martedì 28 maggio 2024
RACCONTI RARI Alfred Hitchcock
INDICE
LA CASA DI PIETRA
DIETRO LA PORTA CHIUSA
UN URLO NELLA NOTTE
LA CASA DELLE STREGHE
LA NEVE COPRE TUTTO
LA CASA DI PIETRA
di Gilbert Ralston
Aries entrò nella botteguccia. Il tintinnio del campanello si mescolò al tic-tac degli orologi appesi un po’ dovunque. La stanza era piccola e in penombra: soltanto in un angolo, la luce di una lampada proiettata su un deschetto rialzato illuminava le mani dell’orologiaio intento ad un delicato lavoro di precisione.
Arles attese pazientemente: l’artigiano depose i suoi arnesi e accese una lampada che illuminò tutto il locale. Poi si tolse dall’occhio la lente, guardò il visitatore con occhi arrossati e chiese:
- In che posso servirla?
- Mi ha mandato Daggett - disse Aries.
Il viso grasso dell’orologiaio rimase impassibile. Pareva che non avesse udito.
- Mi ha detto di darle questo - disse Arles e trasse di tasca un pezzo di cartone e lo mise sul banco.
Senza parlare l’artigiano aprì un cassetto, ne trasse un altro pezzo di cartone e lo avvicinò a quello che Arles gli aveva dato. I due frammenti combaciavano perfettamente. Erano frammenti di uno stesso pezzo.
Sempre senza parlare l’artigiano si alzò pesantemente, andò fino alla porta del negozietto, la chiuse a chiave e si voltò e guardò il visitatore:
- Mi chiami Jaeger - disse - venga con me.
Fece strada attraverso una porta dietro il banco e condusse Arles in un salotto bene ammobiliato.
- Sieda, signor Arles - disse.
- Conosce il mio nome?
- Sì.
Jaeger stava formando un numero al telefono; senza parlare guardava fisso nel vuoto. Qualcuno rispose alla chiamata. Jaeger disse:
- Descrivimi Arles.
Mentre ascoltava la descrizione Jaeger fissava Arles per controllare.
- Alzi la mano, signor Arles - disse - mi faccia vedere l’anello.
Jaeger depose il ricevitore e offri una poltrona ad Arles. Poi mise un disco di Schubert sul grammofono, lo fece suonare a basso volume, sedette a sua volta in una poltrona.
- E adesso parli, signor Arles - disse - non voglio particolari inutili e non voglio nomi. Soltanto l’indirizzo, la descrizione dell’edificio, quello che vuol fare e quando. Niente di più.
Arles trasse di tasca alcune carte:
- Qui c’è la pianta dell’interno della casa. E una fotografia dell’esterno.
- Bel lavoro - disse Jaeger osservando il disegno.
- Sono architetto.
Jaeger lo guardò fisso:
- Lo so.
- L’indirizzo della casa è nella busta. Qui sono le chiavi.
- Ci sono vicini?
- Nessuno. La casa posa su rocce a picco sull’oceano, in un terreno privato. Niente vicini per un miglio.
- E’ abitata?
- Per il momento no.
- Perché non la vende?
- Me l’ha lasciata mio padre un anno fa. Per disposizione testamentaria non la posso vendere.
- Ma può riscuoterne l’assicurazione?
- Si.
- Una casa di pietra, con tetto di lavagna. E’ orribile. Desidera la distruzione completa?
- Sì, completa.
- C’è l’impianto del gas nella casa?
Arles annuì
- Mi mostri il tracciato delle tubature del gas.
Arles puntò l’indice nella pianta:
- Entra da questo piccolo locale, si dirama verso la cucina sul retro, un altro ramo arriva fino al caminetto nel salone.
- C’è una cantina?
- No, la casa posa su un fondo di cemento.
- Le pareti interne?
- Mattoni o pietre per la maggior parte - disse Arles.
Jaeger lo guardò in faccia:
- Non è un problema facile: bisognerà farla saltare in aria.
- Sì.
- Farla saltare in aria è facile. Simulare un’esplosione accidentale dovuta a fuga di gas è un lavoro da artista.
- E’ per quello che sono qui.
- La mia opera è molto costosa, signor Arles.
- Quanto costosa?
- Cinquemila dollari. In anticipo.
- Duemilacinquecento adesso e il resto a lavoro fatto.
Jaeger fece un piccolo gesto di rifiuto: - Tutti subito - disse - e in contanti.
- Come farà il lavoro? - chiese Arles.
- Prima i quattrini - disse Jaeger.
Si alzò e voltò tranquillamente il disco come se la cosa lo interessasse poco.
Arles mise una mano in tasca ne trasse una busta e la gettò sul tavolo.
- Magnifico questo Schubert - disse Jaeger. Aprì la busta contò meticolosamente il denaro dividendo i biglietti di banca e controllando che nessuno fosse falso.
- Adesso mi dica come farà.
- Per forza le dirò come faccio: avrò bisogno del suo aiuto.
- Il mio aiuto?
- Lei dovrà preparare la casa seguendo le mie istruzioni. Inoltre avrò bisogno di alcuni oggetti accessori. Li comprerà lei e diventerà così mio complice: anch’io devo assicurarmi contro eventuali brutti tiri. Non le pare?
- Queste condizioni non mi piacciono.
- E allora, la prego, raccolga il suo denaro e amici come prima.
Arles esitò: - Che cosa dovrei fare io?
- Lei chiuderà accuratamente la casa, lasciando il mobilio e gli effetti personali intatti.
- E che altro?
- Acquisterà discretamente una cassetta di dinamite e una batteria di accumulatore di quelle solide, lasciando il tutto sul pavimento del ripostiglio.
- Dinamite?
- Lei è architetto. Saprà pure dove comprarla o dove procurarsela.
Arles esaminò il faccione pallido e impassibile che gli stava di fronte.
- Va bene, farò come mi dice.
- Sarò sul posto giovedì sera alle undici e mezzo.
- È un lavoro lungo?
- Il tempo che ci vuole per attaccare un piccolo apparecchio ai tubi del gas nel ripostiglio.
- Quando accadrà il fatto?
- A mezzogiorno preciso del giorno seguente.
- Lei intende ispezionare la casa?
- Non è necessario. La sua pianta è chiarissima. Cercherò di starci il minor tempo possibile. Entrerò, farò il lavoretto in dieci minuti e me ne andrò.
- E io che cosa devo fare?
- Dopo che avrà preparato la casa stia in città e si comporti come in un giorno qualsiasi.
- Ha bisogno di arnesi?
- Niente. Un rotolo di nastro adesivo. Ma lo porterò con me.
Arles si alzò: - Allora, tutto è a posto?
- Tutto a posto, signor Arles.
***
Due giorni più tardi, alle undici e mezzo precise della sera, Jaeger saliva sbuffando lungo la strada ghiaiosa che conduceva alla casa di pietra. Le sue scarpe incidevano faticosamente la ghiaia. Dal basso veniva il brusio delle onde contro la scogliera. La casa, bassa e massiccia era racchiusa fra le rocce e soltanto la facciata verso il mare era esposta al vento. Jaeger arrivò sul marciapiede di cemento, che conduceva all’ingresso; accese la sua torcia elettrica e ne fece correre il raggio lungo le finestre: vide che le saracinesche erano accuratamente abbassate. Soddisfatto del controllo frugò in una tasca e ne estrasse una chiave; si infilò i guanti e aprì la porta. Entrò, richiuse la porta dietro di sé e stette fermo appoggiato ad una parete. Si riposò e si accertò che nessun rumore venisse dall’interno.
Rapidamente si orientò: il raggio della sua torcia scoprì il salone, ne studiò le pareti, il focolare di pietra, le file di libri, i pesanti mobili antichi, le finestre chiuse. Scoprì il ripostiglio e ne apri la pesante porta. Vide file di bottiglie di vino e di liquori.
Sul pavimento c’era una scatola di cartone; conteneva spezzoni di dinamite. Lì accanto una batteria d’accumulatori.
Dalle sue tasche Jaeger estrasse il meccanismo ad orologeria, un rotolo di filo, due capsule esplosive.
Si tolse i guanti, cercò in una tasca un temperino, scavò in uno degli spezzoni di dinamite e vi mise delicatamente la capsula. Con nastro adesivo attaccò lo spezzone con le capsule ad un gruppo di altri spezzoni, e attaccò poi il tutto ad un tubo del gas presso il pavimento. Con infinita cautela tese il suo filo, lasciando ancora staccato uno dei fili dello strumento ad orologeria. Riesaminò accuratamente il circuito, guardò l’orologio, mise lo strumento sull’ora desiderata, poi si inginocchiò presso la porta e con la massima attenzione fece l’ultima giuntura.
Soddisfatto del lavoro si alzò prese un fazzoletto e cancellò le eventuali impronte digitali sulla porta del ripostiglio; chiuse la porta e girò la chiave.
Rimise i guanti, tornò al centro del salone; il raggio della torcia scopri una collezione di dischi di grammofono. Jaeger tirò un sospiro e passò oltre. Arrivò alla porta principale e girò la maniglia per uscire.
Notò con sorpresa che la maniglia, di forma circolare continuava a girare a vuoto. La porta non si apriva.
Seccato, si tolse un guanto, cercò in tasca la chiave e la mise nella toppa: la chiave non voleva entrare nel buco.
Jaeger mormorò una imprecazione, tentò ancora di adoperare la chiave, ma invano.
Maledì i fabbricanti di quella porta che si era chiusa a spinta ma rifiutava di aprirsi. Esaminò la porta, tornò a girare la maniglia, questa volta con violenza. Tanto che la maniglia gli restò in mano.
Il posto dove la maniglia era attaccata appariva nudo e privo di congegni: non c’era altro che il rivestimento d’acciaio della porta, e due buchetti nel punto dove la maniglia era stata attaccata.
Jaeger adoperò il suo temperino come un cacciavite per svitare la lastra di ferro della serratura. Ma anche questa dall’interno appariva fittizia. Evidentemente era stata truccata e si poteva raggiungerla soltanto dall’esterno.
Per un momento rimase lì immobile, stringendo in mano i pezzi della falsa serratura; poi li gettò via, attraversò l’atrio e si diresse alla porta della cucina. La porta era chiusa e appariva solida.
Lentamente Jaeger fece girare il raggio della torcia.
Arrivò alla porta del ripostiglio, vide la maniglia... tenendo il fiato l’afferrò e la girò... la girò... a vuoto anche quella. Girava a vuoto...
Arles, pensò furibondo, quel maledetto Arles...
Tornò nel salone, cercò con la torcia l’interruttore. La lampada del soffitto si accese e il salone fu pieno di luce.
Jaeger si lasciò cadere di peso nella grande poltrona presso la finestra e radunò le idee, senza premura, con freddezza analitica.
Era un tecnico, un professionista, capace di pensare, esaminare, decidere a seconda della circostanza, senza orgasmi e senza emozione.
La prima domanda che gli si poneva era il « perché » di questi strani fenomeni. Ma per il momento il « perché » era un problema secondario. Bisognava prima di tutto guardare meglio.
Si alzò e cominciò una nuova ispezione nella piena luce. Gli attizzatoi che di solito sono presso un focolare erano stati tolti da loro gancio. E anche la grata di ferro era scomparsa: se ne vedevano le tracce sulla parete e sul pavimento.
Batté la parete attorno al focolare: era pietra solida e spessa, altrettanto robusta era la parete attorno alla porta. Gli scaffali dei libri erano composti di assi di legno saldate nel cemento. Continuò l’inventano e si accorse che ogni pezzo di ferro che avesse qualche consistenza era stato tolto dall’abitazione.
Una scatola di pietra con porte d’acciaio, pensò. Il pavimento posava sulla roccia e sul cemento. Soltanto il soffitto forse era vulnerabile.
Forse le finestre... Tentò di muovere la manovella che apriva la saracinesca di una finestra: la manovella gli rimase in mano. Esaminò l’ingranaggio: era stato tagliato. Inoltre fra il vetro e la saracinesca c’era una inferriata.
Jaeger abbandonò le finestre, tornò a dedicarsi al salone: fece l’inventario dell’arredamento: un tavolo massiccio, due poltrone di pelle, una robusta asse incastrata nel cemento lungo una parete, tre sedie, un divano, un pianoforte, i tendaggi, un tavolino da caffè, vasi di ceramica, piccole cianfrusaglie. Non lampade portatili.
Si dedicò al soffitto e lo esaminò accuratamente. Ad un tratto pensò con soddisfazione che poteva raggiungere il soffitto mettendo una sedia sul tavolo.
C’erano poche cose nel salone che potesse usare come utensili, salvo le maniglie, o forse qualche pezzo di ceramica rompendo qualche vaso.
Guardò l’orologio: gli restavano dieci ore e mezzo di tempo.
Metodico e organizzato, Jaeger fece mentalmente un piano: per prima cosa dedicare un’ora alla porta del ripostiglio. Se non fosse riuscito ad aprirla o a sfondarla, mezz’ora ciascuna alle altre porte. Un totale di due ore e mezzo. Sarebbero rimaste otto ore. Un’ora di tempo per ognuna delle tre pareti se nessuna porta cedeva. Infine sarebbero rimaste cinque ore per il soffitto.
Lo stipite della porta del ripostiglio era coperto da un bordo di metallo destinato a coprire la fessura della porta; le cerniere erano all’interno, ed era impossibile raggiungere i cardini.
Adoperando il temperino, Jaeger tentò di intaccare l’orlo di metallo nella zona della serratura. Lavorò pazientemente attorno al metallo, riuscì a scalfire la vernice e si avvide che col piccolo strumento di cui disponeva non sarebbe mai riuscito a scalfire le coperture, e tanto meno ad intaccare la porta che sotto la vernice, era di ferro.
Depose il temperino, si alzò, prese la rincorsa e provò con tutto il suo peso a dare una spallata alla porta. L’impresa gli parve subito vana perché la porta non tremò neppure.
Si aggirò per il salone in cerca di qualcosa che gli servisse da ariete contro la maledetta porta del ripostiglio.
Le poltrone erano massicce, ma troppo pesanti e troppo grosse per lo scopo, le sedie erano fragili. Ne provò una che andò facilmente in pezzi. Jaeger raccolse i frammenti di legno e li raggruppò in un mucchietto senza sapere bene il perché. Perse un po’ di tempo ad esaminare la porta d’ingresso e poi passò alle porte della cucina e della camera da letto. Anche queste erano montate con lo stesso sistema di quella del ripostiglio. Jaeger cominciava a sentire la fatica degli sforzi fisici e della tensione mentale. Aveva deposto la giacca sul sofà e il sudore gli correva sotto la camicia.
Per la prima volta si accorgeva di essere stanco. La sete cominciava a farsi sentire. Guardò l’orologio e deliberatamente si sedette in una poltrona per riposare.
Dopo un po’ balzò in piedi e tornò a guardare le finestre. Si passò la lingua sulle labbra asciutte e assetate, raccolse una delle poltrone, la sollevò con sforzo e la spinse contro la finestra. Fu sorpreso di vedere che il vetro resisteva all’attacco. Risollevò la poltrona e con tutta la sua energia la scaraventò a catapulta contro la finestra: quando lasciò la presa della poltrona perse l’equilibrio e cadde a terra. Un braccio e una spalla malamente urtati lo fecero gemere di dolore.
Furibondo, ebbro di cieca collera si alzò e gettò contro il vetro ogni oggetto che gli capitava sotto mano. Finalmente, ignorando il dolore che gli lacerava il braccio e il polso, batté furiosamente il vetro con un pesante vaso di ceramica, finché produsse una specie di buco dai bordi irti di punte.
Riuscì a far passare il braccio attraverso il buco, afferrò con una mano le sbarre e le scosse selvaggiamente, senza speranza.
Capiva che se anche avesse demolito l’intera lastra di vetro non sarebbe mai riuscito a superare le sbarre d’acciaio che stavano davanti alla saracinesca.
Jaeger era stanco morto ormai, il braccio dolorante gli pesava. Guardò l’orologio, sedette e rimase a lungo a massaggiare il braccio e il polso dolenti.
Ma i minuti passavano.
Si alzò e radunando le forze spinse il pesante tavolo verso la parete che dava sul retro della casa. Mise una sedia sul tavolo, prese un pezzo di legno della sedia che aveva rotto, salì sulla sedia posta sul tavolo e arrivò a portata di mano del soffitto, batté e grattò.
Tirò un sospiro di sollievo vedendo che una cascatella di calcinacci gli pioveva sulla faccia. Scese a terra, prese un’altra sedia e la pose sul tavolo accanto alla prima. Il braccio gli doleva. Imprecava sottovoce per non aver scelto il soffitto come primo punto di attacco.
Si arrampicò nuovamente sulla sedia e riprese l’opera. La rapidità con la quale i calcinacci cadevano gli dava forza. Grattava metodicamente il soffitto, dapprima sullo strato di calcina, poi sul materiale che stava sotto, finché arrivò all’armatura di ferro. Mise alla prova la resistenza dell’armatura battendo all’insù la gamba della sedia rotta. Batté, batte, batté ancora con la punta del bastone e poi coi pugni finché dai graffi uscì il sangue.
- Cemento - disse - cemento fra le sbarre... cemento armato.
Stanco e deluso ridiscese sul pavimento, una smorfia di disperazione sul volto, lacrime di disperazione negli occhi.
Improvvisamente, in uno scoppio di furore, si avventò contro la porta del ripostiglio con tale cieca violenza che ne venne gettato indietro come da una molla e ricadde in modo grottesco sul pavimento.
La testa in tumulto, emettendo parole confuse e grida di rabbia si rialzò e corse alla finestra tirando furiosi disordinati colpi contro il vetro, la inferriata, gli stipiti, la parete… finché cadde sul pavimento come un povero mucchio di stracci.
Mancavano trenta minuti. Nel ripostiglio due sottili lancette di metallo avanzavano lentamente continuamente verso un contatto.
Forse non funzionerà, pensava Jaeger. Ma sapeva che avrebbe funzionato.
***
A sei miglia di distanza e nel mezzo di un mare di case, Daggett era in piedi nella penombra di un bar « tipico ». Il suo viso aguzzo da faina era immobile, pareva che l’uomo dormisse ad occhi aperti. Poi si voltò, guardò Arles, versò un sorso di whisky in un bicchiere:
- Prendi - disse - e siediti.
Arles allungò la mano e sollevò il bicchiere.
- Aspetta qui, torno subito - disse Daggett.
Mentre costui si allontanava per portare da bere ad un gruppo di clienti, Arles alzò la testa, guardò l’orologio. Non riusciva a staccar gli occhi dalle lancette.
- Non te la sentivi di aspettare da solo, eh? - sussurrò Daggett di ritorno.
Arles scosse la testa.
- A mezzogiorno. Fra un quarto d’ora.
- Sta buono: non ci saranno problemi, Jaeger non fa sbagli.
Arles sussurrò: - Ne ha fatto uno.
- Quando? Dove?
- Lo scorso anno. Quando ha provocato l’incendio nel magazzino dei tessuti.
- Chi te l’ha detto?
- E’ da quel fatto che ho avuto il tuo nome, Daggett: tu organizzi gli incontri, Jaeger fa il lavoro, il cliente incassa l’assicurazione.
Daggett si sporse attraverso il banco:
- Sei nervoso, ragazzo. Tieni a freno la boccuccia.
- Un capo dei vigili del fuoco è perito nell’incendio del magazzino.
Le mani di Daggett si strinsero nervosamente sull’orlo del banco.
- Cerchi di farmi paura?
- No, soltanto, è meglio che tu lo sappia: la vittima era mio padre.
- Ma si chiamava Stimson.
- Infatti, io mi chiamo Arles Stimson.
Lo sguardo di Daggett era vitreo: - E tu hai incaricato Jaeger di fare un lavoro per te?
- Un lavoro è un lavoro.
Daggett voltò la testa e guardò l’orologio.
- Ci siamo - disse Arles - le dodici.
- Ma guarda che roba! - esclamò Daggett. - Questa non me la sarei sognata. Va bene, beviamone uno per la casa.
- Uno per la casa - disse Arles e gettò il bicchiere di wisky in faccia a Daggett.
- Ma sei matto! - gridò Daggett.
Arles lo guardò asciugarsi il whisky. Poi gli voltò le spalle e si allontanò.
- Aspetta - gridò Daggett - non fare il tonto. Sta calmo e sii pronto: domani avrai da rispondere a tutte le domande degli ispettori dell’assicurazione. Se non hai i nervi a posto invece di avere i quattrini andrai in galera. Non ti conviene fare il gradasso.
- Non ci saranno ispettori dell’assicurazione - disse Arles Stimson. - Una settimana fa ho annullato l’assicurazione sulla casa di mio padre.
Voltò le spalle e usci nella strada piena di sole.
DIETRO LA PORTA CHIUSA
di O. H. Leslie
La casa dei Daniels era come una sfinge. Acquattata sul fianco più scosceso della collina, aveva l’aspetto sornione e misterioso di tutte le case vuote. Ma anche la sua forma era un po’ arcana: costruita su quattro piani appoggiati ad una roccia, e sorretta su un lato da lunghe colonne bianche, era una casa un po’ eccentrica, ideata in era di abbondanza, da gente troppo rapidamente arricchita. Più tardi era stata abbandonata dai suoi proprietari che si erano trasferiti in località più vicina alla città, in una villa di forme più moderne.
Quando i fari della macchina illuminarono il viale del giardino, Betty Daniels rise e batté le mani per la gioia. Prima ancora che Robert fermasse, ella era già balzata a terra e correva verso la porta della villa. Robert la seguì correndo e la raggiunse proprio sul portone. Nella luce dei fari della macchina si abbracciarono e si baciarono. Poi Betty cercò le chiavi nella borsa e Robert andò a spegnere i fari. Anche la macchina apparve scura e silenziosa come la vecchia casa.
Nel frattempo Betty aveva aperto la porta.
- Aspettami! Entriamo insieme.
Betty cercò al buio gli interruttori e li trovò. Il grande salone al pianterreno si presentò alla loro vista… ma anche così il senso di arcano non fu dissipato. Troppe lampade erano guaste, troppi fili pendevano inutili; anche coi lampadari accesi l’abbandono e l’incuria erano fin troppo palesi.
Il viso magro e affusolato di Betty perse un po’ della primitiva gioia: era meno bella di come la ricordava, la sua vecchia casa; le tappezzerie erano gonfie e spezzate, i soffitti screpolati, i mobili coperti da teli polverosi. I ragni avevano tessuto un po’ dovunque le loro reti.
Robert, sentendo che la ragazza era delusa nelle sue care memorie, le mise un braccio attorno alle spalle per consolarla.
- È un po’ diversa da come te l’aspettavi, vero? - disse. - Da quanto tempo non venivi qui?
- Sono circa otto anni. Ne avevo undici quando papà è morto, e fu allora che andammo via.
UN MISTERO
Betty sospirò e sedette sull’orlo di un divano. Robert sorrise con la sua aria furbesca. Il sorriso gli produceva due fossette sulle guance. Aveva ventiquattro anni ed era il più bello fra i conoscenti di Betty. Ma ormai era più di un conoscente, più di un amico.
- Robert… - sussurrò la ragazza.
Egli le si avvicinò e le accarezzò i capelli.
Betty ritrovò il coraggio; prese Robert per mano ed insieme andarono ad esplorare la palazzina. Da una stanza all’altra, da un piano all’altro, percorrendo corridoi, fermandosi a ridere di fronte a vecchi ritratti di famiglia, giocando a rimpiattino nel labirinto delle stanze dei piani superiori… Con le loro risa e la loro giovanile esuberanza riportarono un fresco soffio di vita nella vecchia residenza.
Fu all’ultimo piano, il quarto che Robert si trovò di fronte a una porta che non voleva lasciarlo passare.
- Ehi, Betty! - gridò. - Questa porta è chiusa!
La ragazza lo raggiunse in silenzio e disse a voce bassa: - Sì, lo so: è sempre stata chiusa.
Robert ritentò con la maniglia ma la porta, solida e pesante, non si spostò di un millimetro.
- Che cosa c’è qui? - domandò.
- Non lo so: è sempre stata chiusa fin da quando ero bambina. Non ricordo di averla mai vista aperta. Una volta mio padre mi disse di non avvicinarmi alla porta e un giorno ho sentito mia madre parlarne come se ne avesse paura.
- Perbacco, c’è aria di mistero - commentò Robert. - Che ne dici? La scassiniamo?
- No, no, Robert! Non possiamo fare una cosa simile!
- Ma guarda! Non sei curiosa? Forse è piena di donne come nel castello di Barbablù. O forse ci sono nascosti i gioielli di famiglia…
- Lasciamola stare - disse Betty che era impallidita. - Ho sempre avuto paura di questa porta, non so perché.
Robert provò con una spallata.
- No, no. Robert! - gridò Betty allarmata.
- Ma insomma, perché è chiusa? Ci deve essere qualcosa di valore! - esclamò Robert eccitato. – Scommetto che c’è nascosta roba preziosa. Tuo padre l’ha lasciata a te questa casa, vero? E allora se c’è roba di valore appartiene a te!
- Robert, non essere avido! Mi hai promesso di non parlare mai di denaro.
- Ma io parlo del tuo denaro, non di quello di tua madre!
- Sì, ma la casa non è ancora mia: lo sarà soltanto quando compirò i ventuno anni. Mancano due anni.
- Non essere pedante.
- Robert!
Il giovanotto fece una smorfia di disappunto, ma si riprese. Mise un braccio attorno alle spalle di Betty e rise. - Va bene, cara - disse, - non è il caso di litigare. Del resto abbiamo tutto il tempo che vogliamo.
Tentò di baciarla ma Betty lo respinse.
- Scendiamo, Robert, te ne prego.
Scesero nel salone dove Robert, con gesti drammatici, tolse i teli polverosi che coprivano i mobili. Poi fece un giro d’ispezione e tornò con una bracciata di legna secca. Robert era cresciuto in città: accendere il fuoco sotto il camino era un’impresa per lui. Ma alla fine ci riuscì. Allora andò a cercare il più bel divano, lo spinse fin davanti al camino e invitò Betty s sedervi con lui.
Le fiamme del caminetto, nel vecchio salone, erano uno spettacolo per Robert.
- Micina - disse, - spengo le luci!
Si alzò dal divano per raggiungere l’interruttore. In quel momento udì uno scricchiolo di ruote sulla ghiaia del giardino e i riflettori gettarono lampi bianchi sulle pareti.
- Accidenti! - esclamò Robert. - Abbiamo compagnia.
COLPO DI SCENA
L’automobile si era fermata davanti all’ingresso. Si udì lo sbattere di una portiera.
Betty si era voltata di scatto aggiustandosi il vestito.
- La mamma! - gridò.
La porta dell’atrio si spalancò di colpo e una matrona apparve sulla soglia, fiera e solenne come una dea della vendetta. Con rapida occhiata esaminò la scena e si rese conto della situazione.
La signora Daniels era bassa e grassoccia. Soltanto la collera sembrava darle statura. Aveva l’aria di chi si è vestito in fretta e furia senza però dimenticare i simboli della ricchezza: gioielli ai polsi e al collo, e una volpe argentata sulle spalle. Quasi correndo raggiunse sua figlia e l’agguantò ad un braccio.
- No, mamma, lasciami! - piagnucolò Betty. - Non c’è niente di male.
- Ah, non c’è niente di male? – gridò la signora Daniels e, con gli occhi fuori delle orbite, si voltò verso il giovanotto che se ne stava in piedi impacciato davanti al caminetto.
- E lei, che cosa fa qui? Lei è Robert Snowden, se non sbaglio. Ho già sentito parlare di lei, giovanotto! Grazie al cielo ho avuto la buona ispirazione di correre qui quando ho visto che Betty non tornava a casa.
- Mamma, ti sbagli! Diglielo tu, Robert.
- Signora Daniels… - mormorò Robert.
- Stia zitto! – esclamò la matrona. - Capisco tutto. Me lo aspettavo che qualcosa sarebbe capitato! Fin da quando Betty ha cominciato a raccontare di lei nelle sue lettere dal collegio.
La signora Daniels riafferrò sua figlia per un braccio e la spinse davanti a sé.
- Cammina, tu! Prendi la tua roba e andiamo a casa.
- Signora Daniels…
La matrona si voltò di scatto: - Che vuole lei? Se ne vada!
- Siamo sposati, signora Daniels.
La presa sul braccio di Betty si allentò, ma non del tutto. La donna guardò con stupore il giovanotto in piedi accanto al fuoco e la figlia accanto a lei.
Robert cominciava a riprendere coraggio. Betty si mordicchiava il labbro, impacciata.
- È vero… - mormorò Betty. - Ci siamo sposati stamattina a Elkton.
- Non è possibile, tu sei minorenne!
- A Elkton è permesso, mamma; il limite di età è di diciassette anni, a Elkton. Io e Robert siamo sposati e tu non puoi trattarci così - disse Betty, ma sembrò spaventata del proprio coraggio. Aggiunse: - Te ne prego, mamma, cerca di capire.
- Oh, capisco benissimo! - esclamò la matrona. Abbandonò il braccio della figlia e si voltò verso il giovanotto: - Campioni come questo ne ho incontrati una dozzina quando avevo la tua età. Bei campioni, che si illudevano di acchiappare la mia dote…
“MI UCCIDERÒ!”
Presa da sconforto, si lasciò cadere su una sedia e guardò sua figlia mentre gli occhi le si riempivano di lacrime. - Oh, Betty, mia povera Betty…
- Non è così, signora Daniels - disse Robert; - io amo sua figlia.
La signora lo guardò attraverso il velo del pianto: - Scommetto che è un disperato…
- Oh, mamma!
- Scommetto che non ha quattrini…
- Infatti, non ne ho - disse Robert. - I miei genitori sono immigrati dall’Europa. Mio padre faceva lo spedizioniere; mia madre è ancora viva ma non so nemmeno dove sia. Non ho niente e nessuno, signora Daniels, ma amo sua figlia.
- Perché?
Betty guardò lontano, con dispetto.
- Ha sentito la mia domanda, signor Snowden? Perché?
Robert esitò: - Non so che cosa voglia dire, signora: non si può rispondere alla sua domanda.
- Mia figlia non è bella - strillò la matrona. - Non ci vede? Non è bella. Perché mai un bel ragazzo come lei dovrebbe sposare una ragazza insipida come mia figlia? Crede forse che sia stupida?
Betty scoppiò a piangere e coprì con le mani la sua faccia insipida. Robert cercava le parole.
- Io le voglio bene - disse. - È la sola spiegazione che posso dare. Siamo sposati e lei non può più farci niente.
La signora si alzò. - Lei è un bel ragazzo, signor Snowden - disse, - ma non è molto furbo. Io posso fare ancora molto. E per prima cosa intendo far annullare il matrimonio. Subito!
- Non glielo permetteremo, signora Daniels.
- Ah, no? Staremo a vedere. Lei non può imporre niente finché mia figlia non avrà raggiunto la maggiore età. E nel frattempo possono succedere tante cose.
La matrona si alzò e, riprendendo l’atteggiamento solenne di quando era arrivata, esclamò: - Io vado a casa, Betty, e voglio che tu venga con me.
- No, non vengo!
- Non aggravare la situazione, Betty.
- Non vengo - singhiozzò la ragazza. - Robert, dille che voglio rimanere qui.
- Lo vede, signora Daniels.
- Si, lo vedo - disse la madre, sospirò e guardò la porta. – Ma te ne pentirai, Betty, ricorda le mie parole.
- Mamma, non posso vivere senza Robert. Se ci costringi a lasciarci, non te lo perdonerò mai.
- Lo lascerai, Betty.
- Mi ucciderò! Hai sentito, mamma? Mi ucciderò se mi costringi a lasciarlo!
IN DUE STANZE
La signora Daniels sembrò turbata. Ma non si lasciò commuovere: - Non dire sciocchezze. Non sei matura, sei una bambina. Capirai da sola che ho ragione.
- Dico sul serio, mamma! – gridò Betty. - Mi ucciderò! Sul serio!
La signora Daniels la guardò con compassione. Aprì la porta senza aggiungere altro, ed uscì.
Betty e Robert lasciarono la vecchia casa alle dieci dell’indomani, e raggiunsero il modesto appartamentino di due camere che il giovanotto aveva in affitto in città. Robert si vergognava un po’ di mostrare la sua miseria dopo la vecchia magnificenza della casa dei Daniels. Betty cercò di rincuorarlo e di mostrarsi allegra: si diede da fare in casa per mostrargli che la misera abitazione non le spiaceva, ma i suoi sforzi non furono molto convincenti.
- Che cosa sarà di noi? - gli chiese ad un tratto. - Dimmi, Robert, credi che mia madre potrà veramente fare quello che ha minacciato?
- Non lo so. Parlerò con un avvocato.
- Ma… e se ci riesce? Non saprei resistere, Robert…
- Non temere, micina. Tu hai un punto importante a tuo favore, ed è che tua madre ti vuol bene e non vorrà mai farti del male.
- Robert, dimmi la verità: mi trovi insipida?
- Ti trovo bella, micina.
STRANA PROPOSTA
Quando Betty si fu addormentata, Robert accese una sigaretta e rimase ancora parecchio tempo sveglio a pensare e a guardare nel vuoto. Il giorno dopo si alzò presto e andò a far visita a un legale che era stato amico di suo padre. Rimase con lui tutta la mattina a discutere della situazione, e quando tornò trovò Betty in ansia. Le sue notizie non erano incoraggianti.
- Non si mette troppo bene - disse, - l’avvocato è del parere che tua madre può farci guerra. Se fa sul serio, può farmi arrestare per corruzione di minorenne e rapimento oltre i confini dello Stato. È un guaio, micina.
- Non è possibile, Robert. Forse, se tu parlassi con mia madre…
- Non mi lascia parlare. Si è messa in mente che io voglio soltanto il tuo denaro.
- Va bene! E allora rinunceremo al denaro! Che ne dici? Se io firmassi una rinuncia a tutti i soldi che mio padre mi ha lasciato? Forse allora ci crederebbe non ti pare?
Robert si alzò e camminò su e giù per la stanza.
- Mi pare un sistema un po’ drastico, Betty. Il denaro è tuo. Lo avrai quando sarai maggiorenne; ti spetta di diritto.
- A me non interessa il denaro, Robert.
- Certo, certo. Ma ci deve pur essere qualche altro mezzo…
- Robert…
- Dimmi.
- A te non interessa il mio denaro, vero?
Il giovanotto non rispose. Si avvicino con aria ispirata.
- Ascolta, Betty: mi è venuta un’idea. È un’idea un po’ matta e se non ti piace puoi rifiutare.
- Che cos’è?
- Ti ricordi quello che hai detto alla vecchia… quel che hai detto alla mamma, ieri? Che volevi ucciderti?
- Sì… - Betty lo guardò spaventata. - Perché?... Che cosa pensi?
- Tua madre non ti ha creduto. Nessuno crede a discorsi simili. Ma se capitasse qualche cosa in modo da convertire tua madre che tu fai sul serio… che mi vuoi veramente… insomma che questo matrimonio è veramente importante per te…
Betty continuava a fissarlo terrorizzata.
- Non spaventarti, micina, cerca di comprendermi. Io ho in mente un piano… un piccolo trucco e niente più. Se riuscissimo a convincere tua madre che tu intendi veramente commettere un suicidio, non credi che cambierebbe parere?
- Forse sì. Ma credo che capirebbe il trucco.
- Se noi siamo furbi non capirà. Pensaci un momento, Betty: se tu tentassi davvero di commettere suicidio, però lo facessi in maniera blanda, in modo da non farti troppo male… giusto quel tanto da farlo sembrare una cosa seria...
- Ma come? Come potrei fare?
- Ci sarebbero due o tre maniere - disse Robert. - Il gas, per esempio. Potresti aprire il gas e far finta di voler ucciderti così...
Betty non sembrava entusiasta. Lo fissava con occhi stralunati.
- Non guardarmi così, micina, sarà soltanto una messa in scena. Io... Guarda, se non vuoi lasciamo perdere e non parliamone più.
- No, no, continua Robert. Che altro pensi...
- Ecco... forse il mezzo più convincente è ancora il veleno. Che so, tintura di iodio per esempio. In questo modo il risultato sarebbe sicuro perché dovrei chiamare il dottore che ti farebbe una lavatura gastrica.
- No, no! Ho paura!
- Va bene, lasciamo perdere. Non è necessario adoperare un veleno. Possiamo prendere qualcos’altro: magari sonnifero, pillole per dormire. Anzi, per caso ne ho già un flaconcino. Non fanno male, e basta che tu ne prenda un paio...
Betty tremava di paura. Robert le mise un braccio attorno alle spalle e la strinse a sé, mentre continuava a parlare: - Potresti scrivere una lettera a tua madre, una lettera di addio in cui diresti che io non ne so niente, capisci? Le diresti che stai per inghiottire tutto il contenuto di un flacone, ma poi in realtà prenderesti soltanto un paio di pillole. Poi quando tua madre arriverà...
- Ho paura, Robert! Tutta questa cosa mi mette paura!
- Ti garantisco che non succederà niente di male. Anzi, tua madre si convincerà che fai sul serio, che mi ami davvero. Fallo per amor mio, Betty. E’ vero che mi ami?
- Sì, sì - disse Betty con passione.
QUATTRO PILLOLE
Quel pomeriggio Betty, aiutata da Robert, scrisse la lettera d’addio per sua madre. Una letterina breve, drammatica e decisa. In un primo momento Betty voleva metterci frasi di rimprovero, ma Robert suggerì un tono di malinconica rinuncia, di perdono. Tanto per salvare le apparenze scrisse una letterina di addio anche per Robert.
Quando il lavoretto fu terminato, il giovanotto chiuse le buste e filò via ad impostarle.
Aspettarono fino all’indomani prima di mettere in atto il progetto. Alle tre del pomeriggio del giorno seguente il telefono squillò ma Robert impedì alla ragazza di rispondere.
- Lascia stare! Forse è tua madre. Avrà ricevuto la lettera e ti chiama. Meglio non farsi sentire.
Lasciarono trillare il campanello una dozzina di volte. Poi Betty, con mani tremanti andò a prendere il sonnifero e lo portò nel salotto. Robert preferì non toccare il flacone.
- Coraggio, micina, prendine tre... no meglio, quattro...
- Robert, sei sicuro che non mi faranno male?
- Ma certo! Sono innocue in così piccola quantità. Ce ne vogliono almeno una dozzina perché facciano male. E poi farò venire un dottore appena tua madre darà l’allarme. Fidati di me, micina.
- Mi fido, Robert!
Il flacone conteneva in tutto sei capsule. Betty ne fece uscire quattro, andò a prendere un bicchiere d’acqua e se lo portò accanto al divano.
- Robert.
- Micina.
- Baciami, Robert.
Egli la baciò. Betty prese una capsula dal tavolino e l’inghiottì, poi, una alla volta, fece seguire le altre tre.
“SVEGLIATI, BETTY!”
Passò una buona mezz’ora prima che cominciasse a sentire un po’ di sonnolenza. Robert le suggerì di stendersi sul letto, ed ella obbedì: prese con sé il flacone quasi vuoto e il bicchiere dell’acqua e andò in camera da letto. Dieci minuti dopo si addormentò.
Robert provò a chiamarla per nome, ma Betty non rispose, Allora prese soprabito e cappello e uscì: andò al negozio all’angolo e comprò latte, pane e sigarette. Da dietro la vetrina stette in osservazione sperando di vedere la madre di Betty. Ma la signora Daniels non arrivò. Robert tornò nell’appartamento e chiamò Betty ad alta voce: la ragazza dormiva profondamente. Rimase un po’ in dubbio se cambiare il piano, telefonare alla signora Daniels, mostrarsi preoccupato, pregarla di venire a vedere che cosa aveva combinato con la sua ostinazione. Chissà... forse non aveva ricevuto la lettera. O non l’aveva presa sul serio?
Stava per prendere il telefono quando sentì rumore di passi sulle scale, e il campanello trillò, accompagnato da colpi febbrili alla porta. L’apri e la madre di Betty, agitata, spettinata, spaventata, entrò come una furia.
- Dov’è? - gridò. - Dov’è mia figlia?
- Betty? - egli disse con aria ingenua. - E’ di là che dorme, mi pare. Sono rientrato pochi minuti fa.
La donna scattò verso la camera da letto. Robert la trattenne per un braccio.
- Che c’è? - disse. - Che cosa succede?
La signora Daniels lo guardò con occhi spiritati. Tirò fuori un foglio di carta, glielo gettò, poi corse in camera da letto.
Un momento dopo un urlò di angoscia riempì la casa. Robert si aspettava una scena drammatica, ma quell’urlo fu così terribile che anch’egli se ne allarmò: corse in camera da letto e vide Betty mezza sollevata sul letto, fra le braccia di sua madre; la ragazza aveva gli occhi chiusi ed era pallidissima; sua madre le reggeva la testa e la chiamava per nome e gridava, e piangeva.
- E’ morta! - gridava. - Betty è morta! La mia bambina, la mia povera bambina...
- Ma no! Non è possibile! - esclamò Robert. Si avvicinò, prese il flacone quasi vuoto, fece finta di guardare l’etichetta.
- Un dottore! - gridò.
- Vado a chiamare un dottore!
La donna appoggiò la testa sul petto di sua figlia e cominciò a singhiozzare. Robert andò al telefono, compose febbrilmente il numero e con voce rotta per l’emozione chiamò un’autoambulanza. In fondo, dentro di sé, era soddisfatto: il suo piano funzionava a meraviglia ed egli aveva recitato bene la sua parte.
In quel momento la madre di Betty comparve sulla soglia. - E’ troppo tardi - disse con voce rotta dal pianto. - E’ troppo tardi.
- E’ colpa sua! - esclamò Robert con sincera collera. - E’ stata lei a spingerla alla disperazione. Se non l’avesse tormentata.
- Non è mia la colpa. Lo ha fatto per causa sua... Si è uccisa per amore.
- Ma non è morta! - esclamò Robert preso da improvvisa inquietudine. Corse in camera da letto, sollevò Betty fra le braccia e le accarezzò il volto. - Svegliati, micina! - sussurrò. - Svegliati! Tutto è a posto, tutto è in ordine, micina, svegliati!
La ragazza rimase inerte fra le sue braccia.
- Su, svegliati, Betty - disse. Ma la testa della ragazza ricadde sulle spalle. - Svegliati! - gridò spaventato. - Su! Su! E’ tutto finito! Devi svegliarti!
Tentò di sollevare un ciglio di Betty, ma la pupilla si rovesciò all’indietro. La vista di quell’occhio bianco lo terrorizzò. Cercò di baciarla, ma le labbra di lei rimasero inerti, senza calore, senza respiro.
- Betty! Urlò. Vuoi svegliarti? Svegliati, Betty!
- La lasci in pace - disse la madre. - Non può lasciarla in pace nemmeno adesso?
- Ma non può essere morta, c’erano poche pillole nella boccetta... non può averne prese molte.
- Non ne aveva bisogno di molte... col cuore di Betty poche sono bastate.
- Ma che cosa dice?
- Betty ha sofferto di febbri reumatiche a quattordici anni. Da allora il suo cuore è rimasto debole.
Robert guardò il viso pallido della ragazza. Per la prima volta si sentì sinceramente commosso.
- Betty - mormorò scuotendola. - Betty, svegliati, devi svegliarti!
Poco dopo il medico dell’ambulanza pronunciò il verdetto: come previsto.
Un mese dopo la tragedia, Robert ricevette dalla signora Daniels una lettera assolutamente inattesa. Diceva: « Egregio signor Snowden, la prego di voler intervenire ad una riunione nell’ufficio dei miei avvocati, Hallman & Wilcox, 70, Wall Street, alle 10,30 del 3 aprile ».
NELLO STUDIO LEGALE
Sulle prime egli pensò che volessero danneggiarlo. Chissà, qualche tranello legale... Ma che cosa poteva fare la vecchia? Forse voleva avvertirlo che del patrimonio di Betty non gli spettava nulla? Questo lo sapeva già: ne aveva parlato al suo amico ed aveva sentito che non c’era nulla da pretendere.
Il mercoledì 3 aprile egli indossò il suo vestito più bello e andò a trovare gli avvocati della signora Daniels. Fu ricevuto cortesemente.
- Venga, signor Snowden - disse l’avvocato Hallman. - La signora Daniels l’aspetta nel mio ufficio.
- Di che cosa si tratta? - chiese Robert inquieto e impaziente. - Vuol farmi causa?
- Causa? - ripeté Hallman sorridendo. - Ma no, niente affatto!
L’avvocato lo introdusse nel suo ufficio. Seduta in una poltrona di pelle, la madre di Betty, vestita a lutto, lo aspettava. - Entri, signor Snowden - disse con voce mesta e senza guardarlo in faccia. - Sarà una seduta breve.
L’ avvocato sedette alla scrivania e Robert impacciato e inquieto prese posto su una sedia.
- Forse lei si sarà domandato a quanto ammontasse il patrimonio di mia figlia...
- Ma io... - balbettò Robert.
- …se non lo sa - continuò la signora Daniels - la sua parte di eredità le sarebbe toccata al compimento del ventunesimo anno. Ora, poiché è morta, la sua sostanza spetta automaticamente a me. Quindi, ritengo che lei non speri nulla di questo patrimonio.
- Non ci pensavo neppure, signora! - esclamò Robert riprendendo coraggio.
- Molto corretto da parte sua. Comunque, signor Snowden, il fatto che lei è stato legalmente il marito della mia povera bambina, mi impone un certo obbligo morale nei suoi riguardi. Lei è mio genero, mi piaccia o no la cosa. Quindi anche per rendere omaggio alla memoria della mia figliola, desidero fare qualche cosa in suo favore.
UNA DONAZIONE
Robert sentì il suo cuore accelerare i battiti. - Non so, signora...
- Stia calmo - ribatté secca la matrona. - Non intendo certo darle un premio per quello che ha fatto per mia figlia e per me. Faccio soltanto una piccola donazione in memoria di Betty.
- Sono certo - disse l’avvocato - che la generosità della signora Daniels...
- Sta’ zitto, Walter, gliela do io la notizia.
Si degnò di alzare lo sguardo su Robert e proseguì: - Signor Snowden, se non sbaglio le piaceva molto la vecchia casa nella quale si è rifugiato con mia figlia dopo le nozze, dico bene?
- Sì... - balbettò Robert. - Sì..
- Una volta era stata valutata un capitale ma non credo che oggi valga molto. Comunque, la casa è sua, signor Snowden.
Robert stentava a credere.
- Dice davvero, signora Daniels? Vuol veramente cedermi la casa?
- Avrebbe appartenuto a Betty fra qualche anno. Io non so che cosa farne: può prendere possesso della casa, del terreno e di quel che c’è dentro.
- Oh, signora, non so come ringraziarla.
- Lasci perdere. Il signor Hallman, il mio avvocato, penserà alle formalità.
La signora Daniels si alzò e salutò il giovanotto con un burbero cenno della testa.
- Non mi ringrazi. Chiusa questa pratica, i nostri rapporti sono cessati, signor Snowden. Spero dì non rivederla più.
E fiera, impettita, la signora Daniels uscì dallo studio, ossequiata dall’avvocato e salutata da Robert con un buffo, impacciato inchino.
L’avvocato aveva preparato i documenti, glieli aveva fatti firmare e gli aveva consegnato le chiavi della casa.
LA STANZA PROIBITA
Il sole stava per tramontare quando Robert al volante della sua macchina prese la strada della campagna verso i suoi nuovi possedimenti. Si sentiva nei panni di chi ha vinto una lotteria: non ne poteva più di calpestare il suolo della sua proprietà. Fermò la macchina sulla ghiaia del viale e prese la busta piena di chiavi che l’avvocato gli aveva dato: ne scelse una e se la mise in tasca, Poi, tenendo la busta in una mano, si avviò alla porta principale.
Non era cambiato nulla da quando vi era stato l’ultima volta con Betty: guardò il caminetto freddo e spento, il divano sul quale si erano seduti... Ma la sua mente era altrove: la sua mente era rivolta alla misteriosa camera del quarto piano. Finalmente avrebbe potuto sapere che cosa conteneva! Ormai la casa era sua!
Salì le scale di corsa e arrivò in alto col fiato pesante. Cercò tra le chiavi, nella semi - oscurità: una sola lampada brillava in fondo al corridoio. Trovò la chiave e con mano tremante la mise nella toppa; per farsi coraggio, pensò che dopo tutto forse non c’era proprio niente in quella camera, né tesori né nascondigli. Certo se c’era stato qualcosa, ne era stato tolto da un pezzo.
Girò la chiave, aprì la porta ed entrò deciso.
Era buio all’interno. Accese un fiammifero, fece due passi avanti... Tutto era silenzio. La camera sembrava vuota. Ma forse là in fondo... Fece un altro passo avanti.
Il silenzio fu rotto all’improvviso da un orribile scricchiolio seguito da un urlo disperato, agghiacciante, un urlo che si perdette nella profondità di un abisso e si concluse con un tonfo.
Poi tornò il silenzio.
“LO SAPEVO”
L’avvocato Hallman era rimasto tranquillamente seduto durante la visita dell’ispettore di polizia ma, non appena questi se ne fu andato, si alzò e si mise di fronte alla sua cliente: incrociò le braccia e la guardò con cipiglio severo.
- Gli hai mentito. - disse alla signora Daniels che sedeva nella poltrona. - Non gli hai detto la verità: sapevi benissimo che cosa facevi quando hai donato la casa a Robert Snowden.
- Lo sapevo? Forse... E con ciò? Che cosa sapevo, del resto? Sapevo soltanto che dietro quella porta non c’era niente di prezioso. L’abbiamo chiusa quindici anni fa perché il pavimento minacciava di cedere. La camera era costruita su una sporgenza, come una terrazza: l’avevo detto tante volte a mio marito di far riparare il pavimento, ma quel poveretto era così avaro; aveva preferito chiudere la porta e tenere nascosta la chiave. Da quel giorno non c’era entrato più nessuno.
UN URLO NELLA NOTTE
di Donald Honig
Sono stato sceriffo in una piccola contea dello Stato di New York, per circa venticinque anni, e per strano che possa sembrare, in tutto quel periodo ho avuto un solo omicidio premeditato. Si capisce, ho avuto altri omicidi, ma come conseguenza di risse, o di scontri fortuiti, e per uno sceriffo questi delitti non presentano problemi da risolvere. Non conto naturalmente i tentati omicidi…
C’è stato invece un caso che mi ha perseguitato a lungo. Il caso di Anton Kimbald il quale... Ma cominciamo dal principio.
Anton Kimbald era un ometto robusto tarchiato scontroso e di poche parole. Camminava guardando sempre fisso davanti a sé e cercava di evitare le conversazioni. Com’è il caso di molti uomini riservati e taciturni possedeva una forza fisica sorprendente e imprevedibile.
Viveva in una casetta posta in un angolo tranquillo alla periferia della cittadina. Era stata la casa dei suoi genitori e, prima di loro, dei suoi nonni. Al tetto mancavano tegole che non erano mai state sostituite, alcune imposte avevano i cardini in disordine e pendevano oblique dalle finestre, e il giardino di fronte alla casa sembrava un terreno abbandonato. Anton lasciava crescere le erbacce flnché invadevano tutto, e poi, ogni tanto, ma di rado, le tagliava.
E poi, in mezzo a questa desolazione, c’era il vecchio pino che forse una volta era una bella decorazione per la casa ma che ormai, colpito dal fulmine, era ancora in piedi ma più morto che vivo. Le erbe avevano sommerso perfino il sentiero di pietre che dalla strada conduceva alla porta d’ingresso della vecchia casa. E i pali del recinto sembravano una sfilata di ubriachi.
Kimbald non pareva preoccuparsi che la sua casa fosse in cattivo stato e si disintegrasse. Non riceveva ospiti. Quando aveva voglia di vedere gente, cosa che capitava di rado, andava in città e beveva qualche bottiglia di birra.
Sapeva essere di piacevole compagnia, quando voleva, ma anche in questi casi era sempre molto riservato. La gente mormorava che col denaro di cui disponeva poteva permettersi di tenere le distanze. Ma era una esagerazione: Anton Kimbald non era così ricco. I suoi genitori gli avevano lasciato un po’ di denaro, e possedeva un po’ di terreno: stava bene, ma niente di più.
Un giorno disse che si era sposato. Non che si era fidanzato o che stava per sposarsi: disse semplicemente che si era sposato.
Pare che in una delle sue non frequenti visite in città si fosse trovato una donna, l’avesse sposata e portata a casa.
Insieme con l’annuncio dell’avvenuto matrimonio Anton disse che avrebbe fatto un po’ di festa. Naturalmente tutti quelli che lo conoscevano accorsero per la curiosità di vedere la sposa.
Non era una gran bellezza la sposa, era forse un po’ troppo il tipo della donna di casa, ma appariva tranquilla e gentile. E Anton Kimbald ne sembrava soddisfatto.
Ora che si è sposato, pensò la gente, forse Anton cambierà il suo umore, diventerà più socievole. E per un po’ infatti fu così. Appariva più di frequente in città e i suoi modi erano più cordiali.
Ma non durò molto: dopo un annetto ritornò al suo umore di prima. Passava accanto a conoscenti per la strada senza neanche fare un cenno. Se qualcuno gli rivolgeva la parola si irrigidiva e guardava lontano finché quello aveva finito di parlare, poi se ne andava rispondendo con un grugnito.
Annie, sua moglie, era quasi altrettanto taciturna. In lei però si trattava di timidezza, e di nervosismo; lo si vedeva benissimo. Era gentile e cordiale ma preferiva che la gente si limitasse a salutarla.
Della sua storia sapevamo ben poco, pareva non avesse famiglia. Nessun parente venne mai a trovarla e Jim il postino diceva che non riceveva mai corrispondenza.
Naturalmente i vicini trovarono modo di dire che Anton Kimbaid e sua moglie non andavano troppo d’accordo. I vicini hanno sempre molto da dire. Raccontavano perfino che Anton ogni tanto batteva sua moglie.
Non so che cosa ci fosse di vero perché coi « si dice » bisogna andare cauti.
Poi arrivò la famosa notte: era verso la fine di novembre, poco prima che cominciasse a cadere la neve, ero nel mio ufficio di sceriffo e coi miei assistenti stavo giocando una partita a poker quando la porta si spalancò e Fred Jefferson entrò di corsa.
Jefferson era uno dei vicini di Kimbald...
Aveva l’aria spiritata, gli occhi più grandi del solito e una gran premura di parlare.
***
- Ci sono guai in casa di Anton Kimbald - disse col fiato scarso.
- Quali guai? - chiesi.
- Non lo so, sceriffo. Eravamo seduti in salotto mia moglie ed io quando abbiamo sentito quell’urlo… l’urlo di Annie.
- Annie Kimbald? Ha urlato?
- Sì, sceriffo. Un urlo grande. Un solo urlo forte e acuto, e niente altro.
- Questo è tutto? - domandai. - Soltanto un urlo?
Forse nella mia voce c’era un tono di scetticismo. Jefferson era tutto dignità offesa.
- Tu non lo hai sentito, sceriffo. Sembrava… sembrava… una cosa orribile… come se fosse capitato qualcosa di tremendo.
- Sei andato a vedere?
- No, sceriffo, sono venuto subito qui.
Poiché non c’era altro da fare sospesi la partita. Mi alzai e coi miei uomini andai a casa di Anton Kimbald. Non ne avevo molta voglia, ma poiché Jefferson pareva tanto allarmato non potevo fare altro.
- Spero che tu non mi faccia muovere per niente, Jeff - dissi - perché se dovessi accorrere tutte le volte che qualcuno grida...
Andai dunque a vedere, e quando ebbi visto mi accorsi che non mi ero mosso per niente.
Era una notte fredda, chiara per la luna piena. Quando fummo davanti alla casa di Kimbald feci aspettar fuori i miei uomini e Jefferson, e mi avviai da solo.
Aprii il cancelletto e attraverso il ‘giardino’ arrivai alla porta.
Vidi una scala a pioli appoggiata ad una finestra e la cosa mi parve strana.
Bussai e dovetti aspettare circa un minuto prima che Anton aprisse. Socchiuse la porta di pochi centimetri, quanto bastava per mostrare la sua faccia.
Era il suo modo di non invitare in casa gli estranei.
Non sembrò sorpreso di vedermi, e nemmeno preoccupato. Aveva la sua solita grinta riservata.
- Anton - dissi - è successo qualcosa?
- Niente è successo.
- Sicuro? Dov’è Annie?
- Non è in casa, è andata in città stamattina.
E questo fu tutto. Non ci fu altro. Mi scusai per il disturbo e tornai dagli altri.
Andammo tutti nella casa di Jefferson che era dall’altra parte della strada. Misi uno dei miei uomini alla finestra per osservare le mosse di Anton. Poi raccontai a Jefferson com’era andato l’incontro col suo vicino.
- Dice che non è successo niente.
- E’ impossibile - esclamò Jefferson ho sentito un urlo atroce, non posso averlo sognato. L’ha sentito anche mia moglie.
Meno eccitata di Jefferson ma altrettanto sicura, sua moglie confermò la cosa. Di lei potevo fidarmi. Non era tipo da lasciarsi suggestionare.
- Insomma - dissi - se Anton mi ha detto una bugia, allora può darsi che abbia battuto sua moglie e adesso se ne vergogna.
- Ma che bisogno c’era di dire che è andata via? - domandò uno dei miei uomini.
- Mah...
Senza sapere bene il perché mi sentivo inquieto. Non potevo dire che Anton avesse un’aria misteriosa, o sospetta; era sempre stato così.
Forse mi avevano sorpreso le sue parole: quando a tarda sera un poliziotto bussa alla porta di casa uno non lo guarda come se lo stesse già aspettando, come se sapesse perché è venuto.
Comunque fosse, lasciai un uomo di guardia alla finestra di Jefferson per sorvegliare i movimenti di Anton. Meglio stare sul sicuro.
***
Il giorno dopo domandai nel vicinato per sentire se qualcuno avesse visto Annie andare in città. Nessuno l’aveva vista.
Non era una prova, s’intende; però era impossibile che fosse partita con l’autobus senza che nessuno l’avesse notata; abbiamo sempre in giro vecchietti sfaccendati che controllano chi va e chi viene.
Anche senza la prova potevo essere convinto che Annie Kimbald non era andata in nessun posto.
Bisognava tornare da Anton e domandare qualcosa di più.
Continuai a lasciare un osservatore nascosto: i miei uomini si davano il turno e ogni tanto perfino Jefferson giocava al poliziotto e si metteva al posto di osservazione.
I rapporti di tutte le mie spie, però, erano sempre gli stessi: niente di nuovo. Anton non era uscito. La porta della sua casa non si era aperta nemmeno una volta. Dunque se era stata Annie a lanciare quell’urlo doveva essere ancora in casa.
Il giorno dopo andai da Kimbald. Ormai i sospetti cominciavano a fermentare.
Bussai deciso alla porta e quando Anton si presentò lo pregai di lasciarmi entrare.
Senza ribattere Anton aprì del tutto la porta.
- Dov’è Annie? - chiesi.
- Te l’ho detto.
- Mi hai detto che ha lasciato la città. Ma nessuno l’ha vista. Invece qualcuna l’ha sentita. L’ha sentita urlare; l’altra notte. Ascolta, Anton, è meglio che tu mi dica dov’è.
Anton Kimbald non si scompose e ripeté quello che mi aveva detto la prima volta. Annie aveva lasciato il paese ed era andata in città: era tutto quello che sapeva. Per quanto tempo fosse partita o per quale motivo Anton non lo sapeva.
Gli dissi che avrei voluto dare una occhiata in giro: rispose che la cosa non gli piaceva affatto, però se proprio lo desideravo, potevo guardare.
Non c’era molto da frugare: cinque stanze e una cantina.
Feci un rapido giro d’ispezione e non trovai Annie. Però nel suo armadio vidi molti abiti suoi e anche l’unico cappotto che possedeva.
Trovai anche la valigia di Annie e nella valigia la borsetta, le chiavi e i documenti personali.
Anton disse che non sapeva cosa dire. Per tutta l’ispezione mi aveva seguito osservando quel che facevo ma sempre senza parlare.
- Litigate molto tu ed Annie? - chiesi.
- Non litighiamo mai - rispose.
Questa era una bugia bell’e buona perché tutti i vicini li avevano sentiti alzare la voce.
Me ne andai tutt’altro che soddisfatto. Noi sapevamo che Anton non era mai uscito di casa dopo la notte dell’urlo. Quando ricevetti le carte necessarie per continuare a fondo l’indagine, decisi di visitare la casa più accuratamente.
Arrivammo sul luogo in forze, come si dice, e buttammo all’aria tutto, dal tetto alla cantina. Ad un certo punto proprio in cantina trovammo alcuni mattoni sparsi a terra in un angolo. Si sparse l’allarme: scavammo un buco nelle zona da dove i mattoni sembravano essere staccati, ma senza risultato.
Provammo a battere le pareti per cercare qualche punto vuoto o qual che passaggio segreto, non si sa mai. Invano.
Ad un tratto mi ricordai di aver visto la scala a pioli appoggiata all’esterno della casa. Mandai un paio di uomini sul tetto. Perché no? Ma sul tetto non c’era niente. Anche la cappa del camino, esplorata e illuminata, non rivelò tracce di Annie Kimbald. Cercammo botole o i passaggi sotterranei. Ci mancava soltanto di smontare tutto mattone per mattone.
Dopo il nostro fiasco Anton Kimbald diventò sfacciato. Fece il cattivo e ci accusò di aver violato la casa dei suoi antenati (la chiamava così la sua catapecchia), minacciò di denunciare per calunnia i suoi persecutori.
Era diventato loquace e prepotente. Ma io non lo ascoltai.
Intanto era passata una settimana e di Annie nessuna traccia.
- Se è andata via - domandai a Kimblad perché non scrive?
- Ti ho detto quel che so - disse Anton, secco.
Allora dedicai la mia attenzione all’esterno della casa. Ma ci speravo poco: dal momento in cui Jefferson aveva sentito il grido dopo il momento in cui eravamo arrivati sul posto erano passati meno di dieci minuti. Ed in questo periodo la signora Jefferson si era affacciata più volte alla finestra. Anche se Anton avesse portato sua moglie fuori di casa dove poteva averla messa in così breve tempo?
Non c’era molta speranza però guardammo ugualmente, cercammo nel boschetto accanto alla casa, frugammo in ogni angolo per cento metri di raggio attorno alla dannata catapecchia. Ma invano.
Poi l’inverno sopraggiunse e ci fu molta neve. Ma anche se la casa era bloccata dalla neve non per questo abbandonai la guardia. Un uomo continuava a sorvegliare notte e giorno le mosse di Anton Kimbald.
Il sospettato non faceva nulla di sospetto. Usciva soltanto per andare in negozio a comprarsi da mangiare e poi rientrava. Era tutto. Facevo controllare perfino il bidone dell’immondizia tanto per sicurezza. Figuratevi.
Passarono tre mesi senza che nulla accadesse. A malincuore mi decisi a togliere il mio uomo dal posto di vedetta, anche se ero convinto che Annie non poteva essere lontana. Ma avevo esaurito tutte le possibilità.
Il giudice diceva di non vedere quale azione penale intraprendere poiché non avevamo trovato prove di nessun genere.
Pian piano cominciai a pensare: forse Anton aveva detto la verità; forse il grido che Jefferson e sua moglie avevano sentito veniva dal bosco; forse mi sbagliavo anch’io; forse tutti quanti ci sbagliavamo e Annie aveva veramente abbandonato Anton e se ne era andata.
Questa ipotesi non era poi così azzardata tenendo conto del carattere di Anton. Piantare un orso simile pareva naturale.
Quest’idea cominciò a crescere nella mia mente. Finché una mattina incontrai Anton. Non gli rivelai i miei pensieri, si capisce.
- Anton, - gli dissi - io sospetto sempre di te, lo sai. E ho ancora l’intenzione un giorno o l’altro di provare i miei sospetti.
Anton annuì, gentilmente, senza ribattere.
- Soltanto perché abbiamo sospeso la sorveglianza stretta - dissi - non devi credere che abbiamo cessato di sospettarti. Per quel che mi riguarda, finché io sarò sceriffo, e finché non avrò prove sicure, questa pratica rimarrà aperta.
- Sì - rispose Anton sempre annuendo. Stette lì fermo davanti a me, paziente e rispettoso; poi quando vide che avevo finito se ne andò per i fatti suoi.
Tornai in ufficio e ad un tratto l’idea mi colpì. Avevo ragione, avevo sempre avuto ragione: quest’uomo non si preoccupava neppure di affermare la propria innocenza.
Poi il tempo passò e pian piano la gente cominciò a dimenticare.
Alcuni accettarono per buona la storia che Annie lo aveva lasciato; altri anche se non vi avevano creduto non e ne interessarono più.
Ma io non ero di quelli. Non ci credevo, non potevo crederci. Sapevo di aver ragione, sapevo che in qualche modo ero stato imbrogliato. Ne avevo fatto una questione di dignità professionale, era il solo vero mistero poliziesco che avessi incontrato in tutta la mia carriera, e volevo risolverlo. Volevo sapere dove e come Annie Kimbald era scomparsa.
Talvolta l’idea minacciava di diventare un’ossessione: sedevo da solo nel mio ufficio e mi passavano strane ostinate idee per la testa: se mi dice che cosa ne ha fatto e dov’è andata a finire non lo arresto nemmeno. Purché me lo dica!
Anton non aveva mai tradito emozioni: era rimasto lo stesso di prima. Le sue abitudini, i suoi movimenti, il suo atteggiamento, tutto era rimasto invariato. Andava e veniva come prima, freddamente gentile quando ci in contravamo; mai amichevole, perché non era il suo modo di fare; e sempre con quella sua aria sorniona, dicendo il puro necessario ma tenendo la gente a distanza.
Passarono gli anni, molti anni. E posso dire che non tramontava giorno che io non pensassi almeno una volta al caso della scomparsa di Annie Kimbald. I miei familiari e i miei amici mi prendevano in giro perché non ero riuscito a risolvere l’unico caso serio che mi fosse capitato.
Qualche volta mi veniva la voglia di andare da Anton e picchiarlo finché non avesse detto la verità. Qualche volta lo invidiavo perché possedeva quel segreto che io, come un tesoro nascosto, desideravo trovare.
Un giorno seppi che Anton Kimbald era gravemente ammalato. Per una settimana nessuno lo aveva visto: quando qualcuno si decise a fargli visita lo trovò immobile nel suo letto. Il dottore, accorso, disse che Anton aveva ancora poco da vivere.
Non appena seppi la notizia fui preso da una specie di panico. Dissi al dottore che dovevo assolutamente parlargli da solo. Il medico protestò ma non poté opporsi.
Entrai nella camera da letto e chiusi la porta. Anton era pallido e disfatto; ma quando i suoi occhi si fissarono su di me, giuro che per la prima volta ho visto sulla sua fredda grinta l’ombra di un sorriso sardonico e nei suoi occhi un luccicare di allegria.
- Anton, - mormorai - tu sei molto malato. Lo sai?
- Anton annuì.
- Non c’è molto tempo, - ripresi - hai qualcosa da dirmi?
Sorrise debolmente e con voce debole e triste disse:
- Sì, avrei qualcosa da dire, ma credo che non dirò niente.
E infatti non disse niente, e morì il giorno dopo col suo segreto.
Mi sembrava di essere rimasto solo, di non poter più scoprire quel segreto ora che se n’era andato l’uomo che lo aveva tenuto nascosto in sé. Non sapevo darmi pace; ogni tanto andavo nella casa di Anton ormai vuota e abbandonata e mi aggiravo per quella povera stanza come se dovessi trovare il segreto nascosto in qualche angolo o come se dovessi sentire la voce di Anton che finalmente me lo rivelava.
Fui un po’ turbato quando, un paio di mesi dopo, seppi che la casa di Anton Kimbald ed il terreno annesso erano stati venduti ad un’impresa edile e che tutto sarebbe stato livellato per costruire casette a buon mercato. Ne fui turbato perché la vecchia casa aveva ereditato ora nella mia mente la custodia del segreto.
Annie Kimbald era ormai scomparsa da quindici anni ed io ero l’ultimo in città che si ricordava ancora di lei.
Quando gli uomini dell’impresa cominciarono il lavoro di demolizione ci andai ad assistere. Due uomini erano sul tetto e buttavano giù le tegole, altri nell’interno lavoravano di piccone. All’esterno una macchina spianava il terreno.
E poi ad un tratto alcuni bambini cominciarono a strillare, e poi anch’io lo vidi.
Attraversai la strada di corsa, e di corsa raggiunsi il terreno, col viso rosso di vergogna e di collera.
Lo vidi lì e pensai: ecco dove aveva nascosto il corpo di Annie Kimbald. Per tutto quel lungo tempo si era burlato di me, lo aveva lasciato li, a portata di mano anche se nel frattempo avrebbe potuto trasferirlo altrove. Lo aveva lasciato lì ed io che ero passato accanto cento volte non ci avevo pensato…
***
Ora è passato dell’altro tempo, e dopo tutto sono riuscito a trovarlo, il segreto nascondiglio di Annie Kimbald. Ma mi perseguita ancora l’idea che per tanti anni Anton ha potuto farsi beffe di me, e dei miei sforzi.
Non l’aveva nemmeno sepolta, l’aveva lasciata ritta in piedi e ci sarebbe rimasta ancora chissà per quanto tempo, e io non avrei mai conosciuto l’orribile segreto se la macchina livellatrice non avesse demolito quel pino che si ergeva lì in mezzo al terreno e che il fulmine molti anni prima aveva mezzo ammazzato.
La macchina aveva abbattuto il pino, ne aveva spaccato in due il tronco vuoto, ed aveva rovesciato sul terreno lo scheletro di Annie Kimbald.
LA CASA DELLE STREGHE
di Clark Howard
Ho passato tutta la stagione senza il minimo guaio. Tutto liscio, pulito, in ordine. Poi, proprio l’ultima sera, anzi all’ultima ora dell’ultima sera me ne è capitato uno da compensare la quiete dei mesi passati e da bastarmi per molte stagioni future.
Posseggo una baracchetta, un piccolo gioco d’azzardo in mezzo alle attrazioni di uno dei più grandi parchi divertimenti del Medio Ovest.
Tre pareti di legno, un tetto impermeabile, un banco lungo un paio di metri. Dietro il banco ci sono io e c’e la grande ruota della fortuna.
Sugli scaffali intorno ci sono i regali per i vincitori: bambole, macchine per fare i toasts, bottiglie, apparecchi radio tascabili e roba simile.
E’ una botteguccia dove vendo la fortuna, capite? E rallegro l’ambiente con file di bandierine e di strisce colorate, tanto per dare nell’occhio.
Il trucco è semplice. Ho questa ruota verticale con ventun numeri. Voi scegliete un numero, pagate 25 centesimi, io giro la ruota e se il numero esce vi do un tagliando. Con tre tagliandi scegliete il premio che vi pare. Io giro la ruota, dico. E la controllo, si capisce. La mia baracca non è un’opera di beneficenza. Ma di solito lascio vivere anche i giocatori. I miei premi li compro all’ingrosso, a prezzo di liquidazione e quel che cerco è di guadagnare un dollaro o due su ogni premio che consegno.
E’ come se avessi una bottega: compro a cinque, cedo a sei o sette, a seconda del cliente. Di solito il giocatore mette lì un dollaro, sceglie un numero e tira quattro colpi e ottiene un solo tagliando. Dopo di che se ne va rassegnato. Allora io ritiro l’unico tagliando e per consolarlo gli do una penna a sfera a buon mercato, o un paio di orecchini di vetro e ho guadagnato 85 centesimi. Qualcuno invece si ostina a voler conquistare tre tagliandi e scegliere il premio grosso. E mette giù un dollaro dopo l’altro. In questo caso lo lascio fare finché vedo che si avvicina al mio prezzo, gli do a tempo giusto il secondo tagliando e quando ho guadagnato anche il paio di dollari per me gli lascio vincere il terzo tagliando. Così il cliente riceve la sua radio o quel che vuole per un paio di dollari meno di quello che gli costerebbe in negozio, io gliela do per un paio di dollari più di quel che l’ho pagata e siamo tutti contenti.
E’ un bel lavoretto singolo, e di solito non ho guai. La stagione dura quattro mesi, da maggio a settembre, e per il resto dell’anno tiro avanti tranquillo con quel che ho guadagnato durante l’estate.
Il mio banco è a circa metà strada, in posizione ottima, proprio a fianco della « Casa delle Streghe ». Vengono da me proprio dopo che sono usciti di là spaventati da tutti quei mostri, quei ragni, quei draghi che saltano giù dal soffitto o dalle pareti. Quando sono passati dalla « Casa delle Streghe » sono maturi per un bel giochetto d’azzardo tranquillo tranquillo.
Il parco chiude a mezzanotte.
Era l’ultima sera della stagione ed erano passate da poco le dieci quando tre giovanotti vennero al mio banco. Erano giovani ma ben piantati tutti e tre. Stivali da motociclista, giacche di pelle. Di quelli che si fanno largo a gomitate e a prepotenza. Avevano un aspetto cattivo sotto l’arco di luce gialla del mio « stand ». Cominciai subito a girare la ruota ed essi cominciarono subito a pagare. Al primo colpo feci guadagnare un tagliando ad uno dei tre e poi li lasciai a bocca asciutta per due giri. Al quarto giro feci guadagnare un tagliando ad un altro, poi niente per altri quattro colpi. Poi diedi un tagliando al terzo cliente, così ognuno aveva un biglietto. Però ogni cliente riceve un tagliando di colore diverso, capite? Così non possono metterli insieme e portarmi via il premio grosso prima di avermelo pagato. I tre continuarono a mettere giù monetine e io continuai a far girare la vecchia ruota. Negli otto giri che seguirono feci vincere un solo tagliando a uno dei tre. Il giochetto è assai veloce. I tre giovanotti erano lì da appena cinque minuti e io avevo già incassato dodici dollari. Finalmente due dei ragazzi ne ebbero abbastanza e ad ognuno diedi in premio una penna a sfera. Ma il terzo era ostinato. Pareva deciso a conquistare una radiolina.
I tre vagabondi
Era il più grosso dei tre e sembrava il più carogna. E più perdeva e più sembrava carogna. Era anche quello che aveva già in mano due tagliandi e sembrava deciso a conquistare il terzo.
Cominciò a giocare un dollaro alla volta puntando quattro numeri sulla ruota. Mentalmente calcolavo quanto aveva sborsato: gli mancavano ancora quasi quindici dollari per avere in premio la radio. Ma lui duro: continuava a spillare dollari, e io duro a girare la ruota senza lasciarlo vincere.
Quando ebbe sborsato altri dieci dollari pareva diventato matto. Inoltre era all’asciutto. Si frugò in tutte le tasche cercando altro denaro ma sapeva già di non averne più. Però aveva un’altra cosa: mentre si svuotava le tasche in cerca di monete gli vidi fra le mani un lungo lucente coltello a serramanico.
Alla fine si aggrappò al banco, allungò una faccia minacciosa e disse:
- Voglio una di quelle radio.
Gli feci il mio più bel sorriso:
- Ma sì, caro - dissi. - Ancora un paio di giri e dovresti vincere il terzo tagliando. La fortuna è in arrivo.
- Non ho più quattrini. Me li hai presi tutti tu.
- Mi spiace, caro. Se vuoi una radio devi continuare a giocare. Fatti dare qualche dollaro dai tuoi amici. Ti do un consiglio: punta sul diciotto. Fra due o tre colpi uscirà.
« Ancora un dollaro » pensai « e poi gli do la macchinetta. Così me ne libero ».
Ma l’altro, muso duro e occhio torvo: - Non mi faccio prestare denaro - disse. - Hai avuto quanto ti basta, strozzino. Adesso dammi una radio se no salto il banco e me la piglio.
Io tenni fermo e misi una mano sotto il banco dove c’era un bastone. Fissai negli occhi il tizio ma mi sentii inquieto. Quello faceva sul serio:
- Bada strozzino... - disse, e cercò di girare attorno al banco. Teneva una mano in tasca, forse proprio dove c’era il coltello.
Tirai fuori il bastone e lo tenni in vista: - Fermo là - dissi cercando di darmi un tono cattivo. - Non cercare guai, se non vuoi pentirtene. Qui è pieno di guardie. Se faccio un fischio venti sbirri ti saltano addosso.
Si fermò di colpo e mi guardò fisso. Il suo volto era rigido di odio represso. Uno dei suoi compari si avvicinò e lo prese per un braccio:
- Sta buono, Frankie - disse - non cercare rogne. Lo sai che siamo a piede libero dopo la rissa.
La frase mi fece ricordare una rissa fra squadre rivali di giovani farabutti avvenuta un paio di settimane prima. Un morto e un ferito. Forse c’erano anche questi tre.
Il tizio chiamato Frankie continuava a fissarmi, sempre tenendo la mano in tasca, sempre con l’aria di volermi tagliare a pezzetti.
- Forse hai ragione... - disse controvoglia. Scrollò via la mano dell’amico, si eresse fiero in tutta la sua statura, e fissandomi negli occhi tirò fuori lentamente il coltello e ne fece scattare la lama, come se volesse mostrarmela. Stese l’altro braccio e vi strofinò sopra la lama nel gesto di affilarla.
- Facciamo un patto - disse - dammi una radio e amici come prima.
Guardai sul viale e vidi che due poliziotti in uniforme si avvicinavano lentamente. Allora fissai Frankie e gli dissi con tono deciso:
- Niente da fare, fratello.
Nuovo lampo di odio nei suoi occhi. Chiuse il coltello e se lo mise in tasca. Anche lui aveva visto le guardie.
- Va bene disse - ci rivedremo.
Si voltò e se ne andò seguito dai due compari. Li guardai allontanarsi, perdersi in mezzo alla gente, e rimisi il bastone sotto il banco.
Non ci furono molti clienti dopo la partenza dei tre eroi e incominciai a radunare le mie cose. Avevo venduto le mie scorte di premi ad un collega che andava a sud con una fiera ambulante. Cominciai a mettere la merce negli scatoloni. Poco dopo le undici Corinna venne a trovarmi. Era una delle ragazze del varietà: una brunetta simpatica ma niente di sensazionale.
- Salute Sam - disse.
- Come va bambola? Tutto bene?
- Scosse le spalle: - Così così - disse.
Venne dietro il banco, si sedette e domandò:
- Che cosa fai dopo la chiusura?
- Non so. Perché?
- Le ragazze danno una festa d’addio da Rollo. Vuoi venire?
Rollo era un ristorante appena fuori del parco dei diverti menti. « Festa di chiusura, tutti invitati. Chissà che ressa » pensai. « E poi quei tre tipacci... ».
- Credo di no - dissi - parto di buon’ora per il sud e voglio dormire un po’.
Avevo fatto nove bigliettoni durante l’estate. E con novemila dollari in banca pensavo di prendere un po’ di riposo a Miami. E più pensavo a quei tre e più avevo la tentazione di tagliare la corda appena chiusa la fiera.
- Grazie, Corinna. Ci rivedremo alla prossima stagione.
Quando se ne fu andata spensi le luci, tirai giù le lampade e le bandierine, e finii di imballare i premi.
A mezzanotte le luci furono spente e soltanto poche rare lampade rimasero accese nel viale centrale. Gli ultimi visitatori si avviarono all’uscita. La stagione era conclusa, potevo andarmene. Ma ero inquieto. Ad ogni minuto mi guardavo intorno come se qualcuno dovesse spuntare. Ero ancora ossessionato da quei tre vagabondi.
Agguato
Venne il tizio al quale avevo venduto i premi. Il suo furgone era di là della strada e non poteva portarlo dov’ero io. Allora lo aiutai a portare le scatole. Dovemmo fare cinque viaggi ma alla fine il carico fu terminato. Mi pagò, ci dicemmo buona fortuna e io tornai alla mia baracca per chiudere le imposte.
Il viale era scuro e deserto. Camminavo cauto guardandomi attorno ad ogni passo, tenendomi lontano dalle zone d’ombra e dagli « stands » vuoti. Era più forte di me, mi sentivo inquieto. Mi ritornavano all’orecchio le parole di quel prepotente: « Ci rivedremo! ».
Arrivai al mio « stand » chiusi in fretta e furia tutto quanto e presi la mia borsa di tela. Per essere più sicuro pensai di passare da un cancello secondario evitando l’uscita principale.
Ero a metà strada quando vidi un’ombra sorgere davanti a me e avvicinarsi lentamente.
Mi sentii congelare. Non trovai nemmeno la forza di fuggire. L’ombra venne vicina, più vicina, finché mi fu davanti.
Poi una torcia elettrica si accese. Tirai un sospiro e sorrisi. Il vecchio Fritz, il guardiano notturno.
- E allora, Sam? Una buona stagione, eh?
- Sì, Fritzie - dissi - abbastanza buona. - Presi un fazzoletto e mi asciugai il sudore. - E tu come stai?
- Abbastanza bene - disse. - Il cancello grande è già chiuso. Sei l’ultimo ad uscire, Sam.
- Sì, dopo di te però.
- Oh, io faccio ancora una sola ronda lungo la rete di cinta, poi esco dal cancello piccolo, chiudo e fin dopo l’inverno non se ne parla più.
Gli battei una mano sulla spalla: - Arrivederci, Fritz.
Me ne andai. Quando fui presso l’uscita mi voltai e vidi lontano sul viale il lampeggio della sua torcia elettrica.
Aprii il pesante cancello di ferro e uscii. La stradicciola laterale appariva deserta, aveva poca luce. Stavo per chiudere il cancello quando udii la voce:
- Ehi, strozzino.
Mi voltai di scatto e vidi Frankie. Era a due metri da me. Un ghigno freddo gli torceva la bocca.
Arretrai verso il cancello ma due braccia mi attanagliarono da tergo.
Udii la risata di Frankie, una risata volgare, crudele. Si avvicinò adagio.
Mi sentii preso dal terrore. Queste canaglie facevano sul serio. Non mi rimaneva che vendere cara la pelle.
Con l’energia della disperazione mi dibattei come un selvaggio, mi liberai dalla presa del complice e colpii Frankie in pieno stomaco. Mi voltai di scatto e sbattei l’altro compare contro il cancello. Sentii il colpo della sua testa contro il ferro e lo vidi accasciarsi. Per un attimo stetti lì fermo. Per un attimo pensai di essermi liberato. Ma in quel momento qualcosa si abbatté sulla mia guancia, vidi le stelle e caddi a terra abbandonando la borsa. La terza canaglia! Avevo dimenticato il terzo! Colpii il pavimento nella caduta e rimasi lì dolorante. Tentai di risollevarmi e un calcio mi colpi ad un fianco, seguito da un secondo, da un terzo. Strisciai più svelto che potei sul pavimento e mi alzai gemendo.
Allora ne vidi due che mi muovevano contro. Uno era Frankie e in mano stringeva il coltello aperto. L’altro era quello che mi aveva colpito al viso. Un tirapugni d’ottone brillava nella sua mano destra.
Vidi il cancello semiaperto ed ebbi l’idea di rientrare nella fiera. Mi gettai nel passaggio sperando di poterli chiudere fuori. Raggiunsi il cancello, entrai e lo tirai verso di me. L’altro, quello col tirapugni, si mise di mezzo per impedirmi di entrare e ricevetti il cancello sul muso. Mi allontanai correndo ma il cancello rimase aperto. Mi voltai e vidi Frankie che stava sollevando l’amico. Il terzo era di nuovo in piedi, tutti e tre attraversarono la soglia.
Radunai tutte le forze e corsi via: raggiunsi il viale di centro e corsi… dietro di me sentivo tre paia di piedi che battevano il selciato.
Chi è in trappola?
Corsi finché non potei più fiatare: dovetti fermarmi per non cadere. Mi gettai in un angolo d’ombra e mi appiattii contro la parete di uno « stand ».
Guardai su: era il mio « stand ». Possibile? Guardai dietro: ma sì, ecco la Casa delle Streghe. Quello era proprio il mio « stand ». Guardai ancora la Casa delle Streghe.
Le pareti non avevano il loro solito colore. Perché? Mi ricordai d’improvviso che le porte e le finestre venivano sbarrate con imposte di metallo che si potevano chiudere dall’esterno ma non dall’interno.
Dall’esterno si potevano chiudere o aprire...
Mi inginocchiai, strisciai fino all’angolo del mio « stand » e guardai in giro. Ascoltai attentamente. Non riuscivo a vedere Frankie e i suoi compagni ma udivo risuonare i loro passi. Non correvano più, si aggiravano qua e là cercandomi. Erano a una trentina di metri...
Forse ce la faccio, pensai, se non perdo tempo...
Uscii dal nascondiglio e strisciai sulle ginocchia verso la Casa delle Streghe. Il cemento era duro ma continuai a strisciare cercando di far presto e di non far rumore. Finalmente arrivai davanti alla porta della Casa delle Streghe. Mi fermai ad ascoltare.
I passi si avvicinavano. Ripresi a camminare carponi, passai davanti alla porta, svoltai l’angolo. Alla prima finestra che trovai mi alzai e mi appiattii contro la parete; pian piano sganciai la sbarra che faceva da catenaccio e aprii l’imposta di ferro. Allungai la mano e provai a spingere la finestra. Speriamo che si apra, pensai. La finestra si apri.
Lasciai socchiusa l’imposta di metallo e tornai a sgattaiolare fino davanti alla porta. Tolsi le sbarre, socchiusi l’imposta di metallo. Dietro l’imposta c’era una porta di legno. Una porta senza serratura. L’aprii. Allora presi una delle sbarre di ferro e la lasciai cadere a terra per attirare l’attenzione dei miei nemici. Poi entrai nell’oscurità completa. Procedetti tastando le pareti: conoscevo la Casa delle Streghe, l’avevo visitata più volte. Cercai di ricordarmi la disposizione dei locali. Adesso ero nella prima sala, quella coi dipinti di draghi. La finestra che avevo aperto doveva essere la prima lungo la parete dopo l’angolo, la parete sull’esterno.
Procedetti lentamente, un centimetro alla volta, finché arrivai all’angolo.
In quel momento li udii arrivare davanti alla porta. Restai lì immobile. Potevo appena intravedere i loro profili sulla soglia. Erano fermi tutti e tre, stavano in ascolto, cercavano i miei movimenti, un rumore.
La finestra era ad un paio di metri di distanza. Feci un altro passo lungo la parete, ma lo strisciare delle scarpe era udibile nel silenzio. Mi fermai e sentii il sudore freddo bagnarmi il corpo. « Vuoi vedere » pensai « che mi sono messo in trappola? ».
Una delle ombre sulla soglia entrò e scomparve nelle tenebre. Sentii le mani tastare le pareti e il fruscio dei piedi riecheggiare con strana intensità nel locale vuoto. Il cuore mi saltava in petto: voltai il capo verso il punto dove avevo lasciato aperta la finestra e cercai di calcolare quanto era lontana: chissà, forse con tre o quattro rapidi passi potevo arrivarci. Udii un altro rumore di piedi, vicinissimi e di mani che tastavano la parete. Da un momento all’altro una di quelle mani avrebbe scoperto la mia presenza e allora sarebbe stata la fine.
Provai la tentazione di correre alla finestra, di tuffarmi fuori all’aperto... Ma capii che non avrei fatto in tempo neppure a scavalcarla.
La morsa
Se soltanto si fossero messi a cercare dall’altra parte, se si fossero avviati verso la seconda sala... Un lampo mi attraversò il cervello: tirai fuori il portasigarette di pelle, lo alzai sopra la testa, cercai mentalmente la direzione della porta verso la seconda sala, e tirai con tutte le forze il più lontano possibile nelle tenebre.
L’oggetto cadde nella zona giusta e fece un rumore come se qualcuno avesse mosso un piede.
Le due ombre lasciarono la soglia ed entrarono di corsa. Il terzo, quello che mi era vicino, Si staccò dalla parete e si getto in direzione del rumore.
Allora mi mossi. Il rumore delle loro scarpe impediva di udire i miei passi. Trovai la finestra, la scavalcai rapidamente e fui fuori. Appoggiai l’imposta di ferro e rimisi la pesante sbarra catenaccio. Poi corsi alla porta. L’ansia di arrivare in tempo mi toglieva il respiro, le mani mi tremavano, il fianco, colpito dai calci del giovane delinquente, mi dava dolore atroce, e la guancia colpita dal tirapugni era gonfia e dolente, la lingua gonfia, gli occhi pieni di lacrime...
Corsi come un ubriaco inciampando, cadendo, appoggiandomi alla parete della casa. Un solo pensiero urlava in me: la porta… la porta… corri… corri…
Arrivai all’angolo e corsi lungo la facciata. Ricaddi, mi rialzai; imprecavo, singhiozzavo e correvo.
Arrivai alla porta. Dall’interno sentivo un rumore di voci. Tirai la pesante porta di metallo che girò cigolando. Sentii nell’interno un rumore di passi: qualcuno correva all’uscita. Sentii un’imprecazione: era la voce di Frankie.
Spinsi con fatica la porta, mi appoggiai contro e la spinsi con tutte le forze.
La porta stava per chiudersi del tutto quando un braccio apparve attraverso l’ultima fessura e cercò di fermarne il movimento.
Ma era troppo tardi, sotto la mia spinta la porta di ferro strinse quel braccio come in una morsa. Sentii un rumore secco, cui segui dall’interno un urlo atroce.
Continuai a spingere e alla debole luce esterna vidi che il pugno pian piano cedeva. Le dita si aprirono e un oggetto cadde al suolo: il pugnale di Frankie.
Allentai leggermente la pressione e il braccio ricadde all’interno. Tutto questo era avvenuto in pochi secondi. Ora chiusi del tutto la porta, sollevai una dopo l’altra le sbarre catenaccio e le infilai al loro posto.
Dall’interno una gragnola di pugni e di pedate si abbatté sulla porta. Gli altri due erano arrivati e si erano accorti di essere chiusi dentro.
Li sentii urlare mentre mi allontanavo dalla Casa delle Streghe. Passai accanto al mio « stand » e raggiunsi il viale principale ormai quasi interamente al buio.
Quando fui sul viale mi fermai per riposare, per ascoltare. Non li sentivo più. « Sono quelle imposte » pensai « quelle pesanti imposte. Tengono dentro tutti i rumori ».
« Questa volta no »
Tornai al cancello secondario. Mentre stavo per uscire dal parco vidi lampeggiare la torcia di Fritz, il guardiano. Era a circa cento metri e si avviava all’uscita. Certamente aveva finito l’ultimo giro di ispezione attorno alla rete di cinta che era lunga quattro chilometri. Ritrovai la mia borsa nel punto dov’era caduta, e senza aspettare Fritz uscii dal parco.
A qualche centinaio di metri all’esterno, trovai una cabina telefonica. Cercai in tasca una moneta, la misi nella fessura, formai un numero.
- Voglio… voglio la polizia - dissi a bassa voce.
Sentii la signorina formare il numero. Mi appoggiai alla parete della cabina. La faccia mi bruciava. Esplorai con un dito, delicatamente. La pelle era gonfia, lacerata, incrostata di sangue. Poi mi toccai il torso dove avevo ricevuto i calci e gemetti per il dolore. « Devo avere qualche costola rotta » pensai.
Tremavo, piangevo, mi pareva di impazzire per la collera e il dolore. « Sono ignobili canaglie » pensai. « Sono pericolosi vagabondi, buoni a nulla, delinquenti.
« E il seguito? Le guardie sarebbero andate a prenderli, li avrebbero messi al fresco per qualche giorno e poi qualche giudice li avrebbe lasciati liberi perché minorenni.
« Sono ragazzi, vero? Teddy boys. Un po’ esuberanti, diremo, ma in fondo non sono cattivi.
« E poi sarebbero tornati sulla pubblica via con la loro prepotenza, la loro violenza, il pugnale… ».
Scossi lentamente la testa.
« No, questa volta no » pensai. « Questi tre no. Per quel che mi riguarda, no! ».
Riappesi il ricevitore, ritirai la mia moneta e uscii dalla cabina.
« Sarà un inverno lungo, ragazzi » pensai mentre mi allontanavo. « Sarà un inverno lungo e freddo in quella Casa delle Streghe! ».
LA NEVE COPRE TUTTO
Racconto di Earl Faltz
Per coloro che hanno il senso della poesia la neve può significare purezza, candore, pace, malinconia. Per i cultori dello sport la neve è una eccellente scusa per lasciare la città e andare a sedersi davanti a un caminetto insieme con altri sciatori. Ad uno cresciuto in campagna come Harold Olide la neve ricordava un fantastico e delizioso mondo di sogni. Perché quando era bambino una nevicata significava che poteva stare in casa nella calda e accogliente fattoria, a leggere, a giocare, a sognare.
Quella sensazione persisteva in lui sebbene ormai da 25 anni non avesse più messo piede in una fattoria, occupato com'era ad arrampicarsi su, sempre più su, verso le cime direzionali della Compagnia Peyton, metalli all'ingrosso.
I giornali avevano previsto da cinque a otto centimetri di neve e quando Harold era salito sul treno che dalla periferia lo portava a New York, la neve cominciava già a cadere. A mezzogiorno quando usci dall'ufficio per far colazione con un cliente, si capiva che una grossa nevicata era in corso, una vera e propria bufera di neve. Ne erano già caduti dieci centimetri e diventava sempre più fitta. A metà del pomeriggio la segretaria annunciò ad Harold, che la città cominciava ad essere paralizzata; i treni erano zeppi di gente che tentava di partire prima dell’ora di punta creando cosi un'ora di punta anticipata e intralciando ancor più il servizio.
Quando telefono a sua moglie verso le quattro del pomeriggio, Harold Cilde sentì che le strade erano bloccate e che ella non avrebbe potuto aspettarlo alla stazione con la macchina. E poiché Harold doveva già far tardi per una riunione, decise che avrebbe trovato alloggio in un albergo e passato la notte in città. Disse alla segretaria di fissargli una camera e andò al convegno.
Sulla lista nera
Era una importante riunione dei dirigenti della Compagnia. Harold aveva con sé tre grosse pratiche. Una riguardava l'indagine fatta per scoprire uno sconosciuto dipendente che da tempo e sistematicamente sottraeva denaro alla Compagnia. La seconda pratica riguardava la vendita di materiali ad una dittatore sud-americano, vendita alla quale egli si era opposto ma senza riuscire a far valere la propria opinione di fronte all'amministratore. La terza pratica conteneva proposte di licenziamento di otto persone, due delle quali avrebbero partecipato alla riunione, già sapendo di essere sulla lista nera.
Nella Compagnia, il signor Harold Clide aveva fama di accanito lavoratore. Non era un sentimentale e si era fatto molti nemici. Ma non se ne curava troppo perché aveva poca stima dei suoi simili. Questo suo atteggiamento gli aveva già procurato alcuni fastidi.
A quarantacinque anni Harold Clide aveva fatto molta strada. Era entrato nella Compagnia come autista, era poi passato all'ufficio vendite e come venditore aveva trionfato. Con tutta evidenza era sulla buona strada per occupare posti molto alti, forse il più alto nella ditta, perché continuava a salire di gradino in gradino: dalle vendite alla produzione, alla ricerca, all'ispettorato generale, su su, sempre più su. Era intelligente, leale, onesto e lavoratore accanito.
La grande nevicata ritardò l'arrivo del presidente e gli altri rimasero seduti al tavolo della conferenza chiacchierando di cose minori. Tutti salvo Harold che approfittò dell'attesa per telefonare ad una succursale e sistemare alcune faccende.
Alle cinque del pomeriggio l'autista del presidente telefonò per dire che la macchina aveva avuto un incidente e la riunione fu rimandata. Harold tornò al telefono e parlò con Washington per sentire che piega prendeva la vendita della merce al dittatore. La cosa minacciava di provocare un incidente internazionale.
Mentre egli telefonava gli altri se ne andarono e quando tornò in ufficio non c'era più nessuno, salvo la sua segretaria.
- Non riesco a trovarle una camera, signor Clide - disse miss Bardley; - gli aeroplani non possono decollare, i treni sono zeppi e molta gente pernotta in città. Ho tentato per più di un'ora e mezzo.
- Va bene - disse Harold, - troverò un rimedio. Vada pure a casa, signorina, altrimenti rimane bloccata anche lei.
- Non ho premura - disse miss Bardley, - continuerò a cercare.
Troppo lusso
La signorina Bardley non era una bellezza, però non era nemmeno orribile. Aveva una certa tendenza a superare il peso medio, si pettinava con un paio d'anni di ritardo sulla moda, ma possedeva qualità che la rendevano preziosa per Harold. Era, come lui, onesta, intelligente e instancabile.
Alle sette di sera fu evidente che non si trovava alloggio. Miss Bardley aveva telefonato perfino alle tane di pulci dei bassifondi di New York. Disse ad Harold che non c'era niente da fare.
- Ho tentato tutto, signor Clide. La città è colma. Adesso rinuncio e vado a mangiare se lei permette.
Harold pensò che tanta lealtà meritava un premio. Le offrì di cenare con lui. Miss Bardley accettò, dopo averci pensato un momento. Harold telefonò a sua moglie, le comunicò la situazione e la informò che se proprio non trovava alloggio avrebbe preso il treno delle 11 di sera. Sua moglie gli consigliò di telefonare ai Warner, loro amici, e chiedere ospitalità. Egli tentò ma in casa Warner nessuno rispose.
Harold e la signorina Bardley cenarono in un ristorante italiano, tranquillo e appartato. Ne aveva scelto apposta uno fuori mano per evitare di essere visto con la segretaria. Non che ci fosse qualcosa di male, ma la gente ha sempre la tendenza a pensare al peggio.
Harold bevette i suoi soliti due bicchieri. Miss Bardley fece altrettanto. Poi si concessero una bottiglia di vino. E quando uscirono dal ristorante si sentivano entrambi piacevolmente allegri.
Fuori c'erano più di trenta centimetri di neve. La città era stranamente silenziosa. Poche automobili tentavano di sfidare la bufera e quelle che ci riuscivano passavano silenziose sulla neve.
- Oh Dio! - esclamò Harold. - Mi pare di essere ai bei tempi, nella mia vecchia campagna.
Guardò le scarpe di miss Bardley.
- Ma lei si prenderà una polmonite con quelle scarpine - disse. - Dove abita?
- Nella Cinquantaseiesima Strada Est - rispose la segretaria.
- Ecco un tassi! - esclamò Harold e si tuffò nella neve per tentare di fermare la vettura. Ci riuscì e per quasi tutta la strada dovettero ascoltare le lagne dell'autista che descriveva le sue difficoltà a guidare con quelle strade. Harold commentò che aveva visto affari da centomila dollari conclusi con meno chiacchiere di quante non ne facesse lui, l'autista, per guadagnarsi la mancia. Allora il tassista, offeso, si chiuse in un dignitoso silenzio.
- E adesso dovrò andare a cercare un alloggio - disse Harold quando stavano per arrivare da miss Bardley. - Forse a quest'ora i miei amici Warner saranno rientrati.
- Può telefonare da casa mia - propose la segretaria. - Non vorrei che fosse costretto a girare a vuoto, e magari a rimanere senza riparo.
- Sì, buona idea, verrò a telefonare – disse Harold, - i miei amici non abitano lontano da qui. E se sono in casa posso andarci a piedi.
Diede una generosa mancia all'autista e salì con la signorina Bardley.
Era una casa nuova e moderna. L'appartamento di miss Bardley, sebbene piccolo, era ammobiliato con lusso. Harold notò vagamente che era più di quanto una segretaria potesse permettersi.
- E' bello qui - disse guardando in giro.
- Grazie rispose miss Bardley. - E' una casa in condominio, Mio padre mi ha lasciato un po' di denaro; altrimenti non avrei potuto permettermelo.
Un uomo de pescare
Harold telefonò ai suoi amici, ma non c’erano. Miss Bardley preparò un paio di bibite al rum ed entrambi sedettero bevendo e discorrendo di cose banali finché arrivarono a parlare di ciò che avevano in comune, cioè del lavoro alla Compagnia.
- Scommetto che non è riuscito a combinare niente oggi alla riunione - disse la segretaria.
- Proprio niente - confermò Harold e, un po' per il vino e per il rum, un po' perché la casa era accogliente e miss Bardley simpatica, si sentì in vena di confidenze: - Eppure avrebbe potuto essere una riunione molto interessante - aggiunse
- Se non sbaglio lei era in vena di dar battaglia - disse la donna.
- Eh, ci sono tanti bubboni che stanno per scoppiare.
- Davvero?
- Lo sa? - disse Harold abbassando la voce come per fare una confidenza. Sono sicuro che nella Compagnia c'è un falsario. C'è uno che sta truffando e intascando denaro. Ci sono ammanchi. Forse sono fatture falsificate o cose del genere.
- Ma davvero?! - esclamò miss Bardley curvandosi in avanti per ascoltare. - Ma sa chi è? - Le sue dita che reggevano una sigaretta, ebbero un leggero tremito.
- Può essere una sola persona - disse Harold. - Certo non avrei fatto nomi oggi. Ma volevo chiedere l'autorizzazione a far venire controllori dall'esterno.
- Ne ha già parlato a qualcuno?
- No - disse Harold.- Nessuno sa niente finora. Ho preferito tenere la cosa per me finché non riuscivo a pescare l'individuo. Forse non avrei detto niente neppure a lei se non fossi venuto qui. E' per principio, lei mi capisce.
- Oh, lo sa che io non parlo, signor Clide – disse la segretaria. Si alzò d’improvviso e andò alla finestra. - Nevica ancora - osservò.
- Proverò di nuovo a chiamare i Warner - disse Harold.
Allarme
Questa volta i suoi amici erano in casa e gli offrirono una camera.
- Il problema è risolto - disse Harold tornando dalla segretaria. - Non mi resta che ringraziarla, signorina.
- Era il meno che potessi fare - ella disse. Fece pausa, poi aggiunse: - Signor Clide, vorrei chiederle un grosso favore: potrebbe andare in negozio per me? Avrei bisogno di un po' di biscotti e del latte per la colazione.
- Ma certo - disse Harold, mi faccia una nota di quello che le occorre.
Miss Bardley scrisse una lista.
- Mi farebbe comodo anche un po' di rum - disse. Ho consumato per le nostre bibite tutto quello che avevo in casa. - Prese la borsa per cercarvi denaro, ma Harold non lo accettò.
No appena Harold fu uscito, miss Bardley corse al telefono e formò un numero,
- Jim - disse. - Non ho potuto chiamarti perché il signor Clide è venuto da me dopo che abbiamo cenato insieme,
- Oh, ma bene! Spero che vi sarete divertiti.
- Jim, ascolta; non ti ho mai chiesto dove prendi tutto il denaro che hai, ma stasera il signor Clide ha detto che chiameranno un controllore dei conti dall'esterno.
Dall'altra parte del filo Jim non parlò.
Con voce drammatica la segretaria aggiunse: - Jim, sei tu quella persona?
- Dov'è Clide adesso? - chiese Jim.
Ella gli raccontò delle compere, e che poi Clide sarebbe andato a dormire dagli amici.
- Cerca di trattenerlo quando ritorna - disse Jim, - dammi il tempo di arrivare lì. Quando sarò di sotto ti telefonerò.
- Che cosa vuoi fare, Jim?
- Non so. Forse gli parlerò.
- No - disse miss Bardley, - lo sai com'è, lo conosci.
- Troverò un rimedio - ribatté Jim. - Quando telefonerò ti dirò che cosa fare. Ma cerca di trattenerlo finché arrivo.
Quando Harold ritornò coi viveri e il rum, la signorina Bardley insisté perché bevesse un punch per riscaldarsi, prima di tornare sulla neve.
Parve ad Harold di notare che nel frattempo in parte le lampade del salotto erano state spente e che nella casa c’era una romantica penombra, ma non disse niente. Quando sedette sul divano miss Bardley gli si mise accanto. Quando si accese una sigaretta, il ginocchio di miss Bardley sfiorò il suo. Quando accese una sigaretta anche lei, le loro mani si toccarono.
L'eventualità di una simile scenetta era passata per la mente ad Harold già quando erano scesi insieme dal tassì, ma egli l’aveva subito respinta. Adesso ci ripensava. Questa ragazza non era una vamp, ma possedeva una certa forza di seduzione, naturale e, un po' primitiva. A lui, ragazzo di campagna, questo particolare non sfuggiva. Se n'era già accorto quando l’aveva assunta:
- A che cosa pensa? - chiese d'un tratto miss Bardley.
- Penso che sto diventando vecchio - disse Harold - perché dopo venticinque anni di assenza dalla fattoria mi ritrovo a giudicare le cose col metro campagnolo.
- Che cosa vuol dire?
- Vuol dire che non debbo lasciarmi trasportare dalle nostalgie; che questi sono altri tempi e altri luoghi.
La guardò negli occhi. Era quasi bella. Un po' triste, ma quasi bella. Avvicinò il volto al suo. - Bisogna che vada - disse, - i Warner mi aspettano.
Si alzò e andò alla finestra. Pensò che doveva anche telefonare a sua moglie.
- Non può... non può restare... ancora un pochino?
Anche miss Bardley si era avvicinata alla finestra. Giù nella strada ella vide una macchina nera che conosceva bene. L'automobile si fermò sul lato opposto. Un uomo ne scese e scivolando e incespicando nella neve si avviò in fretta verso l'angolo dov'era una cabina telefonica. Anche a quella distanza ella riconobbe Jim.
« Ci penserò io »
Dopo un momento Harold si avvicinò a lei e le mise una mano sulla spalla.
- Vorrei restare... davvero... ma...
Il telefono trillò e la donna andò a rispondere.
- E' ancora lì?
- Si.
- Sono giù nella cabina. Puoi lasciarlo andare adesso.
- E poi?
- Ci penserò io.
- Che cosa intendi?
- Ascolta - disse Jim a bassa voce - tutti quegli assegni che io ho preparato lui li ha firmati. Se lui non c'è risulterà che è stato lui. Capisci?
Miss Bardley, non rispose. La sua mente rifiutava di pensare con chiarezza a ciò che stava per accadere.
- E' ubriaco? - domandò Jim.
- Non proprio.
- Cerca di farlo bere ancora un po'. Sarà più facile.
- Va bene.
Miss Bardley riappese e tornò alla finestra dove Harold guardava i fiocchi che continuavano a cadere.
- Una bufera di neve mi dà un senso di irreale, di fantastico. Tutto sembra diverso.
- Eppure sotto la neve ogni cosa rimane come prima - disse la donna.
- Certo, ma diventa difficile separare l'apparenza dalla realtà. E poi, in fondo, che cos'è la realtà? - aggiunse Harold, reso filosofo dal vino e dal rum.
- Preparo un altro punch - propose miss Bardley, e Harold non rifiutò. Approfitto della pausa per telefonare a sua moglie. Le disse che aveva trovato alloggio dai Warner.
- Dove sei adesso?
- In un bar - disse Harold.
Anche in campagna continuava a nevicare. I bambini erano a letto. Tutto era in ordine.
Era tornato accanto alla finestra quando miss Bardley portò i bicchieri. Stettero lì in silenzio a guardare la neve, ognuno assorto nei suoi pensieri. Harold guardò la segretaria e nella tenue luce vide che alcune lacrime le scendevano sulle guance.
Tragica passeggiata
Non poté resistere a quelle lacrime. Depose il bicchiere e la prese fra le braccia. Era soffice, calda e ubriaca. La sua casa, i Warner, la Compagnia… tutto sembrava lontano e dimenticato. Ma la signorina Bardley non portava bene i liquori. Si addormento fra le sue braccia, in piedi, vicino alla finestra. Harold la depose delicatamente sul divano, trovò una coperta e gliela stese sul corpo. Poi in punta di piedi uscì dall'appartamento.
Giù nella strada erano passati i carri spazzaneve e avevano accumulato montagne di neve verso i marclapledi. Dall'altra parte della strada egli vide una macchina nera che era rimasta bloccata dalla neve accumulata sul lati della via. L'automobilista a bordo era in difficoltà. Non riusciva a metterla in movimento: le ruote giravano a vuoto nonostante gli sforzi del guidatore.
Il primo impulso di Harold fu quello di accorrere in aiuto. Ma poi ci ripenso: era già tardi e l'impresa era difficile. Si avviò in fretta verso la casa dei Warner senza accorgersi che l'automobilista bloccato lanciava su di lui furibonde occhiate e manovrava disperatamente i congegni della macchina recalcitrante.
Harold era ormai a metà strada, tra poco avrebbe raggiunto il caldo appartamento dei suoi amici. Camminando s'inebriava dell'aria pura, dei candidi fiocchi che gli accarezzavano la faccia.
Ma cominciava ad avere i piedi umidi. Portava scarpe basse e la neve gli entrava nelle caviglie. Giunto ad una curva, nello scendere dal marciapiedi fece un salto per superare la barriera di neve. Ma scivolò. Cadde all'indietro e batté con la testa contro la colonnina di ferro di una pompa antincendio. Il colpo gli fece perdere i sensi, scivolò giù dal marciapiedi e il suo corpo rimase quasi sepolto sotto la massa di neve. Pochi minuti dopo tornò a passare la macchina spazzaneve e sospinse verso il marciapiedi una nuova massa di neve che seppellì del tutto il povero Harold.
« Tutta colpa sua »
Harold Clide giaceva incosciente sotto una pesante coltre bianca alta più di un metro. Verso le sei del mattino il portinaio della casa di fronte uscì con una pala e ripulì alla meglio il marciapiedi e, senza saperlo, gettò altra neve sul corpo di Harold.
Nel breve istante in cui riprese i sensi Harold sentì soltanto una specie di sonnolenza è un vago benessere. Si, la neve portava veramente un senso di pace.
Gli uffici della Compagnia Peyton si aprirono come al solito il giorno dopo, sebbene alcuni impiegati non si presentassero. Miss Bardley comunicò di essere indisposta. Fu soltanto verso mezzogiorno che la signora Clide chiese di Harold e diede l'allarme. Verso le cinque del pomeriggio fu chiamata la polizia.
Due giorni dopo una squadra di manovali incaricati dello sgombero della neve, scoprì il corpo di Harold Clide. Era venerdì. La settimana successiva i giornali ebbero molto da dire sul conto della Compagnia Peyton. Il defunto Harold Clide, dicevano le notizie, era stato un falsario. Grossi ammanchi erano stati scoperti, ottenuti con documenti falsificati che portavano la sua firma. Pochi giorni dopo scoppiò l'incidente della vendita di metalli proibiti al dittatore sud-americano. I dirigenti della Compagnia affermarono che la colpa era di Harold Clide, morto di recente.
Alla successiva riunione dei dirigenti, alcuni delegati dichiararono che la diminuzione delle vendite era dovuta alle continue interferenze di Harold Clide. L'acquisto di una fabbrica poco redditizia fu attribuito ad Harold Clide. I tappeti degli uffici della direzione, che erano costati cari e non avevano dato buon esito, erano stati approvati verbalmente a quanto si disse dal defunto Harold Clide.
E così Harold Clide si portò via la colpa di molte cose storte, perfino delle mollette di metallo che non tenevano bene e delle quali erano stati acquistati centomila pezzi.
Da quella finestra...
La signora Clide vendette la casa, incassò l'assicurazione e si trasferì in California. La Compagnia Peyton, in un impulso di giusto sdegno, tentò di bloccare il pagamento della liquidazione di Harold, ma Jim Powel, il contabile, riuscì a far prevalere la sua opinione e la vedova ricevette il denaro.
Miss Bardley non tornò più in ufficio; diede le dimissioni per motivi di salute. Dopo qualche mese anche Jim lasciò la Compagnia e iniziò un lavoro in proprio, ed ebbe fortuna. Otto mesi più tardi la signorina Bardley lo incontrò per la via. Si guardarono ma nessuno dei due si fermò e non si salutarono.
Lontano, nella fattoria dove Harold era cresciuto, i suoi ex-amici che non si erano mai mossi dalla campagna si raccontarono storie raccapriccianti sul conto di coloro, che lasciano la dolce vita della campagna per avventurarsi nella giungla della città.
Quasi esattamente un anno più tardi ci fu un'altra bufera di neve, a New-York. Durante la notte miss Bardley si avvicinò alla finestra e guardò lo spettacolo. Non si sa che cosa significasse per lei la neve. Forse anche per lei significava pace, perché ad un certo momento aprì la finestra e si gettò di sotto. La trovarono il giorno dopo, morta, con un sorriso sulle labbra.
FINE
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