui. « Columbia University, 17 settembre 19... - sono andato oltre. L'« essere » mi ha colpito con i suoi inesorabili canini. Sembravano acuminati coltelli. Morirò di un orribile morte. A meno che non mi sappia sottrarre con un colpo di pistola, per evitare che anch'io percorra la Terra alla ricerca di sangue, di umani agnelli da sgozzare... Il professor Anders ha capito. Ho « dovuto » ucciderlo. Così dilaniato, nessuno lo ha riconosciuto. Sono un licantropo. Che Iddio mi assista!... ». Ora Badwell sapeva. Il plenilunio sorgeva, ed egli non poteva sottrarsi. Humphrey lo aveva morso, condannandolo. Era orrendo, ma doveva risolvere. E per risolvere, doveva affrontare l'ignoto dei dodici alberi, lassù alla Sila. Trovarono altre vittime. La testa era quasi recisa dal collo. Solo una belva mostruosa poteva aver operato quello scempio incredibile! Badwell sapeva del plenilunio, e non poteva che attenderlo. La luna veleggiava solenne, piena e tonda, eburnea, trasparente nel suo alone di morte. Badwell sapeva. Senti la febbre invaderlo. Nel tossire, scoprì piangendo che dalla sua gola riarsa sortiva come un ringhio. Si mise in ginocchio, come aveva fatto Humphrey, esasperandolo fino a costringerlo ad ucciderlo. Pregò. E scoprì che non uscivano parole umane, ma solo borbottii confusi, orrendi farfuglii che egli non sapeva decifrare. Riprese il diario, lesse: « Columbia University, 27 ottobre 19... - ho operato il primo tentativo. L'insulina non mi placa più. Ho provato con il siero antirabbico Pasteur. Ma il mio male non è la rabbia canina... Detesto l'acqua. Solo una vergine può placare con il suo dolce sorriso o con il suo caldo sangue il mostro che è in me. Ho voluto andare oltre. Ultra humanum! E' una punizione orrenda del Cielo. Debbo trovare gli alberi a croce nell'altopiano italico… ». QUALCUNO NELLA SUA NOTTE Delia era tornata da scuola. Era affaticata. Quei ragazzi eran proprio degli asinelli. Sorrise. Cominciò a spogliarsi. Pensava all'americano, a Henry Badwell. L'avrebbe sposata, lo sapeva; lui pensava a un'avventura, ma lei lo avrebbe intrappolato. Sorrise. Che strano ragazzone selvatico, Henry! Si accovacciò nel letto, rabbrividendo di piacere al contatto delle coltri. Qualcuno bussò all'uscio. Era un bussare insistente, ma pure cauto. Chi poteva essere, a quell'ora? Si alzò. Guardò dai vetri della villetta che solo lei occupava, giù in paese. Vide Henry stagliarsi con la sua atletica figura. Ebbe una certa esitazione: un uomo, a quell'ora nella casa d'una ragazza sola!... Chissà che cosa avrebbero detto le mamme e i padri dei suoi allievi. Ma poi alzò le spalle, aprì cautamente. Badwell la fissò in silenzio, nel buio della notte. A malapena riuscivano a vedere i loro volti. Era quello il sorriso che poteva lenire l'orrido tormento di Henry, ma egli non lo vide. La spinse dentro, ansimando. - Henry! Dio Santissimo! Che cos'hai?! La giovane donna sentì un mugolio indistinto. Andò all'interruttore della luce, lo girò. Nel far ciò, rovesciò la catinella d'acqua con la quale doveva lavarsi al mattino. Urlò. Urlò d'orrore: era Badwell, quell'essere trasfigurato, il cui volto si stava riempiendo di peluria schifosa? Era il « suo » Henry quell'essere mostruoso, con gli occhi gialli fosforescenti, gonfi, che pareva volessero schizzare dalle orbite? Era Henry, con quelle mani villose, le narici ridotte a due fori, che si stava sempre più trasformando in un lupo?... Badwell osservava respirando pesantemente l'acqua che gorgogliando gli giungeva ai piedi. Era scalzo. Aveva lunghe unghie ricurve, e la stessa peluria delle mani, una peluria fulva, folta, ruvida. Tese le mani ungulate, muovendo qualche passo verso Delia. Ella retrocesse, pallida, incapace di reagire. Urlò, urlò con tutte le sue forze. Egli le fu sopra, le affondò i canini, quegli orribili canini che erano emersi dalla sua bocca, rivolti all'ingiù, nella gola pallida, dalla quale sortì un improvviso fiotto di sangue. Egli perse il copricapo. La testa del lupo fu l'ultima, orrenda visione per la ragazza. La belva-umana infierì a lungo. Uscendo di corsa, ululando, si trovò di fronte a un vecchio contadino armato di doppietta. - Ehi! Ferma! Ferma! Il proiettile lo colse all'addome, di striscio, lo fece impazzire di folle rabbia belluina. Aggredì il vecchio, lo sgozzò con un morso atroce alla carotide. Non poté chinarsi all'orrido pasto, perché la pattuglia dei suoi commilitoni stava sopraggiungendo. Ne udiva i passi affannosi sul fondo erboso. Infilò sentieri impraticabili, fra i roveti. Ma le spine non ferivano il suo vello fulvo, maculato di sangue. LA CROCE DI ALBERI Davanti a lui era il covile. La croce formata dai dodici alberi di cui parlava Humphrey era lì. Un sinistro presagio incombeva su quella raduna dove forse da più di cent'anni nessun umano era mai giunto. Ansimando, e continuando il suo ululato, Badwell si infilò nella buca. Percorse decine di metri di terra battuta. Tutt'intorno erano resti di animali, ossa spolpate, e anche scheletri umani. Vide il « Regnante». Era un essere simile a lui, ma più piccolo. Non era più nulla d'umano, quello che egli poteva mostrare. Camminava a due gambe, ma incertamente, saltellando, con quelle zampe lupine. E le orride zanne che fuoriuscivano dalle labbra stirate erano come due armi sinistre pronte alla morte. I due dallo sguardo giallo si fissarono attentamente. - Sei la mia salvezza, tu! - rantolò Badwell. Perdeva una lunga scia di sangue dalla ferita. - Aiutami! Aiutami! Dalla sua gola sortiva quella sorta di orrendo abbaiamento, che non somigliava che lontanamente a un suono di voce umana. Il « regnante » lo fissava ansimando, la lingua fuori dalla bocca, gli occhi gialli intenti. Le due belve-uomo si scagliarono l'una contro l'altra. Avvinghiate in quella danza di morte, poterono parlarsi: - Sei venuto tu, e non quello che poteva guarirmi, Humphrey! Lo aspettavo da secoli… Da sempre! Tu! Tu lo hai ucciso. Se tu almeno ti fossi impadronito del suo sangue, ora avresti la sua saggezza; ma lo hai soltanto distrutto! Questo plenilunio vedrà la mia morte o la mia rinascita! - disse il « Regnante », a fatica. Badwell cercava con tutte le sue forze di distruggerlo. Ma il regnante sembrava dotato d'una forza sovrumana, e Badwell a poco a poco si convinceva dell'inutilità di lottare contro quella creatura della sua stessa specie, ormai, e visse inconsciamente l'esperienza di che cosa provi una belva lottando contro un'altra. Riuscì a divincolarsi, e ansimando paurosamente saltò all'indietro, si mise ad osservare l'essere che lo fronteggiava minaccioso, pronto ancora a lottare su di lui per finirlo. Ora non lo stupiva più che il « Regnante » capisse i suoi mugolii, o che egli capisse quelli della mostruosa creatura che lo sovrastava. - Aspetta!... Perché Humphrey mi ha mandato qui? - chiese. L'altro lo fissò con i suoi occhi gialli, dilatati. - Perché io potevo guarirlo. Io potevo trasfondere tutto il sangue umano che mi è rimasto in lui. Con il mio cuore!... Corse a un angolo della tana nel ventre della terra, ne raccolse una specie di corona fatta con un serto di rovo spinoso. - Ecco! - disse, mostrandolo a Badwell, come trionfante. - Questo cingerà il tuo cuore sanguinante. E' il segno di Nostro Signore. - Qual'è la nostra origine? - chiese Badwell, ormai fuori dall'angoscia del dover morire. Il « Regnante » lo osservò a lungo, la lingua di fuori dalle fauci armate dei duo terribili canini, il lungo muso da lupo teso in avanti, le orecchie aguzze ed irte, continuando ad ansimare come fanno i cani quando sono stanchi. - Tu... non sai davvero?... - No. Che mostruosa origine ci generò? Chi fu il primo maledetto? - Caino fu il primo licantropo. Badwell ascoltava, attento a tutti i gesti dell'altro. Sapeva che stava per esserne sopraffatto, ma non provava alcun senso di paura. Aveva a sua volta un disperato bisogno di uccidere. Nella sua mente per metà restata umana comprese di avere un vantaggio, che forse avrebbe risolto a suo favore la lotta: l'altro era in quello stato da un tempo infinito; lui, viceversa, solo un'ora prima era ancora un uomo, capace delle astuzie di un umano. Rammentò d'avere nella tasca qualcosa che poteva produrre fuoco. Era l'accendisigari, e con estrema fatica lo trasse, usando la sua mano-zampa. Quando il « Regnante » gli si lanciò ancora addosso, accese il piccolo ordigno, dando fuoco al vello fulvo che ricopriva ormai interamente il corpo del mostro. Un sinistro ululo echeggiò nella tana. Il pelo prese fuoco rapidamente. Ma Badwell non voleva che quel corpaccio andasse distrutto dalle fiamme, e approfittando del terrore primordiale, ancestrale dell'altro, lo sgozzò con una rapidità impressionante. Come l'altro cadde, lo rotolò sul fondo sabbioso della tana: il fuoco si spense. Con il respiro a tratti rotto da invocazioni Badwell gli si avvicinò digrignando i denti, il petto gigantesco scosso da una respirazione anormale. E cominciò a cercargli il cuore. IL MOSTRO SI LECCA LE FERITE La pattuglia giunse nella radura. Il comandante, un sergente che aveva al suo attivo le maggiori campagne di quegli ultimi anni, dette l'« alt! ». Qualcuno giungeva dall'apice della collina. Così, da lontano, non era possibile vedere di chi si trattava. Ma a mano a mano che l'uomo si avvicinava sotto la luce lunare che allagava la boscaglia e rendeva argentee le foglie degli alberi, tutti riconobbero in lui con orrore qualcuno che « non poteva trovarsi lì, a un tiro di fionda da loro ». Il sergente non riuscì a tenere gli uomini, che si allontanarono, alcuni segnandosi, altri con aperta viltà. Il sottufficiale parve pensare al da farsi. Quindi si voltò anch'egli, e si allontanò rapidamente, il dito sul grilletto del fucile, voltandosi a tratti per vedere se quell'uomo stesse seguendolo. Badwell si stupi di quell'improvviso voltafaccia. Avrebbe voluto chiamare i suoi uomini, ma preferì non farlo. Intendeva prima rimettersi in ordine, concentrarsi, dimenticare almeno quello che era successo poco prima nella tana. Ora non poteva più temere l'acqua. E al primo ruscello si lavò dei grumi di sangue, cercò di riassettare gli abiti macchiati di sangue. Non ricordava proprio come avesse fatto ad imbrattarsi in quel modo. Forse, si disse, sono stato a caccia, non me lo ricordo... Bevve avidamente. Temeva un'altra crisi della sua orrenda malattia. Si sentiva spossato, come se avesse lottato per ore contro una torva di giganti. Si sentiva ferito all'addome, ma era una cosa superficiale. Quello che lo impensieriva di più, erano gli squarci alla pelle del viso che si era procurato nella lotta nel covile. L'uniforme era a brandelli. I piedi, inspiegabilmente scalzi, erano feriti in più punti, e camminava solo a prezzo di indicibili sofferenze. S'era già cercato un alibi. Aveva intravisto il misterioso individuo, una specie di brigante, e lo aveva inseguito, raggiunto, e ne era stato sopraffatto dopo una dura lotta: era una versione credibile. Ma gli uomini s'erano dati alla fuga, vedendolo. Non aveva più l'aspetto mostruoso della belva assetata di sangue. Il cuore del « Regnante » lo aveva « guarito ». Per sempre?... Lo sperava. Se no? Come avrebbe fatto? come avrebbe potuto celare l'orrenda seconda natura che lo assaliva con la sua furia immensa? Ma perché i suoi uomini erano fuggiti, vedendolo? Si passò le mani sul viso che era tornato glabro, « umano », così come era « prima del contagio di Humphrey ». Ad ogni passo che lo separava dall'accantonamento, sentiva le forze mancargli. Forse, gettandosi sulla sua brandina, avrebbe compreso che strano inammissibile scherzo gli aveva giocato la sua psiche intorpidita dalla guerra. Sarebbe andato a trovare Delia, si sarebbe trattenuto fra le morbide, candide braccia della sua ragazza: forse, solo allora avrebbe riacquistato la sua esatta valutazione della realtà oggettiva: ora, no. Ora non era ancora in possesso della necessaria serenità, sentiva disturbi al capo, e una strana stanchezza, che non gli derivava dall'esser stato in quelle condizioni orrende. Si sentiva come vecchio, stremato, prossimo a chiudere i suoi giorni per senilità naturale. Quando giunse all'accampamento, la sentinella, vedendolo sopraggiungere, ebbe un'espressione terrificata. Abbandonò il suo posto e si dette alla fuga come avevano fatto gli uomini nel bosco. Altrettanto fecero gli altri, vedendolo comparire. Intorno a lui si fece il vuoto. Si trascinò a fatica sino al suo quartierino. Nel buio della stanza trovò a tentoni l'interruttore della luce, che inondò la stanza d'una pioggia dorata. Solo allora, guardandosi allo specchio, vide che Humphrey era sopravvissuto fisicamente in lui: un vecchio cadente, con i capelli bianchi e le membra deboli. E comprese che la licantropia di cui era affetto Humphrey, e che gli era stata contagiata, sarebbe tornata. Presto. Molto presto. FINE IL RITRATTO DEL MORTO RACCONTO DI WALTER BUCHMAN JR. - Il soprannaturale?, fece Mac Rovel, allontanando d'un colpo la caraffa di birra che aveva dinanzi e sulla quale aveva, fino a quel momento, chinato ogni tanto il pallido volto, in silenzio. - II soprannaturale? E chi può parlarne con cognizione di causa? Chi può dire, sinceramente, che c'è un limite tra quello che è e quello che pare? Chi ha ancora acquistato il diritto di distinguere la visione dalla realtà? Robert Yung, il gobbetto scettico e maligno che gli sedeva di fronte, nella saletta del club, scrollò le spalle sbilenche ed ebbe un sorriso di superiorità sprezzante. *** Anche noi altri che eravamo intorno, e che passavamo quella malinconica serata di novembre ad inghiottire birra e a sputare paradossi, alla bianca luce delle lampade elettriche moltiplicate dagli specchi tutti in giro, avemmo un gesto di autentico, genuino stupore. - Eh, via, Mac! Tu corri troppo, mi pare! - esclamò qualcuno. - Che diavolo! La visione è visione, non vi è alcun dubbio, e la realtà è... - E' realtà! - completò il gobbetto, con un grande scroscio di riso stridulo, che gli fece ballonzolare sinistramente il petto gibboso. Mac Rovel tacque. Tacque un istante guardandoci col suo chiaro sguardo tranquillo. - No, amici, - disse poi con voce piana. - Non è così. - Davvero?… - fece qualcuno con tono in cui si notava il sarcasmo pungente. Mac scrollò le spalle e proseguì, senza rivolgersi a nessuno in particolare, ma gli occhi fissi alla parete di fronte, alle nostre spalle, quasi che attendesse da un momento all'altro di vedervi comparire un fantasma: - Talvolta la visione è realtà... Talvolta quel che pare, è... E, forse, ciascuno di noi, nella sua vita... - Tu hai qualche storiella da raccontarci! - saltò su Robert Yung, interrompendolo e agitando le lunghe braccia rachitiche, di ragno. - Lo credi? - Ma certamente! E lo dimostra il tuo esordio, che è una vera e propria preparazione... Un esordio strano, da brivido. Non puoi negarlo. - Non è una storiella, - fece Mac, con una certa tristezza, quando Robert Yung tacque. - E che cos'è allora? - È un breve episodio, terrificante, della mia vita giornalistica: non quella di oggi, la tranquilla vita dell' « articolista »; ma quella di due anni or sono, la vita febbrile, attiva, indiavolata del reporter. - Ce la devi raccontare! - Sì, così potremo ridere a crepapelle! - fece il gobbetto, rovesciando il corpicino all'indietro ed accendendo una sigaretta: - Noi siamo tutt'orecchi! Ma la frase sarcastica dell'amico non trovò eco: era, nel volto di Mac Rovel, un'espressione così strana di dolore, come un riverbero di una livida luce lontana, che noi tutti non osammo interrompere la pausa grave e solenne che passò in quel momento nella saletta del club, triste anch'essa nella triste sera di novembre. UN DISASTRO FERROVIARIO - E sia, - fece Mac, abbassando il capo, come per riconcentrarsi. - Ho parlato di visioni e di realtà e ho dubitato della linea di confine che separa le une dalle altre. Debbo, ora, darvi ragione del mio dubbio: ed è solo per questo che parlerò. E Mac Rovel cominciò il suo racconto. - Tre anni or sono - ero allora nel più brillante periodo del mio reportage, il reportage viaggiante - il direttore del mio giornale mi chiamò, una sera, mentre buttavo giù una noticina di cronaca cittadina, e mi disse, senza preamboli: - Un dispaccio da Glasgow annuncia un disastro ferroviario. Uno scontro gravissimo allo sbocco di un tunnel: circa trecento morti. Dei vagoni di petrolio incendiati, una sessantina di feriti. Occorre che vi rechiate sul luogo del disastro. Partirete fra un'ora: telegrafate i primi particolari per l'edizione del mattino; tornerete domani nel pomeriggio per una più ampia descrizione nell'edizione della sera... Siate efficace... Disse quest'ultima frase con l'imperiosa brevità di un duce che pronuncia, alla vigilia della lotta, la parola eroica che guiderà i suoi uomini alla morte e mi congedò. Un'ora dopo ero alla stazione: alle due della notte giungevo sul luogo della catastrofe, armato del taccuino e della mia macchina fotografica. Descrivervi quello che vidi, l'orrore della scena, illuminata dalle lampade degli operai che avevano appena iniziato i lavori di sgombro, i cadaveri sfracellati fra le assi spezzate e le lamiere contorte, gli ultimi bagliori dei vagoni di petrolio ammucchiati gli uni sugli altri, che finivano di ardere, è uno sforzo che non potrei fare. D'altra parte, la collezione del giornale è là, e chi voglia rileggere le mie impressioni, non ha che a riscontrarla... - La ricordiamo benissimo tutti, dissi io, con un lieve inchino amichevole. Fece un gesto di ringraziamento e continuò, con voce piana, quasi sommessa. IL CADAVERE APPARTATO Ma uno spettacolo, soprattutto, mi colpì. In disparte, lontano dagli altri cadaveri, cinto dai frantumi del vagone postale, con le braccia distese e le mani dischiuse, quasi a proteggere ancora, dopo morto, i pacchi suggellati, che alcuni agenti di polizia piantonavano, giaceva, supino, un impiegato del personale viaggiante, l'addetto alla posta. Giaceva in attitudine composta, tranquillo, come se dormisse: la luce di una fiaccola, che si proiettò su di lui, ne rilevò la serenità del volto, pallido, affilato, su cui i baffi neri disegnavano una macchia oscura, quasi lugubre. Solo, sulla fronte, era una ruga, diritta e profonda come la cicatrice di un colpo di spada: in quella ruga soltanto era tutto il supremo dramma dell'ultimo minuto, il dolore di morire, il rimpianto di lasciare, forse, dei figli. Un signore, lì presso, un ingegnere delle ferrovie, o un ispettore, dava delle spiegazioni ad un ispettore di polizia: l'indiscrezione che nei giornalisti è un diritto, mi spinse ad avvicinarmi e ad unirmi ai due. - Quest'uomo, - fece quel signore, accennando al ferroviere, - è l'unico del personale che sia morto, oltre al macchinista. Gli altri hanno avuto appena il tempo di gettarsi dal treno; qualcuno si è ferito. Il guardiafreni che si trovava accanto a lui, nel vagone postale, al momento dello scontro, e che ora è al più vicino ospedale, con una gamba fratturata, ha raccontato così la scena. Si era per uscire dal tunnel; il compagno, ad un tratto, sporse il capo dallo sportello del vagone, e lo ritrasse subito, gridando: - Un lume rosso! Nello stesso tempo la locomotiva lanciava il suo fischio, rauco ed acuto come un grido d'allarme come un urlo di terrore. - Avvisa i viaggiatori e salvati! - gridò l'impiegato postale al guardiafreni. - E tu? - gli rispose l'altro mentre si slanciava allo sportello. - Io? Ho la responsabilità della corrispondenza! Io rimango! E restò. E, mentre i compagni, si gettavano pazzamente dagli sportelli ed i viaggiatori, destati all'improvviso, cercavano di seguirne l'esempio, egli non si mosse, come ineluttabilmente legato ad un fato al quale non voleva o non poteva sottrarsi. Bianco, sereno, il volto del morto era come assopito in un lungo sogno; ma alla luce rossastra della fiaccola vicina, la ruga, sottile e profonda, pareva sanguinasse… UN BACIO L'alba imbiancava rapidamente il cielo e dava una fosca tinta di rame alla parete di fronte alla quale scrivevo, nel piccolo caffè della stazione. Avevo scritto quattro o cinque cartelle, che mi sarebbero servite per il « pezzo di colore » della sera (avevo telefonato un intero servizio per la pagina del mattino, tre ore prima). Ma una specie di oppressione, ora, mi fiaccava i nervi e mi toglieva ogni forza di continuare a scrivere. Era la stanchezza? Era l'impressione ancora vibrante del mio animo, della tragica scena? Una visione a poco a poco si ridestava in me, sempre più netta e sempre più decisa, con una persistenza strana: la visione del bianco volto di quel morto, e della ruga profonda e dolorosa che gli segnava il suo solco sulla fronte... Chi era quell'uomo? Le mani dischiuse, scarne e brune, mani di operaio, mi tornavano alla mente, distese a tutela suprema delle cose affidate... Alla crescente luce del giorno, l'ingegnere o ispettore, che fosse, entrò a prendere un cognac. E fu istintivamente, per impulso meccanico, che gli domandai, a bruciapelo: - Come si chiama? - Chi? - mi chiese stupito, deponendo il suo bicchierino per metà pieno. - Lui, il ferroviere morto... quell'ufficiale postale... - dissi. - Taylor, Roger Taylor. E di queste parti. - Lascia moglie... figlioli?... - Non so. Può darsi. Gli sventurati hanno sempre una famiglia da lasciare in lutto... Il funzionario salutò e disparve. Era tutto quello che ero riuscito a sapere di quell'uomo. Ed il pensiero della famiglia lontana, di una vedova, di poveri orfanelli perduti mi strinse il cuore amaramente. Tornai sul luogo della sciagura. Il morto era ancora là: era rimasto solo, nella bianca luce del mattino. Le sue mani erano ancora distese, scarne mani veglianti nella morte... La voce interna, l'oscura voce istintiva mi parlò, allora, chiaramente: « Serba una immagine tua, esclusiva, di lui ». Misi la macchina fotografica a fuoco e feci scattare l'otturatore. Quella fotografia non l'avrei data, insieme alle altre, al giornale. Poi mi chinai sul morto e lo baciai sulla fronte. Volevo mandare quel ritratto alla sua famiglia. Ma per quanto facessi indagini non potei avere notizia di nessun parente del poveretto. Il Taylor non aveva lasciato nessuno al mondo. Nessuno che lo piangesse, nessuno che s'interessasse di lui. L'unico che aveva avuto un pensiero pietoso per il povero morto, ero stato io. Ed il ritratto già pronto ad essere spedito alla famiglia, rimase con me, e lo custodii nel mio portafoglio, come un sacro e triste ricordo… IL SOPRANNATURALE ... Passò un anno. Qui la voce di Mac Rovel divenne più grave, più lenta, più solenne, e negli occhi di lui si accese uno strano bagliore, mentre la mano che si agitava nel discorso aveva un lieve tremito. - Nel maggio dell'anno seguente un principio di sommossa a Glasgow mi chiamava là per una serie di corrispondenze al mio giornale. Partii la sera del 24, con il treno delle diciassette e quaranta, il famoso « 1442 bis ». La notte era alquanto fresca ed i vetri degli sportelli erano chiusi. Solo, nel mio scompartimento di prima classe, sdraiato sul divano, avevo leggucchiato un libercolo di recente stampato e che si occupava di una questione di grande attualità: lo spiritismo. Il silenzio, la solitudine, il movimento oscillante del treno mi avevano fatto scivolare a poco a poco il libriccino dalle dita e cominciavo ad assopirmi. Sentii ancora, vagamente, i nomi di due o tre stazioni strillati dal personale viaggiante, poi più nulla. Il « 1442 bis » correva, tutto nero, attraverso la campagna, si slanciava nei tunnel, ne usciva guizzando, e portava tutta una schiera di dormienti, lontano, nelle tenebre altissime... Tutt'a un tratto un rumore mi scosse nel dormiveglia. Mi pareva che qualcuno avesse picchiato ai vetri dello sportello, leggermente. Tesi l'orecchio. Nulla. Il movimento del treno aveva dovuto scuotere quei vetri; nulla di più naturale; che dianime! Ma, dopo un momento, il rumore si ripeté: un rumore secco, deciso, nervoso, come di chi abbia fretta. Una fretta maledetta, improcrastinabile. Schiusi gli occhi e mi levai a sedere. Qualcuno era li dietro, nell'ombra della notte, che mi spiava. Intravvidi un viso bianco, immoto e due occhi che mi fissavano... IL FANTASMA Saltai in piedi. Corsi allo sportello ed abbassai il vetro. Nessuno! In quel momento il treno infilava la nera bocca di un lungo tunnel. - Allucinazioni! - dissi allora a me stesso, dando un calcio al libro, che aveva dovuto accendermi la fantasia. Allucinazioni di chi ha letto insulsaggini in un'ora inopportuna... E, per dare forza a me stesso, mi ricacciai nel mio cantuccio, e chiusi gli occhi, ostinandomi a riaddormentarmi. Sentivo il rombo del treno che correva sotto la volta greve della galleria e mi pareva che quel passaggio fosse eterno, che non terminasse mai più. Una strana sensazione opprimente pareva mi mozzasse il respiro: ma il letargo mi vinceva e non avevo la forza di scuotermi, di sottrarmi a quella oppressione. Ancora un momento e mi sarei addormentato profondamente, lasciando dietro di me tutte le paure del sovrannaturale. Mi passai la mano sulla fronte per vincere quel sonno di piombo, e, strana cosa, la mia mano era ghiacciata... Istintivamente feci per muovere l'altra mano, per sentire se anch'essa mi facesse quell'impressione di freddo sulla fronte e mi accorsi che le mie mani, urtandosi erano tiepide... E nessuna di esse io avevo mossa, durante il sonno, incrociate com'erano sul mio petto. Trasalii: quella mano ghiacciata che mi aveva carezzate le tempie non era la mia! Soffocai un urlo e mi drizzai in piedi. Quell'uomo aveva le mani distese, come per difendere qualcuno da un pericolo, ed il viso pallido era rivolto a me… IL CADAVERE "REDIVIVO" Sulla fronte, che il berretto da ferroviere lasciava a mezzo scoperta, una ruga diritta, profonda come una cicatrice disegnava il suo solco che pareva sanguinasse... E la bocca scolorata di quell'uomo si agitò, e le labbra livide mormorarono qualche cosa... Sì, io compresi che quell'uomo disse, senza che alcun suono uscisse da quelle labbra, ma chiaramente, distintamente, ed in fretta: - Un lume rosso!... Venni preso da uno spavento agghiacciante. - Chi siete? balbettai, poi in un eccesso di paura isterica, ripetei, ad alta voce: - Chi siete?… Da dove venite?... Che cosa volete da me?... - Un lume rosso!... - ripeterono le labbra livide del fantasma. - Oh, Dio, sto impazzendo! - Non vi ricordate di me?... - Voi... voi... siete... - Io sono… - confermò l'apparizione. - Ma come è possibile... - Tutto è possibile... Vengo di là... dal grande Regno dei morti... dal mondo delle tenebre... Io sono colui che voi avete baciato... Mi sembrava di impazzire. Tremavo come non avevo mai tremato in vita mia. Avvertivo, oltre che vederla, la presenza immateriale dell'uomo che era stato... dell'uomo di cui serbavo la fotografia nel mio portafoglio. - Che... che... che volete... da me?... - Sono venuto a salvarvi la vita... - Come?... - Un lume rosso!... Tra qualche istante avverrà la catastrofe... Sono qui per voi... Non ho dimenticato... Non dimenticherò mai... - Ma... - Attento!... Un istante. Il tempo che dura un guizzo di folgore... E, con un urlo di terrore, spinto da una forza strana ed invincibile, nello scompartimento dove non c'era più nessuno, mi avventai allo sportello, lo apersi e, senza riflettere, ciecamente, mi buttai giù, dal treno in folle corsa… IL RITRATTO DEL MORTO Quando, dopo pochi minuti, ripresi i sensi, mi trovai disteso sull'erba. Ero incolume! Per quanto possa sembrare assurdo, irreale, impossibile io ero incolume. Mi ero gettato da un treno ero rotolato lungo una che filava a cento all'ora, scarpata irta di sassi ed ero finito su di un prato senza nemmeno un graffio. Mi trovavo su di un prato, ad appena due metri allo sbocco del tunnel. Mi ero buttato appena in tempo. Egli mi aveva davvero salvato la vita. Due volte: mi aveva sottratto all'immane catastrofe e mi aveva fatto raggiungere il suolo, illeso. Ma a duecento metri di distanza, quale orribile, inimmaginabile spettacolo! Enorme e sinistro cumulo, nella notte, i rottami del « 1442 bis » e quelli dell'altro treno col quale esso aveva spaventosamente cozzato, si confondevano. I gemiti dei morenti echeggiavano, paurosi, fra quelle rovine. Una delle più grandi catastrofi ferroviarie della storia europea; anzi, della storia mondiale. Una catastrofe che ha reso tristemente celebri la notte del 24 maggio ed il disgraziato numero del treno investitore, era avvenuta, ed io ero lì, vivo, senza una sola contusione, scampato per miracolo. Fui tra i primi a portare la notizia al vicino paese e caddi subito dopo svenuto tra le braccia di quelli che mi circondavano. Poi, una forte febbre mi assali, ed ebbi il delirio per quattro giorni. Guarito appena, e prima di ritornare a Londra, rassettai le mie cose e posi mano al portafoglio per saldare il debito con il mio ospite. Tutto era a posto: ma il ritratto del morto era sparito. Questo è il fatto, vero, reale, accadutomi, da me vissuto. Che cosa è, ditemi, ora, il soprannaturale? Che cosa è la verità? Nessuno di noi osò più aprir bocca. Lo scettico gobbetto era livido in volto e mi pareva tremasse per intima paura. FINE IL SEGRETO DEL CADAVERE RACCONTO DI CHARLES DADDONIBUS Ho vissuto un'avventura spaventosa, tale che forse a raccontarla non verrò creduto. Tuttavia non si può mentire su queste cose: non nelle cose del soprannaturale. Io ho assistito allo spettacolo atroce di un cadavere che parlava. Ecco come è avvenuto fatto nella sua più tragica e spoglia realtà. Faceva freddo, quella sera. Una sera da lupi. La neve veniva giù bianca e sinistra e silenziosa coprendo ogni cosa sotto la sua coltre compatta. Infilai una strada, poi un vicolo per raggiungere casa mia. Ma prima di rincasare volli bere un ultimo bicchierino per scrollarmi da dosso il freddo intensissimo che mi aveva preso alla stazione, dove ero andato ad accompagnare un amico che partiva per imbarcarsi per le Indie. Londra è piena di locali equivoci dove per pochi scellini si può avere un bicchiere di whisky. Non sottilizzai se il luogo fosse o no decente, ed entrai: si trattava della « Taverna del Curvo », strano e sinistro nome da dare ad uno spaccio di vini e di liquori. Mi sedetti in un angolo buio (mi seccava farmi vedere da qualcuno che avrebbe potuto riconoscermi), di uno stanzino, dietro ad un sottile tramezzo che divideva quello della prima « sala » della taverna. Dal mio angolo sentivo le risa, le urla e le bestemmie degli avventori dall'altra parte del sottile tramezzo a vetri sporchi, smerigliati: giocatori, beoni e sgualdrine. Ad un tratto udii delle voci, chiarissime. Dall'altra parte del tramezzo qualcuno era andato a sedersi al tavolino accostato alla sottile parete di legno immergendosi in una conversazione che mi fece subito drizzare le orecchie. Proprio a pochi passi da me, avevo udito nominare un nome, il nome di un ladro famoso cui la polizia aveva dato la caccia per un sacco di tempo senza riuscire a catturarlo, dopo un colpo grossissimo compiuto in uno dei palazzi più aristocratici londinesi, quello dei marchesi di Dublino, imparentati con la casa reale. Sergiu Rabben, si chiama il ladro, un romeno naturalizzato inglese. Si sapeva che era stato lui ad organizzare e ad effettuare il colpo. Poi era sparito con i gioielli ed il denaro. Addirittura una fortuna colossale. Ed ora, ecco che se ne parlava sottovoce in quella taverna in cui ero capitato per caso. Mi raggomitolai, chinando ancora di più la testa ed accostando l'orecchio al sottile assito. Una voce di donna biascicò una bestemmia: - Finalmente sei giunto, John. Ti aspettavo da più di un'ora. Francamente credevo che non saresti più venuto. - Prima non ho potuto; - la voce del nuovo arrivato ansava così ho saputo che tuo marito è morto. - Già, Rabben è morto un paio di ore fa. Alle diciannove di questa sera. Allora ho dovuto telefonare perché venissero a portarlo via. Si sono mossi anche i poliziotti, s'intende, ma non hanno trovato nulla. - Ti avranno messo a soqquadro la casa, suppongo. - Un disastro. Ma non hanno trovato nulla. Non volevano credermi che io non sapessi dove diavolo Sergiu aveva nascosto il malloppo. È rimasto assente ben due settimane. Subito dopo il colpo era sparito e se non mi capitava in casa questa sera, ancora lo attenderei. Poveretto, è venuto a casa per morire. Il cuore non gli reggeva più. Ha potuto dirmi soltanto: « Mary sto morendo », ed è caduto a terra come un sacco vuoto. Gli ho frugato in tasca per vedere se riuscivo a trovargli addosso qualche indicazione circa il luogo dove ha potuto nascondere il tesoro, ma niente da fare. Rabben non si fidava neppure di me. Dall'altra parte del tramezzo l'uomo fece una risatina. - Beh, non aveva tutti i torti, in fondo... - Che intendi dire? - gli chiede la donna con voce dura. - Voglio dire che Rabben lo hai cornificato fin quando hai voluto e tutti con i suoi migliori... amici, me compreso. Credo che sapesse che io ero diventato il tuo amante da sei mesi. - Oh, beh, per quel che me ne importa, sai… Tra me e lui era finita da un pezzo, credimi. - Allora adesso che è morto, tutto è perduto, - gemè a questo punto l'uomo con voce sorda. - Tutto. Poteva ben parlare prima! Se ripenso che ha nascosto qualcosa come mezzo milione di sterline in gioielli ed in denaro, mi sento prendere da una tale rabbia, che, vedi... andrei a percuotere quel cadavere! - Zitta, più sottovoce, per carità... Potrebbero udirci. - Me ne infischio, ora. - Dove si trova lui, adesso? - All'obitorio. Mica potevo tenermelo in casa... Ad un tratto udii che una terza persona si era unita ai due. - Voglio parlarvi, - era lo voce di un uomo deciso, uno di quelli che vanno diritto al nocciolo della questione senza inutili giri di frase. - E perché? - Non siete voi la moglie di Sergiu Rabben? - E con questo? - So che vostro marito è morto. - Ah, come volano le notizie! E con questo? - Penso che abbiate interesse a parlare con me. - Non vedo a che proposito. - A proposito del suo segreto... delle cinquecentomila sterline che si debbono trovare nascoste da qualche parte... - Sentite, voi... - cominciò a dire la donna. Ma l'uomo le troncò la parola in bocca: - Se parlo così è perché ho ragione di farlo. Possiamo fidarci di quest'uomo che è con voi? - Di chi, di John? Certo che sì, è mio amico e tra poco diventerà mio marito. - Bene, allora siete disposti ad ascoltarmi tutti e due? - Sono tutta orecchie, rispose la donna con pungente sarcasmo. Sempre rannicchiato nel mio angolo io non perdevo una sola parola. Avevo l'impressione che ciò che avrei udito sarebbe stato di enorme interesse. Non intendevo andarmene in quel momento, e riguardo, poi, ad essere indiscreto, non è proprio un giornalista che si dia una tale pena. - Noi riavremo, capite, - riprese a dire il nuovo venuto - noi riavremo quel denaro a qualunque costo. - Noi?… - fece la donna. - Si, perché aiutandovi io voglio una parte di quel denaro. Ne voglio una larga fetta. - Ma... ma... se lui è morto... - Non datevi pena di questo. Voi siete una donna forte? Siete coraggiosa fino alla temerarietà? - Io credo di esserlo. - Allora venite con me. Vi dico che riavremo tutto. Non siate diffidente: quando saremo entrati in possesso del denaro e dei gioielli io rimarrò muto come un pesce. Ne ho tutto l'interesse, capite? - E dove mi volete condurre? - Sì, dove volete condurre la signora? - s'intromise a questo punto il suo compagno, John. - All'obitorio. - All'obitorio?!... chiese la donna con angoscia. - Sì, proprio là: e sapremo tutto. Volete che sia io solo a scoprire il tesoro e ad impadronirmene? - Dio mio... Ma chi siete, voi?... - Lo saprete. Venite ora, se no sarà troppo tardi... Ogni minuto che passa è un minuto perduto. A questo punto, silenziosamente mi alzai dal mio posto. Lasciai alcune monete sul tavolo e raggiunsi la strada da un'uscita secondaria. Mi appostai all'angolo della taverna e senza far mostra di nulla attesi che i tre uscissero a loro volta dalla porta principale. Non dovetti attendere molto. La donna precedeva i due uomini, che erano sui quarant'anni. La donna, invece, ne poteva avere trentacinque, aveva un viso vizioso, vestiva in modo sgargiante ed era imbellettata e di aspetto volgare. Non mi videro, perché avevo avuto l'accortezza di nascondermi entro un portone. Udii brani di conversazione, mentre li seguivo in silenzio, senza essere notato: - Io non ho paura... - diceva la donna. - Però, non capisco... Lui solo sapeva... ed è morto... Volete interrogare qualcuno? Lui, certo, non ha parlato: sarà inutile. Era venuto a casa per confidarsi con me, ma non ne ha avuto il tempo... Solo che si fosse deciso qualche ora prima... - Qualcuno parlerà, - disse l'uomo. - Parlate voi per enigmi, intanto, - fece l'amante della vedova Rabben. - Quando vedrete non direte più così. Comminavano in fretta e male, un po' barcollando sulla neve soffice, nelle vie deserte e silenziose. Io ero talmente emozionato da quel che mi stava capitando, che non sentivo neppure il freddo crudo che mi pungeva. - Siete certa che vostro marito fosse venuto a casa per rivelarvi il segreto? - Sì, certissima. - Allora siamo salvi. - Continuo a non capirvi. - Non ha importanza. Capirete... poi... - Intanto mi sembra di morire di ansia e di paura... - Paura? Non dovete aver paura. Voi siete forte. Berrete un po' di rhum e... mi aiuterete. Erano intanto arrivati all'obitorio, situato in uno dei luoghi più squallidi di Londra. Io continuavo a seguire i tre tenendomi ad opportuna distanza. Dopo essere passati dietro il vasto fabbricato dell'ospedale e lungo il muro di cinta, si erano fermati ad una porticina che la guida tosto aprì, richiudendola dopo essere entrato con la donna nel giardino brullo. Quell'uomo doveva avere o la chiave della porta, o un oggetto adatto allo scasso. Non essendo uno scassinatore io non potevo certamente entrare per quella stessa strada, dovevo scavalcare il muro di cinta. Cosa che, divorato com'ero dalla curiosità e dall'impazienza, non tardai ad effettuare anche se nell'operazione mi rovinai i pantaloni. I tre erano davanti a me, nel giardino. Udii la guida dire, con voce dura: - Ed ora avanti, senza timore. E così dicendo aveva preso la donna per un braccio e la trascinava con una sorta di ruvidezza impaziente nel biancore semibuio, tra due alte siepi di mortella ricoperte di neve, fino in fondo, passando poi sotto una tettoia, ed arrestandosi dinanzi ad una seconda porticina: - Entrate qui... È il mio stanzino. Fortunatamente lasciò la porticina socchiusa ed io vi applicai prima l'orecchio e poi l'occhio. L'uomo aveva acceso un lume rivelando la stanza. Era arredata con una branda, due seggiole, un armadio, un tavolino mentre le pareti erano nude. La donna chiese: - Ed ora? - Adesso, per prima cosa vi prego di parlare sempre pianissimo: nessuno ci deve udire. Qui sopra è il dormitorio degli infermieri, e li dietro quell'uscio - ed indicò una porta in fondo al suo stanzino -, vi è il deposito di osservazione. - Che cos'è? C'è gente?... È acceso un lume... - No... non c'è gente... Ci sono i morti... - Dio mio!... - Non mi direte che i morti vi fanno paura, spero... fece l'uomo ridacchiando. Anche il compagno della vedova Rabben ridacchiò facendogli eco. Io, al contrario, non avevo alcuna voglia di ridere. Ero piuttosto spaventato, anche se pieno di eccitazione. La donna ed il suo compagno si avvicinarono alla porta e la spalancarono. Dal mio posto di osservazione potei anch'io vedere balugiare le tremule fiammelle dei ceri. Il custode dell'obitorio si avvicinò all'armadio a muro, lo aperse, ne trasse una bottiglia di rhum. - Berremo tutti e tre, questo ci darà forza disse. Avrei voluto bere anch'io un bicchiere di quella roba, per tirarmi su. - Sono in tre nelle barelle, con il cordone del campanello legato alla mano destra. Caso mai si svegliassero, - e qui rise sinistramente, - chiamano soccorso. Ma non accade mai... Spinse la donna e l'uomo che era con lei nella stanza ed io ne profittai per sgattaiolare a mia volta nella stanza del custode. Dalla porta lasciata semiaperta potevo vedere le tre brande allineate l'una appresso all'altra. Le pareti nude della stanza si popolavano delle ombre delle tre figure e delle fiammelle tremolanti dei ceri. Mi sentii invadere da un senso di terrore così profondo, che per poco non fuggii. Ma non potevo vedere le cose come avrei dovuto, dal mio posto di osservazione. Era necessario che mi spingessi oltre. Così, profittando del fatto che i tre mi davano le spalle, in punta di piedi mi introdussi nella stanza dove si trovavano i tre cadaveri e andai a nascondermi sotto la branda del cadavere più vicino. I tre non mi avrebbero sicuramente scorto, soprattutto per il fatto che la luce era molto scarsa e la branda non molto sollevata da terra. Un nascondiglio davvero ideale! *** - Ebbene, - fece il custode del luogo sinistro, ditemi quale dei tre cadaveri è vostro marito. La donna ebbe un moto di paura e di ribellione: - No, no... è meglio che mi lasciate andare… Io non voglio più vederlo... morto... - Ah, no! Ora siamo qui e voi dovete cooperare. So molte cose io a proposito dei morti, sapete? Da più di vent'anni sono qui, ed i primi dieci, prima che mi rovinassi con l'acquavite, li passai come inserviente di fiducia dei migliori chirurghi. Adesso, invece, sono tra gli ultimi servitori e di notte faccio il barbiere dei morti... - Dio mio... - Sicuro. Io li rado sempre con diligenza, poi li lavo, li liscio e li faccio tanto belli e puliti, che sembrano di avorio levigato. - Smettetela, per carità! - Ah, ah! Sono tanto belli i miei morti... E sono buoni docili... Non fanno del male, credetemi... E voi non vorreste profittarne?... La donna aveva bevuto diversi bicchieri di rhum: l'alcool, la brama del denaro, il coraggio che le metteva quell'uomo così sicuro di sé, finirono per indurla a fare ciò che lui le diceva ed allora, con la mano tesa gli disse: - Eccolo là, in quell'angolo di sinistra, nella terza barella... Quello è mio marito. Il cadavere aveva le braccia nude e scarne in croce. Il volto era bianco, due occhiaie brune e la barba nera. - È lui! - balbettò la donna. - Non mi fa più paura. Che cosa gli volete fare, voi? È ben morto, ora. Ma sentite, coprite i volti degli altri due: quelli non li conosco. - State zitta. Non dite nulla. Li, nell'altra sala, ho da prendere quanto mi occorre: è la sala anatomica. Voi due rimanete qui, tornerò subito. Il barbiere dei morti passò nella sala attigua, semibuia; da un grande armadio prese due coltri, una boccetta rossa, un vasetto ed una grossa busta di ferri chirurgici. Il barbiere dei morti tornato nella stanza deposito scoprì il cadavere fino ai lombi e slegatogli con estrema cautela, dalla mano destra, il cordone del campanello, cominciò a palpare qua e là quelle carni senza vita. *** - C'è ancora molto calore, - disse ad un certo punto lo strano, sinistro personaggio: - più di quanto avrei creduto. Interruppe i palpeggiamenti per volgere lo sguardo sulla donna, che lo guardava con gli occhi sbarrati. - Voi mi aiuterete. - Aiutarvi?... Io?... - Certamente. - Ma... a... - Niente ma! Qui si deve lavorare in fretta e bene. - Ma cosa gli farete? - Gli trapano il cranio, sopra la faccia posteriore del bulbo, come se volessi estirpargli un ascesso intercerebrale... - Vergine santa!... - Me ne intendo io! Vedete, ne so più di tutti insieme i chirurghi di questo ospedale. Tanto è vero che essi hanno sempre creduto e continuano a credere che l'agonizzante muoia subito quando spira. Invece non sanno che il cadavere, dopo, vive ancora dieci, dodici ore, fin che in esso rimane traccia di calore... - Non scherzate?... - Ah! Ah! No, non scherzo! Quando affermai la cosa a due bravi dottori, questi risero tanto! Un folle, mi dissero, uno squilibrato alcoolizzato, uno scimunito mezzo matto e peggio... La vedova aveva cessato di parlare e così il suo amico. La donna si era piegata sopra la barella, ansando, in un doloroso tormento di ricordi e di pensieri, in una visione di sangue e di denaro, in una nebbia torbida e tremula che la obbligò, per un momento, a chiudere gli occhi. Anch'io nel mio rifugio non ero in condizioni migliori; tremavo per il terrore ed una nausea terribile mi saliva dal fondo dello stomaco. Ad un tratto la vedova riaperse gli occhi e disse, balbettando in modo pietoso: - Chi è che parla?... Ah, non è lui, siete voi... - Tieni questo, - le disse l'uomo e le porse qualcosa, un vasetto. Finita la trapanazione e rimesso il morto supino, dal vasetto che aveva dato alla donna da tenere, il barbiere dei morti si umettò le dita con ciò che esso conteneva, operando un vigoroso massaggio all'estinto: un massaggio lungo, febbrile senza posa, al tronco, agli arti, al collo, alla gola. Gli aperse la bocca a viva forza e gli versò dentro il contenuto della boccetta rossa. Ciò fatto lo avvolse ben bene tra le due coltri di lana, lasciandogli fuori soltanto il capo e le braccia, come fosse un neonato. - A voi, ora, - ingiunse alla Rabben. - A me?! - fece la donna, atterrita. - Si, su, presto, non esitate! Afferratelo ai polsi, senza paura, così. Alzategli ed abbassategli le braccia, in fretta, con forza... Ma no... voi barcollate... La donna, infatti, era li lì per crollare a terra. - Non ce la faccio! Oh, è terribile, è mostruoso, è addirittura inaudito... - Non importa. Farò io ancora una volta. Tenetevi almeno su. E voi, perché non aiutate questa donna, avanti, sostenetela! L'amante della Rabben, pallido come quei tre cadaveri coscienziosamente allineati, le cinse la vita con un braccio. Ma anche lui aveva bisogno che qualcuno lo sostenesse... Ad un tratto il volto del custode si protese come la maschera di un predone verso la coppia: - Ora lui se ne vada fuori. Il morto non lo deve vedere. Se lo vede non parlerà più. Fuori, fuori, presto! L'uomo non si fece ripetere l'invito: con un balzo si portò nella stanzetta adiacente, e si chiuse la porta alle spalle. Avrei fatto volentieri altrettanto. - Venite qui, - ordinò il barbiere dei morti alla donna, - dovrete udire ciò che lui dirà. Bisogna che egli vi veda, se no non dirà nulla. La donna balbettava: - Fate presto... Oh, quel denaro... Fate presto... fa... - Volete tacere, maledetta donna? Vedete come l'ho riscaldato bene?... Inginocchiatevi qui, che vi veda subito... Io sarò dietro, ecco, ecco... Mentre la vedova Rabben cadeva in ginocchio, ormai inebetita e quasi incosciente, fissando il morto marito negli occhi semiaperti, vitrei, il barbiere dei morti passato di dietro gli sollevava il capo, tenendolo su. Poi lo stropicciò forte alle tempie ed alla gola per qualche minuto. Era uno spettacolo impressionante, mostruoso. Sentivo a mano a mano mancarmi le forze, poiché vedevo i movimenti di quegli strani esseri riflessi sul muro, in ombre che si allungavano, si accorciavano, si intersecavano. Finalmente il barbiere dei morti premette un istante col dito il punto vivo dell'encefalo, il nodo vitale. Ed ecco compiersi la cosa terrificante, incredibile, persino assurda. Un fremito, un rantolo, una aspirazione larga e rumorosa ed il morto - vi giuro! - spalancò gli occhi, fissi, vitali, paurosi, occhi che avevano visto il mondo di là, il mondo dell'oltretomba, il mondo dei morti... E la Rabben gemé, emise un grido rauco, soffocato, quindi piegò in avanti (e non so dove trovò la forza di compiere questo), con il sudore freddo che le bagnava la fronte e balbettò: - Tu... Tu... Sergiu!... Sei tu... Si udi un nuovo rantolo, una nuova larga inspirazione. - Sono venuta... Mi riconosci?... Sono io... Mary... tua moglie... dimmi... La bocca del risuscitato si schiuse, le sue labbra si mossero lievemente, ma nessun suono gli uscì... Dilatò gli occhi smisuratamente, come in preda ad uno spavento indicibile. - Di', di'... Sergiu... sono io... voglio sapere… il tesoro... Le cinquecentomila sterline... Ti farò vivere... Non morirai più... La bocca del ladro si aperse ancora una volta, le sue labbra tremarono, un gorgogliare sommesso gli uscì dalla strozza ed insieme con un singhiozzo chioccio, mostruoso, orrendo, disse una parola, una sola parola: - … La mosca... Aveva parlato! Il cadavere resuscitato aveva parlato! Egli aveva ritrovato per un momento la vita, dopo essere venuto da infinite distanze, dal mondo dei morti. La donna pareva in preda ad una lucida follia. Si chinava sul cadavere e ripeteva, con una cantilena esasperante: - Hai detto?... Hai detto?... Ancora... Ancora… Ancora... Non più una respirazione, un moto, un'ombra di vita. Quella bocca si richiuse. Quegli occhi ritornarono vitrei, fissi; quella testa si piegò, morta... Il barbiere dei morti, batté entrambi i pugni, furente, sul tavolato di marmo: - Maledizione! Maledizione! Cosa ha inteso dire? Che significa? Non ha detto nulla! Nulla che possa esserci utile! Nulla! Una collera livida, violenta, brutale. Afferrò la donna che si era accasciata a terra, la tirò su, la scrollò con violenza. La schiaffeggiò ripetutamente: - Parlate, parlate, parlate! Che cosa voleva dire? Che cosa ha detto. A che cosa voleva alludere? Ma la donna era svenuta. *** In fretta e furia, ogni cosa tornò al suo posto ed il morto fu riacconciato come prima. - Via, via, via di qui! Via di qui, maledetta, via! La sospinse fuori della stanza insieme all'amante di lei; la scaraventò sulla neve ed all'uomo che cercava di balzargli addosso vibrò un pugno violento, bestiale. Rannicchiato sotto la branda del terzo cadavere non osavo fiatare per paura di essere udito. Era una cosa spaventosa questa che era accaduta, quella alla quale avevo assistito. Una cosa che immaginazione umana non avrebbe potuto descrivere. Ora dovevo attendere il momento opportuno per lasciare il mio rifugio, andarmene da quel luogo funesto. Dovevo aspettare che il barbiere dei morti si buttasse sul lettuccio e cadesse nel profondo sonno dell'alcolizzato. Mentre attendevo con ansia che tutto questo si compisse in modo da poter tornare libero delle mie azioni, ecco che udii dapprima un sospiro, poi un rantolo cupo. La pelle mi si raggrinzi. Mi sentii prendere da una paura spaventosa. Non era il barbiere dei morti a sospirare... a rantolare... era qualcun altro... Chi poteva essere, se non il Rabben?... Non ebbi il tempo di fare altre congetture, perché in quel momento udii il fracasso di un corpo che cadeva pesantemente. I capelli mi si drizzarono in testa per l'orrore. La branda sulla quale il Rabben giaceva si era rovesciata ed il corpo del ladro era caduto a terra in una posa sconcia. Ma mentre io guardavo quel corpo che pensavo immoto, ecco che improvvisamente lo vidi agitarsi; poi il corpo si levò lentamente, con una lentezza estrema. Si eresse in tutta la sua alta statura, si stagliò contro la luce delle candele fumose, assunse la forma di un mostruoso, gigantesco spettro. Un urlo terribile, altissimo mi usci dalla strozza. Il cadavere-redivivo avanzava con le braccia protese, rigido sulle gambe, sul viso alcuna espressione: altro che la rigidità cadaverica. Un secondo urlo di terrore mi scosse. Balzai in piedi nello stesso momento in cui il barbiere dei morti balzava nella stanza, atterrito. - Ah!... Rimase là, inchiodato, paralizzato dalla paura: incapace di muovere un passo. Forse non s'accorse neppure di me, ritto in piedi, con una espressione di intenso terrore, accanto alla brandina sotto la quale mi ero tenuto nascosto per tutto il tempo. E fu là che Sergiu Rabben raggiunse il barbiere dei morti. Le mani del cadavere redivivo, come tenaglie si serrarono attorno alla gola del barbiere dei morti: ci fu una breve, intensa lotta, poi il barbiere dei morti cadde a terra con la carotide spezzata. Nello stesso tempo il cadavere resuscitato con un ultimo sospiro si afflosciava a terra accanto al suo carnefice. Questa volta era definitivamente morto. Questa volta nessuna forza umana avrebbe più potuto trarlo dal mondo delle tenebre. Fuggii come un pazzo, mentre tutto l'ospedale si metteva a rumore. Corsi verso il fondo del giardino, sgusciai dalla porta che trovai aperta, fui sulla strada. Il cuore in gola, una paura che mi faceva impazzire. *** Raccontai ogni cosa al vicino commissario di polizia. Non mi volevano credere. Dovetti ripetere il mio racconto una, due, tre volte. Telefonarono all'obitorio e dalla voce del direttore dell'ospedale essi appresero che ciò che io avevo detto rispondeva a verità, non era frutto della mia immaginazione. Il fatto, però, era troppo spaventoso perché lo si potesse divulgare sui giornali. Venni pregato di non dire nulla, o se ne volevo parlare, parlarne sotto forma di racconto. Per la cronaca venne trovata la storiella dell'uomo in catalessi, che risvegliatosi improvvisamente aveva aggredito il custode che era accorso per prestargli soccorso. Ma la verità era un'altra. Ed io ben lo sapevo. Riguardo, poi, al tesoro, esso saltò fuori. Sergiu Rabben aveva pronunciato una sola parola: la mosca. Ebbene, proprio quella era la chiave dell'enigma. E la polizia non ebbe a faticare molto per venire a capo. In una soffitta della casa abitata dai Rabben, vi era una parete nella quale era stato infisso un grosso arnese di rame a forma di mosca. Evidentemente dietro a quel muro doveva trovarsi il nascondiglio segreto in cui erano stati riposti sia i gioielli che il denaro. Infatti, battendo in quel punto venne trovata una cavità ed in quella cavità un piccolo forziere. Fu così che le cinquecentomila sterline entrarono nuovamente in proprietà dei loro legittimi proprietari. In quanto a me, non mi rimase, da quel giorno, che una più che comprensibile paura per il mondo dell'aldilà. FINE IL TERRORE DI ST. PIERRE L'affermazione ormai trita, che il vero è talvolta più inverosimile d'ogni fantasia, trova in questa raccapricciante storia la più efficace delle conferme. E' il racconto semplice e disadorno di un giovanotto negro, Ludger Sylbaris, unico superstite della famosa catastrofe di St. Pierre: ma l'orrore della tragica situazione ha strappato da quell'anima rozzamente ingenua tali accenti di profonda angoscia umana, da suggerirmi di riprodurlo nella sua suggestionante integrità. RACCONTO DI MARIO DE RENTIBUS Era una sera del 19.... ed io stavo seduto con la mia fidanzata, la bella Giulia Richard, ad un tavolo del ristorante della piazza municipale, a St. Pierre della Martinica, ciarlando ed osservando la gente che passeggiava su e giù in folla davanti a noi. Andai nel pomeriggio a Fort de France, a prendere Giulia e giunsi a casa sua poco prima del tramonto. A nord, il monte Pelée faceva udire il suo lamentoso boato, ed a quando a quando la terra sussultava e tremava sotto i nostri piedi: ma quando due si vogliono bene non si danno troppo pensiero di ciò che accade intorno ad essi, ed io ero troppo assorbito dalla vista e dai discorsi della mia compagna per accogliere idee tristi e paurose. Ci incamminammo quasi subito verso Saint Pierre. Il brontolio della montagna si faceva a mano a mano più forte, e già fitti nuvoloni di polvere si erano rovesciati a più riprese sulla città. La popolazione, per niente spaventata, organizzava invece numerose gite per contemplare da vicino il curioso spettacolo. Una allegra e numerosa compagnia occupava insieme a noi il battello che fa il tragitto da Fort de France a St. Pierre. La brezza della sera increspava leggermente le acque: un senso di freschezza, delizioso dopo l'afoso calore della giornata, disponeva gli animi alla quiete ed alla delizia. Una cortina di vapori nera e spessa ci nascondeva alla vista la cima del monte. Tutti ciarlavano animatamente, incuranti del domani. Quanto a me un solo pensiero mi occupava. La mia Giulia era bellissima: alta, slanciata, graziosa nelle movenze, con una voce dolcissima e due occhi neri che sembravano penetrarmi fino all'anima. Allorché li fissava su di me, mi sentivo felice: ma se li rivolgeva ai nostri compagni di barca, un fremito di rabbia mi invadeva tutto. Ed ella, che lo sapeva, non aveva che da sorridermi amorevolmente per vedere il mio malumore dissiparsi come per incanto. LA RISSA Poiché le occhiate degli uomini del caffè in cui eravamo andati a sederci diventavano sempre più audaci, io rimproverai Giulia di mostrarsi troppo civetta, rispondendo loro con dei sorrisi che avrebbero offeso chiunque si fosse trovato al mio posto. Giulia si mise a piangere e scappò via, senza guardarmi in viso. Evidentemente era irritatissima. D'improvviso un giovanotto elegante, che era stato uno dei più insistenti nel corteggiarla da lontano, uscì dal fitto gruppo e mi affrontò guardandomi arditamente negli occhi. Lo attesi a piè fermo, senza far motto. La testa eretta e le braccia incrociate sul petto. Ad un tratto egli mi afferrò per le spalle e mi gettò a terra. Stordito dal colpo inatteso, rimasi un momento immobile: poi, con subito slancio, balzai in piedi. Quell'assalto brutale mi fece l'effetto di una liberazione. Per oltre un quarto d'ora ero rimasto al mio posto mordendo il freno, costretto a sopportare in silenzio i sogghigni e le celie di pessimo gusto di quei maleducati, finché, incapace di frenarmi oltre, m'ero lasciato andare a sfogo deplorevole nei confronti della mia fidanzata. Ma adesso, finalmente avevo di contro degli uomini, potevo assalirli a mia volta, abbandonarmi liberamente all'impulso di collera che mi frenava in tutta la persona. Non avevo armi, ma afferrai il primo oggetto che mi capitò tra le mani una bottiglia rimasta sul tavolo - e lo scagliai con forza contro il mio avversario, colpendolo alla faccia. Un rumore di vetri che si rompono con violenza, un grido di rabbia e di dolore ed egli cadde a terra privo di sensi. Un coro di proteste indignate si levò tra gli astanti. Vidi molte braccia agitarsi in aria frementi e mi addossai con le spalle al muro. I gendarmi accorsero, mi presero in mezzo, mi portarono via. Ebbi solo il tempo di gettare un'occhiata a Giulia che si era rincattucciata in un angolo del locale. Fu uno sguardo disperato, il mio. Al quale rispose uno sguardo altrettanto disperato. E venni condotto via. UNA BUIA, TETRA PRIGIONE Dal caffè al municipio nel cui sottosuolo si trovavano le prigioni, non c'era che un passo. Venni condotto nella cella che mi era stata destinata (l'ultima di una delle due lunghe file che si aprivano sul corridoio centrale), e vi fui abbandonato. Non potevo udire alcun rumore dall'esterno. Mi trovavo in una prigione ben sorvegliata. Mi sentivo stanco e stordito per gli avvenimenti che mi avevano voluto involontario protagonista. Ero stanco, disfatto. Mi ero buttato a giacere sul tavolaccio, per riflettere sulla mia situazione. Sentivo tremare lievemente, a quando a quando, il pavimento e le pareti della mia prigione; ma la sonnolenza, che già cominciava ad invadermi, mi toglieva ogni senso di paura, come mi impediva di sentire la vergogna e la preoccupazione per il mio stato e ben presto mi addormentai profondamente. UN TERRIBILE INCUBO Ad un tratto mi svegliai di soprassalto. Il terreno su cui ero disteso vacillava maledettamente ed un lontano rumore, come di tuono, mi giungeva alle orecchie. Balzai in piedi. Albeggiava e le idee mi si erano completamente rischiarate. Il ricordo della scena del caffè mi colpì con nettezza ed evidenza. Risentivo il rumore della bottiglia che si rompeva sul viso del mio avversario, lo rivedevo steso a terra, intriso di sangue. E se fosse morto? Ero dunque diventato un assassino? Avrei portato con me, per tutta la vita, l'immagine ed il rimorso del mio delitto? Questi pensieri, il timore della sorte che mi attendeva, e quello di aver perduto Giulia per sempre mi occuparono a lungo, e quando il carceriere mi portò da mangiare non ebbi la forza di rivolgergli la parola. Mangiai poco e male. L'avvilimento mi toglieva l'appetito. LO SPAVENTOSO TERREMOTO D'improvviso, con una rapidità che non riesco a descrivere, la cella in cui ero rinchiuso cambiò completamente d'aspetto. Ciò avvenne in modo così inatteso, così completo, così inesplicabile che non tentai nemmeno di sforzarmi a comprendere. La poca luce che mi circondava disparve, lasciandomi nel buio più fitto. Udii uno scalpiccio di passi affrettai nel corridoio superiore, misto ad altri suoni misteriosi, vaghi e terribili che non capivo di dove venissero. Immerso nelle tenebre, con le orecchie intronate da mille rumori diversi, avevo però la percezione distinta delle cose: e ciò che sentii non fu certo provato da altri esseri umani in quel giorno a St. Pierre. O quantomeno nessuno sopravvisse a raccontarlo. Con la stessa stupefacente istantaneità con la quale la luce si era spenta, l'aria in giro parve convertirsi in un invisibile fuoco. Esso occupava ogni spazio, dal soffitto al pavimento, da un muro all'altro, mi riempiva gli occhi, le narici, la bocca, i polmoni: un fuoco asciutto e senza fiamma, più bruciante di quello di qualsiasi fornace. Un fuoco orrendo, terribile, mostruoso. Era dunque la fine? Gridai con quanto fiato avevo in corpo. Chiamai ripetutamente al soccorso, ma inutilmente. La volta della prigione mi rimandava il suono della mia voce, raddoppiato da un'eco sonora: ma nessuno rispondeva al mio appello disperato. Lo spaventoso calore, l'orribile fuoco senza fiamma continuava più intenso, più insopportabile che mai. Una paura acuta, irragionevole mi prese: poi, con un violento sforzo su me stesso, riuscii a dominarmi, a chiedermi cosa accadesse di eccezionale. Quel caldo non poteva certo provenire da un incendio sviluppatosi nella prigione, perché in tale caso qualcuno sarebbe venuto a togliermi di là, o quanto meno avrei udito il rumore dei preparativi intesi a scongiurare il disastro. Mentre mi affaticavo a trovare una spiegazione, il suolo cominciò ad oscillare, a tremare violentemente. Non solo il piccolo mondo rappresentato dalle pareti della mia cella, ma tutta la terra parve scossa fin nelle sue viscere più profonde. Le mura del palazzo in cui si trovavano le prigioni, alle cui fondamenta si addossava il sotterraneo da me occupato, vibrarono nel buio assoluto che mi circondava. Avevo la percezione esatta del loro disordinato movimento. Se tutta quella massa monumentale fosse precipitata, avrebbe finito con il seppellirmi sotto le macerie. Gridai ancora una volta al soccorso, ma non riconobbi più la mia voce. Era un suono fievole e strano, ora stridulo come il pianto di un bambino, ora rauco e soffocato come il lamento di un moribondo, che mi usciva di gola, accrescendo il senso di orrore che mi invadeva, terribile! E sempre nessuna risposta! Mi avevano lasciato solo! Un nuovo rumore mi colpì. Stavolta non era il cupo rombo che accompagna i grandi terremoti, ma lo scroscio formidabile di molti edifici che si sfasciavano e cadevano in rovina, misto a cento altri suoni diversi, indefinibili. La prigione doveva dunque convertirsi per me in una tomba? Sembrava così solida, così massiccia, che non sapevo figurarmi una forza capace di distruggerla. Pure quale altro significato potevano avere quel tremito continuato sopra la mia testa e quei tonfi spaventosi di pietre che cadevano? Ma quantunque il sinistro strepito assumesse proporzioni sempre più spaventose, le macerie non giungevano fino a me. La volta della mia cella, robustissima e situata a considerevole profondità, rimaneva ancora intatta ed io cominciai a chiedermi se l'inesplicabile catastrofe non stesse per convertirsi in un mezzo di salvezza, e mi misi a brancolare nel buio cercando disperatamente una uscita qualsiasi. Ad un tratto accadde una cosa che ancora di più mi atterrì. IL FUOCO DELL'INFERNO Un'insopportabile sensazione di bruciore ai piedi mi costrinse a chinarmi per indagarne la causa: ma tosto ritrassi la mano, orribilmente scottata. Qualcosa di vischioso e di atrocemente caldo, che sembrava fango in ebollizione, s'insinuava lentamente sul suolo di quello che stava per diventare il mio sepolcro. Non diverso effetto avrei provato toccando un ferro rovente appena tolto dalla fiamma di una fornace. Rimasi un momento immobile. Poi indietreggiai, preso da orribile spavento. Quella misteriosa, ardente sostanza, m'inseguiva sempre. Riempiva a mano a mano lo stretto locale come l'acqua che si versa in un serbatoio. Una morte mille volte più lenta, più atroce, più spaventosa di quella per schiacciamento cui ero sfuggito, mi aspettava, dunque? Mentre la tremenda marea saliva fino a piegarmi le gambe e mi addossavo tutto tremante al muro del fondo, ove essa ancora non giungeva, un acre odore di zolfo mi prese alla gola, accompagnato da un acuto bruciore interno che pareva volesse soffocarmi. Ed assieme alle torture fisiche, un pensiero insistente, una specie di ossessione mi perseguitava, mi faceva martellare le tempie. Se, come tutto lo faceva supporre, un incendio distruggeva tutto il municipio, perché non tentavano di spegnerlo? Che si fossero dimenticati di me, potevo anche ammetterlo: ma lasciar perire così tutto il grandioso fabbricato!... ORE DI ATROCE AGONIA L'odore di zolfo e lo stringimento alla gola crebbero fino al limite, oltre il quale cessa la tolleranza umana. Poi, piano piano, i miei tormenti cominciarono a calmarsi, a fondersi tutti in un cupo stupore, in cui svaniva la percezione esatta delle cose. Quanto tempo rimasi così, con le spalle al muro, immobile e semi incosciente? Non riuscivo a farmene un'idea: non sapevo più neppure se fosse giorno o notte. Ricordavo che al mattino dell'8 maggio, dopo che il carceri aveva portato da mangiare, avevo provato per la prima volta l'intenso calore ed inteso gli strani rumori accennati: ma quanto tempo fosse trascorso da allora restava per me un mistero. Finalmente mi riscossi, con una impressione di sete ardente. Cercai a tentoni la brocca dell'acqua, e, trovatala, intatta su una sporgenza del muro, bevvi fino all'ultima goccia. Era rimasto anche un po' di cibo, ma non lo toccai. Mi ripugnava. Poichè il liquido fango s'era raffreddato, mi distesi invece a terra e mi addormentai, o forse caddi in una specie di deliquio. LE POTENZE INFERNALI Ero così, nell'incoscienza, probabilmente da ore, da giorni, non so, quando socchiudendo gli occhi vidi uno spettacolo che mi terrificò. Ciò che avevano fino a quel momento passato era nulla al confronto delle mostruosità che si trovavano ora dinanzi a me: sentii i capelli drizzarmisi, dilatai le pupille in un terrificante stupore, un grido mi sali alla strozza e proruppe altissimo. Topi, enormi topi invadevano il pavimento della mia prigione. Mi guardavano con i loro occhietti maligni e crudeli, ed erano lì, immobili a fissarmi, come se attendessero un misterioso ordine prima di procedere al vorace assalto. Mi rizzai, le spalle contro il muro, e rimasi là, per secondi che mi sembrarono eternità, le braccia allargate sulla parete, le mani strette spasmodicamente. Ma anche le pareti, là dove esse offrivano qualche sporgenza, erano state invase dai topi. Da queste schifosissime bestiacce. Ad un tratto venni percosso come da una scarica elettrica. Lungo il mio braccio sinistro, nudo, un topo cominciò a camminare veloce sulle sue zampe ripugnanti. Cacciai un urlo, scrollai il braccio per far adere l'orribile bestia. Poi mi misi a correre, disperato, impotente, pazzo di spavento per tutta la mia prigione, mentre i topi scappavano di qua e di là, mentre altri mi cadevano sulle spalle, altri mi si appigliavano alle gambe, alle mani, mi morsicavano dovunque trovassero una superficie di pelle libera di indumenti. Mi scagliai contro la porta della cella, battendovi disperatamente per cercare di demolirla e fuggire da quell'orrore nel quale non potevo più resistere, per sottrarmi ai morsi crudeli, al contatto viscido e ributtante dei roditori. Ma invano. La porta resisteva ai miei colpi più disperati. Le grida si succedevano al pianto, ai singhiozzi, alle urla pazzesche che mi si sprigionavano dal cuore, da ogni più sensibile fibra del mio essere. Sentivo gli squittii furenti delle bestiacce. Battendo i piedi forsennatamente per terra, ne schiacciai non so quanti. Ma tuttavia i topi aumentavano sempre più di numero. Sembravano penetrare attraverso le spesse pareti, e non mi chiesi da dove passassero, poiché la cella non presentava alcun buco, alcuna apertura quanto piccola fosse, attraverso la quale le bestiacce maledette potessero giungere sino a me. Non mi chiesi per quale misterioso condotto esse erano giunte sino a me. Non pensai, dominato dal mio cieco terrore, che soltanto una potenza malefica poteva aver compiuto - solo essa - l'orrendo prodigio. Eppure soltanto le potenze infernali avevano potuto operare la cosa mostruosa. UNA SPAVENTOSA LEGGENDA Più tardi dovevo rammentare una leggenda antichissima che mi era stata raccontata da un uomo più che centenario quando io ero ancora un ragazzo. - Su St. Pierre, mi aveva raccontato il vecchio, - pesa una maledizione terribile. Un tempo qui, secoli e secoli fa, si svolgeva il mercato degli schiavi: povere genti negre provenienti dalle più lontane contrade d'Africa. Quelli che resistevano agli spaventosi disagi per mare che venivano effettuati sulle navi negriere, erano venduti all'incanto, al miglior offerente. Migliaia di uomini, di donne, di fanciulli e di bambine erano stati smistati e ceduti in cambio di oro. Le maledizioni di questi infelici avevano finito per fare di St. Pierre una terra maledetta. Un giorno un gigantesco negro dell'Africa Equatoriale, convertito al cristianesimo, mentre si trovava sulla piazza di St. Pierre per essere venduto, aveva lanciato il suo terribile anatema. Questo negro prima di convertirsi al cristianesimo era stato uno tra i più potenti stregoni della sua tribù. Conosceva i più reconditi segreti della magia nera, era stato tra i più attivi cultori del satanismo. Allorché i missionari lo avevano convertito alla religione cristiana, il negro aveva smesso di intrattenere il misterioso commercio con le deità pagane e con le potenze del male. La conversione di quell'uomo era stato uno dei più grandi successi ottenuti nel campo della fede da quei primi missionari avventuratisi tra le selvagge contrade dell'Africa Equatoriale. - Ebbene, - aveva continuato il vecchio, il giorno in cui Aybinong, così si chiamava il negro, fu condotto sulla piazza di St. Pierre per esservi venduto come schiavo, egli pronunciò una delle più terribili bestemmie che un uomo di fede cristiana possa proferire. « Da questo momento faccio ripudio della religione cristiana alla quale padri missionari mi avevano iniziato. Non riconosco più quel Dio d'amore che essi mi avevano insegnato ad amare. Giuro di adorare nuovamente gli dei dei miei padri e di affidare la Principe delle Tenebre, Dio del Male, mia anima Angelo Nero della Sventura. Io giuro di adorarlo, amarlo, rispettarlo così come ero pronto ad adorare, amare, rispettare il Dio d'Amore. Chiedo l'intervento delle forze oscure perché St. Pierre sia maledetta nei secoli dei secoli, perché i suoi abitanti abbiano ad essere dannati per l'eternità. Vieni o Dio del Male, prendi in consegna questa terra e le anime delle genti indegne che la abitano: fai di questa terra un tuo dominio, fai di questi uomini dei tuoi sventurati sudditi. Che la maledizione perenne cada sulla città e sulle generazioni presenti e future di St. Pierre. Vieni e distruggi! Vieni, ed uccidi! Vieni e seppellisci sotto un mare di fango ardente e di zolfo ogni cosa Tu, da questo momento, sei il mio Dio! ». IL CATACLISMA Erano state appena pronunciate queste maledizioni, che il cielo si era improvvisamente oscurato. Tenebre nere come quelle della notte più fonda e tempestosa erano succedute allo splendente azzurro ed all'ardente fiato del sole. Una lingua di fuoco tremenda aveva solcato il cielo da una estremità all'altra, ed un gigantesco spettro dagli occhi e dalla bocca di fiamma, con un grande mantello nero svolazzante era apparso a tutta la gente della città. Satana in persona, l'orrendo mostro del male, immobile contro il cielo, gigantesco, enorme, terrificante aveva lasciato udire una risata altissima e terribile. Aybinong era caduto in ginocchio levando le braccia verso l'apparizione ed aveva gridato: - Principe, principe delle Tenebre, questo regno è tuo! Prenditelo! Le folgori, allora, erano cominciate a cadere sulle case, sugli uomini come frecce scoccate da mille e mille invisibili archi. Gli incendi si erano rapidamente propagati in tutta St. Pierre, uomini, donne, bambini erano caduti fulminati sotto gli strali di fuoco. Ad un tratto s'era udita una voce possente, come se centomila altoparlanti si fossero trovati dislocati nel cielo: - Genti di St. Pierre, se volete salva la vita, rendetemi omaggio! Io sono il vostro Signore, il Diavolo! Il terrore della morte aveva spinto i più a buttarsi proni a terra, a vendere in cambio della vita, la propria anima a Satana. Chi si era sottratto al comando per tener parola alla propria fede, era stato inesorabilmente ucciso dai lampi mortali. - Da quel momento St. Pierre non è più la città della fede, ma la città del Diavolo. Non si adora più Dio, ma Satana, - aveva concluso il vecchio centenario. - Ogni cento anni ora Satana ricompare e chiede un nuovo giuramento, impone il proprio potere alle genti di questa infelice e maledetta contrada. Il satanismo in St. Pierre era cominciato da allora a diventare un culto. L'ORRENDA METAMORFOSI Ludger Sylbaris, il negro che giaceva nella cella in compagnia dei mostruosi ratti era un uomo di profonda fede cristiana. Sapeva dell'esistenza delle potenze infernali, ma ora, mentre cercava di sfuggire ai morsi feroci dei topi che lo premevano da ogni parte in una specie di muraglia squittente e nauseabonda, non pensava che Satana era venuto quel giorno, nel pieno della sua potenza, a chiedere il tributo alla città di St. Pierre. Alla leggenda non pensò, ritenendola semplicemente frutto di fantasia, se non quando una metamorfosi spaventosa ebbe a verificarsi dinanzi ai suoi occhi sbarrati. Un soffio caldo, misto ad un insopportabile odore di zolfo passò come una ventata entro le quattro pareti della cella. I ratti caddero a terra come se fossero stati toccati da una bacchetta magica. Caddero quelli che si trovavano abbarbicati con le loro zampette sulle angolosità della parete, quelli che si erano insinuati tra il petto e la camicia della loro vittima, che gli si erano attaccati con i denti al cuoio capelluto, alle gambe, alle braccia, ai piedi nudi, alla schiena. Giacquero immoti a terra in un groviglio di grossi corpi neri lardellosi, lucenti, con le lunghe code irrigidite, le bocche irte di denti aguzzi spalancate, in smorfie orrende. Ludger Sylbaris, tremante, il corpo scosso da violenti conati di vomito si appoggiò alla parete e lasciò uscire dallo stomaco contratto, rivoltato dallo spettacolo ripugnante tutti i pochi umori che giorni di digiuno gli avevano lasciato. Si sentiva impazzire. Il sovrannaturale lo sovrastava. Ora capiva che egli era stato protagonista di un'azione infernale, satanica alla quale la mente umana non poteva resistere. E in quel mentre la metamorfosi terrificante avvenne. Ogni topo agonizzante si trasformò in un essere ibrido, tra il nano e la bestia: esseri dalle gambucce corte e magre, dal corpo piccino e dalla testa enorme. Gli occhi erano simili a grossi fari, le orecchie erano padiglioni penduli, spaventosi a vedersi. Ma gli occhi! Erano occhi nel cui profondo c'era il fuoco dell'inferno, la morte con la sua fissità spaventosa, c'era la crudeltà indicibile delle creature inferiori dominate dal satanismo. Un nuovo urlo, lungo e altissimo come di lupo ferito a morte, uscì dalla gola del disgraziato. Se l'incubo dei mostruosi ratti era stato atroce, ora questo altro era addirittura insopportabile. Dominato da una pazzia furiosa, il prigioniero si diede a prendere a calci gli esseri immondi: li colpiva con i pugni, li schiacciava a colpi di testa contro la parete. LA RIVOLTA DEI MOSTRI Furono come sorpresi dalla reazione dell'uomo. Squittivano come ratti, ma si muovevano come uomini, deformi, spaventosi omuncoli dalle lunghe braccia alle cui estremità le mani non erano dissimili dalle zampe dei topi, artigliate, adunche, mortali. Quanti ne uccise, il povero negro? Egli vedeva il sangue sprizzare dai cadaverini: ne era tutto inzuppato. Le pareti colavano lasciando impronte sanguinose. Era un sangue denso come olio, vischioso e dall'odore nauseabondo. Ma più Sylberius ne uccideva, e più uomini-mostri entravano misteriosamente nella cella. Brulicavano come formiche in un formicaio. Sopra, sotto, ai lati Sylberius era premuto dalla massa abnorme. Da quelle migliaia di bocche usciva un fiato caldo e potente, simile al lezzo cadaverico. Gli occhi bruciavano come se emettessero fiamme. Gli artigli da topo laceravano le carni, penetravano profondamente lasciando solchi sanguinosi, strappando all'uomo, oramai incapace di difendersi, esausto, disperato lunghi ed alti singhiozzi, grida di aiuto, forsennate bestemmie... Vinto il primo attimo di sbigottimento seguito alla reazione di Sylberius, i mostri-uomini ora lo aggredivano, avanzando a plotoni, morsicandolo da ogni parte, aggrappandosi ad ogni pezzettino della sua carne. Egli compiva salti mostruosi, quasi arrivando a toccare il soffitto con la testa per scrollarsi di dosso le bestie immonde. Si scagliava contro le pareti, ma se anche ne uccideva erano sempre troppo pochi quelli che morivano in confronto alle moltitudini che sempre più entravano misteriosamente in azione. La rivolta dei piccoli mostri la vinse sul coraggio e la disperazione di Sylberius. L'uomo crollò a terra sotto la massa enorme giacque immoto. IO SONO IL TUO DIO Era svenuto. Non seppe neppure lui dire quanto tempo giacque così, nella più completa incoscienza. Quando riaperse gli occhi, vide che i mostri-uomini si erano ritirati dal suo corpo. Li vide tutti allineati contro le pareti della cella, ammucchiati gli uni sugli altri, i mille e mille occhi fissi su di lui, immobili. Mentre il lezzo che usciva dalle loro bocche contorte lo staffilava. - Mio Dio! - gli uscì dall'anima, - Mio Dio, aiutami tu! A quella invocazione gli rispose da ogni punto della cella un'alta, sonora, diabolica risata. Ai suoi occhi allucinati apparve lo spettacolo di quelle mille bocche spalancate nella risata mostruosa, che sconvolgeva l'intelletto. I piccoli mostri ridevano tutti all'unisono, come se quelle mille e mille bocche fossero una bocca sola. - Non resisto! Non resisto più! Sylberius si levò in piedi di scatto. Si buttò contro la porta picchiando i due pugni chiusi in un disperato quanto inutile tentativo di demolirla. La risata s'interruppe. Il silenzio subentrò nella cella. Ed allora un altro evento satanico si compì. I mostri scomparvero d'incanto. Una lingua di fuoco di un bianco accecante si scatenò nella cella, un fitto, acre velo di zolfo riempì l'ambiente e la presenza incorporea di un personaggio satanico apparve a Sylberius. - Io sono il tuo Dio! IL PRINCIPE DEGLI INFERI Sylberius indietreggiò fino alla parete. Vi si appoggiò con le spalle vinto da un più grande terrore. - No, no!… - cominciò a balbettare, - no… no!... Il personaggio era tutta un'ombra nera, attraverso di esso, Sylberius vedeva la parete di contro: era un essere immateriale e tuttavia era un essere reale, ben vivo e ben vero. Era là, dinanzi a lui. E ghignava nella sua terrificante bellezza. Sì, Satana era bello come un angelo e malefico come il demonio. - Io sono il tuo dio! - No, no... - Ricordi la maledizione di Aybinong?... Aybinong lo schiavo che ripudiò il Dio d'Amore e strinse alleanza con me, il Dio del Male? Tu sei il discendente di Aybinong. Ma tu credi nel Dio d'Amore… Ma sarai tu che rinnoverai il patto fatto dal tuo antenato. Sarai tu che questa volta rinnegherai la tua fede per la mia... La risata stridula, infernale si ripercosse nuovamente tra le quattro pareti che parvero crollare. Sylbergius tremava come un virgulto percorso dal vento. Era incapace di connettere, una paura arcana, un terrore invincibile lo dominavano togliendogli ogni capacità di pensare, di riflettere, di reagire. Subiva la presenza dell'altro, si sentiva soggiogato dal potere malefico che emanava dal maligno. - Che debbo fare... che debbo fare?... - balbettava Sylbergius, scrollando la testa a destra e a sinistra come un automa. - Che debbo fare?... - Rinnega, rinnega il tuo Dio! Sylbergius cadde in ginocchio, affondò la fronte nello strato di fango impregnato dell'acuto odore di zolfo, fu scosso da profondi singhiozzi: - Rinnego il mio Dio! - gridò con la disperazione nella voce. - Rinnego il mio Dio! Alta e breve risuonò la risata. - Sei libero! UN ALLUCINANTE SPETTACOLO Ci fu subito come una vampata, poi le quattro pareti caddero ed il rumore dei calcinacci e la polvere che si sprigionò da essi furono terribili. Della presenza del signore del male più alcuna traccia. Sylbergius si trovò ricoperto di polvere, gli abiti a brandelli, i capelli incanutiti, il volto disfatto, pieno di rughe, gli occhi sbarrati, come quelli di un folle. Mosse alcuni passi. Al di là dello squarcio era tutta una rovina. Quello che era stato un tempo il corridoio delle prigioni non era altro che una montagna di macerie. Passo dopo passo, con una lentezza esasperante, cercando di vincere la debolezza che lo pervadeva tutto, Sylbergius uscì dall'edificio che ormai non esisteva più, rivide la luce del sole ed allora lo spettacolo di un'intera rovina gli apparve. St. Pierre non esisteva più. Tutto era stato distrutto. I cadaveri si ammucchiavano tra le macerie. Braccia, teste apparivano staccate dal resto dei corpi che si trovavano chissà dove. La città era morta. Il negro, il discendente dello schiavo che aveva lanciato la maledizione su St. Pierre e sulle generazioni venture stringendo alleanza con le potenze dell'Inferno, era l'unico superstite. Era rimasto solo. Egli aveva rinnovato il patto. Tra cento anni St. Pierre avrebbe risubito il malefico cataclisma, puntualmente. Tra cento anni un discendente di Sylhering avrebbe rinnovato il patto infame. FINE IL VECCHIO E GATTO NERO, I LORO OCCHI, LA LORO MALEDIZIONE, LA MIA PAURA E LA MORTE… I DUE VOLTI DEL MALE RACCONTO DI WILLIAM KINSTON La prima volta che lo vidi, un fremito mi corse rapidissimo per le membra, quasi avvertendomi che quell'uomo mi doveva riuscire fatale. Me ne ricordo nitidamente, nonostante siano passati due anni - due anni eterni - angosciosi, di vita da prigioniero, con il cuore oppresso e le orecchie intronate dagli urli bestiali dei miei orrendi vicini, in questa angusta celletta con le inferriate alla finestra, e i pochi oggetti fissati solidamente alle pareti ed al pavimento, per paura, dicono, che non me ne abbia a servire in uno dei miei consueti eccessi di pazzia furiosa. Era una sera di gennaio umida e triste e me ne tornavo in fretta a casa, dal circolo, quando appena aperto il portone, scorsi lui, ritto ai piedi della scala. Pareva attendesse qualcuno. Rivedo ancora, rabbrividendo, quella sinistra figura di vecchio malefico. Di statura eccessivamente bassa, magro ed ossuto e ritratto nelle membra: il viso lungo e smorto, dalla pelle rizza, cadente in pieghe giallognole, il naso adunco, le labbra bianche e crespe, e gli occhi... gli occhi erano un orrore. Appena comparvi sul portone egli sollevò rapidamente le palpebre socchiuse, flaccide e pesanti e le iridi grandi mi apparvero per un istante: di un colore chiarissimo, quasi bianche, con dei toni giallastri, e la pupilla nera dilatata straordinariamente. Poi il lampo giallo si spense subito sotto quelle palpebre ricadenti. Un solo istante, ma come fu funesto per me. Quello sguardo acuto che penetrò lacerando e abbattendo ogni ostacolo, fino nell'intimo della mia anima e la frugò tutta e la esplorò in un secondo e che, come una punta rovente, si cacciò veloce nel mio cervello, tanto da darmene un dolore quasi sensibile; e quella espressione fugace di maligna soddisfazione e di trionfo insieme, della iride gialla, mi compresero, credetemi, di uno sguardo arcano ed inesprimibile. Gli occhi, intanto, si distolsero dai miei. Ed allora mi sentii come liberato dalla forza misteriosa che mi aveva per un momento inchiodato al suolo, paralizzandomi. Una forza oscura, potente, sovrumana. Compiendo uno sforzo io continuai il mio cammino. Raggiunsi la scala ed, appoggiandomi fremente alla ringhiera, cominciai a salire, vacillando stranamente, con la mente confusa. Cosa mi stava succedendo, dunque? Cosa mi era accaduto in quei brevi istanti, durante i quali avevo incontrato lo sguardo malefico di quell'uomo? Giunto davanti all'uscio del mio appartamento, aprii in fretta e richiusi di colpo la porta, guardando indietro con la coda dell'occhio, terrorizzato, temendo veramente che qualcuno mi inseguisse, mi afferrasse per un braccio, facesse di me una vittima designata ed impotente a ribellarsi alla forza oscura. Indescrivibile la sensazione che provai. Difficilissima da rendere con quella potenza espressiva che dà il clima a tutta la spaventosa vicenda. Entrai in casa a tentoni, al buio, con il cuore stretto, cercai l'interruttore ed al chiarore amico respirai di sollievo. Mi sentivo liberato da un grave incubo. Ma la notte, quella notte fu un tormento. Patii l'angoscia di sogni penosi. E la mattina seguente mi destai con la testa pesante, un'angoscia che non riuscivo a vincere. Tuttavia mi vestii, uscii e mi recai al mio studio di avvocato. Pensavo che riprendendo il mio normale tran-tran quotidiano tutto si sarebbe normalizzato dentro di me. E così mi parve in un primo momento, perché il mal di testa con il quale mi ero destato al mattino, a poco a poco si attenuò. Ma appena calò la sera, ecco che l'emicrania mi aumentò a tal punto che dovetti lasciare lo studio e tornarmene a casa. Quando mi trovai sul pianerottolo del primo piano (io abito al terzo), mi sentii nuovamente invadere da un'inquietudine, da una smania inesprimibile. A mano a mano che salivo verso il mio appartamento l'ansia e l'inquietudine aumentavano singolarmente in me. Le gambe mi tremavano, un sudore diaccio mi imperlava la fronte. Senza saperne il perché, sentivo stringermisi il cuore al solo pensiero di trovarmi tra poco sul pianerottolo del terzo piano. Che cosa, dunque, di spaventoso, di terribile mi aspettava lassù?... Quando giunsi ai piedi dell'ultima serie di gradini ed alzai gli occhi, esitando, mi resi chiaramente conto della ragione del mio spavento, che prima avevo soltanto intuito. *** Fermo, in cima alla scala, proprio davanti all'uscio che prospettava il mio, stava il vecchio della sera innanzi. La luce della lampadina fissata al piano di sotto, non giungendo a rischiararlo per intero, ne vedevo soltanto la brutta faccia illuminata dal sotto in su, indovinando nell'ombra il profilo curvo della persona rattrappita. Il viso appariva avariato di luce e di ombra. I solchi delle rughe erano segnati in nero, profondissimi. La bocca, questa volta, sorrideva. Ma cos'era quel sorriso? Una smorfia sguaiata? Una contrazione dolorosa? Un ghigno diabolico? Certo, non ho visto mai nulla di tanto spaventoso: di più, nel vano buio e lurido che, dalle labbra aperte presentava la bocca sdentata, spiccano nettamente due strisce biancastre: due denti, due soli, lunghissimi, arcua denti a mo' di zanne, e in alto gli occhi che mi fissavano con un lampo di trionfo, che il vecchio non si curava più di nascondere, nelle iridi gialle, dilatate. Ma quale non fu il mio orrore, quando distogliendo lo sguardo da quella luce sinistra e fascinatrice insieme, e cercando un rifugio più in basso, nel buio, vidi in esso muoversi e ingrandirsi rapidamente due punti gialli, dai toni rossastri, luminosi come due lanterne, sfavillanti come braci, che sollevandosi ad un tratto bruscamente, cominciarono ad avanzare verso di me. E scorsi allora con irragionevole terrore, con uno spavento che mi prendeva alla gola, uscire dall'ombra un gatto grossissimo, tutto nero, dal pelo lucido e ritto, la coda eretta, arruffata, ascendere lentamente e silenzioso, con movimenti tortuosi di rettile, fissandomi sempre con le sue pupille di fuoco, ed arretrarsi, finalmente, sull'ultimo gradino, proprio di fronte a me, che l'attendevo immobile, come ipnotizzato, dominato da una sensazione di fatalità ineluttabile. La bestia emise un miagolio sommesso, e ritraendo la bocca mostrò due denti bianchi, lunghi ed azzurri, somigliantissimi stranamente per la forma a quelli del suo padrone. Ma la cosa terribile che accadde (o forse fu soltanto l'immaginazione a suggerirmela), fu vedere il gatto nero trasformarsi rapidissimamente nella figura del vecchio, in una magica sovrapposizione, o, addirittura, in una metamorfosi che qualsiasi cervello normale avrebbe respinto come impossibile mostruosità. Eppure, nonostante giurassi a me stesso che ciò era assurdo, il vecchio ed il suo gatto erano divenuti la stessa cosa: l'animale ed il suo padrone erano una persona sola. Indietreggiai inorridito. L'urlo di angoscia che mi sali alle labbra, fu strozzato dall'ansia. Rivolsi gli occhi dove avevo lasciato il vecchio e vidi che effettivamente lui non c'era più: per quanto volgessi lo sguardo intorno, nessuna traccia di lui: egli era proprio la, dunque, dinanzi a me, una cosa sola, con il suo gatto. Bestia e uomo in un connubio mostruoso. - Non può essere!... - mi udii mormorare: - E' mostruoso!... Udii come una risatina satanica levarsi da quel groviglio di uomo-bestia: un lungo brivido mi percorse la schiena, mi parve, in quel momento, di impazzire. - Indietro, indietro! - urlai, protendendo le braccia, come per allontanare da me la mostruosa visione. Ma ora il groviglio uomo-bestia avanzava verso di me e non pareva che il mio grido ed il mio gesto fossero sufficienti ad arrestare quella inesorabile avanzata. Mi guardai disperatamente intorno: qualcosa, qualcosa da scagliare contro il mio nemico, qualcosa con cui ferirlo, distruggerlo... Nulla! Non avevo nulla con cui colpire, nulla con cui difendermi, nulla con cui distruggere il mostro. Ormai pochi passi ci separavano. Ed improvvisamente ecco che la scena mutò. Vidi distintamente - distintamente dico - vidi l'uomo e la bestia separarsi, diventare due esseri distinti. Fu uno sdoppiamento che soltanto la magia poteva rendere possibile. Ma mentre il vecchio era fermo, immobile e ghignante, il gatto nero con uno scatto volteggiò nell'aria, le zampe dalle unghie protese, le fauci spalancate in cui brillavano i denti aguzzi, balzò verso di me, ed istintivamente mi rattrappii su me stesso, cercando di offrire il minimo bersaglio possibile alla bestia. Balzando sulla mia schiena piegata, il gatto nero affondò le unghie nella carne, trapassando il cappotto e la giacca, con le sue unghie acuminate; sentii sul volto il fiato caldo dell'assalitore ed un lezzo come di cadavere mi colpi le nari. Un grido lungo, altissimo, di uomo ferito a morte salì da me ripercuotendosi per tutto il casamento. Come impazzito mi contorsi mi sbracciai per staccarmi il gatto nero dalla schiena. La bestia, con un balzo felino toccò l'impiantito e corse verso il suo padrone, che aveva levato un braccio chiamandola a sé, senza pronunciare una sola parola di richiamo. Ansante, in tumulto mi raddrizzai appoggiando le spalle al muro, quasi avessi voluto scavare entro di esso un rifugio in cui sottrarmi al maleficio. Non so quanto tempo rimasi così, attendendomi da un momento all'altro chissà quale nuovo ed occulto maleficio. Scuotendomi ad un tratto da quel torpore strano che a poco a poco mi aveva invaso, alzai gli occhi sul vecchio egli sorrideva in una maschera orrenda. Quel sorriso ebbe il potere di sottrarmi a quel fascino, con un subito accesso di rabbia. Di rabbia e di vergogna insieme per essermi fascino, con un subito eccesso di rabbia. - Maledetto! - mormorai. Facendomi forza salii allora i pochi gradini, pestando forte i piedi, e quando passai accanto al vecchio, lo fissai ben bene e con intenzione negli occhi - che subito egli nascose sotto le palpebre - e percorrendo a lunghi passi il pianerottolo raggiunsi la porta di casa mia, la aprii, entrai in fretta e voltandomi, spinto da una forza irresistibile, a guardarlo dalla fessura dell'uscio socchiuso, lo vidi ancora immobile davanti alla porta di fronte, con il suo gatto nero maledetto, accoccolato ai suoi piedi, rappresentazione del male. Vidi che il vecchio ghignava ancora... Infuriato afferrai il battente, lo tirai a me, e spingendolo violentemente lo sbatacchiai con fracasso. L'eco si ripercosse a lungo per il silenzio delle scale. Mi posi in ascolto. Da principio non intesi nulla, poi mi parve di udire qualcosa di misterioso. Accostai l'orecchio al foro della serratura, sorpresi il cigolio lieve dell'uscio di fronte che si apriva. Poi un passo leggero, furtivo ed il colpo sordo del battente che si chiudeva. *** Un'idea orribile mi si affacciò alla mente, riempiendomi di spavento: il vecchio abitava là, vicino a me. Avrei dovuto dunque vederlo sempre, tutti i giorni!... Avrai dovuto subire la presenza invisibile anche quando la porta di casa mia lo separava da me. Mi sedetti in poltrona e cominciai a congetturare su quel vecchio. Trascorsi una notte agitatissima. Sulle prime ore dell'alba aprii piano piano la porta per non farmi sentire da lui, scivolai fuori, sul pianerottolo, con gli occhi fissi all'uscio di fronte. Trattenendo il respiro, discesi le scale del terzo piano; ma arrivato al secondo piano mi slanciai giù con furia ed in pochi attimi mi trovai sulla strada. Emisi un sospiro di sollievo. Guardai su, alle finestre del suo appartamento: erano ancora chiuse. Quella calma esteriore mi rassicurò alquanto. Forse non erano che scherzi della mia fantasia, tutte quelle paure. La sera, tornando, non feci alcun sgradevole incontro. Tranquillo mi coricai. Ma ad un tratto una grande apprensione interruppe il mio sonno: spalancai gli occhi, mi guardai attorno nel buio, mi rizzai a sedere sul letto. Provavo un'inquietudine strana, simile a quella che mi agitava allorché incontrai il vecchio sulle scale per la prima volta. Stetti così, a lungo. L'inquietudine in me cresceva. Alla fine balzai dal letto e, senza sapere perché, mi diressi alla porta d'uscita. A mano a mano che mi vi accostavo, l'oppressione aumentava. Quando raggiunsi l'uscio il cuore mi batteva con pulsazioni violente. Appoggiai la mano tremante al chiavistello e, quasi come se agissi per volontà altrui, cominciai a farlo scorrere lentamente, nonostante sapessi che al di là di quella porta vi era la causa del mio terrore. Come potrei dare un'idea di quel moto straordinariamente silenzioso. Aprii il battente con la stessa cautela e ad una fessura appena percepibile applicai l'occhio avido. La, a pochi passi, vidi scintillare, fissi nei miei, due grandi occhi rotondi, luminosi, fiammeggianti, di un bagliore giallo-rossastro. Mi ritrassi subitamente, inorridito non so nemmeno io perché. Feci scorrere il battente e mi appoggiai con le spalle alla porta, ansante. La cosa terribile fu quando mi staccai dalla porta per tornare a coricarmi. Appena ebbi spento la luce, nel buio fitto della stanza, rivolgendo lo sguardo alla porta che avevo ben chiuso, vidi le punte di due occhi luminosi, malefici. Gli sguardi del gatto nero passavano attraverso il legno. Avevano la facoltà di splendere attraverso la porta lanciandomi il loro messaggio infernale. Mi sentii tremare. Se potevo essermi lasciato dominare dall'immaginazione nel corso dell'episodio avvenuto il giorno prima, ora il dubbio che si trattasse frutto della mia immaginazione quel che mi stava accadendo in questo momento non era più possibile. Ero ben desto. Non avevo bevuto. I miei nervi, quantunque sovreccitati, li dominavo. Feci allora un esperimento: sempre al buio, presi dalla mia scrivania un foglio di carta bianca e ponendolo come fosse uno schermo ad un paio di metri dalla porta vidi nell'oscurità, riflettervisi sopra i due fari luminosi del gatto mefistofelico. Non potevano esserci più dubbi. Soltanto una potenza infernale, mostruosa era in grado di compiere ciò. Lasciai cadere il foglio e protesi la palma aperta della mia mano destra: la luce di quello sguardo cadde sull'epidermide ed io dovetti subito distogliere la mano, poiché sotto quei due raggi che sulla mano convergevano, una sensazione di intenso calore mi bruciò la pelle. Non ero pazzo. Una potenza infernale veramente mi aveva scelto come vittima. La notte successiva, alla stessa ora, venni nuovamente svegliato da quella sensazione strana. Ma questa volta anziché dirigermi alla porta, me ne andai verso la finestra, che spalancai di colpo. Sporgendomi vidi sotto di me il balenio degli occhi del gatto, immobile sul cornicione sporgente all'altezza del terzo piano. Mi sorvegliava. Mi teneva sotto il controllo continuo, spietato del suo sguardo bruciante. Il cornicione passava sotto la finestra del vecchio. Io avrei potuto appostarmi ed attendere che il vecchio si affacciasse, per colpire con due colpi di rivoltella ben centrati tanto il vecchio che la sua malefica bestia. Ma li avrei uccisi, poi? Non erano forse invincibili ed indistruttibili? Passeggiai nervosamente per tutta la notte, in su e in giù per la stanza. Ogni tanto mi affacciavo per vedere se il gatto era ancora là. C'era sempre. Immobile e funesto, con il suo sguardo maledetto che passava attraverso le porte, attraverso i muri, che mi perseguitava senza tregua. Ad un certo momento esasperato, mi affacciai con un catino colmo d'acqua: lo avrei costretto ad andarsene. Rovesciai il catino d'acqua sulla bestia ed allora vidi una cosa straordinaria che mi fece mancare il cuore. Appena l'acqua toccò il gatto maledetto, ecco levarsi dal negro pelo della bestia una densa fumata di vapore. Eppure l'acqua che avevo attinto dal rubinetto era fredda, quasi ghiacciata. Forse era il pelo del gatto incandescente? Una palla di fuoco che tutta l'acqua del mondo non avrebbe potuto spegnere. Ora avevo l'esatta misura della natura infernale della bestia e del suo padrone. *** Da quella sera vidi quegli occhi gialli, luminosi e malefici dovunque fissassi lo sguardo: ogni luce assumeva la loro forma ed il loro splendore. In ogni angolo buio essi rilucevano sinistri: dalle pagine di un libro, da un quadro, dalla parete... Era diventata un'ossessione terribile, insopportabile. Pensavo che il gatto nero fosse un aiuto potente al vecchio che senza dubbio stava macchinando qualcosa di pauroso ai miei danni. Una specie di diabolico ministro di lui, una fantastica arma nella sua mano adunca, uno strumento dallo straordinario potere di persecuzione. Cercai di ribellarmi a questa idea. Ma non lo potei, nonostante la ritenessi assurda. Tutte le notti sentivo il gatto fissarmi da qualche punto invisibile. Mi fissava attraverso le pareti che dividevano le stanze, attraverso le porte serrate. E quello sguardo giallastro, inesorabile, intaccò, alla fine, anche il mio fisico. Dovetti rimanere a letto con febbre altissima per parecchi giorni. In poco tempo mi sentii stremato da questa accanita, inesorabile persecuzione. Ero diventato l'ombra di me stesso e sentivo oscuramente, che la mia malattia e la mia rovina erano volute, causate dal terribile vecchio mio vicino. Un desiderio prepotente di sapere s'impadronì di me interamente. Dovevo scoprire il maleficio che mi era stato lanciato contro. *** Un giorno, scosso da un'agitazione febbrile, mi levai, mi vestii alla meglio e mi sedetti accanto all'uscita pronto a spalancarlo al minimo rumore che mi venisse dall'altra parte. Non sapevo neppure io che attendessi. Tuttavia presentivo che stava maturando un avvenimento straordinario. Rimasi in attesa per parecchie ore. Mano a mano che il tempo passava, il nervoso sempre più si impadroniva di me. Ad un tratto udii aprirsi la porta di fronte alla mia ed uscire qualcuno dall'appartamento. Il passo leggero, appena strisciato, mi avvertì che era lui, il vecchio. Aspettai ancora a lungo per esser certo che fossi sceso in strada. Poi apersi deciso la porta, andai all'uscio di fronte, appoggiai la mano sul battente spinsi piano. La porta cedette. Entrai con il cuore stretto. Camminai in punta di piedi, sospettoso come un ladro. Ora il mistero che circondava quell'uomo e la sua malefica bestia mi si sarebbe offerto. *** Non facendo più rumore di un topo, entrai in una stanza dalle pareti nude, priva affatto di mobili. Passai in un'altra, quasi vuota anch'essa, con un solo lettuccio, estremamente misero, un giaciglio quasi da mendicante. Spirava nell'ambiente una pesante atmosfera: tristezza, abbandono, incubo. Mi pesava sul cuore. In un angolo della camera scorsi una porticina aperta. Con il cuore che mi pulsava con ritmi sempre più accelerati, mi vi accostai e sporsi la testa nel vano, per vedere. Era uno stanzino basso e quadrato, che da una finestra a vetri appannati riceveva una luce tanto scarsa, che sul principio non distinsi nulla. Ma quando cominciai ad abituarmi a quella penombra!... Quale spettacolo si presentò ai miei occhi. Vidi nel mezzo dello stanzino con il profilo nero fumato nel buio, il gatto misterioso, con la coda ritta, il pelo eretto, fermo, immobile, in contemplazione inanzi ad una specie di quadro, appeso alla parete di fronte a me. *** Intuii che in quel quadro doveva esserci qualcosa che mi riguardava. Infatti era così. Mi sembrò che il cuore cessasse di battere per un momento. Su quella superficie rettangolare, tersissima, vidi riprodotta la mia figura, con le linee ancora confuse non ben determinate, come un abbozzo, come se l'opera misteriosa non fosse tutta compiuta e attendesse di esserlo. Associai e raffrontai in un attimo quella figura abbozzata e la rovina mia incipiente: quel ritratto doveva essere finito dal vecchio e dal gatto! Ed anche la mai rovina essi avrebbero compiuto insieme. Pazzo di rabbia e di spavento, mandai un grido e mi slanciai nello stanzino, come una belva, senza saper bene se dovessi ammazzare il gatto o distruggere il quadro malefico. La bestia volse la testa nera e mi fissò con i grandi occhi di fuoco. Quello sguardo ebbe il potere di arrestare il mio slancio. Era una forza misteriosa alla quale non riuscivo a sottrarmi. Rimasi inchiodato al suolo, con la mente vuota e con lo sguardo attonito, fermo sul mio nemico invincibile. Restammo non so quanto tempo a fissarci così, l'un l'altro. Il gatto paralizzava ogni mia attività, togliendomi completamente le forze. Ed io, dal mio canto, ero costretto a fissarlo dal fuoco irresistibile che si sprigionava dalle fosforescenti pupille. Ad un certo punto il gatto balzò dallo sgabello su cui era accoccolato e fuggi dalla stanza. Nello stesso tempo sentii aprirsi la porta e nella camera attigua salii il passo leggero, lievemente strascicato del vecchio. Poi un miagolio singolare ed una specie di colloqui mormorato. In ultimo, lui in persona, comparve alla soglia: gli occhi biancogiallognoli mi fissarono a poco, liberi dall'ombra grave delle palpebre. La bocca ghignava, mostrando le gengive nude e i due denti lunghi e ricurvi. Mi si accostò ed io ebbi l'impressione che quei due denti stessero per conficcarsi nel mio collo. Mi trassi d'istinto. Il ghigno del vecchio si accentuò. Egli, senza dire una parola, si voltò indicandomi la porta con un cenno fermo e cortese, congedandomi. *** Ero troppo sicuro, ormai, che il vecchio tramava voleva la mia perdita: per mezzo del suo gatto maledetto egli mi toglieva ogni energia, ogni volontà e perfino, in certi momenti, la facoltà di riflettere. Ero certo che ciascuna parte del mio essere, che nel deperimento continuo e rapidissimo dovuto a quel magnetismo e a quella suggestione crudele, si allontava da me, andava a completare quel suo quadro orrendo. Tra poco sarei stato consumato, sarei scomparso inevitabilmente ed esso avrebbe trionfato. Presi a odiarlo allora, a odiarlo ferocemente, come non ho mai odiato nessuno. La mia vita stessa era sostentata e prolungata dalla potenza straordinaria di quella passione. L'odiai tanto che, per un momento, pensai di ucciderlo. Ma l’idea mi spaventò e la mia brama di vendetta si ritorse invece subito sopra un altro: pensai di uccidere il gatto. Spento che avessi quel suo alleato, un'arma formidabile sarebbe stata tolta di mano al mio nemico: non avrei dovuto più subire la sua tremenda suggestione e mi avrebbe arriso la speranza di ricuperare, con la sua morte, la mia forza, la mia energia, la mia serenità. Forse quel ritratto, scomparsa la diabolica bestia, si sarebbe confuso ancora di più: forse sarebbe sparita in esso ogni traccia del mio volto. Forse ogni linea svanita avrebbe riportato in me una parte dell'uomo che ero stato. Animato da questa speranza, risolsi irrevocabilmente. Quando il vecchio fosse uscito, la sera, io sarei entrato nella camera dove si trovava il giaciglio e sul quale il gatto dormiva. Il luogo dove il giaciglio si trovava lo ricordavo benissimo: avrei colpito la bestia con mano sicura, anche al buio. Affilai accuratamente uno stiletto antico, ne provai con calma, senza la più piccola esitazione, il filo sull'unghia: tagliava come un rasoio. Soddisfatto, lo riposi aspettai pazientemente la sera. Le ore si succedevano lentissime, ma io attendevo il momento di agire con una freddezza di cui stupivo io stesso. Ero tanto sicuro dell'esito da non dubitare minimamente. Quando il cielo cominciò ad oscurarsi, io mi trovavo già da un paio d'ore in ascolto dietro l'uscio. Il fatto si sarebbe compiuto tra breve. *** Verso le undici udii il vecchio uscire e scendere le scale. Se n'era andato. Attesi un momento, poi mi posi lo stile tagliente di una tasca e presi con me un grimandello. Uscii. Richiusi la porta alle mie spalle a andai a quella dell'appartamento del vecchio. Tirai fuori l'arnese di ferro, ma nell'introdurlo nella serratura sentii che non era chiusa e che sarebbe bastato una semplice pressione della mano per aprire la porta. Era strano il vecchio, dopo avermi sorpreso in casa sua, se ne fosse andato lasciando aperta la porta, quasi ad invitarmi a ritentare quell'intrusione in casa sua. Questo non poteva significare un tranello? Non era quasi un invito a diffidare? A prestare attenzione a ciò che stavo facendo? In quel momento non mi lasciai assalire da tutti questi interrogativi. Volevo compiere la mia vendetta. Volevo distruggere il potere arcano, malefico e maledetto della bestia nera che mi perseguitava. Spinsi il battente. Il battente girò silenziosamente sui cardini. Mi introdussi nel vano senza fare il minimo rumore e mi trovai nella prima stanza, quella vuota. Cercai di orientarmi nel buio e mi diressi con una calma che non credevo di trovare in me stesso, verso l'uscio che dava nella stanzetta del giaciglio. Ne toccai con le mani agitate nelle tenebre, lo stipite e, guidandomi a tentoni, procedetti ancora. Poco più di un metro in là, mi dovevo trovare proprio accanto al lettuccio. Allora mi fermai ed estrassi il pugnale. *** Nella stanza vi era un silenzio perfetto ed un'oscurità assoluta. Il momento di agire era venuto. Non dovevo per nessuna ragione indietreggiare. Dovevo agire con estrema cautela e con altrettanta fermezza. Il mio nemico doveva morire. Stetti per un momento immobile, cercando di discernere nell'oscurità fittissima la mia vittima. Un tumulo di memorie spaventose si agitò in quel momento nella mia anima. Ricordai la notte in cui il gatto malefico mi aveva fissato da dietro l'uscio, la notte successiva in cui mi guardava attraverso le imposte della finestra. Il vapore misto ad odore di zolfo che era salito da lui quando gli aveva gettato il catino colmo di acqua gelida.... Tutto mi tornò alla memoria come in un film in cui l'inverosimile si mescola alla realtà più rudele, all'incubo più spaventoso, al terrore agghiacciante. Ricordai la scena orrenda dello stanzino... Un'onda di furore mi gonfiò il petto. Cacciai nel silenzio un urlo altissimo, feroce. Un urlo che, penso, soltanto un pazzo furioso può emettere attingendolo dal fondo della sua ottenebrata, sconvolta coscienza. Digrignai i denti. Sentivo la testa in fiamme ed un esasperato, indominabile bisogno di uccidere. Mi precipitai sul lettuccio, menando colpi alla cieca... Il pugnale calò, una due, tre volte... Non so quante. Poi, ansante, sudato, afferrai le coltri grosse e pesanti, le arrotolai in fretta, le buttai sulla vittima, coprendola tutta, e vi montai sopra, pestandola con le ginocchia, e con i piedi, in un accesso di incontenibile, mostruoso furore. Ad un tratto un colpo di vento spalancò le imposte della finestra mal chiusa e la luna, coperta in parte dalle nubi, rischiarò debolmente lo stanzino. Sollevai allora il pesante viluppo delle coltri. Guardai ed inorridii. Sotto di me stava, sanguinante e rattrappita, non già la malvagia bestia nera, ma un esserino biondo, dalle guance rosse, dalle tenere membra. Una bimba. La figlia decenne degli inquilini del primo piano. La figura esile della piccola era lì, imbrattata di sangue sino all'inverosimile, nuda e straziata. Gli occhi bianchi, sbarrati, mi fissavano senza vita. La bocca contratta, scopriva i piccoli denti, candidi e belli come perle. Perché, perché era lì, per quale arcana e malefica potenza quella dolce creatura che tante volte incontrandola per le scale avevo carezzato sulle bionde chiome, perché, per quale orrenda fatalità era finita sotto i colpi esasperati del mio pugnale? Che cosa c'entrava lei? Perché le potenze infernali avevano voluto che io sacrificassi la sua vita, la sua purezza, le squarciassi il cuore? Mi battei i pugni in testa. Gridai impazzito di dolore, di rabbia, di angoscia. Girai come un pazzo per tutta la stanza, senza sapere quel che facevo. E poi mi fermai di fronte al quadro: accesi la luce e vidi, vidi la cosa mostruosa. La mia figura era stata compiuta in ogni suo particolare. Ma quel che vi era di mostruoso era questo: io era rappresentato con in pugno il coltello grondante di sangue, mentre sotto di me, raffigurata nella posa in cui ora la piccina si trovava nel suo letto di morte, vi era lei: straziata da colpi crudeli. In quell'attimo mi volsi. Il vecchio ed il gatto erano presso la porta della stanza, in silenzio e ghignanti, si, entrambi ghignavano. Quando feci l'atto di scagliarmi su di loro con il pugnale levato in alto, bestia diventarono tutt'uno. Io vidi il mostruoso connubio dell'uomo bestia compiere un balzo dalla finestra e scomparire nelle tenebre fitte della notte. Allora gridai, a lungo, con ululato da lupo, finché non accorse gente. Mi trovarono in ginocchio sul corpo ignudo della bambina trafitta, sporca di sangue e di lacrime. FINE

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