lunedì 27 maggio 2024
IL MISTERO DEL TEMPO Joseph Payne Brennan
JOSEPH PAYNE BRENNAN (1918 1990) E IL MISTERO DEL TEMPO di Sergio Bissoli
C’è una grande differenza fra le storie di Brennan e quelle degli altri autori americani. Solitamente gli autori americani descrivono l’ambiente in modo frettoloso e marginale: una cittadina qualunque, una metropoli, un appartamento anonimo. (oppure una ambientazione esotica che suona falsa).
Brennan invece è molto più accurato e convincente. Egli predilige vecchie case, paesi rurali, villaggi decrepiti che posseggono tutta la potenza e l’intensità del vissuto.
Altra caratteristica presente unicamente in Brennan: questo autore descrive la sofferenza provocata dallo scorrere del tempo. Come conseguenza del passare del tempo, le case, i paesi, i luoghi cambiano e questo dà all’uomo un senso di insicurezza, un dolore psicologico per la perdita di capisaldi nel percorso della vita.
Joseph Payne Brennan in UN EPISODIO IN CAIN STREET (Episode on Cain Street) si aggira in un villaggio abbandonato, fra case decrepite in attesa di venir demolite. Il racconto è struggente e contiene tutta la sofferenza per il tempo che scorre, per le cose perdute, gli amori passati, la giovinezza finita. Gli oggetti vecchi, i luoghi della memoria aiutano a ricostruire un passato ormai lontano e perduto. Ma fino a che punto? Qualcuno riesce forse a trattenere questo mondo fragile fatto di resti e di ricordi, ma a quale prezzo?
Brennan ritorna sul tema con altri stupendi racconti. LA CASA IN HAZEL STREET (The house in Hazel Street) è abitata da un vecchietto ultranovantenne che espone la sua bizzarra teoria per spiegare il tempo.
DENTRO LE PIETRE (In the very stones) di J. P. Brennan. Intere vite sono trascorse dentro una casa e forse non tutto è completamente svanito. Le emozioni forti restano impregnate nei muri di una abitazione. Anche dopo che sono trascorsi gli anni, un sensitivo o qualcuno in uno stato mentale particolare, è in grado di percepirle.
Ancora J. P. Brennan in LA CASA AL NUMERO 1248 (The house at 1248). A quel numero di State Street in New Haven si trova una casa a due piani, di mattoni rossi. La storia racconta il ritorno del protagonista nella casa dell’infanzia, dopo tanti anni, in un pomeriggio di ottobre. La casa è abbandonata e sta per essere demolita. Nei dintorni sorgono case nuove abitate da famiglie nuove, da persone sconosciute. Tutto è cambiato, tutto è mutato, eppure....
EPISODIO DI CAIN STREET di Joseph Payne Brennan
Traduzione Giuseppe Lippi
Se prendete una mappa stradale recente di New Haven e cercate attentamente Cain Street, non la troverete. Non esiste più. Ma ho una buona ragione per ricordarla,
Circa dieci anni fa, New Haven, o almeno buona parte di essa, era ancora come era stata cento anni prima: c'era¬no molti vecchi edifici di mattoni, sia case che negozi, invecchiati dal sole, la neve e la pioggia di oltre un secolo. Devo ammettere che erano quasi tutti ingrigiti da decen¬ni accumulati di polvere e fuliggine, ma non l'ho mai tro¬vato spiacevole. La considero unicamente la patina del tem¬po. Quando il sole del tardo pomeriggio batteva di sbieco su questi edifici, assumevano un aspetto morbido e maturo che il mattone nuovo non potrà mai imitare.
Sapevo che la « città vec¬chia », come chiamavo tra me queste aree venerabili, era condannata. C'erano piani per distruggere praticamente ogni traccia del passato e sostituirlo con immense mostruosità di acciaio, vetro e pietra sintetica, che avrebbero ospitato complessi commerciali, fabbriche ed uffici oltre agli im¬mensi sciami di cittadini che sopravvivevano generazione dopo generazione grazie ai sussidi pubblici.
Consapevole che quasi tutte le strutture del passato erano destinate alla demolizione, mi aggiravo incessantemente per le vecchie strade, sopraffatto dalla nostalgia per i tempi andati, pieno di una desolazione, spirituale che le parole non possono descrivere.
Anche se esistevo nel presente, vivevo nel passato. Aspiravo ai giorni ormai persi nel tempo con un’intensità che colorava tutta la mia vita. Le mie fedeltà, i miei interessi e i miei affetti, avevano tutti radici nel secolo passato. Disprezzavo il presente, con il suo rumore, le sue pressioni incessanti e la crudeltà mostruosa e disumanizzata. Bra¬mavo il passato come un drogato brama il suo oppio.
Era inutile discutere con me. Vivevo nel passato e per il passato, e non sarei mai cambiato.
Parecchie volte, mentre vagabondavo nelle mie passeggiate solitarie, notavo un altro camminatore solitario, che riconoscevo dal suo modo di vestire insolito: giacca e pantaloni neri, cravatta dì corda nera e scarpe nere alte coi ganci. Lo incontravo invariabilmente nella parte più vecchia della città. A volte pas-seggiava lungo i marciapiedi di mattoni, con la testa china come se fosse in trance. Altre volte era immobile su un an¬golo, scrutando qualche antica casa con un'intensità che dava nell'occhio.
Era di altezza media, ma magro in maniera cadaverica, sicché pareva più alto di quanto non fosse. Il suo volto dai lineamenti sottili appariva di mezza età, anche se avevo notato capelli bianchi come neve lungo il bordo del suo cappello nero a larga tesa. Se devo menzionare un altro colore, ricorderò il grigio dei suoi occhi, anche se personalmente li ho sempre considerati incolori, come l'acqua, come il vento. E tuttavia, paradossalmente, il loro sguardo sapeva essere penetrante (parola trita ma insostituibile), come imparai più tardi. La sua espressione complessiva era enigmatica, riservata, diffidente. E mi sembrò a volte di leggere della paura in quel volto fine.
Col passar del tempo cominciammo a incontrarci con maggior frequenza. Stupidamente ciascuno di noi faceva finta che l'altro non esistesse, che nessuno di noi avesse visto l’altro.
Nel frattempo, i piani per la distruzione della « città vecchia » venivano affrettati. Il pesante, brutale maglio del « progresso », privo di discernimento, non poteva venire arrestato.
Man mano che mi rendevo conto che i vecchi edifici e le strade che amavo sarebbero stati polverizzati anche prima di quello che mi ero aspettato, mi misi a percorrerli con maggior frequenza, soprattut¬to durante il tardo pomeriggio, al crepuscolo e di notte. Li infestavo come un fantasma senza pace. Ed ero tormentato; il pensiero della loro imminente distruzione mi gelava l’anima e mi rendeva quasi fisicamente malato. Anzi, persi l'appetito e dimagrii notevolmente.
Adoravo il tempio del passato; la sua distruzione mi colpiva come l’attacco di una vera malattia. Mi aggiravo senza pace, febbrilmente, maledicendo i compiaciuti imbecilli che misuravano il progresso dalle cosiddette « statistiche di crescita »: il numero di nuovi edifici insopportabilmente brutti, il numero di strade allargate, di nuovi parcheggi, di nuove « unità immobiliari » per le sciamanti orde proletarie che vendevano il loro voto in cambio di elargizioni sempre maggiori.
Ormai incontravo il mio compagno di vagabondaggi quasi giornalmente. Finalmente arrivammo a guardarci a vicenda con incertezza, ma ancora nessuno di noi parlava. Alla fine il fato, sotto forma di un improvviso e violento temporale di tarda estate, ci riunì.
Ero lontano dalla mia de¬primente abitazione, nella parte centrale della città vecchia, un'area di venerabili edifici in mattoni di case consunte dal tempo di mattoni e legno, di marciapiedi di mattoni e viuzze e vicoli acciottolati. Non lontano scorsi il campanile di una vecchia chiesa di pietra (ormai da tempo ridotta in macerie) dove mio nonno era stato organista molti anni fa.
II temporale arrivò di colpo verso il crepuscolo. Ci furono pochi rombi di tuono come preavviso, poi la pioggia arrivò a cataratte, sferzata dal vento. Mi infilai nel vano della porta di un piccolo negozio abbandonato e lo trovai meno profondo di quanto avevo pensato. La pioggia scrosciava anche nel mio piccolo rifugio: mi accucciai contro la porta, cercando di decidere se restare dov'ero e infradiciarmi completamente, o tentare di corsa di raggiungere un altro riparo.
Mentre esitavo, infelice, scese l'oscurità e il temporale peggiorò ancora. Stavo per saltar fuori nella speranza di trovare un riparo migliore quando un eccezionale lampo bluastro illuminò tutta la stra¬da. In quel breve bagliore accecante mi passò davanti l'uo¬mo dal vestito nero. Miracolo¬samente, non saprò mai per quale ragione, si girò e mi vi¬de.
Si fermò, mi fece un cenno e disse qualcosa; un rombo di tuono assordante scoppiato proprio in quel momento soffocò le sue parole. Compresi però che mi stava offrendo ri¬paro, o aiuto di qualche ge-nere. Balzai fuori dal mio an¬drone inondato e mi affrettai a seguirlo.
Percorremmo di corsa e in silenzio circa un isolato, poi entrò in una piccola casa. La vidi solo di sfuggita ma notai che era di mattoni e sembrava la più vecchia tra tutte le case che avevo vistò in città.
Ormai completamente fra¬dicio, seguii il mio soccorritore in un ingresso buio.
« Aspetti qui un istante », mi ordinò.
Entrò in un’altra stanza, annaspò brevemente, e la morbida luce del gas scacciò l’oscurità. Mi invitò a entrare. Mentre rimanevo in piedi, gocciolante, si chinò su un antiquato caminetto. In pochi secondi, lingue di fuoco scoppiettanti stavano aggredendo una pila ordinata di legna.
« Stia vicino », mi ordinò.
Obbedii volentieri; l'acqua colava dai miei vestiti sul legno pulito e verniciato del pavimento a larghe assi. Men¬tre mi giravo accanto al fuoco, lasciò la stanza, ma riapparve presto con una bottiglia, dei bicchieri, ed una specie di boccale di rame dal lungo manico.
« Non so come ringraziar¬la... », cominciai.
Mi fece tacere con un cen¬no. « Riparo dalla tempesta. Roba da niente. Qualunque gentiluomo lo offrirebbe; non merita ringraziamenti ».
Apparentemente indifferente ai suoi stessi abiti fradi¬ci, versò il contenuto della bottiglia nel boccale e lo ten¬ne sospeso sul fuoco. « Rum caldo », spiegò, « è ottimo ».
In breve eravamo tutti e due seduti davanti al fuoco, sorseggiando il miglior rum caldo del mondo. Il mio im¬previsto ospite si presentò come Thaddeus Woolson. Per un po' rimase taciturno, ma quando il calore del legno scoppiettante e quello del rum fecero effetto cominciò a parlare. Non fui sorpreso nell'apprendere che, come me, era un amante delle cose antiche e del passato. Ma rimasi sorpreso per la sua conoscenza enciclopedica della vecchia New Haven. Conosceva la sto¬ria locale degli ultimi duecento anni nei dettagli più minu¬ti. Poteva riferire avvenimenti di un secolo fa con la chiarez¬za di un testimone oculare. Poteva descrivere strade, inte¬re aree della città, come erano esistite un secolo e mezzo pri¬ma.
Alzò le spalle quando gli manifestai il mio stupore. « Ho passato l'intera vita a studiare il passato. Con un rigido addestramento, la memoria mi¬gliora ».
Appena menzionai il mio dispiacere al pensiero dell'im¬minente distruzione che avrebbe presto cancellato la maggior parte della città vecchia, un'ombra grigia gli passò sul volto.
Fissò le fiamme per lunghi minuti prima di parlare.
« Sì, so che sta arrivando. E penso che anche i miei giorni siano ormai contati. Mi va anche bene. Non ho desiderio di vivere dopo che tutto il passato è stato distrutto ».
Anche se capivo perfettamente i suoi sentimenti, cercai di rallegrarlo. « Non deve abbandonarsi alla disperazione. Non possono distruggere tutto! ».
Sorrise amaramente. « Al contrario. L'uomo è diventato il gran distruttore. La distru¬zione di una singola città è solo un episodio nella sua car¬riera letale ».
Cadde in un cupo silenzio e non parlò quasi più.
Mentre finivo di sorseggiare il rum, mi guardai in giro nella stanza semplicemente arredata. Aveva un aspetto coloniale, l'aspetto di una stanza intorno al 1790, sedie e tavoli semplici e costruiti a mano, tappeti intrecciati sul pavimento di assi, peltro vecchio stile e un po' di porcella¬na su una credenza modesta. Le candele e le lampade a olio di balena avevano ceduto il posto alle lampade a gas, ma l'impianto del gas era, credo, l’innovazione più moderna nella stanza.
Quando il tuono divenne solo un mormorio lontano e la pioggia scrosciante si trasformò in una pioggerella minuta, mi alzai per andarmene. Il mio ospite mi accompagnò alla porta e zittì di nuovo i miei ringraziamenti.
« Deve ritornare », mi disse. « Abbiamo molto di cui parlare ».
Lo assicurai che nulla avrebbe potuto tenermi lontano. Sorrise enigmaticamente e chiuse la porta.
Guardando verso l'alto mentre raggiungevo la fine dell'isolato, vidi che la mia nuova conoscenza viveva in Cain Street. Mi tornò in mente da precedenti passeggiate nella zona; sapevo che era una delle più vecchie strade di un solo isolato in città.
Mentre mi trascinavo verso casa attraverso la pioggerella, sperimentai la bizzarra sensa¬zione di essermi addormenta¬to sulla soglia sferzata dalla pioggia e di aver sognato l'in¬tero episodio del mio amico in nero.
Ma non era un sogno. Lo incontrai presto di nuovo, e col passar dei giorni diventai un frequente ospite serale nella piccola casa di mattoni di Cain Street.
Sedevo volentieri per ore mentre parlava del passato. Aveva la capacità di renderlo vivo in un modo che avrei creduto impossibile. La sua memoria era prodigiosa e ine¬sauribile. Molte notti tornavo a casa dopo mezzanotte ancora in preda all'incantesimo dei suoi racconti e aneddoti. A volte passeggiavamo insieme al crepuscolo e mi indicava singole case ed edifici, rac¬contandomene in dettaglio la storia degli ultimi cento o più anni.
Poco dopo l'inizio delle no¬stre passeggiate insieme, co¬minciò la distruzione della città vecchia. Bulldozer, auto¬carri, e l’equivalente moderno degli arieti presero il potere in forze. Uno per uno i vecchi e-difici vennero sbriciolati e spinti nell'oblio. Calcinacci si sparsero per le strade e una nuvola di polvere rimase sospesa nell'aria. In più di un'occasione scoppiarono incendi nelle rovine dopo l'o¬scurità.
Appena le macchine della distruzione si misero in moto, notai un netto e sconvolgente cambiamento nel mio nuovo amico, Thaddeus Woolson. La pelle della sua faccia fine sembrò più tirata e tesa che mai; i pallidi occhi grigi apparivano caldi e febbricitanti; se possibile, la sua magra figura divenne ancora più cada-verica. Cercai di confortarlo, facendogli notare che almeno qualcosa del passato poteva venir conservato sotto forma di lettere, libri, oggetti antichi e così via. Anzi, lo incitai a scrivere lui stesso una storia della vecchia New Haven. Ma sembrava sordo alla mia sim¬patia e ai miei suggerimenti. Ammise, alla fine, che avrebbe dovuto scrivere una storia locale molto tempo prima. Quando lo incitai a cominciare subito, tuttavia, uno sguardo di stanchezza infinita gli apparve negli occhi. « E’ troppo tardi ormai », mi rispose, « le mie energie diminuiscono o¬gni ora che passa ».
Di necessità, le nostre pas¬seggiate diventarono sempre più limitate. Lentamente ma regolarmente le ruspe e le massicce palle d'acciaio di¬struggitrici si avvicinavano.
Divenni estremamente preoccupato per Woolson e mi presi l'impegno di andarlo a trovare ogni giorno. Rimaneva nella sua piccola casa di Cain Street per la maggior parte del tempo, facendo solo una passeggiata molto breve al crepuscolo.
Col passar del tempo il suo aspetto diventò così allarmante che lo esortai a farsi visitare da un dottore. Era inutile. Non faceva nessuno sforzo per uscire dal pantano di depressione nervosa ed esaurimento fisico in cui era caduto. Le ossa del viso sembrava dovessero perforargli la pelle tesa. I suoi occhi cerchiati di rosso cominciarono a brillare. E io non potevo fare niente.
Per molti anni avevo raccolto fotografie di New Haven; avevo promesso di portargliele per scorrerle, ma per un motivo o per l’altro non lo avevo mai fatto. Una sera mi venne in mente che il momento attuale poteva essere perfetto per portargliele. Per qualche ora almeno potevano distogliere la sua mente dal turbine di distruzione che stava distruggendo la città che lui aveva conosciuto. E forse potevano confortarlo un poco.
Le tirai fuori e cominciai a guardarle, con una forte lente d'ingrandimento, come era mia abitudine, per cogliere i dettagli. Con quell'aiuto, in¬segne di negozi altrimenti in¬decifrabili potevano venir lette: vetrine, veicoli, e anche volti potevano venir portati vividamente a fuoco.
Ero arrivato circa a metà della collezione, quando trovai una foto di strada con la didascalia Chapel e State Street, 1842. Non c'era nulla di notevole nella fotografia. Mostrava un incrocio polveroso con qualche negozio, marciapiedi sotto antiquati portici di legno e un certo numero di carri a cavalli. Un gruppo di persone stava sull'angolo, vestito con gli abiti dell'epoca. D'impulso guardai con la len¬te questi antichi oziosi. Facendo così, la faccia di uno di loro mi fece quasi mollare la lente. Era la faccia del mio amico, Thaddeus Woolson! Naturalmente sapevo che era impossibile. Ridendo della mia stessa sorpresa, mi resi subito conto che stavo guardando uno dei suoi antenati, un nonno, probabilmente. Somiglianze del genere non sono certo rare.
Mettendo la foto in cima alta collezione, infilai il tutto in una scatola di scarpe e mi avviai verso la casa del mio amico a Cain Street.
Il cammino attraverso la città era scoraggiante. Interi isolati erano stati rasi al suolo.
Un’intera strada. non esisteva più. L'odore di gesso umido e la polvere di pietra rimaneva¬no sospesi nell'umida aria autunnale.
Woolson mi salutò abbastanza cordialmente, ma con mio intenso disappunto mostrò poco interesse per le fotografie. Quando gli feci notare il suo volto che si guardava in giro su un angolo di strada del 1842, sembrò momentaneamente stupito, ma depose presto la foto.
« Thaddeus Woolson, mio bisnonno e omonimo », com¬mentò, come se la coincidenza non avesse importanza. « Ho un suo dagherrotipo da qual¬che parte ».
Raccolsi le foto con un so¬spiro mentre lui scivolava nel silenzio.
Col passare dei giorni e l'avvicinarsi dei bulldozer, si¬mili a qualche nuova specie di dinosauri d'incubo, divoratori di mattoni, sempre più pros¬simi a Cain Street, Thaddeus Woolsoon lasciava raramente la casa. Tutti i miei argomenti restavano senza effetto. O se¬deva senza dire una parola, o passeggiava avanti e indietro febbrilmente. Sembrava ango¬sciato per qualche catastrofe imminente e inevitabile. Cominciai a credere che potesse essere in preda a febbre cere¬brale, o che potesse stare im¬pazzendo veramente.
Anch'io aborrivo la distru¬zione della città vecchia, ma anche se a volte mi ero sentito male pensandoci, e assistendovi, ero deciso a sopravvivere come individuo e a continua¬re per quello che potevo, a conservare qualunque cosa ri¬manesse che si riferiva al pas¬sato, fossero solo antichi documenti e storie scritte.
E mentre simpatizzavo con la disperazione di Thaddeus Woolson, facevo del mio me¬glio per combatterla. Ma i miei sforzi erano inutili.
Alla fine, inevitabilmente, il mio amico ricevette un av¬viso finale di esproprio. Gli era stato comunicato di muo¬versi parecchi mesi prima, ma non aveva fatto tentativi di trovare un altro alloggio. Per interi isolati intorno a Cain Street le case e i negozi erano deserti; l'area sembrava una città fantasma in miniatura. Solo pochi topi e ogni tanto un relitto umano vagavano per le strade abbandonate.
Una sera, mentre entravo nella casa di mattoni, il mio amico mi indicò l'avviso di e¬sproprio che stava su un tavo¬lo lì vicino. A giudicare dalla sua espressione, poteva essere una sentenza di morte.
Cercai di ragionare con lui, facendogli notare che l'amministrazione comunale gli a¬vrebbe pagato un buon prez¬zo per la proprietà appena a¬vesse compilato i documenti necessari. Poteva anche rivol¬gersi ad un legale, aggiunsi, e forse ottenere una cifra mag¬giore.
Alzò le spalle. « Il denaro non significa niente per me, ora », commentò con una deci¬sione che mi gelò.
Lo lasciai poco dopo, sentendo che non potevo fare al¬tro. Se rifiutava di andarsene, i suoi beni sarebbero stati messi in strada e lui sarebbe stato portato fuori con la for¬za. Era assurdo, mi pareva, trascinare le cose a un punto così estremo e senza senso.
In una gelida notte di novembre, mentre il vento gemeva e sospirava attraverso gli edifici abbandonati della città vecchia, mi diressi di nuovo verso la casa di Cain Street. Entrando nell'area condannata, trovai rovine giacenti da ogni parte. Fredda luce lunare scintillava su vicoli disseminati di vetri rotti, Imposte mezzo scardinate sbattevano quando il vento le faceva oscillare avanti e indietro. Porte dimenticate, per metà cadenti, cigolavano, sbattevano, cigolavano e sbattevano di nuovo. Non c'era in vista neanche un passante o un veicolo. Ogni isolato o due incontravo autocarri, bulldozer e gru parcheggiate in qualche spazio vuoto, in silenziosa attesa dell'assalto del mattino dopo. Case vecchie di cento anni erano diventate mucchi di mattoni. Antiche chiese, magazzini e negozi non erano più niente se non frammenti ammucchiati nel vano di qualche cantina. Il marchio della de¬solazione, dell'abbandono, e¬ra dappertutto. E mentre mi incamminavo alla volta di Cain Street, il vento selvaggio non smetteva di gemere.
Thaddeus Woolson non ri¬tspose quando percossi l’antiquato batacchio di ottone. Provai la porta, la trovai non chiusa a chiave, ed entrai.
Il mio amico era afflosciato davanti a un tavolo, con la testa tra le mani, l’avviso di esproprio davanti a sé. Il gas e¬ra stato tagliato da molto tempo e ora una singola candela illuminava la stanza. Mentre il vento si infilava dalla porta e le ombre ballavano tutto in giro, alzò la testa.
Rimasi a bocca aperta, guardandolo con costernazio¬ne. Nei pochi giorni dalla mia ultima visita era peggiorato in maniera sconvolgente. La sua faccia scavata, gialla, dagli oc¬chi arrossati, sembrava quella di una mummia. Dimostrava molti più anni di quando l'a¬vevo visto per l'ultima volta.
Arretrai verso la porta. « I… io chiamo un'ambulanza! », gli assicurai.
La faccia devastata si contorse in un ringhio. « Chiuda la porta, idiota! ». Gli occhi erano fissi nei miei come quelli di un pazzo. Chiusi la porta e mi sedetti vicino a lui.
Lasciò cadere di nuovo la testa e per cinque minuti buoni sedette immobile. Finalmente rialzo il capo. « Mi spiace, ma non sono più io; la fine si sta avvicinando rapidamente ». La voce ora era calma, ma per qualche motivo la trovavo più spaventosa di prima.
« Non c'è' nulla che possa fare? », chiesi.
Scosse la testa. « Nulla. Il tempo farà ciò che vuole di me; non posso resistere ancora».
« Ma sicuramente... ».
Alzò una mano. « Mi ascolti. Lei mi è stato amico, l'u¬nico amico in questi ultimi anni, e ha diritto a una spie¬gazione finale. Conosce la ve¬ra natura del tempo? ».
Mi mossi a disagio sulla se¬dia, mentre i suoi occhi cer¬chiati di rosso sembravano brillare di una interna febbre devastante.
Alla fine parlai, aggrottan¬do la fronte. « Penso che il tempo sia una dimensione, soggetta a leggi fisiche ».
« È così, ed è anche qualcosa di più. Non le è mai venuto in mente che il tempo è collegato in modo inestricabile con il luogo, il milieu? Che il tempo, essenzialmente, è cambiamento? E che se qualcuno potesse, mettiamo, uscire dalla corrente del tempo in un luogo relativamente im¬mutabile, potrebbe (data sufficiente forza di volontà e potere di concentrazione) sfuggire al venir trascinato in avanti dalla sua marea? ». I suoi occhi scintillanti trapassavano i miei.
« Non lo avevo considerato sotto questo aspetto », ammisi.
« Bene, le dico che è vero! », esclamò. « Perché crede che sia rimasto attaccato così ferma¬mente alla città vecchia, e ora a questa singola casa? Perché crede che sia invecchiato così terribilmente in questi ultimi giorni? Non riesce ad indovi¬nare? ». La sua voce era diventata acuta; nella tenue luce della candela gli occhi sem¬bravano fosforescenti.
Ero convinto che stesse dav¬vero impazzendo. Cercai di calmarlo. « È un soggetto interessante », risposi evasivamente, « ma forse potremo discuterne meglio un'altra volta ».
Colse la mia ultima frase. « Un'altra volta! Non ci sarà un'altra volta! Il tempo ha finito con me! Non me ne rimane più! Le dico… Ascolti! ». Smise di parlare e si alzò, ascoltando.
Vicino si sentiva il fragore e il ruggito di macchinari che venivano avviati.
Mi guardò. « Cos'è? ».
Esitai. « Be’... Ho letto qualcosa nei giornali sul fatto che la demolizione dell'area è in ritardo. Mi sembra che l'articolo dicesse qualcosa su un turno di notte ».
« Infami senza pudore! », urlò. « Non mi possono neanche lasciare un'ultima notte! Pri¬ma di mattino saranno qui... proprio a questa casa! ». Si guardò, follemente intorno.
Il rombo e lo stridore di autocarri, bulldozer e altre apparecchiature di distruzione crebbe di volume.
Mi alzai, con l'intenzione di farlo ragionare. « Lei deve radunare i suoi documenti e oggetti personali e andarsene appena possibile », gli coman¬dai. « Venga, l'aiuterò. Dopo tutto avrebbe dovuto già an¬darsene qualche settimana fa. ».
Si sedette. « Non lascerò mai questa casa », rispose con cal¬ma. « Lasciamo che vengano, dunque. È troppo tardi. Lei farebbe meglio ad andarsene ».
« Assolutamente no! », ribat¬tei indignato. « Non posso lasciarla così ».
Scrollò le spalle. « Molto be¬ne. È stato avvertito. Le conseguenze non saranno uno spettacolo piacevole. Sono stato... ». Si interruppe e cadde in uno spasimo di tosse convulsa che continuò ininterrotto. Sembrava che i polmoni gli venissero strappati a brandelli dal petto. Quando finalmente si placò, il sudore gli scorreva lungo il volto. Appariva così grigio, rugoso e spettrale che, mio malgrado, rabbrividii.
« Dato che non vuole andar¬sene », sussurrò, « tanto vale che le dica l'intera verità. Ricorda quella fotografia di strada che mi ha mostrato, quella presa nel 1842? ».
Annuii. « La ricordo bene. Mi aveva detto che la persona che le assomigliava in maniera così stupefacente era suo bi¬snonno ».
Sorrise debolmente. « Be', non lo era… ero io! »
Studiai da vicino la sua faccia. Anche se poteva essere pazzo, non stava di certo prendendomi in giro.
Decisi di dargli corda. « Molto bene. Mi lasci pensare, quella foto è stata scattata centotredici anni fa, e siccome lei dimostrava circa quaranta anni, adesso dovrebbe avere approssimativamente centocinquantatrè anni ».
Fece un cenno col capo. « I suoi calcoli, sono abbastanza corretti. Ma in realtà avevo già settantadue anni quando venne scattata quella foto nel 1842. Sono nato nel 1770 ».
« Vedo. Allora, se non sbaglio, lei ora ha centottantacinque anni? »
« Esattamente. Sono sfuggito alla corrente del tempo per oltre un secolo. Vivendo solo nel passato, giorno e notte, sognando il passato, ponen¬domi nel passato a forza di volontà, sono sopravvissuto ».
Fece una pausa, poi scosse la testa. « Ma ora sono perdu¬to. La concentrazione, che da lungo tempo pratico, non è sufficiente da sola. Bisogna continuare ad esistere nello stesso ambiente. Bisogna avere attorno a sé molto del passato, molto che sia rimasto im¬mutato. È essenziale. Sono sopravvissuto per anni, in un'isola che si riduceva conti¬nuamente. Potrei ancora so¬pravvivere per breve tempo in questa stessa casa, ma ... ».
Gli si spezzò la voce e ge¬mette. « No, non potrei. È troppo tardi, troppo tardi! La mia forza se ne è andata ».
La testa gli ricadde sul tavolo e pensai che fosse svenu¬to. Ma appena un cambio del vento portò distintamente il rumore dei macchinari, balzò su di nuovo.
« Non, possono lasciarmi in pace? Devo passare tra i tor¬menti le mie ultime ore? Le dico che quel rumore inferna¬le mi sta strappando il cervel¬lo a brandelli! ». Urlò l'ultima parola e continuò a urlare. Era il grido incontrollabile di un pazzo.
Rimasi seduto senza paro¬le, paralizzato, trafitto da quell'orribile suono.
Di colpo il gridare cessò, solo per venir sostituito dalla stessa tosse lacerante che lo a¬veva scosso prima. Questa volta era molto peggio. Mentre guardavo, inorridito, il sangue gli sgorgò dalla bocca.
Si alzò barcollando, graf¬fiandosi la gola. Il suo volto era diventato letteralmente indescrivibile. Era grigio; ora era diventato nero. Le labbra si contorsero, mettendo in mostra denti gialli e marci. La carne e la cartilagine del naso avvizzirono. La pelle tesa sulle guance si spaccò, esponendo le ossa sottostanti. Sangue gli uscì dagli angoli degli occhi.
Rimasi senza parole, incapace di muovermi, incapace perfino di pensare, gli occhi fissi sul tremendo spettacolo. Non riuscivo a muovere la te¬sta.
Per breve tempo continuò a barcollare in giro, lacerandosi la gola. I suoi occhi diventarono piccoli punti di luce nelle orbite che si andavano af¬fossando. Il naso sembrò venir improvvisamente risucchiato, non lasciando niente tranne l'impressionante fossa di un teschio. La spaventosa smorfia dai denti gialli diventò quella di un cadavere le cui labbra si fossero decomposte.
Ondeggiò, urtò contro il tavolo e cadde al suolo. E mentre guardavo, come una statua di pietra colta nell'incantesimo di uno stregone, l'intera carne della faccia si sfaldò; mentre le mani gli sci¬volavano dalla gola, la pelle si annerì e disparve, e divennero le mani gialle, articolate di u¬no scheletro. Anche i capelli bianchi si staccarono dal cra¬nio e scesero ondeggiando sul pavimento.
Gli abiti, che avevano già cominciato a disintegrarsi, si trasformarono in brandelli di stracci che poi si sbriciolarono del tutto.
Le ossa ingiallite dello sche¬letro diventarono marrone e cominciarono a ridursi in pol¬vere. Alla fine non rimase nulla di visibile sul pavimento tranne frammenti di un cranio, femori e qualche dente sparso.
Finalmente, mentre la mia mente continuava a turbinare quasi in preda alla follia, riuscii ad alzarmi e mi precipitai alla porta. Come un animale impazzito, corsi giù dai gradini e mi buttai nella notte.
Raggiunta l'estremità di Cain Street mi fermai e mi girai, anche se non saprò mai cosa mi spinse a farlo. La casa di mattoni di Thaddeus Woolson stava già fiammeggiando. In fondo al mio cer¬vello febbricitante capii cosa era successo: nella mia fuga improvvisa avevo fatto cadere la candela; il vento violento, infilandosi nella porta aperta, aveva attizzato il piccolo fuoco trasformandolo in una confla¬grazione crescente che stava consumando tutta la casa.
Corsi senza fermarmi nella notte. Quando raggiunsi fi¬nalmente la mia abitazione, crollai, e in seguito stetti male per parecchi giorni. Il mio dottore all'antica disse che soffrivo di « febbre cerebrale causata da shock ». Non mi chiese mai quale fosse stato lo shock e io non mi offrii mai di spiegarglielo.
Appresi più avanti che la casa di Thaddeus Woolson era stata completamente sventrata. Dato che doveva venir demolita il giorno dopo, non era stato fatto nessun tentativo di spegnere l'incendio. Rimisero in piedi solo i muri anneriti, e anch'essi vennero presto abbattuti.
Non trovarono mai i frammenti di ossa nelle rovine. E siccome nessuno mi aveva visto lasciare la casa, la questio¬ne è chiusa.
Se è stata fatta qualche in¬dagine riguardo a Thaddeus Woolson, non ne ho mai saputo niente.
Mi piace immaginare che, per sempre lontano dalla terrena marcia degli eventi, la sua ombra stia ancora vagando per le strade di qualche antica città persa nel tempo.
LA CASA IN HAZEL STREET di Joseph Payne Brennan
In quell'estate secca e calda ero quasi al verde e passa¬vo il tempo girovagando per le strade polverose semplicemente per allontanarmi da quella gabbia insopportabile che era stata pubblicizzata come un'ariosa stanza arredata.
Lasciare il mio loculo per uscire in strada era come passare da una fornace in un forno, ma almeno c'era un minimo di differenza, quindi io preferivo girovagare senza posa, debole a causa della calura e tuttavia troppo irrequieto per sedermi; fino ad allora avevo creduto di conoscere bene New Haven, ma quell'estate mi trovai a percorrere sudando strade di cui non avevo mai sentito parlare prima.
Fu così che scoprii la fatiscente casa in Hazel Street, leggermente distanziata dalle popolose e malconce abi¬tazioni vicine, sprangata e silenziosa, distorta e segreta; la sua vernice grigia si era crepata e staccata, dando all'edificio un aspetto trasandato e chiazzato.
La prima volta che la vidi, ebbi l’impressione che quella casa fosse in qualche modo al di fuori del tempo, che fosse soltanto lo spettro di qualche altra cosa, il guscio visibile e tuttavia ingannevole di un'altra costruzione, ma in quel momento ero surriscaldato al punto di essere prossimo al collasso, e lo stato quasi di delirio può produrre strani effetti.
Quella sera, mentre giacevo sul mio scomodo letto nella soffocante stanza "ariosa" affittatami dalla signora Fern, l'immagine della casa continuò a tornarmi in mente e io mi dissi che era soltanto una casa di legno, disabitata, trascurata dal suo proprietario, lasciata a marcire in una sporca strada dei quartieri poveri del porto, dove un tempo... forse ottant'anni prima... era possibile che fosse cresciuta una fiorente macchia di noccioli.
Quei ragionamenti però non servirono a nulla e il giorno successivo tornai in Hazel Street per fissare con occhi socchiusi quell'infernale trappola per topi. Intor¬no a me il selciato tremolava per il calore e per una volta perfino i monelli urlanti e i cani ringhianti erano silenziosi. Indifferente al sudore che mi scorreva sotto gli abiti sporchi, rimasi a lungo a esaminare con atten¬zione la casa... e d'un tratto la porta si aprì.
Non la vidi muovere, ma all'improvviso mi accorsi che era aperta e che nell'ombra della soglia c'era qual¬cuno che mi invitava ad avvicinarmi.
Non avevo nessun desiderio di entrare... e tuttavia lo feci. Percorso il sentierino di mattoni bordati di mu¬schio che attraversava un giardino cosparso di roseti ormai morti, salii una breve rampa di scricchiolanti gradini di legno: appena all'interno della soglia c'era un vecchietto che dava l'impressione di essere strisciato fuori da sotto le grondaie dopo essere rimasto in iberna¬zione per mezzo secolo.
L'ometto era così curvo e vecchio da indurmi a chiedermi come facesse a restare integro, e il suo logoro vestito marrone sembrava un velo di ruggine che gli fosse stata riversata addosso e gli avesse aderito alla persona.
Nonostante questo entrai lo stesso e ben presto mi trovai seduto in un ombroso salotto pieno di ragnatele e arredato con grosse poltrone vittoriane dotate di coprischienale, con enormi ritratti e con un assortimento di anticaglie che annegavano nella polvere.
- Ti ho visto osservare la casa e ho capito che eri incuriosito - commentò con un inchino il mio strano ospite, che si teneva nell'ombra, - È per questo che ti ho invitato a entrare. Ti andrebbe di bere un po' di sarsaparilla?
In quel momento avrei bevuto anche acqua di fosso bollita, quindi annuii in segno di assenso, e mentre giocherellavo con il bicchiere di vetro smerigliato ormai vuoto (avevo trangugiato la sarsaparilla in un sorso) il mio ospite si presentò.
- Io sono Jonathan Sellerby - disse - e vivo in questa casa da novantasette anni. Io sono nato qui.
Lo guardai con sorpresa perché capitava di rado incontrare una persona di novantasette anni che non fosse relegata a letto o su una sedia a rotelle.
- Novantasette anni - ripeté lui, incontrando il mio sguardo con quello dei suoi occhi incolori. - Ma cos'è il tempo? Anni accumulati come altrettanti mattoni? Piccole fette di vita ammucchiate le une sulle altre? Quanto siamo sciocchi! Il tempo è una dimensione, il tempo è eterno.
L'intensa serietà del suo discorso mi sorprese, ma poi riflettei che probabilmente quell'uomo viveva solo da anni e che continuando a rimuginare fra sé aveva finito per elaborare strane idee. Se non altro, appariva innocuo.
- Altra sarsaparilla? - chiese.
Gli consegnai il bicchiere e mentre lui usciva con passo barcollante esaminai la stanza; la penombra era però così fitta a causa delle imposte chiuse che riuscii a distinguere pochi dettagli, a parte il fatto che l'arredo era tutto vittoriano... massicce e adorne poltrone e diva¬ni, tende frangiate, un vecchio organo a pompa, il tutto rivestito da uno spesso strato di polvere grigia.
Poi il mio ospite tornò e mi consegnò il bicchiere di sarsaparilla con un elegante inchino.
- Non è più quella di un tempo... di quando ero giovane. Allora la sarsaparilla aveva un sapore speciale, e andarne a bere un bicchiere era il grande evento della settimana. Il sabato notte andavamo al Turner's Empo¬rium e ordinavamo della sarsaparilla, e ti garantisco che a quell'epoca era una bevanda davvero speciale! ¬- Mentre parlava nei suoi occhi affiorò una strana espres¬sione e lui parve addirittura tremare per l'eccitazione mentre proseguiva: - Forse... forse stanotte potremmo andare da Turner's, soltanto noi due. È proprio dall'al¬tra parte della strada, sull'angolo. Aspetteremo che ab¬biano acceso le lampade a gas e che la maggior parte dei carri delle birrerie siano passati, poi andremo a berci un vero bicchiere... - Interrompendosi mi fissò e chie¬se: - Cosa c'è? Ti senti male?
Non so di cosa si fosse trattato... se dei suoi discorsi assurdi, del calore, dell'aria stantia della stanza... ma quando cercai di alzarmi all'improvviso mi sentii stor¬dito e debole come un neonato e ricaddi all'indietro sulla poltrona, scuotendo il capo.
- Soltanto un po' di vertigini - mormorai. - Fra un momento starò bene.
La sensazione però non passò, e per quando non mi sentissi veramente male continuai a essere debole e tormentato dalle vertigini, a1 punto che il pensiero di tornare al calore rovente della strada mi sgomentava.
Il mio ospite, Jonathan Sellerby, parve avvertire la mia apprensione e sul suo rugoso volto da gnomo ap¬parve un'espressione di genuina sollecitudine.
- Se vuoi restare sei il benvenuto - affermò, annuen¬do. - Stanotte farà più fresco, vedrai. Adesso, se mi vuoi scusare...
Mentre lasciava la stanza io chiusi gli occhi e mi appoggiai all'indietro sullo schienale della poltrona, garantendo a me stesso che, per quanto quella fosse una situazione strana, restare lì e recuperare le forze prima di avventurarmi di nuovo in strada era la sola cosa sensata da fare.
Mentre mi assopivo mi chiesi come mai fossi entrato in quella casa, cosa mi avesse indotto a farlo. Adesso che ci pensavo era successo tutto in modo assurdo: il vecchio signor Sellerby aveva semplicemente aperto la porta, mi aveva rivolto un cenno d'invito e io ero entrato.
Assolutamente ridicolo! Dopo tutto, cercai di ragio¬nare, quella casa mi aveva affascinato, in essa c'era qualcosa che aveva attirato la mia attenzione, quindi era soltanto naturale che fossi entrato a far visita al signor Sellerby, per aiutarlo a tornare dove doveva andare, dove lui e io saremmo andati insieme questa notte. Ma dove saremmo andati? Ma certo, lo sapevo… dovevamo andare... andare... sì, quasi lo rammentavo… ma certo! Dovevamo andare al Turner's Emporium per bere la sarsaparilla, quel genere di sarsaparilla che oggi non facevano più e che aveva ancora il sapore di un tempo!
D'un tratto mi sollevai a sedere di scatto. Dov'era il signor Sellerby?
Il vecchio entrò nella stanza con passo silenzioso, lo sguardo fisso nel mio, un dito sulle labbra, e io sentii con chiarezza ogni sillaba da lui pronunciata anche se sembrava che la sua bocca formasse le parole senza emettere suono.
- È un' po' troppo presto - disse con un sorriso incoraggiante. - Il tempo sta tornando indietro, ma è lento, è così lento! Adesso andrò nella rimessa delle carrozze, sul retro, perché là la presenza del passato è molto forte, amico mio, si può sentire l'odore dei caval¬li, dei finimenti, del fieno... perfino della polvere. Tornerò ¬presto, ma intanto tu devi essere paziente: il passato è là, che aspetta di essere rievocato, di vivere ancora. Ci vuole soltanto una sufficiente dose di forza di volon¬tà e di determinazione... una dose sufficiente di deside¬rio. Abbi pazienza! Pazienza!
La paura mi scivolò lungo la schiena mentre lui lasciava in fretta la stanza. Senza dubbio quel vecchio era pazzo e avrei fatto meglio ad andare via di lì... ma quando cercai di muovermi mi sentii impotente e mi parve che anche le ultime riserve di energia mi avessero abbandonato.
Poi cominciai a pensare di nuovo al Turner's Empo¬rium e scoprii che aspettare non mi dispiaceva: andare a bere la sarsaparilla sarebbe stato divertente, ci sarem¬mo seduti sulle piccole sedie di metallo davanti al tavo¬lino di marmo e avremmo assaporato la sarsaparilla più deliziosa che fosse mai stata fatta. Ci saremmo goduti quel sabato sera, con Gen Jackson e i suoi ragazzi che cantavano nei loro angolo e il fruscio delle gonne ina¬midate che giungeva dal marciapiede di mattoni. Forse da qualche parte ci sarebbero perfino stati dei fuochi d'artificio...
Mi addormentai, o almeno credo, dato che non ricor¬do più nulla fino al momento in cui il signor Sellerby entrò nella stanza e mi scosse per una spalla. Sveglian¬domi di soprassalto, per un momento non ricordai nep¬pure dove fossi... poi mi guardai intorno con estremo stupore. Adesso la polvere era scomparsa, un lume a gas tremolava su una parete e sotto la sua luce morbida tutto appariva lucido e nuovo; le poltrone sembravano essere state rifatte di recente, i ritratti dorati scintillava¬no, il tappeto che prima era soltanto una specie di chiazza grigia rivelava ora un vivace disegno floreale rosa e azzurro. Sfregandomi gli occhi mi guardai di nuovo intorno, ma la trasformazione persistette.
- Ha... ha pulito la stanza? - domandai, fissando il signor Sellerby.
- Va’ alla finestra e guarda fuori - replicò lui, scuo¬tendo il capo con un sorriso gentile.
Mentre mi alzavo notai che il suo decrepito abito marrone era stato sostituito da uno nuovo, lindo e stirato alla perfezione; adesso lui sfoggiava una bombetta marrone e faceva roteare con disinvoltura un bastone da passeggio con il pomo dorato.
Continuando a sentirmi debole mi avvicinai alla fi¬nestra che adesso aveva le imposte aperte, e tirando da un lato le tende di broccato frangiato guardai fuori.
E sussultai. Tutta la strada appariva cambiata. Ades¬so le lampade a gas ardevano su pali di ferro, l'ampia carreggiata di cemento era una stretta striscia di acciot¬tolato, i marciapiedi di asfalto erano coperti di mattoni rossi. Mentre guardavo fuori con stupore un grosso carro carico di botti di birra passò fragorosamente sull’acciottolato.
- Guarda là - suggerì il signor Sellerby, affiancandomisi e indicando verso l'angolo.
Sull'angolo, in diagonale dalla parte opposta della strada, c'era un negozio vivacemente illuminato, sulla cui vetrina spiccava un nome in lettere elaborate: "Turner’s Emporium… Gelato al limone... Sarsaparilla... Soda di Ogni Sapore."
- Vieni, andiamoci insieme - mi incitò il signor Sellerby, prendendomi per un braccio.
Io mi sentii impotente, come se non avessi avuto la minima forza di volontà: volgendo le spalle alla finestra lo seguii verso la porta e insieme uscimmo nell'aria tiepida dell'inizio dell'estate. Mentre percorrevamo il vialetto di mattoni avvertii un intenso profumo di rose e vidi che adesso il giardino era una massa di roseti in fiore.
Nel frattempo il signor Sellerby cominciò a canticc¬hiare una melodia che ricordavo di aver trovato una volta su un vecchio e malconcio libro di canzoni e di cui non ricordavo il titolo ma soltanto un verso, che diceva: "Sotto la luce della luna, mia cara, tu e io pronunceremo un voto".
Da qualche parte in lontananza potevo sentire un insieme di voci che cantavano... voci un po' stonate e perfino aspre, ma che per qualche motivo suonavano stranamente nostalgiche e evocative, al punto che mi arrestai per ascoltarle.
- Sono Gem Jackson e alcuni dei ragazzi della fab¬brica di birra - sorrise il signor Sellerby. - Adesso sono un po' arrugginiti... fuori esercizio... ma aspetta che sia estate più avanzata e scoprirai di essere pronto a restare ad ascoltarli per tutta la notte!
Quando arrivammo al marciapiede di mattoni mi sentii assalire da un'ondata di vertigini e da qualche parte nel profondo del mio subconscio, nel midollo stesso delle ossa, lampeggiò un avvertimento: in qual¬che modo sapevo che se avessi attraversato quella stra¬da coperta di acciottolato e fossi entrato nel Turner's Emporium non sarei più potuto tornare indietro, e nel rendermene conto mi sentii assalire da un terrore incon¬tenibile, da un panico che esulava da ogni controllo. Liberandomi dalla mano del signor Sellerby ripercorsi correndo il vialetto e risalii i gradini fino ad arrivare alla porta; mentre l'aprivo mi girai a guardarmi alle spalle.
Il signor Sellerby si era voltato e mi stava fissando con stupore, ma dopo un momento scrollò le spalle e scosse il capo. D'un tratto un'incontenibile felicità, un senso di beata anticipazione trasformarono i suoi linea¬menti e lui si avviò attraverso la strada e verso il Tur¬ner's Emporium facendo dondolare il bastone da pas¬seggio.
Sbattendomi la porta alle spalle mi precipitai in casa e crollai su una poltrona con gli occhi chiusi: il mio cervello, o qualche altra parte vitale del mio essere, sembrava nuotare in un mare fatto di spazio vibrante e nessun termine, neppure "vertigini" può spiegare ciò che provai in quel momento: mi sentivo privo di corpo, sperduto in una dimensione senza nome su cui non avevo nessun controllo e in lontananza, a una distanza infinita, potevo ancora sentire un flebile suono di voci che cantavano, stonate e tuttavia affascinanti. Infine anche quel suono svanì e l'oblio si riversò su di me.
Era primo mattino quando mi svegliai nella stessa stanza polverosa e dalle finestre sprangate in cui ero entrato il pomeriggio precedente. Jonathan Sellerby non si vedeva da nessuna parte, ma sul tavolino accanto alla poltrona c'era un bicchiere di vetro smerigliato la cui base umida aveva lasciato un tondo sul legno. Alzand¬omi in piedi con aria stordita mi diressi alla porta e lanciai un richiamo, senza però ricevere risposta.
Nel percorrere il vialetto di mattoni vidi che il cortile era di nuovo un groviglio di neri roseti morti; grazie al fatto che la calura era leggermente diminuita, riuscii infine ad arrivare alla mia stanza senza incidenti. Naturalmente la cosa non finì lì. Qualche giorno più tardi ricevetti una visita della polizia: a quanto pareva Jonathan Sellerby era scomparso e io ero stato visto uscire dalla sua casa, quindi la polizia pretendeva di sapere cosa ne avessi fatto del suo corpo.
Io risposi in tutta sincerità che lui era uscito la sera precedente il momento in cui io avevo lasciato la casa e che non era più tornato, e ore di interrogatorio non riuscirono a cavarmi altro. La polizia mi arrestò, mi scarcerò, mi arrestò nuovamente e infine mi lasciò libero di nuovo con la cupa promessa che il caso non si sarebbe chiuso così.
La mia teoria era che Jonathan Sellerby fosse rima¬sto seduto in solitudine in quella casa chiusa e ombrosa per oltre mezzo secolo, desiderando con spaventosa intensità il passato, i giorni felici della sua giovinezza, e credo che giunto al culmine del suo desiderio nostalgico si sia servito del mio cervello... intenzionalmente… forse per caso... come di una sorta di batteria o caricatore per rinforzare le onde incessanti del suo desiderio. E... forse sempre per caso... il suo piano aveva funzionato. I suoi onnipresenti ricordi del passato, le sue intense visualizzazioni, la sua precisa ricostruzione di immagini, suoni e odori avevano infine fatto resuscitare un periodo che era ormai passato ma continuava a esistere da qualche parte nella fluente dimensione del tempo.
Ma come potevo dire alla polizia che avrebbe trovato Sellerby a sorseggiare sarsaparilla nel Turner's Emporium, nell'anno 1890?
DENTRO LE PIETRE di Joseph Payne Brennan
Traduzione di Bissoli Sergio
“E’ inconcepibile per me” scrisse il mio amico investigatore psichico Lucius Leffing “che qualunque persona di razionale percezione e sensibilità, possa passare un lungo periodo della sua vita in una specifica abitazione senza lasciare qualcosa di se stesso impregnato, per così dire, dentro le pietre, legno o cemento del posto.”
Come vividamente mi ricordai di questa affermazione, qualche tempo dopo! Ma incominciamo dall’inizio.
Ero stato lontano da New Haven per molti anni e ritornai in uno stato abbastanza depresso fatto di ricordi e di rimpianti.
La mia salute non era buona. La febbre reumatica dell’infanzia aveva alla fine danneggiato il cuore. Inoltre, avevo un disturbo agli occhi. Il nervo ottico era inspiegabilmente infiammato; la luce forte mi faceva soffrire. Nell’oscurità e nella luce attenuata, comunque, io potevo vedere abbastanza bene, anche se in realtà io sentivo che la mia visione stava diventando anormale.
Dopo aver affittato una stanza in una delle poche aree residenziali rimaste (che non erano ancora state contaminate dal diffuso contagio dell’umana e sociale degenerazione) io incominciai a fare lunghe passeggiate lungo le vie della città. Di solito sceglievo le giornate nuvolose, quando il sole era nascosto; quando il cielo era coperto e la luce grigia, anzichè bianca, i miei occhi smettevano di farmi male e io potevo passeggiare in relativa tranquillità.
La città era molto cambiata. Talvolta riuscivo a malapena a capire dove mi trovavo. Interi isolati con piccole casette erano state spazzate via. Enormi strutture nuove, efficienti ma brutte, sorgevano da tutte le parti. Perplesso, io frequentemente mi rifugiavo nella non ancora distrutto territorio comunale, il Bosco come era chiamato qui. Comprendevo comunque che questo ultimo rifugio alberato era sotto assedio; vari interessi erano in moto per coprire il bosco col cemento, allo scopo di creare un immenso parcheggio a pagamento.
Un pomeriggio di tardo ottobre quando il cielo minacciava la pioggia uscii per una passeggiata. La mancanza del sole riposava i miei occhi; l’aria fredda in qualche modo mi calmava. Per circa un’ora camminai senza meta. Per un improvviso capriccio decisi di visitare una parte della città che avevo finora trascurato. Ero vissuto in questo quartiere quando ero bambino, oltre 40 anni fa. Anche se avevo solo 3 anni quando la mia famiglia si trasferì, avevo ricordi vividi di quella casa ed i suoi dintorni.
La casa era a due piani, rossa di mattoni, costruita solidamente, localizzata al numero 1248 di State Street. Quando vivevo là, un grande olmo stava di fronte alla casa. Sul retro c’era un grande terreno incolto che si stendeva fino alla via adiacente, ed era un campo da gioco ideale.
In seguito l’olmo era stato abbattuto, il terreno quasi interamente riempito di case popolari e l’intero quartiere era avviato verso il declino.
Mentre mi avvicinavo al vecchio quartiere, ero spaventato da ciò che vedevo. Alcune case erano state abbattute; altre erano vuote, mostrando vetri rotti, porte fracassate e verande crollate. In un isolato ogni casa era vuota e parzialmente in rovina. Ero stupefatto e sconcertato. Non avevo visto una desolazione simile dai tempi della guerra.
Sotto questo grigio cielo di ottobre, con la nebbiolina che stava per arrivare, vedevo uno dei più squallidi scenari che si potessero immaginare. Provavo un’intensa oppressione spirituale, e mentre seguitavo a camminare lungo quelle vie stranamente deserte, il mio scoraggiamento aumentava.
Finalmente incontrai un passante già intabarrato in un giaccone invernale. Mi guardò sospettosamente quando gli chiesi perché c’erano così tante case fracassate e vuote.
“Percorso superstrada 91”
Egli mormorò affrettando il passo.
Anche se avevo appreso che c’era una razionale spiegazione per questa devastazione, non mi sentivo affatto meglio. Ero fermamente convinto che una leggera alterazione sul percorso avrebbe portato la nuova strada attraverso terreni piatti e paludosi, spostati solo di poche miglia. Il costo di questa deviazione sarebbe stato solo una frazione di quello sostenuto per la demolizione degli edifici.
Mi aspettavo che la casa della mia prima giovinezza fosse già stata abbattuta. Provai una sottile esultanza nello scoprire che essa stava ancora là. Ho detto sottile perché naturalmente sapevo che era condannata a sparire. Già le finestre erano rotte, la porta scardinata e parte della siepe antistante era stata abbattuta dal passaggio di camion e ruspe.
Mentre la guardavo ricordavo chiaramente episodi di oltre 40 anni prima e riflettevo sulla precarietà in cui vivono gli abitanti delle piccole città. Per scelta, o più probabilmente per necessità, questi cittadini si spostano da una casa all’altra. Non hanno stabilità, non hanno continuità. Quando qualcuno visita il suo vecchio quartiere può scoprire che quella sua precedente abitazione è scomparsa. Il luogo può essere stato occupato da un progetto di urbanizzazione per ville a schiera, o da un blocco di garage oppure da un posteggio a pagamento.
La casa, gli alberi, il cortile, perfino il marciapiede e la strada possono essere cancellati. Chi ritorna in quei posti prova una sensazione di sconfitta, un senso di sbigottimento, di caos. Un uomo incomincia a sentire che sta perdendo la propria identità, che, veramente egli non ha più un’identità. Egli si sente sperduto nel tempo, senza passato nè futuro. Non c’è più nulla dove egli possa ritornare, niente di permanente che egli possa continuare nell’incerto futuro. Isolato, intristito, alla deriva, questo individuo sperimenterà una solitudine dello spirito che nulla può calmare. Migliaia di abitanti delle moderne città si sentono sradicati, affannati in cerca di un focolare, di una abitazione che condivida il sapore del tempo; di un punto caldo e continuativo sulla terra che li unisca con il proprio passato e con un futuro nel quale è ancora possibile la speranza.
Con questi pensieri deprimenti nella testa io stavo davanti alla perduta casa di mattoni rossi della mia infanzia. Provai l’impulso di entrare, ma supposi che non era sicuro, e molto probabilmente era proibito.
Scendeva l’oscurità. La nebbiolina si ispessiva e io ancora indugiavo in quel posto.
Mi allontanai da quella casa da demolire nella quale avevo abitato e vagai per strade desolate, sbirciando attraverso finestre rotte, porte scardinate che non sarebbero più state aperte da una mano amica.
In alcune finestre, tendine marcite e annerite, che nella confusione dell’affrettato trasloco erano rimaste lì, fluttuavano nel freddo vento di Ottobre. Strani pezzi di mobili, piatti e altri ornamenti stavano sparsi sul pavimento. Intere vite erano trascorse in alcune di quelle case. Ora queste case erano rifugi vuoti, in attesa della totale e finale distruzione.
L’intera area sembrava deserta, silenziosa, prosciugata da ogni forma di vita. Perfino il solito rumore della città arrivava lì stranamente attutito e lontano.
Vagai senza speranza oppresso dalla desolazione che mi circondava, però accanitamente desideroso di rimanere lì.
La nebbia si ispessì, l’oscurità si fece totale e io rimasi.
Malgrado l’oscurità potevo vedere abbastanza bene.
Questa anormale abilità la attribuii alla mia allergia alla luce forte. Sentivo che questa condizione era dovuta alla mia infiammazione del nervo ottico, della quale ho già menzionato.
Attraversai un viale, stranamente luccicante con pezzi di vetri rotti delle finestre, e mi fermai per osservare una casa, grottescamente inclinata, col tetto crollato. Era una piccola casa bianca, costruita con economia e nonostante ciò vidi che il proprietario, una volta, la aveva accudita teneramente. Il colore era luminoso; la piccola cassetta per le lettere era lucidata; e un vecchio giardino calpestato circondava il luogo. Così assorto nei miei pensieri guardavo questa casa desolata attraverso la nebbia sempre più fitta; vidi una faccia alla finestra del pianterreno. Era il viso di un vecchio, bianco, sofferente, pieno di una inesprimibile desolazione.
Lo guardai stupefatto. Il mio primo pensiero era che fosse un vagabondo che era penetrato nella casa abbandonata con lo scopo di trascorrere la notte. L’umidità, probabilmente gli accentuava i reumatismi.
La faccia continuava a guardarmi; andai via, sentendomi a disagio. Rabbrividii, incolpando la nebbia fredda.
Avevo attraversato un gruppo di case quando vidi una donna. Enormemente grassa, stava seduta su una sedia di vimini nella veranda semidistrutta di una casa a due paini. Portava occhiali con lenti spesse che parevano riflettere la luce proveniente da sorgenti nascoste. Non c’era la luna, sicuramente, e non vedevo luci artificiali nei paraggi.
Ero sorpreso, ma supposi che alcune persone abitassero illegalmente le vecchie case di quel quartiere, in attesa di trasferirsi nelle nuove residenza in costruzione. Provai l’impulso di affrettare il passo, di tirare dritto senza guardarmi intorno. Invece, testardamente e contro il mio buon senso, non lo feci.
Anzi, feci una sosta, mi schiarii la voce e dissi: “Buonasera”.
La donna grassa non mi rispose; non diede segno di avermi sentito. Probabilmente, pensai, oltre ad avere la vista corta era anche un poco sorda.
Avanzai qualche passo nel vialetto e ripetei ad alta voce: “Buonasera”.
Allora sbattei le palpebre sbalordito. La sedia di vimini era vuota! Mi fermai di colpo e la guardai. Prima, per un istante, avevo abbassato gli occhi sul marciapiede per essere sicuro di non inciampare sui detriti; in quei pochi secondi probabilmente la donna si era alzata ed era rientrata in casa.
Ero meravigliato. La donna era grassa, però si era spostata con stupefacente abilità. Mi voltai, e tornai sul marciapiede allontanandomi.
Supposi che la donna era consapevole di essere lì abusivamente ed era rientrata per evitare discussioni con uno straniero.
Mentre mi allontanavo mi voltai indietro. Rividi ancora lo scintillio dei suoi occhiali; la donna grassa stava ancora sulla sedia di vimini. Qualcosa, più che la nebbia turbinante mi fece rabbrividire. Raggelato, affrettai il passato. Era tardi, mi dissi, sarebbe stato meglio lasciare queste sconnesse strade nebbiose e tornare a casa per una buona tazza di the.
Camminavo rapidamente, ma non potevo fare a meno di guardare le case in rovina, mentre ci passavo davanti.
Improvvisamente mi fermai. Il cuore batteva forte. Una fredda ondata di paura mi formicolava sulla pelle. Con occhi e bocca spalancata guardavo attraverso quel tenue muro di nebbia e sentivo che il raziocinio e la sanità mentale mi stavano abbandonando.
Quasi metà di quelle case diroccate e abbandonate erano occupate. Vidi pallide facce tristi sbirciare da una dozzina di differenti finestre. Oscure, nebbiose figure sedevano dentro alcuni porticati. Un vecchio, contorto dai dolori reumatici, lavorava debolmente in un minuscolo giardino. Una donna di mezza età, pallida come la morte, ma con una espressione di rabbia sconsolata stampata sulla faccia, guardava vicino ad un cancello rotto.
Peggiore di queste erano altre visioni. Vidi una sedia a dondolo muoversi dentro ad un portico, anche se non c’era nessuno seduto. Vidi una mano simile ad uno artiglio aggrappata ai mattoni di un edificio. Nell’orto di una casa mezza distrutta vidi ciò che sembrava essere una testa di donna, senza corpo, con un grande cappello di paglia, che andava lentamente nell’intrico di una trascurata aiuola di fiori.
Sentivo la morsa della vicina pazzia. Non provavo più nessun desiderio di restare a guardare. La fuga immediata e imperativa diventò il mio unico scopo.
Corsi forsennatamente attraverso quelle vie abbandonate e non abbandonate piene di paura come se fossi inseguito da un cane. Corsi finché il mio cuore tonfava e la vertigine mi sopraffaceva.
Finalmente lontano da quel posto maledetto con bianche facce mostruose, nebbia appiccicosa e uno strano grande silenzio, io crollai sulla soglia di una casa.
Alcune ore dopo raggiunsi l’albergo e sprofondai nel letto. Per giorni rimasi a letto ammalato. Il mio cuore era affaticato dallo sforzo e inoltre manifestavo i segni di una pleurite. Mentre stavo a letto, meditai sulla mia spettrale esperienza nelle vie, fra quelle case silenziose.
Mi convinsi che i miei occhi infiammati e ultrasensibili mi avevano ingannato, che la nebbia vagante più la mia immaginazione, erano la causa di tutto.
Ma, settimane dopo, quando raccontai la mia avventura all’amico investigatore psichico Lucius Leffing, lui scosse la testa dopo la mia spiegazione.
“Sono fermamente convinto,” mi disse “che nè i tuoi occhi infiammati nè la tua immaginazione, evocarono i fantasmi che hai descritto. Come ti scrissi recentemente è inconcepibile che una persona di razionale percezione e sensibilità possa passare un lungo periodo della vita in una abitazione, senza lasciare qualcosa impregnata, per così dire, dentro le pietre, nel legno o nel cemento di quel luogo. Quello che hai visto erano i residui psichici delle povere anime scomparse che, da generazioni, hanno trascorso centinaia di anni in quelle case da demolire. I loro resti psichici erano ancora attaccati alle uniche ancore terrestri rimaste, e già, come tu hai raccontato, alcuni di loro erano consumati o sbiaditi fino a semplici staccati frammenti.”
Lucius scosse la testa: “Povere anime!”
LA CASA AL N. 1248 di Joseph Paine Brennan
Traduzione di Bissoli Sergio
Era una casa di mattoni rossi come tante altre situate al n. 1248 di State Street, New Haven vicino all’angolo di Blatkley Avenue. Benché semplice in forma e costruzione non era priva di attrattiva. Era robusta e massiccia in apparenza; i suoi mattoni macchiati di fuliggine erano fermamente cementati senza crepe e cedimenti dopo decenni di pioggia e gelo. I suoi davanzali di pietra le conferivano un ulteriore aspetto di robustezza.
Suppongo che fosse costruita qualche tempo prima dell’inizio del secolo; non ho mai accertato la data esatta.
Io fui portato là alcuni mesi dopo la mia nascita, nel dicembre 1918 a Bridge Port. Mia madre contrasse l’influenza prima che nascessi, e non si aspettava che sopravvivessi. In realtà, io fui portato in quella casa in attesa della morte. Per settimane e mesi, sembrava non esistessero altre possibilità.
Ma io sopravvissi. La massiccia casa di mattoni sembrava proteggermi; i suoi muri di mattoni e le finestre di pietra, mi tenevano al caldo. I pavimenti, almeno il secondo piano occupato da noi, erano sempre asciutti. Il camino tirava bene. C’era una grande ventilazione quando serviva, con le finestre tutte intorno. Perfino l’attico, con i suoi grossi e rozzi travi, reggenti il tetto incurvato, era un posto confortevole e amichevole.
Di notte, il morbido bagliore di un’antiquata lampada a gas dava tutta l’illuminazione necessaria.
Quella casa è stata la mia prima fortezza, il mio primo asilo, la mia prima ancora sulla terra. Che importa se non avevo ancora quattro anni quando la mia famiglia si trasferì. I primi anni dell’infanzia erano per sempre immagazzinati nella mia memoria. Nelle profondità del mio subcosciente la casa di mattoni rossi diventò simbolo di sicurezza, di rifugio, un posto che sarebbe stato per sempre mio, un posto a parte, un primo paradiso - e un’ultima disperata speranza.
La mia famiglia si trasferì, non perché ci mancasse qualcosa, ma a causa di una spiacevole situazione riguardante i nuovi vicini che si istallarono al primo piano.
Io ero profondamente scosso, ma l’infanzia rimuove questi brutti ricordi, almeno dopo qualche tempo. Noi ci trasferimmo in una casetta di legno al n. 59 di Bishop Street, che in struttura e disposizione assomigliava un poco alla vecchia casa di mattoni rossi. Oltre alla casa c’era un grande cortile sul retro con due alberi di ciliege, una vite, un cespuglio di serenelle, una catalpa e un campo con l’erba alta.
Qui fui allevato mentre quasi sedici anni trascorsero veloci.
Alla fine, con riluttanza, ci trasferimmo ancora, sempre a causa di vicini insopportabili. Tragedie e tempi tristi all’improvviso piombarono su di noi.
Mio padre morì. Lo sforzo di tenere unita la famiglia in ragionevoli condizioni di benessere, divenne un duro compito. C’era poco tempo da dedicare al passato; il rigido presente e lo spaventoso futuro consumavano tutte le energie e tutte le fantasie.
Nonostante tutto, la vecchia casa di mattoni rossi non era mai completamente dimenticata. Era confortevole pensare che essa esisteva ancora, virtualmente immutata dai cambiamenti degli anni. Essa rimaneva un’ancora, forse più psichica che fisica, ma non di meno rassicurante.
Scoppiò la guerra e io dovetti partire. Trascorsero tre anni prima del mio ritorno, e poi la famiglia si divise. Ci furono ancora partenze, pianti, malattie, problemi. Attraverso tutto questo, esausto come ero, io tentavo ancora di scrivere. I miei sforzi avevano poco successo, ma io perseveravo e non rinunciavo.
Mentre gli anni passavano, io mi spostavo da uno scomodo appartamento a un altro, tormentato da affitti da pagare, dalla scarsità del riscaldamento e da vicini che battevano il tamburo nella stanza adiacente. In mezzo a tutto questo, la memoria della vecchia casa rimaneva dentro di me.
Qualcosa, comunque, mi tratteneva dal visitarla. Sentivo che i nuovi inquilini non mi sarebbero stati amici. Mi avrebbero guardato con stupore; sarei diventato l’oggetto della loro curiosità. Se avessi chiesto di entrare, mi avrebbero chiuso la porta in faccia, o chiamato la polizia. Oltre questo, sapevo che il quartiere dove si trovava era in rapida decadenza.
In quell’area si infiltravano quei prolifici prodotti dei bassifondi della città che sono noti per le due attività che si svolgono con perseverante fedeltà, durante le loro vite di persone irresponsabili: una è quella di raccogliere assegni di beneficenza e l’altra è derubare i cittadini che pagano le tasse per mantenerli.
Molti anni passarono. Alla fine, leggendo un giornale, in un piovoso pomeriggio di Ottobre, appresi che la vecchia casa di mattoni rossi era condannata. Una nuova superstrada era in progetto. Avrebbe squarciato la città simile a un tornado pilotato, livellando ogni cosa davanti a sè. E la vecchia casa stava nella direzione del suo percorso.
In stato di grande depressione camminavo attraverso le vie bagnate, verso la prima casa della mia infanzia. Mentre mi avvicinavo ai vecchi quartieri, ero spaventato dai cambiamenti che vedevo. Alcune case erano già diroccate e deserte; la maggior parte delle altre sembravano occupate da nomadi dalla pelle scura che stavano letteralmente consumando le case dove vivevano.
Il mio cuore si contrasse quando svoltai l’angolo di State Street e arrivai in vista della vecchia casa di mattoni rossi. Era là, come la ricordavo, e quasi completamente immutata. Se c’era qualcosa di stabile fra il caos che la circondava, questa era proprio la casa. Non scorgevo nessuna crepa, nessun mattone rotto. Anche se non si vedeva nessuno, la casa sembrava occupata.
Sommerso dai ricordi, stavo sul marciapiede, sotto la pioggia. Il tempo sembrava essersi fermato; 40 anni scivolarono via ed io ero ancora un ricciuto moccioso che sbirciava giù, dalla finestra della cucina.
Alla fine ritornai indietro e ripercorsi le vie in quel piovoso pomeriggio di Ottobre. Se anche il tempo potesse essere invertito pensavo. Perché noi siamo condannati ad andare sempre avanti, intrappolati dentro questa inflessibile dimensione, camminando verso il molino dell’oblio, eternamente incapaci di recuperare ogni nostro istante passato.
Le vie fredde e la luce grigia del cielo di Ottobre non mi davano risposta. Infreddolito e sconsolato raggiunsi la mia stanza alla fine e sprofondai nella poltrona.
Meno di una settimana dopo però, io percorrevo ancora quelle strade malinconiche temendo che la vecchia casa di mattoni fosse già scomparsa. Invece stava ancora là; e ancora io la guardai per lunghi minuti, mentre eventi che credevo aver dimenticato si affollavano dentro di me.
Quella casa diventò una calamita; non passava giorno che io non andassi a vederla. Il clima mi era indifferente. Ci andai una volta mentre raffiche di vento con pioggia limitavano la visibilità a pochi metri. La casa diventò una ossessione che si rinforzava col passare del tempo.
Una gelida giornata di Novembre arrivai e scoprii che la casa era deserta. Il cartello “Da Demolire” era inchiodato sulla porta di ingresso. La casa stava per essere distrutta, affermava il cartello; nello stesso tempo era proibito entrare; chi violava questa regola era soggetto all’arresto.
Nonostante fosse rischioso, io provavo l’irresistibile impulso di entrare ancora una volta dentro le stanze della mia infanzia.
Il traffico lungo la strada era intenso, ed io esitavo. Infine camminai intorno alla casa e provai a spingere la porta sul retro. Non era serrata; entrai in una oscura saletta e aspettai un momento, ascoltando, mentre gli occhi si abituavano all’ombra dell’interno. C’era un totale silenzio; l’assoluto, opprimente silenzio del tempo scomparso. Salii le scale oscure e incurvate, aprii un’altra porta e mi trovai nelle amate e familiari stanze della mia infanzia.
Le stanze erano come le ricordavo; l’unica maggior differenza era la sostituzione dei tubi del gas con la luce elettrica. Anche se alcune cianfrusaglie stavano sparse intorno, le stanze erano pulite e non lasciate all’abbandono. Pittura fresca e carta da pareti erano state applicate in un passato recente.
Mentre camminavo attraverso la cucina, il salotto e le due stanze da letto, ero sopraffatto da un sentimento di indescrivibile stranezza. Situazioni che non ricordavo da 40 anni mi ritornarono in mente. In quelle gelide stanze rischiarate ora solo dalla luce grigia del cielo di Novembre, il passato si ridestò e tornò a vivere di nuovo.
Stavo vicino alla finestra della cucina dove, da bambino, aspettavo che mio padre arrivasse alla sera. Egli alzava gli occhi, sorrideva e alzava la mano; e io che stavo rinchiuso in casa mi preparavo a correre fra le sue braccia. Ripensandoci adesso, capisco che egli doveva essere stanco, depresso e preoccupato; ma in quei magici giorni, lui era il mio rifugio sicuro. Qualsiasi fossero i suoi problemi, io non venivo mai messo da parte.
Papà non sarebbe mai più apparso, non avrebbe più alzato lo sguardo e agitato la mano, mai più, anche se fossi rimasto alla finestra per decenni e secoli, anche se fosse rimasto lì per l’eternità.
E tuttavia… la ragione mi diceva una cosa, ma qualche elemento psichico e intuitivo dentro di me, mi suggerivano il contrario. Era possibile che il passato potesse ancora esistere? Quel tempo era una dimensione che poteva essere raggiunta?
Pieno di brividi, desolato davanti alla solitudine degli anni, davanti all’isolamento che impone il tempo, rimasi a ponderare questi problemi che il mio povero cervello non poteva chiaramente comprendere. Una barriera ci era stata imposta, una barriera di forza psichica che noi non potevamo superare, fintantochè siamo vivi…
Alla fine lascia quelle fredde, vuote, enigmatiche stanze della mia infanzia, discesi le scale oscure e uscii in strada.
L’arido presente, con le sue mille cose irritanti, mi sommerse di nuovo, ma io seguitavo ad ascoltare l’oscuro fluire del fiume del passato, parte del quale si era incanalato attraverso di me, sui suoi percorsi predeterminati, per sempre.
Non potevo più togliermi dalla testa la vecchia casa di mattoni. La visitavo tutti i giorni; ascoltavo il suo silenzio in quelle stanze gelide, mentre tanti eventi dimenticati da 40 anni, mi tornavano alla memoria. Vagavo da una stanza all’altra, cercando i collegamenti col passato, scrutando ogni porta e finestra, ogni stanzino, ogni centimetro del pavimento e dei muri. Una volta, nel misterioso spettrale silenzio, una porta in qualche posto del piano inferiore, incominciò a sbattere col vento.
Era l’unico suono che udii nella casa, un doloroso ritornello che riusciva solo ad accentuare il silenzio sottostante.
Le case tutte intorno venivano velocemente abbattute dalle benne delle ruspe. Apparentemente la mia vecchia casa era una delle ultime da demolire. Potevo quasi credere che lo facessero apposta per torturarmi. Nessuno mi vide mai mentre entravo dentro; la casa era stata abbandonata all’oblio ed era chiaro che il cartello con la scritta: Vietato l’Ingresso, era stato messo solo per ragioni burocratiche.
Incominciavo a sentire che una affinità stava nascendo fra me e la casa. All’inizio questo sembrava un’assurdità, ma non potevo liberarmi dalla convinzione che la casa era qualcosa di più di una massa di mattoni, pietre e calcina. Residui del passato stavano appiccicati qui, la impregnavano per così dire; erano questi che io cercavo di afferrare nei lunghi sbriciolati corridoi del tempo.
Non posso dire adesso quante ore trascorsi in quelle stanze, forse centinaia. Novembre diventò Dicembre, la neve cadde, venti gelidi incominciarono a soffiare per le strade e io ancora ritornavo là dentro.
Sempre di più io percepivo il passato; ricordavo piccoli incidenti; quotidiane routine, minimi dettagli. Appena ricordati, si saldavano uno all’altro. Una reazione a catena era creata e io ero finalmente capace di un qualcosa che si avvicinava alla rievocazione totale. Il passato divenne la realtà; adesso era il presente che diventava nebbioso e confuso.
Uno scuro giorno di Dicembre (non posso ricordare la data precisa) camminavo ancora attraverso le vie fredde e quasi deserte, verso la casa della mia infanzia. La neve incominciava a cadere; i suoni giungevano smorzati alle mie orecchie e attutiti da una lunga distanza. I passanti erano simili a spettri fra i fiocchi di neve.
Mentre mi avvicinavo alla vecchia casa di mattoni, percepivo solo un immenso silenzio. I miei passi, attenuati dallo strato di neve, non davano nessun suono.
Camminai finché raggiunsi il retro della casa, spinsi la porta e incominciai a salire le scale. A metà strada notai che era avvenuto qualche cambiamento. Mi resi conto immediatamente che le scale erano state recentemente spazzate e strofinate. Potevo perfino sentire l’odore di sapone fresco. Perplesso, spinsi la porta in cima alle scale ed entrai nelle stanze della mia infanzia.
Mi fermai, rimasi immobile, sbalordito. Le stanze erano adesso completamente ammobiliate. Sedie, tavoli, una stufa, tappeti erano disposti nell’ordine giusto. Quadri e calendari erano appesi alle pareti. La luce del gas spandeva un bagliore morbido sulla scena.
Con il cuore che batteva forte e un formicolio alla radice dei capelli, mi rassicurai dicendomi che c’era stato un cambiamento sul progetto della superstrada. Il percorso era stato alterato; la casa veniva salvata e qualcuno ne aveva già preso possesso. Probabilmente l’elettricità non era ancora stata ripristinata; il vecchio impianto a gas, forse ancora connesso per errore, era stato messo temporaneamente in funzione.
Seguitavo a ripetermi che questa doveva essere la spiegazione. Ma questa spiegazione non riusciva a spiegare lo strano senso di familiarità che io provavo. Come era possibile che io ricordassi i quadri sulle pareti, il colore dei tappeti, il tipo di linoleum della cucina? Come potevo sapere che c’era una grande cassa in legno di giocattoli sull’altro lato della cucina, vicino alla finestra, mentre, da dove mi trovavo, la cassa era completamente nascosta dal tavolo. La paura si mischiava a uno strano senso di esultanza; mentre attraversavo la cucina, notai la cassa, e poi guardai dentro le altre stanza. Non mi sentivo un intruso; ogni cosa era proprio come io la ricordavo.
Cos’era, tutto uno scherzo? Qualcuno aveva arredato l’appartamento proprio come io lo ricordavo in un deliberato tentativo di sconcertarmi? No, questo era impossibile.
Mentre la spiegazione che temevo di accettare si imponeva su di me, provavo un sottile, ma inequivocabile senso di oppressione. Sentivo che stavo lavorando sotto qualche tipo di pressione, una pressione che stava aumentando, una pressione che poteva diventare fatale.
Scuotendo la testa come per liberarla dalle ragnatele, camminai verso la finestra della cucina, di fronte a State Street. Guardando fuori, non vedevo più la neve. Gialle foglie di acero correvano lungo il marciapiede, agitate da un venticello vivace. Guardai giù, terribilmente spaventato alla vista di quelle foglie gialle cadute. Un orologio batté sulla mensola della cucina; alzando gli occhi vidi che erano quasi le 5.30.
Il mio sguardo ritornò di nuovo alla finestra. Perché era importante che io rimanessi là a guardare, mi chiedevo, che cosa stavo aspettando? Chi –
E poi mio padre, con indosso il solito soprabito grigio, e morto da oltre 25 anni, arrivò camminando sul marciapiede. Alzando lo sguardo, lui mi sorrise e agitò la mano. Un attimo dopo scomparve alla vista, mentre girava verso la porta d’ingresso.
Udii la porta della stanza aprirsi e chiudersi. Udivo dabbasso passi familiari sulle scale - il lento e misurato calpestio che io conoscevo bene.
Volevo correre alla porta, ma un urgente segnale, proveniente dalle profondità della mia mente mi riempì di un improvviso terrore. Non potevo spiegarne la ragione, ne spiegarlo, ne descriverlo - ma sapevo, dalle fibre interiori del mio essere, che dovevo lasciare la stanza e la casa immediatamente. Quando la porta della cucina si fosse aperta, io sarei stato perduto.
Come posso spiegare che, malgrado la paura, me ne andai angosciato, con inesprimibile rimpianto. Mentre i passi si avvicinavano alla sommità della scala, mi lanciai di corsa verso la porta sul retro, mi tuffai giù dalle scale e fuori, nella selvaggia vertiginosa notte di oscurità e neve turbinante. La realtà si mescola col delirio senza che la mia memoria riesca a separarli. Non posso ricordare dove andai nè cosa feci. Mi trovarono sulla strada, in stato di esaurimento e shock e mi portarono a casa.
“Allucinazioni” dissero. “Perdita di contatto con la realtà”. “Una fantasia regressiva”. E così via.
Voi che leggete questo, potete trarre le vostre conclusioni. Le mie si sono già formate e non potranno essere classificate.
Credo che la mia intensa visualizzazione del passato, la mia dettagliata e prolungata ricostruzione degli eventi, combinata forse con la particolare aurea di infinito evocata dalla caduta della neve, effettivamente fece rinascere, oppure rese manifesto alla mia coscienza, un periodo scomparso della mia vita passata.
Sono convinto che anche se brevemente, mi sono spostato su un altro piano del continuum tempo. Essere rimasto potrebbe aver provocato il mio annichilimento; non lo saprò mai. Ma so ora ciò che ho sempre creduto: il tempo è una dimensione; esso non può essere distrutto; esso esiste per sempre.
In qualche posto, la vecchia casa di mattoni rossi al numero 1248, esiste ancora.
Un calpestio familiare risuona sulle scale e un fragile ma vivo bambino corre ancora verso una porta che si apre.
IN MORTE COME IN VITA
Joseph Payne Brennan
Erano parecchi mesi che non avevo notizie del mio amico Lucius Leffing, l'investigatore psichico. Le mie brevi missive non avevano ottenuto risposta, come pure le telefonate. Infine, mentre un senso di inquietudine cresceva in me, decisi di fargli visita.
Era settembre avanzato. Le foglie degli olmi, marroni e accartocciate, svolazzavano lungo i viali come rimasugli secchi dell'estate. L'aria era già piuttosto fresca.
Suonai il campanello al numero sette di Autumn Street e attesi. Suonai e attesi ancora. Stavo per andarmene, quando la porta si aprì, scostandosi appena dallo stipite. Un occhio grigioazzurro, gelido, mi fissò.
«Oh, Brennan! Entra! Entra!» La porta si spalancò, ed ecco apparire Leffing, avvolto in una vestaglia gialla abbastanza logora. La sua espressione divenne quasi subito cordiale, però non avevo mai visto la sua faccia ossuta così pallida e scarna.
«Sei stato ammalato?» chiesi, seguendolo nell'atrio ed entrando nel soggiorno vittoriano.
Abbandonandosi sulla sua poltrona preferita, si strinse nelle spalle. «Una malattia della psiche, Brennan.»
Mentre rimanevo a fissarlo serio, mi indicò un'altra poltrona. «Accomodati, amico mio. Prendi un brandy.»
Su un tavolino accanto a lui c'era una boccia di cristallo. Il contenuto era sceso a un terzo.
Accettai un bicchiere di brandy e acqua, e Leffing riempì di nuovo il proprio.
Alzando il bicchiere, mi studiò cupo. «Al passato!» brindò... e tracannò il liquore d'un fiato.
«Hai consultato il medico?» chiesi.
Leffing agitò la mano, stancamente, quasi volesse accantonare un argomento superfluo. «Come ti ho detto, la mia è una malattia dello spirito. Sono affetto da un malessere che nessuna ricetta medica può alleviare.»
Scosse la testa. «Brennan, io ero destinato a un secolo diverso, a un altro periodo. Non è questo il mio ambiente. Io sono in sintonia con un'altra epoca.»
Guardando i mobili di mogano scuro, i tavoli dal ripiano di marmo, le lampade a gas alle pareti, ricordai che Leffing si considerava un vittoriano autentico nato per sbaglio con cent'anni di ritardo.
Con una punta di amarezza nella voce, proseguì. «La scorsa settimana, dopo mesi che non lo facevo, ho passeggiato a lungo per New Haven. Sono rimasto sgomento di fronte alle nuove orrende costruzioni che stanno sorgendo ovunque... rettangoli di pietrisco e di cemento, torri mostruose, monotone... squallide, desolate, disumanizzate!»
Riempì ancora il bicchiere. «Se prima della passeggiata ero depresso, dopo mi sono sentito mille volte peggio. Quando penso alle strutture aggraziate, eleganti, insostituibili, che sono state demolite in questa città, anno dopo anno, per far posto a questi orribili caseggiati, la stupidità e l'assurda avidità dei nostri cosiddetti urbanisti mi disgusta.»
Sospirai. «Sono d'accordo. New Haven un tempo era una bella città... cent'anni fa. Ma cosa possiamo fare? ormai è inutile rimuginare.»
Leffing alzò il bicchiere, «Possiamo solo ricordare... e serbare in cuore i nostri rimpianti.»
«Magra consolazione» osservai.
Ignorò il mio commento. «Pensa, Brennan... pensa come sarebbe bello!» disse animandosi. «Passeggiare sotto quei grandi e vecchi olmi in una giornata estiva, percorrere venerandi marciapiedi di mattoni, mentre carrozze eleganti passano veloci, e una buona banda musicale tedesca suona più avanti, lungo la strada!»
Annuii. «Poi ci si potrebbe fermare a bere una gassosa alla salsapariglia, o una vera bibita al cioccolato d'altri tempi... o un bel boccale di birra fresca, con sandwich gratis!»
Leffing rise, per la prima volta. «Brennan, pensi troppo ai commestibili!»
Continuammo a chiacchierare per un po', ma ben presto Leffing si fece silenzioso, così mi alzai per andarmene. Il suo invito a trattenermi fu educato e puramente simbolico. Mentre chiudevo la porta, sentii il tintinnio della boccia del brandy.
La depressione di Leffing e i suoi eccessi alcolici mi sorpresero e mi sconcertarono. L'avevo sempre giudicato l'investigatore ideale, un uomo di mondo spassionato... calmo, analitico, distaccato. Avevo dimenticato che era un essere umano.
Col proposito di tornare a fargli visita al più presto, mi immersi di nuovo nel ritmo frenetico del mio lavoro. Prima che riuscissi ad andare ancora a trovarlo, fui sollecitato in modo piacevole dal suono della voce di Leffing all'altra estremità della linea telefonica.
«Ho un caso, Brennan. Vuoi passare?»
Non avevo certo bisogno di ulteriori stimoli. La vita era diventata monotona e stressante; un attimo di tregua era bene accetto.
Due giorni dopo, parcheggiai la mia Studebaker coupé usata di fronte al numero sette di Autumn Street e suonai il campanello.
Quando mi fui accomodato nel soggiorno vittoriano di Leffing, l'amico mi parlò del caso di cui si stava occupando riassumendo brevemente i fatti.
Sembrava che si fosse scrollato completamente di dosso l'apatia e la depressione dell'ultima volta. La sua faccia ossuta aveva un'aria vivace; i suoi occhi penetranti grigioazzurri avevano assunto l'espressione indagatrice che in seguito avrei conosciuto così bene.
«Circa due anni fa, un certo signor James Finchware ha comperato una vecchia casa coloniale nella parte più fuori mano del Cheshire, una costruzione solida ma in stato di abbandono. Finchware ha speso una somma considerevole per farla riparare e restaurare. Coi soliti ritardi, il restauro ha richiesto quasi un anno. Dopo di che, il signor Finchware, sua moglie, e un nipote che vive con loro, si sono trasferiti là. Per sei mesi, più o meno, tutto è proceduto in modo tranquillo. Poi si sono verificati vari episodi spiacevoli.»
Leffing si sporse in avanti sulla vecchia poltrona. «Una notte, il nipote si è svegliato sudando freddo per la paura. Ricordava dei frammenti di un sogno spaventoso ma, stando al suo racconto, la paura ha continuato ad attanagliarlo anche dopo il risveglio. Avvertiva la presenza di un male incombente, la vicinanza di qualcosa di letale, e il terrore era così intenso da paralizzargli la gola. A poco a poco, la minaccia si è allontanata, è scomparsa, e finalmente il nipote è riuscito a gridare.»
Leffing s'interruppe un attimo, assorto. «Non è stato trovato nulla, né all'interno della stanza né all'esterno. Non c'era alcun segno di effrazione. E nei giardini attorno alla casa non è stato trovato nulla di insolito.»
Proseguì. «Dopo quell'episodio, parecchie volte la signora Finchware è quasi impazzita di paura perché era convinta che qualcuno, o qualcosa, la stesse seguendo nelle stanze della casa. Pare che una volta abbia scorto qualcosa dietro di sé, almeno crede... però non è in grado di fornire una descrizione chiara.
«Orbene, Brennan, questi episodi mi sono stati riferiti dal signor Finchware, sono notizie di seconda mano, dunque. Ma il signor Finchware in persona è stato protagonista del terzo incidente principale, e me lo ha descritto in modo abbastanza dettagliato.
«Una notte Finchware stava leggendo nella sua stanza al primo piano... lui e la moglie hanno camere separate. Verso l'una, si è alzato, ha posato il libro e sì è avvicinato a una finestra che si affaccia su un pendio erboso sul retro della casa. All'inizio non ha visto nulla di insolito, ma mentre osservava il prato illuminato dalla luna un senso di oppressione indescrivibile si è impossessato di lui... un senso di disperazione completamente estraneo alla sua natura.
«Mentre era paralizzato da quel cambiamento d'umore improvviso e inesplicabile, in fondo al prato è apparsa una sagoma grigia, indistinta, amorfa. La figura si è avviata lentamente verso la casa, salendo il pendio. Sembrava che si muovesse a fatica, procedendo a zig-zag.
«Finchware ha dichiarato che l'apparizione di quella figura, per quanto vaga e sfocata, ha suscitato in lui un terrore cieco, assurdo, che lo ha bloccato, che lo ha sopraffatto completamente.
«La figura aveva già attraversato metà prato, quando Finchware è riuscito a staccarsi dalla finestra. Sentiva che un altro attimo sarebbe stato fatale, ha detto. Quando gli ho chiesto di spiegarsi meglio, ha esitato, infine ha risposto che era convinto che se avesse atteso ancora un attimo avrebbe visto in faccia quella cosa e "allora sarebbe stato troppo tardi".
«Gli ho chiesto: "Troppo tardi, in che senso?", e Finchware ha risposto che lui sapeva solo che una visione chiara della figura, soprattutto della faccia, avrebbe provocato un orrore troppo intenso, che lui non sarebbe stato in grado di affrontare.
«Una volta allontanatosi dalla finestra, Finchware ha acceso tutte le luci e una piccola radio che tiene sul comodino. Strano a dirsi, non ha chiuso a chiave la porta della camera da letto, anche perché sapeva naturalmente che le porte esterne della casa erano chiuse a chiave.
«Quando gli ho chiesto una spiegazione, ha risposto che sentiva istintivamente che la luce e il suono sarebbero stati una barriera più efficace dei muri e delle porte per impedire l'accesso a quella cosa.
«Finchware è rimasto in camera sua e gradualmente il senso di terrore, di disperazione, di angoscia, si è dissolto. Non ci sono stati altri incidenti quella notte, ma la mattina dopo sua moglie e il nipote hanno rivelato di avere avuto degli incubi spaventosi.»
«Una faccenda sgradevole, si direbbe» osservai, quando Leffing ebbe terminato il racconto.
Annuì. «Temo che "sgradevole" sia un aggettivo inadeguato, Brennan. Finchware è convinto che un focolaio di manifestazioni maligne, una vera e propria entità letale forse, abbia infestato la zona. Dopo la nostra discussione qui, mi ha chiesto di visitare il posto. Probabilmente trascorrerò la notte là. Gli ho accennato che forse avrei portato con me un compagno, e lui non ha avuto nulla in contrario.»
I suoi occhi azzurri indagatori fissarono i miei, e un sorriso ormai familiare, un po' storto, provocatore, interrogativo, attenuò le linee piuttosto severe della sua faccia scavata.
«Quando partiamo?» chiesi.
«Potrebbe essere pericoloso, Brennan» mi avvertì, tornando serio.
«Una ragione in più perché venga anch'io» replicai prontamente.
Leffing si limitò ad annuire, ma sapevo che la mia risposta gli aveva fatto piacere.
Estraendo dalla tasca l'antiquato orologio d'oro, lo aprì. «Se un tassì arrivasse qui alle due, potremmo essere dai Finchware prima delle tre... un orario conveniente, credo.»
«Se sei disposto ad affrontare i rischi di un viaggio a bordo di una Studebaker usata» dissi «risparmierai i soldi della corsa, e potremo partire quando vorremo.»
Leffing rimase leggermente sconcertato. Aveva sempre sostenuto - giustamente, penso - che spostarsi in tassì era più economico che viaggiare con una vettura propria, e non voleva che mi disturbassi a fargli da autista. Dovetti assicurargli più volte che io preferivo usare la mia automobile, per convincerlo ad accettare.
Durante il tragitto non fu molto loquace. Sembrava che stesse valutando interiormente le implicazioni delle informazioni di cui era in possesso riguardo il caso.
Seguendo le indicazioni lasciate dal signor Finchware, abbandonai la strada principale e imboccai una stradicciola fiancheggiata da abeti canadesi. L'abitazione dei Finchware sorgeva su una collinetta un paio di chilometri più avanti.
Era una vecchia casa coloniale rivestita di assicelle, grande e bianca, con le persiane e le finiture nere. Era evidente che era stata riparata e restaurata con cura. Accanto c'erano parecchie querce maestose, che sembravano vecchie quanto la costruzione, e tutt'intorno crescevano in gran quantità arbusti sempreverdi e altre piante più piccole.
Nonostante fosse stata rimessa a nuovo, la casa mi diede l'impressione di emanare un'aura di malinconia. Sembrava permeata dalle tragedie del tempo, dalle sofferenze delle generazioni passate.
Lionel Finchware, un anziano signore, altissimo, allampanato, con una folta capigliatura bianca striata di grigio, ci aspettava sulla soglia. Ci accolse in modo cordiale, prese le nostre cose e ci guidò in salotto.
Ci informò che non c'erano stati nuovi sviluppi ma che lui e la moglie erano decisi a risolvere «lo strano affare».
La signora Finchware, una donna piccola e robusta, dai vivaci occhi neri e il portamento risoluto, ci servì il tè.
Il padrone di casa ci disse che a suo avviso avremmo dovuto occupare la sua camera da letto, sempre che fossimo d'accordo.
Leffing approvò subito, e poco dopo ci ritrovammo a disfare il bagaglio in una stanza accogliente al primo piano.
A cena mangiammo un arrosto squisito, ma la conversazione a tavola fu frammentaria. I Finchware sembravano tesi, preoccupati. Il loro nipote, ci dissero, sarebbe rientrato nella tarda serata.
Dopo avere visitato la casa e ammirato le travi enormi, i pannelli di legno ben conservati e i pilastri e i modiglioni massicci dei camini, il signor Finchware ci accompagnò in biblioteca, dove ci offrì whisky e soda.
Leffing non bevve. Rifiutava sempre l'alcol quando esisteva la possibilità di incontrare qualche manifestazione psichica, spiegò. Le sostanze narcotiche, di qualsiasi genere, tendevano ad appannare i sensi, fece notare. Io sorseggiai la mia bibita senza gustarla in modo particolare.
Via via che la serata trascorreva, il nostro ospite sembrava sempre più teso e stanco. Poco dopo le nove, Leffing propose di ritirarci.
Anche se la nostra stanza conteneva un grande e antiquato letto a baldacchino e una branda, Leffing disse che non ci conveniva coricarci, che dovevamo cercare di rimanere svegli il più a lungo possibile. Le poltrone antiche erano abbastanza comode, così ci sedemmo e aspettammo.
La conversazione cessò; la luce della luna cominciò ad attraversare il pavimento, e a un certo punto mi appisolai.
Mi svegliai di colpo e guardai l'orologio. Era mezzanotte passata, Leffing sedeva, sveglissimo, in un riquadro di luce lunare. La sua faccia, dal profilo marcato, aveva un'espressione vigile e ansiosa. Mi rivolse un sorriso piuttosto gelido, ma non disse nulla.
Sospirando, tornai a rilassarmi sulla poltrona, meravigliato dalla sua capacità di vincere il sonno.
Quando mi svegliai di nuovo, avevo la fronte imperlata di sudore freddo, e il cuore mi batteva forte. Mi sembrava di essermi dibattuto in un incubo orrendo, ma il risveglio non aveva dissolto il senso di paura che mi pervadeva. Se mai, la paura era aumentata.
Mi guardai rapidamente attorno, cercando Leffing, e vidi che si era drizzato sulla poltrona. La sua faccia era pallida, tirata, e le sue labbra sottili erano talmente serrate che la bocca si era ridotta a una fessura.
Capii che c'era qualcosa fuori della stanza, qualcosa che stava cercando di entrare... una cosa che entrando avrebbe potuto annientarci, tanto era aliena e orribile. Non vedevo nulla e non si sentiva alcun suono, eppure non avevo il minimo dubbio: stavo assistendo a un tentativo di invasione, terribile.
Trascorsi alcuni istanti, durante i quali la pressione della spaventosa minaccia sembrò accentuarsi sempre più, mi resi conto che l'entità aliena non era soltanto all'esterno della stanza e della casa; era anche al di fuori delle leggi terrene, non apparteneva al nostro mondo, e tentava di entrare con qualche chiave diabolica o stava ancora cercando di impossessarsi della chiave giusta.
Guardando speranzoso Leffing, capii che stava contrastando attivamente quell'invasione... non usando parole o gesti o armi, semplicemente con la forza di volontà. Sembrava esangue, preoccupato; stava perdendo il duello mortale, conclusi scioccato.
L'aria era satura di male. Una presenza quasi tangibile, che assaliva la gola, il cuore, la linfa vitale. Il senso di oppressione soprannaturale divenne quasi insopportabile. Sentii che Leffing sospirava; per un attimo pensai che avesse ceduto; poi l'orribile pressione cominciò a scemare, e capii che si era trattato di un sospiro di sollievo. L'invasore si era ritirato.
Vegliammo fino all'alba, ma il nemico non cercò più di manifestarsi. Quando una luce fredda cominciò a filtrare nella stanza, ci coricammo. Leffing sulla branda, io sul letto a baldacchino... fu Leffing a volere così. Al mio risveglio, alcune ore dopo, l'amico non era più in camera.
A pianterreno trovai la colazione che mi aspettava. Una cameriera mi disse che i Finchware erano andati in città e che Leffing era fuori in giardino.
Quando uscii dei pennacchi di nebbia avvolgevano ancora gli abeti. Non c'era traccia di Leffing. Girai attorno alla casa e scesi il pendio sul retro. All'estremità del prato, una fitta macchia di larici ostruiva la visuale. Superando la cortina di alberi, mi bloccai di colpo.
Quasi ai miei piedi c'era uno stagno profondo. L'acqua era nera, minacciosa. Sulla superficie perfettamente liscia galleggiavano alcuni nastri sfrangiati di nebbia.
«Sinistro, vero?»
Sussultai. Leffing era a un paio di metri da me, seminascosto da una macchia di cespugli. Avanzò, divertito dal mio nervosismo.
«Maledizione, Leffing» protestai. «Potresti annunciarti!»
Sorrise, e la sua sollecitudine era sincera. «Mi spiace, Brennan. È stata una notte faticosa.»
«Soprattutto per te» osservai. «Hai qualche idea riguardo la visita... o meglio, la visita mancata della scorsa notte?»
La sua espressione si fece subito seria. Scosse il capo. «Qui operano delle forze oscure, Brennan... già, delle forze oscure.»
«Hai una spiegazione?»
Si strinse nelle spalle. «Per ora, solo una teoria. C'è molto lavoro da fare.»
Per un paio di minuti, rimase a fissare meditabondo lo specchio d'acqua. «Che ne pensi di questo?» chiese infine. «Dello stagno del mulino, intendo dire...»
«Non mi piace affatto» risposi. «Come hai fatto a sapere che è lo stagno di un mulino?»
«Il signor Finchware lo ha chiamato così. Poi mi ha spiegato che qui c'era proprio un mulino circa due secoli fa.»
«Gli hai raccontato la nostra esperienza della scorsa notte?»
«Gli ho accennato che tra non molto dovrebbe esserci una manifestazione, però non gli ho parlato dettagliatamente dell'esperienza orribile che credo abbiamo vissuto tutti e due. Inutile allarmare ancora i Finchware, farli sprofondare nel panico.»
Il resto della giornata trascorse in modo monotono e fiacco per me. Leffing, taciturno, si aggirò per la casa e intorno ad essa in preda a una profonda inquietudine per gran parte della mattina. Dopo un pranzo leggero servito dalla domestica, Leffing si abbandonò su una sedia e vi rimase per tutto il pomeriggio, immerso nei propri pensieri.
I Finchware, apparentemente rinvigoriti dal giorno in città, furono anfitrioni migliori rispetto alla sera precedente, ma mi resi conto che Leffing seguiva la conversazione per pura cortesia. Il giovane nipote, John Motson, era cordiale ma a disagio.
Io pensavo già alle ore notturne, piuttosto turbato. Anche Leffing non presagiva nulla di buono, ne ero certo... anche se forse era più calmo di me.
Ci ritirammo in camera presto, come la sera prima, preparandoci a un'altra veglia carica di tensione. Naturalmente, a un certo punto mi addormentai.
Quando mi svegliai, la mezzanotte era passata da un pezzo. Leffing sedeva in silenzio sulla sua poltrona, sveglissimo.
«Nessun segno di... nulla?» chiesi.
Scosse la testa. «Finora, no.»
Scuotendomi, decisi che dovevo rimanere sveglio, almeno per un po'. Leffing meritava tutto l'appoggio morale che potevo offrirgli, anche se non era granché.
Passò un'altra ora, tranquilla. Stavo cominciando a sbadigliare, quando Leffing si drizzò di colpo sulla poltrona. «Cos'è stato?»
«Io non ho sentito nulla.»
Adagio, Leffing andò alla finestra. Io mi affrettai a raggiungerlo.
La fredda luce lunare brillava sul pendio erboso dietro la casa. In fondo, la macchia di larici, neri nel chiarore argenteo.
Sotto il nostro sguardo, una figura si staccò dall'ombra di alcuni arbusti accanto alla casa e s'incamminò lungo il pendio, verso gli alberi.
Leffing mi afferrò il braccio. «Presto, Brennan... di sotto... sul retro! Bisogna fermarla! Non dobbiamo perdere nemmeno un secondo!»
Girandosi di scatto, corse alla porta, la aprì e scese a precipizio le scale. Mentre lo seguivo, sentii il rumore di un'altra porta che veniva spalancata e sbatteva contro la parete.
Leffing era già arrivato a metà pendio quando raggiunsi il prato trafelato. Continuai a correre, e Leffing si tuffò tra i larici e scomparve. Un attimo dopo, sentii un tonfo.
Mi aprii un varco tra gli alberi, mentre i rami mi sferzavano la faccia, e sbucai sull'altro lato.
Leffing, immerso fino alle spalle nell'acqua nera, stava trascinando qualcosa verso la sponda. Ansante, risalì barcollando la riva scivolosa e depose il suo carico sull'erba.
Era la signora Finchware.
Leffing cominciò a praticarle la respirazione artificiale. Dopo un paio di minuti, si fermò. «Bene. Ha ingerito pochissima acqua. Più che altro, è un caso di shock, credo. Presto, Brennan, aiutami a portarla in casa.»
Arrancando lungo il pendio, viscido per la rugiada notturna, trasportammo la donna svenuta verso l'abitazione. Mentre ci avvicinavamo, il signor Finchware apparve all'improvviso, allacciandosi frettolosamente la vestaglia. Era così agitato che per un attimo non riuscì a parlare. Contrasse la faccia, le labbra. «È... è...»
«È viva» lo tranquillizzò Leffing. «Vada a prendere delle coperte calde e del whisky.»
Infagottata nelle coperte su un divano della biblioteca, la signora Finchware finalmente si mosse e aprì gli occhi. Leffing, che nel frattempo si era cambiato in fretta e furia, le accostò un bicchierino di whisky alle labbra; la signora riuscì a mandar giù qualche goccia di liquore.
«Può dirci cos'è successo?» le chiese Leffing con dolcezza.
La signora rimase a fissarlo a lungo, interdetta. Poi affiorarono i ricordi, e un'espressione di paura e di sbigottimento le si dipinse in viso.
«Mi sono svegliata... dopo un sogno orribile» raccontò. «Mi sentivo... malissimo. Depressa. Scoraggiata... Non avevo più voglia di vivere.»
Si interruppe, aggrottando le ciglia. «Era... disperazione. La disperazione più nera... una situazione senza speranza, senza rimedio... Io... ho deciso di annegarmi nello stagno.»
Il signor Finchware rimase allibito. Era evidente che non si sarebbe mai aspettato una rivelazione del genere da parte della moglie.
«Può spiegare questo suo senso di disperazione? C'era un motivo?» chiese Leffing.
La donna scosse la testa. «No. Era solo... una sensazione. Immotivata. Devo essere impazzita.»
«Non era pazza» le disse Leffing. «Ma per un certo periodo di tempo ha perso il controllo della sua mente, la sua mente non le apparteneva più, penso.» Si drizzò. «Ora cerchi di riposare. Non la lasceremo sola nemmeno un istante.»
Mi rivolse un cenno, indicando che dovevo restare accanto alla donna, poi uscì dalla biblioteca con il signor Finchware e il giovane Motson e chiuse la porta.
Nell'altra stanza si udì una conversazione smorzata; seguirono alcune telefonate, infine i tre uomini rientrarono.
La signora Finchware adesso sembrava più rilassata. Leffing le batté sulla spalla. «Tra poco arriverà un dottore, la visiterà per assicurarsi che lei stia bene, poi le darà qualcosa che l'aiuti a dormire. Domani, lei partirà con suo marito per una breve vacanza. Il signor Motson si assenterà per motivi di lavoro.»
I Finchware e Motson lasciarono la casa a metà mattinata. Leffing ed io andammo in biblioteca e ci abbandonammo sulle poltrone. Eravamo rimasti alzati quasi tutta la notte.
«Ora che sono partiti, puoi dirmi cos'è successo alla signora Finchware» esordii.
Leffing esitò. «Non ne sono sicuro, ma... secondo me, l'invasore che ieri notte ha cercato di spezzare la mia resistenza fisica e psichica, ha scelto la signora Finchware considerandola un bersaglio più facile. Forse siamo di fronte a un tentativo di trasferimento di personalità, o almeno di trasmissione di un'emozione particolarmente intensa e violenta... un senso di disperazione, in questo caso. Ci sono ancora molte cose da scoprire. Comunque, mi sento più tranquillo con i Finchware lontani da qui. Forse adesso riusciremo ad andare a fondo di questa strana faccenda.»
Il giorno passò senza incidenti. Leffing perlustrò la casa e i terreni circostanti, ma non scoprì nulla di interessante. Dopo cena, la domestica se ne andò; Leffing ed io ci ritirammo in biblioteca per un'oretta prima di salire in camera. Nonostante mi sforzassi di stare sveglio mi appisolai almeno due volte. Leffing, assorto nei propri pensieri, non parve contrariato dalla mia propensione al sonno.
Mentre ci sistemavamo in camera da letto, il mio compagno parlò. «Questa notte siamo gli unici bersagli possibili, Brennan. A parte noi due, la casa è deserta».
Un pensiero inquietante, che infatti mi svegliò del tutto. Se proprio dovevo essere un «bersaglio», decisi, perlomeno volevo essere un bersaglio vigile, cosciente.
Passò la mezzanotte; cominciai a pensare che ormai il nostro visitatore non ci avrebbe disturbati. Stavo preparandomi a rilassarmi sulla poltrona per un sonnellino, quando una specie di pressione, dapprima quasi impercettibile, cominciò a crearsi nella stanza. Aumentò rapidamente. Leffing si drizzò subito, pronto a qualsiasi evenienza.
Un senso di desolazione, familiare e terrificante, mi pervase. Avevo l'impressione che qualcosa di potente e incredibilmente malvagio, ancora lontano, stesse precipitandosi verso la stanza a grande velocità.
Leffing si alzò di colpo, l'espressione allarmata.
Feci appena in tempo a imitarlo, poi l'aria all'estremità della stanza sembrò incresparsi. C'era un'ondulazione, vaga ma inequivocabile, quasi il fenomeno interessasse la parete stessa. L'intero lato della stanza parve annebbiarsi davanti ai nostri occhi. Poi si schiarì... e l'orrore si manifestò.
L'entità che si materializzò era uscita da un incubo, dal delirio, dai sogni spaventosi provocati da una febbre altissima. Per un attimo fu in parte offuscata dalle ondulazioni pulsanti che l'attraversavano. Poi però questo ondeggiamento cessò, e la cosa orrenda apparve di fronte a noi, reale, in carne ed ossa.
Aveva la forma del cadavere di un vecchio rimasto immerso a lungo in acque torbide, fangose. La faccia bluastra era orribilmente gonfia, graffiata e lacerata, deturpata apparentemente da una moltitudine di denti minuscoli o di piccole chele. Le labbra nere erano rotte, putrescenti. I brandelli fradici di un vestito marrone penzolavano dal corpo tumido. Sulla testa, una massa arruffata di capelli appiccicati al cranio.
Ma la cosa peggiore erano gli occhi. Avrebbero dovuto essere gli occhi vacui e vitrei di un cadavere, invece ci fissarono minacciosi, sprizzando lampi malvagi carichi di odio che ci fecero gelare il sangue.
Aprendo la bocca mostruosa, emise una specie di grido soffocato, un lungo «Ahhhhhhh» di trionfo, e avanzò barcollando verso di noi... Ricordo un'altra cosa in modo chiaro: lo sciacquio delle sue scarpe inzuppate d'acqua.
Ero pietrificato dal terrore, incapace di muovermi. La voce di Leffing squarciò la mia immobilità come la lama di un coltello.
«Alla porta, Brennan! Non correre!»
La mia mente funzionava solo in parte, comunque obbedii come un automa. Piano, spostandomi lateralmente, mi avvicinai alla porta, e vidi che Leffing mi seguiva.
Quando varcai la soglia, il cadavere era arrivato al centro della stanza. La sua faccia si agitava, contratta da una furia spettrale indescrivibile. Sembrava che stesse sbavando rivolto a noi. Con un ringhio gorgogliante, si lanciò nella nostra direzione.
Leffing si catapultò all'esterno, chiudendo la porta. Per poco non mi fece cadere. Mentre vacillavo, sentimmo il tonfo molle e disgustoso del cadavere che colpiva l'uscio.
«Via dalla casa!» ordinò Leffing.
Mentre ci precipitavamo sotto, la porta della camera da letto venne spalancata. Un attimo dopo, uno sciaguattio di passi pesanti risuonò nel corridoio, diretto verso le scale.
In pochi secondi fummo all'esterno, e Leffing chiuse la porta con la chiave lasciatagli da Finchware.
Mentre io esitavo sotto il portico, Leffing infilò la chiave in tasca e mi afferrò il braccio. «Andiamo via!» disse, spingendomi giù dai gradini. «Può darsi che il suo potere si estenda addirittura oltre la casa!»
La mia automobile era parcheggiata lì vicino. Salimmo a bordo. Per un attimo convulso, il motore tossicchiò; poi si accese e ci allontanammo di gran carriera. Mentre percorrevamo la stradicciola fiancheggiata dagli abeti canadesi, Leffing parlò.
«Mi sento un vigliacco... a fuggire dal campo di battaglia così» confessò. «Ma è evidente che il nostro visitatore ha accumulato delle riserve impressionanti di forza psichica. Non ho mai visto una materializzazione così vivida... e così orribile. Il suo potere è letale, ora ne sono convinto. Sarebbe una follia contrastarlo; non siamo equipaggiati per farlo.»
Il viaggio proseguì perlopiù in silenzio. Ma a un certo punto Leffing scosse la testa e sospirò. «È stata tutta colpa mia, Brennan. Ho sottovalutato la sua vitalità diabolica.»
Invece di tornare a New Haven, ci fermammo a trascorrere il resto della notte in un piccolo motel. Nessuno dei due riuscì a dormire. Chiesi a Leffing se avesse qualche piano per il giorno successivo.
Leffing, l'aria cupa, fissò a lungo la parete prima di rispondere. «Voglio esaminare la storia della casa dei Finchware» disse poi. «E forse vedrò di organizzare una cerimonia esorcistica.»
La mattina seguente, dopo colazione (tra parentesi, alla fine eravamo riusciti a dormire qualche ora), accompagnai Leffing all'ufficio del segretario comunale per controllare i registri delle vecchie proprietà immobiliari. Leffing mi suggerì di fermarmi alla biblioteca pubblica; forse avrei trovato dei vecchi testi di storia locale.
Trascorsi la mattinata spulciando libri che trattavano della storia della zona ma, anche se il materiale interessante non mancava, non c'era nulla che riguardasse la casa dei Finchware.
Passai a prendere Leffing all'ora di pranzo. Non era molto loquace, però capii che aveva trovato una traccia.
Non mi disse nulla finché non fummo di nuovo nella nostra stanza al motel.
«I registri locali erano lacunosi» mi rivelò Leffing. «Comunque ho avuto un colpo di fortuna, e mi hanno presentato un certo signor Bennet Proby, il più noto studioso di storia della città. Ha quasi novantotto anni, però ha una memoria eccellente e possiede un bagaglio di informazioni ingentissimo tramandatogli da vari antenati.»
«E cos'hai scoperto a proposito della casa dei Finchware?» chiesi, venendo subito al sodo.
«La casa risale al periodo coloniale. Naturalmente ha cambiato proprietario diverse volte. Sarebbe noioso e irrilevante, in questa sede, elencare i nomi, le occupazioni e le storie di tutti i proprietari... anche se il signor Proby dispone di moltissime informazioni in merito.»
«Hai individuato l'origine del problema, allora?»
Leffing annuì. «Sono quasi sicuro di averla individuata. Credo che questa manifestazione maligna derivi da un certo Giles Moray, che molto probabilmente era il proprietario originale e il primo occupante della casa.»
Mi misi comodo per ascoltare il racconto, e Leffing proseguì.
«Moray era senza dubbio un uomo malvagio. L'origine della sua ricchezza era oscura, ma pare che si fosse arricchito con qualche attività nefanda e illecita durante la Rivoluzione. Dopo aver costruito la casa e il mulino, Moray vi si trasferì con una domestica, una giovane apprendista che scomparve quasi subito. Nel corso dei decenni, pare, sotto il tetto di Moray ci fu un andirivieni di apprendiste serve, immigranti bisognose, e perfino vere e proprie schiave. Alcune rimasero solo pochi mesi, altre per qualche anno. Quando gli chiedevano di spiegare quelle sparizioni improvvise, Moray liquidava sempre la questione dicendo che le disgraziate erano scappate. E, imperterrito, arrivava addirittura a cercare nuove domestiche con annunci pubblici. Ma stando alle voci che circolavano e all'opinione della maggior parte della gente, le serve non erano fuggite... era Moray che perlopiù le uccideva quando non soddisfacevano più i suoi appetiti fisici.
«Moray si ritrovò a condurre un'esistenza da eremita, evitato dai vicini. E a un certo punto fu colpito inesorabilmente da una malattia che, dopo essere stata trascurata a lungo, si rivelò incurabile. Alla fine, Moray scomparve. Il suo corpo non fu mai rinvenuto. Probabilmente si era annegato nello stagno del mulino dietro la casa, concluse la gente. È uno stagno profondo, tra parentesi... venne dragato all'epoca, però del cadavere nessuna traccia, sempre che fosse là sott'acqua.»
«Un personaggio decisamente sgradevole» commentai.
«In morte come in vita» soggiunse Leffing. «Dalla sua scomparsa, la casa e lo stagno sono diventati un focolaio di suicidi. Stando al signor Proby, nel corso dei secoli almeno undici persone si sono suicidate in loco. Dato il numero, non può trattarsi di una semplice coincidenza. Alcuni si sono annegati nello stagno, altri si sono impiccati agli alberi lì attorno, altri ancora si sono sparati nella casa.»
«Credi davvero che lo spirito maligno di Moray abbia causato questi atti di autodistruzione?» chiesi.
«Be', circa... Possiamo essere più precisi» rispose Leffing. «Secondo me, l'influsso persistente di Moray, un residuo di male assoluto, ha creato le condizioni adatte, l'atmosfera psichica che ha provocato i suicidi. A quanto pare, questo influsso si è intensificato invece di diminuire col passare degli anni. È diventato così forte da riuscire a impossessarsi della mente di una persona per la quale il suicidio sarebbe stato in ogni caso, anche per motivi validi, qualcosa di inconcepibile... mi riferisco alla signora Finchware.»
«Sembra incredibile!»
Leffing annuì. «Spesso il male è incredibile. A mio giudizio, in qualche modo oscuro che noi ignoriamo, ogni suicidio ha accresciuto il potere della manifestazione terrena di Moray. Come un demone insaziabile, lo spirito malefico di Moray si è cibato di suicidi nel corso dei secoli. Probabilmente, l'entità si nutre estraendo la linfa vitale da quelle povere anime invasate. Forse, per Moray, o meglio per la sua manifestazione, le vittime sono una fonte di energia psichica, di nuovo vigore.»
«È troppo orribile per essere accettato da una mente razionale!» obiettai.
Leffing si strinse nelle spalle, in un gesto piuttosto fiacco. «La cosiddetta "mente razionale", mio caro amico, spesso è l'apparato più irrazionale che esista al mondo.»
«E adesso cosa intendi fare?» chiesi.
«Domani, se sarai così gentile da accompagnarmi alla casa parrocchiale, vorrei far visita a padre Muldeen, un mio vecchio amico.»
La mattina seguente ci alzammo presto e, dopo una telefonata che confermò che il sacerdote era in sede ed era disponibile per un colloquio, accompagnai l'amico alla casa parrocchiale.
Padre Muldeen ci aspettava alla porta e accolse Leffing con calore sincero. Era un tipo alto, corpulento, sulla sessantina, che dava l'impressione di essere stato un atleta professionista in gioventù, e aveva un paio di occhi azzurri che sprigionavano una vivacità e un'allegria mai viste. Sembrava che danzassero e brillassero, e si aveva la sensazione sconcertante che potessero scrutare dappertutto, anche dentro una testa.
Comunque, padre Muldeen ascoltò con estrema serietà il racconto di Leffing, senza interromperlo.
Quando Leffing ebbe terminato, il sacerdote rifletté per alcuni minuti, quindi inclinò il capo. «Se il vescovo converrà che la situazione che mi hai descritto richiede un esorcismo, sarò ben felice di compierlo.»
Leffing parve soddisfatto. Padre Muldeen promise di informarci della decisione al più presto. Dopo alcune rimembranze nostalgiche e talvolta ilari dei «vecchi tempi» (a quanto pareva, Muldeen e Leffing si conoscevano da parecchi anni, ce ne andammo.
Passammo il resto della giornata al motel aspettando che il telefono squillasse. Leffing era nervoso, girellò per la stanza e fissò accigliato le pareti. Io lessi delle riviste.
Finalmente, alle nove di sera, la telefonata. Padre Muldeen informò Leffing che il vescovo aveva dato il proprio consenso al rito esorcistico. Dovevamo incontrarci a casa Finchware la mattina dopo alle dieci.
Arrivammo sul posto molto prima dell'ora fissata e restammo ad attendere in auto. Alle dieci e dieci, una vettura sportiva risalì a grande velocità la stradicciola di campagna e si fermò nel vialetto.
Padre Muldeen smontò, sbattendo la portiera. «Scusate, sono un po' in ritardo! Mi hanno chiamato d'urgenza a benedire una salma!»
Il rito esorcistico, celebrato di rado, era più elaborato di quanto pensassi. Padre Muldeen ci spiegò che aveva digiunato ventiquattr'ore, e che prima di recitare le formule dell'esorcismo vero e proprio sarebbe stato necessario dir messa. L'intera cerimonia, fu deciso, si sarebbe svolta nella stanza in cui Leffing ed io avevamo incontrato lo spaventoso visitatore. Padre Muldeen, che in passato aveva già avuto a che fare con delle materializzazioni psichiche, affermò che molto probabilmente quella stanza era una specie di «via d'accesso per il maligno».
Dopo la messa e alcune preghiere speciali, nella stanza risuonarono solenni le parole latine del comando esorcistico, tremende nella loro implicazione di autorità implacabile. Ogni sillaba, ben scandita, sembrava carica di energia e di determinazione inflessibile...
«Adjuro te, serpens antique, per Judicem vivorum et mortuorum, per Factorem mundi, qui habet potestatem mittere te in gehennam, ut ab hac domo festinus discedas. Ipse tibi imperat, maledicte diabole, qui ventis ac mari et tempestatibus imperavit... Audi ergo, Satana, et time, et victus et prostratus recede, adjuratus in nomine Domini nostri Jesu Christi». (Io ti esorcizzo, serpente antico, per il giudice dei vivi e dei morti, per il creatore del mondo, che ha il potere di ricacciarti nella Gehenna, affinché tu lasci immantinente questa casa. Questo ti ordina, diavolo maledetto, Colui che comanda al vento e al mare e alle tempeste... Ascoltami dunque, Satana, e temi, e vinto e prostrato recedi, esorcizzato nel nome del Signore nostro Gesù Cristo.)
Il rito si svolse senza interruzioni. Al termine, Padre Muldeen ci informò che non poteva esserci alcuna garanzia della piena riuscita della cerimonia. Forse sarebbe stato necessario ripeterla, anche parecchie volte, magari.
Dopo i profusi ringraziamenti di Leffing, il prete si allontanò rapido a bordo della sua automobile sportiva, già in ritardo per un altro appuntamento.
Leffing e io rientrammo al motel. Saremmo tornati alla casa dei Finchware quella sera e avremmo pernottato là. Il giorno trascorse in modo frammentario e ci sentimmo entrambi risollevati, credo, quando ripartimmo per la residenza infestata.
Alcuni aspetti dell'esorcismo mi lasciavano perplesso, e durante il tragitto chiesi chiarimenti a Leffing. Per esempio, sembrava che l'imposizione fosse rivolta a Satana stesso piuttosto che allo spirito trapassato di Giles Moray.
Leffing diede una risposta meditata. «A mio avviso, può darsi che la Chiesa ritenga che il visitatore sia posseduto in effetti da Satana, o da qualche altro demone, o sia almeno pervaso da un'energia maligna tratta da fonti maligne. In altre parole, l'imposizione è rivolta direttamente alla fonte ultima, fondamentale, del potere di Moray. Diciamo che l'apparizione spettrale di Moray è considerata solo lo strumento che trasmette e concentra l'energia ultraterrena.»
Ci sistemammo nella stanza dove si era svolta la cerimonia esorcistica e rimanemmo in attesa. Le ore serali trascorsero senza che accadesse nulla.
Molto dopo mezzanotte, nonostante i miei sforzi, i miei occhi cominciarono a chiudersi. Leffing sedeva accanto a me, perfettamente sveglio e vigile. A un certo punto, il mio sonnellino fu interrotto da una voce che mi chiamò piano.
Drizzandomi, vidi Leffing accanto a una delle finestre affacciate sul pendio sul retro della casa. Mi invitò a raggiungerlo con un cenno.
Andai alla finestra. Dapprima non notai nulla di insolito. Il paesaggio era silenzioso, inargentato dalla luce della luna.
«Vicino ai larici» mormorò Leffing.
Tendendo lo sguardo, scorsi finalmente una figura grigia, una forma vaga, indistinta, sullo sfondo nero dei larici. Lentamente, cominciò a salire lungo il pendio, in direzione della casa.
«Moray!» esclamai. «Leffing, l'esorcismo non ha funzionato!»
Leffing mi afferrò il braccio. «Aspetta!»
La forma grigia, affrettando l'andatura, arrivò quasi a metà e si fermò. Deviando di lato, si spostò per un breve tratto quindi riprese a salire. Si fermò ancora. Dopo essere rimasta immobile per alcuni secondi, all'improvviso si lanciò in avanti. Non solo si arrestò di colpo, ma apparentemente venne anche proiettata all'indietro, come se avesse incontrato un ostacolo invisibile ma insuperabile.
Provò ripetutamente a scagliarsi verso la casa, ma ogni volta fu spinta sempre più indietro.
Mentre assistevamo a quello spettacolo bizzarro, paralizzati dall'orrore eppure affascinati, l'apparizione tutt'a un tratto lanciò un urlo che ci fece letteralmente rizzare i capelli. Era un misto di rabbia e di disperazione, una specie di ululato canino spettrale che però conteneva una nota innegabilmente umana.
Continuando a urlare, fu ricacciata ancora più indietro lungo il pendio. L'ululato divenne più forte... un gemito lugubre di disperazione assoluta, che echeggiava e si affievoliva con una desolazione indescrivibile, pietrificandoci.
L'apparizione raggiunse la macchia di larici. Lì parve fermarsi un attimo, come se stesse compiendo uno sforzo supremo per arrestare quella ritirata inesorabile. L'urlo cessò un istante, poi ricominciò... ancor più disperato di prima, se possibile.
La forma grigia sparì tra gli alberi; l'ululato spaventoso si spense a poco a poco, perdendosi in lontananza. Alla fine, non lo sentimmo più. Di fronte a noi, il pendio illuminato dalla luna, deserto e silenzioso.
Restammo alla finestra parecchi minuti, ma lo spettro non riapparve. Adesso la quiete della notte era assoluta.
Leffing si allontanò dalla finestra. «Credo che questa casa e i terreni circostanti non saranno più infestati. I Finchware possono tornare quando vogliono. Domani li chiamerò.»
Il giorno dopo tornammo a New Haven. Quella sera, nonostante l'accumulo di lavoro che mi attendeva, andai volentieri da Leffing, che mi aveva invitato a bere un paio di bicchieri del suo ottimo brandy. Faceva sempre così, ormai, per festeggiare la soluzione di un caso.
«C'è una cosa che mi sconcerta» dissi, una volta accomodatomi nel salotto vittoriano illuminato dalle lampade a gas. «La manifestazione di Moray ci è apparsa come un'entità reale in carne ed ossa... quello era un cadavere autentico! Sentivo perfino il rumore delle sue scarpe inzuppate d'acqua!»
Leffing, unendo la punta delle dita, restò in silenzio per qualche istante. «Le dimensioni dello spazio e del tempo sono diverse per uno spirito incorporeo» disse infine. «Gli uomini obbediscono a leggi differenti. E molti aspetti delle proiezioni astrali ed ectoplasmatiche rimangono dei misteri per noi. La materia in tutti i suoi particolari, o almeno un facsimile di essa, può essere ricreata da un'entità psichica che possieda energia e determinazione sufficienti. Abbiamo visto e sentito esattamente quello che lo spettro di Moray voleva che vedessimo e sentissimo.»
Scossi la testa. «Accetto la tua spiegazione, ovvio. Non è molto comprensibile, però non me ne viene in mente nessun'altra.»
Leffing sorseggiò il brandy con l'aria soddisfatta di un intenditore. «Posso ringraziare lo spirito inquieto del signor Giles Moray per una cosa, comunque. La sua venuta è riuscita a dissipare la depressione e l'abbattimento in cui ero sprofondato!»
«Sembrava quasi che la sua anima disperata si fosse già impossessata di te» osservai.
Leffing rise di cuore e volle riempirmi di nuovo il bicchiere.
E io accettai di buon grado.
C'è un'appendice curiosa e pertinente a questo caso, uno sviluppo di alcuni mesi dopo. I Finchware, una volta a conoscenza dei particolari della storia, cominciarono a nutrire un'avversione profonda per lo stagno dietro casa. Anche se non ci furono altre apparizioni spettrali, decisero di liberarsi dello stagno. Fu prosciugato, dragato, e riempito di sana ghiaia del New England. Durante le operazioni di dragaggio vennero alla luce i frammenti dei crani e varie ossa di almeno nove individui. Era impossibile, comunque, ricostruire gli scheletri e tentare un'identificazione.
Ma Leffing mi disse che secondo lui quelli erano senza dubbio i tristi resti delle povere domestiche di Moray che erano «fuggite»; e dei suicidi annegatisi nello stagno in epoche successive. Chissà se tra quelle ossa, oltre a quelle delle vittime, c'erano anche quelle di Moray? Ce lo domandammo entrambi...
Espletate le formalità di legge, le ossa furono bruciate e le ceneri vennero sotterrate in un luogo sconosciuto.
LA CACCIA
The Hunt
di Joseph Payne Brennan
Nine Horrors And A Dream, 1958
Entrando nella fredda sala d'aspetto immersa nella penombra della stazio¬ne ferroviaria di Newbridge, il signor Oricto pensò che fosse il luogo più desolato della terra. Ogni cosa lo deprimeva: le nude luci sovrastanti, il fred¬do pavimento di pietra, le panche annerite e scomode.
La stazione appariva deserta. Non vi era che lui. Aggrottando le sopracci¬glia, posò la borsa a terra e si sedette. Era in ritardo e anche il suo treno era in ritardo. Avrebbe dovuto trascorrere come meglio poteva quell'ora di atte¬sa. Era una prospettiva piuttosto deprimente.
Era un uomo di piccola corporatura, un tipo nervoso, di mezz'età, e provò una spiacevole sensazione di isolamento, di vulnerabilità, mentre lanciava qualche occhiata alla grande stanza vuota. Solitamente le sue grandi orecchie e le guance cascanti gli conferivano un aspetto comico, ma ora aveva un aspetto semplicemente patetico.
Avvertì una inspiegabile sensazione di apprensione che non si sapeva spie¬gare. Newbridge era una città di ragionevoli dimensioni. Sicuramente vi era altra gente nei dintorni della stazione.
Era piuttosto tardi e poi, improvvisamente, si irrigidì. Qualcuno fermo nel¬l'ombra sul lato estremo della stanza lo stava spiando. Era appoggiato contro lo schienale di una delle panche, teneva la testa sulle braccia, ed esaminava il signor Oricto con un'espressione curiosamente intensa e concentrata.
Il cuore del signor Oricto prese a martellargli tra le esili costole. Egli a sua volta guardò in quella direzione con uno sguardo pieno di timore, avverten¬do una sensazione di ripugnanza e di attrazione allo stesso tempo.
Benché i suoi occhi ben presto cominciassero a lacrimare, non riusciva a distogliere lo sguardo. Mentre guardava, l'oggetto del suo involontario esa¬me si mosse lungo la panca e uscì alla luce.
Per qualche ragione che non osò analizzare, il signor Oricto cadde in preda a una sensazione molto vicina al panico. A un osservatore casuale l'aspetto dell'altro individuo avrebbe difficilmente potuto spiegare una tale sensazio¬ne. Aveva un aspetto curato, ed era di corporatura ancora più esile di quella del signor Oricto. Una persona disinteressata alla vicenda avrebbe concluso che non vi era nulla di rimarchevole o di notevole nel suo aspetto.
Ma il signor Oricto trovò il suo aspetto semplicemente orribile. Gli occhi indagatori dello straniero, il suo aspetto magro e muscoloso, il suo modo di alzare la testa di scatto, allarmarono il signor Oricto. Il suo manifesto inte¬resse nei suoi confronti aveva qualcosa di terrificante.
Senza pensare, senza nemmeno soppesare il risultato delle sue azioni, il signor Oricto afferrò la borsa e si affrettò a uscire dalla porta, diretto verso i binari. Stava quasi correndo.
Si affrettò a raggiungere la punta estrema del binario, finalmente posò la borsa a terra e si guardò alle spalle. Non vide nessuno.
Pian piano il suo cuore riprese a battere normalmente. Espirò un lungo sospiro tremante. Come era diventato nervoso e timido, all'improvviso! Do¬veva veramente tentare di controllarsi. Aveva dormito poco ultimamente: doveva avere i nervi un po' scossi. Lo sconosciuto forse voleva solo fare un po' di conversazione, e nulla più.
Ma mentre ragionava a questo modo tra sé e sé, nell'intimo vi era una parte di lui che era rimasta scossa e impaurita. Non gli riuscì di lasciare l'estremità del binario.
Alcune gocce di pioggia lo colpirono in viso. Guardandosi attorno, vide che non vi era nessuno vicino a lui. La stazione avrebbe potuto benissimo sorgere nel mezzo di un deserto. Dando un'occhiata al suo orologio, vide che aveva ancora quaranta minuti di attesa davanti a sé.
La pioggia cadeva più fitta, tamburellando contro le assi di legno della pas¬serella. Una piccola sezione del tetto copriva la parte del binario accanto alla sala d'aspetto. Ma esso terminava a diversi metri dal punto in cui stava il signor Oricto.
Quando la pioggia cominciò ad aumentare, egli indietreggiò verso quella tettoia. Era giunto quasi al riparo, quando vide lo sconosciuto in piedi appe¬na al di fuori della porta della sala d'aspetto. Il signor Oricto non lo aveva visto uscire. Non aveva visto le porte spalancarsi al suo passaggio. Ma, nono¬stante ciò, lui era lì.
Il signor Oricto si arrestò all'istante, di nuovo pieno di apprensione. Lo straniero magro non fece alcuna mossa per avvicinarsi a lui, ma il signor Oricto si convinse di essere soggetto a un esame ostile e astuto.
Nonostante la pioggia gelida cadesse a torrenti, spinta dal vento che au¬mentava sempre più, egli si affrettò a raggiungere nuovamente il limite estre¬mo del binario.
La pioggia cadeva sempre più forte, bagnandogli gli abiti e scorrendo lungo il suo viso a rigagnoli. Era sicuro che lo straniero, all'asciutto sotto la pensili¬na, si divertiva molto a vedere il suo stato. A un certo punto gli parve di sentire una chioccia risata attutita, ma forse era stato solo il rumore del ven¬to.
Non riusciva a comprendere il suo stato di nervosismo. La sua spiacevole compagnia su quel binario non aveva fatto alcun gesto o commento ostile. Eppure la sua semplice presenza riempiva il cuore del signor Oricto di pro¬fondo terrore. Il terrore che gli impregnava le ossa non poteva essere analiz¬zato. Pareva una tangibile, pregnante minaccia che riempiva l'atmosfera che regnava sul binario della stazione come un fumo nero.
Di tanto in tanto la pioggia diminuiva. In quei brevi momenti, il signor Oric¬to strizzava il suo cappello bagnato, si asciugava l'acqua sul viso, e tentava di riprendere un atteggiamento dignitoso.
In uno di questi intervalli, mentre si passava il fazzoletto sul viso, osservò con orrore che lo sconosciuto aveva lasciato il suo posto accanto alle porte della sala d'aspetto ed era avanzato lungo il binario, venendo verso di lui.
Rimase impietrito dal terrore. Lo sconosciuto avanzava piano, muovendo ciascun piede molto lentamente, con grande cautela. La sua piccola testa era protesa in avanti sul collo piuttosto lungo. Era puntata verso il signor Oricto come una freccia. Gli occhi fissavano il signor Oricto con uno sguardo impla-cabile.
Il signor Oricto ebbe l'impulso di fuggire, di saltare sulle traversine e di correre ciecamente lungo i binari del treno. Era l'unica cosa che gli era sem¬pre riuscita bene: correre. Ma pareva che le sue gambe si fossero tramutate in gelatina. Non rispondevano al suo volere: ormai era in preda al panico.
Aprì la bocca per urlare. Proprio in quell'istante vi fu un baluginio di luce, un ruggito soffocato. Dalla curva apparve il treno che aveva tanto atteso.
Lo sconosciuto esitò. Per un terribile istante parve sul punto di lanciarsi in avanti. Poi si fermò, si voltò, e tornò piano piano verso la sala d'aspetto.
In tutta la vita il signor Oricto non era mai stato tanto contento di vedere arrivare un treno. Corse verso il binario del treno, grato, sollevato, benedi¬cendo il mostro d'acciaio che gli era stato inviato attraverso le tenebre per trarlo in salvo. Mentre saliva a bordo, lanciò una rapida occhiata in entram¬be le direzioni. Con immenso sollievo si rese conto che nessun altro saliva a bordo.
Il treno non sostò molto a lungo a Newbridge. Era un treno espresso diretto a Porthaven, e Newbridge era una fermata minore lungo il tragitto. Quando finalmente il signor Oricto ebbe sistemato la sua borsa sul portabagagli sopra la sua testa, il treno era di nuovo lanciato attraverso la notte piovosa.
Si accasciò sul sedile. Si sentiva debole e infreddolito, e piuttosto esausto. Mai prima d'allora aveva provato un terrore così grande, un'apprensione tanto acuta e travolgente. Non voleva neanche pensare cosa sarebbe potuto accadere se il treno non fosse giunto.
Il bigliettaio attraversò la carrozza vuota, prese il suo biglietto. Squadrò il passeggero con uno sguardo lungo e interdetto, poi si diresse verso la carroz¬za successiva.
Il tepore della carrozza e la sensazione di essere sfuggito al pericolo, lo fecero assopire. Rimase per un poco abbandonato con gli occhi chiusi. Pian piano il suo cuore smise di battere all'impazzata. Prese a respirare normal¬mente.
La pioggia picchiava contro i finestrini del treno smorzando le poche luci che fendevano l'oscurità.
Il signor Oricto si riprese. Probabilmente si era preso un bel raffreddore. Be', aveva letto che in questi casi era meglio bere molta acqua. Si avviò verso il rubinetto con passo incerto, e riempì un bicchiere di carta. Dopo aver be¬vuto tre bicchieri d'acqua, tornò al suo posto.
Si arrestò bruscamente. Lo sconosciuto smagrito era seduto in un sedile a metà della carrozza. Aveva il suo solito aspetto divertito, ma il suo sguardo penetrò fino all'anima stessa del signor Oricto come tanti aghi d'acciaio.
Per un istante il signor Oricto quasi cedette a un impulso irresistibile. Vole¬va solo voltarsi, fuggire attraverso le carrozze per distanziare il più possibile il suo inseguitore.
Alcune cellule non ancora toccate dal terrore che gli aveva invaso il cervello lo assicurarono che sarebbe sembrato ridicolo. Cosa avrebbero pensato i bi¬gliettai, e gli altri passeggeri? Cosa ne sarebbe stato della sua borsa che era ora sul portabagagli? Essa conteneva alcuni dei suoi beni più preziosi. L'a-vrebbe dunque abbandonata solo perché uno sconosciuto dall'aria spiacevole era tanto maleducato da fissarlo?
Di malavoglia, tenendo a freno la sua sensazione di panico, tornò al suo posto. Parte del suo cervello gli stava ancora urlando l'ordine di correre, di fuggire finché era in tempo ma, una volta tornato al suo posto, trovò che non riusciva più a muoversi. La pioggia batteva contro i vetri. Alcune luci colora¬te formavano di tanto in tanto dei caleidoscopi per qualche istante, poi ri¬piombava l'oscurità.
Il signor Oricto sedeva come paralizzato. Non osava voltare la testa, ma avvertiva lo sguardo indagatore dell'altro sulla nuca. Un brivido gelido passò lungo la sua spina dorsale.
Se solo il bigliettaio fosse ritornato!
Lottando contro la sensazione di ipnotica impotenza che pareva imposses¬sarsi di lui, tentò di fare dei piani.
Quando il treno sarebbe giunto a Porthaven, avrebbe tentato di afferrare la borsa velocemente e di affrettarsi verso la porta; sarebbe balzato giù dal tre¬no non appena fosse entrato in stazione, forse ancora prima che si fosse fermato del tutto. Poi avrebbe corso. Non aveva dubbi adesso. Avrebbe cor¬so a perdifiato, senza vergognarsene, poi avrebbe attraversato la stazione e la strada, fino all'angolo dove sostavano i taxi. Una volta all'interno del taxi, sarebbe stato al sicuro. Avrebbe offerto al conducente una mancia per indur¬lo ad allontanarsi velocemente. Pochi minuti dopo si sarebbe ritrovato al sicuro, nelle sue stanze.
Una volta formulati i suoi piani, si sentì meglio. Poi fu colpito da un nuovo pensiero e la paura tornò. Se lo era solo immaginato, o l'altro aveva davvero letto nei suoi pensieri? Quello che gli balenava in mente era dunque tanto evidente? Quegli occhi fissi riuscivano a trapanare il suo cranio e giungere nell'area segreta in cui avvenivano i suoi processi mentali?
Il signor Oricto aveva proprio questa impressione. Una paura crescente lo perseguitava ormai, e non riusciva a pensare a un piano alternativo. Avrebbe dovuto affidarsi alla sua velocità. Aveva qualche probabilità di farcela.
Mentre il treno si avvicinava a Porthaven, si alzò e sollevò la borsa dal portabagagli. Rimase in piedi tremante mentre l'espresso si lanciava verso la stazione. Sapeva che gli occhi dello sconosciuto lo fissavano implacabili. Un'ondata di panico, di debolezza terrificante, s'impadronì di lui.
La sua sola volontà riuscì a spingerlo su gambe gommose fino alla porta del treno. La stazione scivolò verso di lui. Scese dai gradini di ferro, poi spiccò un balzo. La forza d'inerzia del treno in movimento lo fece roteare. Lottando per mantenere l'equilibrio e per non far cadere la borsa, compì una grottesca danza.
Riprendendosi, guardò impaurito verso la pensilina. Lo sconosciuto magro aveva già lasciato il treno. Si avvicinava velocemente.
Se mai il signor Oricto si era illuso di non essere lui l'oggetto dell'interesse dello sconosciuto, ora questi dubbi erano scomparsi.
Si lanciò lungo le scale della pensilina.
Discese a grandi balzi le scale, a quattro o cinque gradini alla volta, giunse alla fine della scalinata e fuggì lungo la galleria poco illuminata che portava dalla pensilina alla stazione vera e propria.
Il più puro terrore ormai lo pervadeva. Corse lungo il tunnel, e uscì a gran velocità dalla porta entrando nella stazione. Sembrava completamente deser¬ta. Non vi era neanche uno spazzino. Le luci erano quasi tutte spente. Quello non era un rifugio sicuro.
Mentre correva verso le porte che davano sulla strada, udì il suono delle porte del sottopassaggio aprirsi alle sue spalle.
Giunse sulla strada resa scivolosa dalla pioggia, e si slanciò verso l'angolo dove avrebbe dovuto trovare il taxi in attesa. Mentre si avvicinava a quel punto, un grande sgomento s'impossessò di lui. Questa volta non avrebbe trovato un taxi ad attenderlo! Avrebbe girato l'angolo e non avrebbe trovato nulla!
Ora doveva rischiare. Corse pazzamente.
Scivolando proprio all'angolo, vide il taxi. Gemendo per il sollievo, si lanciò verso l'auto. Girò la maniglia e si trovò all'interno.
Il conducente era seduto e scrutava il giornale delle corse dei cavalli. Non sembrava essersi accorto del fatto che il signor Oricto era entrato nell'auto.
Il signor Oricto con voce strozzata diede il suo indirizzo: «573 Bishop Street, per favore! Faccia in fretta!».
Il conducente alzò lo sguardo dal giornale. Si voltò con uno sguardo cupo verso il signor Oricto. Aveva uno sguardo di muto rimprovero.
Il signor Oricto stava per offrire la mancia al conducente come aveva stabi¬lito, ma all'improvviso la porta sul lato opposto del taxi venne spalancata bruscamente.
Lo smagrito sconosciuto scivolò all'interno, chiuse la porta di scatto, e parlò piano al guidatore. Il conducente assentì, voltandosi verso il signor Oricto.
«Amico, ti dispiace se porto anche lui? C'è un solo taxi a quest'ora. E poi piove.»
Il signor Oricto rimase muto, rigido, mentre il terrore gli penetrava nel cuo¬re come un coltello.
Il conducente pensò che il suo silenzio fosse in realtà una recalcitrante for¬ma di assenso. Mormorando tra sé, spinse il giornale da parte e mise in moto la macchina.
Mentre il taxi sguazzava nel buio, passando per strade deserte, il signor Oricto teneva lo sguardo fisso dinanzi a sé. Non osava muovere gli occhi neppure di una frazione di centimetro. Per molti isolati rimase immobile, sentendo gli occhi dell'altro che lo esaminavano gongolanti e pieni di trionfo.
Finalmente riuscì nuovamente a pensare in maniera coerente. Poteva dire al conducente di portarlo alla stazione di polizia? Si sentiva convinto che per qualche motivo il conducente non lo avrebbe fatto. Quale pretesto poteva fornirgli? E supponendo anche che il conducente lo accontentasse? Cosa avrebbe detto alla polizia? Che era stato seguito? Gli avrebbero creduto? Sarebbe sembrata una cosa assurda. Non aveva nessuna prova. Lo straniero, ne era sicuro, sarebbe stato perfettamente capace di districarsi da una situa¬zione del genere. Lui stesso sarebbe certo stato considerato un individuo sospetto. Lo avrebbero anche potuto trattenere, considerandolo mentalmen¬te instabile.
Il signor Oricto fu sopraffatto dalla disperazione. Ma, mentre imbruniva, e le vetrine lavate dalla pioggia apparivano e sparivano davanti a lui, un pen¬siero gli si presentò prepotentemente: a tutti i costi non doveva rivelare allo sconosciuto il suo indirizzo.
Una volta presa la decisione, sapeva di dover passare subito all'azione. Al¬trimenti, la poca forza che gli era rimasta sarebbe svanita.
Cercando a tastoni il portafoglio, disse al conducente di fermarsi. La voce era tanto fioca, che passò un intero isolato, prima che il conducente udisse l'ordine ripetuto con disperazione, e accostasse finalmente verso il lato del marciapiede.
Il viso cupo e irato del conducente si voltò con aria interrogativa verso di lui.
«Ho... ho cambiato idea», spiegò il signor Oricto sottovoce. Porse una ban¬conota al guidatore. «Tenga il resto.» Poi spalancò la porta e corse via. Non si voltò neanche una volta per verificare cosa facesse lo straniero smagrito.
La pioggia era cessata. Una fitta nebbia si diffondeva nelle strade. Si alzava dai marciapiedi come un fumo bagnato e umido, e oscurava la vista.
Mentre si lanciava attraverso la nebbia, il signor Oricto si ricordò di aver lasciato la borsa nel taxi. Ormai non gli importava più nulla. Avrebbe corso più velocemente senza quel peso.
Aveva deciso di entrare in un bar o in un ristorante ancora aperto, ma ora si rendeva conto con grande paura che era più tardi di quanto pensasse. Tutti i locali erano chiusi. Le strade erano troppo insicure ormai.
Quando finalmente rallentò la corsa, era senza fiato. Era fuori forma. Ep¬pure, era proprio strano. Tutta la vita era stato un bravo corridore, capace di correre quasi senza sforzo. Quasi...
Si arrestò e rimase in ascolto. Dalla nebbia alle sue spalle aveva sentito il suono di passi che si avvicinavano velocemente. Di corsa.
Si lanciò in avanti, correndo ancora più veloce. Il più puro terrore lo sospin¬geva. Le gambe si muovevano come pistoni.
Ma era già senza fiato. Anche il più puro terrore poteva fornire solo una certa quantità di energia animale.
Sapeva che il suo inseguitore stava guadagnando terreno. Mentre correva verso l'incrocio, decise di fare una svolta di novanta gradi. Forse, se riusciva a non farsi scorgere...
Proprio mentre compiva la svolta lanciò un'occhiata angosciata all'indietro.
Il volto dello straniero magro sfrecciava attraverso la nebbia. Correva senza sforzo, la testa protesa in avanti. Con un brivido di assoluto terrore, il signor Oricto pensò a una faina che aveva visto una volta sfrecciare attraverso i boschi, mentre inseguiva qualche piccolo animale.
Nello stesso istante in cui girava l'angolo, capì che la sua mossa era stata scoperta. La vista del suo implacabile inseguitore, tuttavia, lo spinse a un'ul¬teriore accelerazione.
La zona in cui si trovava ora era ancora più deserta e desolata di quella precedente. Vicoli bui, pieni di spazzatura, si diramavano in tutte le direzio¬ni. Depositi e grandi edifici abbandonati privi di finestre, fiancheggiavano la strada stretta.
Il sangue ormai gli pulsava nella testa. Si sentiva debole e la testa gli girava. Sapeva che sarebbe crollato a terra se avesse ripreso a correre. Aveva un'ul¬tima disperata possibilità. Senza osare rivolgere un altro sguardo all'indietro, si tuffò in un vicolo buio. A metà del vicolo urtò violentemente contro un bidone vuoto, irto di fili di ferro, e cadde scivolando in ginocchio. Senza rialzarsi, saltò carponi per nascondersi dietro il bidone.
Il signor Oricto stava proprio riprendendo a sperare quando i passi tornaro¬no. Silenziosamente percorsero il vicolo diretti verso il bidone. Egli si accoc¬colò inerme contro il muro mentre il cuore gli martellava, e allora abbando¬nò ogni speranza.
Lo sconosciuto smagrito si chinò su di lui, la testa protesa in avanti e in basso, gli occhi lucenti.
Perfino nella sua disperazione, un pensiero lo torturava. Non riusciva a esprimerlo in maniera molto articolata. Tutto quello che riuscì a mormorare con voce fioca fu:
«Perché?».
Lo straniero lo guardò dall'alto con un'espressione vagamente sorpresa.
«Perché?», ripeté. «Perché?» Sollevò la piccola testa ordinata e fece una risatina allegra. I suoi denti brillarono nel buio.
«Perché?», disse di nuovo, abbassando la testa. «Perché tu sei un coniglio... e io sono nato per cacciare i conigli!»
Il signor Oricto tentò di urlare, ma dalla sua gola non uscì altro che un debole belato di terrore.
Un istante dopo i denti appuntiti dello sconosciuto gli azzannarono la vena giugulare.
La palude
JOSEPH PAYNE BRENNAN
Penso che, molto probabilmente, la regione senz'altro più desolata del New England sia quella a nord-ovest di Colbury. Oltrepassate quelle colline inospitali e vi ritrovate in mezzo a una steppa brulla, irsuta, tetra e tutt'altro che pittoresca. La macchia intricata e agitata dal vento si abbarbica sui crinali aridi. Qua e là ci sono lunghe distese acquitrinose, immobili e ripugnanti, nascoste da giuncaie e da macchie di prugnoli.
Mentre passavo di lì, nel tardo pomeriggio, dalle acque stagnanti nascoste dietro alle giuncaie cominciò a sollevarsi una nebbiolina fine fine; e fui preso da un senso di vuoto, di profonda depressione. Mi hanno sempre particolarmente impressionato certi aspetti del panorama e del terreno, e la zona che stavo attraversando era quanto di più lugubre si possa immaginare.
Ma non avevo scelta. Mayne Cordiss, mio amico da sempre, aveva insistito moltissimo perché andassi a trovarlo, e non ero riuscito ad escogitare nessuna scusa passabile per declinare l'invito. Mi trovavo in pensione già da qualche anno; la mia salute era ottima; e non avevo programmato assolutamente niente per la fine estate e per l'autunno. Si aggiunga che ero scapolo, per cui il mio appartamento in città, pieno zeppo di libri, avrebbe potuto tranquillamente accumulare polvere per mesi senza che nessuno se ne preoccupasse minimamente.
Cordiss e sua moglie, morta da un anno, mi avevano salvato in extremis, di tasca loro, quando mi ero trovato sull'orlo della bancarotta, e mi avevano coccolato e vezzeggiato fino a riportarmi ad un livello minimo di equilibrio emotivo, quando il «grande amore» della mia vita era diventato una fonte continua di amarezze.
Quando Cordiss aveva telefonato, mi ero subito reso conto che era impossibile rifiutarmi di andarlo a trovare. Sapevo bene che adesso era solo, assolutamente solo, e con tutta probabilità scontento, e in pessime condizioni.
Prima d'allora, nella sua tenuta a nord di Colbury c'ero stato soltanto una volta; però era successo in primavera, quando sua moglie era in perfetta salute e la casa era continuamente piena di ospiti meravigliosi.
Eppure, già in quell'occasione, mi ero chiesto come mai fosse venuto ad abitare in una zona così opprimente; ma non gliene avevo mai parlato. La costruzione in sé era piuttosto allegra; non me ne ero quasi mai allontanato per l'intera durata della mia permanenza presso di lui.
La dimora dei Cordiss era una grande casa colonica, rimessa completamente a nuovo, un cento metri fuori della strada principale. Quando arrivai, rimasi sgomento. Il posto era inselvatichito, coperto di vegetazione cresciuta troppo in fretta e disordinatamente. Abeti canadesi si alzavano contro le finestre, e una macchia di cedri stenti aveva occupato il terreno dove un tempo sorgeva un giardino fiorito.
Cordiss, però, mi gratificò di tutto il suo antico entusiasmo e calore; e quando mi fui allungato in una confortevole poltrona del suo studio, con un bel bicchiere di whisky e soda, mi scordai subito del tetro panorama che circondava la casa.
Mi disse che aveva licenziato tutta la servitù, fatta eccezione per un uomo assunto a mezza giornata per lavoretti vari, e per una domestica che veniva solo due volte alla settimana. Era un cuoco sopraffino; disse che si era sempre preparato da mangiare da solo. Era ben felice di avere qualcuno con cui condividere le sue creazioni.
Sembrava molto invecchiato dall'ultima volta che l'avevo visto. I capelli si stavano diradando, e cominciavano a formarglisi piccole rughe attorno agli occhi. Ebbi la netta impressione che non fosse più quello di una volta, rilassato, imperturbabile. Anzi: adesso era decisamente spigoloso e apprensivo. Soffriva ancora per la morte della moglie, logico, e con questo giustificai un po' tutto.
Le ultime giornate d'estate trascorsero abbastanza piacevolmente. Cordiss intuiva i miei gusti e li preveniva. Lessi; scrissi un mucchio di lettere per le quali ero enormemente in ritardo; vagabondai per le stradine di campagna; me ne stetti placidamente seduto ad ascoltare i racconti strampalati di Cordiss... E ogni giorno non vedevo l'ora che arrivassero i suoi sontuosi pasti.
Dopo una settimana o due, arrivai alla netta convinzione che ci fosse qualcos'altro che lo turbava, al di là del dolore per la scomparsa della moglie. Molto spesso ritornava da giri per la tenuta, tutto iroso. Si metteva a sedere soprappensiero, cosa che non gli avevo mai visto fare prima d'allora.
Un giorno, finalmente, scoppiò a ridere: «Al diavolo! C'è qualcosa che non va in questi miei boschi infernali! Speravo di buttare in piedi una partita di caccia per quest'autunno, ma non ho visto neanche un daino, o anche solo un coniglio... e la cosa dura da mesi! Forse questi contadini hanno ragione. È tutta colpa del Fosso!».
Lo fissai, sorpreso. «Spiacente, vecchio mio, ma dovrai darmi qualche ragguaglio. Cos'è questa storia delle dicerie che girano tra i contadini, e cos'è il Fosso?».
Mi sprofondai in una poltrona mentre lui versava da bere. Alla fine sedette anche lui.
«Il Fosso», mi disse, «è una palude che si trova qui, nella mia tenuta. Ho comperato circa tremila acri di terra. Più che sufficienti per andarci a caccia. Bene. C'è un'idiota leggenda locale che riguarda appunto il Fosso. A dire il vero, niente di particolare: soltanto che quel posto sarebbe pericoloso e malevolo... e che avrebbe un effetto funesto sui boschi circostanti... una specie di emanazione, capisci? Ho costeggiato quella palude lungo tutto il bordo, ma non ho visto assolutamente niente. Comunque è davvero un posto spettrale! Niente animali o uccelli, lì intorno. E un senso di attenta attesa».
Prese il suo bicchiere e ridacchiò, a disagio. «Ti sembrerò, suppongo, un cronista di un giornaluncolo di provincia a caccia di notizie sensazionali. Sarà colpa dei nervi».
Aggrottai le ciglia. Sapevo bene che Mayne Cordiss non aveva né eccessiva immaginazione né nervi a fior di pelle. «Non ti sei mai... come dire?... non ti sei mai addentrato nella palude?».
Scosse la testa. «Non posso dire di averlo veramente fatto. È traditrice. Ci possono essere le sabbie mobili. E se sei fuori da solo...». Lasciò la frase sospesa.
«Perché non ci andiamo insieme, domani, a dare un'occhiata?», suggerii.
Accettò piuttosto volentieri.
Il giorno dopo (era nuvolo, e nell'aria aleggiava un leggero tono autunnale) all'alba stavamo già arrampicandoci sulle colline in mezzo a una folta macchia. Scorsi soltanto qualche corvo e una tamia orientale; nessun'altra forma di vita selvatica. Via via che avanzavamo, il suolo da roccioso andava facendosi paludoso. Pozzanghere occhieggiavano in mezzo agli alberi stenti.
Di colpo ci ritrovammo sulla cresta di uno spuntone roccioso: il Fosso si stendeva davanti a noi. Il nome era azzeccato. La palude era, letteralmente, infossata in un lungo incavo in mezzo a due colline. A occhio e croce era larga circa tre chilometri e lunga tre o quattro. Era praticamente ricoperta da una fitta coltre di rampicanti che strisciavano da pianta a pianta, da cespuglio a cespuglio. Qui e là c'erano degli squarci dove si scorgevano ciuffi di carici palustri o pozze d'acqua salmastra. Nessun rumore spezzava il silenzio pesante. Restammo là in piedi senza parlare per parecchi minuti, eppure non si udì né il gracidìo di una rana né il frinire di una cicala.
«Un posto decisamente scostante», commentai.
«Scendiamo un poco», suggerì Cordiss.
Scendemmo giù dal costone fino al bordo vero e proprio della palude. Di colpo Cordiss bestemmiò e tirò indietro una gamba con uno strattone. Era affondato nella fanghiglia fino al ginocchio. Si guardò attorno. «Capisci cosa intendevo dire?».
Accennai di sì con il capo. «Traditrice è proprio la parola giusta. Scommetto che più di un cervo è rimasto intrappolato in questa melma. Non saranno sabbie mobili, ma potrebbero esserlo benissimo!».
Decidemmo di camminare lungo il bordo, tenendoci a una certa distanza. Speravamo di trovare un terreno più solido. Pochi minuti dopo arrivammo a una collinetta che sovrastava di poco il livello medio della palude. Pareva ragionevolmente solida, ma la prudenza non era mai troppa.
Avanzammo su quel terreno con la massima cautela. Purtroppo la collinetta si estendeva soltanto per qualche decina di metri, poi finiva di colpo in un pantano di soffice melma, con delle ciperacee sparse qua e là.
Cordiss si bloccò, scuotendo la testa. «È la distanza massima a cui possiamo spingerci, penso. Quella roba lì non sosterrebbe neppure una lepre, tanto meno noi due».
«Hai perfettamente ragione», convenni. «Ma penso che qui non ci sia nessun mistero vero e proprio, Cordiss. È fuori discussione che degli animali sono rimasti intrappolati in un posto come questo. Col passare degli anni hanno imparato a starne alla larga. Forse nella stagione piovosa la palude si estende oltre il costone roccioso, e anche più in là. Ecco il motivo per cui gli animali selvatici, alla fine, hanno imparato ad evitare l'intera palude, dintorni compresi».
Finse di accettare la mia spiegazione, ma sapevo che non lo soddisfaceva. Sulla via del ritorno parlò poco. Quando ci ritirammo in biblioteca per berci un bicchierino, notai che si versava una doppia dose di whisky.
Col passare dei giorni mi diventò sempre più chiaro che il «mistero» del Fosso gli stava di fatto corrodendo il cervello. Ogni tanto diventava scontroso e si rinchiudeva dentro di sé. Sapevo bene che continuava ad andare alla palude. Però accennai solo di rado a quel posto. Speravo che avrebbe finito, gradualmente, col perdere interesse alla cosa.
Invece, al contrario, l'ossessione s'intensificò.
Avevo programmato di ripartire di lì dopo una o due settimane, ma dal momento che il suo malumore andava sempre più peggiorando, provai un indistinto ma in un certo senso impellente senso di responsabilità. Detestavo l'idea di andarmene, piantandolo lì con una «fifa nera», per esprimermi con le sue parole.
Un pomeriggio piovoso, mentre ce ne stavamo seduti a sorbirci i drink, portò ancora una volta il discorso sull'argomento palude. «Ho girovagato da quelle parti ormai una dozzina di volte», disse, «e non ho trovato niente su cui mettere le mani, come diresti tu. Sono però convinto più che mai che c'è... qualcosa... in quella palude... qualcosa di assolutamente maligno e ostile; qualcosa di micidiale».
Centellinai il mio drink. «Da quanto tempo è che circolano queste dicerie?».
«Non lo so, con certezza. Molti anni. Generazioni».
«In questo caso», gli feci osservare, «non ti sembra strano che in tutto quel tempo, in tutte queste decine e decine di anni, non abbiano mai visto niente? In fondo non hai mai creduto davvero che abbiano visto qualcosa».
«Non si è mai visto niente, che io sappia. Se qualcosa hanno visto, la gente del posto ha conservato il più assoluto segreto. No, nient'altro che dicerie...».
«Secondo me», gli dissi, «non hanno mai visto niente perché in quel posto, di fatto, non c'è proprio niente da vedere; se si eccettuano le pozze di melma, la superficie ricoperta di vegetazione della palude, e magari qualche trappola di sabbie mobili».
«Può anche darsi che tu abbia ragione, naturalmente», ammise. «Comunque mi piacerebbe andarci a fondo... E non intendo parlare della palude».
Scoppiammo a ridere tutti e due e la conversazione deviò su altri argomenti, anche se era chiarissimo che Cordiss stava ancora rimuginandoci sopra, dentro di sé. Penso che questo suo modo di comportarsi scaturisse dalla personalità e dal retroterra culturale di quell'uomo. Per tutta la vita aveva posseduto ricchezza e ascendente, e si era sempre trovato nella posizione di prendere decisioni e di annientare ogni ostacolo. Avevo i miei dubbi che fosse davvero importante per lui la progettata partita di caccia. Il mistero della palude lo scaldava e lo irritava perché, per la prima volta, si trovava di fronte a un ostacolo insormontabile.
Adesso, guardando indietro, provo un tremendo senso di colpa. Presi alla leggera tutta la faccenda e, in tal modo, presumo di aver abbassato la guardia di Cordiss, almeno fino ad un certo grado. Avessi sospettato, almeno in parte, l'orrore vero e proprio che stava per emergere, non avrei certo trattato l'ossessione di Cordiss con tanto distacco.
Però, di fatto, a dispetto di quel che pensavo, il suo disagio fu contagioso. Persi l'appetito e non riuscii più a dormire tranquillo.
Mi svegliavo un mucchio di volte. Sentivo Cordiss che girava per la casa; lo udivo poi chiudere le porte, e il rumore dei passi fuori della casa.
Una sera, dopo cena, il mio ospite ammise di aver fatto qualche «scampagnata di mezzanotte», per usare la sua espressione.
«Ma per amor del cielo! Ma a che scopo?», chiesi.
Aggrottò la fronte. «Ho sviluppato una mia teoria: qualunque cosa sia quello che si nasconde in quella palude, avvelenando tutt'intera questa zona maledetta, esce fuori soltanto di notte. Ho intenzione di verificare se la mia teoria è esatta!».
Deposi la forchetta. «Sei andato in giro per i boschi in piena notte, dirigendoti verso quella palude? Cordiss, tu vai in cerca di guai! Potresti finire in una di quelle paludi di melma, e chi s'è visto s'è visto! Esclusa l'ipotesi, al limite, di una direzione di vento perfettamente favorevole, ho i miei dubbi che riuscirei a sentire la tua voce da casa, e anche se sentissi...».
Scrollò la testa, impaziente. «Oh! Ma mica mi avventuro nella palude. Non sono così stupido! Mi metto in un posto qualsiasi qui intorno e sto ad osservare».
Ripresi a mangiare, ma ben presto mi ritrovai a far girare il cibo nel piatto. «Mi piacerebbe che smettessi. Sono troppe le cose spiacevoli che potrebbero succedere, soprattutto di notte».
Non mi sfuggì l'occhiata testarda che guizzò nei suoi occhi. Sapevo che il mio avvertimento sarebbe andato a vuoto.
Si versò dell'altro Chablis; poi disse, deliberatamente: «La situazione è diventata imbarazzante, e intendo assolutamente guardarci dentro».
Passò meno di una settimana, e l'orrore esplose.
Mi ero coricato più tardi del solito ed ero piombato in un sonno profondo. Cominciai ad avere un incubo. Ero chiuso a chiave nella mia stanza, almeno così sembrava, e Cordiss era fuori da qualche parte e mi stava chiamando, la voce attutita ma piena di terrore e di una supplica disperata.
Mi svegliai di soprassalto, mi misi a sedere sul letto, e ascoltai. La luce della luna inargentava la stanza. Tutto sembrava immerso nella quiete. Poi sentii Cordiss urlare. Da fuori. Non troppo lontano.
Infilai le scarpe, mi buttai un giubbotto sulle spalle sopra il pigiama, mi precipitai giù per le scale e mi scaraventai fuori per la porta posteriore.
Sembrava che le grida provenissero dal limitare del bosco, qualche centinaio di metri al di là dell'estremo lembo di quello che un tempo era stato il giardino.
Feci di corsa lo stretto sentiero del giardino, con i rami che mi frustavano il volto, e finalmente irruppi in uno spiazzo relativamente aperto, racchiuso tra il confine estremo dei boschi da una parte e il bordo indistinto del giardino dall'altra.
Benché la luce della luna scolpisse i minimi dettagli del panorama, dapprima non scorsi nulla. Poi udii Cordiss chiamare di nuovo, e lo scorsi a pochi metri di distanza dall'estremo lembo degli alberi sul limitare dei boschi. Strisciava!
Mi buttai verso di lui. Cordiss. ti sei fatto male?».
Si sollevò un poco e mi urlò: «Vai via! Non avvicinarti! Sono proprio dietro di me... Tutt'attorno a me!».
Per un attimo ristetti, gli occhi sgranati, senza fiatare e senza capire. Avevo l'impressione che stesse perdendo la ragione.
Poi le vidi. Enormi lumache nere, lunghe non meno di un metro, che strisciavano fuori dal bosco sotto la luce della luna a una velocità spaventosa, i tentacoli alzati. Una coppia, quelli posteriori, terminavano in due enormi occhi vitrei, alieni e ostili. Quelli anteriori pareva fossero una specie di organi di senso. Scivolando avanti, quelle creature lasciavano una traccia ben visibile di bava che luccicava sotto il chiarore della luna.
Di colpo capii perché Cordiss strisciasse. Evidentemente mentre camminava era caduto in una di quelle scie bavose. Il loro effetto era come quello di una colla. Aveva impiastricciato i vestiti e, ne ero sicuro, anche gli stivali.
Si sollevò un poco. Nella sua voce c'era panico represso, e disperazione. Disse, ansando: «Caduto... Fucile. Corri a casa. Armeria. Corri...». Ricadde bocconi a terra, e adesso i suoi inseguitori distavano soltanto un metro o due, gli occhi globulari, mostruosi, che scintillavano di una tranquilla ferocia resa ancora più orrenda dal loro aspetto alieno.
Mi ributtai sul sentiero del giardino, assolutamente incurante dei rami umidi che mi laceravano il volto. Irruppi nell'armeria e afferrai un fucile da caccia a doppia canna, strappai fuori un cassetto, ficcai una scatola di cartucce nella tasca del giubbotto e mi ributtai all'aperto.
Nell'attimo stesso in cui sbucai in giardino nella zona aperta, mi resi conto che era troppo tardi. Cordiss giaceva immobile, letteralmente coperto da quelle enormi lumache. I tentacoli si alzarono, e cinque o sei paia di occhi globulari, vitrei, ruotarono verso di me.
Piangendo per la frustrazione e per l'orrore, ficcai le cartucce nella canna del fucile e lo scaricai su quel mucchio osceno di mostruosità striscianti. Sapevo bene che era troppo tardi per salvare Cordiss; che, effettivamente, rischiavo addirittura di togliergli qualche attimo di vita con quella scarica di pallini. Ma ero profondamente convinto di agire esattamente come lui avrebbe voluto che agissi.
I colpi del fucile da caccia, per micidiali che fossero, sembrarono provocare soltanto effetti ridottissimi su quegli invasori da incubo proveniente dal Fosso. La stessa struttura fisica delle creature, quella loro carne viscida e cedevole, assorbì i pallini del fucile da caccia riportando danni del tutto trascurabili. Erano lacerate e squarciate, e qualcuno di quegli occhi globulari carichi di malvagità era dilaniato in monconi tentacolari tutti lacerati che trasudavano un liquido giallastro... Eppure quelle incredibili creature continuavano a muoversi.
Avevo quasi finito le cartucce quando mi resi conto, in un'improvvisa ondata di terrore, che, mentre stavo sparando sul cumulo di lumache frementi che coprivano Cordiss, un certo numero di altre lumache aveva cominciato a stringersi attorno a me. Istintivamente avvertii che nel giro di pochi secondi potevo essere spacciato anch'io.
Afferrai il fucile per la canna, così da poterlo brandire come una clava qualora fosse stato necessario, e mi girai velocemente. Ripercorsi veloce la stradina del giardino. Attraversai di corsa la casa e mi precipitai fuori dall'altra parte, verso i garage che si trovavano su un fianco davanti all'edificio.
Non so come ho fatto ad arrivare a Colbury senza accopparmi: ho guidato come un pazzo.
Neanche venti minuti dopo ero già di ritorno, seguito da tre macchine zeppe di abitanti di Colbury, vestiti nelle fogge più disparate, o seminudi. Lo sceriffo Wester e il suo vice, Sam Kett, erano sulla mia macchina. Nonostante tutto, i quattro veicoli dovevano contenere un arsenale in miniatura.
Non ce ne fu bisogno. Quando sbucammo fuori dal giardino sul retro, nello spiazzo libero adiacente al bosco, non c'era più nessuna lumaca in vista. Le loro scie luccicanti, dense di bava, finivano in mezzo agli alberi. Quelle morte o ferite erano state divorate o portate via.
Ciò che ci fece inorridire, comunque, non fu la vista di quelle tracce bavose. Fu lo scheletro nudo di Cordiss, da cui era stato strappato via il più piccolo brandello di carne, era stata succhiata ogni goccia di sangue. Giaceva là, rischiarato dalla luna.
Lo sceriffo Wester insistette nel voler seguire le tracce bavose in mezzo al bosco per un certo tratto, ma fu ben presto chiaro che era del tutto inutile. Di lumache non se ne vedevano. Quelle spaventose creature se ne erano tornate nel Fosso, a rintanarsi nella melma, molto prima che potessimo sperare di arrivare alla palude che forniva rifugio a quegli esseri micidiali.
Una battuta di caccia organizzata nella prima mattina non portò a niente di nuovo. Le tracce di bava, che andavano rapidamente scomparendo, portavano dentro la palude, dove finivano. Sulla zona incombeva la solita atmosfera di paziente, attenta attesa, ma non si scorgeva il minimo movimento. Gruppi di tifacee, distese di rampicanti attorcigliati e profonde pozze di acqua torbida che giacevano silenti.
Poco tempo dopo furono eseguiti i funerali dei pietosi resti di Cordiss. Con mia grande sorpresa seppi che mi aveva lasciato erede di tutt'intera la sua proprietà. Il mio primo impulso fu di venderla, poi cambiai idea. Decisi che la morte di Cordiss doveva essere vendicata, e gli orrori della palude cancellati per sempre.
Parecchi eminenti scienziati, specializzati nello studio delle varie famiglie di molluschi, ascoltarono la mia storia con vari gradi di scetticismo. Mi dissero che le creature da me descritte assomigliavano ad esemplari ingigantiti della comune lumaca nera, Arion ater, appartenente al sottordine Stilommatofori dei Pulmonati. Uno di loro arrivò ad ammettere la possibilità che qualche ordine finora sconosciuto di molluschi terrestri, rimasto indisturbato per secoli su un terreno ricco di cibo, avesse potuto «mutarsi» in forme giganti: era concepibile. Un altro suggerì il drenaggio della palude; un altro ancora voleva organizzare una spedizione in piena regola, con reti enormi, uncini da aggancio, eccetera.
Decisi per la mia personale soluzione. Fred Malant, strafottente amico sia del «povero» Cordiss che mio, accettò di fare il lavoro. Erano veramente poche le cose alle quali non avesse tentato di mettere mano. Aveva già fatto, come mestiere, quello di spargere fungicidi o insetticidi sulle colture con piccoli aerei, e sapeva un mucchio di cose sui materiali incendiari.
Questa duplice caratteristica mi andava a pennello.
Non chiedemmo permessi, per evitare il conseguente, inevitabile groviglio burocratico con relative lungaggini e rinvii.
Una deliziosa giornata d'autunno Fred sorvolò ripetutamente, avanti e indietro, il Fosso, spruzzando generosamente ogni centimetro quadrato della palude con un certo preparato altamente infiammabile sulla cui composizione si mantenne bonariamente, ma deliberatamente, vago.
Quando la palude ne fu assolutamente satura, Fred ritornò e sganciò un buon numero di «aggeggi» (così li chiamò lui) incendiari, accuratamente programmati ad orologeria.
Appena l'aeroplano fece la sua ultima virata, volandosene via, tutta la superficie del Fosso parve scoppiare in una grande distesa infuocata. Presero fuoco anche i boschi adiacenti; l'intera zona, ma soprattutto la palude divampò furiosamente per tre giorni interi. Volontari del luogo, trasformatisi in pompieri, tennero sotto controllo gli incendi nei boschi, ma ogni loro sforzo risultò inutile per quella bolgia infernale, mugghiante, che infuriava nel Fosso.
Il fetore che scaturì dalla palude è impossibile descriverlo. Restò sospeso nell'aria per intere settimane.
Arrestato per incendio doloso, pagai la cauzione, girai la pratica all'avvocato, e me ne fregai. Il Fosso era ormai una cavità di melma secca e di vegetazione carbonizzata.
Un po' di tempo dopo, traslocai nella casa di Cordiss. Sono andato molte volte, dopo di allora, a dare un'occhiata alla palude, ma non ho mai visto anche una sola lumaca, grande o piccola che fosse, e nemmeno tracce bavose.
Solo di recente ho visto un cervo che brucava l'erba molto vicino a dove un tempo c'era la palude.
Anche dopo che tutte le circostanze risultarono chiarite in tribunale, dovetti sborsare una bella somma per aver appiccato fuoco ai boschi e per aver «volutamente nascosto l'identità di un complice». Ma me ne fregai.
Quegli orrori tentacolati non sarebbero mai più usciti dal Fosso, a strisciare con le loro luccicanti tracce di bava.
L'ORRORE DI CHILTON CASTLE
di Joseph Payne Brennan
Avevo deciso di passare una tranquilla vacanza in Europa, concentrandomi, se mai avessi dovuto farlo, sulle ricerche genealogiche. Dapprima mi recai in Irlanda, a Kilkenny, dove scoprii una vera e propria miniera di leggende e autentiche tradizioni sui miei lontanissimi antenati irlandesi, gli O'Branonains, signori di Ui Duach nell'antico regno di Ossory. I Brennan (così si tramutò in seguito il nome) avevano perso i loro beni in seguito alla confiscazione britannica sotto Thomas Wentworth, Conte di Strafford. Il truffaldino conte, sono felice di riferirvi, fu successivamente decapitato nella Torre.
Da Kilkenny mi spostai a Londra, e poi a Chesterfield, in cerca di antenati materni, gli Holborn, Wilkerson, Searle, ecc. Registrazioni incomplete e frammentarie lasciarono molti grossi vuoti, ma i miei sforzi ebbero un certo successo e alla fine mi decisi a spingermi più a nord per visitare i dintorni di Chilton Castle, dimora di Robert Chilton-Paynes, dodicesimo conte di Chilton. La mia parentela con i Chilton-Paynes era molto lontana, ma nonostante ciò ne rimaneva un tenue filo e pensai che mi avrebbe fatto piacere dare un'occhiata al castello.
Giunto a Wexwold, il paesino vicino al castello, presi una stanza alla locanda dell'Oca rossa - l'unica che c'era - disfeci le valige e scesi a consumare un semplice pasto, composto di un po' di pane, formaggio, e una birra.
Quando ebbi terminato la cena, spartana eppure soddisfacente, l'oscurità era calata, e con questa erano venuti pioggia e vento.
Mi rassegnai a passare la serata nella locanda. C'era birra a sufficienza, e io non avevo fretta di andare da nessuna parte.
Dopo aver scritto alcune lettere, tornai giù e ordinai una pinta di birra. Il bar era quasi deserto e il barista, un gentiluomo robusto che sembrava sempre sul punto di addormentarsi, era una persona piacevole ma silenziosa. Infine mi misi a fantasticare sulla strana e spaventevole leggenda di Chilton Castle.
Ce n'erano varie versioni, in quanto, senza dubbio, il racconto originale era stato abbellito nel corso dei secoli. Ma la storia riguardava essenzialmente una stanza segreta da qualche parte nel castello. Si diceva che questa stanza contenesse uno spettacolo terrificante che i Chilton-Paynes erano obbligati a tenere nascosto al mondo.
Solo a tre persone era permesso entrare nella stanza: l'attuale conte di Chilton, il suo erede maschio e un'altra persona scelta dal conte. Solitamente questa persona era l'amministratore di Chilton Castle. Nella stanza si entrava una volta sola ogni generazione. L'erede maschio, entro tre giorni da quello in cui era diventato maggiorenne, veniva condotto nella stanza dal conte e dall'amministratore. Questa veniva poi sigillata e mai più riaperta finché l'erede a sua volta conduceva suo figlio nel sinistro luogo.
Secondo la leggenda, l'erede non era mai più lo stesso di prima dopo essere entrato nella stanza. Improvvisamente diventava tetro e schivo, il suo viso acquisiva un'espressione pensierosa e apprensiva che nessun divertimento poteva allontanare a lungo. Uno dei primi conti di Chilton era completamente impazzito, lanciandosi dai torrioni del castello.
Le congetture sul contenuto della stanza segreta erano continuate per secoli. Una versione raccontava della fuga in preda al panico dei Gowers, con i loro nemici armati che li incalzavano da presso. Sebbene non fosse mai corso buon sangue fra i Chilton-Paynes e i Gowers, questi ultimi, in preda alla disperazione, chiesero rifugio a Chilton Castle. Il conte concesse loro di entrare e li condusse in una stanza nascosta, dove li lasciò con la promessa che lì sarebbero stati al riparo dagli inseguitori. Dopodiché mantenne la promessa. I nemici dei Gowers furono scacciati dal castello e i loro piani assassini rimasero inattuati. Solo che il conte poi lasciò i Gowers a morire di fame nella stanza chiusa a chiave. La camera non fu più aperta, fin quando, trent'anni dopo, il figlio del conte non ne ruppe i sigilli. Ai suoi occhi apparve una vista terribile. I Gowers erano morti di fame molto lentamente e all'ultimo, a giudicare dall'aspetto degli scheletri, si erano dati al cannibalismo.
Secondo un'altra versione della leggenda, la stanza segreta veniva usata dai conti medievali come camera di tortura. Si diceva che gli ingegnosi strumenti per procurare dolore fossero ancora lì, e che codesti letali apparati ancora stringessero i pietosi resti delle loro ultime vittime, orribilmente contorti negli estremi attimi di agonia.
Una terza versione si riferiva a uno degli antenati di sesso femminile dei Chilton-Paynes, Lady Susan Glanville, che aveva presumibilmente stretto un patto con il diavolo. Condannata come strega, era in qualche modo riuscita a sfuggire al rogo. Si ignorava quando e come fosse morta, ma in un certo qual modo la stanza segreta poteva esser connessa con l'avvenimento.
Mentre riflettevo sulle differenti versioni della raccapricciante leggenda, il temporale crebbe d'intensità. La pioggia martellava incessantemente contro le finestre piombate della locanda, e si poteva anche occasionalmente sentire il distante rombo dei tuoni.
Osservando i vetri rigati dalla pioggia, alzai le spalle e ordinai un altro boccale di birra.
L'avevo quasi portato alle labbra, quando la porta del bar si spalancò di colpo, facendo entrare una raffica di vento misto a pioggia. La porta si richiuse e una figura alta, imbacuccata fino alle orecchie in un cappotto sgocciolante, si avvicinò al bancone del bar. Togliendosi il cappuccio, ordinò un brandy.
Non avendo nient'altro da fare, lo osservai attentamente. Sembrava essere sui settant'anni, brizzolato e segnato dalle intemperie, ma nerboruto e con l'aria dura e determinata. Aveva le sopracciglia aggrottate, come se fosse assorto nel pensiero di qualche problema spiacevole, ma nonostante ciò i suoi gelidi occhi blu mi ispezionarono profondamente per un breve ma non casuale momento.
Non avrei saputo bene come collocarlo. Poteva essere un contadino del luogo, eppure non mi sembrava così. Aveva come una certa aura di autorità. E sebbene fosse indubitabilmente vestito in maniera semplice, gli abiti, pensai, avevano l'aria di essere di taglio e qualità migliore di quelli degli altri campagnoli che avevo osservato nella zona.
Un banale incidente fece iniziare la conversazione fra noi due. Un tuono insolitamente forte lo fece girare verso la finestra e il cappuccio bagnato gli cadde sul pavimento. Glielo raccolsi e lui mi ringraziò, dopodiché ci scambiammo alcune frasi di circostanza sul tempo.
Ebbi la sensazione intuitiva che, sebbene si trattasse di un individuo normalmente reticente, in quel momento stesse lottando con qualche grave problema che gli faceva desiderare di sentire una voce umana. Rendendomi conto che c'era sempre la possibilità che la mia intuizione per una volta mi avesse ingannato, gli raccontai comunque del mio viaggio, delle mie ricerche genealogiche a Kilkenny, a Londra e a Chesterfield, e infine della mia lontana parentela con i Chilton-Paynes e del mio desiderio di visitare il castello.
Improvvisamente mi resi conto che mi stava osservando con uno sguardo che, se non si poteva definire aggressivo, era certamente intenso in modo quasi spiacevole. Seguì un imbarazzante silenzio. Tossii, domandandomi a disagio che cosa mai avessi detto per indurre quei freddi occhi blu a scrutarmi così fissamente.
Dopo un po' si rese conto del mio crescente imbarazzo. — Mi deve scusare se la guardo così — disse. — Ma qualcosa che lei ha detto... — Esitò. — Le dispiace se ci sediamo a quel tavolo? — Fece cenno verso un tavolino che si trovava in penombra in un angolo lontano del locale.
Acconsentii, confuso ma curioso, quindi portammo le nostre bibite al tavolino isolato.
Per un po' rimase seduto con espressione accigliata, come se fosse incerto su come cominciare, infine si presentò come William Cowath. A mia volta gli dissi il mio nome, ma lui ancora esitava. Infine deglutì una sorsata di brandy e mi guardò dritto negli occhi. — Sono l'amministratore di Chilton Castle — affermò.
Lo guardai con sorpresa e rinnovato interesse. — Che piacevole coincidenza! — esclamai. — Devo forse sperare che domani mi farà visitare il castello?
Sembrava quasi non aver udito le mie parole. — Sì, sì, naturalmente — rispose con aria distratta.
Perplesso e leggermente irritato per il suo distacco, rimasi in silenzio.
Allora lui prese un profondo respiro e parlò tutto d'un fiato, mangiandosi alcune parole. — Robert Chilton-Paynes, il dodicesimo conte di Chilton, è stato sepolto nella tomba di famiglia la settimana scorsa. Frederick, il giovane erede e ora tredicesimo conte, è diventato maggiorenne proprio tre giorni fa. È d'obbligo che stasera venga condotto nella stanza segreta!
Rimasi a bocca aperta, incredulo e sbalordito. Per un attimo pensai che avesse in qualche modo saputo del mio interesse per Chilton Castle e che si stesse solo divertendo a prendermi in giro, nella speranza che fossi un turista ingenuo e credulone.
Ma era impossibile fraintendere il suo aspetto mortalmente serio. Non c'era neanche la più lontana ombra di presa in giro nei suoi occhi.
Non trovavo le parole. — Mi sembra così strano, così incredibile! Proprio poco prima del suo arrivo, stavo riflettendo sulle varie leggende connesse con la stanza segreta.
Il suo sguardo freddo sostenne il mio. — Non ci troviamo di fronte a leggende, ma a fatti.
Fui percorso da un brivido di paura e di eccitazione. — E lei va lì stanotte?
Annuì. — Stanotte. Io, il giovane conte... e un'altra persona.
Lo osservai.
— Normalmente — continuò — dovrebbe essere il conte stesso ad accompagnarci. Questa è l'usanza. Ma lui è morto, e poco prima del trapasso mi ha dato istruzioni di scegliere qualcuno per accompagnare me e il giovane conte. Questa persona deve essere di sesso maschile... e preferibilmente consanguinea.
Ingollai un'abbondante sorsata di birra, senza proferir verbo.
— Oltre al giovane conte — proseguì — non c'è nessun altro al castello, a parte la sua anziana genitrice, Lady Beatrice Chilton, e una zia malata.
— Chi poteva avere in mente il conte? — chiesi con cautela.
L'amministratore aggrottò le sopracciglia. — Ci sono alcuni lontani cugini maschi che risiedono nelle vicinanze. Ho idea che pensasse che almeno uno di loro sarebbe intervenuto al funerale. Ma non è stato così.
— Una vera sfortuna! — osservai.
— Un'incredibile sfortuna. E quindi in questo momento io le chiedo, nella sua qualità di consanguineo, di accompagnare me e il giovane conte nella stanza segreta, stanotte.
Ebbi un terribile sussulto. I lampi guizzavano al di là dei vetri e sentivo la pioggia che sferzava il selciato, fuori. Quando i brividi smisero di corrermi giù per la schiena, tentai una risposta.
— Ma veramente... il fatto è che la mia parentela è così lontana! E io sono un consanguineo solo per gentile concessione, si potrebbe dire! Il sangue dei Chilton-Paynes in me è veramente diluito.
Alzò le spalle. — Lei porta il nome, e possiede almeno alcune gocce del sangue dei Paynes. Nelle attuali urgenti circostanze, non si richiede di più. Sono sicuro che il conte Robert sarebbe d'accordo con me, se potesse ancora esprimere la sua opinione. Vuole venire?
Non c'era modo di sfuggire all'intensità e alla pressione di quei freddi occhi blu. Sembravano seguire il corso dei miei pensieri, mentre io cercavo invano di architettare qualche altra scusa.
Finalmente, inevitabilmente, a quanto sembrava, acconsentii. Nacque in me la sensazione che quell'incontro fosse stato preordinato, che, in qualche modo, io ero sempre stato destinato a visitare la stanza segreta di Chilton Castle.
Terminate le nostre birre, mi recai di sopra per abbigliarmi per la pioggia. Quando ridiscesi, adeguatamente imbacuccato, l'obeso barista stava russando sullo sgabello, a dispetto dei selvaggi colpi di tuono, diventati ormai quasi incessanti. Lo invidiai, mentre lasciavo la confortevole stanza con William Cowath.
Una volta usciti, la mia guida mi informò che avremmo dovuto camminare fino al castello. Era venuto a piedi di proposito, mi spiegò, in modo da avere il tempo e la solitudine necessari per mettere ordine nella sua mente riguardo alle cose da fare.
La pioggia a torrenti, il forte vento e il rombo del tuono rendevano difficile la conversazione. Camminavo silenzioso come un indiano dietro all'amministratore, che procedeva a enormi passi e sembrava conoscere ogni ciottolo del terreno nonostante l'oscurità.
Percorremmo solo per un breve tratto la strada principale del villaggio, per poi piegare in un viottolo laterale che molto presto si rimpicciolì, fino a diventare un sentiero, reso infido e scivoloso dalla pioggia battente.
Improvvisamente il sentiero cominciò a salire, e il nostro incedere diventò più precario. Era necessario concentrare tutta la propria attenzione su dove si mettevano i piedi. Fortunatamente i bagliori dei lampi erano molto frequenti. Quando l'amministratore si fermò, mi sembrava d'aver camminato almeno un'ora. In realtà, immagino che si trattasse solo di alcuni minuti.
Mi ritrovai accanto a lui su un pianoro roccioso. William Cowath indicò un pendìo che si alzava di fronte a noi. — Chilton Castle — disse.
Per un attimo non vidi nulla, nell'oscurità che ancora incombeva. Poi balenò un lampo.
Al di là di alte mura merlate, cosparse di crepe dovute all'età, vidi un grande castello normanno a pianta quadrata. Quattro torri rettangolari poste agli angoli erano percorse da strette feritoie che sembravano demoniaci occhi a mandorla. L'enorme edificio, segnato dal tempo, era mezzo ricoperto da un mantello di edera più nera che verde.
— Ha un aspetto incredibilmente antico! — commentai.
William Cowath annuì. — La costruzione fu iniziata nel 1122 da Henry de Montargis. — Senza dire altro, si avviò per la salita.
Mentre ci avvicinavamo alle mura del castello, l'intensità del temporale crebbe ulteriormente. Gli scrosci di pioggia e la violenza del vento rendevano ora impossibile ogni conversazione. Chinammo la testa e salimmo ondeggiando.
Quando finalmente ci trovammo di fronte alle mura che incombevano su di noi, rimasi stupito della loro altezza e spessore. Erano state costruite, naturalmente, per sostenere gli assalti dei migliori mezzi d'assedio e degli arieti che i loro primi nemici potevano portare per distruggerle.
Mentre attraversavamo un massiccio ponte levatoio rivestito in legno, sbirciai giù nel profondo fossato, ma non riuscii bene a capire se fosse pieno d'acqua. Un basso cancello a forma di arco dava accesso, attraverso le mura, a un cortile interno acciottolato, completamente vuoto.
Dopo averlo attraversato a passi veloci, l'amministratore mi condusse attraverso un altro cancello ad arco, oltre un ulteriore muro. All'interno vi era un secondo cortile più piccolo, in fondo al quale si trovava il basamento, ricoperto d'edera, dell'antico torrione.
Attraversato un oscuro passaggio dal pavimento di pietra, ci trovammo di fronte a una pesante porta di quercia annerita dal tempo, rinforzata da sbarre di ferro arrugginite. L'amministratore spalancò la porta e di fronte a noi apparve il grande atrio del castello.
Quattro lunghi tavoli tagliati a mano, con le relative panche, si allungavano per quasi tutta la lunghezza della sala. Reggitorce metallici, arrugginiti dal tempo, erano fissati a delle colonne di pietra scolpita che sostenevano il soffitto. Allineati lungo le pareti vi erano scudi araldici, armature, alabarde, picche e bandiere, trofei e ricompense accumulati nei sanguinosi secoli in cui ogni castello era quasi come un regno chiuso in se stesso. Nella vacillante luce delle candele, che sembrava essere l'unica illuminazione, il sinistro schieramento era pauroso e impressionante.
William Cowath agitò una mano. — Gli abitanti di Chilton Castle hanno vissuto combattendo per parecchi secoli.
Percorso tutto il gigantesco atrio, entrò in un altro corridoio scuro. Lo seguii in silenzio.
Mentre procedevamo, parlò abbassando la voce. — Frederick, il giovane erede, non gode di buona salute. Il colpo per la morte di suo padre è stato molto duro, ed egli teme il cimento che sa di dover affrontare stasera.
Quando ci fermammo di fronte a una porta di legno adorna di fiordalisi scolpiti e spire ornamentali metalliche, mi lanciò un'occhiata oscura ed enigmatica, poi bussò.
Una voce chiese di chi si trattasse, e William Cowath si identificò. Poi venne sollevato un pesante chiavistello e la porta si aprì.
Se i Chilton-Paynes erano stati indomabili combattenti, ai loro tempi, il sangue guerriero appariva notevolmente diluito nelle vene di Frederick, il giovane erede e ora tredicesimo conte. Vidi davanti a me un giovane pallido e magro, i cui occhi scuri e infossati avevano un aspetto spiritato e impaurito. Era vestito in maniera tanto teatrale quanto anacronistica. Giacca e pantaloni di velluto verde scuro, in vita una fascia di raso, svolazzi di pizzo bianco al collo e ai polsi.
Ci fece cenno di entrare, con una certa riluttanza, e richiuse la porta. Le pareti della piccola stanza erano interamente ricoperte di arazzi raffiguranti la caccia o scene di battaglie medievali. Una corrente d'aria proveniente da una finestra o da una qualche altra apertura li faceva costantemente ondeggiare. Davano la fastidiosa impressione d'essere animati di vita propria. In un angolo c'era un antico letto a baldacchino, in un altro un grosso scrittoio con una lampada di agata.
Dopo una breve presentazione, comprendente la spiegazione di come mai io fossi il loro accompagnatore, l'amministratore chiese se Sua Signoria era pronta a visitare la stanza.
Nonostante fosse già esangue per conto suo, la faccia del conte Frederick aveva ora perso ogni minima traccia di colorito. Egli annuì, tuttavia, e ci precedette nel corridoio.
William Cowath faceva strada, seguito dal conte e da me come retroguardia.
All'altra estremità del corridoio l'amministratore aprì la porta di una specie di stanza degli attrezzi dal pavimento a ciottoli. Quivi si procurò candele, scalpelli, un piccone e un martello. Dopo averli infilati in una sacca di cuoio che si assicurò a una spalla, prese una torcia di legno da una delle
nicchie della stanza. Poi la accese, attendendo finché non arse di una fiamma stabile. Soddisfatto di questa illuminazione, chiuse la stanza e ci fece cenno di seguirlo.
Lì vicino vi erano dei gradini di pietra che scendevano a spirale. Sollevando la torcia, William Cowath iniziò la discesa, e noi lo seguimmo senza una parola.
Ci saranno stati almeno una cinquantina di scalini in quella lunga spirale discendente. Man mano che procedevamo, le pietre diventavano sempre più fredde e umide. Anche l'aria si fece più fredda, e su di noi gravava odore di muffa e umidità.
In fondo agli scalini ci trovammo di fronte a un tunnel, nero come la pece e silenzioso.
L'amministratore sollevò la torcia. — Chilton Castle è normanno, ma si dice che sia stato innalzato sulle rovine di una costruzione sassone. Si suppone che a questo livello di profondità i passaggi siano stati costruiti dai sassoni. — Con le sopracciglia aggrottate, osservò attentamente il tunnel. — O da qualcun altro ancora prima.
Esitò brevemente, e io pensai che fosse in ascolto. Poi, dopo averci dato un'occhiata, procedette giù per il passaggio.
Io camminavo dietro al conte, tremando dal freddo. L'aria immobile e ghiacciata mi penetrava fino al midollo. Le pietre per terra erano diventate scivolose a causa di una patina di limo. Avrei desiderato più luce, ma non ve n'era, a parte quella saltellante e ondeggiante mandata dalla torcia. A un certo punto la nostra guida si fermò, ed ebbi di nuovo la sensazione che stesse ascoltando qualcosa. Tuttavia il silenzio sembrava assoluto. Proseguimmo.
Alla fine del passaggio trovammo degli scalini che scendevano ulteriormente. Ne percorremmo una quindicina, entrando in un altro tunnel, che sembrava esser stato scavato nella solida roccia su cui era stato costruito il castello. Incrostazioni bianche di nitrato pendevano dalle pareti e si sentiva un intenso fetore di muffa. L'aria ghiacciata puzzava di un qualche altro odore che trovai particolarmente sgradevole, sebbene non fossi in grado di riconoscerlo.
Infine l'amministratore si fermò, sollevò la torcia e fece scivolare la sacca di cuoio dalle spalle.
Vidi che ci trovavamo davanti a un muro fatto con un qualche tipo di materiale da costruzione. Nonostante fosse umido e pieno di ruggine, era evidentemente molto più recente di qualsiasi altra cosa avessimo incontrato in precedenza.
Guardandosi attorno, William Cowath mi porse la torcia. — La tenga ben stretta, per favore. Ho anche delle candele, ma sa...
Lasciando la frase a metà, estrasse il piccone dalla sacca e cominciò a colpire il muro. La barriera era abbastanza solida, ma dopo che vi ebbe ricavato un foro passò al martello, facendo progressi molto più veloci. Mi offrii di dare qualche colpo mentre lui poteva tenere la torcia, ma scosse la testa, proseguendo nel suo lavoro di demolizione.
Per tutto questo tempo il conte non aveva proferito verbo. Osservando il suo volto pallido e teso, mi sentii dispiaciuto per lui, nonostante la mia stessa crescente preoccupazione.
Improvvisamente si fece silenzio, quando William Cowath abbassò il martello. Rimaneva ancora una buona cinquantina di centimetri di muro, nella parte bassa.
L'uomo si curvò per esaminarlo. — È abbastanza solido — commentò con aria misteriosa. — Lo lascerò in piedi, per ricostruirci sopra. Possiamo scavalcarlo.
Per un minuto intero rimase a guardare silenziosamente nell'oscurità. Infine si rimise la sacca in spalla, prese la torcia dalle mie mani e scavalcò la base tutta sbriciolata del muro. Noi facemmo altrettanto.
Entrando nella stanza, il fetore che avevo già sentito nel corridoio sembrò sopraffarci. Si diffuse tutt'intorno a noi in un'ondata nauseante, e faticammo a prendere il respiro.
L'amministratore parlò mentre tossiva: — Se ne andrà in un paio di minuti. Tenetevi vicini all'apertura.
Sebbene il terribile puzzo continuasse a essere molto forte, dopo un po' fummo in grado di respirare più liberamente.
William Cowath sollevò la torcia, sbirciando nella profonda oscurità della stanza. Timoroso, guardai al di sopra della sua spalla.
Non si sentiva alcun rumore, e in un primo momento non riuscii neanche a vedere nulla, tranne i muri incrostati di muffa e il pavimento di pietra umida. A un certo punto, però, in un angolino lontano, appena al di là del vacillante alone della torcia, scorsi due infuocati puntolini rossi. Cercai di convincermi che si trattasse di due gioielli, due rubini che risplendevano alla luce della torcia.
Ma mi resi subito conto, anzi, ebbi la sensazione, di che cosa fossero. Erano due occhi rossi, e ci osservavano con sguardo fermo e crudele.
— Aspettate qui — disse piano l'amministratore.
Si avviò verso l'angolo, fermandosi a metà strada, e allungò il braccio con la torcia. Per un attimo rimase zitto, poi emise un lungo e vibrante sospiro.
Quando parlò di nuovo, la sua voce era diversa. Era solo un sussurro sepolcrale. — Venite avanti — disse, con quella strana voce cava.
Seguii il conte Frederick finché non fummo a fianco di William Cowath.
Quando vidi la cosa che si trovava accucciata su una panca di pietra nell'angolo della stanza, credetti di svenire. Il mio cuore cessò letteralmente di battere per alcuni secondi. Sentii il sangue che mi defluiva dalle estremità, e barcollai colto da vertigini. Mi sarei messo a gridare, ma la gola non mi si apriva.
L'entità posata su quella panca di pietra assomigliava a qualcosa che fosse strisciato fuori dall'inferno. Occhi penetranti e maligni proclamavano che viveva una vita terribile, che tuttavia attecchiva ancora in un corpo nero, avvizzito e mezzo mummificato che sembrava un cadavere dissepolto. Alcuni stracci ammuffiti penzolavano da quella carcassa cadaverica. Ciuffi di capelli bianchi spuntavano dall'orrendo cranio bianco-grigiastro. Una strana macchia rossa imbrattava la fessura raggrinzita che fungeva da bocca.
Ci osservava con sguardo talmente maligno che non poteva essere semplicemente umano. Era impossibile guardare in quei mostruosi occhi rossi. Erano così indicibilmente malvagi, da far pensare che la propria anima si sarebbe bruciata nel fuoco della loro cattiveria.
Guardandomi a fianco, vidi che l'amministratore stava sostenendo il conte Frederick. Il giovane erede si era inclinato verso di lui, e osservava fissamente la terribile apparizione con sguardo ammantato di terrore. Nonostante il mio stesso sentimento di orrore, provai pietà per lui.
William Cowath sospirò di nuovo, poi parlò ancora con quella bassa voce sepolcrale.
— Davanti a voi — disse — potete vedere Lady Susan Glanville. Fu portata in questa stanza e incatenata al muro nel 1473.
Un brivido di terrore mi corse lungo la spina dorsale. Sentii che ci trovavamo in presenza di forze maligne provenienti dall'inferno stesso.
La ripugnante creatura mi era sembrata priva di sesso, ma sentendo il proprio nome un'orrenda imitazione di sogghigno fece contorcere la sua bocca raggrinzita e sporca di rosso.
In quel momento notai per la prima volta che il mostro era incatenato al muro. I grossi ceppi doppi erano così anneriti dal tempo che non li avevo
neanche visti.
L'amministratore proseguì, parlando come se recitasse a memoria: — Lady Glanville è un'antenata da parte materna dei Chilton-Paynes. Aveva avuto commercio col diavolo e fu condannata come strega, ma riuscì a sfuggire al rogo. Infine fu sopraffatta con l'uso della forza dai suoi stessi familiari, portata qui, incatenata e lasciata a morire.
Rimase zitto per un attimo, poi proseguì: — Ma era troppo tardi, lei aveva già stipulato un patto con le forze del male. Si trattava di qualcosa di indicibilmente malvagio, che ha condannato la sua discendenza a una vita di incubi e tormenti, di terrore e di paura.
Girò la torcia verso la cosa annerita e dagli occhi rossi. — Un tempo era una bellissima donna, e odiava la morte. La temeva. E così barattò la sua anima immortale - e i corpi dei suoi discendenti - per un'eterna sopravvivenza in terra.
Udivo la sua voce come in un incubo. Sembrava provenire da una distanza infinita.
Proseguì: — Le conseguenze di un'eventuale rottura del patto sono troppo terribili per essere descritte. Nessuno dei suoi discendenti ha mai osato farlo, una volta conosciutene le conseguenze. E così lei ha atteso qui per quasi cinquecento anni.
Pensai che avesse finito, ma lui riprese a parlare. Guardando in su, alzò la torcia verso il soffitto di quella stanza maledetta. — Questa stanza — disse — si trova direttamente sotto le tombe di famiglia. Dopo la morte del conte maschio, il corpo viene lasciato in mostra nella cripta. Ma quando gli afflitti se ne sono andati, viene calato in questa stanza tramite una botola.
Guardando verso l'alto, vidi sul soffitto il rettangolo della botola.
La voce di William Cowath era diventata ormai quasi impercettibile. — Una volta ogni generazione, Lady Glanville si nutre del cadavere del defunto conte. È una clausola dell'indicibile patto che non può essere rotto.
Adesso capivo - con un senso di orrore totalmente al di là di ogni descrizione - come mai la repellente bocca della creatura davanti a noi era tutta imbrattata di rosso.
Come per confermare le sue parole, William Cowath abbassò la torcia finché la fiamma non illuminò il pavimento ai piedi della panca cui era incatenato il mostro vampiresco.
Sparpagliate per terra, vi erano le ossa e il teschio di un maschio adulto, rosse di sangue ancora caldo. E un po' più in là vi erano altre ossa umane, scurite e sbriciolate dal tempo.
A questo punto il giovane conte Frederick si mise a gridare. Le sue urla acute e isteriche riempivano la stanza e, sebbene l'amministratore lo scuotesse vigorosamente, continuarono a risuonare terribili, terrorizzanti.
Per alcuni attimi quella cosa simile a un cadavere guardò il conte con i suoi spaventosi occhi rossi, poi emise un suono, una specie di squittìo che avrebbe potuto anche essere una risata.
Infine, senza preavviso, scivolò via dalla panca e si gettò contro il giovane conte. I ceppi anneriti che la incatenavano al muro non le permisero d'avanzare più d'un paio di metri, dopodiché fu sbalzata indietro con forza. Eppure cercò ancora, più volte, di gettarsi in avanti, squittendo con una specie di gioia perversa che mi fece rizzare i capelli in testa.
William Cowath protese la torcia verso il mostro, ma quello continuava a slanciarsi fino al limite delle catene. La stanza da incubo risuonava delle grida del conte e della terribile e bestiale risata della creatura. Sentii che sarei uscito di senno, se non fossi fuggito immediatamente da quell'anticamera dell'inferno.
Per la prima volta, in una situazione in cui una qualsiasi persona più debole se la sarebbe data a gambe per salvaguardare la propria vita e sanità mentale, il ferreo autocontrollo di William Cowath sembrò vacillare. Guardò al di là della selvaggia creatura, verso il muro ove erano assicurati i ceppi.
Capii subito cos'aveva in mente. Avrebbero tenuto, dopo secoli di ruggine e di umidità?
Seguendo un impulso improvviso, ficcò una mano in una tasca interna e ne trasse un oggetto che brillava alla luce della torcia. Era un crocefisso d'argento. Fece alcuni passi in avanti, quasi gettandolo sulla contorta faccia del mostro che una volta era stato l'affascinante Lady Susan Glanville.
La creatura si fece indietro, con un grido d'agonia che sopraffece perfino le urla del conte. Si accucciò sulla panca, improvvisamente silenziosa e immobile, con solo il pulsare della bocca raggrinzita e il fuoco d'odio negli occhi rossi a testimoniare che era ancora viva.
William Cowath le rivolse trucemente la parola. — Creatura dell'inferno! Se ti alzi ancora da quella panca, ce ne andiamo e sigilliamo nuovamente la stanza. Giuro che terrò questa croce contro di te!
Gli occhi rossi della cosa guardarono l'amministratore con un'espressione d'odio abissale. Sembravano infuocati. Eppure io vi lessi qualcos'altro: la paura.
Improvvisamente mi resi conto che il silenzio era sceso su quella stanza
dei dannati. Ma durò solo pochi attimi. Il conte aveva finalmente smesso di gridare, ma poi accadde qualcosa di peggio. Cominciò a ridere.
Era solo una risata bassa, ma era peggiore di tutte le sue grida. E andò avanti per un bel po', sommessa, insensata.
L'amministratore si girò, facendomi cenno di avvicinarmi al muro parzialmente demolito. Attraversata la stanza, ne uscii. Dietro di me, William Cowath conduceva il giovane conte, che sbuffava come un vecchietto, ridacchiando fra sé e sé.
Poi vi fu quello che mi sembrò un interminabile lasso di tempo, durante il quale William Cowath portò un sacco di calce e un secchio d'acqua, che aveva in precedenza lasciato da qualche parte nel passaggio. Lavorando alla luce della torcia, preparò del cemento e procedette a sigillare la stanza, usando gli stessi mattoni che aveva tolto.
Intanto il giovane conte sedeva immobile nel tunnel, sempre ridacchiando sommessamente.
Poi vi fu il silenzio. Soltanto una volta sentii ancora i ceppi della creatura risuonare contro la pietra.
Infine William Cowath, quando ebbe terminato, ci condusse nuovamente attraverso gli ammuffiti passaggi e le scale ghiacciate. Il conte procedeva a fatica. Con estrema difficoltà, l'amministratore lo sosteneva gradino dopo gradino.
Di ritorno nella sua camera tappezzata di arazzi, il conte Frederick sedette sul suo letto a baldacchino, guardando il pavimento e ridendo piano. Contro ogni evidenza medica, notai che i suoi capelli neri erano diventati grigi. Dopo averlo persuaso a bere un bicchiere di un qualcosa che senza dubbio conteneva una pesante dose di sedativo, William Cowath riuscì a farlo stendere sul letto.
Poi mi portò in una stanza vicina. Il mio istinto sarebbe stato quello di scappare immediatamete da quel luogo infernale, ma il temporale infuriava ancora e io non ero assolutamente sicuro che sarei riuscito a trovare la strada per tornare al villaggio senza una guida.
L'amministratore scosse tristemente la testa. — Temo che Sua Signoria sia destinato a una morte prematura. Non è mai stato forte, e gli eventi di questa sera possono averlo fatto uscire di senno, o indebolito al di là di ogni speranza di recupero.
Espressi la mia simpatia e il mio orrore. Lo sguardo di William Cowath sostenne il mio. — È possibile — disse — che in caso di morte del giovane conte lei possa essere considerato... — esitò. — Possa essere considerato — concluse finalmente — più o meno un successore...
Non volevo udire di più. Gli augurai bruscamente la buona notte, gli richiusi la porta alle spalle e cercai, con scarsissimo successo, di recuperare alcuni minuti di sonno.
Non vi riuscii. Avevo febbrili visioni della creatura dagli occhi rossi che sfuggiva alle catene, rompendole contro il muro, e strisciava su quelle scale ghiacciate e ricoperte di melma...
Prima dell'alba, aprii silenziosamente la porta della mia stanza e, battendo i denti, sgattaiolai come un ladro attraverso i freddi passaggi fino al grande e deserto atrio del castello. Attraversati i cortiletti a mattonelle e il ponte levatoio, scappai giù per la collina verso il villaggio.
Ben prima di mezzogiorno ero già in viaggio per Londra. La fortuna mi accompagnava. Il giorno dopo vi era una nave che salpava per l'America.
Non tornerò mai più in Inghilterra. È mia ferma intenzione di mantenere almeno un oceano di distanza fra me e Chilton Castle, con il suo ospite permanente.
Titolo originale: The Horror of Chilton Castle, 1963
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