martedì 28 maggio 2024

UN GIORNO Wladislaw ST Reymont

Presentazione di Sergio Bissoli Quando il lettore smaliziato ha letto tutti i grandi scrittori francesi: Hugo, Zola, Maupassant, Balzac, Flaubert, D’aurevilly.... pensa di non avere più niente da scoprire. Poi il nostro lettore si imbatte in Reymont, Iwaskiewicz e intravede nuovi territori di Letteratura; allora la sua anima vibra di emozioni fresche e dolcissime, come un adolescente al suo primo e indimenticabile amore. WLADYSLAW ST. REYMONT Polonia 1868 Varsavia 1925 Tratto dalla raccolta di racconti LA MORTE DEL BOSCO Editrice Slavia 1931 UN GIORNO… Un giorno... di maggio... allo spuntar dell’alba, in una casetta accovacciata in terra coi suoi muri storti si schiuse una piccola finestra e nella cornice delle fucsie in fiore si intravide una testa canuta e si udì sussurrare monotona una voce. Era il signor Pliszka che recitava le preghiere del mattino. La città era ancora addormentata. Il crepuscolo greve e pieno di sonno pesava sul mondo col suo silenzio; quel silenzio strano, nostalgico, stillante di lacrime, che precede il giorno... Dalla penombra sorgevano appena le case, le officine, i giardini, come viluppi di corpi inerti e senza anima. Soltanto qua e là sui tetti, sulle finestre buie, sulle cime degli alberi guizzavano i primi bagliori, come sorrisi di persone che sognano, come sguardi velati di fantasie, come un arrossire per timore del giorno, che intanto avanzava carponi nello spazio, già pendeva sul ciglio della notte e con gli occhi verdi e ansiosi abbracciava il mondo… Tutto era silenzio. Le preghiere del signor Pliszka sussurravano come tenere foghe di betulla al vento, e gocce di rugiada, stillando dalle case smarrite nel buio, dalle gron¬daie invisibili, picchiavano sul tetto della casetta monotone, senza tregua... conciliando il sonno... Il signor Pliszka stava terminando le sue preghie¬re e si batteva forte il petto. - Kruczek! Il cane corse, senza far rumore, dal fondo della stanza buia e saltò sul davanzale della finestra. - Inginocchiati, sciocco! Mettiti su due zampe! Guarda: là c'è il Padrone del tuo padrone, capisci, sciocco che sei? Kruczek mandò un ringhio, appoggiatosi alle fuc¬sie si sedette sulla coda e si mise a fissare con lo sguardo vuoto l’oscurità. - Non ingannare il Signore Iddio. Ecco, questo furbacchione vorrebbe anche accomodarsi! Ma Kruczek non dava più retta al signor Pliszka fece un salto nel cortile e si mise ad abbaiare pres¬so il portone. - Rimarrai sempre un animale ignorante e sciocco, - bofonchiò con amarezza, avvicinandosi con l’orologio alla finestra. Restò sorpreso, perché erano appena le quattro; non si era mai levato così di buon'ora. - Che io stia male, o che?... Manca un'ora e mezza per andare alla fabbrica. Si sdraiò sul letto senza far rumore, per non svegliare nessuno e vi rimase per un bel po’; nella stanza attigua risonava il gagliardo russare di parecchie persone, e dalla terza, piccolina, giungevano frequenti colpi di tosse. « Ha le scarpe rotte e tossisce! » pensò, alzandosi di nuovo, perché dalla finestra già si affacciava l’alba, imbiancando l'interno della stanzetta. Nello spazio ferveva un lotta silenziosa e mortale col giorno vincitore. Il signor Pliszka si sedette accanto alla finestra e si mise a sfilare macchinalmente i grani del rosario e a dire le preghiere, stando in ascolto... Sulle finestre le rondinelle cominciavano a stridere dolcemente quasi una preghiera alla luce dell'alba, sempre più chiara... La terra si ridestava, stiracchiandosi, e le vasche piene d'acqua, come gli occhi velati di albugine, schiudevano le palpebre di tenebra e guardavano assonnate attraverso le ciglia dei pioppi chini sopra di esse. Le rosse mura della fabbrica stillanti di guazza tremavano come nel brivido di un risveglio. Con le loro lunghe gole, i fumaioli degli opifici tendevano nello splendore dell'alba i loro becchi rossi, abbeverandosi di luce e sembravano uno stormo di gru che facesse la guardia al branco dei tetti… E le lunghe strade fangose, i viottoli, i fossi, i binari, le pozzanghere d'acqua tentavano di raddrizzare, sotto la nebbia, i loro corpi stanchi e affaticati, si stiravano sonnolenti per ricadere nella torpida brama di un lungo riposo, di un sonno interminabile... Anche il signor Pliszka sognava; sgranava il ro¬sario e bisbigliava le preghiere; il suo sguardo errava sui contorni delle case, - ma egli non vedeva nulla, immerso in sé stesso, nella greve nebbia dei suoi pensieri, in una nuvola di sentimenti sparsi fra un caos di incerti fremiti dell'anima, di strani guizzi, presentimenti, parole, immagini ed inquietudini... Turbinava in lui e si ingrandiva qualcosa che egli non capiva affatto. Si sentiva soltan¬to preso da una sorda ansia, - ma di che?... Non lo sapeva, come non sapeva neppure il nome di quel sentimento che gli gonfiava il cuore... Gli alberi in certi giorni di marzo, nei terribili giorni di cattivo tempo, di freddo e di vento, hanno la nostalgia della primavera, del sole; e la gente? La gente, come gli alberi continuamente morenti, ha la nostalgia di quello che è stato... e piange. Il signor Pliszka, si riebbe, perché nella grigia ca¬ligine che riempiva il cortile si udì uno stridore lungo, acuto e persistente. « Anton! », pensò. Sì, era proprio Anton, un vecchio operaio che aveva perduto gli occhi nello scoppio di una caldaia ed ora pompava l'acqua ai piani superiori fa¬cendo girare una enorme ruota. Nel crepuscolo del mattino lo si vedeva, come attraverso un vetro ap¬pannato, chinarsi automaticamente con movimenti eguali, misurati, come un esatto pendolo umano... La ruota gemeva con prolungati scricchiolii, con lo strido del ferro affaticato... E Kruczek abbaiava ostinatamente al vecchio cane bastardo che accompagnava il cieco al lavoro. Quel giorno il signor Pliszka non vedeva l'ora che la sirena della fabbrica fischiasse. Andò in cucina e si mise pian piano ad accendere il fuoco nel camino. - E' già l'ora? - domandò una voce in un an¬golo nascosto da un paravento. - C'è tempo, stia zitta, signora, perché il ragazzo si sveglierà... Si avvicinò ad un altro angolo, dove c'era un altro paravento; là dormiva un fanciullo; il tavolino era pieno di libri e di quaderni sparpagliati, lo zaino era gettato in terra e la divisa sotto la tavola... Il signor Pliszka mise tutto in ordine, diede uno sguardo al volto arrossato del fanciullo, sorrise stranamente, e prese le scarpe di lui per ripulirle. Andò a ripulirle fuori, davanti alla casa, per non svegliare nessuno. Erano delle misere scarpe, le scarpe melanconiche di uno scolaro, piene di ferite, di ricuciture e di toppe, - le romantiche scarpe della miseria; non avevano più suola, più tomaie, più tacchi, ma drizzavano orgogliosamente le orecchie sane. Il signor Pliszka le accomodava e le puliva con vero amore, con quel suo strano e dolce sorriso di vecchio cane. Il giorno si avvicinava a gran passi: già i vetri delle finestre ai quarti piani erano diventati color rosa, al terzo bianchi, al secondo grigi, come di nebbia gelata, e al primo luccicavano con lo splendore duro e freddo del basalto polito. « Bisognerà comprargli un paio di scarpe, » pensò: ma fu scosso di soprassalto dalla rauca e acuta voce della sirena, che lacerò d'un tratto il silenzio. Nella stanza cominciò l'affaccendarsi della prima mattina; quattro persone si erano alzate dalle brande e si affrettavano a prepararsi al lavoro. « Mi sento qualche cosa! » pensò il signor Pliszka, accelerando il passo, perché dalla sala delle caldaie prorompevano già le rosse fiamme dei fuochi e i vetri delle sale inferiori si illuminavano. Si mise al suo solito posto, presso l'ascensore, afferrò la corda metallica e stette in attesa dei segnali. Le sale erano ancora silenziose e soffuse di ombra, e solo in basso inondate di luce elettrica, mentre ai piani più alti i fiochi bagliori del giorno lasciavano intravedere le poderose carcasse delle mac¬chine - come un branco di bestie mostruose, immobili, che spiavano il momento di spiccare un balzo. Le cinghie delle trasmissioni cadevano pesanti come tendini recisi da un corpo, come braccia abbandonate nel sonno. Gli operai entravano precipitosamente, si salutavano con un cenno, volgevano lo sguardo ottuso per le sale e silenziosamente e con umiltà si accosta¬vano alle macchine, pieni di una sottomissione timo¬rosa. Qua e là, fra le carcasse di ferro si facevano udire le preghiere non terminate durante la strada; qua e là, una conversazione o una voce sgomenta ri¬sonava più forte, ma si acquetava subito; soltanto gli sguardi stanchi correvano verso le finestre, die¬tro le quali si ergevano gli alberi verdeggianti, verso i campi rivestiti di grano novello, verso le foreste lontane, lontane… verso il sole e il tepore, verso la luce e la libertà… Tutto a un tratto ruggì il segnale del lavoro! Gli uomini si raddrizzarono con un movimento automatico, le macchine si scossero; un torrente di una forza inaudita irruppe per tutta la fabbrica... un brivido percorse gli ingranaggi... e fremettero le bestie di ferro, fremettero le pareti, si chinaro¬no gli uomini. Il primo movimento... come sotto un colpo di uragano... un attimo di esitazione... un sommesso gemito di resistenza... un ansare di mac¬chine e di uomini... soffocato in un tremendo rantolo di sforzo... Una lotta di potenze... Un sordo e mortale combattimento... poi il repentino, possente urlo delle macchine vinte ed ormai avviate, scosse le mura. - Ascensore! Al quarto! - rimbombò, con eco tetra, una voce nel profondo dello scuro pozzo in cui stava di guardia il signor Pliszka. Tirò la corda e l'ascensore cominciò a salire silenziosamente, senza un fruscio, come un mostruoso ragno nella sua tela. - Ascensore, tintoria! Si sprofondò di nuovo in basso, nelle tenebre; soltanto attraverso le quadrate aperture delle pareti, come in un caleidoscopio, gli guizzarono innanzi agli occhi i ripiani, le sale, gli uomini, le macchine, le mercanzie, le finestre. Oltrepassò l'essiccatoio lu¬minoso, una stufa arrossata dai bagliori del mat¬tino che gli alitò sul viso un soffio di aria rovente, atrocemente secca, e il rumore inquietante delle macchine, coperte dei loro ripari metallici; discese attraverso la sala d'appretto, tagliò i vari strati di odori della soda, del sapone grezzo, dei lubrificanti riscaldati, del cloro, delle esalazioni umide e calde delle stoffe stirate, e per il grigio, lacrimoso chiarore del giorno del terzo piano raggiunse le sale di cimatura, quello strano mondo bianco di pulviscolo di cotone in cui le lunghe contorte lame delle mac¬chine da cimare mandavano dei freddi luccichii e gli uomini si intravedevano come in una bufera di neve - quasi una visione febbrile dell’opificio invaso dalla furia tormentosa del lavoro. E poi, di nuovo in basso, - per la lavanderia, per la folla compatta dei telai schiamazzanti e la rete delle cinghie e delle trasmissioni, che con mille braccia, come piovre mostruose, strozzavano, abbrancavano, rincorrevano ogni cosa e, cadendo dal soffitto, si lanciavano attraverso i piani, traversavano le pareti e i cortili e, affannate, ma infaticabili, si gettavano sulle pulegge, sulle ruote, scivolavano giù, si innalzavano, si attorcigliavano ovunque e, pervase da una forza tremenda, folle, selvaggia nella sua potenza, riempivano la fabbrica di un sommesso, ma terribile grido di trionfo. E poi, più in basso ancora, là dove non esisteva più l'alba, né il giorno, né la notte, - nella tintoria, dove le fiammelle del gas, fra la nebbia dei vapori colorati, proiettavano intorno bagliori miasmatici; nel monotono fiottare degli sciacquatoi; nel diguazzare dell'acqua sbattuta senza posa; fra i caustici odori delle tinte in ebollizione; fra il gemito lamentoso delle macchine; nel caos delle esclamazioni, dei movimenti e dei colori opachi; in mezzo all'immane sforzo spasmodico delle macchine e degli uomini. - Ascensore! - tonarono dall'alto, e il signor Pliszka, tirata la corda, si mise in moto: attraversò di nuovo quei quattro piani-zone; raccolse gli uomini, le merci, i carrelli; si fermò un attimo davanti alle aperture delle sale; si sprofondò nella notte, nelle tenebre, emerse fino ai piani alti fra i bagliori del giorno; vide nell’essiccatoio il sole e la linea scura delle foreste lontane; più in giù scorse le tenere foglie di un pioppo; più in basso ancora vide gli stagni nella nebbia; poi fu rapito dalla notte. E i fantasmi delle macchine vacillavano nell'ombra delle sale inferiori, mentre lui scivolava sempre piano e silenziosamente, come un automa... Il signor Pliszka andava su e giù in questo modo da vent’anni. Non si era mai ammalato, non aveva mai preso una vacanza. Egli era la macchina più vecchia della fabbrica; null'altro che una macchina, perché a poco a poco aveva dimenticato sé stesso, e la propria vita, e talvolta non sapeva nemmeno chi era stato un tempo e dove. Non pensava né sognava più, ormai in¬capace di farlo, quando, a sera, seduto nella sua stanza, si immergeva in una strana contemplazione delle macchine. Sentiva allora in sé tutto il movimento della fabbrica. Nella sua anima si dipanavano le interminabili matasse delle cinghie; davano guizzi i colori offuscati delle stoffe, fra le vibrazioni delle macchine e il rotare delle pulegge; tutto il ru¬morio dell'opificio lo avvolgeva in una specie di nebbia sonora ; le figure degli operai sorgevano e sparivano come vane ombre rievocate dalla memoria; erano sensazioni deboli, smorzate, ma pure co¬sì chiare e distinte, che quasi temeva di muoversi per non essere stritolato da quei mostri che vivevano e roteavano in lui. Ormai non viveva più che della vita della fab¬brica, intendeva e sentiva soltanto la vita delle macchine, pensava unicamente ad esse e vi pensava con timore e con tenerezza immensa. Che poteva importargli della gente che come una ondata attraversava la fabbrica, che poteva importargli di quegli uomini che stavano accanto alle macchine come cani da guardia e come ombre si accostavano timorosamente ai colossi per servirli, che dipendevano da loro e vivevano alla mercé di quegli esseri potenti e immortali, terribili nella loro forza e nella loro sapienza?... Sorrideva con disprezzo, guardando quei corpi sfiancati, quei visi cadaverici e macilenti, quelle membra affaticate... di fronte a quelle forze, a quei potenti le cui morse luccicanti di acciaio gli stavano sempre dinanzi, che erano essi? Povere cose, polvere, nulla... Per venti anni il signor Pliszka aveva veduto diecine di migliaia di quelle misere vite spremute dalle macchine e gettate via come cenci, mentre le macchine e la fabbrica continuavano ad esistere. Perciò disprezzava gli uomini ed amava le macchine. E viveva sempre più profondamente della vita della fabbrica. Contava le settimane dalle domeniche in cui faceva visita al suo capitano. Sapeva pure che, se al mattino il sole si affacciava nell'essiccatoio al quarto piano, allora si era certo in primavera, se invece nelle sale d'appretto - era di certo l'estate. L'inverno lo riconosceva dalla neve, e poi perché nella cimatoria veniva accesa la luce nel pomeriggio. Del resto, nulla gli importava. Era anche buono e servizievole, ma di una bontà passiva di automa, senza concorso della volontà e della coscienza. Fino a quel giorno il signor Pliszka era rimasto così. Ma quel giorno succedeva in lui qualcosa di inesplicabile. Perciò si era svegliato cosi di buon'ora. Prima della colazione si issò appositamente al quarto piano e, appoggiatosi al cancello che divideva il suo pozzo dalla sala, si mise a guardare la finestra, il cielo su cui nuotavano le nuvole rosee rassomiglianti in modo sorprendente a balle di candido cotone disciolto... E quando risonò il segnale della colazione, scese giù, uscì fuori al sole e automaticamente si avvicinò agli operai. Antos lo attendeva già con una gavetta di caffè caldo. Lo sorbì, senza gustarlo; quel giorno non aveva appetito; e il pane lo sbriciolò e lo gettò ad uno stormo di passeri che di solito si adunava intorno a quelli che facevan colazione... - Vai a scuola oggi, Antos? - domandò timidamente al ragazzo. - Sì, appena avrò riportato la gavetta. - Ti deve parer duro, Antos, studiare così, sempre, eh? - Duro! no, no! - rispose sommessamente il fanciullo, cogli occhi fissi su uno sprazzo di sole che risplendeva nella vasca. - Mah, mah! - esclamò il signor Pliszka dubbioso. Tacquero. Antos continuava a guardare il sole che trascinava la sua chioma d'oro sull'acqua, fil¬trando fra i rami degli alberi; e il signor Pliszka fis¬sava il suo volto giallo e patito, i suoi occhi arros¬sati e le sue misere scarpe. Poi sospirò profonda¬mente, ascoltando il sommesso conversare degli operai seduti sugli orli delle vasche al tepore del sole. - Sa, signor Pliszka? Il giorno di Pentecoste andremo con la mamma in campagna. - In campagna! E perché? - domandò con gran meraviglia. - Perché? Per riposarci, per prendere dell'aria buona... ecco... - Che cosa c'è di buono in campagna? Sarebbe meglio, Antos, che tu rimanessi a casa a studiare; se no, povere scarpe! Antos lo guardò stizzito; poi prese la gavetta e se ne andò. Il signor Pliszka accese la pipetta e si mise a ti¬rare lentamente il fumo. - Bene. Gli comprerò le scarpe quando sarà tornato dalla campagna... altrimenti le sciupa in due giorni… Che cosa andranno a fare in campagna?... Stupidi… Scosse lesto la pipa, perché la sirena già richia¬mava al lavoro. Non ebbe tempo di pensare a quella scampagnata, perché di nuovo rimbombava sopra e sotto di lui: - Ascensore! Essiccatoio! - Ascensore! Appretto! - Ascensore! Tintoria! Di nuovo andava su e giù, caricava, si fermava, scaricava, ma senza accorgersene; perché aveva sempre fissa nel cervello la domanda: - Perché mai andranno in campagna? Sinceramente non lo capiva e per questo si tormentava così. Trasalì ad un tratto, facendosi attento a una conversazione dei suoi compagni di sala che stavano portando dal basso al quarto piano i carrelli colmi di stoffe bagnate. - Adam, tu ci vai? - Ci vado. Non ho più rivisto i miei genitori dal tempo del raccolto delle patate. - Dunque, a sabato notte, eh? - Eh, già, ci sono due feste di seguito. - Non mi sento più la schiena e le braccia con questo lavoro d'inferno. - E io ho un dolore qui, nel petto. - E' la Pentecoste, è vero? - Certo, o che non lo sai? - In fabbrica si ha sempre la testa scombus¬solata. - Dove hai intenzione di andare? – si affrettò a domandare il signor Pliszka. - A casa per le feste. - Lontano? - Eh, no... Si va con la ferrovia fino a Lukow, e poi ci sarà da fare un miglio a piedi. - E' nella nostra parrocchia, a quattro passi dal nostro paese. - E voi, di che paese siete? - Di Mszawa superiore. - Ah… subito a sinistra volgendo dalla strada maestra… già... - si ricordò il signor Pliszka. Intanto scesero e nella giornata fecero ancora parecchi viaggi coll'ascensore; ma il signor Pliszka non domandava loro più nulla, soltanto li guardava con attenzione e taceva. « Szlachecka Wola! Il mio paese! Proprio il mio paese! » Inghiottì quel ricordo improvviso e lo morse, come un cavallo il freno, senza poterlo digerire. Sorrise con disprezzo a quel ricordo del paese nativo; che cosa gliene importava, poi! « Hanno bisogno della campagna, villani! » pensò ad un tratto con stizza. Il signor Pliszka era nobile, un vero nobile di Szlachecka Wola, proprietario di tre campicelli e di una coda di mucca, senza esagerazione. Lo sentì intensamente in quel momento, e poi si mise a contare adagio: - Ecco, saranno già trent'anni... sì... tre anni... cinque anni... e poi in città, a Lodz, nella fabbrica. Trent'anni, oh... oh... è un bel po' di tempo. - Era sorpreso; non aveva mai pensato che fosse trascorso tanto tempo. Con la mente ritornò verso il passato un po' sgomento, un po' rattristato. Il cervello cominciò a lavorare, e l'anima ad aprirsi faticosamente il varco attraverso il folto di quei trent'anni. E per quei trent'anni vuoti, grigi, smarriti nella memoria essa si scavava il passaggio fino a quei tempi... i tempi della giovinezza… i tempi della fanciullezza... quando pascolava il bestiame… fino là... in fondo, al principio della vita. E soltanto allora, in quel momento si ricordò di aver posseduto una volta la giovinezza, il suo paese, la sua famiglia... un'altra vita... « Villani! E perché vanno in campagna? » pensava con una irritazione crescente, e tentava di difendersi, come da cani rabbiosi, dai ricordi che sbucavano dagli angoli oscuri del cervello e gli si affollavano sempre più intorno. Quel giorno per la prima volta in vent’anni il signor Pliszka lavorava male. Non sentiva dei segnali, sbagliava i piani, e spesso, senza caricare nulla, scompariva nel profondo del suo pozzo, causando una gran confusione dappertutto; il materiale arrivava in ritardo, delle macchine erano costrette ad aspettare, ciò che destò l'attenzione generale. Il sabato, alla paga, il cassiere glielo rimproverò. - Pliszka, avete una multa per negligenza e per ritardo. Il signor Pliszka si scosse come colpito da un fulmine, e poi scoppiò: - A me una multa, a me! Sono vent’anni che sto in fabbrica e non ho mai pagato nemmeno un grosz di multa, non pagherò nemmeno oggi. - Pagherete, è ordine del signor Demehl. - Del signor Demehl! Allora pagherò, - esclamò, rassegnandosi d'un tratto. - Del signor De¬mehl, - ripeteva piano, trascinandosi a casa. Kru¬czek lo aspettava davanti al portone della fabbrica e lo salutava, abbaiando allegramente. - Kruczek! Il signor Demehl ha fatto torto al padrone, hai sentito! Il signor Demehl! Kruczek, al suono di quel nome, si mise ad abbaiare minacciosamente, a rincorrere l'invisibile nemico, per vendicare il torto fatto al suo padrone. E il signor Pliszka, come se avesse dimenticato tutto, ora che stava seduto nella sua stanza accanto alla finestra, fumava la pipa e non diceva una parola a nessuno, senza degnare d'uno sguardo neppure Kruczek. Gli operai facevano frettolosi preparativi di viaggio; nella luce del crepuscolo si lavavano sotto la pompa del cortile, si mettevano gli abiti migliori, e in tutta la casa spirava un'aria di festa. La padrona, signora Radzik, e Antos li aiutavano a preparare i fagotti. - Adam, che cosa portate di bello a casa vostra? - ella domandò. - Porto un fazzoletto a mia madre, un berretto a mio padre e dei coralli per le ragazze... - E voi, Pietro? - Dei santini e un taglio di stoffa per mia madre. - E voi, Juzef? - Io, nulla; dove vado io? In che posto devo andare e da chi? - borbottò con stizza Juzef e, scostata bruscamente la sedia, uscì nel cortile. Fino a notte tarda si fece sentire la voce della sua fisarmonica... Sonava con passione, come per consolare il suo abbandono. La signora Radzik intanto riordinava sulla tavola tutti i regali, li osservava ad uno ad uno sotto la luce della lampada e tornava a posarli delicatamen¬te, come cose sacre. « Sciocchi! » pensò il signor Pliszka, e, dato un fischio a Kruczek, se ne andò anche lui nel cor¬tile, dove era Juzek. Sorse in lui un sentimento re¬pentino e cattivo, quasi un odio contro quella gente, contro i loro visi lieti e sorridenti. Stava seduto su un sasso accanto al muro e con uno sguardo vuoto e ebete fissava la luna che si era già levata sopra la città e, come un uccello luminoso, si librava sui neri abissi. Un'amara nostalgia gli oscurò l'anima, sugli occhi gli scese un'ombra lacrimosa, un'ombra ostinata che non voleva andarsene, benché il signor Pliszka tentasse di scansarla col pugno. Rimase a lungo così seduto, fissando la notte lu¬nare, assorto nella musica di Juzek, - ma senza veder nulla, senza sentire e ricordare nulla. Era una tranquilla sera di maggio, era un sabato sera della città industriale, la vigilia della festa. Le finestre diventavano buie ad una ad una, come pupille vinte dal sonno; le fabbriche ammutolivano e si addormentavano; le strade fatte silenziose sem¬bravano stirarsi in una pigra quiete voluttuosa; le case si immergevano nelle tenebre e nel silenzio. Il brusio del formicaio umano era cessato, e solo la luna splendeva sempre più sfolgorante e le vette de¬gli alberi stormivano piano e parevano librarsi in quella nebbia argentea, per bere la luce, il silenzio, la beatitudine. - Restate con Dio! - esclamò qualcuno dalla finestra. - Che possiate rompervi il collo! - bofonchiò il signor Pliszka stizzito. Ma non poté più rimanere tranquillo, no. Si alzò e si avviò dietro di loro, adagio adagio, perché la sua gamba di legno gli pesava quel giorno; sentiva in essa un curioso dolore, veramente curioso. Quando fu sulla strada, si fermò e si contentò di seguirli con lo sguardo. Segui a lungo le loro nere ombre coi bianchi fagotti sulle spalle; andavano pei campi, verso la fer¬rovia... li vedeva bene in quella chiara luce lunare. Li aveva fissati tanto, che non si accorse nemmeno quando scomparvero dalla vista e si persero nella lontananza. Ritornò sui suoi passi mogio mogio e assai stanco; mentre passava vicino alla fabbrica, trasalì, qua¬si spaventato; la luna così illuminava le finestre, così le irradiava, che al signor Pliszka apparvero nitidamente i neri, rilucenti contorni delle macchine; gli sembrò che le carcasse d'acciaio gli si avvicinassero, chinandosi verso le finestre, e che le loro gigantesche teste mostruose si affacciassero sul mondo... che guardassero lui, e così minacciose, così terribili e sinistre, che egli fece il segno della croce e tornò in fretta sul sasso accanto al muro. Intanto Juzek sonava e sonava la fisarmonica, sempre più appassionato, - erano valzer riecheggianti la tempesta, erano mazurche che si alzavano come un uragano ed oberek così vorticosi che la fisarmonica ne gemeva di stanchezza; erano canzoni insolite, canzoni semplici, languide, tristi, - come quelle che nelle notti d'autunno sorvolano i campi portando con sé le raffiche del vento, i singhiozzi degli alberi assiderati, i gemiti della terra stanca e il sussurro dei fili d'erba disseccati. Dalla porta principale gli rispondeva un flebile zufolo da pastore: era lo strumento del portinaio, che forse se lo era fabbricato quello stesso giorno con un ramo dei salici che crescevano accanto alle vasche dell'opificio. Lo zufolo rendeva una strana voce di pianto e di lamento, un'eco dell'anima di quei salici, di quegli alberi che sentivano la nostalgia del sole, del vento che corre per i campi, quasi un gemito di quegli alberi avvelenati dal fumo, soffocati dai muri, oppressi dalla mancanza d'aria e dagli scarichi inquinati delle fabbriche. - Juzek, smettila, ora! Con questo strimpellare mi hai rotto i timpani!- esclamò il signor Pliszka irritato, tornandosene nella stanza. La signora Radzik era ancora alzata; aveva di¬nanzi a sé delle montagne di scialli, e ne stava annodando sveltamente le frange; Antos, all'altro ca¬po della tavola, turandosi gli orecchi con le mani, si affannava a studiare la lezione. - Signora, lasci stare questo lavoro; non mette conto di rovinarsi gli occhi. - Devo finire stasera. Domani andiamo in cam¬pagna da mio fratello prete. Antos non ha scarpe, e bisogna anche pagare la scuola. Il signor Pliszka si sedette presso il camino basso e si mise a stuzzicare coll'attizzatoio i carboni che stavano spegnendosi. Kruczek, steso ai suoi piedi, dormiva. Tutto era silenzio; la musica di Juzek arrivava attraverso i muri come una vaga confusione di suo¬ni, e l'orologio batteva il suo tic-tac monotono, lento, incessante. - Ci va per lungo tempo? - le domandò piano. - Per due o per tre giorni al massimo! Appunto vorrei finire gli scialli; allora lei, signor Pliszka, lunedì potrebbe mandarli alla fabbrica. - Lunedì è festa! - rispose seccamente. - Ma i padroni sono ebrei e l'ufficio sarà aperto. - Allora, va bene. - E lei, signor Pliszka, non va in nessun posto per le feste? - Oh, bella! Non sono mica un riccone per potermela spassare, - disse con intenzione; gettò via l'attizzatoio e andò a letto. Non poté addormentarsi. Era passata un'oretta, che la signora Radzik fece capolino dall'uscio. - Siccome partiamo all'alba, son venuta a pregarla di dare un'occhiata alla casa, mentre siamo fuori. Egli non rispose nulla; mormorò a bassa voce una bestemmia e rimase disteso, come morto, sotto quello strano, incomprensibile tormento che lo penetrava sempre più acutamente: una nostalgia an¬cora vaga, sorda, ma così dolorosa, cosi dolorosa! « Tutti se ne vanno... gran signori... hanno bisogno di spassarsela... ma... - e deterse col pugno quella nebbia scura che di nuovo gli pesava sugli occhi. - Piangono di miseria, ma per i viaggi il denaro lo trovano... e io, se volessi... se volessi... - ¬Tastò il sacchetto che portava sul petto; là aveva tutti i suoi risparmi racimolati in vent'anni. - Se volessi, potrei bermeli o regalarli... e se ci andassi anch'io... ebbene!. .. sì... ma dove? » e si passò la mano sugli occhi umidi. « Sono solo, come... come... Kruczek... villani, sangue d'un cane! Hanno bisogno di villeggiatura. » Nel suo intimo divampava la nostalgia e lo opprimeva una sconfinata amarezza. All'indomani si alzò tardi; la signora Radzik era già partita, e il sole gaio e luminoso inondava la sua stanza. Si riscosse presto e, riandando i casi del giorno in¬nanzi, subito si ricordò della multa appioppatagli dal signor Demehl. - Kruczek, - chiamò con voce severa. Kruczek si stiracchiò pigramente, guardando il suo padrone. Il signor Pliszka appese sulla porta una vecchia e lacera pelliccia di montone. - Kruczek, il tuo padrone ha pagato la multa, capisci? Kruczek, ecco il signor Demehl! Kruczek, prendi il signor Demehl! Prendilo! Mordilo... piglialo!... Difendi il tuo padrone, difendilo! - urlava così di rabbia e di passione da diventar rauco; poi afferrò un bastone e cominciò a picchiare la pelliccia, mentre Kruczek abbaiava furiosamente, si slanciava, addentava, mordeva, guaiva, per vendicare il torto fatto al suo padrone. - Basta, cagnolino, basta! Più tardi lo morderemo ancora. Basta... ora andiamo a presentarci al signor capitano. Il cane stanco si accucciò in terra, e il signor Pliszka si fece la barba con cura; indossò un'antica giubba dei giorni di festa, si attaccò sul petto tre decorazioni, annerì i baffi a spazzola; insomma si fece straordinariamente elegante e uscì con un passo di parata. - Venite in chiesa, signor Pliszk? - domandò Juzek dall'altra stanza. - Vacci da solo, io non ci vado. Il signor Pliszka pregava fervidamente tutti i giorni, ma non andava in chiesa ed era solito a dire: - Non ci bazzico coi gesuiti. II Il signor Pliszka si avviò per andare dal suo capitano, che faceva da magazziniere in una fabbrica e stava di casa lontano, più in là del mercato di Geyer, all'altro capo della città, quasi fra i campi. Era molto lontano per i suoi anni, per la sua gamba di legno, tuttavia egli camminava lesto, come se fug¬gisse dalla casa vuota, dalla solitudine. Aveva nell'animo il ricordo del grave torto fattogli dagli ope¬rai e dalla signora Radzik; e il torto era che essi erano andati in campagna. Lui si era mosso come per far le sue lamentele, per dolersi. Kruczek doveva capire qualcosa del suo stato d'animo, perché camminava silenzioso, stringendosi alla sua gamba, e spesso alzava gli occhi intelligenti verso il padrone. - Bene, bene, Kruczek! - mormorò il signor Pliszka, camminando per le vie laterali, perché non amava la via Piotrkowska; là c'era troppo mo¬vimento, troppa gente. Il signor capitano era proprio in casa; stava se¬duto davanti allo specchio con la faccia insaponata e il rasoio in mano. - Pliszka, ai suoi comandi, signor capitano. - Eh? Ah... Pliszka, che cosa c'è di nuovo? - Niente di nuovo, signor capitano. - Come? Ah! niente di nuovo! Bene, ragazzo mio, bene. Lucida le scarpe, neh, e dà da mangiare ai miei monelli. Il signor Pliszka lucidava con piacere le scarpe del capitano e dava da mangiare agli uccelli che riempivano la stanza dei loro stridi e dei loro gor¬gheggi. C'era una quindicina di gabbie appese alle pareti. - Ti sei sposato, ragazzo, eh? - domandò il capitano, raschiandosi la faccia col rasoio. - Signor no. - Come? Ah, ah! no, bene; perché nelle marce le donne non c'entrano, capisci? - Capisco, - rispose brevemente, facendo il saluto militare. - Come? Ah, capisci, bene. Il signor capitano, passando il rasoio sulla stecca, si mise a fischiare, gli risposero subito in coro gli uccelli, alzando un tale schiamazzo che nell'antica¬mera Kruczek cominciò da parte sua ad abbaiare. - Sangue d'un cane! - bestemmiò il signor Pliszka fra i denti stretti. - Che?... - esclamò subito il capitano, volgendosi verso di lui. - Ho detto: sangue d'un cane, signor capitano. - Come? Ah, sangue d'un cane. Il signor capitano guardò verso la finestra, sputò e si accinse a lavarsi. - Vuoi bere dell’acquavite? Ehi! Magdusia, portaci dell'acquavite. Apparve subito Magdusia, un donnone grosso come una bica di fieno e pesante come un furgone di artiglieria, tanto da far tremare l'impiantito sotto i suoi passi; mescé un bel bicchierino di acquavite e lo mise davanti al signor Pliszka, il quale lo bevve, salutò militarmente e volle baciare il gomito del capitano. - Fermi nelle file! attenti! - esclamò severamente il signor capitano. Al comando, il signor Pliszka rimase immobile per un istante, un breve istante, poi d'un tratto salutò, fece dietrofront e uscì senza una parola e senza dar retta al capitano che lo richiamava. Qualcosa lo aveva spinto fuori della porta; non sapeva che cosa, ma egli vi si abbandonò e usci lesto come se fuggisse. In via Piotrkowska rallentò il passo, perché la gamba gli doleva. Diede una bastonata alla gamba di legno; era infastidito e arrabbiato. « Perché mai sono partiti? » tornò a domandarsi. Allora si accorse di avere dinanzi due intere giornate festive, due giorni di solitudine. « Bisogna godere la festa, » decise. E la godeva passeggiando per le strade, entrando nelle osterie, osservando oziosamente la gente, ma non poteva dimenticare sé stesso neppure un attimo. Nel tumulto festivo la città si abbandonava alla gaiezza di un momentaneo oblio, di un breve riposo. Il sole inondava Lodz con torrenti di luce e di calore. I tetti luccicavano giocondamente, le finestre risplendevano, le fabbriche stavano quietamente sommerse nel bagliore e un profondo silenzio si stendeva sugli edifici e le macchine, sui magazzini, gli uffici e i cortili, - solo nelle strade principali ronzava lo sciame umano, godendo la vita e il calore. A grandi ondate la folla si spingeva, si ammassava, si riversava da un capo all'altro della città, scorrendo senza posa. Gli organetti suonavano nelle osterie, nelle strade secondarie, vicino alle giostre e nei baracconi. Il signor Pliszka si abbandonò a quella fiumana di gente, lasciandosi portare: essa si muoveva, si fermava, andava avanti con quella generale inerzia del gregge umano, del gregge affaticato, che all'aria aperta non sa che cosa fare di sé, non sa divertirsi, non sa gioire, non sa vivere. La loro gioia era velata di tristezza e silenziosa, il brusio delle conversazioni sommesso e pieno di timore, gli sguardi ottusi e impauriti, le movenze lente ed automatiche, modellate sul movimento delle macchine, con cui essi vivevano sempre; i volti grigi senza anima, le teste basse, le schiene curve, le braccia abbandonate, i corpi magri e piatti, come adattati all'angustia delle sale degli opifici, alle forme delle macchine, a tutte le esigenze della fabbrica! Quella folla di anime - e, piuttosto che anime, complementi delle macchine, - quella folla di miseri, quel complesso di semplicissimi anelli, di minuscoli ingranaggi, di elementari meccanismi della fabbrica si accalcava per le strade, beveva nelle osterie, si divertiva sulle giostre, nei serragli, nei panopticum, ballava nelle anguste sale, stava seduta presso le case e non sapeva che cosa fare di sé, che cosa fare di quella festa, - intimidita dalla luce, dall'immensità dello spazio, del silenzio e inceppata nei suoi moti interni da una incosciente dipendenza da quei mostri che ergevano tutt'intorno il rosso ba¬luardo dei loro corpi giganteschi di mattoni, ora assopiti, ma pronti a risvegliarsi, velati dalle ombre del riposo, ma sempre vigilanti dalle mille finestre, che sembravano chinarsi fra i bagliori del sole e affacciarsi sulle strade, sulle piazze, sui vicoli, sui campi, sulle case, - come per tener d'oc¬chio e minacciare i loro schiavi. Tutto questo sentiva il signor Pliszka, pur senza comprenderlo chiaramente; e sentendolo si lasciò portare fuori della città da un'ondata di folla che lo gettò come su di un'altra sponda e, rompendovisi, lo abbandonò su una distesa di campi pieni di verzura, di fiori, di una pace inebriante, di cinguettii di uccelli. L'ondata si infranse su quella riva verdeggiante, ed egli rimase solo con Kruczek che con lo sguardo instupidito seguiva l’alto volo delle allodole e l’ondeggiare delle biade… Un vento freddo e umido spirava sopra i campi. Il signor Pliszka guardò a lungo, guardò con disprezzo quel verde e fiorito lembo di terra, e poi con un sorriso di commiserazione si avvide della gente seduta lungo i viottoli di cui soltanto le teste emergevano dalle messi. - Stupidi villani! Kruczek, qua, Kruczek! ¬- gridò, perché il cane, come se fosse d'un tratto impazzito, si era slanciato fra le biade, rincorrendo le rondini, abbaiando alle nuvole, annusando i pruni in fiore, voltandosi fra i solchi; esso correva a perdifiato attraverso quel mare verdeggiante che stormiva, poi si arrestava di colpo a fissare stordito la segale che, sembrando lanciarglisi contro, lo faceva indietreggiare d'un salto; allora, con un guaito, si rimpiattava e si metteva a guardare le spighe verdi e lucenti che si movevano, si avanzavano... si chi¬navano frusciando... per retrocedere di nuovo. - Bell'affare! non si sa neppure dove sedersi, - mormorò il signor Pliszka che ormai ce l'aveva con tutti e con tutto e specialmente con Kruczek. Voltò sprezzante le spalle ai campi e si avviò verso la città, volendo rincasare al più presto. Quando Kruczek fu di ritorno, il crepuscolo era già fitto. Allora il signor Pliszka scoppiò e si mise a picchiarlo di santa ragione. - Tu mi lasci solo, eh? Villano, stupido, bi¬folco; la campagna ti va a fagiolo anche a te, nevvero? - Urlava in modo tremendo; ma siccome il cane non si difendeva e solo sembrava gemesse per il dolore, guardandolo melanconicamente e leccandogli le mani, il signor Pliszka si calmò subito e, abbracciato impetuosamente Kruczek, si mise a piangere, forse per la prima volta in vita sua. - Zitto, Kruczek! Vedi… il tuo padrone… vedi... è solo... solo… No, non poté più parlare, il signor Pliszka... e trascorse tutta la lunga serata in fervide preghiere. Il primo giorno di Pentecoste non era stato allegro per il signor Pliszka, no. Il secondo giorno festivo si sentì ancora più a disagio; la casa era vuota e triste; le strade erano un deserto per lui; nelle osterie si trovava male, era così angosciato, cosi preso da una nostalgia indefinita e terribile, che ormai contava le ore che lo di¬videvano dal ritorno di quegli « stupidi villani ». Nel pomeriggio, non potendo più reggere, andò all'opificio. Là si mise a gironzolare per le sale vuote e silenziose, immerse nel sonno... Le macchine dor¬mivano; le cinghie allentate e le ruote ferme erano come immerse in una profonda melanconia. Le biz¬zarre carcasse delle macchine - mostri dalle teste e le braccia d'acciaio - nereggiavano misteriosa¬mente nella luce del sole; mucchi immensi di stoffe colorate giacevano sul pavimento delle sale. I corridoi erano silenziosi, la sala delle caldaie muta e spenta, - ma ovunque, ad ogni passo, ad ogni angolo si sentiva una forza terribile, soltanto tratte¬nuta, raccolta per un momento, come in agguato... Certe vibrazioni appena percettibili, certi fruscii, certi suoni profondi e sommessi erravano per le sale, fluivano attraverso le macchine e i muri… Talvolta un bullone cigolava, o una cinghia si abbassava, qualche vite scricchiolava, qualche lamiera vibrava, qualche ingranaggio strideva, oppure era un telaio che si muoveva, un vetro che, piano, tin¬tinnava, - poi tutto ripiombava nel tremendo si-lenzio delle macchine affaticate, dei metalli in ri¬poso... Il signor Pliszka ebbe paura di girare ancora per le sale, e quella maestà delle macchine assopite gli tolse ogni forza, lo ipnotizzò. Si accoccolò presso una finestra e rimase lì inerte, tetro, abbattuto, a ripetere incoscientemente delle preghiere, volgen¬do gli occhi per la sala, al soffitto e alle finestre, per non guardare le macchine; sentiva che esse lo fissavano e vedevano che egli era là. Quello strano luccichio dell'acciaio polito dal lavoro, quei ba¬gliori - quasi sguardi - lo penetravano di freddo e di paura; essi erano ovunque: si sprigionavano dai grovigli delle barre, delle travi, delle lamiere, delle ruote, delle intelaiature e degli ingranaggi e riempivano le sale di una strana luce che costernava l'anima umana: una luce d'al di là, la luce d'una potenza malvagia e implacabile. Eppur qui il signor Pliszka stava meglio che a casa sua, perché qui non sentiva sé stesso, non sen¬tiva il peso della propria anima, né la nostalgia; si accucciò come un cane ai piedi dei mostri che ripo¬savano e, benché sbigottito, accanto ad essi si sen¬tiva tranquillo e non più abbandonato a sé stesso. *** Era già assai tardi quando il signor Pliszka, trascinandosi adagio adagio, giunse a casa. La signora Radzik era già tornata. Lo salutò allegramente; gli offrì qualche leccornia portata dalla campagna, e raccontò con entusiasmo come era tutto bello, là, dal fratello prete, che i meli erano in fiore; che si trovavano già le patate novelle; che il burro era a buon prezzo e poi anche buono; che alle oche giovani davano le uova tritate per farle crescere più presto, che i maialini di latte bevevano il latte intero. Con sincero entusiasmo mostrò la sottana del prete e gli stivaloni coi gambali; glieli aveva dati per Antos: sono un po' troppo grandi per il ragazzo, ma anche per questo che Iddio lo ricompensi; le aveva dato anche una pelliccia per lei: è vero, di fuori è unta e lacera, e il pelo l'hanno mangiato da molto tempo le tarme... ma, però... però... egli è buono, nobile, è un vero galantuomo!... e pianse dalla tenerezza, pianse dalla gioia, perché ci sono ancora delle persone buone al mondo. Che importa se è povera, se deve cavarsi il sangue per mantenere sé stessa e il figliuolo; ma ha il fratello prete che ha denaro, e bei cavalli, e il rispetto della gente così ricca, dei possidenti, tanto che essa non aveva il coraggio di mettersi a tavola con loro quando sono venuti ieri a pranzo, e ha preferito mangiare con Antos in cucina, perché le bastava la gioia di vedere suo fratello trattare con loro da pari a pari! E raccontava, raccontava entusiasmata, entusiasmata dalla gita, abbronzata dal vento, ancora ubria¬ca di sole, piena di vita, di fede, di speranza che si era portata di là... dalla campagna, dai prati, dai boschi. Poi cominciò Antos che aveva il cuore colmo di gioia e gli occhi che lacrimavano di sincero entu¬siasmo. - Oh, appena sarò grande, prenderò la mia mamma e andremo in campagna; vivremo là, perché soltanto là si sta bene! là! - esclamava rapito e, alzando gli occhi, ripeteva le stesse cose, tanto che sua madre dovette cacciarlo a letto, altrimenti avrebbe passato tutta la notte a raccontare. Il signor Pliszka ascoltava con attenzione, senza dir verbo. « Perché soltanto là, in campagna, si sta bene, là! » si ripeteva nell'intimo le parole di Antos e abbozzava uno strano, inconsueto sorriso. Solo poco prima della mezzanotte ritornarono gli operai. Ritornarono come un temporale di prima¬vera, allegri e giubilanti, riempiendo le stanzette di chiasso e di risa. I loro volti abbronzati spiravano la felicità. Andarono subito a letto, ma rimasero ancora un pezzo svegli a chiacchierare, a raccontare, a ridere. Adam aveva la faccia gonfia; oh, non era nulla, una piccola baruffa successa, mentre si divertiva all'osteria, un po' di lotta... Evviva! La forza non gli manca ancora. Lodz non gliela ha an¬cora divorata! Se potesse rimanere un paio di settimane al suo paese, allora vedrebbero... - Non la volete smettere! Cianciano e cianciano e non lasciano dormire in pace la gente, - brontolò il signor Pliszka, sbattendo la porta. - Che cosa gliene importa di tutto questo! « Gli hanno conciato per bene il grugno, e ne è anche contento quell'animale! - Villanzoni! Vil¬lanzoni! Brutti bifolchi! Sono stati a vedere la coda delle vacche e per tutto questo sono allegri, » pensò il signor Pliszka con tanta rabbia, che gli venne persino voglia di conciare per le feste Kruczek, ma si trattenne, si mise seduto sul letto e rimase così, a dire fervorosamente il rosario, fino all'alba, per cacciare la melanconia, il dolore, il tormento, l'inquietudine che il ricordo della campagna aveva de¬stato in lui. - Ci caschi il fulmine sopra! - bestemmiò poi il mattino dopo, senza sapere precisamente con chi se la prendeva. - Uno lavora come un bue, e poi non può godere neanche un po' di pace. Intanto si sfogava con l'ascensore; lo fermava così bruscamente che esso cigolava, urtando i pianerot¬toli. Non voleva domandar nulla agli operai; ma imbattutosi in loro una volta o due, non poté più trattenersi, e uscì in una rude, ma timida domanda: - Ebbene, avete trovato la strada di casa laggiù? Lo guardarono meravigliati: come si poteva non trovare la strada di casa? - Ah, già! E’ proprio a mano sinistra della via maestra, fra i pioppi!... - Ah... i pioppi! È da molto tempo che il signor padrone li ha fatti abbattere... - I pioppi non ci sono più? - gemette il suo cuore. E proseguì con maggior premura: - ...e poi, accanto alla cappelletta, il cimitero... - Alla cappelletta? Io pascolavo ancora i cavalli, che era già demolita... - ... e poi si attraversa l'argine presso l'oste¬ria, e ecco il paese... - Precisamente! Soltanto l'osteria e l'argine non ci sono più... Non domandò più nulla. « I pioppi, la cappelletta, l'osteria, l'argine... non ci sono più; perché non ci sono più?... » « Non ci sono... ci sono, - lo ricorda bene, li vede adesso. - No... » E tutta la settimana, tutta una lunga settimana non parlò con loro, non domandò più nulla, ma visse soltanto ricordando i pioppi, l'osteria, l'ar¬gine, la cappelletta. Il sabato, finito il lavoro, si sedette vicino ad essi e domandò: - Siete stati bene là? - Gesù mio, resterò a lavorare qui soltanto fino a San Giovanni e poi, che venga la peste a Lodz e alle sue officine, - esclamò Juzef. Il signor Pliszka sorrise con compassione. - Il bracciante in campagna è più signore nei giorni feriali, che non un uomo di officina la do¬menica. - Adam, che frottole state dicendo! - ribatté il signor Pliszka; ma ciò nonostante portò della vodka, gliela offri e si fece descrivere tutte le strade, tutti gli alberi, i campi, i boschi - tutto... E così si infiammò, così si interessò della vita del paese che Adam finalmente si decise a dirgli: - Signor Pliszka, non potrebbe lasciare la fabbrica? Potrebbe comprarsi un po' di terra e fare il padrone fra la sua gente, e non il servitore in officina come noi. Quel progetto tanto irritò il signor Pliszka, che li trattò da stupidi villani e se ne andò senz'altro a dormire. Ma di notte si destò, si mise seduto sul letto e co¬minciò a pensare: « Tornare, oppure no! Vive più, ormai, qualcuno dei miei? » Quella notte il signor Pliszka non dormì e non dormì neppure le notti seguenti... E i giorni si succedevano senza tregua, dileguando inesorabilmente. ... Giorni primaverili, pieni di canti, di sole, di fascino. Il signor Pliszka piangeva oppresso dall'angoscia. ...Giorni piovosi, grigi, tristi, lunghi come un rammarico... Il signor Pliszka piangeva di nostalgia. …Giorni freddi, stanchi e tristi come le macchine affaticate. Il signor Pliszka!... ah, il signor Pliszka pregava. …E le notti erano come i gemiti dell'ansia. …E le sere erano come gli incubi degli agoniz¬zanti. ... E il mattino sorgeva silenzioso, stillante lacrime, disperato, - e il signor Pliszka non pianse più, non pregò più; ma si mise a guardare lonta¬no - là!... Ma il signor Pliszka non poté andarsene; ebbe paura della fabbrica!... Sì, il signor Pliszka ebbe paura della fabbrica. Non seppe prendere alcuna decisione: non osava; e si impossessò di lui una strana trepidazione. « Che cosa ci starebbe a fare? » si domandò mille volte; e sempre più spesso lo vedevano contemplare i campi e il cielo e, seduto vicino alla casa, guardare la fabbrica, i cupi contorni di quelle mura che, co¬me un incubo opprimente, si erano radicate alla terra, se ne erano impossessate, succhiandola spietatamente; sempre più spesso il signor Pliszka sen¬tiva in sé il movimento delle sale sterminate, il chiasso delle macchine, i turbini delle forze, e si sentiva sempre più debole, sempre più invalido; guardava con occhio sempre più umile le ferree sa¬gome... sempre più umile... finché una domenica, dopo lunghe settimane di quella tortura indicibile, fece un fischio al cane e uscì dalla città, lontano, fra i campi veri... là dove non c'erano più officine, dove solo i tetti di paglia facevano capolino fra le spighe, dove gli alberi non agonizzavano, avvelenati dagli scarichi delle fabbriche, dove i campi di grano ondeggiavano come un'acqua nei bagliori del sole, là dove i prati di fustagno verde, screziati di ranuncoli gialli, si stendevano come il mare, do¬ve la brezza carezzevole e soave folleggiava petu¬lante e arruffava le verdi barbe dei salici inchinati e soffiava dispettosa sulla chioma bionda della segale - là, nella campagna vera. Il signor Pliszka, disturbato dal vento, ritornò sui suoi passi; entrò in un'osteria, sorbì un bicchie¬rino di vodka, e dopo un po' rifece la via dei campi... Non sgridava più Kruczek, il signor Pliszka, non gli proibiva di ruzzare, non sentiva più disprezzo per la gente che vagabondava per i viottoli e per i sol¬chi... tutto preso dal gran silenzio di quel pomerig¬gio di primavera... Si sedette sul ciglio di un fossato, in cui saltella¬vano le rane; il fossato era pieno di fiori gialli, di erbe, di arbusti di ontani, di vermi che strisciavano sulle foglie e sulla terra, pieno di una vita bizzarra, meravigliosa... Il signor Pliszka si levò il berretto; sentiva un gran caldo. Le allodole, come ebbre di primavera, cantavano sopra di lui, e là, nel folto di segale, squittivano le pernici; l'acqua aveva un mormorio così strano, così dolce! Il sole scottava e le rane sporgevano a fior d'acqua gli occhi rotondi e mandavano un gracidio sordo, monotono... sonnolento... e da tutte le parti giungeva uno stormire, un crepitio, una dolce musica di maggiolini e di quaglie; alitava, inebriante, il profumo di timo, 1'odore della terra riscaldata, tutte le fragranze risvegliate dal sole d'oro. Al signor Pliszka cominciò a girare la testa. Pure rimaneva seduto a guardare, ad ascoltare, ad accogliere in sé sempre più intensamente gli ef¬fluvi della primavera e dei campi. - Gesù buono! - bisbigliò automaticamente, e si mise a cercare il fazzoletto nelle tasche. - Gesù mio, Gesù! - ripeteva, cercando sem¬pre il fazzoletto, mentre le lacrime grevi, gonfie co¬me chicchi di grano, gli facevano un rosario giù per le gote; non capiva come, non sapeva più nulla; ma una nostalgia sconfinata come quei campi si era impadronita del suo cuore, straziandolo oltre ogni sua forza. - Signore, signore!... Che cosa avete? Si scosse; Juzef gli stava seduto accanto con la fi¬sarmonica... - E a te, villano, che cosa te ne importa! - ¬esclamò, e volle alzarsi in piedi e andarsene: le forze gli mancarono e rimase. Juzef si fece da una parte e, fissando le nuvole vaganti nell'azzurro, come bianche colombe, si mise a sonare con frenesia. E l'anima del signor Pliszka si abbandonò intera¬mente. Si appressava la sera; le campane della chiesa cantavano l'inno vespertino; la loro voce aleggiava sul grano e sulle erbe; gli steli ne tremavano e gli uc¬celli tacevano. La terra si velava di rugiada e si ammantava di silenzio e di oscurità... di quiete. Il sole calava dietro gli alberi del bosco e le spighe piega¬vano il capo pensierose... Il mormorio dell'acqua era cessato, il vento si irretiva fra i rami della fo¬resta, la notte era vicina... - La gamba mi doleva tanto che non reggevo più, - spiegò il signor Pliszka, mentre tornavano a casa. « Voglio andarmene, ne ho abbastanza di tutto ciò, me ne andrò via!» disse a sé stesso risolutamente... Ma al mattino, nella fabbrica, non osò ripeterlo; capiva chiaramente che la fabbrica non l'avrebbe lasciato andare, che quelle bestie di ferro lo guardavano minacciosamente, che quelle mura... No, non l'avrebbe lasciato... E intanto, di notte, in sogno era già dai suoi; faceva visite ai suoi compaesani, li salutava, si ralle¬grava, ritrovava tutti e stava così bene, straordinariamente bene. Oh, ne aveva abbastanza di quel tormento, ne aveva abbastanza! « Domani me ne andrò, sia quel che sia, ma me ne andrò, » disse. Venne finalmente quel domani; il signor Pliszka aspettò la sera, non avendo il coraggio di partire di giorno. Non confidò ad alcuno il suo disegno. E di notte, quando tutti dormivano, si alzò pian piano, fece un fagotto ed attese l'alba, per pren¬dere il treno del mattino. Kruczek, inquieto, annusava il fagotto e lo guardava negli occhi. - Ora ce ne andremo nel mondo, dalla nostra gente, ce ne andremo via! - disse al cane sottovoce. Il signor Pliszka stava seduto presso la finestra, tra le fucsie fiorite; aspettava l'alba guardando la fabbrica, la cui enorme macchia nera campeggiava nel triste grigiore della notte. Cadeva una pioggerella minuta e tiepida. « Domani a quest'ora sarò là! » pensò il signor Pliszka, mentre il cuore gli balzava in petto, folle di gioia. L'ombra della fabbrica appariva ingigantita, qua¬si fosse scoppiata dilatandosi su tutto il mondo. La gamba cominciò a molestare penosamente il signor Pliszka. Socchiuse gli occhi, perché i camini della fabbrica uscirono dalle tenebre e gli sembrarono così vicini, proprio sopra di lui, come se si ripiegas¬sero... per ghermirlo. - Ascensore! Si scosse violentemente; quel grido echeggiò in lui così distinto che gli parve giungesse davvero dal¬la fabbrica. « Non mi lascerò prendere, no ». Saltò dalla finestra, si gettò il fagotto sulle spalle e si mise in viaggio. Dovette però passare lungo tutta la fabbrica! - Ascensore! - Gesù, Maria! - si appoggiò allo steccato, guardando con terrore le spaventose nere finestre dell’opificio... Quelle finestre erano là, che vegliavano, e nella loro profondità gli parve che un mostruoso groviglio di macchine stesse a guardarlo. Era un silenzio mortale; la pioggia scorreva in fili di piccole perle, sussurrando appena fra il fogliame. Ormai albeggiava; distinte, sempre più distinte, le officine si ergevano dappertutto, spuntavano da ogni parte, stavano in agguato per sbarrargli la via... Il grigio pulviscolo della pioggia e l’oscurità offuscavano ancora gli edifici, ma essi, a mano a mano crescevano in quel tetro albeggiare, ingigan¬tivano, tendevano i loro colli sempre più in alto... sempre più minacciosamente! « In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo! » Si mosse quasi galoppando, con gli occhi chiusi costeggiò la fabbrica e riprese il respiro fra i campi, al margine del bosco che tagliava la strada; ma, sentendosi terribilmente stanco, si sedette in terra per riposare. Era già lontano da casa, ma la fabbrica la vedeva sempre. Si faceva intanto più chiaro. D'un tratto, là, in lontananza, all'altro estremo della città, si levò fremendo il sibilo di una sirena. Il signor Pliszka diede un balzo e si inoltrò nel bosco. I fischi delle sirene lo rincorrevano come cani latranti, gli entravano in cuore per morderlo... do¬po il primo un altro... un terzo... un decimo; ogni minuto, ogni secondo, ogni attimo chiamavano le voci penetranti delle officine! Si voltò indietro; nell'aria fosca di pioggia risplendevano i soli elettrici, già levati sopra la città... - Gesù dolcissimo! Gesù! - balbettava terro¬rizzato. Affrettava il passo, voleva fuggire, fuggire ad ogni costo; ma quelle voci lo rincorrevano, rimbom¬bavano nel bosco, si aprivano il varco nel folto degli alberi, attraverso la nebbia, attraverso lo spa¬zio, lo raggiungevano, colpivano la sua anima, la penetravano di dolore e di spavento col loro ulu¬lato di ribellione disperata. Ad un tratto anche la voce potente della sua fabbrica lacerò l'aria, vibrando dolorosamente; ah, co¬me lo conosceva quel suono, come lo conosceva! Ristette, trattenne il fiato, cessò di vedere, di ricordarsi... e la fabbrica seguitava a chiamarlo con la sua voce poderosa d'all'ira: - Torna! torna! torna! *** Mezz' ora dopo il signor Pliszka era nuovamente presso il suo ascensore. - Ascensore, candeggio! -Ascensore, essiccatoio! - Ascensore, appretto! Gli ordini rimbombavano nel pozzo profondo, e il signor Pliszka silenzioso, più silenzioso e più umile del solito, andava su e giù, come al solito egualmente, tranquillamente, automaticamente. Talvolta soltanto, mentre pensava a quei giorni di ribellione, piangeva, - ma piangeva piano, per timore che le macchine udissero il suo lamento. 1902

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