lunedì 27 maggio 2024
MIA MAMMA RACCONTA
Sergio Bissoli
MIA MAMMA RACCONTA
BIOGRAFIA DI ALDA TAROCCO
Entrare nella vita di una persona, dentro il suo tempo, dentro la sua mente. Questo è il miracolo della scrittura.
INDICE
Bambina
Premiazione
Nella bottega di zio Oreste
Macchine per cucire
A Fortezza
Lotto e cinema
Guerra
Fratello Giovanni Aldo Tarocco 1918 1982
Sorella Irma Tarocco 1920 1998
Matrimonio
Mamma
Mio figlio Sergio
Casa Faggioni
Gite 1950 1955 circa
Appartamento Bresciani
Casa nuova in Viale Ungheria
Ex macelleria
Palazzo Girardi
BAMBINA primi ricordi
Sono nata a Cerea, il 22 Settembre (in altri documenti il 23 Settembre) 1924. Sono la più giovane dei fratelli: Giovanni- Aldo (1918) e Irma (1920).
Stavo in cucina, seduta su un seggiolino davanti al focolare. Una volta sono caduta e mi sono rotta il naso. C’era un porticina sempre chiusa, che comunicava con l’officina. Ma una volta io sono scappata fuori. Mio papà aveva fatto mettere una scritta: ADAGIO per evitare che le macchine che entravano mi investissero.
Una volta ho visto che papà si lavava le mani fuori e sono corsa a portargli l’asciugamano. Quando è entrato in casa lo ha raccontato a mia mamma dicendo: “Ma guarda che brava bambina abbiamo.”
Avevo circa 3 anni quando i ragazzi che lavoravano nell’officina mi insegnarono il charleston. In poco tempo imparai quel ballo allora di moda ed ero così brava che i vicini venivano a guardarmi. Indossavo un vestitino di velluto nero con fiorellini colorati, confezionato dalla sarta Manara. Avevo calze bianche, scarpette nere e muovevo i piedi così velocemente come una esperta ballerina.
Ricordo poco mio padre perché è mancato quando io avevo 3 anni e mezzo. Abitavamo in via 21 Aprile (oggi 25 aprile) nella chiesa sconsacrata di San Procolo dove c’era l’officina meccanica, 2 automobili per servizio pubblico e una pompa di benzina. Papà era meccanico con due apprendisti e un ragioniere per la contabilità. Era molto occupato con il suo lavoro e veniva a misurarmi le scarpe nuove quando era già a letto.
Papà portava i clienti facoltosi in Svizzera, all’opera a Verona, a teatro a Milano. Una volta partì senza avere il tempo di cambiarsi e i clienti criticarono il suo vestito. Arrivati a destinazione i clienti entrarono nel teatro, lui andò in albergo, si cambiò e li raggiunse con abito lussuoso che destò la loro ammirazione.
Papa si ammalò di paralisi all’intestino e dopo 40 giorni morì; aveva 39 anni. Mamma disperata stava morendo di consunzione, ma i nostri vicini (i carrozzieri Somaggio) si accorsero di ciò che stava succedendo, chiamarono il medico e così la salvarono.
Un lunedì di mercato, la donna del banco vide che piangevo e mi regalò un paio di ciabattine rosse.
Dopo mamma vendette il garage e ci trasferimmo per alcuni anni in via San Zeno, vicino alla casa di suo fratello Olimpio. Poi ci trasferimmo in via Paride.
BAMBINA parte seconda
Quando ero bambina mamma andava a fare cucito dalla vedova Priuli e mi portava con sé. Il figlio che studiava prete un giorno mi indicò l’orologio a pesi e disse: “Che ora è?” Io non lo sapevo e allora lui mi insegnò: la lancetta corta segna le ore e quella grande segna i minuti.
Desideravo molto un pianoforte e chiesi a santa Lucia di portarmelo. Il piano arrivò ma era piccolo, da tavolo, mentre io ne volevo uno grande. Quando mamma si è stancata di sentire le mie richieste mi disse: “Santa Lucia sono io.”
Quando ero a scuola in prima elementare arrivò il fotografo e fotografò tutta la classe. Avevamo tutte un vestito normale. Dopo poco tempo arrivò l’obbligo di indossare il grembiule nero. Conservo ancora quella foto. Si vedono tutte le mie compagne ( Elsa Tosato è andata suora), la maestra con suo figlio Federico.
Insieme a mamma e fratello Aldo siamo entrati nella giostra labirinto. Un cartello diceva che per arrivare all’uscita bisognava seguire i numeri dispari. Aldo dopo un po’ trovò l’uscita che portava su una passerella in alto dove si vedeva il labirinto da sopra. Noi non riuscivamo a trovarla. Allora Aldo ci raggiunse e ci spiegò che bisognava seguire i numeri pari e non i dispari.
A scuola le maestre a volte mi fermavano per dirmi: “Ma guarda che begli occhi ha questa bambina qui”.
Quando mamma è andata dall’avvocato Bresciani per prendere in affitto la casa, io ero con lei. Mamma gli parlava ma lui era distratto e seguitava a guardarmi dicendo: “Che bella bambina, che begli occhi ha questa bambina.”
Quando mamma è andata a trovare Aldo in collegio ha portato anche me. Io stavo in piedi e il rettore dietro la scrivania, seguitava a guardarmi, mi faceva i complimenti e prima di congedarci mi regalò un bel libretto.
L’amica Nella veniva a chiamarmi per andare a giocare a casa sua; sopra un terrazzino insieme ad altre bambine giocavamo a “belle statuine”. Nella possedeva una bambola parlante che cantava una canzoncina. Ricordo ancora le parole: “Come è bella la bambola mia; ha gli occhietti nerini nerini; le manine piccine piccine. Come è bella la bambola mia; quasi quasi è più bella di me.”
Venivano a chiamarmi ma a volte io mi annoiavo. Mi divertivo a giocare da sola a casa mia mentre mamma andava fare l’infermiera al mattino da un medico e al pomeriggio da un dentista. Ritagliavo dei pupazzetti di carta che disponevo sulla tavola. Poi mi mettevo a capotavola con una bacchetta in mano e facevo la maestra.
PREMIAZIONE
Ero in Quinta Elementare e la maestra ci assegnò un tema intitolato: IL RISPARMIO. Scrissi il tema ispirandomi a ciò che vedevo tutti i giovedì, quando la serva del palazzo Cabrini usciva per dispensare l’elemosina ai poveri.
Fra tutti, il mio tema vinse il Primo Premio che consisteva in una bicicletta messa in palio dalla Banca. La bici la usò per molto tempo mia sorella Irma quando era fattorina nella ditta Sottoaceti Aldo Ferrarese.
Sono trascorsi circa 80 anni, ma ricordo a memoria la parte iniziale del tema. Eccolo:
E’ giovedì, son quasi le nove. L’ora in cui il cancello di un palazzo vicino si apre per dispensare l’elemosina. Una lenta processione di poveri passa sul marciapiede dirimpetto casa mia. Stando sulla porta osservo: quanti, quanti poveri ci sono. Ce ne sono di vecchi stanchi e malati. Ce ne sono invece di giovani che hanno ancora il passo svelto e che potrebbero lavorare. Che brutta cosa essere vecchio stanco, malato e dover stendere la mano. Due lacrime mi spuntano negli occhi. La mamma mi vede e dolcemente mi dice: “Vedi cosa vuol dire non saper risparmiare e non saper essere previdenti. Se tu sapessi quanti di quei poveri là sono ridotti così per la loro cattiva direzione, perché hanno voluto spendere di più di quello che avevano. La vita bella piacerebbe a tutti ma tutti non possiamo condurla. Anche i ricchi sanno risparmiare; dunque lo dobbiamo fare di più noi che siamo poveri.”
La mamma ha ragione. È finché si è giovani che si deve pensare all’avvenire. Non si deve spendere tutto quello che si guadagna, ma bisogna essere previdenti anche se i guadagni sono pochi, pochi. La mamma mia è per me un esempio continuo; prima di spendere i soldi, quanto ci pensa. Babbo ci ha lasciato da un pezzo e mamma deve faticare molto per far andare avanti la nostra famigliola…
Ho buona memoria e ricordo le preghiere dei miei tempi che recito ancora adesso:
Il cielo è grande e lontano, ancora non so dove sia. Gesù prendimi per mano, che non perda la mia via.
***
O cuore dolcissimo di Gesù vi raccomando in questa notte il cuore e il corpo mio affinchè dolcemente dormirò non potrò lodare il mio Dio; voi degnatevi di farlo per me, in modo che quanti saranno i movimenti del cuor mio in questa notte, tante siano le lodi che darete alla santissima trinità e vogliate ricevere dentro di voi ogni respiro per offrirlo alla medesima come vive scintille di amore. O cuore di Gesù aiutatemi e proteggetemi sempre.
Ricordo poesie e filastrocche:
La gioia è come il sol d’autunno. Sorge tardi e tramonta presto.
***
Tic Tac. Il tempo passa e non ritorna più.
***
Domani è festa, si mangia la minestra. La minestra non mi piace, si mangia pan e brace. La brace è troppo nera, si mangi pan e pera. La pera è troppo bianca, si mangia pan e panca. La panca è troppo dura, si va a letto addirittura.
***
Zucca pelata dai sette capelli, tutta la notte ti cantano i grilli, e poi ti fanno la serenata, zucca pela- a – ta.
***
Ricordo a memoria brani del libro di storia. Mi bastava leggere un brano per due o tre volte e subito lo avevo imparato a memoria. Eccone uno:
Roma fu grande e gloriosa finchè i suoi cittadini furono infiammati dall’amor patrio e finchè considerarono il servizio militare come il maggior dei doveri. Spentosi l’amor patrio, disabituatosi i cittadini alle armi e per altre cause l’impero romano d’occidente crollò. Nel 476 avanti Cristo, Romolo Augusto fu deposto dal generale barbaro Odoacre.
Ricordo filastrocche dal libro di scuola di mio figlio:
Lunedì chiusin chiusino, martedì beccò l’ovino. Sgusciò fuori mercoledì. Pi pi pio fe’ giovedì. Venerdì beccò un granino. Sabato fu un bel pulcino, e alla domenica mattina aveva già la sua crestina.
NELLLA BOTTEGA DI ZIO ORESTE
A volte la mamma mi portava a casa dello zio Oreste Tarocco (1891 1976 ) che aveva una bottega di alimentari in via 4 Novembre. Lo zio ci faceva accomodare in cucina. Qui i mobili erano scuri e unti con l’olio, così dovevo stare attenta a non appoggiarmi per non sporcare il vestito. Là in fondo, seduta su un alto sgabello, stava la nonna, vecchia e grassa, con due sanguisughe applicate ai lati del collo. La nonna si lamentava spesso e ci diceva: “Non ha ancora scritto mio figlio Sante? Perché è partito per l’America abbandonando la moglie con i figli piccoli?”
Nessuno le diceva che suo figlio era morto e mia mamma adesso era vedova. Prima di andare via, zia Marianna (1895 1979 ) ci diceva sottovoce senza farsi sentire: “Venite di primo pomeriggio mentre sono tutti a letto per riposare.” Noi ci andavamo e la zia di nascosto ci regalava la pasta e altri cibi. Una volta mancava la carta e la zia avvolse tutto nel mio scialle.
MACCHINE PER CUCIRE
Quando nel 1935 circa ci siamo trasferiti nella casetta in via Paride, Gelmino (il mio futuro marito) abitava nella casa adiacente. Con lui e suo fratello Amelio giocavamo al salto della corda.
Mamma fino al 1958 nella saletta aveva in conto vendita macchine per cucire Singer (successivamente Necchi) cucine economiche Sovrana. filo, olio per macchine da cucire, cinghie, aghi, ricambi in conto vendita del signor Ferrari Guido (1898 1976 ) da Sanguinetto. A volte io lo aiutavo a fare i conti e dopo lui mi dava la mancia.
All’età di 10 anni sapevo già cucire a macchina. La signora Toffaletti non era capace di cucire a macchina e la serva aveva poca pratica. Perciò quando imbrogliava il filo ci andavo io a sbrogliarlo. Sollevavo la testa della macchina, la piegavo all’indietro e facevo scorrere il filo che si era imbrogliato.
Zia Nella aveva delle maglie troppo scollate e incaricò mamma di aggiungere la lana mancante. Zia Nella lavorava in banca e aveva una aiutante. Questa donna alla sera veniva da noi finchè aspettava il treno. Ricordo che aveva sempre un cattivo odore.
A FORTEZZA
Zia Maria (1895 1979) sposò segretamente, di mattina presto Alighiero Coltro (1900 1961 ) e poi partirono per Fortezza dove presero in affitto un appartamento e una bottega di generi alimentari. Quando la zia venne a Cerea propose a mamma di mandarmi su a Fortezza. Mamma acconsentì e mi affidò a zio Luigi (detto Olimpio 1883 1963) che era falegname e aveva costruito la camera da letto per gli sposi. Una domenica mattina partì in treno per portargliela e io andai insieme a lui. Arrivati a destinazione lo zio impiegò tutto il giorno per montare i mobili. Poi alla sera ritornò a Cerea mentre io rimasi là e perdetti la scuola.
Io stavo nella bottega della zia che mi mandava dalle famiglie a portare la spesa e le bottiglie di latte. Tutte le mattine percorrevo un tunnel dove sopra passava il treno del Brennero. Una mattina sentii dei passi dietro di me: Plan, plan… Un grosso cane mi seguiva, si avvicinò, annusò la sporta di tela bianca, sporca, con dentro le bottiglie di latte. Fortunatamente proseguì oltre, ma quella volta provai una grande paura.
Poi portavo il latte ai ferrovieri: scendevo una scala, entravo in uno stanzone con le tavole dove i ferrovieri facevano colazione. Quando mi vedevano esclamavano: “Che bella bambina”. Alcuni mi prendevano in braccio, mi accarezzavano, mi coccolavano e a me non piaceva. In seguito ci andavo presto quando non c’era nessuno; allora mettevo giù le bottiglie del latte e poi correvo via.
Una sera zio Alighiero partì con la sua bici da corsa. La zia partì per cercarlo e mi portò con sé. Entrammo in un cinema grande, lussuoso e la zia cercò suo marito fra gli spettatori, senza trovarlo. Allora mi lasciò là da sola a guardare il film e lei uscì. Tornò a prendermi dopo un paio di ore mentre io avevo paura che si dimenticassero di me. Lo zio forse era andato a Bressanone.
Desideravo andare a casa. Volevo scrivere a mia mamma perchè mi mandasse a prendere ma non avevo soldi con me. Progettavo di farmeli prestare dal prete, ma temevo che lui non mi credesse e raccontasse tutto a mia zia.
Finalmente Giulietta accompagnò una parente in treno a Fortezza e rimase alloggiata da lei per alcuni giorni. Quando venne a trovarmi mi riferì che se volevo potevo tornare a casa. Accettai subito. Zia Marianna disse che chiamerà Aldo al mio posto. “Ma Aldo deve studiare” affermai io. La zia insistette che sarebbe venuto. Poi mi accompagnò in stazione, pagò il biglietto e partii con la mamma e la zia di Giulietta.
Sono stata a Fortezza 3 mesi e mezzo. Avevo 10 anni e avevo quasi finito la 5 elementare prima di partire. Al mio ritorno ho dovuto ripetere la classe. Né Aldo, né Irma andarono a Fortezza dalla zia.
Arrivò il dottore a casa nostra e disse che mi aveva prenotato un posto in montagna ai Spiazzi. Io piangevo e non volevo andarci. Dovetti partire ugualmente, in corriera insieme alle altre, lungo una strada stretta. All’arrivo scelsi la camerata numero tre, come mi aveva suggerito mia sorella che c’era già stata, perché era la migliore con solo sei letti. Vicino a me c’era Luigina che aveva una valigia piena di dolci e cioccolata, dono dei parenti che possedevano una bottega di generi alimentari.
C’erano due campi una per bambine e uno per bambini. C’erano tre signorine che ci accudivano. Io mi annoiavo: restavamo a prendere il sole, oppure ci mandavano in un cortile a fare ginnastica.. Alla domenica andavamo in sfilata fino alla chiesa in centro al paese oppure in una chiesetta più piccola. Rimasi là un mese. Al ritorno, in corriera le più anziane cantavano questa canzoncina:
“Veronese, veronese macchinista, metti l’olio nei stantuffi, che dei Spiazzi siamo stufi e a Cerea vogliamo andar. Quando arriverò a Cerea, vedrò la mia mammetta, che alla stazion mi aspetta, mi aspetta per abbracciar. Mamma mia non piangere, che ora son da te. Lascia le lacrime e dai un bacio a me. Se gli amici ti domandano, in che posto siamo state, siamo state alle colonie per la nostra guarigion. Addio monti, monti e montagne, addio compagne vi devo lasciar, che a Cerea vogliamo andar. E se ritorno, ritorno in primavera, con la bandiera, con la bandiera, con la bandiera del tricolor.”
Sono andata alle colonie per tre anni consecutivi.
Invece mi sono divertita quando sono andata al mare a Cervia, insieme alla famiglia Tomiolo. Avevano preso in affitto una villetta, si mangiava bene e facevamo gite in barca.
Una estate una signora mi ha portato a Sottomarina dai Boscolo. Dopo arrivò anche mia sorella. Ma la stanza che avevamo prenotato era ancora occupata dal maestro Loi e fidanzata. Perciò abbiamo dormito per terra per tre notti, finche la stanza si è liberata. In futuro Aldo Loi e la fidanzata Alda si sono lasciati.
Di domenica andavo a fare giri in bici. Una volta sono andata in via Peagni verso san Vito, ma lungo la discesa c’era una fila di oche che pascolavano e una mi ha fatto cadere. Mi sono fatta male al ginocchio, così sono tornata a casa dove c’era la signora Lidia che arrivava in bici da mia mamma tutte le domeniche.
A 15 anni mamma mi mandò a Verona alla Singer per fare delle commissioni. Anche Adriana (la fidanzata di mio fratello) andava a Verona a studiare e mamma la pregò di sorvegliarmi in treno. Ma Adriana si lasciò corteggiare dai ragazzi disinteressandosi completamente di me. Per fortuna, altre volte mi avevano portato a Verona in macchina e ricordavo il percorso. Dalla stazione raggiunsi a piedi il negozio della Singer in un angolo di via Mazzini e poi tornai a casa sempre da sola.
I signori Cabrini incaricavano le loro lavoranti al tabacco di fare il bucato due volte all’anno. Facevano bollire l’acqua con dentro la cenere che fungeva da detersivo. Una amica di mamma ne regalava un secchio anche a noi.
LOTTO E CINEMA
Avevo circa 11 anni quando il vicino Melchiori chiuse la ricevitoria del lotto e offrì a me questo lavoro. Accettai. Aldo si recò a Sanguinetto e versò la caparra alla signorina che gestiva la ricevitoria dalla quale io dipendevo. Lei guadagnava il 13% e a me dava solo l’uno %. Lo zio Olimpio mi costruì una cabina in legno che sistemai in un angolo della saletta. Poi mio fratello mi comprò la Cabala, ovvero il libro dei sogni, per ricavare i numeri dai sogni.
Arrivarono i giocatori: la vecchia Teodolinda Bazzani di Aselogna (1884 1962) che mangiava pane davanti allo sportello mentre mi dettava i numeri. Egidia Sandrina Peroni (1912 2004) che mi raccontava i sogni dai quali ricavare i numeri. Spesso arrivava dicendomi: “Stanotte ho sognato la merda”. A mezzogiorno arrivava Severino Fabbian (1908 1981) che impiegava molto tempo per decidere quali numeri giocare.
Io dovevo scrivere le bollette e portarle a Sanguinetto tutti venerdì. Quando pioveva ci andava mamma a piedi. Dovevo inoltre fare una copia di tutto per pagare le piccole vincite da poche lire. Le vincite consistenti venivano pagate a Sanguinetto, dove la signorina percepiva la mancia. Le vincite più grosse venivano pagate a Verona.
Alle sere d’estate andavamo a letto con le finestre aperte. Una notte sentimmo dei rumori giù in sala. Mamma impaurita scese a vedere e trovò un riccio dentro il cestino della carta straccia nella cabina del lotto.
Dopo due o tre anni abbandonai questo lavoro.
A 12 anni andavo al cinema Melchiori a rompere i biglietti. Quando la platea era tutta occupata, allora mi mettevano alla scala così gli spettatori che volevano salire pagavano una Lira di differenza. I proprietari mi regalarono una spilla di ottone a forma di farfalla, che conservo ancora. Una anche per mia sorella Irma. Successivamente Aldo la prese per regalarla alla fidanzata.
La nostra casa aveva una porta comunicante con la casa adiacente. I vicini spesso suonavano musica fino a tarda notte e disturbavano Aldo che doveva dormire. Allora mamma portò di sopra i mattoni e costruì un muro a secco.
GUERRA
Una notte con i bombardamenti alcune persone si rifugiarono nel nostro sottoscala.
Alla sera mamma appoggiava due cucine alla porta per renderla più sicura. Irma nel pomeriggio aveva preso troppo sole e si sentiva male. Improvvisamente da fuori bussarono forte e ci obbligarono ad aprire. Entrarono militari tedeschi e italiani. Trapassarono i letti con la baionetta, forarono i materassi per cercare nemici nascosti. Poi ci chiesero dell’acqua perché avevano sete. Ma obbligarono noi a bere per primi. perché temevano che l’acqua fosse avvelenata.
Quando c’è stata la raccolta dell’oro per la patria, le donne portavano il loro anello d’oro e in cambio ne ricevevano uno di alluminio. Mamma portò quello che le aveva regalato papà e che pesava 12 grammi. Il gerarca fascista lodò la vedova Tarocco. Invece l’amica Leda comprò un anello d’oro di poco valore per donarlo e conservò il suo.
Durante la guerra i Ferrarese (marito, moglie e i bambini Nella e Nando) si rifugiarono in campagna. Successivamente tornarono nella loro abitazione in via stazione. Ma poiché avevano paura dei bombardamenti alla ferrovia, a volte venivano a dormire a casa nostra. Loro dormivano nei nostri letti, Irma dormiva sul tappeto e mamma e io dormivamo sulle sedie in cucina appoggiate alla tavola. Quando la guerra fu quasi finita, una mattina Aldo Ferrarese andò in piazza. Quando sentì lo scoppio delle bombe si impaurì e venne a rifugiarsi a casa nostra. Pretese che chiudessimo i vetri alle finestre, ma era peggio perché lo spostamento d’aria li faceva rompere. Un giorno hanno portato una zucca da cuocere e sono rimasti a mangiarla lì da noi. I bambini hanno impiastricciato sedie e pavimenti con la zucca cotta.
Fabbian Severino (1908 1981 ) era uomo di fatica di Ferrari Guido di Sanguinetto (1898 1976 ) che lo chiamava quando c’era da trasportare le cucine economiche sul carrettino trainato dalla bicicletta. Mentre percorreva la strada i tedeschi lo fermarono per rubargli bici e carretto, di proprietà di Ferrari. Severino aveva anche l’orologio che mise in bocca per nasconderlo; ma i tedeschi lo schiaffeggiarono costringendolo a consegnarlo.
Durante la ritirata dei tedeschi, da sud verso nord, i soldati rastrellarono gli italiani per usarli come scudo. Anche Severino fu messo in fila, ma poiché aveva i piedi piatti camminava lentamente e rimase fra gli ultimi. Arrivato in prossimità di via Fossa (ora via Libertà) Severino e pochi altri deviarono e scesero la riva del fiume. Era buio, si nascose giù e poi tornò a casa attraverso campi. Così si salvò, mentre tutti gli altri italiani morirono in Via san Zeno.
A fine guerra una fila di soldati americani attraversarono il paese venendo da sud e andando verso nord. Mamma portò fuori un secchio d’acqua e lo pose su una seggiola. Io riempivo un bicchiere e molti militari assetati venivano a bere. Alcuni mi regalavano un pezzetto di cioccolata.
FRATELLO GIOVANNI ALDO TAROCCO 1918 1982
Dentro le stanze superiori della nostra abitazione in via 25 Aprile mio fratello mi propose di giocare a nascondino. Io avevo circa 3 anni e lui 10. Mi mandò fuori, poi sentii “cu cu” e allora entrai per cercarlo. Guardai dappertutto ma non mi riusciva di trovarlo. Lui allora uscì dalla cassa usata per il frumento ed esclamò: “Hai perso.”
Mamma gli ha fatto ripetere la sesta classe per paura che dimenticasse le nozioni. Poi andò come apprendista nell’officina di biciclette di Fraccaro. Un giorno lo mandarono a prendere il saldatore che avevano appena finito di usare. Lui lo prese ma non dal manico. Il saldatore era ancora caldo e lui si ustionò la mano. I ragazzi ridevano, ma mio fratello soffrì molto e non andò più in quella officina.
Aldo amava la musica e desiderava imparare a suonare il violino. Si iscrisse alla scuola serale dove il maestro Pallaro era troppo severo. Quando Aldo sbagliava una nota, il maestro gli dava forti colpi di bacchetta sulle mani. Una volta tornò a casa piangente con le mani rosse perciò mamma non lo mandò più a quella scuola.
Quando morì nostro papà nel 1928, Aldo aveva 10 anni ed era già capace di guidare l’automobile. Al mattino la portava fuori dal garage e la posteggiava vicino alla nostra pompa di benzina, pronta per chi voleva noleggiarla. Poi andava alle vetrine del vicino albergo Passarini per guardare i giocatori di biliardo. Alla sera, metteva in moto, si girava davanti alla macelleria Grigolli e riportava la macchina dentro il garage.
Una volta Aldo e la figlia della farmacista recitarono una commedia di Guido Gozzano. La recita ha avuto successo, ma io non c’ero, me lo hanno raccontato.
Durante il periodo delle vacanze estive, mio fratello Aldo dava ripetizioni di matematica e latino agli allievi. Incominciava alle 7 del mattino e proseguiva fino a mezzogiorno. A quell’ora, stanco e sudato, prima di mangiare andava in bicicletta a San Vito per fare il bagno nel fiume Canossa. Ma un brutto giorno, dopo essersi tuffato nell’acqua, mise un piede sopra un coccio di bottiglia che lo ferì abbastanza gravemente. Mentre noi eravamo a tavola, lui tornò in bici col piede che sanguinava. La mamma si spaventò e voleva chiamare il dottore; poi piangendo disinfettò e fasciò la ferita.
Un giorno chiudendo un portone uccise una lucertola. Pianse per questo. A scuola scrisse un tema su questo avvenimento, e venne premiato.
Quando abitavamo in via San Zeno, nelle ventose giornate di Marzo, mio fratello Aldo costruiva gli aquiloni e io mi divertivo a guardarlo. In edicola comprava a metà prezzo i giornali invenduti. Lungo il fiume Menago raccoglieva le canne palustri, sottili e dure e le legava insieme per costruire il telaio. Dentro una scodella mescolava farina e acqua per preparare la colla. Poi prendeva un rocchetto di filo della mamma, correva lungo la strada, non asfaltata e senza traffico, e l’aquiloni si alzava e volava alto nel cielo. Mamma si lamentava perchè consumava farina che serviva per fare la pasta e rocchetti di filo che lei adoperava per cucire. Altri ragazzi suoi amici, Pietro, Corrado, ammiravano questo gioco, ma non erano capaci di costruire aquiloni.
Un prete suggerì a mamma di iscrivere Aldo al collegio Don Mazzo di Verona.
Quando lo accompagnammo per iscriversi, le inservienti appena lo videro gli dissero: “Tu, caro, con quelle scarpe non entrerai qua dentro”. Aveva le scarpe di gomma e dovette comprarsi gli scarponi pesanti. Camminando in montagna si ruppe una gamba e una sera lo riportarono a casa in taxi. I primi passi li faceva appoggiandosi alla mescola e usandola come bastone. Quando ritornò in collegio i ragazzi più anziani lo portavano in spalla fino alla scuola. In seguito scrissero sul giornalino della suola: “Ora Aldo non zoppica più con la gamba ma zoppica in latino.”
Dopo il liceo, il rettore chiese a mio fratello cosa intendeva fare e lui rispose: “Ingegneria meccanica.” Il rettore commentò che era una strada lunga e difficile, ma Aldo rispose: “Ho cominciato e voglio finire.”
Un giorno arrivò a casa nostra un signore elegantemente vestito. Era un direttore di banca che offrì a Aldo un posto come impiegato, ma mia fratello rifiutò.
Una volta al mese mamma andava a Verona in bici per portare la biancheria nuova a Aldo e portare a casa quella da lavare. Un giorno, al ritorno scoppìò un temporale e mamma si mise in testa il pacco della biancheria per proteggersi dalla pioggia.
Quando chiedeva al rettore come andava Aldo, lui rispondeva sempre: “Va bene, ma potrebbe fare di più.”
Un’altra volta mamma mise i soldi per pagare la retta di Aldo dentro la tasca del grembiule e camminando li perdette. Era molto preoccupata e si rivolse al prete che facesse un annuncio in chiesa. Ma il prete le disse di custodire meglio i soldi, in futuro.
Aldo andava a fare lezioni a casa di Adriana che in seguito divenne la sua fidanzata. Poi fu richiamato militare in Sicilia. Un giorno mi scrisse incaricandomi di prendere un pacco di lettere nell’angolo dell’armadio, di portarle da Adriana e farmi consegnare le sue. Andai con le lettere e le consegnai, ma Adriana mi disse di ripassare per darmi quelle di mio fratello. Non me le consegnò mai più.
Intanto mio fratello si era trovata una nuova fidanzata giù in Sicilia. Un giorno fu chiamato dal padre della ragazza che gli disse: “Mia figlia possiede 100 campi. Lei che cosa possiede?”
Mio fratello rispose: “La mia laurea.”
Il padre non acconsentì al fidanzamento: “E’ troppo poco!”
Successivamente Aldo che era tenente, fu fatto prigioniero. I sui commilitoni gli dicevano: “Tenente, lei che può, vada fuori a cercare un po’ di erba perché abbiamo fame.”
Finita la guerra Aldo tornò e nel 1953 sposò la sorella di un suo allievo e si trasferì a Nogara.
SORELLA IRMA TAROCCO 1920 1998
Mia sorella Irma frequentava la scuola di ragioneria a Legnago. Un pomeriggio mentre ritornava col solito treno, entrò un uomo (uno studente?) nel suo scompartimento. Ma anziché sedersi restò in piedi per osservare le vetrinette appese sopra ai sedili. Dopo un poco, inaspettatamente sferrò un pugno contro una vetrina. Il vetro si ruppe e una scheggia ferì al viso mia sorella che tornò a casa spaventata e con la palpebra sanguinante.
Dopo essersi diplomata Irma cercava lavoro come impiegata. Mamma chiese consiglio al barbiere Tano Perini che le suggerì di rivolgersi al signor Aldo Ferrarese, proprietario della ditta Sottaceti marca Arena. Il barbiere suggerì di aspettare il signor Aldo quando usciva di casa tutte le mattine per recarsi in ufficio.
Una mattina mamma lo avvicinò e gli propose di assumere Irma come impiegata. Lui rifiutò. Allora mamma gli disse che Irma era disposta a venire gratis per esercitarsi a lavorare. Aldo rispose: “No, gratis no. Le darò 1 lira al giorno.”
Irma andò in ufficio tutte le mattine. Passarono 4 mesi ma la paga non arrivava. Il solito barbiere suggerì a mamma di rivolgersi ancora al proprietario quando usciva al mattino. Mamma gli parlò e Aldo per mezzo di un impiegato consegnò il denaro promesso. Da allora Irma rimase impiegata in fabbrica fino alla pensione. Alla domenica andava a far cassa al cinema Principe (Melchiori).
MATRIMONIO
Il mio futuro marito Gelmino Bissoli abitava nella casetta adiacente alla nostra. Alla sera veniva a casa nostra, dopo cena. Una sera aveva ancora le mani unte da cibo e nell’abbracciarmi mi sporcò il vestito, così dovetti lavarlo. Comprai una saponetta profumata da Tano Perini e la sera successiva gliela regalai. In seguito mi disse che quella saponetta a casa sua piaceva molto e tutti la usavano.
Ci siamo sposati di mattina, il 18 Luglio 1945. Io avevo una borsetta prestatami dall’amica Clelia, che poi le restituii. Conservo ancora la fotografia in bianco e nero. La bambina che appare davanti è Luciana figlia di Gino Fazion, un sarte barbiere che abitava vicino a noi. Dopo il pranzo a casa dei suoceri, ci siamo trasferiti nella nuova abitazione.
Alcune settimane prima la signora Leda ci aveva indicato la maestra Ebe Mastena che aveva due stanze da affittare al piano superiore. Così con mio marito aiutato da Severino, sul suo carretto abbiamo portato i pochi mobili. La maestra era in pensione e abitava in una casetta in via 4 Novembre, insieme a suo fratello Silio (1876 1969) che da giovane era fornaio ma adesso era in pensione. La casa aveva un terrazzino e si trovava di fronte ai carabinieri (ora non sono più lì). Attualmente è stata ristrutturata e innalzata di un piano.
Una stanza la abbiamo adibita a camera da letto, e l’altra a cucina con banco e quadro elettrico per le riparazioni. Sul terrazzino avevamo messo un cartello: Riparazioni Radio.
Sillo quando aveva visto il quadro elettrico si lamentò perchè la spesa dell’elettricità sarebbe aumentata. Così ci siamo accordati che noi pagavamo il nostro consumo e anche il suo. Da quel momento Silio si dimenticò di spegnere le lampadine del piano inferiore: ingresso cucina, avevano spesso lampadine accese anche di giorno. Inoltre lui dormiva con la luce accesa in stanza da letto. Mio marito a volte scendeva giù per spegnerle.
Per farsi pubblicità mio marito un giorno ha messo un altoparlante sul terrazzino e ha suonato della musica. Ma una famiglia nella via ha protestato vivamente e abbiamo dovuto spegnere.
Tutte le mattine Silio riparava la ruota della bici, sempre forata. Poi controllava che nessuno rubasse la sua uva nel vigneto. Qualche volta mio marito è riuscito a prendere un grappolo di nascosto. Di pomeriggio arrivava un radioamatore amico di mio marito; parlavano giù nel cortile, ma disturbavano ugualmente la maestra perché poi si lamentava che non era riuscita a dormire.
Il nostro vicino era il maestro Loi. Un giorno sua mamma che aveva anitre e oche ci ha regalato un pezzetto di carne tenera e buona.
Dopo due anni, nel giugno 1947, ci siamo trasferiti in affitto dai Faggioni. Solito trasloco con l’aiuto di Severino, mentre io portavo il bambino in braccio.
MAMMA
Quando ero incinta, la levatrice del mio paese mi suggerì di andare all’ospedale. Così in una fredda mattina di Dicembre partii sulla Fiat Topolino di zio Gaetano (1891 1953) un fratello di mia mamma. Io stavo seduta davanti, zio Gaetano era alla guida e dietro c’era mio fratello Aldo, la fidanzata Vera e suo padre.
Arrivata alla Maternità a Verona, salii una scala e poiché c’era molto da aspettare mi assegnarono al reparto delle Sartorelle. Qui si trovavano le ragazze madre rifiutate dalla loro famiglie. Ve ne erano di tutte le età: la più giovane aveva solo 16 anni ed era stata abbandonata dal fidanzato; la più anziana era 30enne ed era senza marito.
Una suora era la caposala e le ragazze erano addette al cucito. Io, che ero regolarmente sposata, non avevo l’obbligo di lavorare, ma mi offrii ugualmente. La suora mi chiese cosa sapevo fare e poiché ero l’unica che sapeva usare la macchina da cucire, mi misero a confezionare le mutandine per i nascituri.
Mi trovavo bene là dentro e tutte mi volevano bene. Così rimasi a cucire in questo reparto dove un giorno venne a trovarmi mia mamma.
Quando si è avvicinato il momento del parto e sentivo dolore, mi hanno spostato in un altro reparto. Qui stavo coricata a letto.
Un giorno una insegnante spiegava alle allieve la procedura del parto, quando all’improvviso da una porticina laterale è entrato un dottore per consegnare alcune carte. Come mi vide esclamò: “Questa sta per partorire!”
Così mi assistette lui fino alla nascita del bebè. Era il 18 Dicembre 1946 e dalla mia finestra vedevo il sole al tramonto. Il bambino pesava 3 kili e mezzo, piangeva e me lo hanno mostrato dicendomi: “Lo ha visto bene che è un maschio.”
Poi mi chiesero che nome volevo assegnargli. Poiché tacevo incominciarono a dirmi molti nomi, ma nessuno di questi mi piaceva. Allora dissi il nome che avevo in mente, d’accordo con mio marito: Sergio.
Gli diedero il succhiotto con il latte. Ma quando ho incominciato ad allattarlo io, il bambino non voleva. Mi dicevano che quando sentiva fame si sarebbe attaccato al seno. Passarono due giorni, ma non si attaccò. Avevo paura che morisse, perciò ho dovuto continuare ad allattarlo col succhiotto.
Dopo alcuni giorni potei far ritorno a casa. Arrivò zio Gaetano sulla Fiat Topolino, insieme a mio marito. Lo zio era andato a Verona per rifornirsi di pentole per il suo negozio. La strada del ritorno era ingombra di neve. A un certo punto la neve ghiacciata forò una ruota. Io dovetti discendere col bambino in braccio mentre lo zio tirava fuori tutti i tegami perchè la ruota di scorta era proprio sotto. Il bambino era pesante, faceva freddo, tutti i tegami stavano sparpagliati sulla neve, mentre lo zio cambiava la ruota.
Riprendemmo il viaggio e finalmente arrivammo a casa. Il latte di mucca provocò la diarrea al bambino, così dovetti alimentarlo con il latte in polvere comprato in farmacia. Ma era costoso e mia sorella Irma mi dava i soldi per acquistarlo.
In seguito gli davo la pappa formata da latte, zucchero e pan grattato. Tenevo il bimbo in braccio e gli davo la pappa col cucchiaio. Per farlo star buono gli raccontavo le storielle: quella delle tre ochette e del lupo che voleva mangiarle; quella della ragazzina e del meccanico che le aveva sporcato il grembiule nuovo. Ma prima che la storia finisse, lui si ricordava il finale, allora scivolava giù e scappava via.
Un pomeriggio lo abbiamo portato in municipio dove c’erano molte persone. Arrivato il nostro turno, il dottor Cagali gli ha fatto il vaccino antivaiolo.
MIO FIGLIO SERGIO
Mio fratello mi comprò a Bologna un portacipria per dare il talco al bambino. È come una torre, color rosa, di bakelite, molto bello e lo possiedo ancora. Poi gli portava le pesche di pastafrolla zuccherate. Quando fu più grandicello, gli regalò un meccano, un’automobilina, un trenino.
Mia sorella portò un giorno il bambino al cimitero e notò che faticava a camminare perché indossava scarpe con suola rigida. Allora gli comprò un paio di morbidi polacchetti.
Un pomeriggio siamo andati a Ca del lago in bicicletta. Al ritorno mi sono accorta che al piede del bambino mancava un pantofola. Lo dissi a mia mamma e lei alla domenica, dopo messa, avvisò le sue amiche che abitavano in quella località. Così la pantofola fu ritrovata e me la riportarono.
Un giorno mentre camminavamo sul marciapiede col bimbo in braccio a mio marito, incontrammo una donna che lo apprezzò e tentò di baciarlo. Ma il bambino si rifugiò in alto, sulla spalla di suo papà dove si sentiva al sicuro.
Mi trovavo da mia mamma e stavo facendo il bagno al bambino dentro il mastello per il bucato. Entrò il dottor Fulvio Cagalli e come lo vide nudo esclamò: “Guarda che bel pane di burro.”
Mia sorella gli fece costruire uno spasseggio, da un falegname conosciuto in fabbrica. Questo era l’antenato del girello. Una tavola forata dove mettevo il bimbo, scorreva dentro una tavola sottostante di legno. Ma il bambino era furbo e dopo un po’ imparò ad accucciarsi per uscire fuori. Poi Irma gli regalò il seggiolone che mio marito doveva legare alla tavola, altrimenti il bimbo si spingeva indietro con i piedini.
Un giorno mentre ero andata a fare la spesa, mio marito tagliò i capelli al bambino. Al ritorno ho visto e mi sono arrabbiata. I capelli erano biondi, sottili; li ho raccolti in una busta e li conservo ancora. Conservo anche il telo della maternità (con la lettera M) nel quale era avvolto il neonato.
A volte al pomeriggio lo portavo in latteria dove gli compravo un cioccolatino. Lui lo metteva nel suo cestino e pian pianino, per mano, tornavamo a casa. Qui si sedeva su uno sgabello davanti a un tavolino, scartava il cioccolatino (una banana di cioccolato Perugina) e lo mangiava.
Mamma mi portava 1 litro di latte in regalo tutte le mattine. Poi portava mentine colorate per il bambino, cioccolatini Ferrero con figurine di carte da gioco, ovetti con dentro una sorpresa. Irma gli comprava il Corriere dei Piccoli e io gli leggevo storielle e poesiole. Irma ci portava anche cipolline cotte dalla fabbrica dove lei lavorava.
Quando il bimbo aveva 8 mesi, mamma gli portò un triciclo. Misi il bimbo in sella e lui incominciò a trascinarsi coi piedi. Allora mio marito gli mise i piedi sui pedali e il bimbo imparò subito, incominciando a girare attorno alla tavola. Allora lo portavamo sul piazzale della chiesa che era dritto e liscio e il bimbo lo percorreva tutto.
Un giorno io e mio marito abbiamo portato il bambino dal fotografo Fazion. Aveva 8 mesi e mezzo e guardava incantato gli oggetti esposti nello studio fotografico. Senza fare capricci si lasciò fotografare e la foto la conserva ancora: si vede Sergio seduto con un secchiello e una paletta.
Per abituarlo, prima che arrivasse il tempo della scuola, l’ho portato all’asilo dalle suore. Quando sono andato a prenderlo al pomeriggio era piangente, per mano di una vecchia. Mi disse che un bambino più anziano gli aveva rubato tutti i biscotti. Dopo un paio di volte, non l’ho più portato ed è rimasto a casa.
Quando Sergio si ammalò, lo portammo dal dottor Gobbetti che gli fece i raggi. (allora non si faceva la lastra ma si vedeva sullo schermo. Così vedemmo il brodo che aveva bevuto prima). Non gli trovò nessuna malattia. Però poiché il bambino continuava a non star bene, su suggerimento della signora Adami lo portammo da un guaritore a Verona. Poi dal dottor Billo di Verona che gli diagnosticò la polmonite e gli prescrisse molte medicine. Al ritorno a casa, mio fratello andò da Gobbetti e gli spiegò l’accaduto. Gobbetti disse che quelle medicine servivano prima, ma adesso non più. Gli prescrisse 5 punture di penicillina e con queste il bambino guarì.
Mio marito gli costruiva giocattoli con filo zincato: bici, spirali e altri oggetti. Con le gomme di valvole tedesche da carri armati costruiva i bruchi bianchi o neri (i bianchi buoni e i neri cattivi) li nascondeva nei buchi delle travi e poi sollevava il bambino per farglieli trovare.
Tutti i pomeriggi d’estate, mentre io lavavo i piatti, mio marito portava il bimbo, seduto sul sellino della bici, fino alle Porte del Menago. Sergio si divertiva molto a correre dietro alle libellule.
Il primo aprile Gelmino ritagliò una stoffa a forma di pesce, con attaccato uno spago. Poi imbevemmo il pesce nella polvere di gesso. Quella sera, a casa di mia mamma arrivò Severino. Era una sera fredda e Severino indossava il tabarro nero. Quando si alzò per andare via, Sergio gli lanciò il pesce sulla schiena e sul tabarro rimase l’impronta bianca del Pesce di Aprile.
In seguito regalammo al bambino una bici celeste, con attaccato dietro un giocattolo che faceva un po’ di rumore, così i vecchi che entravano in bici dal portone evitavano di investirlo. Con questa bici andava a fare piccole compere fin dalla Cinzia, che aveva un botteghino di verdura alla fine di via Fossa (ora via Libertà).
Quando fu più grandicello gli regalammo una bici rossa Legnano. La trovò la mattina di Santa Lucia, quando scese per primo dalla scala. Era adagiata sulla tavola fra noci e arance.
Il primo giorno che l’ho portato a scuola, durante la ricreazione lui è ritornato a casa. Un altro giorno i compagni lo hanno coinvolto nel gioco della cometa (un ragazzo forte girava al centro e tutti gli altri per mano giravano intorno a lui). Sergio era l’ultimo, è caduto ed è venuto a casa piangendo col naso sanguinante.
CASA FAGGIONI
Nell’autunno 1947 ci siamo trasferiti in affitto in una casetta in via Paride.
Da un portone si entrava dentro un cortile interno in terra battuta. (mio marito si fece una copia della serratura per poter entrare anche quando il portone era chiuso). La nostra casa era situata fra due case. Sul lato opposto c’era un fosso con un cespuglio di serenelle, molto profumato in aprile, e poi il muro del palazzo Migliorini.
I proprietari erano i Faggioni, detti Pollini. La figlia del proprietario (il centenario Ernesto) era Nella Faggioni 1896 1985) mia zia perché aveva sposato Gaetano Ferrarese (1891 1953) fratello di mia mamma. Questa zia negli anni ’50 diventò sindaca a Cerea. Come arredamento portammo un canapè comprato dallo zio Gaetano, una macchina da cucire Singer regalatami da mamma(che conservo ancora), un orologio a pendolo, una tavola con ripiano di granito, tavolino, fornello,letto e altre poche cose.
La casa era molto povera: mancava l’acqua e andavo a prenderla coi secchi nella cucina dei Faggioni. Ma era un disturbo; a volte loro stavano mangiando, oppure erano occupati nella bottega di frutta e verdura. Il contatore della luce era in casa Faggioni, era debole, spesso scattava e bisognava andare là per riagganciarlo. Il gabinetto si trovava nel cortiletto del pollaio. In casa c’erano topolini, millepiedi, scarafaggi, scorpioni e molte limacce al secchiaio.
Io chiedevo a Severino che venisse al mattino presto per pompare l’acqua nel mastello, dove lavavo i panni del bambino, e poi li risciacquavo 2 o 3 volte. Lavavo nel cortile di terra battuta che aveva un fosso con lo scarico semi otturato. Quando pioveva il cortile rimaneva allagato per giorni. L’acqua stagnante arrivava fino davanti alla porta di casa ed io facevo il bucato ugualmente, stando con i piedi immersi nell’acqua fredda. Un giorno Egidia Peroni (Sandrina) mi vide e mi ammonì: “Sentirai quanti reumatismi ti verranno quando sarai più vecchia!”
Finito il lavoro, per pagamento davo a Severino una scodella di vino, acqua e pane, che lui mangiava seduto in saletta. Una volta mio marito gli applicò dei falsi rubini al suo orologio per impreziosirlo.
In seguito mio marito che lavorava all’Enel, portò a casa un motore usato, fece lo scavo fino al pozzo, mise un tubo e applicò un rubinetto in casa nostra. Così l’acqua arrivava al nostro secchiaio. Poi fece domanda alla società elettrica e installò il contatore in casa.
A destra c’era l’osteria di Peroni Maria e la figlia Egidia (Sandrina); successivamente Giovanni con la moglie Argia e la figlia Mariarosa; infine Fibbia Giovanni (1894 1987) con due figli. Il muro aveva una crepa e nello sgabuzzino sopra la scala entrava il fumo dei sigari. L’osteria era sempre frequentata da vecchi che facevano cene nel cortile, partite a bocce, partite a birilli, a freccette. Inoltre giocavano a carte pugnando forte sulle tavole. I rumori duravano fino a tarda notte a volte fino al mattino. Mio marito azionava un ventilatore per coprire i rumori. Un inverno mio marito costruì un pupazzo di neve davanti alla porta, per far giocare il bambino. Ma arrivò un ferroviere ubriaco e ci orinò sopra. A sinistra c’era la casa della Nina (Genoveffa) anche lei senza acqua.
Nel cortile arrivava l’arrotino in bicicletta. Ci affilava i coltelli e ci ha disegnato i nostri nomi e figure di angeli su tre bicchieri che conservo ancora. A mezzogiorno egli si scaldava polenta e baccalà su un fornellino a spirito. Nei i pomeriggi d’estate arrivava il gelataio con la bici. A volte compravo un gelato al bambino per 10 Lire.
Un febbraio siamo andati a vedere la cuccagna in piazza Sommariva. Lì ho conosciuto una signora che era un po’ invidiosa perché mio figlio era più bravo del suo a scuola.
C’era una grande miseria in quegli anni, ma quando era possibile cucinavo delle cose buone: i crostoli, i croccanti, la crema fritta, gli gnocchi.
Una notte feci un sogno: sognai la fu Veneranda Vedovello (nonna materna di mio marito). arrivò con una macchina grande e lussuosa, guidata da un autista. Appena la vidi gridai: “Nonna! Nonna!”
Lei aprì il finestrino e mi disse: “Non sono contenta. Ma tu mi fai pena e voglio aiutarti.”
Mi consegnò tre numeri da giocare al lotto. Al risveglio dal sogno, scrissi i numeri e andai a giocarli; ma ne aggiunsi un quarto, il 49, morto che parla. Al sabato i tre numeri uscirono tutti, meno il mio che avevo aggiunto. Così incassai meno, perché non era terno secco.
Mio marito intanto era stato assunto come operatore al cinema Sociale. Doveva fare le proiezioni tutte le sere, ma anche attaccare la pubblicità nei muri, spedire le pellicole in stazione. Lo stipendio era basso, inoltre arrivava sempre in ritardo e nel frattempo noi dovevamo pagare la colla e le spese di spedizione, che ci venivano rimborsate dopo un paio mesi. Qualche sera ho portato il bambino al cinema. Ricordo i film: Sansone e Dalila; Il ragazzo dai capelli verdi: L’isola dell’arcobaleno.
Una sera mio maritò non tornò a casa. Era mezzanotte passata e io aspettavo in ansia. Uscii fuori e camminai sul marciapiede. Il paese era deserto e arrivata al bar Passarini decisi di tornai indietro perchè avevo lasciato il bimbo a letto da solo. Mio marito tornò alle due di notte: lo avevano trattenuto per togliere tutte le sedie, avvitate sul pavimento, per preparare una pista da ballo.
Stanco di questo lavoro aprì una bottega di riparazione in via Paride (angolo via Canonica) nell’edificio dell’ex Fiat. Dopo un anno chiuse e venne assunto come tecnico dalla ditta Zanchi che aveva un negozio in piazza Matteotti. Ma la ditta andava male, la paga era bassa e a volte mancavano i soldi per lo stipendio. Allora si licenziò e riaprì la bottega in via Canonica. Successivamente si spostò in via Paride.
Ricordo che in quel periodo 1955 morì di tetano la mia madrina, Carla Rossato.
Abbiamo comprato un vecchio furgone da un venditore di vino. Il meccanico Gigi Poletto (1916 2001 ) fece da mediatore e mio maritò gli regalò 3 biglietti da mille lire. Lui li intascò, ma poi tornò indietro per ringraziare; credeva fosse un solo biglietto, dopo si era accorto che erano tre. Però ci disse che il furgone era troppo vecchio e lui non intendeva ripararlo. Così ci siamo rivolti al meccanico Pallaro.
Zia Nella comprò a prezzo di costo l’ultimo frigo rimasto in negozio. Ci chiese di portarglielo a Pastrengo, insieme ad altre cose sue. Mio marito così perdette tempo e benzina. La zia portò a casa molte ciliegie da vendere in bottega e non ce ne regalò neanche una!
Una estate che mio figlio era al mare con mio sorella, abbiamo comprato un’anguria e siamo partiti col furgone per cercare un posto fresco dove mangiarla. Lungo la strada per Verona c’era una fila di macchine ferme. Io suggerii a mio marito di restare in coda, ma lui ha voluto superarle. Così siamo arrivati sul posto di un incidente: una macchina contro una moto. C’era una donna ferita; ci hanno aperto il furgone e l’hanno caricata. Mio marito ha dovuto portarla all’ospedale a Verona e io sono salito in macchina con l’investitore. Ma era nervoso, correva troppo e lo obbligai a farmi scendere. Entrai in un’osteria per aspettare, ma non potevo sedermi perché non avevo soldi con me. Dopo molto tempo mio marito tornò a prendermi e ritornammo a casa. Il furgone era insanguinato e l’anguria la abbiamo buttata via. Raccontai l’accaduto alla mia vicina Nina.
Il mio era un lavoro molto impegnativo. Mi alzavo alle 4 e andavo a letto a mezzanotte: al mattino lavavo i panni al bambino, preparavo da mangiare, portavo il bambino a scuola, ritornavo alla ricreazione per dargli la Rinocidina (contro il naso chiuso) , andavo a fare la spesa e pagare le cambiali, poi in negozio a servire i clienti. Al pomeriggio aiutavo il bambino a fare i compiti (a volte li facevo io per lui imitando la sua calligrafia) cosicché lui fosse libero di andare a giocare. Poi ancora in negozio fino a sera. Dopo cena tenevo la contabilità nel registro dei clienti che pagavano a rate o si dimenticavano di pagare. Ultima la Pasticca del Re Sole quando il bimbo aveva la tosse.
Una mattina sono andata in banca mutua per pagare cambiali e il cassiere mi diede come resto più di quello dovuto. A casa avevo fatto la somma, capii che si sbagliava, ma non dissi niente. Al pomeriggio, mentre stavo facendo il bucato arrivò il cassiere arrabbiato che mi disse: “Bisogna fare bene i propri conti! Abbiamo lavorato tutto il pomeriggio per scoprire l’errore.”
Il ragioniere si era sbagliato e dava la colpa a me. Gli risposi che non avevo avuto tempo per controllare, ma conservavo ancora quello che mi aveva consegnato. Lo feci entrare in saletta e sulla macchina da cucire c’era il resto e le ricevute. Si prese il dovuto e se ne andò.
Un pomeriggio andai in banca agricola a pagare le cambiali e il cassiere si trattenne un importo minore della somma dovuta. Quella volta dissi, con riguardo per non offenderlo: “Ragioniere, dal mio conto sembra che la somma sia differente, ma probabilmente mi sbaglio io…”
Il cassiere rifece i conti, poi uscì dalla cassa per ringraziarmi. Tentò perfino di abbracciarmi, ma io feci un passo indietro. Seguitava a ripetere: “Grazie, grazie, dopo aver scoperto l’ammanco avrei dovuto star qui a rifare tutti i conti fino a sera…”
I Faggioni erano scontenti quando si sono accorti che anziché comprare la verdura nella loro bottega, andavo da Nosè, che aveva un camioncino al Borghetto, dove la verdura era più fresca e costava meno.
Un giorno arrivò zia Nella per dirci che ci aumentava l’affitto. La zia insisteva dicendoci che ci faceva comodo restare lì perché il prezzo era basso. Se non ci andava bene l’aumento dovevamo trovarci in fretta un’altra casa.
Dopo 10 anni in quella casa, siamo andati via. Nel settembre 1958 abbiamo preso in affitto un appartamento all’ultimo piano di un condominio in via Paride di proprietà di Bresciani.
GITE 1950 1955 circa
In marzo siamo andati a Verona in treno in occasione della fiera. Siamo andati in Piazza Bra e poiché faceva molto freddo siamo entrati dentro alla Gran Guardia. Ma il bimbo piccolo si spaventò nel vedere quell’ambiente enorme e mentre salivamo lo scalone incominciò a piangere disperatamente. Allora siamo usciti fuori, ma incominciava a nevicare e ci siamo riparati sotto i portici della farmacia. Siamo tornati a casa alle 11 di sera.
Mio marito comprò una moto rossa Gilera. Io stavo seduta dietro e il bimbo in mezzo a noi. Siamo andati sul lago, dove il bambino si divertiva a correre sui massi e a dare briciole di pane ai pesciolini. Abbiamo noleggiato una barca e fatto un giro, ma ci è venuto il mal di mare.
Siamo andati a Ala di Trento. Abbiamo mangiato vicino a un casotto. Il bambino correva e si divertiva a gridare per sentire l’eco. Abbiamo portato a casa sassi e un mazzo di ciclamini.
Siamo andati in moto a Sottomarina. In spiaggia mio marito ha montato la tenda che aveva costruito lui, fatta con tela di materasso e tubi di alluminio ricavati dalle antenne. Poi ha gonfiato una camera d’aria da camion, per farne un salvagente. Abbiamo mangiato in spiaggia e fatto fotografie con la Comet 2. Il bambino si divertiva molto a scavare e fare buche sulla sabbia. Al pomeriggio arrivò un temporale dal mare e portò vento freddo. Siamo partiti ma il temporale ci inseguiva. Incominciò a piovere e siamo andati dentro il pollaio di una fattoria per ripararci. Poi siamo ripartiti ma il temporale ci ha inseguito ancora per molto. Siamo arrivati a casa tardi. In cielo c’era una luna bianca e faceva freddo
APPARTAMENTO BRESCIANI
Nell’autunno1958 ci siamo trasferiti nell’appartamento al terzo piano in via Paride, di proprietà di Bresciani. Avevamo un televisore Vega e ci divertivamo a guardare Fred Buscaglione, le puntate di Saturnino che faceva retrocedere il tempo e altro. Quando arrivò un temporale ci allagò la cantina e si rovinarono tutte i libretti di canzoni che avevamo depositato là. Poi con l’arrivo dell’inverno incominciammo a sentire freddo, così comprammo una cucina economica Sovrana, da Ferrari. Era pesante e mio marito insieme a Severino la trasportarono fino al terzo piano, (84 gradini) salendo un gradino alla volta.
Una sera con freddo e nebbia Severino suonò perche doveva dirci qualcosa. Io gli risposi stando alla finestra. Ma dovevo gridare per farmi capire e l’aria era molto fredda. Quella notte mi venne mal di gola, poi sintomi di soffocamento e mio marito mi portè in piena notte dal dottor Dall’oca che mi fece una iniezione.
Anche in quel posto non mancavano i problemi: l’affitto era caro; di giorno una segheria adiacente disturbava con il rumore delle seghe; le magliaie al piano terra lavoravano fino a tarda notte facendo rumore; la vecchia Piovesan nel nostro pianerottolo spazzava e ci buttava l’immondizia davanti alla nostra porta.
Anche l’affitto della bottega aumentava continuamente. Il signor Pomè, marito di Laura Cabrini, veniva spesso con gli stivali per dirci che doveva aumentare il prezzo. All’inizio era 12mila Lire, poi 14, poi 16, 18 e alla fine 20mila lire mensili.
CASA NUOVA IN VIALE UNGHERIA
Nel 1959 abbiamo comprato un lotto di terreno in Viale Ungheria. La strada era allora in costruzione e mio marito ha prelevato un grosso sasso da mettere nel cortile; (quel sasso lo abbiamo ancora, come ricordo). Abbiamo fatto costruire una casetta da Lorenzetti, un imprenditore edile che aveva appena iniziato l’attività. Nel piano superiore i muratori sbagliarono le misure e posto l’architrave più basso, così poi hanno dovuto demolire e ricostruire. La casa, costata circa un milione di lire era pronta circa tre mesi dopo. Comprendeva un grosso rustico da adibire a laboratorio e garage. Ma il terreno era basso e quando pioveva il cortile si allagava. Abbiamo fatto portare un camion di terra e uno di ghiaia.
Abbiamo traslocato nel settembre 1959. Mancava l’elettricità e avevamo l’illuminazione con la batteria d’automobile. Inoltre c’era ancora tanta umidità e nei muri e alla sera si vedevano i segni dei blocchi impiegati per la costruzione.
Il posto era bello e tranquillo. Una notte sono arrivati i ladri nella casa vicina (furto di galline mi pare). Le notti successive i carabinieri le trascorsero in una casa in costruzione di fronte alla nostra. Dalla finestra si vedevano le braci delle loro sigarette.
Mio marito tutte le sera andava in bici alla bottega in via Paride per lavorare e tornava a casa tardi. Una sera di nebbia vide in lontananza un uomo davanti alla porta; poi un altro; poi un terzo. Quando arrivò trovò la serratura forzata e i dischi erano stati rubati. Corse all’inseguimento dei ladri: cercò nel gabinetto vicino, dove un uomo stava orinando. Arrivò nella vecchia casa della gioventù dove i ragazzi stavano giocando. In seguito abbiamo saputo da don Egidio che i ladri erano tre ragazzi che si erano rifugiati là.
Una sera di agosto mio marito andò a Castagnaro a suonare la musica. Mamma portò me e il bambino al circo, in Prato della Fiera e ci siamo divertiti molto. Poi ci accompagnò per un pezzo di strada fino a casa.
Un giorno ho trovato la figlia del fabbro Fasolin: mi raccontò che una domenica aveva visitato la nostra casa mentre era in costruzione. Suo padre aveva deciso di comprare il terreno adiacente al nostro per fare casa e officina. Io, sentendo che arrivava un vicino così rumoroso, le suggerii di comprare un lotto di terreno a San Vito. Ma lei insistette che le piaceva proprio quel posto. Infatti comprarono il terreno confinante col nostro.
Mio marito desiderava avere casa e bottega in un unico edificio. Perciò nell’ottobre 1960 vendemmo la casa al daziale che pretese parte dell’arredamento (gli attaccapanni che costruiva mio marito) e fece restaurare una crepa a spese nostre. Dopo comprammo una vecchia macelleria in via Paride.
EX MACELLERIA
Allo scopo di avere casa e bottega nello stesso edificio, mio marito comprò una vecchia macelleria in via Paride (ora questo edificio non esiste più). Intanto, finchè sarebbero durati i lavori di restauro, il mediatore ci trovò in affitto per tre mesi un vecchio palazzo.
Poco dopo il vicino della macelleria fece togliere una lastra di marmo dalla facciata perché sconfinava di due centimetri e mandò a noi il conto dei muratori. Venne più volte a trovarci chiedendo risarcimenti. Un giorno sono andata a vedere la macelleria e il vecchio vicino mi disse: “Alda, quelle finestre in confine bisogna chiuderle.” Dopo pochi giorni ci arrivò una denuncia del vecchio vicino. Mio marito incaricò un avvocato che non si presentò al processo, così lo perdemmo. Un’altra volta siamo andati alla macelleria e abbiamo trovato il muro superiore forato, con due putrelle appoggiate sul nostro pavimento, che sostenevano la tettoia del vicino.
PALAZZO GIRARDI
Dunque nell’ottobre 1960 ci trasferimmo nel palazzo dove aveva soggiornato per 50 anni l’avvocato Girardi. Quella sera io trovai 2 scorpioni nella stanza. Sistemammo la cucina al piano superiore e la Fiat 600 la posteggiammo nel salone al piano terra. Mancava l’acqua e chiesi alla proprietaria il permesso di usare la pompa delle famiglie confinanti. La proprietaria acconsentì a patto che contribuissimo alle spese in caso di rottura.
Nel frattempo incominciarono i guai col vicino della macelleria che veniva a trovarci per chiedere risarcimenti. Fu questo il motivo che ci spinse a vendere la macelleria e acquistare il palazzo.
Intanto il mediatore cercava clienti intenzionati a comprare il palazzo. Dopo circa un mese, una domenica pomeriggio il mediatore arrivò dicendoci di aspettarlo perchè sarebbe tornato insieme a un probabile cliente: il proprietario di un salumificio mantovano che voleva visitare il palazzo ed eventualmente acquistarlo.
I tempi stringevano. Chiudemmo tutto e andammo, io e mio marito, a casa di mia sorella per decidere cosa fare. Ma Irma era occupata con la sua amica Gina, così andammo a parlare in garage.
Decidemmo di comprarlo noi e mio marito andò subito dalle proprietarie per fare una offerta. Le proprietarie, mamma e figlia nubile e anziana, avevano fretta di vendere per trasferirsi a Verona. Chiesero 15 milioni e mio marito ne offrì 7. Si accordarono su 8 milioni e mio marito diede come caparra un assegno da 4 milioni.
Quando tornammo a casa il mediatore ci stava aspettando. Gli dicemmo che avevamo comprato noi il palazzo e lui corse subito dalle proprietarie. Queste confermarono l’avvenuta vendita e commentarono: “Quando la sposa è fatta tutti la vogliono.”.
Il mediatore tornò dicendoci che avevamo fatto un passo più lungo della gamba. Ci ammonì che i milioni sono pesanti. Era dispiaciuto perché aveva perso la mediazione.
In banca non c’era questa somma e mio marito il lunedì mattina fece un mutuo, che richiese anche la mia firma.
Affittammo la macelleria a un macellaio da Porto che vi si trasferì con la famiglia. Successivamente vendemmo la macelleria. Il nuovo proprietario, Angelo, vinse il processo e nel frattempo il vecchio morì.
In inverno incominciarono i lavori di restauro (il minimo indispensabile). Trasferimmo la bottega e laboratorio in una stanza anteriore a l’altra la affittammo a una parrucchiera. In seguito a una mostra di mobili e successivamente alla Democrazia Cristiana.
Ottobre 2017 Aprile 2018
APPENDICE Mamma mi ha raccontato questo due volte nel 2015 circa:
Dopo due o tre anni di matrimonio le cose andavano male. C’era una grande miseria. Mio marito mi trascurava per andare con i radioamatori. Tutto il peso della famiglia era sulle mie spalle.
Un pomeriggio d’estate ti presi in braccio e mi incamminai verso Via San Zeno dove c’era il ponte del fiume Menago. Lungo la strada incontrai una donna che mi conosceva e mi disse: “Alda! Dove vai?”
Dall’espressione del mio viso aveva intuito le mie intenzioni. Risposi che andavo a prendere un po’ di fresco.
Arrivata sul posto mi sedetti sul parapetto del ponte tenendoti in braccio. Le pietre del parapetto erano calde.
Rimasi là seduta tutto il pomeriggio. Verso sera pensai che non avevo il diritto di togliere la vita alla mia creatura, così feci ritorno a casa per preparare la cena.
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