lunedì 27 maggio 2024
LE CONFESSIONI DI UNO SCRITTORE EROTICO Anonimo
Estratto da: Anonimo LE CONFESSIONI DI UNO SCRITTORE EROTICO Edizioni Dellavalle 1971
Appartenevo a quel genere di ragazzi che non riescono a perdere il desiderio della donna neanche durante i periodi delle più folli masturbazioni, poichè era sempre l’immagine di una donna nuda ad eccitare i miei sensi.
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Uno dei miei passatempi favoriti di quel tempo (avevo pressappoco sedici anni), era quello di camminare in strada fra le sette e le otto di sera, proprio prima di cena. Le strade a quell'ora erano affollate di gente che faceva ritorno a casa dal lavoro e io conoscevo tutte le strade che di solito percorrevano le giovani lavoranti delle officine. Molte di loro lascia¬vano che camminassi accanto a loro e che mi prendessi anche qualche confidenza. E ogni volta mi divertivo a sentire le loro espressioni colorite e non finivo mai di sorprendermi per il modo in cui i giovanotti, anche nelle vie più affollate, esprimevano a gesti e a parole la loro ammirazione per le ragazze. Spesso mi az¬zardavo, passando vicino a qualcuna delle ra¬gazze, a sfiorarle e a toccarle come per caso. Ma parlare con una di loro o anche solo cam¬minarle affiancato era già più di quel che po¬tessi osare.
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Ed ecco che ora mentre scrivo questo libro di memorie, mi torna alla mente il ricordo di quell’episodio insignificante.
Vedo ancora il corpo malnutrito di quella piccola, i suoi seni appassiti. Ancora oggi non riesco a capire come abbia potuto eccitarmi alla vista di quella povera e miserabile creatura. E tuttavia accadde! Vagando senza meta per la città, vidi quella ragazza entrare nella cattedrale. Si muoveva su quei gradini come un'ombra, poi sparì attraverso il portale semiaperto. È probabile che si de¬stasse nuovamente in me in quel momento il desiderio di una compagnia femminile e quella mezza creatura dallo sguardo intristito dalla miseria mi avvesse eccitato. Non saprei dire come, a ogni modo la seguii.
Stava inginocchiata davanti alla statua di un santo di cui non mi riesce di ricordare il nome. Una piccola luce le illuminava il volto con un barbaglìo rosseggiante e in quel momento mi sembrò particolarmente bella. Guar¬dava quel santo con le mani in atteggiamento di preghiera e il suo respiro era rapido e udi¬bilissimo a distanza. Mi inginocchiai accanto lei, urtandola leggermente come per caso. « Come si chiama quel santo? » le bisbigliai all'orecchio.
« Non lo so » mi rispose.
Guardò verso di me, nel rispondere e mi sorrise. Mi accostai un altro po' e la mia mano andò a posarsi sulla sua gamba. Nessuna reaz¬ione. Mi appressai ancora di più. Allora stavolta fu lei a bisbigliarmi all'orecchio: «Per¬ché non ci sediamo in un banco? »
Si alzò e si diresse verso uno di quei banchi bassi quasi interamente sepolti nel buio. Ce ne stemmo un po' seduti tranquilli, poi la mia mano si mosse verso di lei tastando e accarezzando. Si alzò un poco, sollevò la gonna poi tornò a sedersi. Nell' infilarsi sotto la sua gon¬na, la mia mano tastò la sua pellle nuda. Mi sentii sconvolgere, ma continuai a muovere la mano con circospezione, come su di un ter¬reno minato, facendola avanzare. Le toccai il ventre. Poi mi diressi verso il basso. La ra¬gazza allargò un poco le gambe afferrandomi la mano e tirandola verso di sé. Poi cominciò a mordicchiarmi le dita, mormorando qualco¬sa e intanto sentii la sua mano toccare la spor¬genza che si era formata sul davanti dei miei pantaloni.
Rimasi seduto senza muovermi rendendomi conto che neanche con Rita ero riuscito a pro¬vare quel godimento. Cercò di sbottonarmi i calzoni, ma improvvisamente disse:
« Andia¬mo? ». E lo disse con tanta gentilezza, eppure in tono così appassionato, quasi con bramo¬sia. Sulla porta intinse le dita nell'acquasan¬tiera e si fece il segno della croce. Camminam-mo un po' per le vie vicine alla chiesa. Non si scorgeva gente in giro. Eravamo entrambi in¬capaci di parlare perché lo stato di eccitazio¬ne in cui ci trovavamo ci inaridiva la gola. Alla fine la ragazza mi spinse in un androne e lì mi abbracciò, baciandomi con dolcezza e quasi con rispetto... Rita non mi aveva mai baciato a quel modo!
« Mi desideri? » chiese con aria vergognosa. La strinsi forte. Allora mi disse che conosceva un piccolo alberghetto nelle vicinanze della stazione ferroviaria, dove avremmo potuto stare tranquilli senza nessuno che ci distur¬basse. Dopo aver camminato per una decina di minuti, all'improvviso si fermò.
« Oh, aspetta un momento » disse. Devo prima vedere se ho con me abbastanza dena¬ro». E tirò fuori un piccolo portamonete.
Mi misi a ridere. « Non essere sciocca. Ne ho abbastanza io ».
Ma lei non volle neppur sentirne parlare. Non voleva che fossi io a pagare. « Dato che sono io che desidero te, la cosa non ti deve venire a costare proprio nulla ».
In un primo momento mi ribellai. Non suc¬cedeva forse lo stesso anche con Rita? Poiché ti desidero io...
Esistevo dunque solo per essere desiderato dalle ragazze? Però la bramosia che destava in me era più forte di qualsiasi obiezione e dissi soltanto: « Però sono stato io a seguirti in
chiesa, sono stato io il primo a parlare; quindi sono stato io il primo a desiderarti ».
Ma lei mi prese sottobraccio e si rannicchiò tutta contro di me.
Più tardi, quando stavamo insieme a letto in quella semplice stanzetta d'albergo, dopo
che mi ebbe baciato su tutto il corpo in un momento di violenta passione, mi guardò, reggendosi il mento con una mano e disse con aria triste: « Sai che sei il primo che abbia
voluto venire con me? Oh, certo, tutte le volte che non posso più resistere mi porto un
ra¬gazzo qui. Non è difficile con tutti quegli stu¬denti squattrinati che ci sono in giro, senza abbastanza soldi da potersi permettere una ra¬gazza. Mi sono sempre riconoscenti. E a me piacciono solamente i giovani; i vecchi mi ren¬dono triste ».
Le parlai della mia relazione precedente, senza naturalmente nominare Rita.
Poi cominciò di nuovo a baciarmi un po’ dappertutto esclamando: « Ti desidero! Per favore, amami... Ti prego, toccami... »
E dopo che avemmo raggiunto il piacere completo, mi prese le mani e le baciò assicurandomi che non avrebbe mai potuto immaginare niente di più bello.
« Se davvero ti farai vedere, prometto di restarti fedele» mi disse, guardandomi con una espressione innocente sul volto. Credo che quel che mi attraeva di più in lei fosse pro¬prio la sua onestà e la sua gratitudine per po¬ter essere stata con me.
Ci incontrammo ancora una dozzina di vol¬te nell'alberghetto dove ormai ero accolto come un cliente di riguardo. Ma alla fine la cosa si trasformò in una semplice abitudine e co¬minciò a prevalere in me il desiderio di qual¬che altra donna più bella. Non avevo più pas¬sione per lei. A volte non mi fermavo più di mezz'ora con lei e mi sorprendevo spesso nello sforzo di ricordare il corpo voluttuoso di Ri¬ta, proprio mentre stavo sulla ragazza, poiché avevo bisogno di qualcosa per eccitarmi.
Dopo tutto lei mi voleva solo per il suo pia¬cere e mi era riconoscente perché glielo fa¬cevo realizzare. Comunque non c'era più nien¬te che servisse a sfogare le mie tensioni emo¬tive. E non di rado era troppo per me vedere una ragazza ben fatta passarmi accanto per la strada, con un viso grazioso e un sorriso fe¬lice. Un giorno la ragazza mi disse: « Sei cambiato ». Il suo viso era un poco triste, poi mi tese la mano, « Però è stato bello finché è durato! » Mi lasciò senza prendere accordi per rivedermi e non ci incontrammo mai più. Non ho mai saputo che cosa sia stato di lei.
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