lunedì 27 maggio 2024

I GRANDI SCRITTORI ITALIANI DIMENTICATI

Sergio Bissoli I GRANDI SCRITTORI ITALIANI DIMENTICATI Questa è opera di studio e di divulgazione. Non si intende infrangere nessun copyright. I copyright appartengono ai legittimi autori ed editori. INTRODUZIONE Gli scrittori italiani non sono presenti nelle librerie, edicole o biblioteche. Bisogna che il lettore vada a cercarli, che scavi in profondità, come dentro una miniera. Sono molti, sono grandi, sono importanti, questi scrittori. Dopo averli scoperti, il lettore capisce che il genio non è raro, anzi è molto diffuso in un popolo. Se il genio non riesce ad emergere è perchè mancano le circostanze adatte, mancano i mecenati, manca negli operatori culturali la volontà di premiare i meritevoli! Io ho scoperto tardi gli scrittori italiani. Adesso posso giudicarli dopo aver letto gli scrittori inglesi, francesi, tedeschi, svedesi, norvegesi, ungheresi, polacchi e rumeni. I nostri scrittori non hanno niente da invidiare a quelli stranieri. I nostri scrittori sono grandiosi e meriterebbero di venir riscoperti conosciuti e diffusi. È una vergogna per la scuola che non diffonde ma affossa la Cultura! Come sono attuali questi vecchi scrittori italiani! Scrivevano 80 anni fa e sono moderni, leggibili e godibili. Forse perchè erano dei precursori, o forse perchè i grandi temi della vita (l’innamoramento, la giovinezza, la vecchiaia, la morte) sono sempre gli stessi.) Nota: quando necessario ho sostituito qualche parola arcaica, ho abbreviato leggermente la frase oppure l’ho allungata per permettere al lettore di comprendere il brano estratto dal contesto originale. Febbraio 2013 ALTAMURA DESIDERIO Napoli ??? Tratto dal romanzo IL MIRACOLO DELL’AMORE Editrice CLET Napoli 1934 È uno spiraglio di luce che fende le tenebre questo amore che nasce, questo sentimento nuovo che mi fa dimenticare il passato e mi fa sperare nell’avvenire. Con Maria, alleata dei miei progetti, delle mie aspirazioni, potrò percorrere sicuro il cammino sul quale sono avviato. La vita sarà meno faticosa e le insidie potranno essere dominate dalla forza che può dare all’uomo il sorriso di incitamento di una donna. Avere come prima mèta il cuore di una ragazza buona e intelligente come Maria, è lo stesso che possedere la certezza di tutte le altre vittorie che in nome suo e per lei saranno combattute. E se Maria dovesse rifiutarmi? Che dico? Non è possibile! Quando si ama veramente, quando non si chiede nulla, ma tutto si vuole donare, non è possibile che la vittoria ci sfugga. Io credo nel mio cuore, e quando il cuore dice sì, non c’è forza capace di far avverare il contrario. Il segreto della felicità coniugale (e potremmo dire della felicità) consiste nel possesso di quello stato di grazia che ci trasforma e ci idealizza; che dà le vertigini delle impensate altezze, che ci pone fra la vita e la morte, per farci desiderare l’una e l’altra con uguale intensità. La felicità è nell’amore che prende, conquista, rende schiavi e signori. Godere di tutte le libertà e sentirsi incatenati, ecco la condizione caratteristica in cui viene a trovarsi l’uomo che ama. E chi non sente le dissonanze, non nota i difetti, non si accorge delle inferiorità della persona amata; ma differenze, inferiorità, difetti diventano corde che si fanno vibrare con quelle proprie per inebriarsi dell’armonia, dell’arpeggio e poi abbandonarsi alla melodia fluente che riposa e risana. ANIANTE ANTONIO pseudonimo di Antonio Rapisarda Catania 1900 San Remo 1983 Tratto da OBBROBRIOSE CONFESSIONI Editore dall’Oglio 1952 Il destino ha voluto sempre privarmi della più cara compagnia che ci sia al mondo: quella dei libri. Non mi è stato possibile conservare una piccola biblioteca. Presto o tardi sono stato costretto a privarmene per sfamarmi. Cominciai all’età di 16 anni, quando mi recai a studiare a un liceo di Firenze. Portavo con me una valigia di fibra piena di libri che avevo messo insieme uno per uno, comprandoli con le piccole economie in una remota libreria di occasioni a Catania. Non tardai, con l’improvviso e rigido inverno fiorentino, a cederli per poco o nulla e non per comprar pane (che mancava dopo la disfatta di Caporetto) ma un indigesto castagnaccio. Poi imparai a far meschino commercio dei libri degli altri che mi venivano prestati e regalati o che trafugavo in casa di amici, nelle librerie e biblioteche. Pur amandoli infinitamente, pur scaldandoli in mano, sotto il braccio, in saccoccia o nel letto, ahimè, la loro compagnia durava pochi giorni, poche ore; poi, vinto dalla fame, correvo a barattarli. Chi ama i libri come li amo io, comprende quanto sia doloroso il distacco. Prestati, regalati, smarriti, i miei libri, tutti i miei libri, sono andati via, venduti, o rubati da ladri più scaltri di me. Sta scritto che i libri debbano fruttarmi appena di che sfamarmi, tanto è vero che a 52 anni, pur avendone scritti e pubblicati una cinquantina, sono costretto a fare l’impiegato per vivere. *********************************************************** ANTONELLI LUIGI Teramo 1882 Pescara 1942 Scrittore originale e imprevedibile che suscita ammirazione e stupore. Dalla raccolta di racconti IL PIPISTRELLO E LA BAMBOLA Editrice Sonzogno 1919 LA CASA IN COSTRUZIONE Racconto molto bello, fiabesco, allusivo, e profondo. LA CASA IN COSTRUZIONE Il lavoro procedeva piuttosto lento da alcuni giorni, ma già sugli archi delle fondamenta si delineavano i muri della casa in costruzione. Era la seconda casa che si costruiva in quella contrada deserta dove non giungevano i rumori della città lontana, ai piedi della selva. L’altra casa era già costruita da vari anni, e l’abitava un principe. Dalla selva veniva talvolta il grido dei pipistrelli, e nel mese di maggio cantavano gli usignoli. Gli operai che costruivano la casa dovevano fare un lungo tragitto ogni mattina, perché la città era assai lontana, e perciò la mano d’opera richiedeva spese ingenti. Tutti si rifiutavano di prestare il lavoro per una costruzione così lontana dall’abitato, ai piedi di quella selva dove nessun cacciatore era entrato mai e dove abitavano gli animali più strani. Si credeva, infatti, che il Principe vi tenesse nascosto qualche lupo e qualche giaguaro, perché egli amava molto le belve, e non voleva che alcuno le disturbasse. L'unico conforto per gli operai che costruiscono la casa era quello di ammirare la faccia del giovane Principe. Tutti lo chiamavano così per la sua bellezza, ma egli non era un principe. Era bensì un poeta, ma ricco come un principe e bello come un dio. La sua casa splendeva di notte come un clavicembalo d'oro, con le finestre di argento da cui partivano fasci di luce che andavano a lambire le cime della selva durante le notti illuni. Tutti lo chiamavano principe per la sua bellezza ma egli era semplicemente un uomo ricco che possedeva un magnifico palazzo e un’immensa selva. Quando un poeta è ricco può essere facilmente scambiato per un principe. Nonostante il lungo tragitto della mattina, gli operai avevano consentito a lavorare nella fabbrica perché verso il tramonto il principe usciva dalla sua villa e assisteva sorridendo ai lavori. Egli si interessava assai a quella costruzione che aveva anche cercato di favorire, cedendo senza alcun compenso l'area a un signore che gliela aveva chiesta; perché egli era un poeta che amava gli uomini e desiderava ardentemente di vedere l’umanità felice. Avrebbe ceduto tutti i suoi terreni per vedervi sorgere gli edifici. Le case che fumano, le finestre che si schiudono, i lumi che appaiono e scompaiono, i bambini che si affacciano dietro i vetri, i gerani che fioriscono sui davanzali, le servettine che spolverano i tappeti sulle terrazze, erano tutte cose che il poeta amava vedere intorno a sé, perché per suo conto era assai felice e gli piaceva amare tutta l'umanità. Egli avevo veduto scavare le fondamenta che si erano poi riempite di tufo e di calcina. Aveva veduto dal profondo della terra innalzarsi gli archi di muratura, e su quegli archi aveva visto appoggiare le basi dei muri. Già la nuova casa si delineava nel suo piano, e c’era a pochi passi una larga pozza di calce che aveva, di notte, gli stessi bagliori della luna. Più in là era un mucchio di terra bruna che aveva delle venature sanguigne e grandi massi di calcestruzzo erano pronti - misterioso impasto di selce battuta, di pozzolana e di calce - la cui tenacia è grande e tiene a freno le membra della casa come i tendini e i muscoli attanagliano le membra umane. Grandi piramidi di tufo sporgevano accanto alla pozza di calce e più in là erano accatastati gli occhiuti tavelloni, lisci, giallognoli, e non già costruiti, come si poteva credere, per favorire i nidi dei colombi, bensì per formare i pavimenti su cui dovevano risuonare i passi degli uomini. Il poeta mirava tutto ciò da una delle sue finestre bifore, i cui stipiti erano stati tolti da un palazzo veneziano che apparteneva a un suo zio milionario. Quegli stipiti erano intarsiati di pietre che splendevano talvolta come gemme. Il poeta ne conosceva le più lievi venature e le più delicate iridescenze, come conosceva le dita della sua mano e i suoi gioielli. Si interessava a una quantità di cose che per gli altri uomini hanno lieve importanza, o anche nessuna. Sapeva, per esempio, che una cagna del guardiano era incinta, ed egli la andava a trovare tutti i giorni nel canile della selva, e le portava lo zucchero e i biscotti. Non voleva che fossero disturbate alcune talpe che avevano finito di distruggere un orto di carciofi e proteggeva i nidi degli uccelli dalle insidie dei gufi e dei serpenti. Aveva fatto anche allargare una tettoia affinché i nidi delle rondini fossero al riparo dagli uragani. Trascorreva interi pomeriggi occupandosi del piccolo mondo di animali e di piante che viveva a spese della sua selva e del suo palazzo. Ma quello che maggiormente occupava la fantasia del poeta era la casa in costruzione. Durante tutta la notte egli da una delle sue terrazze stette a guardare la casa. Al lume della Luna la selva appariva più vasta, più misteriosa, più folta. I lavori della fabbrica assumevano una solennità pacata e grave. Già egli la vedeva innalzarsi fino al tetto, già la vedeva chiusa dalle finestre e piena di lumi, con gli inquilini che passavano da una stanza all'altra, con le cucine luccicanti, con le tende alle finestre che si gonfiavano come petti femminili, con tutta l’intimità delicata di cui le fiammelle elettriche dietro le tende sono un vago indizio discreto quando si accendono e si spengono nella notte. Egli, con la sua fantasia, enumerava e distingueva i diversi inquilini. Immaginava al primo piano una straniera, dalle abitudini sedentarie. Ella doveva essere una creatura un poco strana, un poco pallida e non più giovane. Era sola, il marito era morto già da qualche anno. Si capiva anche che suo marito doveva essere stato un generale. Nel secondo piano abitavano due famiglie. Le servettine spolveravano i tappeti, la moglie dell'avvocato aveva molta cura dei fiori, si affacciava spesso alla finestra, ma non guardava nessuno. Era un poco triste perché non aveva bambini, mentre la moglie dell'ingegnere ne aveva quattro che si rincorrevano da una stanza all'altra tutto il giorno, ed ella li spiava sospirando. Al terzo piano c'èra una sarta con molte ragazze che facevano all'amore in città e pensavano alla città guardando spesso alla finestra. Una stanza si illuminava, un’altra si faceva buia. Tutte le finestre vivevano, tutte le stanze avevano un colore, un segno, qualche cosa che le distingueva l’una dall’altra… Il poeta guardava poi la calcina, il tufo, le piastrelle, i mattoni… Ma la casa che doveva venir fuori da quel materiale - egli pensava - sarà un'altra! La casa è fatta di una certa tappezzeria, di un certo colore, di una certa luce. La casa ha il viso di chi ci sta dentro, non già l'aspetto della sua facciata. Gli operai sono artefici inconsapevoli. Forse che essi sanno che cosa verrà fuori da quel cemento e da quei mattoni? Sanno che verrà un edificio di tre piani, col tetto rosso e la facciata di travertino: tanti metri, tanto ferro, tanto sasso, tanto legno, tante porte, tante finestre. Ma essi non sanno che la casa poi si trasfigura, che le pareti battute dai desideri assumono un aspetto che nessuno può prevedere, se non forse un poeta… *** Il poeta andò un giorno a trovare gli operai, ed ecco che il lavoro che languiva un poco si fece a un tratto alacre, fervido, intenso. Il poeta si mise a elogiare l'opera che sorgeva con parole di fede così veementi che scendevano nel cuore degli uomini. Per quanto fosse alta la sua celebrazione, quegli uomini capirono tutto. Essi videro nobilitato, esaltato il loro mestiere che assurgeva all'idealità di una missione. - Voi misurate il sasso, la calce, il tufo, il gesso, l'acqua: voi riunite questi elementi che qui giacciono informi e che assumeranno, per merito vostro, un aspetto di vita. La vita è come un soffio che arriva dalla foresta. È uno spirito, più che un soffio, che l'umanità spinge verso di voi. Voi accogliete quello spirito vagabondo, gli date un asilo. Ed ecco, si trasfigura in creature pensose che amano, in sorrisi che si illuminano alle finestre, in uomini di azione che dalle stesse finestre, da cui i bambini sorridono, lanciano le loro miracolose applicazioni dell’elettricità e delle onde aeree attraverso i mari. Che importa se qualcuno, stanco, sporga dal davanzale il suo volto triste? Egli ha già rinnovato parecchie volte la sua anima specchiandosi tutte le mattine nell'anima del suo bimbo. Se si affaccia, già sorride, e l'odore della selva forse lo conforterà. Che egli guardi le stelle della sua casa, e forse si salverà. Voi, intanto, sospendete i vostri balconi alla facciata della casa perché Primavera possa infiorarli coi suoi gerani. Se la Poesia non avesse un albergo, essa non potrebbe battere a nessuno uscio: e voi date un albergo alla Poesia. Se l'amore non avesse un nido, esso non potrebbe dare alcun sorriso all'infanzia: e voi date un nido all'amore. Se la scienza non avesse un’officina, non potrebbe dare agli uomini il mezzo di volare attraverso gli spazi e comunicare attraverso gli oceani: e voi date un’officina alla scienza. Voi date tutto agli uomini, dando loro una casa. Voi fate sì che l'alba possa entrare nella stanza del poeta, tutte le mattine, vestita di viola, e fate sì che egli possa scambiare tra una finestra e l'altra i suoi sorrisi. Tutta la gioia di vivere, per cui si moltiplicano le case, non è forse in virtù di un sorriso scambiato tra una finestra e l'altra? Il poeta esaltò con tale ardore di fede l'opera degli scuri artefici, che quelli non si mossero neppure quando il fischio dell'assistente annunziò che il lavoro della giornata era finito. Uno strano desiderio animava tutti quegli uomini. Essi anelavano, ormai, a vedere la casa finita. Nessuno quella sera pensò di lasciare il lavoro. Tutti dimenticarono la propria casa, per occuparsi di quella che essi costruivano per gli altri. E come la Luna splendeva limpidissima in cielo diffondendo la sua chiarità fascinatrice, quella notte si compì una specie di miracolo: tutta la notte al lume della Luna si continuò a fabbricare la casa, e le mura si innalzarono di parecchi metri, le ossature e i piani dell'edificio si eressero come per incanto, sospinti da un’attività febbrile. Attorno al chiaro edificio, quegli esseri umani si aggiravano come ombre, mentre dalla selva - ad esaltare il lavoro degli uomini - cantavano gli usignoli con cuore di poeti, e con fede di amanti. E così svegliarono tutti i raggi della Luna che si erano addormentati sui banchi di calce… Il poeta mirò dalla sua finestra quel prodigio della volontà umana compiuto dalla magia delle sue parole, e di nessun poema si compiacque veramente come di quella fantasmagoria che egli aveva mutato in realtà con la sua celebrazione della casa, mentre la Luna con la sua chiarità fantasiosa che acuisce negli uomini le speranze inaccessibili, faceva fluttuare i suoni e le distanze e rendeva immateriali i confini della selva. *** La casa si era innalzata di parecchi metri, e già appariva la sagoma delle ultime finestre e dei balconi. Ma ecco che, la sera dopo, uno sconosciuto si avvicinò alla casa in costruzione, salì le scale di legno fino al ponte che congiungeva le armature degli archi, e andò a sedersi proprio là dove gli operai si erano raggruppati per gettare lo stucco sui rosoni delle finestre. Nessuno sapeva da dove egli venisse, nessuno sapeva chi fosse, nessuno aveva mai visto un volto così pallido e una bocca così amara, sebbene gli occhi apparissero dolci e tristi e bellissimi. Ma quando gli operai udirono la sua voce, una specie di sgomento li colse. Essi erano atterriti e attratti, nello stesso tempo, da quella voce, e il primo loro movimento fu di ribellione, tanta era l'amarezza delle parole che l'uomo misterioso pronunciava. Ma bastava guardarlo negli occhi per capire con quanta pietà egli le proferisse. - Io vi ho visti lavorare stanotte al lume della luna, e ho avuto pietà di voi. Invece di dormire, invece di riposare in pace, avete lasciato le vostre mogli e le vostre madri in ansia tutta la notte per innalzare di qualche metro una casa che non vi appartiene, che non sarà mai vostra, come non fu vostra alcuna delle altre case da voi costruite. Io vi ho visti agitati tutta la notte, mentre la Luna vi illuminava con la sua faccia di cadavere. Tutti si burlavano di voi, stanotte, mentre le vostre spose piangevano. E tu, vecchio, che ti affanni con il tuo secchio, ce l'hai, tu, una casa? Perché, se sai costruire un palazzo, hai lasciato morire tua madre in una baracca di legno? Francamente, io preferirei costruire un ospedale: così almeno avrei la speranza di poterlo un giorno abitare! Tutti si burlavano di voi stanotte, dal più sdolcinato degli usignoli all'ultimo dei rospi. Io solo vi ho difeso contro tutti, perché eravate suggestionati da un poeta che vi ammirava dalla finestra fumando le sue voluttuose sigarette. Disgraziati! Egli vi ha descritto una casa che non esiste! Per concepire una esistenza nella sua maniera, bisogna essere felici, bisogna possedere un palazzo, bisogna essere ricchi. Ora nessuno di voi è felice, nessuno di voi è ricco, nessuno di voi possiede un palazzo. Egli ha immaginato, in questa casa, degli uomini che mai la abiteranno! Egli ha visto solo sorrisi alle finestre, sorrisi alle porte, sorrisi alle terrazze. Storie! Storie! Gli uomini che abiteranno questa casa saranno come tutti gli altri: uomini vestiti di nero o di grigio, uomini che bevono l’assenzio e parlano di affari; uomini che bestemmiano, che ingannano, che rubano. Uno di quegli uomini ucciderà la moglie perché dalla sua finestra avrà lungamente ammirato quel poeta troppo bello e se ne sarà invaghita. Ecco la prima vittima del poeta che fece costruire la casa agitando sulle porte le vecchie illusioni! Ecco la prima bara che passerà da quella porta! Ecco l'effetto dei sorrisi scambiati da una finestra all'altra! Tra il dormiveglia dell'uomo che vive delle sue passioni, della sua bassezza, delle sue fatiche e dei suoi peccati, forse che l'alba di viola si insinua fra le persiane per confortarlo? Ahimé! Dite piuttosto un brivido che fa trasalire… perché? Come? Chissà! Ma, certo, niente altro che un brivido… niente altro che uno scricchiolio che non si sa se sia dentro di voi o dentro qualche mobile, che vi afferra al primo risveglio, che vi prende alla gola: è la voce mattutina del rimorso per tutto quello che l’uomo ha fatto e per tutto quello che non ha fatto… È l'angoscia di vivere che riprende indistintamente tutti gli uomini ogni mattina; un brivido, un sussulto, una stretta al cuore che non gli fa male, no, ma lo avverte, semplicemente lo avverte che incomincia una nuova giornata e che la vita è triste. Andiamo, via! Forse che la vostra casa è diversa? La casa che voi abitate fu già costruita da altri, e sugli usci indugiano gli usurai, i creditori, gli uomini obliqui e le povere femmine che non hanno più bellezza. Simile alla vostra sarà questa casa. Voi la vedete, ora, popolata da tutte le sue ombre: il sospetto, l’odio, la follia, l’infermità, la fame… Non vi crucciate! Sono le ombre famigliari con cui vi imbattete ogni giorno al limitare dei vostri usci. Mille voci si leveranno a maledirla, questa casa, perché gli uomini che passano la giovinezza e la vecchiaia nelle case altrui maledicono sempre quella in cui soffrono, e perciò le maledicono tutte! *** Improvvisamente si udì, dalle finestre vuote, come lo sbattere di imposte aperte e chiuse da una folata di vento. Allibirono tutti. E poiché il crepuscolo rifletteva un fascio di luce rossa sulle travi del ponte, essi credettero di vedere, nella loro allucinazione (o realtà?), un bagliore di incendio. Nulla dà un brivido di terrore più gelido come udire gli usci sbattere alle occhiaie vuote di una fabbrica che è solo fatta di ferro e di sasso. Ma non soltanto gli usci invisibili si udirono sbattere: bensì alcune donne scarmigliate apparvero sul limitare, e a una portavano via il figlio, a un’altra lo sposo; una terza, con la faccia livida, tremava per la febbre. Già era notte. Dalle finestre illuminate del palazzo del poeta venivano le note di un concerto. Gli operai cercarono, istintivamente, l’uomo che aveva evocato tanti spettri di paura, ma non lo videro più. Allora, pazzi di terrore, scesero a precipizio dall’impalcatura e corsero a rifugiarsi nelle loro case… *** Il giorno dopo qualcuno si recò dal poeta e gli narrò ciò che aveva visto, scongiurando di indurre gli operai a riprendere il lavoro. Ma nessuno volle più ascoltarlo. Nessuno voleva più saperne dei poeti. Con grandi stenti, si cercarono altri uomini per finire di fabbricare la casa che oggi è piena di inquilini. E c’è chi vede i gerani in fiore alle sue finestre, e c’è chi vede uscire dalla porta qualche funerale. ********************************************************************************** BALDINI ANTONIO Roma 1889 1962 BEATO FRA LE DONNE ristampa de LA DOLCE CALAMITA racconti. Editore Mondadori 1943. Tratto dal racconto ZEFFIRINO Ma come ho detto, le donne, amiche o cugine erano le predilette di Zeffirino. Egli aveva una maniera grigia e silenziosa che non urtava i fidanzati nè i mariti. Cosi riusciva ad arrivare senza scandalo nelle intimità più nascoste. Zeffirino era un assaggiatore discreto che sarebbe stato un peccato di malagrazia non lascarlo assaggiare. Entrando o uscendo dalle case, indugiava a toccare la mano della ragazza una frazione di minuto più del necessario. Oppure accarezzava le gote di una nipote che non era più una bambina. D’estate, quando una cugina gli passava davanti a braccia nude, talvolta la fermava per il braccio, prendendola due o tre dita più su del gomito. Quando muore la signora Rosalia, mamma di Graziella, Zeffirino arriva di corsa in quella casa. Graziella seduta alla tavola da pranzo, tutta sparsa di vecchie fotografie, nasconde il viso sulle braccia abbandonate. Nella camera vicino si sente mormorare una preghiera e odore di cera. Zeffirino tira una seggiola vicino a Graziella e tiene il palmo della mano sulla schiena, scossa dal pianto. Finalmente la ragazza avverte quel contatto, alza il bel viso bagnato di pianto e butta le braccia al collo del confortatore, che rimane lì, buono, buono, con la guancia bagnata dalle lacrime dell’orfana. Fu questa una delle grandi giornate di Zeffirino. La notte poi fa strani sogni e torna sempre col pensiero a questo interrogativo: Graziella era così annientata dal dolore da non accorgersi che era stata fra le sue braccia? Quando Carmela esce di casa per l’ultima volta per farsi monaca, genitori, fratelli e sorelle le piangono intorno cercando di soffocare i singhiozzi. Zeffirino si trova là, confuso con gli altri, e riesce a baciare anche la monaca. Gli rimane in bocca un sapore dolce amaro, di lacrime, di cera e di marmo. Giorno d’oro, per lui, anche quello. Tratto dal racconto NIENTE FA PIU’ PRESTO A INGIALLIRE Niente fa più presto a ingiallire di una lettera d’amore. C’è la sua ragione: l’amore ha ingordigia, l’amore vive di frasi fatte, e le frasi fatte sono prive di sostanza colorante. Da qui la tremenda monotonia delle lettere d’amore in genere. L’amore è cieco, muto, e chi sa che non sia anche zoppo. È naturale, è quasi fatale che uno caduto in balia del gran Mutilato si veda a un certo punto costretto a ricorrere, per guida e per consiglio al Segretario Galante. Ma da che mondo è mondo, fatta d’oro o fatta d’argento, la catena è sempre quella: e chi volesse scrivere la storia dell’Amore attraverso i tempi dovrebbe limitarsi a colorire certe superficiali apparenze, che sono le uniche a cambiare. Certo, finchè dura, gli amanti sono sacri. Nondimeno, quante ne pensano, ne dicono, ne fanno da far piangere e vergognare in noi la nostra più nascosta umanità! Meschinità, cretineria, superstizione, volgarità, impudicizia, vigliaccheria, prepotenza; e divina cortesia, e sovrumano spirito di dedizione; di quale droga non c’è un pizzico in questo pasticcio dell’amore? I sacri amanti. Gli intollerabili amanti. Gli allegri amanti. E sempre da capo con quei bacioni, con quei loro occhioni, con quelle loro finzioni, con quelle esagerazioni, con la loro solita vita attaccata a un filo, con quel solito nome dell’amata che non finisce mai di tormentarsi sulle labbra, con quelle loro eterne bugie, quelle solite manovre, quelle loro inattendibili promesse, quelle loro predilezioni per certi luoghi della città e certe ore del giorno. E sempre quelle sessanta o settanta parole ripetute nelle stesse situazioni; quelle venti o trenta frasi per ridire sempre la stessa cosa, e che mai, finchè dura l’umanità, si troverà niente di meglio! Quanta monotonia. Aria! Qui si soffoca. “Signorina, dalla prima volta che la vidi...” pronti a ripercorrere la solita strada fino in fondo, come se fosse la prima volta. E senza accorgerci di ripassare sempre davanti agli stessi tabernacoli e alle stesse osterie. ********************************************************************************* BANFI GIOVANNI Caravaggio1878 Bergamo 1959 RACCONTI DELLA BASSA Edizioni Alpes 1927 Per Bassa si intende in questo volume un lembo della pianura bergamasca delimitato dall’Adda e dall’Oglio e tagliato in due dal Serio. Terra fertile di grani, fieno e meloni ma priva di grazie naturali, la Bassa è madre di uomini che si ribellano a volte alla torpida monotonia di questa terra, chiedendo al vino la festevolezza che manca al paesaggio. ***** Nessuno in questo paese ricordava una nebbia come quella che era discesa con le ombre della sera ad avvolgere in un velo di desolazione la sfrenata allegria del giovedì grasso. Invaso così l’abitato, rese deserte le strade e affiochite le poche luci che di notte illuminano dall’alto dei crocicchi, la nebbia è per 24 ore, talvolta per alcune giornate consecutive, un enorme involucro in cui sembra dormire, di un sonno ninfale, l’anima del paese. E finchè un raggio di sole non la squarcia, il paese respira quasi impercettibilmente dalle canne dei camini e delle stufe; e tutto intorno all’abitato civile, attraverso le fessure delle stalle piene di bestie, di donne, di culle e di tanfo caldo umido. ******************************************************************************** BEONIO – BROCCHIERI VITORIO Lodi 1902 Milano 1979 Tratto da IL MIO VOLO ATTRAVERSO LA RUSSIA SOVIETICA. Editore Hoepli 1939. Il regime comunista è una piramide che poggia sopra la base immane della schiavitù e lancia poi a grande altezza una guglia di eroi privilegiati. Si riproduce il quadro delle società primitive, secondo lo schema di Gianbattistsa Vico; casta dei sacerdoti e casta dei guerrieri. La baracca comunista sta in piedi soltanto in forza di questa spietata gerarchia. Il bolscevismo è un partito di estrema destra. Aristocrazia pura. *************** Questa è veramente la Russia: inesorabile, umana, santa Russia! La folla dei poveri senza nome, senza distinzione, sui quali preme l’inverno, che appesantisce i corpi con le imbottiture di stracci, che nasconde il volto e la tosse delle donne sotto i brandelli di lana, che ingrossa i piedi dei vecchi con gli impacchi di fieno, che accende nuvolette di vapore davanti alla bocca dei cristiani e alle narici delle bestie. È l’eterna stagione, l’unica scena, l’immobile realtà. La Siberia va guardata così, in questa luce di spettro e di sepoltura. È un paese notturno come l’anima dei suoi giganti. Se giudichi Dostojewski uomo di lettere, è da chiudere in manicomio; ma se lo prendi come vivandiere di spiriti affamati, maestro di proscritti, notaio del dolore vivente. Ti accorgi che il suo regno è più vasto di quello conquistato da Ivan il Terribile e più duraturo di quello consacrato nella basilica del Kremlino. E finchè sarà vivo uno di questi esiliati, finchè ci saranno mamme che traghettano i grandi fiume siberiani ficcando i bambini nudi contro le mammelle per difenderli dal gelo e dalla morte, finchè esisteranno perseguitati che fuggono, vinti che camminano per le strade, sognatori che cercano la felicità, peccatori che si pentono, ragazze tradite, vecchi senza speranza, Dostojewski sarà vivo con loro, in mezzo a loro. ********************************************************************************** BORSA MARIO Somaglia (MI) 1870 Milano 1952 Conosciamo usi e costumi degli indiani d’America e degli aborigeni dell’Australia. La televisione ci fa vedere perfino gli extraterrestri (se esistono). È tempo che arrivi qualcuno e ci parli della nostra Bassa, della nostra cultura contadina, poco documentata e che sta per scomparire. Dal romanzo: LA CASCINA SUL PO Editrice Risorgimento 1920 Che strano paesaggio era quello! Nessun altro cambiava così di colori e di umore a seconda delle stagioni. Di primavera aveva una sua innocente gaiezza: le acque si coprivano di bianche e placide ninfee ed il canneto verdeggiava al basso per certi ciuffi di erbe taglienti. Allora la palude si avvolgeva di una dolce e tenue luminosità. Ma nel tardo autunno il paesaggio si appesantiva: le tinte si caricavano; le macchie nere si addensavano; i boschi si irrigidivano; le foglie rugginose degli ontani gettavano un’ombra fosca sul grigio desolato dei pioppi; le alte querce dondolavano le cime quasi spoglie con un’aria assonnata; i salici si piegavano in avanti, stanchi e malinconici; e rovi e spine e robinie si confondevano in una ramaglia dura, nuda, ispida, intricata. Le canne, da cui ora cadevano fiocchi filacciosi come bambagia, parevano ancor più rinsecchite e davano, passandovi in mezzo, uno scricchiolio ingrato. L’acqua, dove non era chiusa e cupa, rispecchiava il bosco nero e il cielo grigio e non si poteva guardare quel paesaggio riflesso e capovolto, senza un senso di indefinibile paura. Tutta la palude, in novembre e dicembre, aveva qualcosa di sinistro, di spento, di lugubre. Quei momenti crepuscolari erano pieni di inquietudine. Nella bruma misteriosa passavano brividi di freddo e ali di barbagianni. ********** Mario Borsa è un grande descrittore di ambienti e panorami campestri. Ma non solo. L’autore è anche un fine analista di stati d’animo, emozioni, sensazioni. Tutto il mondo interiore scorre sotto la sua penna di osservatore acuto e profondo. BORSA MARIO Dal romanzo: LA CASCINA SUL PO Editrice Risorgimento 1920 Ci sono virtù e vizi, sentimenti e passioni fondamentali che non variano nè coi secoli, nè con le latitudini, nè col colore della pelle, nè con la repubblica, nè col socialismo. Questa è una amara constatazione per uno che ha viaggiato mezzo mondo. Valeva dunque la pena di muoversi da Ronco? Per conoscere l’uomo non occorrono nè viaggi, nè libri. Occorre un certo intuito. C’è o non c’è. Se io non mi fossi mai mosso dalla vecchia poltrona di nonno Batista, e se invece di far girare le gambe avessi fatto girare il cervello! Chissà? Forse ne saprei più di adesso! Il mio paese, Ronco, ora che ricordo, era un microcosmo interessantissimo. Avrei potuto studiare l’anima dei miei contadini e scrivere un trattato di filosofia universale. ********************************************************************************** BROCCHI VIRGILIO Rimini 1876 Genova 1961 Dal romanzo SUL CAVAL DELLA MORTE AMORE CAVALCA Editore Mondadori 1928 Tutte le ragazze erano smaniose di ritrovi, di spettacoli, di feste, di balli: non disdegnavano i circhi equestri, affollavano il piccolo teatro, se una compagnia comica veniva da Milano o da Cremona; e davano esempio di gaiezza alle artigianelle, alle operaie della filanda e del cotonificio, prima che venissero le suore Canossiane a domarle, quelle ragazze, con un nastrino verde e una medaglia; e imprigionarle nel loro chiostro ingraticciato, spegnendo nell'Isola il canto e la gioia, coprendo i franchi amori con un cappuccio di ipocrisia. Ma allora la stessa malanconica sagra di ottobre, che mescolava tristi odori di fichi secchi e carrube, di baccalà e formaggi, e stendeva sotto i portici banchi di stoviglie, di libri e oleografie, spalancava le porte alla fremente attesa delle feste. Che importava se gli alberi abbandonavano alla nera terra solcata dall'aratro e all'umido, strati e cumuli di rosse foglie brillantati di brina? Che importava se la campagna fumigava di nebbia e si annegava sotto la pioggia? Le ragazze sognavano la neve: un organetto si fermava dinanzi ad un atrio e ne faceva sprizzare una festa da ballo. Non c'erano più vicoli tepidi per i convegni; le funzioni di chiesa erano troppo brevi per i ritrovi: le fanta¬sie fresche balzavano smaniosamente oltre Na¬tale, e trasmutavano il regno del gelo e della neve nel gaudioso regno del carnevale. **************************************************************************** CALABRESE FRANCO Ancona 1920 Professore di filosofia. Ha abbandonato l’insegnamento per dedicarsi alla letteratura. Tratto da: UN AMORE PER LA LUNA D’INVERNO Editore Rebellato 1970. Talvolta, a freddo, mi mettevo a esaminare il personaggio me stesso e lo trovavo grottesco: io, alla mia età, più sfrenato di un ra¬gazzo, perso dietro quell'amore senza logica e senza speranza, frut¬to della disperazione, figlio della solitudine, che aveva generato nuovi dolori e nuove solitudini; quell'amore strano, incalzante, dolcis¬simo, dolente, fuggitivo, clandestino, solare, ardente, crepuscolare, che mi aveva rinnovato e distrutto, che mi aveva riconciliato alla vita e distaccato dal mondo, che mi aveva riempito l'anima di musica e di pianto. Certe volte, da solo a solo, chinandomi nello specchio del cuore, mi chiedevo: dove vado? dove andrò? dove mi porterà questa sto¬ria? E non trovavo risposta. Siamo soli, disperatamente soli, di fronte all'amore, come dinanzi alla morte. Nessuno può risponderci nel vento che ci mulina intorno, nessuno può aiutarci nell'in¬cendio che crepita, nessuno può medicare la febbre che ci divampa dentro. E, cosí, mi aggiravo, inquieto e triste, per le strade della cit¬tà, senza pace, sempre solo, mai solo, maledicendo e benedicendo in cuor mio l'amore che mi faceva soffrire e gioire, e a nessuno avrei potuto affidare le pene del cuore cosí prossimo alla felicità e alla follia. Che cosa stupenda e pericolosa, che giocattolo misterioso e su¬blime, che animalucolo tenero e crudele, sfrontato e romantico, pen¬savo, è la donna. Ella è stata creata per l'allegrezza, il tormento, la dannazione, la gioia, la festa, il dolore dell'uomo. E sempre l'uomo ha bisogno di lei, della donna, dalla culla alla bara, di lei, stranis¬sima indecifrabile creatura della terra, piccola madonna di creta e di carne, strumento d'amore, di maledizione, di pena, di piacere, sempre di lei ha bisogno l'uomo. Da piccolo, la mamma, la santa infermiera dei primi passi, delle prime gioie, delle prime parole, delle prime lacrime sulle strade del mondo. E piú si va avanti nella vita, piú si ha bisogno di lei, della mamma, e sempre fino alla morte, e, quando lei è morta, non ci sarà mai nessuna donna che possa prenderne il posto, e il vuoto di lei sarà sempre un abis¬so, una voragine nel cuore dell'uomo. E poi, appena si lascia la beata oasi dell'infanzia, la donna, con le sue moine, i suoi capricci, le sue gonnelline colorate, i suoi vezzucci, comincia a farti tremare il cuore in petto, a farti rigirare per la strada, a farti perdere la pace e il sonno, a farti desiderare soltanto e sempre una donna, una don¬na morbida e calda, come una febbre, una follia nuova, immensa, strana, dolcissima e terribile. E poi, fra le tante ( sono tante le belle donne che fanno impaz¬zire e tutte diverse e tutte possono offrire e accettare l'amore, bion¬de, brune, giovani, piú giovani, meno giovani, sono tutti fiori che camminano e vorresti prenderne da tutte il profumo, da ognuna un po' di miele). E poi, fra tante, ne scegli una, una per la vita, una che ti ami, che si lasci amare, che dorma con te, ogni notte, che di¬vida con te pane e lacrime, che ti schiuda il grembo umido e caldo ogni volta che vuoi, per affogarvi la tristezza e la disperazione dei lunghi giorni uguali. Che accolga nell’umido solco della sua matrice il seme forte e asprigno del tuo sangue, e lo trasformi in figli, in bambini, che saranno ragazzi e uomini ai quali si appoggerà la tua stanca vecchiezza. Ma spesso, quella scelta non è la giusta. Oppure gli anni la guasteranno , la renderanno acida e cattiva, tirannica e amara. E allora? Allora, avanti negli anni, sarai di nuovo solo, più solo che mai, e ancora e sempre cercherai nella folla che ha fretta, nella folla estranea, lei, la donna, la gioia, l’ossigeno, l’altare del tuo cuore lancinato e ferito. Forse la troverai. Forse no. Perché le donne sono tutte uguali e diverse. E l’arte dell’incontro è un’arte difficile, in cui giocano le forze irrazionali del Destino. Sarà una figlia, un’amante, un’infermiera, una domestica, una dama di compagnia, una prostituta, una suora, ma sempre, fino alla morte, fino all’ultima luce, sempre l’uomo avrà bisogno della donna. A volte amandola, non amato; a volte non amandola, amato. Con lei nel paradiso, con lei nell’inferno. A volte benedicendo i suoi passi, a volte rischiando galera e fango. A volte dolcezza, più spesso veleno, la più amorosa e spietata creatura della terra, è per l’uomo indispnsabile e vitale come l’aria, il pane, l’acqua. Palude o cielo, fango o altare, è sempre lei, la fragile, assurda, incredibile, volubile donna, la grande protagonista del mondo. CALABRESE FRANCO Tratto da SPLENDORI E LACRIME biografie di artisti. Camille Claudel a 13 anni prende una manciata di fango e tenta di plasmarla per darle una forma scultorea, mentre nella pioggia il vento rotola dalle colline, solleva polvere e foglie, le sconvolge i capelli. Al fratellino Paul, sopraggiunto, confida il suo sogno segreto: scolpire, diventare artista. Camille è stanca della piazza, degli alberi, delle case di Vileneuve, con le sue lunghe serate di nebbia e le pallide albe. La madre non l’ha mai compresa, anzi la avversa, ma il padre promette di aiutarla nel suo difficile progetto. Camille intanto cresce, sta diventando donna e avverte i primi turbamenti nella carne ma soprattutto nell’anima. A 18 anni si sente triste e sola. Vorrebbe avere uno studio tutto suo, ma la madre la deprime: “Non ce la farai mai!” la madre non poteva capirla, non la avrebbe mai capita. Un giorno del 1881 Camille fu introdotta all’Accademia Colarossi dove insegnava Rodin. Chi è Rodin? E’ un maestro di scultura che ha avuto una vita difficile, sposato con Rose Beurel e un figlio di 21 anni. Il professor Boucher crede in Camille, (forse infatuato della sua bellezza selvaggia, dai suoi occhi viola e d’oro) e prima di partire per l’Italia affida l’allieva a Rodin per prendere lezioni. Rodin in quel periodo era affranto per la morte del padre, si sentiva stanco, squattrinato e sfiduciato. Camille era una donna ormai travolgente, selvaggia, impetuosa, tenera, ardente e passionale I due si incontrarono la prima volta nello studio di lui, nell’autunno del 1883. Rodin non è bello, anzi è piuttosto sgradevole, ma ha la scintilla dei grandi geni, ama le donne e le donne lo amano, specialmente le modelle. Rodin osserva questa statua viva, calda e vibrante che è la sua modella più vera. Lo scultore 45enne credeva di aver conosciuto l’amore, la vita, le donne, e si ritrova adesso indifeso, incredulo, ingenuo dinanzi questa creatura splendida, vestita di nulla e di peccato. Pensa a sua moglie Rose, vecchia e malata, pensa ai genitori della ragazza, allo scandalo e alle miserie che li attendono. Ma lei no. Non ha più paura di niente e di nessuno. Rodin ha trovato, dopo tanto cammino, l’archetipo, l’armonia oggetto-soggetto in quella giovane donna, angelo e demone, dannazione e purificazione, gatta e farfalla, illusione e morte, primavera e vento. ********************************************************************************** CALZINI RAFFAELE Milano 1885 Belluno 1953 Dalla raccolta di racconti AMANTI Editore Mondadori 1943 Tratto dal racconto: ROMANTICA VILLA DA VENDERE Giacomo Puccini non aveva ancora iniziato a musicare la Turandot e cercava un libretto. Vide il piccolo cancello della villa in una giornata di fine Ottobre; la vite vergine gialla e dorata si insinuava tra le sbarre, così moribonda che un soffio di vento ne avrebbe fatto cadere le foglie morte. Il lago mosso dalla brezza palpitava contro i gradini vecchi di mattoni e di pietra. Un vasto colore di autunno si distendeva sulla montagna di fronte, il Bisbino, fin dove cominciavano gli alti pascoli e si adunavano le greggi in attesa della prima neve che le avrebbe spinte alla pianura. La vita faceva fatica a staccarsi dalla terra e quel senso di amore e di dolore fece dire al Maestro: “Ecco, io immagino due amanti, uno di qua, l’altro di là del cancello nel momento della separazione. Bisognerebbe che qualcuno sapesse esprimere questi versi; la musica l’ho qui.” E toccava con la mano la sua fronte alta coronata dai capelli ancora neri. ****** Col passare dei giorni io mi persuadevo che qualcosa di strano , di irrazionale permeava la vita della villa. Dico proprio la vita perchè sono persuaso che anche un edificio ha un suo interno misterioso e psichico. Dire un’anima sarebbe troppo. Ma dire che una casa, è fatta soltanto di mattoni, di calce, tegole e pietre, stanze cantine e solai che contengono soltanto aria, mobili e luce, questo è troppo poco. **** Abbattei una parete leggera di mattoni in costa e apparve un piccolo locale: un bagno. La scoperta di quel nascondiglio mi stupì. La vasca era una elegante e gelida vasca Primo Impero, in marmo bianco di Carrara. I rubinetti di bronzo, modellati graziosamente, figuravano il solito collo di cigno e ripetevano un motivo di ali scolpite sui bordi della vasca. Sulla sedia dorata, con spalliera a forma di lira, c’era un vestito di taffetà verde, una camiciola di batista, due lunghe calze bianche posate con ordine e cura femminile. Per terra c’erano le scarpe e un pettine ricurvo ornato di palline di corallo rosa. Se si può racchiudere e conservare un istante, questo istante era murato vivo là dentro. La stanza conservava un senso di mistero. Qualcosa di sublime imponeva la immobilità e il silenzio. Quando mi decisi a togliere quegli abiti e li ebbi in mano si potè ricostruire la giovinezza, la forma, il fruscio e il respiro della donna che li aveva indossati. Data l’eleganza, del taglio e la perfetta conservazione, li regali al Museo del Castello di Milano, dove sono esposti in una vetrina. Guardandoli pensavo: Sono spenti i sospiri d’amore, le ansie dell’ambizione, i morsi della gelosia; fermi sono i cuori che palpitano, i polsi che tremano; tacciono le voci e i suoni; le lacrime e i sorrisi sono svaniti; tutto quello che fu sofferto e goduto, desiderato e pianto, è passato. ***** Solamente chi ha vissuto un autunno sul lago di Como, chi ha udito il brusio delle foglie sotto la pioggia di settembre; chi ha subìto la saturnina influenza delle giornate che si accorciano sui sentieri freddolosi e già tappezzati di castagne d’India e di foglie morte, solo allora si troverà l’attenuante al gesto disperato di quella donna disperata. Andò nel bagno a tarda notte, vi accese un braciere e aspettò la morte. Quella vasca marmorea ornata di cigni fu il suo primo sepolcro. Porte e finestre del bagno furono murate l’indomani del suicidio avvenuto nel 1825. Finchè io, più di un secolo dopo, le apersi. CALZINI RAFFAELE fu cronista del Corriere della Sera e ha viaggiato in tutto il mondo negli anni 30 e 40. Egli descrive le studentesse cinesi che venivano uccise con la baionetta perchè avevano adottato una pettinatura occidentale, a zazzera. Descrive le donne russe che fuggivano dal bolscevismo e attraversavano la Siberia per arrivare in Cina. Descrive l’Austria moribonda sotto il dilagare del bolscevismo che provoca carestia, miseria e inflazione, mentre Vienna è tenuta in vita dalle banche straniere. In questo racconto l’Autore narra una sua avventura vissuta in Argentina. CALZINI RAFFAELE Dal racconto: CI VUOLE UN PO’ DI CONTATTO CON LA VITA Per me la vita è il mondo. Le donne, i porti, le taverne dei porti; i dormitori delle grandi città. Uno fa una grande esperienza; misura quanto è grande il mondo, quanto è bizzarro l’uomo. Poi torna a casa e prende moglie. Non importa se ha 50 anni; si ammoglia perchè deve finire ammogliato. Ma dietro a sè deve avere l’esperienza. Per tanta gente un figlio è a posto quando ha fatto gli studi, quando ha un pezzo di carta in mano. Per me no. Un figlio è laureato quando scappa di casa. ***** Il silenzio dei luoghi non è sempre lo stesso. Quello intorno a me, rotto dagli scosci di pioggia, era un silenzio sconosciuto. Era il silenzio di Buenos Ayres. ****** La ragazza era figlia di una argentina e di un emigrante italiano e parlava benissimo il genovese. Stava con una banda di briganti perchè non riusciva a scappare e, in fondo, un po’ di rischio non le dispiaceva. Che strega! Gambe magre, nude, due trecce nerissime che ogni tanto mordicchiava in punta; mani piccole e forti e un sorriso che dava fuoco alla notte. ****** La ragazza prese due ceffoni perchè si lamentò che le dolevano i piedi e tentò di rifiutarsi di andare a fare la sentinella alla svolta della strada. Io le presi la mano per farle capire che ero del suo sangue, quel sangue che le colava dal naso e dalle labbra gonfie dopo la percossa. Lei invece dimostrò disprezzo e andò a sedersi sulle ginocchia del vecchio che la aveva battuta. Più tardi, mentre dormivo, sentii un dito sulle palpebre e sulla bocca. Era la ragazza. Mi mostrò un coltello, mi disse di andare a tagliare tutte le briglie e i tiranti dei carri. Lei avrebbe pensato a condurre un cavallo lontano e un carretto, pronti per la nostra fuga. Sono cose che si possono fare quando non si ha l’età della ragione e si è disperati; forse per questo riescono. Così il terzo giorno dopo lo sbarco, mi trovavo nell’oscurità, inseguito da colpi di rivoltella, con in mano le redini di un cavallo e una ragazza indemoniata al mio fianco che frustava la groppa senza misericordia; e, davanti a noi, c’era il buio della Vita. ********************************************************************** CARELLI LIBERA Tratto da: ANIME, ROMANZO CHE NON SCRIVERO’ Editrice Tirrenia 1931 Non sorridete, vi prego, di quella signorina del 1924. O magari, con indulgenza, sorridiamone insieme. Povera ingenua signorina ancor giovane che vuole scrivere un romanzo e crede di essere saggia perché ha studiato parecchi libracci. E l’anima umana non sa cosa sia; e nemmeno conosce la propria perché non si è mai curata di scrutarla. Questa signorina che ama il proprio corpo, perché ama con ardente anelito tutte le cose create. E talvolta, nel suo bianco letto di fanciulla, in certe notti l’anima spasima di nostalgia per il divino. E la carne che giace sola desidera, terribilmente desidera. Talvolta immagina accanto a sé un altro copro nudo e vibrante. Ma sa che il cerchio forte e stretto di due braccia maschili non potrebbe imprigionarle l’anima. Avevo pensato di mettere via definitivamente la penna. Ma chi scrive per amore di scrivere questo è peggio che morire. Nessuna forza ha più malia di quella che ci china sulla pagina bianca da riempire di scrittura. Sono passati solamente sette anni. Viverli è niente; ma quando si sono vissuti, quando sono affondati per sempre nei gorghi del tempo che fu, sette anni sono come settecento; sono un abisso scavato fra due rive inallacciabili. Scriverò questo libro? Non so. L’esistenza quotidiana è come una rete di infinite maglie; in ognuna intoppa una particella di quel bene inestimabile che è il tempo concesso a ciascuno di noi. L’esistenza è un piccolo nulla freddo e grigio che imprigiona l’ardore lucente che potrebbe essere la vita. Un figlio mi salverebbe dalla tristezza e dall’enigmatico poi. Chi veramente ama la vita (in un modo o nell’altro) ha terrore della morte. Per questo i vari preti hanno inventato vari aldilà, per i quali, col prezzo delle nostre azioni, si comprano i biglietti qui sulla terra. Ora io, signorina tal dei tali, dal 1924 ho letto ancora molti libracci, e ad ogni libro che leggo mi sento sempre meno saggia. In fin dei conti non importa a nessuno sapere perchè mai la signorina tal dei tali cominciò un giorno a scrivere un romanzo e poi non volle scriverlo più. CAROSI FELICE Poggio San Lorenzo (Rieti) 1905 Roma 1993 Dal romanzo: SENZA ARTIGLI Editore Mondadori 1939 La vita non è una concessione illimitata. È il restringersi di un egoismo di masse e di individui; è una tenaglia che nasconde, sotto il manto ipocrita della giustizia e dell’amore, le branche distruttrici di mille volontà che vorrebbero cancellare ciò che crede nemico, per veder trionfare soltanto il proprio benessere e il proprio piacere. Giustizia e Amore. Gli uomini si pigiano, si stroncano, si dilaniano, si calpestano per giungere prima e più in alto degli altri. E non hanno vergogna a pronunciare queste due parole: Giustizia e Amore, mentre tradiscono e uccidono, spinti soltanto dal proprio egoismo. Utopie, null’altro che utopie. Finchè l’uomo sarà quello che è, nulla cambierà sulla faccia della terra. L’uomo è un pagliaccio perfino di fronte a sè stesso quando sventola la bandiera della buona fede. L’uomo è un pagliaccio senza ritegno, buffone che crea l’inutile per la propria utilità; funambolo che inventa delle regole per saltarle per il proprio tornaconto. Le opere di bene si creano perchè il fondatore avrà il monumento, il costruttore avrà i milioni, il direttore un lauto stipendio, l’ispettore avrà la macchina e la trasferta. Il bene fine a sè stesso, il bene gratuito non esiste. È un dono che va al di là delle nostre forze! ********************************************************************************** CASTELFRANCHI GIAN BRUTO Milano 1893 1955 Industriale di giorno (con una fabbrica di materiale elettrico, radio, fonogragi televisori) e scrittore di notte. Dalla fiaba CANDELINA Stampato dalla Cromotipo 1945 e 1952 Inizio questo libro la notte del 17 aprile 1943, esattamente nella ricorrenza del mio 50° anno di vita. Mezzo secolo! Quanti anni!... Mi sembran molti, moltissimi. Eppure qualcuno osa ancora dirmi che son giovane. Non son mai riuscito a com¬prendere quando è che l'uomo inizia la sua vecchiaia. Qualche anno fa, chissà il perchè, si lanciò il grido che la vita comincia a 40 anni, ma non è vero. A parer mio la vita comincia all'atto del nostro concepimento; ossia ancor prima di vedere la luce. Ma se per inizio della vita si vuol inten¬dere l'età in cui l'uomo crede di avere acquistato sufficiente esperienza, allora io dico che la vita comincia ventiquattro ore prima di morire. .. Comunque, nella loro lentezza, i miei anni son trascorsi rapidamente. La nostra vita è lunga e breve insieme. Nel tragico passag¬gio ognuno di noi lascia le proprie orme più o meno profonde, più o meno belle, quand'anche non abbiano tutte il privilegio di essere ricordate o tramandate ai posteri. In questi 50 anni, che vanno dal 1893 al 1943, vissi in un'atmosfera di guerre, di grandi e meravigliose invenzioni, di fanatico dinamismo e di vergognose ed irreparabili distruzioni. Attualmente l'Italia nostra trovasi impegnata in una duris¬sima e titanica lotta di cui la storia parlerà ancora fra mille anni, e per mille e più anni rimarranno indelebili i segni evi-denti degli odii fra popoli e popoli, fra partito e partito, fra razze e religioni. Ma non dovrebbe essere questo il mio principale argo¬mento, benchè l'atmosfera nazionale ed internazionale sia così pregna di intrighi e di enigmi, che distolgono facilmente da ogni altra volontà umana, sì che mi sarà dato facilmente lo scivolare o intrattenermi in dati o fatti storico-politici di questa angosciosa epoca che noi tutti attraversiamo. Il mio desiderio è di scrivere una fiaba mentre fiumi di sangue e di lacrime irrigano ignominiosamente la nostra trava¬gliata e turbolenta Terra. Intendo scrivere una fiaba che dif¬ferisca da tutte le fiabe e vagare con la fantasia per obliare il più possibile le madornalità e le mostruosità dell'epoca no¬stra e per lenire, infine, le sofferenze fisiche e morali assegna-teci dal destino. Or dunque, utilizzando le ore insonni della notte, seduto sulla sponda sinistra del mio amaro e dolce letto, coi gomiti adagiati sopra un tavolino, traccio ad occhi aperti il mio sogno senza indagare che cosa sarà di esso, nè quante notti durerà; nè dove mi porterà la fantasia. Solamente mi propongo di riu¬scire interessante, elementarmente istruttivo e forse anche mo¬rale. ************************************************************************ CICOGNANI BRUNO Firenze 1879 1971 VIA DEI FIBBIAI Tratto dalla raccolta di racconti: L’OMINO CHE HA SPENTO I FUOCHI Editore Treves 1937 Misera, brutta, questo moncherino di strada che dal loggiato degli Innocenti arriva appena all’angolo di via degli Alfani. Tutta una parte di questa strada è occupata dal fianco della Maternità; l’altra parte dai retri delle case che hanno la facciata su via dei Servi. Strada più insignificante all’occhio non c’è. Eppure ha una sua vita più ricca di significato di tante altre strade famose e affollate. È la strada della Maternità. Di notte, anche d’inverno, fin dentro le stanze, il silenzio è rotto dalle grida delle partorienti. E ai lamenti e agli strilli segue il vagito di una nuova vita. Rombano di notte i motori delle ambulanze che hanno portato l’incinta pericolante. Talvolta si vedono anche, a braccio dei parenti, le puerpere dal viso cereo, languide, fare i primi passi. Si vedono spesso anche delle coppiette ferme in qualche punto della strada; di qualunque età, di ogni condizione. Poichè le case non hanno porte in questa strada e le botteghe non hanno vetrine, gli amanti qui si sentono sicuri. Dialoghi bisbigliati, dialoghi appassionati, ansie, tenerezze, sorrisi, minacce, gelosie, disperazioni, smarrimenti. Poichè questa strada dà una sensazione di assoluta quiete, vengono qui a sfogare le lacrime anche i familiari che hanno lasciato qualche loro figlia in grave stato alla Maternità. Pure di qui, ogni mattina, passa il camioncino chiuso che porta i detenuti alla Corte. E tutte le sere, passa il carro funebre: il carro che trasporta i morti poveri, i sacchi delle carni che hanno servito ai preparati anatomici, gli avanzi dei cadaveri che non hanno nome e non ebbero chi li riscattò. Via della nascita, via del’amore, via del dolore, via della morte. Può esserci una via più umana? CICOGNANI BRUNO COMPAGNO DI PANCHINA Tratto dalla raccolta di racconti: L’OMINO CHE HA SPENTO I FUOCHI Editore Treves 1937 Fu su una panchina macchiata di licheni, in un viale traverso di questo giardino che, dopo essermi seduto mi trovai accanto un omino curioso che somigliava stranamente a me. Ma più vecchio, più rappacificato, senza il brillio negli occhi, con un sorriso dolce, con una malinconia che non fa più male. Era vestito proprio come me: il cappello dello stesso tipo, il soprabito dello stesso taglio; si sarebbero detti i miei stessi vestiti invecchiati, addosso a lui. Egli mi sorrise con quel suo sorriso dolce di malinconia, come a un conoscente antico che si ritrova dopo lungo tempo. Io gli restituii il saluto, cercando dentro di me chi poteva mai essere. E mi sembrava uno che ho conosciuto, ma non saprei dir come, nè dove. “Non mi riconosci?” Aveva la mia stessa voce; che effetto riconoscere la propria voce nella voce di un altro. “Ti ricordi quando eri bambino e correvi con il cerchio, qui, in questo viale, intorno alla vasca di Nettuno? Tua madre sedeva su questa panchina lavorando all’uncinetto, e ogni volta che le passavi davanti correndo ti faceva cenno di andare più piano. Io lo guardai anche più fissamente e fu come se mi guardassi in uno specchio che mi facesse più vecchio. “Ti ricordi quando eri innamorato di una ragazzina che aveva dei gorgheggi nella sua voce di allodola? Ti ricordi? E quando la udivi, dall’altra parte del prato, ti fermavi facendoti di brace e poi bianco. Ti ricordi?” Chi poteva essere quell’uomo che risvegliava in me così vivi ricordi? Chi poteva essere, uno dei miei compagni di allora? Ma quale? Gli chiesi: “Perchè mi dici tutto questo?” “Perchè tu non ricominci a farti illusioni. La tua vera età è questa mia età; il tuo vero essere è questo che mostro io. Il frutto della tua vita è un personaggio come me. Credi che possa per te rinnovarsi l’incanto felice? C’è un modo solo ora, di vivere, per te: quello di accettare la verità. Ma poichè la verità è morte, accetta le illusioni come illusioni. Illusione, come è tutta la vita del sesso, tutta la vita dello spirito. E sorridendo serenamente, impara a spegnere uno ad uno, dentro di te, gli effimeri fuochi. Io, vedi, sono l’omino che li ha spenti tutti.” ********************************************************************** CIVININI GUELFO Livorno 1873 Roma 1954 Accademico d’Italia. Premio Mussolini per la Letteratura 1933. Dallla raccolta di racconti: ODOR DI ERBE BUONE Mondadori Editore 1942. La mia sorellina morì quattro anni prima che io venissi al mondo. Di lei non rimase in casa nessun segno, nemmeno un ritratto. In fondo per me doveva essere come se non fosse mai esistita. Fu invece il rimpianto di tutta la mia vita. Sarebbe stata non soltanto la mia sorella, ma la mia sorella maggiore. Che cosa ci può essere di più caro e di più sicuro nella vita di un uomo? Una sorella è un miracolo: è la creatura di altro sesso e quasi di pari età che si ama e, pensate, non si desidera. Se è bella godiamo di vederla senza turbamento, lieti che altri la vedano con occhi diversi e appaiano turbati. Se bella non è, si sentirà carezzata dalla nostra tenerezza come mai una donna brutta lo fu dalla mano di un uomo. Una sorella ha in fondo la nostra età, è una creatura del nostro tempo, ha le nostre idee, il nostro modo di vedere e di giudicare, ma alcuni anni fa ci ha tenuti in braccio... A lei, in certe ore, apriremo perciò il nostro cuore come non oseremo mai con nostra madre, nè tantomeno con l’estranea più adorata. Ed ella sola potrà trovare, tenera e grave, le parole che sapranno confortarci. Anche se saremo malati di quel triste e squisito male di guardare le cose da tutti i lati, ella pure lo sarà, ma con qualche visuale in meno, da donna; e questo le farà trovare per noi la parola inattesa che spesso tronca a metà un singhiozzo e lo tramuta in sorriso. Il peccato della carne, con i suoi segreti inconfessabili, pone sempre qualche insuperabile estraneità anche fra le coppie più innamorate e confidenti. Una sola donna potrà esserci completamente amica, una sola donna sarà quella alla quale potremo dire tutto di noi stessi, senza timore, vergogna o pericoli; certi di essere capiti e di essere perdonati, confortati, aiutati: una sorella maggiore; una mamma della nostra età. CIVININI GUELFO Dalla raccolta di racconti LA STELLA CONFIDENTE. Editori Fratelli Treves 1918 Paolo scese di vettura all'angolo della via, come al solito, per non dar nell'occhio ai vicini. In quell'angolo eccentrico della città, per quelle strade abitate per lo più da tranquille famiglie di impiegati che avevano potuto realizzare l'one¬sto sogno borghese di una casetta con un po' di giardino da pagare in vent'anni, e che ave¬vano tutti l'abbonamento al tram, il fermarsi di una carrozza dinanzi ad uno dei porton¬cini avrebbe chiamato alle finestre tutto il vi¬cinato, e destato chissà che lavorio di curio¬sità dietro i fiori delle tendine all'uncinetto. Così invece, da più di due mesi, Paolo ogni giorno faceva quel tratto di strada a piedi, apriva in fretta il cancello, traversava il ma¬gro giardinetto ed entrava in casa senza es¬ser visto da nessuno. Mezz'ora dopo un'altra mano spingeva il cancello lasciato socchiuso, un altro passo leggero e frettoloso faceva stri¬dere la ghiaia del vialetto. “Paolo!...” “Isa!” Entrava ansante, comprimendosi il seno, spaurita, sorridente e felice. “Sen¬timi il cuore... Dio mio, che paura!” “Di che, cara?” “ Non so.... Non mi avrà seguita nessuno?” “Ma no, calmati....” “Va a vedere.... E chiudi bene.” Paolo usciva nel giar¬dinetto, chiudeva il cancello, rientrava, chiu¬deva la porta. Isa, ancora ravvolta fino al naso nella volpe argentata, rincantucciata in un an¬golo del divano, lo guardava ancora un po' tre¬pidante: “Nessuno?” “Nessuno, cara.” Un sospiro di sollievo, un sorriso di tenerezza, e col sospiro la frase consueta, appassionata e carezzevole, mentre la manina inguantata cerca gli spilloni del cappello. “Dio mio, amore, che cosa mi fai fare...” Paolo era già in gi¬nocchio dinanzi a lei, e le baciava il polso sot¬tile tutto venato d'azzurro. “Basta, bimbo....” Nella penombra il caminetto scoppiettava e ron¬zava, come una piccola ironica orchestra in sordina che commentasse il tenero duetto della vecchia e dolce opera di repertorio, in cui Isa debuttava, e che Paolo ricantava con un ar¬dore che non credeva aver mai conosciuto. Quel giorno era in ritardo. Guardò l’orologio scendendo di vettura: le quattro e dieci. L’appuntamento era come sempre per le quattro. Ma d’altronde Isa¬ si faceva sempre aspettare un poco. Affrettò tuttavia il passo. La giornata era fredda e nebbiosa: una giornata di fin d'autunno. Mulinelli di foglie sec¬che si rincorrevano sul marciapiede e scompa¬rivano nel leggero velo della nebbia. La strada era deserta, tutte le finestre erano chiuse, i giardinetti tristi e poveri, appena con qualche macchia verde di edera e qualche rosaio rachitico¬ che finiva di sfiorire sulle aiole malinconiche.¬ Paolo stava per aprire il cancello, quando dal fondo della via vide avanzarsi una figuretta di donna, alta, snella, elegante. Non era molto lontana, ma la nebbia gliela velava un poco. Pensò che fosse Isa e attese, per ac¬certarsene. Non era lei: non era il suo passo. Camminava piano, come passeggiando, forse aspettando. Paolo si incuriosì, rimise in tasca la chiave, e le mosse incontro con aria indiffe¬rente. Pareva carina: passandole accanto la sbirciò con uno sguardo discreto: ma non riu¬scì a vedere che la punta di un nasino tra la falda amplissima del cappello e la stola di pel¬liccia avvolta intorno alla bocca. “Chi sarà?” penso. “Giurerei di cono¬scerla.” Allora anche la signora si volse e mormorò ridendo: “Buongiorno, Ardenghi.” “Oh!... Donna Clotilde!... Voi!” “E’ questo il modo di far aspettare le signore?... E’ un quarto d’ora che passeggio; sono intirizzita.” “Ma...” “Via, non importa; vi perdono. Ma che avete? Perchè mi guardate con quell’aria imbambolata?” “Scusatemi; capirete, sono sorpreso... Non avrei immaginato di trovare qui anche voi...” “Oh, che credete? un contrabbando? No, no. Vengo per voi: o meglio per Isa.” “Per Isa? Che ha? E’ ammalata?... E ac¬caduto qualche cosa?... Per carità, donna Clo-tilde....” “Eh, calmatevi! Non è ammalata, non è ac¬caduto niente: diamine, non mi vedreste così tranquilla. Soltanto, mi manda a dirvi che nè oggii nè domani potrà venire da voi, perchè le è arrivata addosso da Napoli, all’improvviso, sua cognata. Ecco tutto.” “Proprio?” “Proprio. Era fuori di se dalla rabbia, po¬vera filgliola. Non sapeva come avvisarvi, aveva paura che non vedendola andaste voi da lei, e che la cognata che già le aveva fatto questa estate delle osservazioni sulle vostre assiduità dovesse ricominciare ad annoiarla.... E così, Clo¬tilde, mettiti su il cappello, la pelliccia, e mar¬cia ad avvertire il signor Paolo!... Ma sapete che mi fate fare una bella parte, ragazzi miei?” “Povera amica, come siete buona!” “E per compenso, un quarto d'ora a passeggiare in mezzo alla nebbia e a morire di freddo... Ma ditemi un po' anche Isa la trattat¬e così?” “Ma no, vi assicuro, Clotilde: è la prima volta che mi capita....” “Volevo ben dire. Infatti non fa che dirmi...” “Che cosa?” “Ma.... tante cose” “Belle?” “Naturalmente.” “Di me?” “Di voi, e di lei.... Dio, ma che freddo fa, da queste vostre parti!” Paolo rimase un istante esitante, poi mormorò con un sorriso imbarazzato: “Sentite, donna Clotilde.... non so.... se posso....” “Che cosa?” “Ecco.... in casa mia.... nostra.... insomma, lassù, c'è un po' di fuoco.” “E mi domandate se potete? Diamine, spero bene che non mi lascerete ancora in mezzo alla strada.... Finchè non mi sarò riscaldata dovrete sopportarmi, caro Ardenghi.... Mi darete una buona tazza di tè.... E poi andrete anche a cer¬carmi una carrozza, spero.” “Ma figuratevi, donna Clotilde! Io non osavo... capirete... Sì, siete la nostra amica, il nostro angelo... ma siete troppo una santa donna voi... e temevo che la fiamma del mio caminetto dovesse sembrarvi un po’ quella dell’inferno...” “Ah, sentite, inferno o no, la mia santità è troppo intirizzita. Ma a proposito, siete solo?” “Bella, chi volete che ci sia?” “Già, è vero.” Giunsero al cancello, Paolo aprì, traversa¬rono il giardinetto, entrarono in casa. “Ah, che calduccio!” Clotilde Landi si guardò intorno, passò ra¬pidamente in rivista il salottino semplice e grazioso, tutto pieno della luce bionda che filtrava dalle tende gialline. “Carino. Complimenti. Tutto in biondo, come Isa. Che armonizzatore! Anche delle rose tèa, di questa stagione? Carino, molto carino.” Buttò sul divano la pelliccia, il manicotto, si sedette su una poltroncina vicino al fuoco. “Andiamo, fatemi il tè.” “Scusate...” “Che c’è?” “Non volete togliervi il cappello?” “Perchè?... Si usa?” “Ma.... Isa se lo leva.” “Bella ragione.... Be', prendete.” Paolo prese il cappello, la pelliccia, il mani¬cotto, entrò in una stanza attigua, ritornò. “Dove siete stato?” “Dì là....” “Che c'è?” Paolo rispose con un gesto evasivo sorridendo. “Ah! Il sancta sanctorum...” “Piuttosto, direi.... foederis arca...” “Vediamo.” Si alzò, sollevò la cortina, guardò dalla so¬glia. “Molto graziosa.... Stile Impero: la pas¬sione di Isa. Me l'aveva già descritta, del resto.” “Vi dice tutto, dunque?” “Tutto: non mi parla d'altro.... Curiosa, sapete, il mio cappello e la mia pelliccia là sopra....” “Vi rincresce?” “No, no; lasciate”. Lasciò cadere la cortina, rientrò nel salotto, sorridendo di quel suo buon sorriso dolce e scherzoso, girellò per la stanza guardando i pochi ninnoli sparsi qua e là. Paolo, tutto affaccendato intorno al samovar, la osservava ogni tanto di sfuggita. Era alta, pallida, leggera e piana in ogni mossa; sorrideva spesso, smor¬zando il sorriso in una lieve ombra di malin¬conia pensosa. Non più giovanissima, circa tren¬tacinquenne, aveva già fra i bei capelli neri qualche filo d'argento, che non si curava di na¬scondere. “Ma bravi ragazzi!” Sedette di nuovo vicino al fuoco e socchiuse gli occhi. “Questa dunque” soggiunse “è una garconniere.” Paolo si rivolse con una mossa vivace. “Vi prego, donna Clotilde.... Non battezzate la casa mia e di Isa con questa brutta parola.” “Avete ragione. Scusate.” Tacquero per un momento. Il samovar cominciò a gorgogliare. “Le volete proprio molto bene a Isa, mio caro Ar¬denghi?” “Lo sapete. Se non lo sapeste non sareste qui, né avreste accordato a questo amore, che è unico, che è la vita nostra, questa vostra pietosa protezione. Non è vero?” “Infatti, mi pare.” “Voi siete pura di ogni peccato, Clotilde: eppure, quando Isa, nello sgomento che aveva invaso la sua anima alla rivelazione di questa cosa nuova che era entrata nella sua vita, vi fece la sua confessione, voi comprendeste, per¬donaste, e... diventaste la nostra sorella cara. Siate benedetta, Clotilde....” In piedi dinanzi a lei, Paolo le parlava con una tenrezza commossa nella voce, tenendole una mano nelle sue. Si chinò a baciargliela, ripetè : “Siate benedetta”. Donna Clotilde riattizzò il fuoco, e disse piano con quella sua voce velata: “Infatti, mi pare di non far nulla di male...” Corrugò un poco la fronte, pensando, poi riprese il suo sorriso quieto. “E ora datemi il tè. L'acqua già bolle.” Mentre Paolo versava il tè la pendola suonò le cinque. “Già mezz'ora che sono qui.... Passa presto il tempo, qua dentro.” “Troppo, Clotilde.” Le si era seduto accanto. Entrambi rigira¬vano ora i cucchiaini nelle chicchere, in si-lenzio. Clotilde mosse appena le labbra come per parlare, ma tacque e continuò a guardare il fuoco, assorta. “Dicevate?” “Io? Nulla.” “Mi pareva....” “No....” Gli sorrise, amichevole. “È buffa, sapete?” disse poi come con¬tinuando il suo pensiero. “Che cosa?” “Dio mio, la mia posizione, qui....” “Perchè? È carina, anzi.” “Pensate: chi mi vedesse! Clotilde Landi, l'austera, la impeccabile, l'insospettabile donna Clotilde, nell'appartamento segreto di Paolo Ardenghi, senza cappello.... Sapete che se mio marito ci sorprendesse avreb¬be il diritto di ucciderci?” “Anche questo sarebbe carino: morire in sospetto d'amore e in perfetta purità.” “Grazie tante.... Povere le mie piccole!” “A proposito, come stanno le zingarelle?” “Non c'è male. La grande è un po' giù, però.” “Che ha?” “Chissà.... Sapete, forse è l'età di pas¬saggio. Ha già quattordici anni. Mi ricordo che anch'io, in quell'età, ebbi come una crisi strana di malinconie, di scontentezze, di noia. Passavo delle giornate intere nascosta in qualche stanza remota per poter piangere. Di che, poi? Chissà. Mi durò un paio d'anni, poi passò. Nenne è come me. Speriamo che la vita per lei sia un po’ più....” Si interruppe, smorzando la voce e volgendo di nuovo lo sguardo alla fiamma. “Un po' più...?” “No, no.... Ho sbagliato: volevo dire un'al¬tra cosa.” “Veramente non ne avete detta nessuna....” “Allora.... meglio così.” “Come volete.... Ma che avete?” “Nulla.... Che devo avere?” “C'è qualche cosa nel vostro viso, che non ho mai scorto prima d'oggi....” “Segno che non mi avete guardato mai bene. Sto benissimo invece. Il vostro tè è ben-fatto, il fuoco mi ha riscaldato, il luogo è ca¬rino, voi siete un buon amico a cui si è con¬tenti di voler bene.... È una bella ora, insomma. E c'è anche tanto di Isa, qua dentro, a cui voglio bene, lo sapete, come a una sorella un po' minore.... Anzi, dirò, mi pare di essere un po' lei, qui; sarà questo, forse, che mi fa trovare così a mio agio....” “Certo. Questa casa è anche vostra....” “No.... non è questo....” “Allora.... non capisco.” “Già.... neppure io.” Paolo la guardò stupito ed incerto. Con un piccola mossa nervosa Clotilde posò la tazzina sul tavolino e si alzò. “È tardi, debbo andarmene.” “Di già? Perchè?... Ma che avete, Clo¬tilde?” “Nulla. Ossia.... Non lo so: sono nervosa. Dev'essere l'aria di qui dentro. Tutti questi fiori” “Volete che apra?” “Per carità! Fa troppo freddo.” Andò alla finestra, sollevò la tendina, appog¬giò la fronte ai vetri. “Comincia a nevicare, Ardenghi.” Rimase così in silenzio, a guardare i piccoli fiocchi che scendevano leggeri nell'aria nebbiosa del primo imbrunire a imbrillantare il fogliame rado del giardinetto. Tutto, di fuori, era silenzio. Da una casa vi¬cina giunse a un tratto il suono fievole di un pianoforte. “Sentite questa vecchia romanza, Clotilde?” fece Paolo avvicinandosi. “La conoscete? È una romanza sentimentale d'altri tempi, che ogni giorno, a quest'ora, una povera vecchia ragazza pallida e bruttina ripete al pianoforte. La stella confidente.... Tante volte con Isa ci mettiamo qui, come siamo ora, ad ascoltarla, e ci inteneriamo. Un giorno Isa mormorò: ‘La stella confidente...è Clotilde!’ E da allora vi abbiamo chiamato così... Vi rincresce?” Clotilde non rispondeva. Rimaneva col viso ai vetri, come nascondendosi. “Non mi rispondete?” Le scostò il viso dai vetri, la guardò, tacque,¬ tutto confuso. Ella gli sorrideva ancora, ma quel sorriso, che era l'espressione naturale della sua bontà, si sfaceva in una piega dolorosa delle labbra: e due lagrime le rigavano le gote. “Perchè? Perchè, Clotilde?” “Nulla, nulla.... Forse è quella musica.... Mi intenerisco anch'io, vedete! Sono ben stupida!” Rise un piccolo riso stridente, inghiottendo un singhiozzo. Paolo tacque di nuovo, mentre ella riprendeva il suo posto vicino al fuoco. L'ombra di un pen¬siero strano gli passò per un attimo nella mente e gli strinse il cuore di un'angoscia vaga. Clo¬tilde lo intuì e disse subito, in fretta: “Non pensate delle complicazioni assurde, Ardenghi.... Non crederete mica, spero, che sia innamorata di voi!” “Oh, Clotilde! Che dite mai!...” “Siete così vanitosi, voialtri uomini.... E d'altronde il mio contegno certo, è strano....” Guardò un istante dinanzi a sè poi riprese, con voce dolce e lenta: “Non vi siete mai domandato perchè io, che sono una buona moglie, una buona madre, una donna giustamente insospettata e insospet¬tabile.... un modello di virtù, infine.... che potrebbe anche aspirare al premio della rosa d'oro.... non vi siete mai domandato perchè questa Lucrezia dei nuovi tempi abbia potuto prendere sotto la sua protezione questo vostro peccato?...” “Sì, infatti.... Tante volte l'ho pensato. Ne ero stupito, dapprima.... Ma poi ho compreso che era la vostra bontà, che dinanzi a questo volere del destino....” “No, Ardenghi, non soltanto la mia bontà.... Mi avete detto poco fa che sono un angelo, il vostro angelo.... “È vero. Lo siete.” “Ma quale angelo potrebbe mai racco¬gliere sotto le sue ali due peccatori, se un po' di quel peccato non piacesse anche a lui? Tacete? Vi sorprendo, lo so. Ah, mio caro Ardenghi, è che ogni donna ha bisogno nella sua vita di un po' di peccato! E per questo, non per altro, in fondo, io vi aiuto, vi proteggo, sono la vostra complice.... A forza di vivere nel vostro peccato, esso è diventato anche il mio... Quello che non ho saputo accettare per me sola, da cui un senso di disagio, più forte della mia stessa onestà, mi ha tenuta lontano... Comprendete?” “Comprendo, Clotilde.... C'è stato qualche cosa dunque, anche nella vostra vita, a cui....” “A cui ho resistito, sì. Di cui ho trionfato. Ma, che volete, sono vittorie che non lasciano l’anima serena....” “Eppure, si dice.” “Non è vero. Rimane in noi una grande malinconia, ed anche.... della nostalgia.” “Povera Clotilde!” “Mi capite, ora? Non seppi peccare per me, mi unisco al peccato degli altri.... Vedete: mi confesso. Sono un po' brutale, anche, nella confessione. Ma se sapeste quanto anch'io ho sognato di queste ore vostre, di queste pa¬rentesi d'oblio, di questi distacchi assoluti da ogni noia, da ogni pensiero, di questi tuffi nella verità vera della vita.... Strano, vero, che vi parli così, io? Tant'è, amico mio. Tutto, tutto, mi chiamava.... Le mie bimbe erano an¬cora troppo piccole, per trattenermi; mio ma¬rito.... Voi sapete la sua vita.... Eppure non potei. C'era qualche cosa di superiore in me che me lo vietava. Fu perciò, in fondo, una facile vittoria.... Ma ne uscii egualmente con l'anima a pezzi, con un gran vuoto dentro di me, che non pareva dovesse più colmarsi.... Ebbene, qualcosa invece, in parte l'ha colmato: il vostro amore, il vostro segreto, che è anche il mio. Mi era restata l'angoscia di non sapere, di esser destinata a non saper mai, nella vita, l'intimità di un grande amore, e, sì, diciamolo pure, il sapore di un bel peccato. Ora lo so; so quello del vostro. Isa mi parla di tutto, mi dice tutto.... Oh, sapete, fra noi donne sappiamo dirci tutto, con la grazia che è necessaria a rimanere carine.... Passiamo delle lunghe ore insieme, a parlare di voi: so come è nato, il vostro amore: in un modo adorabile, pieno di poesie, di gentilezze.... forse come non ne nascono più oggi; l'ho veduto crescere, divam¬pare, divenire.... quello che è; l'ho seguìto, lo seguo giorno per giorno, ora per ora.... È un po' il mio, che ritorna; anche quello sarebbe stato così se avessi potuto.... Ed ora io aspiro tutto il profumo di questo vostro, ne vivo, ne sogno anche.... Soffro con Isa, gioisco con Isa, di ciò che la fa soffrire e gioire....” Era già notte. Il fuoco nel caminetto si spegneva. Il vento frusciava fra gli arbusti del giardino, batteva ai vetri folate di nevischio. Nel’ombra della stanza la voce di Clotilde ondeggiava lenta, dolce, accorata. “Qualche volta quando è triste e piange anche io piango con lei.... Ella è la vostra amante, voi siete il suo amante, e tutti e due siete il mio amore...” Tacque, si alzò, passò una mano sulla fronte, sugli occhi. “Be', ora sapete. Non so perchè non ho potuto fare a meno di confessarmi. Mi pareva di tradirvi, tacendo.” Stese la mano a Paolo, che gliela baciò commosso, in silenzio. “Mi mancava però ancora un po' una co¬sa...” continuò Clotilde, dopo una lieve esitazione.¬ “Passare due ore così, nel segreto di una piccola casa.... Curiosità? Forse. Anche questo l'ho avuto. Il mio peccato è completo.” Rise leggermente, un riso che sapeva di pianto. “Via, andate a cercarmi una vettura.” Paolo si avviò alla porta, si fermò un mo¬mento. “Volete la luce, Clotilde?” “No, grazie.... L'ombra è la mia luce. Piuttosto, sentite. Non dite ad Isa tutto quello che vi ho detto. Le donne, sapete, non sempre comprendono....” Rimase sola nella stanza oscura, appoggiata al caminetto, gli occhi fissi sulle ultime braci rosseggianti fra la cenere. Di fuori, tra i fruscii del vento giunse ancora il suono languido del pianoforte sospirante la vecchia romanza. Clotilde andò verso il divano, vi si buttò riversa, affondò il viso nel cumulo soffice dei cuscini, singhiozzando. CIVININI GUELFO Dalla raccolta di racconti TRATTORIA DI PAESE LE FINESTRE MORTE Una breve storia che si svolge tutta dentro un cortile chiuso. Un capolavoro di ambientazione, osservazione e meditazione. Un bel racconto sottile e inquietante con una suspense che accompagna il lettore fino alla fine. LE FINESTRE MORTE Fino da ragazzetto mi hanno sempre destato un senso non ben chiaro, di curiosità, preoccupazione, diffidenza, nelle facciate delle case, le finestre murate: quelle, voglio dire, che prima c'erano, aperte come le altre, in fila con quelle, o anche in disparte, a guardare un cortile, o sotto una sporgenza di grondaia; e poi furono tappate, e sopra ridipinte. Tutte le altre sono vive, animate, estrose; sono gli occhi della casa, che guardano il mondo, piccolo o grande, che hanno attorno. Si aprono, si chiudono, si accostano a bocca di lupo a spiare e ammiccare, alzano le mezze persiane a far solecchio, si adornano di vasi di fiori e di gabbie dei canarini, sventolano panni stesi, civettano, sospirano, chiacchierano, spettegolano, litigano. Ci sono anche quelle che si danno arie superbe, non prendono confidenza col vicinato, e stanno quasi sempre chiuse. Le rare volte che le aprono si intravedono dentro le stanze vecchi mobili tristi, e poltrone e canapè incamiciati di bianco, come malati. Le più invece sono quelle altre, nel cui quadro la vita della casa passa avanti e indietro con le sue gioie, le sue tristezze, le sue noie, le sue rassegnazioni: che incorniciano teste di bimbi adorabili o detestabili, ragazze che cuciono, serve che sciacquano e cantano, uomini scamiciati con le bretelle ciondoloni, donnone ciabattone che sfaccendano, donne che si truccano. Bello è in certe mattine di sole vederne uscire due braccia nude e morbide che si sporgono a spalancare le persiane. Davanzali su cui anche « fanno bene », come dicono i pittori, setacci e tegami di conserva di pomodoro messa a seccare. Ma sono cose che non si vedono più; solo nei paesi, forse. Le finestre murate sono come gli spettri di queste vive. Le hanno ridipinte nel rettangolo in cui si aprivano, rifacendo sull'intonaco vetri e telai. Qualcuno più fantasioso o sciagurato è arrivato a accennare dietro i vetri un ricamo di tendine, o sul davanzale un vaso di garofani. I più discreti si sono limitati a dipingerci una persiana chiusa o uno stoino mezzo abbassato. Il tempo è passato, i colori si sono sbiaditi, l'intonaco non bene spianato si è scialbato di polvere, e anche qua e là si è scrostato, scoprendo l'ossame di sassi e di mattoni della finestra morta. Ognuna di quelle finestre aveva per me ragazzo, e per quel po’ di ragazzo che per fortuna nostra, chi più chi meno, portiamo sempre con noi lo ha ancora, un che di mistero, intorno al quale mi perdevo volentieri a fantasticare. Chi sa quando era stata murata, e perché. Capivo benissimo anche allora che la spiegazione comune era facile immaginarla: un giorno la gente che ci abitava aveva mutato disposizione alle stanze, quella finestra era risultata inutile o incomoda, e la avevano chiusa. Sì, questo è semplice a pensare, anche per un ragazzo fantastico. Ma lì fuori c'è quel fantasma dipinto, quella cosa che non c'è più ma vuole illudere di esserci ancora, e allora il ragionare non conta. Quella finestra murata sa di castigo, di ricordo che si è voluto distruggere; dietro a quei vetri mal dipinti e impolverati c'è un segreto che si affaccia, c'è una vecchia stanza abbandonata dove nessuno è entrato più da tanti tanti anni, c’è chissà. Le case che hanno quegli occhi cechi sono in generale vecchie case in cui tanta gente è passata, e che ne han viste tante, e chi sa quante potrebbero raccontarne, anche quelle che hanno l’aria più modesta, onesta e bonaria. Come quella che più d'ogni altra mi sta in mente. ++++++ A cavallo fra l'infanzia e l'adolescenza mi accadde di passare un anno della mia vita in un paese del Mezzogiorno. Si stava di casa in una di quelle stradette mozze che là chiamano « corti ». Le stanze del davanti davano sulla corte con un lungo terrazzo fiorito di gerani e di convolvoli. Quelle interne, con la cucina e il solito sgabuzzino sul poggiolo, su un cortile silenzioso e squallido chiuso fra la casa nostra, il dietro di un'altra a due piani, e il vecchio tetto di una stalla vuota. Il cortile era della stalla, e da chissà quanto tempo nessuno c'era entrato. Erbacce e ortiche crescevano alte fra mucchi di calcinacci e di pietrame. In un angolo, a fior di terra, c'era una finestra nera di cantina, con l'Inferriata. Fra cantina e cortile una dozzina di gatti vivevano in libera e sonnolenta repubblica. La casa vicina aveva quattro finestre, due per piano. Quella davanti alle nostre era murata. Nel rettangolo avevano ridipinto telaio e vetri, e dietro questi, per effetto scenico, un tendaggio rosso sollevato ai lati, a baldacchino, come quelli delle vecchie quinte. La pittura era sbiadita dal tempo, ma dietro la patina di polvere quella tenda rosseggiava ancora, e il vano su cui si alzava dava veramente un’impressione di buio e di vuoto. Meno, anzi quasi nulla, di giorno, quando il sole ammazzava quel po’ di colore che c’era rimasto. Ma appena il muro ritornava in ombra, la vecchia finestra morta si ravvivava. Sembravano allora più morte le altre: quella accanto, alla quale pure non si affacciava mai nessuno, e che aveva sul davanzale due vecchie pentole, in cui erano morte di sete piante di garofani e di basilico; e le altre due del piano di sopra, dove stavano certe vecchie in lutto con una nipote povera e zitellona, che faceva da serva, ed era la sola che qualche volta si affacciasse per buttar giù ai gatti cartate di puliture di pesce e di altri sudiciumi. Era una ragazzona brutta, grassa e floscia, e dicevano fosse un po’ matta. A volte sfaccendando cantava una specie di nenia campagnola che invocava la Madonna perché facesse piovere. Dormiva in cucina, e la notte, d’estate, con la finestra aperta si sentiva russare. La sua voce scolorita, e quelle irose o amorose dei gatti, erano le sole che il cortile conoscesse: ma anche quelle erano rare. Dall’esterno non giungeva eco di nulla. Pareva di essere fuori dal mondo, e che attorno, di là da quei muri, non ci dovesse essere che cielo, quel gran cielo azzurro che c’era sopra, e a voltarsi in su e fissarlo dava il capogiro. La stanza dove dormivo affacciava su quel cortile. ++++ Per un ragazzo abituato a stare molto solo, un cortile simile è un mondo. Non fosse altro per tutti quei gatti. Dopo un poco che si stava lì - ci si arrivò verso l'estate - li conoscevo tutti uno per uno, sapevo le loro abitudini, il loro carattere, le reciproche amicizie e antipatie. Di solito nella mattinata erano tutti fuori. Accucciati dalla parte dell’ombra, passavano le ore dormendo o sonnecchiando, quasi sempre ciascuno allo stesso posto, rispettandosene il possesso. Sul mezzogiorno quando il sole picchiava giù a perpendicolo, a poco alla volta tutti si imbucavano giù per l'inferriata della cantina, nel mistero di un altro mondo. Più degli altri restava ad arrostirsi al sole uno che doveva essere il capo riconosciuto di tutta la banda, certo il più vecchio, grande, forte, placidamente autoritario maschio, naturalmente. Soriano tigrato, con appena un po' di rogna su un orecchio, aveva degli occhi ancora bellissimi, d'ambra chiara. Quando le rondini passavano in gazzarra sul cielo del cortile, li apriva, seguiva per un attimo quei voli con fredda immobile cupidigia, e subito li richiudeva con rassegnata noncuranza. Anche esso, dopo un po’ che era solo, si alzava, si avviava verso l’inferriata, dava uno sguardo in giro al cortile vuoto e spariva del buio. Era proprio il padrone di tutto quel mondo, temuto, rispettato, forse anche amato. Un giorno una gatta nera che da qualche tempo era scomparsa risbucò fuori dalla cantina seguita da quattro gattucci monelli. Il vecchio soriano era al suo solito posto, e sonnecchiava. La gatta mamma si avviò verso di lui, e si fermò a rispettosa distanza. I monelli invece gli si avvicinarono saltellando. Il vecchio aprì gli occhi e scosse l’orecchio rognoso. Guardò per un istante i nuovi venuti, poi si alzò, lentamente, e li fiutò. Sì, bene: erano dei suoi. Tranquillo si rimise giù. I piccoli si allontanarono per il cortile, saltellando con tutte quelle cose nuove che trovavano. La gatta nera non c'era già più. Aveva fatto le presentazioni, avevo avviato i suoi figliuoli per il mondo, la sua parte di mamma era finita. Sciò, tutti liberi, ora, e ciascuno pensi a sé e si arrangi. Sopra tutti, del resto, c'è il Vecchio. A mezzo meriggio il cortile ritornava in ombra, e dall’inferriata tutti ritornavano su, e si rimettevano a sonnecchiare aspettando la rinfrescata, quando di solito la finestra del secondo piano si apriva e la zitella matta buttava giù qualche cartoccio. Tutti allora balzavano su, correvano verso la roba cascata, ma raro era che si azzardavano a toccarla prima che il Vecchio arrivasse. Se qualcuno più avido allungava l’unghia avanti, quello d’un balzo gli era sopra, e con una soffiata e una graffiata ristabiliva l’autorità e la tradizione. Poi raspava un po’, annusava, sceglieva qualche bocconcino, a volte nulla, e si allontanava lasciando il branco a spartirsela. Poca roba. Finiva presto. Allora tutti si voltavano in su, verso la finestra da cui quel po’ di ben di Dio era piovuto, e rimanevano lì fermi, a lungo, leccandosi i baffi, nella vana attesa di qualche altra cosa. Guardavano quella finestra, guardavano anche le altre, anche le mie, tutte, meno una. Nessuno, di tutto il branco famelico, guardava quella murata. Ma il vecchio soriano sì. Solo, in disparte, lontano da tutti, estraneo a tutti, pareva aspettare quell’ora già di mezz’ombra per non guardare che quella. Teneva i belli occhi chiari bene spalancati, e li fissava su quel rettangolo sbiadito come se qualcosa in esso lo affascinasse. Che? Gli animali che vivono con noi, nelle nostre case, nella nostra vita, i cani, i gatti, anche gli uccelli di gabbia, vedono tante cose, dicono, che noi non vediamo. Storie, si sa. Ma a volte si ha una gran voglia di crederle. Che vedeva il vecchio soriano, in quella finestra morta, per non guardare che quella, per guardarla così? Io ero certo che vedesse quello che non c’era più, la finestra quando era viva. Ne ero sbigottito, ma anche io affascinato. Con l’ombra che piano piano calava, lo sbiadito si ravvivava, la patina polverosa dava ai vetri come una vera trasparenza, il tendaggio rosso cadeva giù con ombrature morbide di vera stoffa. « Ecco » pensavo « ora una mano, una mano bianca, uscirà da quel nero, e solleverà la tenda… » La sera continuava a calare. Il gatto non si muoveva. Brividi fitti mi correvano dalla nuca alle reni. Rabbrividivo nelle braccia e nelle gambe. Ma non cedevo. Il giuoco della fantasia era più forte della paura. « Ecco, ora un viso pallido si affaccerà… Il gatto già lo vede… » Lottavo ancora, stringendo i pugni e i denti. Poi di colpo il buio mi vinceva. Chiudevo gli occhi, scappavo. Di là era già acceso il lume. Madonna, che respiro. ++++ Una notte, faceva gran caldo e si dormiva con le finestre spalancate, mi svegliò un miagolio lungo, lamentoso. Aprii gli occhi, guardai fuori. Alla finestra morta c’era un lume. Una fiammellina chiara si accendeva e si spegneva, sbattendo ai vetri finti. Col cuore in gola balzai su, mi affacciai… Oh, niente. Una lucciola. Lì presso cominciava la campagna. Una lucciola era venuta a sperdersi nel cortile. Ma quel povero vecchio gatto, lo riconoscevo alla voce, perché si lamentava così? Che aveva? Che vedeva? Miagolò così ancora un po’, poi tacque. La mattina lo vedemmo laggiù, sotto quella finestra, stecchito. Un altro, uno grosso nero, gli era succeduto nel comando, e sonnecchiava al suo posto. CIVININI GUELFO Dalla raccolta di racconti Trattoria di Paese Mondadori Editore 1937 Tratto dal racconto: TRE RAGAZZE SU UNA LOGGIA Alte su una vallata ampia e ventosa stanno, in quel paese che non so piú, certe vecchie case di mattoni a incantarsi di tramonto. E di fianco c'è una straduccia già in mezz'ombra, ma con le finestre ancora al sole, che ci spenzolano sopra ciocche di garofani sgargianti. E lí presso una fontanina chioccolona, e piú là le altre cose che poi dirò. Mi basta chiudere gli occhi per rivedere. La valle è morbida e placida, di un verde stanco, quasi do¬rato, sfatto e pastoso, e ci serpeggia in fondo un'incrinatura lucida; i pam¬pini di una pergola d’osteria fanno ornato sul cielo, e ci sanguinano vicino lussurie amare d'oleandri. L' aria sa di miele. Certo è una fine d'estate, quasi autunno. Ma dove? Che paese sia, dove sia, mi è impossibile ricor¬dare. Invano ogni tanto, come ora, lo ripenso e lo ricerco. Non c'è strada che mi ci riporti. Le immagini che mi appaiono sono nitide, minute, spon¬tanee, ma distaccate da ogni altra realtà. E soprattutto mi sfugge la me¬moria del tempo, per quanto mi scer¬velli a inquadrarmi in esso per ritro¬varvi qualche punto di riferimento con la mia vita di quei giorni. Quel sanguinare di oleandri, quel pergo¬lato, quella stanchezza di verde, mi dicono la stagione dell'anno, ma non la mia. Una fine d'estate; ma una delle tante che abbiamo alle spalle, forse molto lontana, forse ancora quasi vi¬cina. Nulla piú. È come qualcosa di sognato. Ma certo c'è una ragione, for¬se una grazia concessa, perché mi ap¬paia cosí. +++++++++ Mi ritornano solo nel ricordo certe statue di terracotta ritte sul parapetto di una loggia fra lo sventolio di un bucato ad asciugare. E più su, in fondo a una piazza contornata di portici bassi con un lastricato erboso, deserta e già piena di sera, la facciata di una chiesa grigia e nuda, con un bel rosone antico a trafori e mosaici d’oro che un riflesso di sole faceva brillare. +++++++++ Per le strade non si incontrava anima viva: ma questo non faceva vuoto. Si sentiva egualmente attorno, l'abitato e la piú intima vita paesana palpitare lie¬ve e discinta oltre i muri caldi di sole. Era l'ora della ripresa operosa dopo la siesta, botteghe di artigiani avevano spalancato le porte a far entrare la fre¬scura, e dentro si vedeva gente lavo¬rare: e anche attorno ad essa fluiva il senso di lievità che era dovunque, e i gesti del lavoro apparivano abituali e senza fatica. Era anche l'ora in cui la casa è tutta in signoria delle donne, quando gli uomini sono ritornati via, e si possono fare tante faccende che gli uomini non possono capire né apprezzare. Ed anche infine l'ora in cui, finché si è ragazze e si ha una bella loggia fio¬rita, è un peccato non scappar fuori a godersi quell'ultimo sole, e se passa lì sotto un forestiero (che si capisce passa e se ne va) fargli anche, con gentilezza e innocenza, un po' di festa. Sapessi ritornarci, una volta lassú ri¬troverei quella loggia a occhi chiusi. Di fianco alla chiesa c'è una strada che passa sotto la canonica e ritorna in giú a guardare sulla vallata dei tramonti, in fondo alla viuzza dei garofani. La casa è lí su una piazzetta che fa cro¬cicchio: una casa giallastra, non bella, un po' arcigna: ma che ha al primo piano, in angolo, una vasta terrazza con una lunga ringhiera rugginosa e panciuta, piena di verde e di fiori, co¬perta di tralci di vite, avviluppata di madreselve e di convolvoli; una specie di giardino pensile sopra un alto muro a barbacane. arhacani. Quando è il tramonto, una vampata di sole la investe in pieno, ravviva il giallo sporco della facciata, ac¬cende luccicanti tremolii negli intrichi di verzura e fiamme scarlatte nelle cassette dei gerani. Riaccende anche in basso, accanto all'ingresso, i colori sbiaditi di uno stemma su una porta di bottega: forse il tabaccaio, forse l'uf¬ficio postale. Su un'altra porta, poco oltre, c'è il cartello della levatrice, e quello della Società Operaia di Mutuo Soccorso, con due mani che si strin¬gono, rosee e cordialone. Una casa paesana insomma come tante altre: una casa qualunque, gran¬de e comoda, di gente benestante ma alla buona, che guarda di lassú i suoi poderi giú in valle, e ha una cantina stipata di tesori, e una dispensa piena di ben di Dio: una di quelle vecchie case che una volta la settimana odo¬rano di pan fresco da cima a fondo e di pipí di gatto un po' tutti i giorni; dove i letti hanno ancora i sacconi riempiti di foglie di gran¬turco, e per lavarsi ci sono i lava¬mani di ferro con la brocchetta e la catinella, e certi altri arnesi (Dio guar¬di) mai conosciuti. E dove l'inverno ogni stanza, salva la cucina, è una nevaia, e per scaldarsi ci sono solo gli scialletti e gli scaldini, e le ragazze hanno le mani piene di geloni. E quello è proprio tempo di peniten¬za, per le povere ragazze paesane. Ma sono anche mesi che passano presto. Presto ritorna poi primavera, l'aria di maggio rinfiora terrazze e davanzali, fa buttar via ogni scialletto, fa gua¬rire ogni gelone, fa ritornare le mani belle e le dita agili. E nella vecchia casa che rivedo, in quel paese che non so piú, rivedo ancora la ragazza staccare dal muro l’amica chitarra, rivedo le gaie sorelle riaffacciarsi sulla ringhiera rugginosa, sulla piazzetta quieta dove non passerò più. La vita offre ancora questi incontri con la poesia? Tre erano, bellissime, o così mi apparivano nella gentilezza del quadro che componevano. Ora penso che forse non potei vedere bene i loro visi; e infatti mi è impossibile ricordarli e descriverli. Una era bionda, con i capelli soffici e mossi. Rossa un’altra, e ricciolina. Nerissima la terza, con la testa serrata in un casco lucido e duro di trecce buie. CIVININI GUELFO È la storia di un marinaio che ha passato la vita viaggiando e un giorno decide di fermarsi per costruirsi una casa. Tratto dal racconto Una Casa sul Mare nella raccolta POI CI SI FERMA Mondadori editore 1934 Si cammina, si cammina, si naviga si ruzzola, ci si trascina; e a un tratto ci si accorge di essere soli e che il mondo degli uomini è finito. Ma si sta ancora bene così. Anzi, sembra meglio. E si va avanti per giorni e giorni; e non ci si avvede del male che intanto ci cresce dentro. Finchè arriva l’ora che non se ne può più. Qualcuno a volte muore disperato. Qualcun altro felice, perchè delira. Altri reggono; finchè arrivano a una casa. Una casa! Dentro c’è gente che fa la propria vita. Un uomo che spacca la legna, governa un cavallo, pulisce un fucile, arrota un coltello. Una donna che si pettina, fa il bucato, canta o piange. Dei bimbi che piangono, ridono, crescono, poi se ne andranno. È bello. E la casa è bella, perchè è una casa, e gli uomini l’hanno fatta, come Dio fa gli alberi. L’uomo che va per le strade del mondo entra e si siede all’ombra del tetto, vicino al focolare, e gli pare di essere dentro una chiesa. ************************************************************************* COMPAGNONE LUIGI tratto da Le Notti di Glasgow. “Sai tesoro, credo proprio di essere incinta” disse Patrizia. Ne provai un curioso fastidio; non tanto per l’annuncio in sé stesso, quanto per il tono di lei. Troppo disinvolto. O, al contrario, troppo apprensivo. “Scusa” dissi, “che vuol dire: credo proprio? Sì o no?” “Insomma.” Rispose. Alzai la voce: “Sì, vuoi dire. È vero?” “E’ vero.” E ciò dicendo abbassò la voce, quasi per un contrasto con la mia. I gomiti sul piano della tavola, le guance fra le mani, mi guardava senza parlare. La luce della lampadina le sfiorava il viso minuto, i capelli che ora portava un po’ sciolti. Gli occhi, pur senza trucco, erano allungati verso le tempie. “Comunque” dissi “non è il caso di farne un dramma.” “In che senso?” chiese. C’era davvero, o mi ingannavo, un po’ di paura nella voce e nel viso di Patrizia? “Nell’unico senso possibile” risposi. “O vogliamo scherzare?” Quell’ombra le sparì d’un tratto dal viso. Respirò come sollevata da un incubo. “Senti tesoro” trillò tutta felice. “Sai che cosa avevo temuto? Che tu, insomma, la prendessi… la prendessi diversamente.” “E cioè? Avrei dovuto tenermelo secondo te?” “Ma sì. Per un momento ho avuto questa paura. Voi… voi uomini siete così assurdi, certe volte, così sentimentali…” Ma senti. Al plurale parlava. Voi uomini. Dandomi un morso allo stomaco. “Senti.” sferrai. Forse aveva capito al volo. Ebbe infatti una smorfia, e con un gesto di fastidio: “Ti prego” brontolò seccata. “Non ricominciare.” +++ “Vigliacchi” strideva Patrizia mentre le raccontavo del furto nella nostra profumeria. E ciò dicendo si portava una mano sul grembo che ormai le doleva da mattina a sera per come (a quanto pare) si muoveva e scalciava suo figlio, strappandole dei piccoli strilli di dolore. E io: “Non dovresti strillare tanto. Capisco il dolore, ma rientra nell’ordine naturale.” E lei: “Sì, ma il male lo fa a me. Sono io che lo sento, caro.” “Forse è un tipo violento. Dà con i calci i suoi primi segni di vita.” Lei continuava a tenere la mano sul ventre, faceva smorfie, ahi, ahi, strepitava, insomma era proprio ridicola. “E smettila con quelle smorfie. Hai in pancia la sola cosa al mondo che una donna desidera tanto di avere. Non ti lamentare. Io non ti capisco.” “Non lo desideravo poi tanto e lo sai, cretino.” “Ma ora sì che lo desideri. Del resto è nel tuo diritto.” Lei mi fissava spavalda, sfidante: “Certo che è nel mio diritto.” Era odiosa, perfino brutta. Quel profumo di violette nei suoi capelli, a momenti mi dava la nausea: “Dovresti profumarti un po’ meno” stridetti arricciando il naso. “Ho capito. Ti hanno rotto la vetrina e non sai con chi te la devi pigliare. Buona notte.” +++ Io avrei voluto mettergli un altro nome, ma Patrizia ha voluto chiamarlo Angelo. Angelo come mio padre. Come avviene, ha detto, nelle famiglie vere, nelle famiglie normali, dove si dà al primogenito il nome del nonno paterno. Anche Angelo sembra un bambino vero, un bambino normale. Strilla di notte; strilla durante il giorno; strilla soprattutto quando ha fame. “Patrizia” la chiamo, “il bambino ha fame.” E so che fra un attimo lei accorrerà dalla cucina, la poppa gonfia di latte nel cavo della mano, già tesa fra le dita, anche lei strillando: “Vengo, tesoro.” E io mi piego sulla culla di Angelo e dico: “Eccola, eccola, gioia.” D’ALESSANDRIA PIA pseudonimo di Pia Benadusi Maltese nata ad Alessandria (Piemonte) 1911. Bravissima scrittrice dotata di un modo di scrivere incantevole. Tratto dal romanzo AUTUNNO CON LE RAGAZZE Editore Rizzoli 1952. Ora, nella notte, la misteriosa finestrella brillava di luce e ci chiamava. Ma quando fummo più vicine la luce si spense, di colpo, e la casupola parve morta, bevuta dall’ombra umida delle piante. Però sull’altro lato della casa batteva il raggio del plenilunio e i rampicanti sul muro sembravano serpenti. Io e mia sorella non ci decidevamo ad allontanarci; stavamo quiete contro la siepe, ancora con quel contatto di foglie morte sulla pelle. La luce della luna si faceva sempre più viva e ogni cosa si vestiva di fantastica apparenza. Piante, fiori, ombre, venivano trafitti da raggi quasi azzurri o galleggiavano nel cerchio di smerlettate aureole. Le voci delle ragazze ci giunsero come un rumore d’acqua in quel silenzio. Erano tre voci, e sommesse, con risa, a volte, quasi spaurite. Non si vedevano i visi delle ragazze, ma nel vano della finestra a cui stavano affacciate, il chiaro dei loro vestiti. I loro capelli erano masse buie in quel nitore; la luna, attaccaticcia come una colla, ne ingessava le braccia alla pietra del davanzale. Io pensai che tra loro c’era certo la ragazza dalle mani bianche, e avevo voglia di chiamarla, ma non sapevo quale fosse il nome. Le ragazze adesso spiccavano nitide e scure nel riquadro luminoso; sembravano figurine di carta nera intagliata. E una voce trepida e come appannata interruppe: “E’ lui? Non a quest’ora... Che dici!” Ma la terza voce, quella più tenera rispose: “Guarda, sono bambine. Sono due bambine mai vedute...” Avevo voglia di fuggire e anche Antonia mormorava: “Andiamo via. Andiamo via” ma non riuscivo a muovermi; non so che curiosità mi inchiodava. “Vado a vedere” disse la voce che prima mi era parsa affannata ed ora quasi delusa. L'ombra nera mutò aspetto, si volse, si mo¬strò così di profilo nel vano della finestra, con le gambe sollevate quasi in un movimento di salto. Poi ci fu veramente un salto. La ragazza era balzata sulla ghiaia e ora camminava verso di noi. Aveva alle spalle la luce gialla della lampa¬da e sul davanti quella cerea della luna. Tra queste due luci il suo corpo oscillava come quello di un pesce fra i vetri di un acquario. Veniva verso di noi, ma decisi di non fug¬gire; l'aspettai senza parlare finché mi fu pro¬prio vicina, poi dissi con naturalezza: “Buo¬nasera”. Ella rispose stupita: “Buonasera”. E dopo un silenzio: “Chi sei?”. Io dissi chi ero, mentre le ragazze rimaste alla finestra chiamavano e interrogavano e facevano cenni ; poi la mia vicina si volse a loro e festosa annunciò il mio nome. Anche le altre due ragazze allora saltarono in giardino dalla bassa finestra e avanzarono a loro volta verso Antonia e me in quella luce d'acquario. Ci salutarono con entusiasmo, mentre io aprivo incredula gli occhi e incredula ascoltavo quelle calde parole. E luna, calde pa¬role, alberi strani e odor di fiori mi sembravano far parte piuttosto di un sogno che di una realtà. Le ragazze mi parevano singolarmente bel¬le, ma forse, pensavo, tutte le ragazze al lume di luna sembrano belle, e avevo voglia di sco¬prire alla luce del giorno il viso della ragazza dalla voce dolce che aveva figura alta e capelli lunghi e neri; e quello di colei che parlava vo¬lontaria ed aspra, che aveva gote sottili man¬giate da una gran chioma ricciuta. L'altra... l'altra zoppicava un poco e forse era quella dalle belle mani. D’AMBRA LUCIO pseudonimo di Renato Eduardo Manganella Roma 1880 1939 FANTASIA DI MANDORLI IN FIORE romanzo Editore Mondadori 1931 Questo suo romanzo narra la storia di un uomo, Sisto, nelle varie tappe della vita: bambino, ragazzo, innamorato, sposo, padre. È arrivato il primo figlio e adesso, nel mandorleto dove ha trascorso giorni felici della giovinezza, Sisto fa alcune riflessioni sulla vita. Lucio D’Ambra dal romanzo FANTASIA DI MANDORLI IN FIORE. Giovani, giovinezza, superficialità, spensieratezza. Aerea leggerezza di mandorli in fiore che appena li tocchi, i loro petali candidi si spargono nel vento. Sì, é vero, c’é l’autunno e c’é l’inverno. Ma poi ogni anno, a marzo, la primavera ritorna, i mandorli rifioriscono e tutto ancora sorride. Ogni anno la primavera ritorna... Ingenua fede... Serena illusione. Questa è la vita veduta lontano dal tempo in cui la primavera non ritornerà più; in cui i mandorli rimarranno sempre nudi, piccoli scheletri disperati con le braccia tese al vuoto cielo. Il vento all’improvviso si leva formidabile, fischiando, urlando. Nel mandorleto in fiore c’è una bianca tempesta. Petali volano turbinando nell’aria, cadono a terra, si risollevano, volano ancora più lontano. Per poco tempo dura la tempesta bianca e profumata. Poi, il vento finisce, i mandorli restano senza fiori. La vita, nel vento, è passata. E io rimango sul cancello del mandorleto a guardare il mio roseo passato correre verso l’oscuro avvenire. E lì, in mezzo al turbine bianco dei mandorli, rimango ad aspettare, nel vento, la mia vita. ***************** D’AMBRA LUCIO scrittore e regista era molto conosciuto e apprezzato ma adesso è dimenticato. Gli scrittori sono veicolati dagli editori e questi non sempre pubblicano gli autori meritevoli, ma quelli che rendono di più. Col passare del tempo, dopo la morte del figlio, Lucio d’Ambra diventa meno romantico e più smaliziato. Sono lontani i tempi dei mandorli in fiore. Adesso l’Autore descrive la dura vita, con le sue menzogne e le sue brutture. Lucio d’Ambra dal romanzo: IL MESTIERE DI MARITO, Editore Mondadori 1943. L’ho sperimentata ormai per mesi la famosa felicità coniugale, con i giuramenti di eterna fede. E sai quale è stata la conclusione dell’esperimento? Che non è roba per me. Sulla deliziosa e infinita commedia dell’amore è calato il sipario. Me lo ha abbassato mia moglie. Ormai sono diventato casalingo e monogamo; devo filar dritto come un caposezione che, sempre alla stessa ora, va al suo reparto. Addio capricci, addio fantasie, addio piaceri dell’impossibile, addio imprevisti. Ormai filo la lana sul telaio della virtù. Il piacere dell’amore è il mistero, l’aroma del segreto, il sapore del frutto proibito, il fremito della complicità, l’ardore di tutto ciò che è clandestino. Se diamo la libertà a questi amori, essi muoiono. Portiamo il sole in queste nebbie ed esse svaniscono. Facciamo che tutti gridino ciò che due amanti sussurrano e questi scappano. Ecco che cosa manca al matrimonio: il segreto, il velo, la menzogna, il dolo. Può mia moglie offrirmi tutto questo? Posso aspettare un’ora per vederla se sta 24 ore con me? Posso avere il piacere di entrare nel suo appartamento, se io ce l’ho in locazione perpetua? ********** Siamo usciti dalla grande arteria piena di pedoni e di veicoli e siamo adesso nella grande villa pubblica, tra alti alberi e vasti prati. Il popolo della domenica ci passa attorno con le facce tristi della noia di una settimana. Ci passano attorno, le coppie legittime, le coppie dei condannati a vita, silenziose, torbide, chiedono un po’ di vitalità a questa primavera che profuma e a questo caldo sole che tramonta. Altre coppie sono sedute qua e là, per i prati. Digeriscono malinconicamente una malinconica merenda fatta sull’erba. Sorvegliano, con occhio indifferente, due bambini che giocano. Aspettano che il tempo passi, il tempo della domenica e il tempo della vita... Questo è il mondo. Questa è la massa, sulla quale è stato imposto il giogo delle menzogne sociali. A questo giogo la verità dell’intelligenza si ribella. Ma è la minoranza, sopraffatta dal numero. Ma questi altri, la massa, come pretendete che scuotano il giogo se non si accorgono neppure di averlo? È il gregge. Inutilmente l’intelligenza dei cani abbaia intorno a loro. Cieco e sordo, il gregge va avanti dove il bugiardo pastore lo vuole condurre. Passano accanto a me, lente e tutte uguali, le coppie della stupidità umana, quelle che si uniscono per vedere meno, per non udire più nulla, per non sapere che cosa sono sofferenza e godimento, per annullare la vita nella servile rinuncia alla vita. Io guardo queste coppie una ad una. So quello che mi si può dire: anime quiete, vite serene, orizzonti limitati ai propri doveri, serenamente accettati e onestamente compiuti. Necessità sociale di far durare l’unione; trasferimento nel figlio, di sogni, illusioni, ambizioni alle quali la coppia dovette rinunciare. L’amore è una parola grande, un fatto piccolo, un sogno immenso, una realtà terrena, una febbre passeggera, una crisi che apre le porte dell’infinito per poi rinchiuderle; che accende lo splendore di un miraggio, per poi fare l’ombra più profonda; menzogna sentimentale che racchiude un’altra menzogna: il matrimonio; per irreggimentarsi, due per due, in fila, attraverso il deserto, in marcia verso il nulla, in questo popolo domenicale, in questa folla di rinunciatari che fa della settimana la lunga attesa di una domenica, che non è niente. ************************************************************************** DA VERONA GUIDO Guido da Verona (il suo vero nome era Guido Verona) nacque a Saliceto Panaro (Modena) il 7 Settembre 1881. Studiò legge a Genova. Iniziò una serie di viaggi usufruendo dell’eredità di sua nonna. Scrisse oltre 10 romanzi di natura passionale, di un raffinato estetismo (a volte eccessivo) ambientati nei luoghi che frequentava: alberghi di lusso, casinò, salotti letterari a Parigi e Londra. (Commovente la sua descrizione dei malati a Lourdes.) Con i suoi libri guadagnò molto e fece guadagnare i suoi editori. Si trasferì a Milano dove morì il 5 Aprile 1939. DA VERONA GUIDO dal romanzo: SCIOGLI LE TRECCE Editore Dall’Oglio 1966 Amo questa maniera di vivere, la quale consiste nell’andare via. Quando la musica del treno canta nelle mie vene d’esiliato, io sento battere in me, più rossa di fervore, la poesia della vita. Non è la strada maestra quella che mi conduce verso il dolore. Sono i vicoli tortuosi e bui, le vie di pochi metri sepolte nelle città definitive. **** Questo è forse l’amore. Rubare alle cose, alle anime che passano, il loro profumo più inebriante, abbandonarle prima che sfioriscano, allontanarsi prima di conoscere la stanchezza: questo è forse l’amore. Portare con sé un rimpianto, qualcosa di magnifico e di perduto, smarrirsi nei labirinti della vita portando in sé un desiderio giovane, non ancora disperso in polvere; pensare con una malinconia profumata a tutto quello che poteva essere e non fu: questo è forse l’amore. Udire lontano, confusamente, nelle distanze dell’anima, una musica lenta che trascina come nell’aria un velo, e credere che là indietro, in quella musica del nostro cuore disperso, in quel colore d’aria distante, vi era forse, o vi poteva essere la felicità; sognare con occhi pieni d’aurora l’amante nuova che si incontrerà nei miracoli della strada più lontana: questo, questo è veramente l’amore. La distanza è l’amore. Ciò che per noi fu tale in un’ora di bellezza, e finì. La donna che passa è l’amore; la donna senza storia, senza nome, senza il peso inevitabile dei suoi mediocri peccati. Quelle che andarono via, scomparvero, travolte nella musica di un treno. Quelle che a noi diede il mare, di notte, nel grande spazio, laggiù, sotto le stelle, quando cantava il maestrale… Le donne, in fondo, non sono mai l’amore; sono soltanto la via necessaria per giungere all’amore. Ma allontanarsi da una donna è sempre una cosa triste, perché ogni donna possiede un poco della nostra gioventù. Quello che fu con una, certo non sarà con altre; l’amore che finisce è un’illusione perduta, un gioiello che non si ritroverà mai più. E lo sentono anche le anime semplici, se pure non comprendono il senso di questa grave tristezza. Solo i poveri di spirito hanno desideri tenaci, apprezzano la durabilità e si appendono al proprio cuore come ad una forca. Ma chi possiede immaginazione, chi può e vuole rinnovare sé stesso, ha sempre il logico timore che un sogno si disperda in cenere quando esso diventa realtà. Siamo tristi vedendo che ogni cosa tramonta, nella fredda vita. Eppure le rose nascoste ancora fioriscono dai fragranti rosai; nella terra il seme di domani sta per nascere; solo una cosa è bella nel mondo, solo una cosa è giovane intramontabilmente: la poesia di ciò che va oltre. DA VERONA GUIDO dal romanzo: LE CANZONI DI SEMPRE E DI MAI Editore Dall’Oglio 1956 Oso dire che nove uomini su dieci muoiono senza aver mai conosciuto l’amore, la vera disperazione dei sensi. Per amare, per sapere ciò che questa parola può racchiudere di paradisiaco e di infernale, bisogna essere qualche dito al di sopra, o se preferite al di sotto del tipo normale. Soltanto gli esseri d’eccezione hanno veramente amato; per questo il loro amore assume spesso forme che la morale media disapprova e non può comprendere. Occorrono due veri poeti dell’amore per comprendere quali profondità può raggiungere questa parola così lieve. Credo che per i veri sensuali, cioè per i mistici del piacere, l’amore sia filosofia pura; una loro maniera, forse la più lirica e la più semplice, di comprendere, di approfondire l’infinito mistero delle cose. ********************************************************************* DEGLI ALBIZZI NICCOLO’ Firenze 1683 1730 Tratto da: LE FIORETTE E LE MOROSETTE riproposto dall’Editore Giusti nel 1900. Scritti originariamente in italiano arcaico, sono dei testi brevi che trattano i temi del veneziano Giorgio Baffo. Dedicati a una ragazza di nome Fioretta e alle altre fidanzatine dell’autore. Mi pare che sia venuto l’ora del vendemmiare, Fioretta; ed io con l’asinello verrei per darti aiuto, se, fatto il lavoro tuo, faremo il mio. Perchè servirà il tuo tino e potremo anche, se ben fai tu del rosso, io tutto bianco, vendemmiar in comune; basterà non toccar le due lune. *********************** DEI GASLINI MARIO. Paderno Dugnano (MI) 1893 Tratto dal romanzo GLI ADORATORI Editore Morrelae 1933 Nelle strade le persone si possono scegliere come i gioielli nelle vetrine. Le ragazze vengono attratte, inghiottite, salvate, ammaestrate, travolte dalla strada. Ma la strada è anche una grande scuola. Ogni ragazza sa quello che la aspetta, che la minaccia e che la chiama. Le ragazze sono belle soltanto perché la strada le guardi, le elogi, le prenda; ecco perché i veri amori nascono nelle vie che sono di tutti. Le strade uccidono la malinconia, gonfiano i desideri, tessono speranze. La vita è la vita; cioè necessità di lavorare, di guadagnare, di tirare avanti alla meglio, ma con qualche gioia, un po’ ambizione e di desideri soddisfatti. Le ragazze vanno a lavorare nelle case, nei laboratori, negli uffici per avvicinarsi alla vita, per respirare spazio e luce, per conquistare l’amore e la libertà, per ritrovare sé stesse. È una commedia grottesca questa! Le ragazze d’oggi fanno quello che hanno fatto quelle prima di loro e molte finiranno come loro. Se sia bene o male, non so; forse è necessario e fatale che avvenga così. E l’amore? Oh! L’amore, lo si conosce una sola volta, la prima volta. Esso dura poco, ma anche le rose non hanno una vita lunga. Come le rose, l’amore si sfoglia e poi si perde alla prima ventata. Alla fine lo si butta via, ridendo o piangendo. Ciò che resta è il ricordo di quello che è stato e il rimpianto di quello che avrebbe potuto essere. **************************** DEL PIZZO GIOVANNI TRAPASSO DI STAGIONE raccolta di racconti Editore Guanda 1951 Tratto dal racconto: IL MORTO DI CAMPAGNA Tutti i passeggeri che avevano subìto lo scontro si ritrovarono ammaccati ed intronati, ma sani e salvi, ad eccezione del contadino detto Pietro il Gallinaccio rimasto morto in un angolo della strada accanto alla siepe di rovo e alla cunetta del fosso di scolo. ****** Eccola, la ignara solitaria abitazione dell’estinto, vista dall’alto, quasi a portata di mano, immersa nel silenzio e nella pace di una mattina domenicale. Il pozzo nell’ombra, col pagliaio accanto in pieno sole; alcune galline vi razzolavano attorno. Della casa, si scorgeva il vuoto nero dell’uscio aperto. Il momento diventò solenne. Tutti si arrestarono come se solo allora avessero avuto la rivelazione dell’atrocità del loro pietoso compito. Alla vista della misera casa, sorse nel loro animo un senso di angoscia accresciuto dalla aperta solitudine della campagna sottostante. Il comignolo emetteva nuvolette di fumo violaceo. Era dunque di domenica e nella cucina al pianterreno, con l’uscio aperto, la moglie del morto preparava il pranzo a cui il marito avrebbe dovuto partecipare. Ignara di tutto, ella pestava il sale nel mortaio, con la schiena rivolta verso il focolare acceso. La figlia invece era lì fuori che si pettinava i capelli sciolti al sole. ********** La notte calò sulla funebre veglia carica di effluvi e di voci sommesse. I ceri si consumavano lacrimando. La finestra al pianterreno era aperta. Pareva una notte di favola, angosciosa per la troppa antichità. Ad un tratto, tutti si voltarono a guardare da una parte in una strana aspettazione. E fu come se dall’uscio aperto stessero per giungere, affacciandosi alla soglia ad interrogare con le corna e le antenne, i grilli e le formiche in mute processioni. ******* Il mattino seguente sorse rigido, autunnale. Il cielo era gravato da una cappa di nuvole; ma, sotto di esse, il semicerchio dell’orizzonte appariva tutto a lamelle di luce argentata. Lo portarono via presto, all’ora in cui incominciano le nuove fatiche nella campagna. Mentre il feretro sollevato a spalla attraversava il piano seguendo un canale d’acqua dai riflessi fangosi e coi pioppi in parte già spogli, le bestie rimasero sole nella stalla. Ma le galline erano sempre fuori all’aperto. Il cane non volle seguire il corteo, quasi per protesta. Era corrucciato sopratutto verso i parenti, come se con i loro musi lunghi fingessero un dolore che solo lui provava. Il bove nella stalla levò un muggito con voce di canna d’organo in chiesa. Da: O MIO POSTERO LETTORE Mi par già di vederlo il mio postero lettore che, con il libro dei miei pensieri sotto il braccio, si incammina verso la campagna uscendo da un qualunque vecchio borgo di questa vecchissima Italia meridionale. Che tu sia giovane, come fui io, o mio postero lettore. So bene cosa significa stare sdraiati sotto un albero con un libro aperto sulla nuda terra, tra qualche filo di paglia e mute processioni di formiche. L’albero sarà un pero che (come è giusto e bello) non fa ombra abbastanza. Conosco l’emozione di aver visto oscillare sulla pagina bianca, il disegno dei rami e delle fronde. E se ormai da tempo io dormo sotto terra, che la tua vita, o mio giovane lettore, possa salire come linfa di una pianta ed espandersi come un sogno arborescente! Un’Opera che aspira ad essere arte, incomincia a diventare tale soltanto quando non appartiene più alla persona che l’ha creata. Gli editori non pubblicano (salvo poche eccezioni) le opere dei contemporanei che essi giudicano non redditizie. Un editore moderno possiede una fabbrica di libri di cui non può far arrestare la produzione, pena il fallimento. In altre parole egli ha una grande azienda commerciale che deve raggiungere immediatamente il pubblico. Al contrario un bravo Autore ha una azienda spirituale i cui interessi non coincidono, sul piano del tempo, con quelli dell’editore. Se l’opera è di effettivo pregio, forse sarà pubblicata in un tempo futuro e solo allora diventerà commerciale e commerciabile. Si verifica perciò il fenomeno per cui gli editori stampano libri di autori del passato o di stranieri; libri cioè già pubblicizzati e consacrati dal tempo. Gli autori moderni invece devono attendere il tempo che verrà. E così gli interessi degli autori e degli editori non riescono a incontrarsi. ****************************************************************************** DE MARCHI LUIGI SESSO E CIVILTA’ Editore Laterza 1959 In questo bel saggio del 1959 l’Autore tratta il tema della sessuofobia in filosofi, scrittori e artisti. Le loro opere riflettono il clima sessuofobico nel quale sono state create. Nietzsche ebbe una vita timida e solitaria. Non ebbe mai una amante e non riuscì a trovare fra le donne che amò, una che volesse sposarlo. La frustrazione sessuale contribuì a deviare i suoi impulsi erotici nel campo dell’aggressività e dell’autoaffermazione. Kierkegaard pone la scelta fra l’esistenza estetica (così egli chiama la vita sessualmente libera) e l’esistenza etico religiosa, basata sulla rinuncia, sul sacrificio e sulla disperazione. In Sartre il sesso ha forme disgustose e non serve a far amare la vita, ma a farla odiare , portando così l’uomo nel pessimismo esistenziale. I romanzi di Stefan Zweig descrivono una sensualità malata che sconfina nella violenza omicida o nella follia degradante. In Papini la virulenza, l’aggressività rivelano un temperamento chiuso all’esperienza erotica. La sessuofobia nella sua opera, sta lì a dimostrarlo. Malaparte scrive La Pelle, antologia di sozzure sadiche ed escrementizie. Il libro ha superato le due milioni di copie e raccolto 12mila recensioni! Per la pittura citiamo Picasso. Con instancabile rancore, nel periodo 1930-40 Picasso scaglia le sue sassate contro la bellezza e la sensualità femminile, squarciandola, frantumandola in figurazioni tragiche e grottesche. Quella di Picasso, scrive Jung, è una visione schizofrenica del mondo. Nella grande mostra picassiana a Roma a Villa Giulia nel 1954, oltre cento quadri rappresentano figure femminili mostruose, sventrate, grottesche, deformi e maciullate. Un solo quadro a soggetto maschile, Il Fumatore, è privo di quella furia vandalica. Charlot è un brillante ironizzatore dei conformismi ipocriti. Ma in campo amoroso si rivela molto convenzionale. Quando avvicina la ragazza amata (che non è mai, neppure per sbaglio, già sposata) le esprime occhiate struggenti, sorrisi estatici, imbarazzanti strette di mani. Nei film di Charlot, non appare mai un bacio. L’opera artistica è l’espressione di realtà psicologiche e sociali legate alla propria epoca. L’artista non è un anticipatore di mondi nuovi, ma un interprete del proprio mondo. ***************************** DE ZERBI ROCCO Reggio Calabria 1843 Roma 1893 Descrittore sempre eccezionale. Le sue donne sono affascinanti e nevrotiche; i suoi uomini sono sognatori, artisti, pazzi o poeti. Con la sua psicologia profonda e dissolvitrice, con il suo misticismo che sfiora l’ateismo, con la sua analisi di ambienti stravaganti e situazioni estreme. DE ZERBI ROCCO da: OMBRE NEL CUORE romanzo Editore Aliprandi 1924 Nessuna ragazza più di lei innamorata del cielo e capace di comprendere l’estasi religiosa, e nessuna più guazzante nella corruzione. Ora pazzamente gaia, ora straziante e afflitta; un giorno elegante e un giorno spettinata e mal vestita; carezzevole e sprezzante. Oggi seriamente decisa a uccidersi per un uomo, domani, solo perchè egli l’ha trascurata per un minuto, diventa indifferente come se non lo avesse mai conosciuto. Mondana ed eterea, nervosa sempre; sempre ad altissima temperatura, sempre esaltata, sempre in do diesis; acuta, trafiggente, questa era Fucsia. Le sue giornate erano come aurore boreali, abbaglianti ed umide, rosse e fredde, delle quali non ce n’è una che somiglia all’altra. Di lei un uomo poteva sentirsi nemico, poteva odiarla, ma non poteva annoiarsi; poteva allontanarsi ma non dimenticarla. Quando Dio dà una natura come questa a uomo, gli dice: “Sii poeta o artista.” Quando la dà a una donna le dice sorridendo: “Contentati di amare un uomo solo, se puoi...” *************************************************************************** FAGIOLI UBALDO IL LUME A OLIO Raccolta di racconti, Barulli Editore 1942. Tratto dal racconto: La Notte di San Lorenzo. I rintocchi della mezzanotte entrarono fra un concerto di grilli e fuggirono dopo averla accarezzata sotto il lenzuolo di lino grezzo, poi si persero fra i gelsi che non muovevano foglia, scivolarono sulle acque stagnanti sotto il canneto. Celeste si alzò. Un brivido di freddo le serpeggiò per le carni sode quando appoggiò i suoi sedici anni sulle piante dei piedi nudi. Poi andò in cucina, ma la brocca le fece una risata cupa perchè era vuota e risuonò quando la ripose nel piano di mattoni, sotto la cunetta che sembrava la nicchia di un santo. Ma non c’era la fonte laggiù? Che scaturiva dalla montagna e si internava sotto la sua casa e ricompariva tra un folto gruppo di querce. E l’acqua veniva chiara e trasparente, scivolando su quel coppo che lei stessa aveva messo. La veste, scendendo lungo il corpo, le accarezzò la pelle. Alzò il paletto della porta e via, sotto le stelle, per il tragitto. La notte le si apriva dinnanzi cantando, mentre un esercito invisibile segava i raggi delle stelle e ricamava il manto di velluto disteso nei campi; e di tanto in tanto il rospo diceva: “eccomi qua”. Anche la fonte parlò e Celeste vi tese la mano a raccogliere l’acqua che ricadeva giù fra le dita a cascatelle. Poi si chinò, accostò la bocca e bevve... **************************** FALDELLA GIOVANNI nato a Saluggia provincia di Novara; oggi provincia di Vercelli 1846 1928. Tratto dalla raccolta di racconti LE FIGURINE Bompiani editore 1928. I FUMAIOLI Una sera mi misi a osservare i comignoli che fumavano per le cene. Alcuni emettevano un fumo debole, patito, compassionevole che usciva dalle gole dei comignoli appena a fior di tetto. Erano come vampe di tabacco andate di traverso che uscissero dalle narici di un pipatore inesperto. Quel fumo aveva quasi vergogna di lasciarsi scorgere: radeva il tetto, annebbiava le gronde e poi via, spariva. Altre torrette sbuffavano invece un fumo rigoglioso, lussurioso, pettoruto che piantava in aria una colonna diritta. Altri fumaioli sfiatavano delle nuvole color celeste, allegre, gentili, cosicchè avrebbero potuto invogliare gli angeli e i genietti di famiglia; queste nuvolette uscivano dai camini governati da ragazze buone e amabili. Infine altre rocche sviluppavano ondate di fumaccio rassegnato, nero come fuliggine che nuotava e barellava nell’aria sporcandola. Questi fumi si raccontavano le loro origini, narravano le grasse cucine e i magri testamenti; miserie e lautezze, carni lessate nel vino bianco e bolliti senza un etto di lardo. I fumi salivano e la mia fantasia si accendeva sempre di più. Le rocche dei camini buttavano nuovi fumi, diversi, radi, densi, pallidi, coloriti... Adesso immaginavo cerchi di bambini scamiciati attorno al focolare che aspettavano si staccasse dalla catena il paiolo o la pentola. Che piacere per loro vedere fare la polenta, annusarne il profumo caldo. E poi la mamma e la figlia maggiore che scodella la minestra. C’è una gerarchia di ciotole, di piatti: la scodella nera per il babbo e la mamma; quella fiorettata per la ragazza da marito; quel ciotolone di legno per il nonno. *********************************** FERRONI FERRUCCIO Verona nato??? Morto??? Dalla raccolta di racconti: CRONACHE DEL VICOLO Edizioni La Prora 1939 Ottobre sta per finire. L’aria del vicolo si è fatta più frigida; il sole giù all’orizzonte nemmeno più si specchia nelle finestre alte, al tramonto. C’è come un silenzio nuovo. Risaltano i rumori dell’acqua, quella scorrente nei camerini e il tic-tac della goccia che cade nella vasca di pietra (quella vasca, un rozzo abbeveratoio che serviva per i cavalli, quando il convento aveva la diligenza per il collegio). Le finestre sono quasi sempre chiuse e le voci che si sentono sono così smorzate da sembrare lontanissime. Come una scoperta si vede adesso la signora Ugolini ai fornelli; quando sono le cinque bisogna accendere la luce e dalle tendine leggere tutto traspare. Quando è giorno sereno tutto acquista un’aria pulita d’acquerello; su in alto la striscia di azzurro è tagliata ancora da qualche grido festoso d’uccello, o dal rombar di un aeroplano mattiniero che ha l’elica lucente come una stella. FERRONI FERRUCCIO SEGRETI DELLA SERA Alle sette di sera, sotto il cielo d'un blu fondo, in¬cominciano a scintillare le vetrine del centro e la gente si affretta alle ultime compere: è l'ora degli antipasti e dei barattoli di marmellata, con lo spaz¬zacamino che aspetta di fuori. Si gusta già il tepore della casa anche se la stufa non è ancora accesa. I pensieri dell'ufficio hanno un cielo di campane umi¬de e precipitose, come di sagra in collina. Non ci si fa quasi caso, ma per le vecchiette sparpagliate nei vicoli bui è un'altra faccenda: anche se nell'aria si ritrova un po' di Natale anticipato è una malinconia perchè queste campane significano che le chiese si chiudono prima, significano lo sfratto innanzi tempo dai quieti firmamenti di candele intorno agli altari, e proprio ora che le fiammelle davano un poco l'il¬lusione del riscaldamento. Le povere vecchiette della sera di ottobre non hanno nemmeno più il conforto del gruppo estivo che era a metà vicolo: sedie su, sedie giù dal marciapiede con un correre inquietante di bambini mescolati con i gatti. Era una specie di teatrino il gruppo che stava a prendere la boccata d'aria e le vecchiette si consolavano perchè il lumino sulla credenza della cucina a pian¬terreno era testimonianza di buoni cristiani da passar¬ci in mezzo senza il timore dello scherzo; perchè le vecchiette hanno, con l'odio delle automobili, anche questo vivissimo terrore dello scherzo. Ora non resta che l'incubo degli uccellacci not¬turni appollaiati sul grande albero che manda in fuo¬ri i suoi rami da sopra il muro del parco che fu forse un cimitero. Povere vecchiette che hanno da pensare soltanto all'anima ed alle macchinette a spi¬rito per farsi un caffè. Ma no, qualcuna sa conservare segrete capa¬cità di gioia e trovare giovanile motivo di vita nello scoprire che quello che vende i biscotti fu già candido venditore di gelati; e che il carrettino della zucca fumante è precisamente quello delle angu¬rie rosse dell'estate! Peccati, peccati delle vecchiette nelle sere d'ottobre. FLORA FRANCESCO Colle Sannita Benevento1891 Bologna 1962 Martellante critico della società, della religione, del potere. Da: MORTE DI RE SGORBIO Edizioni Leonardo Firenze 1954 L’edificio politico-religioso poggia sulle nuvole, ma non sarebbe più solido se poggiasse sul granito, perchè nulla è più eterno, sulla terra, della menzogna e della credulità. Ora rifletti: se l’umanità ha fondato tutta la sua vita sulla menzogna, ciò significa che la menzogna è indispensabile alla sua vita. Se l’equilibrio politico e sociale ha per fulcro la menzogna, ciò significa che distruggendo questo fulcro l’equilibrio si spezza e la società precipita nel caos. Gli adoratori della Verità, così come i nudisti, sono degli inconseguenti. Se l’uomo, che è nato nudo, mette ogni impegno a procurarsi dei vestiti (anche laddove il clima non lo richiede) ciò significa che egli ha orrore della propria nudità. Se l’uomo, dopo aver assaporato il frutto dell’albero della Verità, mette ogni impegno a scordarne il gusto, ciò significa che egli rifugge dalla verità. Preti e politici sono le due colonne che reggono il nostro tempio sociale. Guardalo: è un edificio decoroso, armonico, solenne, accogliente; costruito dalla sapienza e dalla esperienza millenaria dei suoi sacerdoti. Ricercare e propagare la verità significa abbattere queste colonne, distruggere il tempio e gettare i materiali alla rinfusa, nel caos da cui furono tratti faticosamente; significa risospingere l’umanità a ritroso sul cammino percorso; significa costringerla a ricercare un altro itinerario al proprio istinto di mentire; costringerla a costruire un altro sistema di menzogne che forse non varrebbe l’attuale. La Verità è distruttiva; solo la menzogna è costruttiva, perchè risponde a un istinto e appaga un bisogno degli uomini. Gli apostoli della verità sono i più pericolosi nemici dell’ordine sociale, e come tali vanno trattati. Essi sono dei mediocri, perchè nulla è più facile che spogliare i fatti dei loro vestimenti sociali e presentarli nudi, come dovrebbero essere in un mondo che non è mai esistito e mai esisterà. *********************************************************************** FRACCAROLI ARNALDO Villabartolomea 1883 Milano 1956 Dalla raccolta di racconti RAGAZZE INNAMORATE. Un suo bel racconto è ambientato alla Fiera di Lonigo. Da: RAGAZZE INNAMORATE Editrice Vitagliano Milano 1920. “Andate alla Fiera, eh ragazze?” “Andiamo a comprarci l’innamorato.” “State attente!” “Altro che attente! Lo vogliamo garantito. E con tanti campi, con tanti buoi e tanti confetti per le amiche.” Era il 25 Marzo e scendevano tutti alla fiera di Lonigo: la fiera della Madonna. Le ragazze erano partite presto per essere giù alla cittadina verso le otto e avere il tempo di vedere tutto e farsi vedere da tutti. Si erano vestite bene per questo, con i corpetti dai colori più languidi che stringevano petti sodi e promettenti; con le gonne pieghettate e grandi sciarpe di seta e di lana con tante frange; e un fiore sui capelli e pesanti orecchini d’oro. Belle figliole, con fianchi vigorosi e il seno fremente a ogni passo sotto la stretta del giubbetto. Avevano le facce brune o rosse con gli occhi vivi e in tutta la loro persona c’era un’aria di spavalderia e di provocazione, come per dire: “Avanti, chi ha coraggio.” Una lo aveva già trovato l’uomo col coraggio: un contadino che certo la aspettava in paese e che avrebbe fatto da cavaliere. Le amiche lo sapevano e ogni tanto dicevano: “Attenta, che se ti vede tuo padre vi sposa subito tutti e due con il bastone!” ********************************************************************** GARGIUTO GAETANO Napoli 1906 Roma ??? Tratto da MA CHE RAZZA DI… Editore Edip L’amore è: generare il proprio simile. Il resto è tutto involucro, tutti accessori, tutte illusioni. Quando crediamo (dopo lunghe e affannose ricerche) di aver trovato l’anima gemella, la compagna conforme al nostro carattere, noi non abbiamo fatto altro che ubbidire a una legge elementare della natura. L’amore è pericoloso a tutte le età, a 16 come a 50 anni; in tutte le circostanze, per un uomo, per uno stupido, per un intelligente, per ricchi e per poveri. Ogni uomo fin dalla fanciullezza, con molta fantasia e poca pratica, si crea una donna a modo suo: è la sua donna ideale. Donna che non esiste nemmeno sulla luna. Sapete perché? Perché la donna è fatta di carne ed ossa come noi, non è fatta di fantasia e profumi. Nelle pallide notti primaverili, sature di amore, ogni donna appoggiata al davanzale della sua finestra, si fabbrica il suo principe azzurro: è il suo uomo ideale. Uomo che non esiste sulla terra. L’amore ha la proprietà di farci vedere le cose nel colore che più gli piace. L’amore è illusionista; fa come i giocolieri che svelano i trucchi soltanto a fine spettacolo. Soltanto allora ti viene dato di capire certe mosse che prima sembravano superflue. Ogni amore alla fine passa dalla poesia alla prosa. Non è la donna che ci inganna, non è l’uomo che vi inganna; ma è l’amore e soprattutto quello che ci fabbrichiamo noi. Per non ingannarsi bisognerebbe non innamorarsi e per non innamorarsi bisognerebbe non essere nati. L’amore è un inganno piacevole, illusorio a cui ci sottomettiamo con compiacenza. Se alla vita togliamo la menzogna, l’inganno, le illusioni, che cosa ci resta? Ecco cosa io ho pensato, meditato e scritto. Adesso io resto io, e voi restate voi. GATTI ANGELO Napoli 1875 Milano1948 RACCONTI DI QUESTI TEMPI Editore Mondadori 1935 Tratto dal racconto AVVERBI Due amici, Carlo e Alessandro, passeggiando parlano di problemi filosofici. Nell’oro del tramonto, l’acqua in cui scintillando e lampeggiando si tuffava il sole, stimolava i ricordi e i desideri. L’acqua è fatta per le partenze, vere o fantastiche, verso luoghi lontani, cari o sognati. Al solito, Carlo discorreva con l’amico Alessandro. “La nobiltà e la grandezza degli uomini” diceva Carlo che discuteva volentieri di questioni filosofiche “ sono innegabili. Tu ed io abbiamo viaggiato in tante parti del mondo. Non c’è paese in cui lo spirito non si affermi. La terra intera è un altare su cui l’uomo, dalla sua comparsa, ha cercato e celebrato ansiosamente Dio. E, mentre aspirava alla perfezione finale, l’uomo si è industriato, col pensiero e con l’opera, per dare giustizia, bellezza e stabilità agli ordinamenti della terra. Possiamo affermare che in fondo, l’uomo è buono.” “Cose grandi” disse Alessandro. “Pertanto...” “Capisco” interruppe vivacemente Carlo. “Vuoi dire: pertanto l’uomo si serve di Dio solo quando ne ha bisogno, e per gli affari più strani. Già, già. L’uomo ha massacrato tanti nemici, vivi o messi al rogo, con la scusa di adorare Dio. E anche nel tanto vantato incivilimento, molte cose zoppicano. Ma non dobbiamo giudicare l’uomo dalle manifestazioni esteriori, spesso deformate per molte ragioni. I pensieri e i sentimenti, passando dall’uomo nel mondo, rassomigliano ai bastoni immersi nell’acqua, che sembrano spezzati e non lo sono. L’uomo bisogna considerarlo da solo; la moltitudine lo corrompe. Da solo ama e ammira la virtù. Credimi, in fondo l’uomo ha una coscienza...” “Cose grandi.” Ripetè Alessandro “Sebbene...” “Sebbene non si direbbe. Uhm... già, già. Gli uomini e le donne che abbiamo conosciuto non sapevano neanche cosa fosse il pentimento e il rimorso. Questa è la tua opinione. Non posso darti torto; la coscienza dell’uomo non è un gran che. Ma l’uomo non ha soltanto la coscienza; ha, per fortuna, anche l’intelligenza. E che miracoli ha compiuto l’intelligenza! Rispondimi qui. Il cammino del progresso è smisurato. In fondo, l’uomo sta rifacendo il mondo.” “Cose grandi. Tuttavia...” “D’accordo. Tuttavia potrebbe rifare il mondo con la medesima intelligenza e con maggior amore. Negli anni della guerra, quando andavamo a Rio de Janeiro sulle nostre navi, abbiamo rischiato di venir colati a picco dai più ingegnosi sottomarini. E non ci avrebbe consolato il sapere che questi sottomarini viaggiando e tornando dal Belgio a Terranova, non avevano bisogno di rifornirsi di nafta, tanto erano perfetti. Consento dunque con te, e ammetto che l’uomo spesso si serve male del suo ingegno.” Un carro di cavolfiori passò in mezzo alla strada deserta; il conducente, un contadino dalla faccia di legno, camminava dondolandosi a fianco del cavallo. Un giovanotto strisciò accanto al carro; pareva un operaio. Stese la mano, prese un cavolo e via, continuò la sua strada col cavolo rubato sotto la giacca. Carlo mandò giù un po’ di saliva; Alessandro si lisciò i baffi. “Uhm” riprese Carlo. “Già, già. L’uomo si serve male del suo ingegno. Qui però affrontiamo uno dei misteri più profondi del nostro destino. Il bene va col male; e alcune doti o virtù generano con indifferenza sia il bene sia il male. Amico mio, tu sai come io creda in Dio. Un maestro di ballo come me ne ha viste troppe per non crederci. Ma avrai notato che più gli uomini e le donne sono forti e belle, più facilmente commettono il male, sia pure senza sapere o volere. Si direbbe che la violenza e la crudeltà siano forme dell’energia vitale. E che l’uomo e la donna debbono accettarle come prezzo della bellezza e della forza.” “Cose grandi” rispose Alessandro. “Però...” “So quel che vuoi dire. Però è una ipotesi orrenda. Rallegrati: aggiungo che non è una ipotesi esatta. Quanta gioia e quanto coraggio ci danno le nostre donne belle e buone: la tua Marianna, la mia Olga. E quanto bene fanno, quanta bellezza creano gli uomini intelligenti e forti. Dopo tante avventure, tante speranze e tante delusioni, due o tre opere tue, Alessandro, rimarranno vive per il piacere e la commozione dei posteri. E i miei allievi Pavlova, Karsavina; spiriti immortali della danza, innovatori dell’arte. Ecco il nostro premio: noi non moriremo interamente!” Per qualche minuto ognuno degli amici inseguì i propri ricordi. Distese di mari e catene di monti; città piene di fiori e città coperte di neve; palcoscenici fastosi e sale di alberghi si formarono e sformarono nel loro cervello. Carlo si ricordò del ballerino Nijinski, già impazzito, quando andò a trovarlo all’ospedale. E Alessandro rivisse la notte in cui Cleo si era calata in mare dal finestrino della nave, forse perchè era ubriaca, o nauseata da quella vita d’inferno. Poi Alessandro si riscosse e disse: “Cose grandi. Pure...” “Pure, sì, pure... Pure avremmo potuto, come tutti, fare meglio e di più. Può essere e anche non essere. Noi siamo gli eterni insoddisfatti; e questo è il segno della nostra nobiltà. Ma giriamo lo sguardo attorno, alziamolo. Soltanto se ci consideriamo parte di un tutto, infinito e incomprensibile, possiamo giudicare il nostro destino. Alessandro, non lamentiamoci di aver vissuto: in fondo la vita è...” La sera si allargava, lieve e dolce, e lo spirito andava lontano per quello spazio infinito e in quella chiarità delicata. Pure era la sera: e la luce stava per spegnersi, e quelle forme si sarebbero a poco a poco confuse, quei colori sbiaditi, quel movimento acquietato. Tutte le cose, uomini e animali avrebbero posato stanche e piene di tristezza. Ciò che era stato bello e vivo sarebbe diventato opaco e fermo; il caduco era il fondamento dell’eterno “La vita è cosa grande. Ma...” ribattè l’incorreggibile Alessandro. E i due amici continuarono a passeggiare e a discorrere in questo modo. *************************************************************** GAZZANIGA RODOLFO Questo ottimo Scrittore non è citato in nessun Dizionario degli Scrittori Italiani. Eppure i suoi libri esistono, pubblicati da un grande Editore: Vallecchi di Firenze. RODOLFO GAZZANIGA RAGAZZO ALLA FINESTRA Editore Vallecchi Firenze 1940. Raccolta di racconti. AVVENTURA NOTTURNA Per la prima volta, da che porto in giro la mia malinconia a fiorire e sfiorire sotto le stelle, ho colto un aspetto sconosciuto della poesia della notte. Ai lati di una strada deserta ho visto spe¬gnersi, una dopo l'altra, tutte le luci occhieggianti dalle finestre e, quando anche le lampade ad arco ebbero esalato l'ultimo respiro, mi è sembrato che una vita nuova cominciasse intorno a me la vita delle cose, ridesta mentre quella degli uo¬mini si affievoliva, sconfinando e adagiandosi nei campi del sonno. Lunga o breve, semplice o complicata, piatta o ricca di avvenimenti, ogni casa ha la sua storia; dal palazzo che ha lottato contro i secoli e li ha dominati giungendo, dopo aspre battaglie, fino a noi; dal vetusto palazzo, alla bicocca costruita senza arte, unicamente per dare ricetto all'uomo, tutte hanno vissuto tragedie drammi o anche soltanto commedie prive di un epilogo degno di nota; palcoscenici messi insieme da architetti inconsape¬voli, hanno veduto svolgersi sotto la regia del de¬stino le vicende più disparate, cui è toccato tal¬volta il plauso, o la riprovazione della folla, ma che il tempo ha cancellato poi dalla memoria di ognuno. Dunque, le case vivono, ma forse occorre un soffio di magia perché tale mistero ci sia rivelato; forse è necessario che, sia pure per un istante, di¬mentichiamo quel che fummo e siamo, affinchè la notte sollevi per noi il velo calato a proteggere il suo segreto. Come avvenne, non so. Camminavo, ma il mio passo era quello dell'automa che ubbidisce a una volontà meccanica e va innanzi ignaro delle vie che percorrerà, aspettando il momento in cui sarà costretto a fermarsi da una forza che agisce al difuori e al disopra di lui. La mezzanotte doveva essere suonata da un pezzo, perchè poche erano le persone nelle quali mi imbattevo e, quelle poche, desiderose di raggiungere le rispettive abitazioni e di concedersi un più o meno meritato riposo; quasi che l'uomo non avesse l'obbligo di vegliare, sempre, vigilando affinchè, durante alcune ore di buio, non venga annullato ciò che i saggi hanno compiuto alla luce del sole. Nessuno badava alle mie esercitazioni di peri¬patetico ostinato, sicché potevo illudermi di riu¬scire finalmente a rendermi padrone dei pensieri che, da un pezzo, mi attraversavano la mente per svanire prima che mi fosse dato di concretarne uno solo. Ma la siepe delle case guatava, la cupa siepe che si elevava nell'oscurità, separandomi dal resto del mondo, e si preparava a palesarmi ciò che nessuno ancora conosceva. Un sibilo saettò l'aria per destare la mia attenzione, ma il timpano ottuso non raccolse il richiamo se non quando esso si ripeté più vivo, subito seguìto da un concerto di rumori che, contenuto sul principio, si sviluppò quindi fino a diventare assordante, diabolico. Ten-tai di scrutare il corridoio di tenebra che, limitato da mura disuguali ma compatte e minacciose, pa¬reva aver fine soltanto dove, lontano, uno spicchio di luna anemica appariva infilzato nel parafulmine di una torre. Non scoprii nulla e raggelai, volli riprendere il cammino ma mi sentii inchio¬dato al suolo. Allora cedetti alla paura che mi ur¬geva alle spalle, non trattenni le parole che mi salivano alle labbra e che uscirono tremule a far ridere la notte: un grido che voleva essere un'inti¬mazione ed era invece la denunzia di una incon¬tenibile angoscia: « Chi è là? ». Chi? Un mondo e la solitudine, una folla e il deserto, i secoli col peso della loro realtà e un attimo balenante desti¬nato a dileguare e a non manifestarsi più. Alcuni arrotolandosi come fossero colossali bandoni, altri aprendosi a forma di velari, i muri mi presentarono l'interno delle abitazioni: delle abitazioni in cui non scorsi gente abbandonata al riposo (la stessa che avevo visto rincasare) ma uo¬mini occupati in attività diverse, abbigliati con costumi di tutte le epoche, che non segnavano però una divisione fra essi, un disciplinamento in ca¬tegorie, ognuna delle quali agisse senza preoccu¬parsi di quelle che aveva accanto. No : l'uomo in giaco e schinieri si intratteneva a parlare di mille sciocchezze col cavaliere dalla parrucca incipriata; una copia di Francesca da Rimini ascoltava un abatino che le scioglieva ai piedi collane di ma¬drigali; un robusto messere nascondeva fra le pie¬ghe della toga un sorriso di compatimento per le smancerie di una vecchia dama in falpalà… Sussurri, lamenti, discussioni, soliloqui. Cen¬to farse, commedie e piccoli drammi si sviluppa¬vano contemporaneamente creando un'allucinante rivista e conservando, ognuno, il proprio ca¬rattere, la propria fisonomia. Io, che mi ero accasciato in mezzo alla strada, seguivo lo spettacolo d'eccezione; ormai tranquillo, non mi domandavo in virtù di quale incantesimo esso mi venisse of¬ferto là dove, prima, regnava la quiete; nè mi chie¬devo se, per caso, non avessi ceduto al fascino di qualche paradiso artificiale. Non capivo cosa si-gnificasse un simile miscuglio di epoche e di personaggi, e non mi curavo di penetrarne il senso re¬condito, contentandomi di vivere l'ora inaspettata tale e quale mi era regalata dalla sorte. Ero felice, e non applaudivo unicamente perchè le braccia e le mani mi pesavano e mi servivano appena per fare da puntelli al corpo caduto sul selciato. Ma la felicità, prerogativa degli eletti, per poco soltanto può essere concessa a chi non abbia meriti speciali. All'improvviso, gli attori che avevo di¬nanzi si immobilizzarono, rimasero in buffi ,atteg¬giamenti come fantocci abbandonati dal burat¬tinaio; tacque il coro che commentava le loro azio¬ni, e una voce si levò, flebile e pur chiara, insi¬nuante al pari di quella di un imbonitore: «Si chiu¬de, si chiude! Domani, le case riprenderanno a vivere la vita che non ha mai fine poiché` viene alimentata da quanto producono coloro che marciano verso l'annientamento. La cosa pregevole nel¬l'uomo è che egli è una transizione: giusta affermazione, non fosse altro perchè questa transizione fa in modo che le case, anche quando sono ridotte a ruderi o macerie, perpetuino quel che è stato creato e non può, per nessun motivo, scomparire. Così finchè il mondo dura, finchè le tenebre abbiano modo di imporsi per preparare una luce nuova. Si chiude, si chiude! ». Silenzio, poi, mentre i pipistrelli tessevano gli ultimi ricami sulle vesti della notte. Lontano, lo spicchio di luna si era liberato dal tormento del parafulmine ed era andato a perdersi nell'infinito; la torre si stagliava sullo sfondo del cielo che, schia¬rendo, si tingeva di rosa. Suonò una campana. Mi guardai intorno: calate le saracinesche, chiusi i velari, le case avevano ripreso un aspetto normale e lasciavano che qualche finestra si illuminasse mostrando che l'uomo si apprestava a riprendere la quotidiana fatica. Una guardia si accostò e mi aiutò a rimettermi in piedi, bofonchiando : « Baldoria, eh, giovanot¬to! Abitate da queste parti? Volete che vi accom¬pagni? ». E io risi, divertito. Che mai era accaduto nella mia casa? Se le cronache non mentivano, nei tempi dei tempi, essa aveva ospitato un capitano di ventura, un buffone malinconico, un alchimista e una cortigiana malata di sentimentalismo. ******************************************************************************** GIARDINI CESARE Bologna 1893 Milano 1970 Tratto da: URIELE E I RACCONTI MAGICI Editrice Bianchi Giovini 1945 Da quella sera comprese che tutta la sua vita era stata una vita amorosa: le donne che la avevano attraversata ne sapevano il segreto e il senso. Niente altro aveva valore per lui oltre quella corona di grazie femminile che egli si era andato tessendo intorno, giorno per giorno. Gli avvenne spesso di pensare alla gioia di sfogliare i suoi ricordi nell’immobilità dei suoi ultimi anni. Egli non aveva (come Resti della Bretonne) una donna per ogni giorno dell’anno, ma alle donne doveva i più cari e vivi ricordi. Ogni anniversario femminile era per lui una festa, anche se dolorosa. Si rimise all’opera. Molte cose si erano chiarite per lui: tra l’altro il vero scopo della sua vita e il modo più sicuro di raggiungerlo. Bisognava attirare altre donne nel cerchio chiuso della sua esistenza, goderne rapidamente, lasciarle prima che il loro fascino sbiadisse nel contatto quotidiano; ma non prima che ciascuna di esse gli abbandonasse qualcosa di sè, una particolarità della voce o dello sguardo, una movenza, un sorriso, qualche cosa di personale, infine, anche se minimo e fuggevole che gli servisse per ricostruirla intera nell’avvenire. Vi erano donne nel suo passato che si erano cristallizzate per lui intorno a una parola, a un movimento del capo, a un battito delle palpebre. Tratto da VITA DI LINDORO Lindoro toccava i ventidue anni, era cioè in quella età nella quale ogni giorno reca con sè una sorpresa e un dono. *********************************************************************** GIORDANA TULLIO Crema 1877 Milano 1950 Tratto dal romanzo SETTIMO PIANO DELL’OBELISCO Editore Ceschina 1937 Quell’anno l’autunno era venuto quasi all’improvviso, dopo un freddo da inverno. Un mattino, arrivando nella sua stanza, Valeria gli aveva detto: “Guarda: stanotte ha brinato.” Il faggio al centro era bianco come l’acero, come se fosse caduta la neve. I passeri quasi neri a contrasto, muovendosi piano sulla cima dei rami staccavano falde leggere di bambagia, e le rondini volavano in giro smarrite, chiamandosi quasi con disperazione, senza trovare la via del ritorno in un paesaggio che si era mascherato, era diventato all’improvviso sconosciuto. Di colpo i platani e i viali si riempirono di foglie gialle; la vite vergine cambiò in rosso il suo verde lucido, disegnò sul grigio del muro un intrico di vene calde, cadde dai pergolati come un drappeggio sontuoso di porpora. Gli angoli delle risaie da tempo mietute, dove l’acqua stagnava, si riempirono di beccacini. Le quinte degli alberi lungo i fossi parvero farsi avanti, distinte, mentre prima si confondevano nel verde uniforme, o velate come in un pastello, ovattate di nebbia. E la nebbia smorzò i contorni, i rumori, gli impeti, come se venisse dai cuori e non fumigasse dai prati. Alla sera era freddo; si accendeva il fuoco nel camino e giravano le castagne lesse e il vino, un certo vinetto cremasco asprigno, leggero come l’acqua, che faceva venir sete. Stavano vicini volentieri, Valeria e Paolo. L’autunno era dolce, accostante, senza tristezza. Pioveva spesso e si stava volentieri in casa e ci si voleva bene senza sforzo. GOTTA SALVATORE Montaldo Dora 1887 Rapallo 1989 Un suo romanzo tratta il tema dell’Artista incompreso dalla donna che ha sposato. La moglie Lalla non capisce il marito Andrea, musicista, e dopo un litigio Andrea va in salotto e suona il pianoforte. Salvatore Gotta dal romanzo: DI LA’ DAL FIUME C’E’ UNA DONNA romanzo Editore Elmo 1945 Lalla ascoltava la musica che continuava sempre acrobatica e violenta, ad accordi, ad arpeggi, a scale rapidissime, volanti, picchiettanti, a note legate, a note staccate, per tutta la gamma della tastiera. Si sarebbe detto che il demone della musica si fosse scatenato nella casa d’improvviso, come una ventata di follia. Tutte le stanze parvero colmarsi di quello spirito diabolico e meraviglioso, di una potenza affascinante, scaturito da una personalità artistica formidabile. Ora Lalla capiva ciò che Andrea le aveva detto prima. Andrea, così scatenato nella furia dei suoni, non le apparteneva; apparteneva solo a sè stesso. Era un altro Andrea, un essere terribile e meraviglioso, capace di incantare e di far soffrire, ma sopratutto indipendente, fortissimo, feroce, irraggiungibile. Adesso Andrea sorride e Lalla sente che quel sorriso è per lei ed è come se egli le dicesse: “Ti ho offesa, ma mi devi perdonare. Ascolta; suono per te, per farmi perdonare da te. Ma tu non dovrai mai chiedere troppo. Accontentati di quello che ti dò. Ascolta, ascolta il divino Chopin! Quanto misterioso dolore! È il dolore oscuro del mondo. Solamente agli artisti è dato esprimerlo. Tu invece pretenderesti di avere spiegazione di tutto, ragionare su tutto. La tua praticità mi fa ridere.” ************************************************************************ GUERRIERO VITTORIO Genova 1898 Da: I GIOCATTOLI OSSIGENATI racconti. Editore Michele di Terlizzi Genova 1922. Non esiste nulla di più detestabile e antiestetico della bellezza completa. La bella donna assoluta, quella che trionfa nella policromia delle illustrazioni e nei manuali della storia dell’arte, non è la donna più desiderabile da un uomo di buon gusto. La vera bellezza non deve essere un numero esatto, ma un numero approssimativo; non deve essere un colore unico e acceso, ma sfumatura, mezzatinta, quarto di tono. Osservate tutto quello che nella vita è ottimo e vedrete che esso è sempre qualcosa di meno della perfezione e non è la perfezione con la sua agghiacciate compattezza. Pensate all’ideale e alla sua stessa mutabilità e vedrete che anche esso risponde a un concetto relativo. Osservate come l’ideale è mutevole col variare degli anni: a nove anni l’ideale può essere un soldatino di piombo; a quindici le intimità della cameriera; a venti la gloria; a trenta la ricchezza; a quaranta dei figli all’università; a cinquant’anni l’ideale può essere anche quello di poter orinare una volta al giorno senza catetere. L’ideale vero, poi, non è mai l’ideale in sè e per sè, ma l’ideale meno qualcosa; non l’ideale vestito a gran festa con cappello a cilindro e frack nero, ma l’ideale più modestamente vestito in pigiama. Un piccolo pigiama dal colore non troppo violento. Osservate un momento i diversi quadri di questa imbecille festa che è la vita e vedrete. La gloria stessa per essere squisita deve essere a scartamento ridotto, ad approssimazione, in pigiama anche lei. Guardate invece le grandi glorie e ne vedrete subito tutta la infinita meschinità. La gloria tipo Dante Alighieri, per esempio, non è certo la più piacevole: essere ammirato da tutti, anche da quelli che non lo hanno mai letto e non lo leggeranno mai; subire un oceano di conferenze sulla sua opera; sopportare quella terribile e atroce ingiuria che è il plauso unanime e incondizionato della critica; non poter reagire di fronte a quelle diffamazioni eleganti che sono le traduzioni in lingua straniera; essere citato a sproposito dai ragionieri; finire colla propria effige sui francobolli commemorativi e sulle targhette delle acque purgative; e tutto questo per aver ottenuto dalla vita il dono della gloria suprema. Io non vorrei essere celebre come lui, se fossi un poeta; vorrei essere ignorato dal plotone degli imbecilli e adorato umilmente da pochi. Così nella mia arte; io cercherò di non fare mai il quadro troppo celebre per non finire nell’orrore delle riproduzioni litografiche appese in tutte le camere ammobiliate che si affittano a mese, a notte o a quarti d’ora. Io amo una gloria meno chiassosa, meno operettistica, più religiosamente limitata. Lo stesso succede per la bellezza di una donna; l’eccesso è dannoso. Voi, gentile amica, realizzate dinanzi ai miei occhi questo tipo di bellezza in sottordine, che è poi la vera e la migliore bellezza; voi siete per me l’ideale in pigiama, che è poi il vero ideale. Mi avete compreso? ****************************************************************** KIRIBIRI pseudonimo di Alpinolo Bracci nato a S. Maria a Monte nel 1892. Scrittore smaliziato, irriverente, psicologo e imprevedibile. Tratto da LA MOGLIE DI MIA MOGLIE editrice Bataclan 1928. La donna parla solamente con lo sguardo, quando vuol farsi intendere. E l’uomo deve saper udire non solo con gli orecchi, ma anche con gli occhi. Specialmente con questi. La parola nella donna è sempre una cosa divinamente sciocca, sublimemente vuota. D’altronde è come nell’uomo. Il più profondo ragionamento che possa fare l’uomo è la menzogna. Sia nell’uomo che nella donna, la parola è sempre la maschera del pensiero. La donna sa che il desiderio ingigantisce l’oggetto desiderato, ed ella acuisce con maestria il desiderio stesso. Ella sa che quando il desiderio è appagato non riamane niente, anzi a volte purtroppo rimane la nausea. La donna dunque protrae il desiderio e questa è veramente arte; è amore; è l’arte dell’amore. Benedici dunque le donne che ti fecero imprecare, quelle che ti estenuarono, quelle che ti fecero boccheggiare o piangere. Quelle che ti fecero maledire di averle conosciute, di averle incontrate. Le donne che ti fecero sperare. Benedicele! Esse sono le sacerdotesse della religione dei sensi. Sono le vivide torciere dell’amore. Sono le orafe blasonate della felicità! ***************** LINATI CARLO Como 18781949 Tratto da Passeggiata a Due; nella raccolta di racconti PUBERTA’Morreale Editore 1926. Era una fresca mattina di Ottobre. Parlavano di quei posti, del cielo, dei monti così belli in quella luce d’aurora diaccia e serena. C’erano state tante burrasche nel loro amore, tanti mesi di silenzio, di equivoci! Ma ora si riprendevano, ora, in quella rassegnata maturità della loro vita, ritrovavano interi l’impeto e la tenerezza della loro prima passione. Il viale era deserto, gli ippocastani lasciavano cadere foglie gialle, croccanti. Egli guardò lei e vide che tra la spalla e il collo la sua carnagione si era fatta un po’ bianca, patita. Ora propriamente non sentiva più questo grande desiderio di baciarla. Era stanco. Non di lei, ma dell’amore, dei soliti gesti dell’amore, dei soliti baci, delle finzioni. La sentiva tutta teneramente e amichevolmente vicina e questo per ora gli bastava. Adesso voleva godere questo... Ella non era più fresca come una volta; i suoi fianchi si erano un poco arrotondati. Erano amici adesso, buoni e vecchi amici. Come era bello questo, come in fondo era meglio dell’amore! Certo, l’antico furore che li gettava insaziabile uno verso l’altra, quello straripante desiderio da cui egli era preso appena la vedeva, era scomparso... Adesso era buoni e vecchi amici. Come era bello questo, come, in fondo, era meglio dell’amore! ****************************** LIPPARINI GIUSEPPE Bologna 1877 1951 Tratto da: CALZE DI SETA “La realtà è più interessante della fantasia.” Franco rabbrividì davanti alla giovinezza impetuosa della ragazza, poi disse: “Domani ci rivedremo. Se ci sarà il pittore ti disegnerà e io starò a vedere. Se non ci sarà ti porterò a casa mia e tu poserai per me. Io non dipingo ma guardo.” “Ho capito” ella acconsentì con un sorriso furbo. “Allora a domani.” E se ne andò leggera dopo avergli lasciato il cognome e un indirizzo. Franco era come inebriato. Pensava che finalmente avrebbe avuto una piccola amica e che a poco a poco ne avrebbe fatto una compagna di delizie sottili. Era la bambola viva da vestire e da svestire, da mettere in posa, per ammirarla col cervello lucido e il sangue in tumulto. Entrò in un piccolo negozio di eleganze raffinate e costose. Scelse due combinazioni di seta azzurra e una bianca. La stoffa era così poca e così sottile che non pareva. Le camice partivano da sotto i seni e le mutandine arrivavano due dita sotto alle anche. Era così trasparenti che attraverso loro si vedeva la pelle. Poi scelse molte paia di calze di seta, le più fini, le più lunghe, calcolò che dovessero giungere a due dita dalla biancheria. Maneggiandole, la loro morbidezza gli dava un brivido come se avesse accarezzato una pelle liscia. Comprò anche uno squisito pigiama molto scollato e con calzoncini a campana. Da ultimo aggiunse un paio di pantofole di raso con grosso fiocco rosso di velluto. Pagò ed uscì contento e giovane, pregustando la gioia di vedere trasformata la graziosa creatura. Ma il giorno dopo una irrequietezza lo prese. Era già l’ora ed egli indugiava ancora per andare all’appuntamento. Provò ad immaginarsi la ragazza con le vesti nuove e con l’eleganza che le aveva procurato. Gustò in cuor suo la sorpresa della veste rozza che cadeva sostituita dalle vesti voluttuose di seta scarsa e sapiente. Poi la pigrizia lo vinse. Franco ebbe timore per la sua quieta, per la sua vita tranquilla. Uscì, prese una vettura e si fece condurre in un altro posto… MANELLI SETTIMIO LA VITA raccolta di racconti Editrice Floreale Liberty 1908 Milano. Opera sequestrata e processata per oltraggio al pudore. Assolta per inesistenza di reato dal Regio Tribunale Penale di Teramo il 20 Gennaio 1908. Tratto dal racconto LA NATURA SI DIVERTE La Natura in un momento di buon umore si era voluta divertire e aveva impastato quei miserabili e li aveva scagliati nella vita. Essi erano strumenti di rovina che il fato roteava per dimostrare tutto il fango e tutta la bestia che sono nell’uomo; così come la Natura si serve del genio per rivelare la grandezza e la divinità che sono nell’uomo. Il fango e la luce, il rospo e l’astro, tutto ciò che striscia, serpeggia, insidia; e tutto quello che splende, canta, guizza e vola. Sono immagini meravigliose della duplice potenza creatrice che è nella Natura, per la Natura, con la Natura. A giustificazione del Male, a glorificazione del bene, gli uomini hanno creato Dio e il Diavolo. È la legge eterna e ineluttabile che governa il Tutto; che danneggia secondo una pazza volontà, e benefica secondo un’altra pazza volontà. In questo Caos in cui si vive, il bene e il male sono una pura invenzione dell’uomo, una vigliaccheria per non giustificare l’esistenza degli individui multiformi che esistono e che è necessario che ognuno si svolga secondo la sua natura interiore. Perciò il delinquente ha diritto di corrompere e diventare quello che è; come il genio ha diritto di investigare e scrutare la natura vivente, di studiare lo svolgimento della vita universale senza segnare i confini di bene e di male. Bisogna dunque diventare quello che si è: rospo o stella. Tratto dal racconto NOVIZIATO PROFANO Elena: - Che cosa è l’amore. Stefano: - Un gioco pericoloso. - E l’arte? - La falsificazione meditata dell’amore. - E la Bellezza? - Una illusione. - Tu ami? - Io seduco. - Che cosa intendi per sedurre? - Annegare e perdere le anime dentro sogni incantevoli. - Che cosa è la vita? - Il sogno della morte. - E la morte? - La vita del sogno. - Quando svanirà il sogno? - Il sogno fu, è, e sarà. - Credi in Dio? - Amo credere nella mia saggezza. - Che cosa è la fede? - Lo scetticismo larvato. - La tua regola nella vita qual è? - Cogliere i frutti della voluttà e dimenticare. - La carne che cosa è? - Lo spirito tangibile e visibile. - E allora, lo spirito in sè? - Una ipotesi assurda. - Mi ami tu? - Ti desidero. - Che cosa è il desiderio? - È la verità nella sua forma più mirabile. - Che cosa desideri più di me: l’anima o il corpo? - Il corpo. - E l’anima? - Odio le nuvole. - Ti piace dunque il mio corpo? - Mi fa tremare di aspirazioni e mi attrae grandemente. *********************************************************************************** MARGHIERI CLOTILDE Napoli 1897 Roma 1981. Tratto dal romanzo AMATI ENIGMI Editore Vallecchi 1974. La bellezza della donna aveva tante volte creato in me un’aura di incantamento, uno stato di grazia, che si appagavano all’inizio solo di contemplare, ma che col passar del tempo si gonfiavano di aneliti verso una maggior intimità, cercavano l’intesa dei pensieri e insieme la complicità di quelle vibrazioni inafferrabili che sono il segreto femmineo dell’indicibile. Ma le bellezze femminili che nella mia giovinezza mi avevano fatto sognare, erano statue mute o che dicevano sciocchezze, e i miei innamoramenti erano tutti naufragati. Dopo ogni mio rapporto amoroso con un uomo, cercavo invano accanto a me la donna compensatrice. C’era sempre una donna per compatirmi. Ma io avrei voluto una donna che non fosse nè la mia ombra, nè il mio specchio, ma solo sè stessa. Una donna che mi aiutasse a uscire dal labirinto degli istinti oscuri e che mi rendesse facile attraversare l’inferno dell’amore. Ho avuto momenti di felicità così intensa da somigliare al dolore. Ma questo diario che ho tra le mani è un susseguirsi di parole frettolose, distratte, parlate e non veramente scritte: si vede che la vita premeva e non mi consentiva di trafiggere le farfalle dei miei giorni trafelati, troppo pieni o assillanti. ********************* MARIANI Mario Roma 1884 Brasile 1951 È un autore ribelle, impulsivo, focoso. Spesso è cinico, beffardo e disilluso per aver provato le brutture della vita, ma il suo animo rimane sempre umano, profondamente umano. Mario Mariani dalla raccolta di racconti LE ADOLESCENTI Editrice Sonzogno 1922. (Questo libro fu processato per oscenità nel 1919) Fra un maschietto e una femminuccia, la più intraprendente è sempre la femminuccia. E la favola dura anche quando si è grandi. E’ sempre la donna che fa quello che vuole e fa fare quello che vuole. Nonostante le leggi, i costumi, i pregiudizi. Ci sono degli uomini i quali credono di aver fatto la corte penosamente a una donna e non sanno che invece è stata proprio quella donna che li ha guardati, scelti, voluti e che, senza parere, si è fatta fare la corte a modo suo, così e così, da qui fino là. Tu certo, Rossella, queste cose le sapevi già allora. Perché una donna sa nella culla quello che un uomo non sa ancora presso la bara. MARIANI MARIO dalla raccolta di racconti LE SORELLINE Editrice Sonzogno 1960 LUI: “Cantiamo assieme l’alba lunare. Vorrei fermare i tuoi sogni nella cornice della mia volontà, tenerli nel mio pugno chiuso o stretti fra i denti. Ma i tuoi sogni sono cerbiatti spauriti che fuggono all’impazzata per ogni dove”. LEI: “Fuggono per essere liberi. Vorresti forse metterli al guinzaglio?” LUI: “Io no. Rinnegherei la mia verità. Ma restando eternamente inchinati davanti alla propria verità ci si scortica i ginocchi”. LEI: “E’ il chiaro di luna che ti fa male, che ti incipria l’anima. Perché ti senti le ginocchia scorticate?” LUI: “Perché certe volte, provo la nostalgia di quello che ho distrutto. E la mia rabbia maggiore è questa: che non sono stato io a distruggere; io ero soltanto una risata di cui si servivano il tempo e il destino. Sono stato uno strumento dentro cui soffiava un demone o un dio ignoto. Eppure sono felice, perché so che alcune mie parole hanno accoppato più sentimenti falsi e più idee morte di quel che non abbia accoppato uomini il cannone. Sono felice perché ho servito la mia verità. Ma certe volte…” LEI: “Certe volte?…” LUI: “Sì. A che serve mentire? Anche il non-mentire è una mia spinosa necessità. Però, a volte, quando incontro la rasoiata del mio riso sulla bocca degli altri e so di averlo formato io quello sfregio di sarcasmo, provo una grande pena.” LEI: “Bisogna che gli uomini imparino a sopportarla quella pena e a non soffrirla più, per essere meno tristi”. LUI: “Lo so: l’ho detto io.” LEI: “E allora, che cosa vorresti? E da chi?” LUI: “Forse da te. Ho corso un mare troppo tormentato. Sono stanco di dolore e di piacere. Sono affamato di serenità. Vorrei che non soltanto il tuo corpo giovane ed elastico fosse mio, ma anche i tuoi pensieri e i tuoi sogni. Vorrei che quando mi posi la testa sul cuore e chiudi gli occhi, non nascesse sotto le tue palpebre chiuse nessuna immagine straniera.” LEI: “Tu vorresti la rosa azzurra, il fiore che canta, l’uccellino che parla; vorresti quello che vuole l’umanità bambina, l’umanità che tu hai provato a disincantare.” “LUI: Sì. Vorrei credere anche io nell’impossibile sogno dei millenni. Vorrei addormentarmi una sera sull’amaca di una vecchia, rosea menzogna.” MARIANI MARIO dal romanzo POVERO CRISTO Editrice Sonzogno 1947 Focolare domestico! Menzogna inutile, senza scusa. Carcere volontario. Tragedia soffocata, muta come il passo sui tappeti, come i vellicamenti sotto le tavole, i baci dietro le tende, i sussurri negli anditi bui. Ombre lunghe, sulle tappezzerie, di cattiverie e di tradimenti, di odi senza nome. Pane sozzo, avvelenato. Commedia sempiterna e ripugnante del sentimento, dell’affetto, dell’amore, della bontà. Focolare domestico! Stasera hanno acceso il ceppo o la schiampa, nel caminetto. E il legno crepita. E le monachine cercano la libertà verso le sorelle maggiori: le stelle. C’è un alberello di Natale nella stanza grande carico di orpelli e fantocci e frutti falsi. Tutto falso. La fiamma illumina sorrisi di maschere. Focolare domestico! Tutti raccolti intorno. Si benedice ai capelli bianchi della nonna che fu sgualdrina ai suoi tempi ed ebbe tanti amanti quanti ha ora capelli bianchi. Ilarità della fiamma! Si benedice alle virtù della sposa che si pavoneggia e coglie, nella confusione, l’occasione per dare un appuntamento all’amico che è fra gli invitati. Ilarità della fiamma! Si brinda al padre e alla sua integra vita ed egli, un po’ brillo, pizzica le parti molli della serva. E sogna cambiali false. Ilarità della fiamma! Si sussurra della virtù e dell’innocenza delle bimbe che intanto inseguono, lungo gli oscuri corridoi, i maschietti che hanno avide dita. Ilarità della fiamma che illumina sorrisi di maschere. Commedia inutile. Ipocrisia vana. Ciascuno inganna e si illude di non essere ingannato. E pretende di non essere ingannato. Tragedia dell’egoismo, orgia dell’imbecillità. E nessuno che abbia il fegato di constatare: ma siamo tutti così! E facciamo il comodo nostro! E non insultiamoci più! Focolare domestico: marchio di Caino, farsa di Betlemme. ****************************************************************************** MORSELLI ERCOLE LUIGI Pesaro 1882 Roma 1921 Questo breve racconto, bello e originale, è degno di Poe, ma è ancora più profondo e umano. Fino al 1960 arrivavano nelle fiere i baracconi con all’interno persone fuori dal normale: la donna cannone; la donna barbuta; l’uomo elettrico; il gigante, eccetera. Questo racconto è ambientato appunto in una fiera paesana. Due innamorati entrano in un baraccone dove sta esposto un fenomeno umano. L’uomo e la donna reagiscono e giudicano in maniera differente, mettendo in luce così le differenze del loro mondo interiore. La meraviglia funge da test di Rorschach per portare alla luce emozioni sepolte e incontrollabili. Il tema del racconto è quello della sofferenza e del dolore, dell’ineluttabilità di un destino capriccioso e beffardo di cui noi siamo in balia, senza possibilità di controllo. Ercole Luigi Morselli da: LA DONNA-RAGNO. Nella raccolta di racconti: STORIE DA RIDERE E DA PIANGERE Fratelli Treves Editori 1919 “Favorite, favorite, signori, senza timore alcuno! Non si può lasciare questa fiera mondiale senza avere ammirato la mera¬viglia scientifica del secolo ventesimo, la donna¬-ragno vivente e parlante, come dimostra la fotografia qui esposta al rispettabile pubblico. Testa di donna bellissima, corpo di ragno al naturale! Si sincerino se non credono con la meschina moneta di quattro soldi! La verità è luce e non si può negare, nè tantomeno falsare! Si nutre esclusivamente di mosche vive: assi¬steranno al suo pasto! La più grande meraviglia ¬medica del secolo!! Questa è l'ultima infornata, poi si chiude, e domani si parte per l’America....” “Senti, Peppino? Domani partono per l'America, ¬bisogna vederla.... ormai ne hai spesi tanti...” Appunto perchè ne aveva spesi tanti, il bel Peppino, tutto lustro e lieto nella fresca uniforme di cavalleria Piemonte Reale, non pareva avesse troppa voglia di spenderne altri. -Così, si cercava l'orologio nella tasca dei pantaloni, e tentennava; ma la sua Armida lo guardava in un certo modo che sapeva lei, proprio da tentare un santo, coscchè quando a Peppino cascarono gli occhi su quel viso, invece di cavar fuori l'orologio, cavò fuori lesto il portamonete e ci guardò dentro per vedere quanti gliene erano rimasti. Quella ben¬edetta fiera lo aveva rovinato. Quasi tutte le dieci lire che si era messo in tasca uscendo dal quartiere, erano svanite come fumo. Sfido io: avevano voluto vedere il circo equestre nei secondi posti, il serraglio nei primi, poi i cavalli nani e sapienti, poi avevano voluto andare sull' altalena e anche sul carosello degli aeroplani; e alla fine avevano buttato via anche due lire alla Pesca Reale senza vincere nemmeno uno stuzzicadenti.... Troppo giusto! Come si fa a tentare il giuoco quando si è così fortunati in amore?... Ma intanto i quattrini erano andati: e anche quelli erano stati tolti dal gruzzoletto messo da parte per sposare la sua bella Armida, appena congedato.... Se seguitava così, che sposalizio magro, mamma mia! Però tutte queste cose le pensò soltanto; e di sfuggita, quasi di nascosto, e diventando tutto rosso, mentre col braccio già infilato nel ¬braccio di Armida, saliva gli scalini di legno del baraccone e comprava i due biglietti per entrare. Un gruppo di donne anziane, spor¬che, trippute e urlone, esclamarono al loro passaggio:¬ “Questa si chiama una bella coppia! Se ne vedono poche così in questi tempi!” Peppino udì, e per la gran contentezza invece di due monetine da venti centesimi diede al bigliettaio (ahimè!) un nichelino e una lira; la penultima che aveva in tasca.¬ Poi scomparve dietro una tenda di velluto rosso frangiata d'oro, supe¬rando, quasi, l'inverosimile rumore del grande organo con lo sbatacchio ferreo del suo squadrone.¬ Dentro c'era ancora pochissima gente, cosicchè Peppino e Armida poterono appoggiare i loro gomiti alla balaustrata di legno quasi dinanzi alla meraviglia scientifica del secolo vente¬simo. Veramente Peppino ne appoggiò uno solo di gomiti, poichè l'occasione gli parve propizia per allungare dolcemente la sua de¬stra sulla cintola di Armida. Crepassero pure di invdia quelli che sarebbero venuti dietro! I due innamorati guardarono per un minuto il fenomeno, tutti due a bocca aperta; ma a un tratto Armida, stringendosi tutta al suo Peppino, esclamò forte: “Che mostro, Madonna mia! Nel ritratto il viso è meglio!” Il fenomeno girò gli occhi rapidamente verso di loro; ma poi subito li abbassò sui loro piedi e li tenne fissi lì con un'espressione bestiale e distratta. “Fortuna” fece Peppino “che chissà di che paese è!... Ma non si dicono così forte queste cose. Si passa per quello che non siamo. È vergogna!” “Accidempoli!” ribattè Armida con dispetto, “che rimprovero serio!... O che per caso ti saresti innamorato di quel bel parrucchino?!” La povera creatura semiumana che essi guar¬davano con uguale meraviglia (ma lui con sincera pietà, lei con un ribrezzo suo malgrado un po' cattivo) era esposta sopra una rete di cordoncino intelaiata; e certo doveva essere stato un esperto sebbene volgare conoscitore del cuore umano, colui che le aveva camuffato da enorme tarantola il corpiciattolo nano e privo di arti, sbizzarrendosi poi ad abbellire la sua grossa testa senza sesso nè età a furia di belletto, di pennello, nonchè di pettinucci brillantati e di nastri di raso sparsi a profusione sopra una morbida e inanellata parrucca bionda. Forse appunto di qui nasceva la diversità di commozione nei due giovani cuori di Peppino e di Armida. Lui, come più esperimentato al dolore e con lo sguardo profondo dalla recente quotidiana dimestichezza con la morte giù nelle spiaggie libiche, sapeva intuire quanto di tragico si nascondesse sotto quella volgare civetteria da trivio imposta a un miserabile piccolo otre vivente, senza braccia, senza gambe, senza parola forse, senza volontà, senza difesa, senza protezione, maneggiato a suo piacere da un qualche bestiale padrone. Armida, leggera e superbetta, schiva di ogni ricercatezza perchè sicura di esser molto bella, sentiva, sia pure contro sua voglia, di fronte a quella disgraziata creatura, quasi un po' di quel puge¬nte disprezzo che la faceva esclamare ad ogni passo, per via: “Guarda un po’ quella, Pep¬pino! Che se la metterà a fare tanta vernice sul viso? Brutta è, e brutta rimane!” Ora, se Peppino fosse stato altrettanto sag¬gio quanto era buono di cuore, si sarebbe accontentato di osservare silenziosamente lo stato d’animo della sua amata, approfittandone per darsi in segreto qualche consiglio utile; per esempio: “All'erta, Peppino! La donna se non ama odia; inutile tentare di insegnarle sentimenti intermedi; godi, assapora, centellina la felicità di essere amato, e preoccupati soltanto di farle durare il più possibile l’amore per te. Finchè dura quello sei un re; se finisce quello, Peppino mio, sei fritto.” Ma siccome Peppino non era un saggio, non sapeva chiudersi in un filosofico silenzio di fronte alle poco cristiane espressioni della sua Armida; non poteva ammettere che la donna da lui tanto amata avesse poi sentimenti e pensieri così diversi dai suoi; non sapeva farsi una ragione che quella stessa “bocchina di fragola” fosse tanto tenera per lui, tanto dura per tutto il resto del mondo. E così, quando la sentì pronunciare quella insolente e stupida frase e soprattutto quando vide il povero fenomeno alzar d'un tratto gli occhi e questa volta arrossire, dimostrando di aver assai ben capito l'italiano, allora il buon Peppino non si potè più trattenere: “Sei cattiva!” disse ad Armida “ma cattiva proprio come io non avrei mai creduto! Ecco; bisognava che te lo dicessi, tanto a tenersele in corpo le cose è peggio... Nemmeno il gran Senusso, io dico, se gli mettessero davanti una cosa così!... E pensare che io ci piangerei! Sì; perchè ti vien la vertigine se ci pensi un poco.... a essere in cima a un monte di felicità come siamo noi, che abbiamo salute da vendere, e forza, e siam fatti come Dio co¬manda, e ci vogliamo un bene da morire, e tra settantacinque giorni ci sposiamo.... E poi invece ci debbono essere certi figli dello stesso Dio che devono vivere peggio delle bestie, buttati là come spazzatura, con tutti mali del mondo addosso a loro, senza potersi difendere, senza potere scappare, macchè! senza nemmeno un braccio per potersi levar dal mondo e finir di patire... E cosa credi? Uno nasce certe volte fatto come noi, nè più nè meno, e un bel giorno, ancora innocente, senza sapere perchè, si ritrova che non è più nè uomo, nè donna, nè bestia: un pezzo di carne che vive!... Ti ricordi, Armida, di Felìcita?... Ti ricordi di quando noi avevamo io sei anni e tu cinque e giocavamo sempre nel tuo orto e mettevamo paura al porco e quello si cacciava tra i pomodori, eh? E la tua povera mamma, buon’anima, ci faceva vedere il manico della scopa dalla finestra... Eppure, sembra impossibile, ci volevamo bene fin da allora... Pareva sapessimo quello che doveva succedere dopo dieci anni!... Ma... torniamo al discorso; ti ricordi Armida di quella povera Felìcità? Tanto buona, tanto carina, la testa tutta riccioli neri, che giocava sempre con noi? Aveva certi occhi che facevano luce! Era nata lo stesso anno, lo stesso mese, quasi lo stesso giorno di te, a tre passi da casa tua.... Vi scambiavano tutti per sorelle gemelle. Ti ricordi la paura che aveva delle mosche e dei mosconi, e noi la canzonavamo sempre... Ebbene: come fini?... Un giorno la misero a letto,eh? Noi andavamo sotto le finestre di casa sua e dicevamo: -E Felìcita?- -È malata- ¬rispondeva quell’ubriacone del suo babbo. -Ancora?- dicevamo noi. -Ancora.- rispondeva lui, e noi rimanevamo lì a guardarci e ci veniva voglia di piangere.... Ma allora eri più buona tu di me; ero sempre io a tirarti per il grembiulino e a dirti: -Via, andiamo a giocare lo stesso...- E intanto passò la bellezza di un anno senza che Felicita rivedesse il sole e noi sentivamo discorrere le donne e dire: -Quella figliola muore- -Macchè! Magari morisse, quella rimane scema. Rimane segnata da Dio, povera innocente, non l’avete vista che è tutta pancia e testa! Le braccia e le gambe, non gliele potrebbe ridare altro che Gesù....- E infatti, alla fine, un bel giorno incominciarono a metterla fuori della porta di casa, tutta avvolta in uno scialletto, dentro un cesto, all'ombra di quel gran fico, ti ricordi, bello!? dove ci eravamo arrampicati tante volte tutti e tre!... Da principio, se ti rammenti, noi la guardavamo da lontano e avevamo paura di andare vicino. Non ci pareva che potesse essere davvero la nostra Felìcita! I riccioli dove erano andati? E gli occhi? sembra-vano bioccoli di fango sopra un viso grasso e giallo come un tallo di felce.... E poi le mosche ora le andavano su e giù per le labbra, si affollavano agli angoli degli occhi come ai bovini; e Felìcita le lasciava fare.... -Possibile che non abbia più paura delle mosche?- dicevamo noi. Poi vedemmo come stavano le cose: non aveva più braccia la povera creatura; ma quello che le mosche bevevano erano le sue lacrime!... ¬E allora ci facemmo coraggio e andammo, uno di qua e uno di là del cesto, a cacciargli via le mosche. Ti ricordi tu? A me pare ancora di vederla la risatina che ci fece, povera ¬Felìcita!... E due volte al giorno compariva la matrigna con un pentolino di pappa, vero Armida?... E veniva a imboccarla, e mentre la imboccava si teneva in grembo un romanzo con certe figure di uomini e di donne abbracciati, ti ricordi? E nella foga di leggere, qual¬che volta invece di mettergli il cucchiaio in bocca a quella poverina, glielo ficcava in un occhio. Pensa, Armida!... Ma allora eravamo piccoli, bastava che passasse una farfalla e correvamo via per i campi a ridere...¬ Ma a ripensarci ora! eh? Armida?... Fu una sera di Natale.... non me lo scordo più: stavamo al fuoco a mangiare certi confetti con lo scoppio che ci aveva portato lo zio Raimondo da Firenze, quando si seppe che quell’ubriacone del padre di Felìcita era partito a un tratto per l’Australia con quella perla rara della moglie e quel povero sacchetto vivo che era stata tanto amica nostra!... Così è la vita, Armida!... E la chiamavano la sorella tua!!... Pensa che differenza tra il destino suo e il tuo!... Pensa!... Eppure chi lo sa!... Perchè noi non sappiamo vedere altro che di fuori, altro che la buccia, intendi? E però si dice: -Che mostro è quello!- Ma per gli occhi di Dio.... quelli vedono il nocciolo, Armida.... per quelli, le nostre bellezze non valgono un fischio.... Lui guarda l'anima! E allora chi lo sa se tra un mostro come quello e te, Lui non sarebbe capace di dire: -E’ più bella quella.- Pensa!... Sopraffatto dall'impeto della sua commozione il buon Peppino non aveva visto che l'organo aveva cessato i suoi diabolici suoni, ed egli, continuando a parlare sullo stesso tono di prima, si trovava a fare una specie di orazione pubblica. Ma Peppino non si sarebbe accorto nemmeno di una cannonata! La sua Armida stava ferma come una statua col bel viso di madonna appoggiato a una mano, con gli occhi fissi in terra, e precisamente a un gran buco del tavolato dove si vedeva sotto una cagna che allattava i suoi piccoli¬. E questo era segno evidente, secondo lui, che le parole stillanti dal suo cuore innamorato cadevano a una a una nel cuore di lei come benefiche gocce del suo stesso sangue, trasfondendovi la sua dolce pietà di uomo felice. Per lui, tutto il mondo si sarebbe dovuto fermare, anzi certo si era davvero fermato e inginocchiato dinanzi a quel miracolo di Armida¬ che si ravvedeva! Figuratevi se poteva accorgersi dell'organo che si era acquietato, della gran scampanata che aveva annunciato il principio dello spettacolo, del silenzio curioso che si era fatto intorno alla sua voce sonora, e finalmente dell'apparizione di un enorme uomo barbuto il quale, con la bacchetta in mano e la bocca aperta, aspettava soltanto che lui, proprio lui, si zittisse, per incominciare la sua grande spiegazione scientifica! Qualche zelante si era già affrettato a sibilare il suo bravo: -Ssst.- Ah, sì! Tempo buttato. Peppino continuava: “Pensa Armida...” Ma qui si fermò di botto. Sapete perchè? Le labbra di fragola della ¬sua Armida si erano mosse come per voler parlare. Egli stava dunque per avere la prova del miracolo compiuto! “Che vorrà dire?” pensava. “Certo saranno parole d’oro che me le ricorderò cent'anni!...” Che momento sacro! E la bocca di Armida infatti parlò e disse: “Ma sta zitto, stupido!” Il tonfo che fece il povero cuore di Peppino, cascando dall’ideale nel reale, quasi si sentì! Qualche timido sghignazzamento qua e là lo fece imbiancare d'ira; ma le prime parole dell’omone barbuto che furono: “Adesso possiamo andare a incominciare....” lo fecero arrossire di vergogna; e allora si avvicinò al viso duro e ancora fisso in terra di Armida e sussurrò mestamente: “Hai ragione.” Intanto la grande spiegazione scientifica procedeva a gonfie vele. I nomi più strani e più inesistenti di mondiali celebrità mediche la infioravano; ma nè Peppino nè Armida avrebbero mai udita una parola, così scombu¬ssolati com'erano ognuno per suo conto, se un fatto inaspettato non fosse avvenuto. Uno dei curiosi di prima fila, a un tratto interruppe violentemente il gigante barbuto, indicando la donna-ragno e gridando: “Piange! Guardate se non è vero che piange! Padrone, diteci un po’ perchè piange?” L’omone, sebbene seccatissimo di essere in¬terrotto sul più bello, stimò essere giocoforza accontentare il rispettabile pubblico. Si voltò dunque con un cipiglio burbero a guardare il fenomeno il quale lagrimava infatti sudicie lacrime, lavandosi del nero e del rosso che gli coprivano le palpebre e le gote. “Avete fame?” tuonò l'uomo, e senza aspettare nessuna risposta continuò a rivolgersi al pubblico: “La mia donna-ragno ha fame, onorevoli signori! Allora anticiperemo il suo pasto, così avranno la fortuna di ammi¬rare con quale ingordigia essa divori le mosche che, come già ebbi l'onore di dire, compongono esclusivamente il suo cibo commestibile!” Un vecchio, di novant'anni almeno, recò un bicchiere dove erano rinchiuse alcune mosche. L’omone lo prese, ne fece entrare due o tre nel suo enorme pugno, e alzandolo gridò: “Attenti, signori! Ammirino la destrezza con cui essa prende al volo questi animali!” e buttò la sua manciata, mirando ben diritto alla bocca del fenomeno. Ma, con straordinaria sua meraviglia, le mosche sbatterono contro due labbra serrate come quelle del Silenzio. Si vide benissimo che il primo impeto dell’omaccione sarebbe stato quello di massacrare con una manata quell'infelice ribelle. Ma aveva fatto in tempo a contenersi rimandando forse in cuor suo la punizione a più tardi. Conosceva l’umore del rispettabile pubblico che quotidianamente truffava, e sapeva sempre in ogni caso carezzarlo per il verso del pelo: “Lor signori hanno potuto vedere con i loro stessi occhi!” gridò. “Il mio fenomeno vivente rifiuta il suo pasto commestibile del quale è ghiotto come noi dei tordi arrosto; ma non devono credere per questo di essere stati truffati nella loro giusta esigenza di individui che hanno pagato il loro biglietto d’ingresso. Anzi: tutt'altro, signori miei!! Se potevo saperlo prima un fatto simile, li facevo pagare biglietto doppio!!... Altrochè! Proprio così!!... Loro hanno la invidiabile fortuna di trovarsi ad ammirare il mio fenomeno mondiale in uno dei momenti più caratteristici della sua vita, quello cioè che diede tanto da pensare al dottore Maronoff dell'Università di Pensilvania che ci scrisse sopra dodici volumi. Quel grande scienziato ha scoperto che quando la mia donna-ragno piange e nel medesimo tempo rifiuta il suo cibo commestibile preferito, questo è segno sicuro che essa è presa da un terri¬bile male che un giorno certamente la ucciderà: questo male è la nostalgia. La nostalgia delle terre vergini dell'Australia nelle quali nacque e visse i primi anni della sua vita allo stato puramente libero e bestiale. Là, tra le liane secolari, tendeva le sue tele per acchiappare i famosi mosconi australiani che hanno il ventre grosso come un uovo di piccione e la testa come un cecio; là fu ritrovata e catturata dal celebre viaggiatore Stankey nel suo ultimo viaggio. Quando il fenomeno vivente è preso dal suo terribile male, non solamente non mangia, ¬ma neppure parla. Se vi è qualcuno tra lor signori onorevoli che l'abbia ascoltata mezz’ora fa nell'altra mia rappresentazione, quando rispondeva francamente alle mie domande svariate,¬ la vedrà ora al contrario che tacerà ostinatamente. Ecco che col beneplacito di lor signori andiamo ad effettuare la prova di quanto affermato. Grògrò! Quanti anni avete?... Grògrò, in quale foresta dell'Australia siete nata?... Lor signori vedono che la mia previ¬sione scientifica non si smentisce; posso tut¬tavia insistere ancora nelle mie domande perchè si sincerino sempre più. Su! Grògrò, da brava! Guardate in faccia il vostro padrone!... Perchè state con la testa voltata in là?... Ah! Ah! Vi piace quel bel soldatino con l’elmo d'oro?... Però mi pare che la fidanzata ce l’abbia già, e bella!!” Più di mezza sala rise a questa nauseante spiritosaggine, e l'omone, incoraggiato, continuò ficcandosi le cinque dita della sua sinis¬tra dentro la gran barba riccia e toccando leggermente con la sua bacchetta la groppa del fenomeno: “Grògrò! Dico a voi! Siete diventa anche sorda?! Non volete salutare almeno questo rispettabile pubblico che vi ammira? Su, da brava!...” Intanto Peppino e Armida, sebbene fossero ¬diventati rossi come due braci dalla vergogna, non trovavano la forza di scappare perchè i loro quattro occhi accesi erano ormai incatenati a quelle due spente pupille, impozzate nelle lagrime, che li fissavano, li fissavano ancora e sempre, con una irresistibile misteriosa ostinazione. “Grògrò!!” tuonò l'omaccione accompagnando la voce con una bacchettata un po’ forte sulla testa; “O nostalgia o no, dovete ubbidire lo stesso al vostro padrone! Questi onorevoli sognori sogghignano, non credono che voi abbiate il dono della parola. Io voglio perciò che voi pronunciate il vostro nome col vostro puro accento australiano. Avanti....” Senza mai levare gli occhi dai due innamorati¬ la donna-ragno sforzò le sue labbra sottili ed aderenti, come si fa con una ferita mal cicatrizzata ¬per farla rigenerare, e disse con voce stridulae e gorgogliante: “Felìcita.” “Che diavolo dice la bestia?” ruggì il padrone¬ alzando la bacchetta: ma quasi all’istante stendendola trionfalmente sulla parrucca del fenomeno, esclamò: “Hanno udito? Ha detto Felicità!... Invece di dire Grògrò ha creduto bene di fare un augurio a tutti loro signori onorevoli, e forse specialmente ai due bei sposetti.... ma dove sono andati?... Ah! sono laggiù.... Che è suc¬cesso?... La sposina è svenuta... il soldato se la porta in braccio... Per quattro soldi avete visto il ratto delle Sabine!!...” ************ ***************** Per fortuna alla farmacia non avevano voluto essere pagati, e il tassametro non aveva passato la lira e mezza, cosicchè Peppino potè far di¬scendere dalla carrozza la sua Armida, già rin¬venuta anche più del bisogno, proprio dinanzi al portone della casa dove essa lavorava come cameriera, invidiosamente ammirato da due o tre brutte serve che scherzavano col figlio del portiere, fante arruolato. Peppino infilò gloriosamente l'androne tenendo nella sua mano destra il braccetto rotondo di Armida, e salì, come era solito fare, il primo ramo delle scale per arrivare a una certa nicchia senza statua dove tutti i giorni si fermavano per dirsi addio il meglio possbile. E, salendo, parlava. Da quando aveva visto rinvenire la sua innamorata nella farmacia di Piazza Guglielmo Pepe, forse per la gran gioia, forse credendo che ci fosse bisogno di tenerle sollevato il morale, aveva incominciato a parlare; a parlare di un monte di cose a casaccio: del tempo che passa presto anche quando pare di no; del puzzo dell’etere; di quando tre mesi prima si era svegliato lui e si era ritrovato in una gran pozza di sangue abbracciato alla testa del suo cavallo morto; di suor Nicoletta e di suor Pacifica che erano due angeli incarnati; dei tassametri che sono una bella cosa quando non diventano più ladri del vetturino; dei denari che quando uno li ha spesi non ce li ha più; del giorno benedetto dello sposalizio quando avrebbero avuto due bei cavalli e una carrozza da principi; della casetta¬ che li aspettava al loro paese e a quell'ora già la stavano imbiancando dalla cantina al tetto; del mal di mare che egli aveva provato nell'andare a Bengasi; dell’ Italia che ora diceva sul serio e ormai gli arabi lo avevano cap¬ito, e non solamente gli arabi.... e di altre e altre infinite cose. Quanto alla bella Armida, sospirato qualche: “Oh dio! Oh dio!” appena rinvenuta, poi non aveva più fiatato. “Poverina, quanto è buona” diceva lui tra sè. “Non mi sente nemmeno, tanto pensa ancora alla disgrazia di quella povera Felìcita!”¬ e seguitava a parlare senza fermarsi mai, per distrarla. Ma finalmente, così parlando sempre, arrivarono¬ alla nicchia sacra al loro amore; e Peppino, che quando arrivava lì il petto gli rintoc¬cava come un campanile il sabato santo, allungò il solito braccio intorno al collo della sua bella e se la tirò bravamente sotto l'elmo preparando labbra e occhi a quel saporitissimo bacio che da cinque mesi era l'alt! desiderato di tutte le sue giornate e il march! delizioso per i sogni di tutte le sue notti. “Che è stato?!” gridò spaventato Pep¬pino. Armida gli aveva appiccicato una maledetta manata sul collo e si era divincolata da lui; e salendo in furia le scale gli strillava: “Poverino! Anche il bacio vorrebbe, dopo quelle belle cose che mi ha detto! Sperava che me ne fossi dimenticata!... O non sono cattiva? O non hai detto che sono cattiva? E allora, perchè mi vuoi baciare? La gente cattiva non si bacia. Si bacia quella buona.... Va a baciare Felìcita!” Arrivata al primo primo piano, schivò con rabbia l'uscio di casa ed entrò. Ma poi si riaffacciò e gridò: “Sposatela!” E richiuse, che parve una cannonata. La deserta nicchia, forse in premio dei suoi fedeli servigi, ebbe finalmente quella sera una statua. E fu quella del povero Peppino. La statua dello sbalordimento. L'elmo sulle ventitrè, le braccia ancora m¬ezzo sollevate, le mani aperte, le labbra ancora strette e protese come erano per attendere il bacio, le gambe in una scomoda posizione cosicchè sembrava stesse ritto per miracolo, gli occhi grandi e fissi come due bersagli. Se gli si fosse aperta la testa, al posto del cervello, io dico, si sarebbero trovate due sole parole: “È possibile?!” MORSELLI ERCOLE LUIGI Tratto dalla raccolta di racconti IL TRIO STEFANIA Editrice Vitagliano 1919 Ma dunque non vi è mai capitato di pensare che cosa tetra sarebbe il mondo se la gente fa¬cesse solamente quello che sa fare? Quanto a me, per esempio, vi posso dare la mia parola d'onore che da quando mi sono ridotto a fare il mio mestiere, il divertimento di vivere se ne è andato. E se voglio ridere, devo frugare nel¬la memoria ben lontano, in quella romantico-car¬nevalesca anticamera della mia gioventù, nella quale facevo tutto e non sapevo far niente; e per questo provavo lo stesso enorme gusto a fare il tosa¬cani, come a fare il conferenziere; purchè girassi il mondo, e ogni gioco durasse poco. Dicevamo dunque che io ha fatto il ginna¬sta. E siccome ho il cuore buono e mi preme di non lasciarvi per mezz'ora a bocca aperta, vi dirò subito il gran segreto: ci fu di mezzo la donna. Quando c'è di mezzo quella, sapete bene che non è più il caso di meravigliarsi di nulla. Tirato da quella forza irresistibile che la sapienza dei po¬poli stima superare a ben dieci paia di buoi, un uomo qualunque può diventare non sola¬mente ginnasta, ma deputato, truffatore, drammaturgo, assassino, re, arruffa popoli... Rendete dunque omaggio alla mia modestia, e statemi a sentire. Stefania era russa; ma, più che russa, era bella, molto bella. ********************************************************************* MORUCCHIO UMBERTO Murano (Venezia) 1893 Milano 1979 LA VETRINA DELLE BAMBOLE PARLANTI Editore Corbaccio 1933. Raccolta di racconti. Questo bel racconto dà il titolo alla raccolta. Parlate piano, che la sera è un po' triste e ogni rumore la offende. E' una di quelle sere in cui non si riesce a far nulla. Si accende una sigaretta, si aspira il fumo pigramente, si contemplano gli inafferrabili ghirigori che si snodano, si sfilacciano e si sciolgono in una nebbiolina appena visibile. E basta. Anche il pensiero é fermo. Solo il ricordo é vivo. E scintilla fuori di noi, dietro quelle cor¬tine di trasparenze un po' azzurre, che il fumo ha tessuto nella stanza, come qualche cosa di ormai estraneo, da cui ci siamo ormai staccati, non im¬porta se con indifferenza o rimpianto. Triste dol¬cezza del ricordare. Visioni del passato che si snodano ai nostri occhi in bioccoli lenti, pigri ma tenaci. Quelli che noi fummo; quelli che furono con noi, per un tratto del nostro cammino, e poi via, non si sa dove; le cose che ci appartennero, nella realtà o nel desiderio, tutto, tutto si rifà vivo, mentre rigano le nostre finestre le lacrime silenziose della sera malata. Triste dolcezza del ricordare... Ed ecco, d'improvviso, di tutte quelle immagini un sola si indugia, nel fascio della nostra lampada, quasi vogliosa di intrattenersi con noi. Succede anche a me, questa sera, di essere il trastullo di un ricordo lontano, entrato furtiva¬mente nella mia stanza, forse fra un dondolio, fuori, di campane attediate. Ecco: io mi rivedo fanciullo di pochi anni, in una sera come questa. Ho gli occhi trasognati e curiosi dei bimbi che li aprono per la prima volta, meravigliati, sul mondo. Col rammarico che gli occhi siano tanto piccoli per la visione di un mon¬do tanto grande. Sì, è una sera come questa, ma io non sono solo: è con me lo zio Franco, che mi conduce per mano attraverso le vie luminose di una brulicante metropoli. Io non so se l'immagine che io vedo sia proprio la sua: forse è quale potevo formarmela bambino, forse quale l'ha colorita l'ombra del cipresso che lo attirò d'improvviso, fuori della mia luce, nel¬l'ombra. Certo lo zio Franco, che questa sera io rivedo con un bimbo per mano attraverso le vie luminose di una brulicante metropoli, non era un uomo come gli altri. Taciturno, cupo, ma con negli occhi il riverbero caldo di una fiamma di bontà. Di lui ricordo sopra tutto, quel riverbero, e la massa dei capelli serpentini e la delicatezza quasi femminea della sua mano, quando mi spia¬nava la fronte. Pareva che egli desse qualche preoccupazione alla nonna, che lo amava tenera¬mente, ma con la gelosia di chi presente sempre e dappertutto pericoli. E pareva che la povera donna non avessee torto, perchè anche il babbo, che era il suo figliolo maggiore, rimproverava spes¬so il fratello con corruccio quasi paterno e una volta, mi ricordo, lo fece persino piangere ed io non ne capii il perchè. Doveva essere un uomo terribile, dunque, lo, zio Franco. Eppure a nessuno dei miei zii, io vo¬levo il bene che volevo a lui; forse, perchè in¬tuivo, senza spiegarmelo, che egli era rimasto, dentro, un bambino come me, un bambino coi baffi; che è la cosa più bella, ma anche più ter¬ribile, che ci sia. Tutti i giorni, o quasi, mi conduceva con sè a passeggio e mi mostrava tutti i prodigi della vita e aveva per ogni cosa delle parole che neppure il babbo sapeva trovare. A uscire con gli altri, mi annoiavo e fi¬nivo col farmi trascinare a casa a rimorchio, dispettoso e indispettito. Con lo zio Franco non mi accadeva mai. Ricordo anzi che allungavo le gambine più che potevo, perchè egli non sentisse il sacrificio di commisurare il suo pas¬so col mio. Gli volevo un gran bene, ma, veden¬dolo così chiuso, temevo sempre che le mie do¬mande lo potessero infastidire. Così non avevo mai avuto il coraggio di chiedergli perché ogni gior¬no e sempre alla stessa ora si passasse davanti ad una grande vetrina di cristallo e vi si indugiasse molto più che non davanti agli altri negozi, com¬presi quelli dei giocattoli. Ecco: la luminosità d quel cristallo risplende ora nel mio ricordo vivo con lo stupore delle cose fantastiche. Di qua, dove siamo noi, c'è la realtà della strada; ma di lì, c'è il regno del sogno, dove gli aspetti delle cose sono tutti gioiosi e le parole senza suono si rias¬sorbono nell'aria immateriale e luminosa. Di qua, nella strada, passa il signore e passa il pezzente; di là, c'è solo un gruppo di regine o di fate, di esseri meravigliosi per bellezza e per sfarzo. Tutte le sere noi arrivavamo lì, prima che si accendes¬sero le luci e il cristallo sfavillasse come percosso. Restavamo in ombra, come a spiare il sorgere improvviso di quel prodigio che si rinnovava tutte le sere; fermi così, tenendoci per mano. Ed ecco quasi subito, l'ondata luminosa irrompere nella sala e rimbalzare nel cristallo e creare col suo arrivo il miracolo di quelle regine disposte in grup¬pi eleganti. Avrei giurato che prima non c’erano e che nascevano anche esse con la luce. La mia piccola anima ne era come soggiogata e un ugual fascino doveva subire lo zio Franco, la cui mano, che teneva la mia, era corsa da un piccolo tre¬mito. Non erano come la mamma, non erano come le zie quelle donne che sorridevano e parlavano, ma con parole senza suono, riassorbite da quel¬l'aria immateriale e luminosa. Gli occhi avevano scuri e larghi, le bocche rosse come ciliegie, sulle gote un pallore regale. E vestivano sete e le dita scintillavano di gioielli e ai polsi luccicavano cerchietti d'oro. Io osservavo quelle vesti e quelle mani di cera e pensavo con un po' di umiliazione, alle mani della mamma, logorate e sciupate nei lavori della cucina, ai suoi abiti modesti, che al confronto mi apparivano goffi. Tra i tavolini, a cui sedevano quelle donne privilegiate, si muovevano, premurosi, uomini vestiti di nero che recavano qua e là vassoi con tazze e pasticci. Oh, certo dovevano essere re¬gine quelle donne, servite con tanta diligenza in quel dilagare di luce e contese alla strada da quella barriera di cristallo. Restavamo a guardarle a lungo, poi ci allonta¬navamo lenti e quasi a malincuore; lo zio Franco si faceva più silenzioso, io vedevo nel mio cervello quella luminosità regale, con dentro tutte quelle dame che divoravano pasticcini. Ma, ecco ora che, di tutte quelle sere, una mi rivive dinanzi più intensamente: l'ultima. Sì; é una sera come questa, che riga i vetri delle fi¬nestre con lacrime silenziose. La vetrina di cri¬stallo ha il suo solito splendore freddo; ma, l'in¬dugio, lì davanti, è più lungo. C'è dentro (o pare) quasi una maggiore morbidezza, come un tepore proibito a chi sta nella strada; forse effetto della pioggia, fredda e cosi sottile che sembra polvere liquida. Lo zio Franco, durante la strada, non mi ha detto una parola; non ha risposto neppure a qualche mia timida domanda, come non la avesse sentita. Ed ora é là, davanti a quella vetrina e mi tiene sempre per mano, ma guarda fissa¬mente dentro, come se cercasse qualche cosa che non c'è. Mi faccio coraggio e gli chiedo per la prima volta chi sono quelle damine, con le labbra di corallo e gli occhi di viola. Lo zio Franco mi guarda a lungo, come se dovesse pensare la sua risposta, poi mi dice con semplicità: - Bambole. - Cosi grandi? - Cosi grandi. - Bambole che parlano? - Sì. Me lo disse con semplicità, ma forse nella sua voce c'era un tremito che io non potevo sentire. Quel tremito che io sento nella sua voce, adesso che essa mi ritorna dalla lontananza del tempo a ripetermi una bugia infantile, che ha il sapore di una amara verità. Bambole, bambole, sì, per il tra¬stullo o il tormento dei bambini più grandi. Fu l'ultima sera quella che io sostai con lo zio davanti alla vetrina delle bambole parlanti. Per¬ché all'indomani lo zio Franco non c'era più. Mi dissero che era andato lontano, per un lungo viaggio. Ma io ricordo che tutti piangevano, come se da quel viaggio non avesse più dovuto tornare. E due giorni dopo vennero degli uomini vestiti con fogge strane ed entrarono, come padroni, in una stanza e ne uscirono portando a braccia un baule lungo e la nonna gridava come se le por¬tassero via un tesoro e io mi stupivo che il babbo non intervenisse e la mamma si limitava a strin¬germi contro il suo seno, come temesse che quegli uomini strani le rubassero anche me. Non capivo che cosa accadesse, ma sentivo solo una cosa: che mentre la nonna piangeva e il bab¬bo non interveniva e la mamma mi stringeva a sé, zio Franco si allontanava sempre più, per quel suo viaggio lungo e misterioso. Dopo, ho saputo dove era andato; dopo, ho ca¬pito perché se ne era andato. E mi sono anche spie¬gato perché, passando davanti la vetrina luminosa delle bambole parlanti, sentissi un vivo desiderio di fuggire, come se quelle splendide forme mi fossero diventate d'improvviso nemiche. Se ne era andato per una bambola. Era un fan¬ciullo anche lui. Qualcuno gliela negava. Non aveva potuto vivere. Come sono tragici i capricci dei fanciulli grandi, che per una bambola non avuta imbizziscono sino a morire. Ce ne son tan¬te. Ma no, vogliono quella. Capricci. E per una bambola così, anche lo zio Franco se ne era andato, senza pensare che la nonna avrebbe pianto e che io non avrei più avuto chi mi accompagnasse tutti i giorni a passeggio e mii mostrasse le belle cose del mondo. E la nonna lo amava e quella bambola lo derideva; ma egli si era scordato della nonna e non vedeva che quella. Ed ha voluto morire in una sera un po' malata, una sera come questa. Ca¬pricci. ******* ********* ******* Da quel giorno sono passati molti anni e qual¬che filo d'argento si è nascosto come un'insidia tra i miei capelli neri. Ho conosciuto tante cose e il mondo non mi pare così vasto come allora da costringermi a sbarrare gli occhi; anzi mi sono convinto che tante volte i nostri occhi sono trop¬po grandi per la visione di un mondo così pic¬colo. La brulicante metropoli di allora stende an¬cora davanti a me, alla mia febbre di vivere, le sue vie tortuose e diritte, che di sera si illuminano e risplendono di vetrine incantate. E c'è ancora oggi quella vetrina ed ancora oggi, dietro il cristallo grande e luminoso, le damine eleganti, divoratrici di pasticcini e di cuori. Solo non c'è più il mi¬stero, non c'è più il sogno, perché quello è morto con la fanciullezza ed io l'ho appeso come una corona votiva al cipresso dello zio Franco. E se io sosto come allora a contemplare le bambole, che parlano di là dai vetri con una voce senza suo¬no, io so che non sono quelle di allora, so che non c'è la bambola che ha fatto disperare lo zio. Sono altre bambole; ma hanno anche esse occhi di viola e labbra di corallo e vestono sete e si ingem¬mano di anelli e tinniscono di braccialetti. Ma sulle loro labbra rosse io vedo oggi un po' di sangue lontano e mi pare che le loro dita affuso¬late terminino con unghie lucide ma terribili, pronte a giocare, con eleganza indifferente, col tormento vivo di un cuore. Ecco perché, guardando, mi trema qualche co¬sa nell'anima e mi prende uno sgomento infantile, quando la pioggia, come in quella sera tragica e lontana, riga delle sue lacrime silenziose la vetri¬na delle bambole parlanti. MORUCCHIO UMBERTO Tratto dal racconto: IL SISTEMA DEL SIGNORE IN BIANCO E NERO Ho conosciuto la donna che poi doveva diventare mia moglie, esattamente nove anni fa. Ci eravamo incontrati per caso a una festa e subito ci innamorammo l’uno dell’altra. Un amore irresistibile, irragionevole, fulmineo. L’amore assoluto che dà ai due amanti la certezza che quel sentimento non poteva nascere per altri. Lui poteva provarlo solo per lei; e lei reciprocamente solo per lui. Oggi, so benissimo che questa è una stupida illusione. Una illusione che innalza al ruolo di protagonisti quelli che sono solo due comparse necessarie, i servitori obbedienti di un istinto ingannatore. Come? Non capite? Credete davvero che siamo proprio noi, con la nostra povera persona a creare negli altri l’amore? Ma neanche per sogno! L’amore c’è già, prima ancora che noi arriviamo. Noi siamo dei rivelatori, strumenti necessari, ma solo strumenti. Il nostro vantaggio è quello di arrivare al momento giusto, quando nell’altro individuo, maschio o femmina, l’amore (questa voce oscura della volontà della specie) ronza nel cervello o canta nelle vene. Guardate infatti cosa succede fra gli animali che vivono secondo natura e non hanno inventato come noi tante ipocrisie sentimentali; l’amore obbedisce alla legge della stagione o del momento. Proprio così. È inutile illudersi. Nella commedia dell’amore noi siamo come degli attori che si limitano a riprodurre parole e gesti già predisposti da una volontà estranea. Occorrono, sì, ma possono essere anche altri; purchè press’a poco ci siano quei requisiti, la commedia si può recitare lo stesso. Nove anni or sono non pensavo però queste cose nè mi rendevo conto di un’altra verità: chi si innamora, nel momento stesso in cui entra in questo incantesimo, opera nel suo spirito una vera trasfigurazione della persona amata. Della realtà di lei resta in piedi solo quello che vedono gli occhi. Ma dietro quell’apparenza, la fantasia entra in gioco con i suoi riflettori e crea tutto un mondo che non c’è perchè è solo nella nostra illusione, ed è quello, senza saperlo, che noi amiamo di più. ****************************************************************** MORTARA MARIO nato??? Morto??? Tratto dal romanzo TRA SORELLE Editore Elmo 1945 Sorelle: lo stesso desco, la stessa casa; lo stesso sangue nelle vene; anime diverse; destini diversi; diverso inferno; diverso paradiso. Sandra rimase in poltrona. Aveva sorriso allo scatto della sorella, ma subito dopo, appena Giulia iniziò il suo irritato andirivieni fra la cucina e il tinello, scivolò gradatamente in un’inerte mestizia. Non era il caso di esagerare; in tutte le famiglie, si sa, ci sono degli spigoli; ma evidentemente fra lei e la sorella le cose peggioravano in modo allarmante. Non si poteva includere nella innocente categoria degli screzi familiari questa deprimente farsa quotidiana di incomprensione, di continue ripicche, di subdolo malumore. Qualcosa che si avvicinava ormai a un piccolo dramma, senza tuttavia avere la serietà, né il decoro, né il respiro. Un gocciolio isterico di cattiverie, unghiate dispettose al quieto vivere. E tutto questo in modo slegato. Un’ostilità abulica, che non aveva nemmeno il pregio di una direttiva. Un’ostilità senza sfogo, senza mèta, senza base, poiché, almeno da parte di Sandra, non poggiava sul rancore ma sull’affetto. *********************** MOSCARDELLI NICOLA Ofena (L’Aquila) 1894 Roma 1943 Tratto dal romanzo VITA VIVENTE Editore Mondadori 1924 Credetemi, io ho paura della musica. Essa è per me qualcosa di ignoto. Ma la musica del violino è la più terribile, vi assicuro. Essa è cristallo e fumo, spuma di champagne, merletto tintinnante come il riso di un ubriaco, collana di corallo, corona di pampini sulla fronte del vendemmiatore, filo di sangue che chiude la ferita. Essa mi prende alle tempie e non posso dire di no. Mi porta lontano, mi fa uscire da me senza che io lo sappia. Gli uomini inventarono la musica prima delle parole, perchè l’anima ebbe bisogno di parlare prima del corpo. Essa chiama e risponde, è una e mille. Dilata l’orizzonte come un vento, si accende di stelle come il cielo, apre le porte dell’aldilà, solleva il velo che ci acceca, ci ammutolisce e colma di parole. La musica è la voce dell’ignoto, la religione delle cose occulte, lo sguardo che viene dall’alto. Essa conosce tutte le parole che ci abbisognano, ed ognuno può interpretarla secondo il tono della propria anima: l’amore e la disperazione, la speranza e la nostalgia, affidano le loro voci alla voce unica della musica. Non c’è domanda a cui essa non possa rispondere, non c’è passato tanto remoto che essa non possa disseppellire. La vita vuole che si creda in lei. La vita non vuole essere sospettata. Ma come si può vivere quando la musica vi dice che nell’aria ci sono innumerevoli volti che non riuscite nè a toccare nè a vedere; che intorno a voi si aprono infinite strade su cui non potete camminare; che le cose che vedete non esistono ma sono l’ombra di oggetti esistenti lontano. Tratto dal saggio ANIME E CORPI Studio Editoriale Moderno 1932. Basta stare mezz’ora ad un crocicchio per sentire una rete fluttuante di voci che intrecciano intorno a noi la più strana delle vicende. Per sentire la profondità fredda degli abissi, non c’è bisogno di andare sulla cima dell’Himalaya. Basta fermarsi per guardare il cranio calvo di quel signore che da dieci anni va al solito caffè, alla solita ora, col solito giornale spiegato davanti. Per sentire il fremito della vita che cresce, della vita vivente, basta osservare la qualità del lume che accende gli occhi di chi ci saluta, ci incontra, ci parla di fianco a noi. Perciò io amo le piattaforme dei tranvai, le sale d’aspetto delle stazioni, le vetrine dove la folla si arresta, le piazze (certe piazze!) dove passano “certi uomini e certe donne” e il sole ha un “certo”colore, e una altro ce l’ha la luna ed un altro le lampade. Ho appreso più cose sulla piattaforma di un tranvai che prendo ogni giorno, che non in tutti i libri che ho letto. Quando si scava molto si trovano le radici delle querce allacciate l’una all’altra, mentre i fusti e le chiome sono separate. Sopra la terra c’è la diversità, sotto la terra c’è l’unità. Chi descrive un uomo in profondità scrive, senza saperlo, la storia del genere umano. Il pastore con il suo gregge e Napoleone con la sua armata, sono solo due tempi dell’eterna armonia. Tratto da: ANIME E CORPI Lo scrittore Bruno Cicognani è cristiano. Ma siccome oggi tutti dicono di essere cristiani, Cicognani lascia che lo si deduca dalla sua opera. Anche la Primavera quando arriva non manda nessuno a dire: è arrivata la Primavera. Ma il passeggero che trova una viola tra l'erba, che vede un raggio più d'oro fra i rami, si accorge che qualcosa è successo e dice: è arrivata la Primavera. Tutti i poeti hanno un simile modo di fare. A proposito di Cicognani quei pochi che se ne so¬no occupati, hanno quasi tutti fatto il nome di Do¬stoievschi. Tutte le volte che vien fuori uno scrittore che mette le mani sulla polpa della vita, il nome del grandissimo russo è immancabile. Tutte le volte che si parla di un libro nato per rivelare qualche reces¬so dell'anima umana, si sente nell'aria il nome di Do-stoievschi il precursore. Non bisogna meravigliarsi. Tutte le volte che si parla dell'America è fatale che si parli di Cristoforo Colombo. ******* MOSCARDELLI NICOLA Tratto dalla raccolta di racconti: RACCONTI PER OGGI E PER DOMANI Editori Sperling e Kupfer 1938. CARNEVALE Era il giorno in cui, ogni settimana, la signora Estella riceveva le amiche e gli amici dei suoi figli: signore non più giovani e non ancora vec¬chie, giovanetti non più ragazzi e non ancora uomini. Quel giorno, invece, contrariamente al solito, i bambini non erano in casa, e c'era, al posto loro, un gran silenzio per tutto l'appartamento. Estella non se ne era accorta, ma passando nel salotto le parve come di udire quel gran silenzio a cui non era abituata, e quasi ridestandosi tornò nel¬la stanza da pranzo, incontrò la cameriera sulla soglia, e a bruciapelo le chiese: “E i bambini?” Meravigliata quella rispose: “Sono fuori, signora. Non ricordate che sono venuti a salutarvi? Erano aspettati; oggi è l'ul¬timo giorno di Carnevale”. A questa parola Estella ebbe un colpo in pie¬no petto e quasi temendo che sul suo viso si leg¬gesse una commozione che desiderava tenere na¬scosta, tornò in salotto, sedè su di una poltrona e guardò la finestra. Attraverso le tendine colo¬rate penetrava nella stanza una luce falsa, ma¬scherata anch'essa. A onde salivano e si abbassa¬vano i rumori della città. Estella non pensava a nulla: ma quella parola, Carnevale, detta così semplicemente dalla cameriera dava come un di¬verso colore a tutte le cose, a cominciare dalla luce. Per quanto Estella volesse avere un pensiero, uno solo, magari un pensiero da nulla, ma che la accupasse interamente, non ci riusciva. Il suo sguardo andava da un oggetto all'altro e da que¬sto alla finestra automaticamente: e poichè il cre¬puscolo continuava ad oscurare la stanza dando a lei più profondo il senso della solitudine, udì con gioia quasi infantile l'acciottolio delle tazze che la cameriera preparava per il té. Finalmente! Fra poco sarebbero venute le amiche, i bambini, gente con cui parlare, distrarsi, essere un'altra: e l'oppressione di poco prima sarebbe stata un nul¬la, un grano di polvere sulla splendente nudità della sua gioia. Si alzò, accese le luci: gli oggetti anche i più semplici tirarono fuori le loro ombre come se ognuno di essi avesse ai piedi disteso un paggio proporzionato alla sua statura, e i ninnoli d'ar¬gento e di porcellana ammiccarono di nuovo qua¬si ebbri di luce. Un nuovo tepore circolava nell'ambiente: e fra poco sarebbe venuta della gente, con le no¬tizie della città, con le piccole malignità, con le notiziole segrete da assaporare, abbassando la voce, come dei cioccolatini attossicati. Che impor¬tava che i figli erano usciti? Sono giovani, han¬no bisogno di distrarsi, di non perdere un'occa¬sione qualsiasi. Sarebbe venuta Margherita, quella che sa tut¬to di tutti e magari inventa, ma con così chiara conoscenza delle cause e degli effetti che quella che è bugia o semplice malignità questa setti¬mana, diventa lampante verità la settimana dopo. Sarebbe venuta Ginevra così cara se non aves¬se il difetto di essere troppo leggera: e poi quasi a far da antidoto, Marcellina sempre tranquilla, che non sa mai nulla di nessuno, ma viene pro¬prio per Estella, per passare un'ora dalla sua Estellina, così come si va a passare un' ora al sole. Tante altre, come al solito, sarebbero venu¬te: e i bambini avrebbero fatto chiasso da una parte, per conto loro, meravigliati di non esserci tutti. Così pensando Estella si alza, sposta un gingil¬lo, guarda la copertina di una rivista, tira in qua una sedia e l'ombra di essa cambia di lato come se avesse paura della luce, e tenta di dare un ordine ai propri pensieri dandone uno agli og¬getti. Evidentemente oggi non verrà nessuno. Si so¬no dimenticate di lei. Nel medesimo istante squil¬la il campanello. Estella rimane appoggiata alla spalliera di una poltrona: passano due o tre se¬condi, ed ecco apparire sulla porta Marcellina, timida, avviluppata di silenzio, coi begli occhi neri sotto le ciocche mezzo grigie e mezzo nere dei capelli. Si abbracciano, siedono sul divano. “Una giornataccia.” dice Marcellina “Tu come stai?” “Non c'è male. E tu?” “Bene. Un po' freddo. Ma insomma...” E alza le spalle.... Poi, guardando intorno: “Sola?” “Solissima, come vedi. Si sono tutti scordati di me. Ma ci sei tu....” “Troppo buona, cara Estella. E i bambini?” “Usciti.” “Capisco, li hai mandati fuori, troppo giusto; oggi è l'ultimo giorno di Carnevale.” “Sì, giusto, non ci avevo pensato.” “Noi non ci pensiamo, ma c'è chi ci pensa. È perciò che oggi sei sola come me, Estella.” “Come, tu credi che tutti, oggi....” “Ma certo, mia cara, oggi tutti sono fuori, chi di qua chi di là. Per via non si passa, tanta è la gente.” “Davvero? E dire che io non esco da tre giorni.” “Io nemmeno. E se non fosse stato per pas¬sare un'ora in tua compagnia, sarei rimasta tappata in casa. Sono vecchia, ormai.” “Non lo pensare nemmeno! Se sei vecchia tu, lo sono anch'io, capisci?” “Sai, cara, la vecchiaia è un'opinione. Se ci sentiamo vecchi siamo vecchi, se ci sentiamo gio¬vani siamo giovani: l'età non c'entra. Ti assicuro che fino a qualche anno fa mi interessava ancora il Carnevale, oggi non più. Tu, più giovane, te ne sei soltanto dimenticata.” “Ma no, cara, vedi, mi è passato di mente, cosi....” “Scommetto che fino a qualche anno fa tu andavi perfino ai veglioni, vuoi negarlo?” “Perchè? Anzi ti mostrerò una fotografia in cui sono mascherata. Vuoi prendere quell'album che è proprio vicino a te?” “Eccolo. Permetti che lo sfogli?” “Ti pare? Anzi.” Marcellina alza la coperta dell'album ed appa¬re una bambina con una bambola in braccio. Estella si curva un poco da un lato e guarda an¬ch'essa. “Guarda, Estella, allora avevi sei o sette an¬ni, vedi, e quasi non ti si riconosce. Sì la fronte, l'espressione degli occhi, forse, sono come ora. E questa collegiale qui accanto?” “Una fotografia di collegio a fin d'anno. Pri¬ma di mandarci in vacanza ci fotografavano sem¬pre. Ce ne devono essere delle altre.” “Infatti eccone un'altra. Lo stesso costume, ma sei già un'altra, vedi? E questa signora che ti sta vicino, qui appresso, non è forse la tua mamma?” “Sì, la mamma: eravamo sul lago di Como.” “Che bei posti, anch'io ci sono stata! Che gonne lunghe usavano allora! Vedi come tutto cambia. E questo giovane che gioca a tennis non era forse il tuo fidanzato?” “Sì, fidanzato: anzi quando lui me la diede, eravamo appena appena fidanzati.” “Scommetto che nella pagina appresso c'è il tuo ritratto in abito da sposa. Ah, no! Sono corsa troppo. In barca sul lago. E tu dove sei? Aspet¬ta, aspetta.... eccola, sei tu, qui vestita di bianco.” “Che gita, mia cara, se ci ripenso: fummo a un punto dall'affogare.” “Oh!... Ma, vedo, qui siete tornati in città, forse questi erano i giorni dei preparativi di noz¬ze. Infatti! Eccoti qua col tuo vestito bianco, col lungo strascico, come eri, come sei bella! Quanti anni avevi?” “Ventidue. Ma, ti prego, salta queste foto¬grafie, guarda verso la fine dell'album, dammi qua, per favore, voglio mostrarti il mio ritratto in costume del settecento, l'ultimo Carnevale di....” “E questi, cara, non son tutti ritratti di car¬nevale? Pare impossibile, eppure....” “Marcellina, non ti capisco, dimmi.” In quel momento entrò la cameriera col vas¬soio del tè. “Scherzavo, sai. Un'idea mia che non ha nes¬suna importanza. Ma tante volte mi è venuta in mente guardando delle mie vecchie fotografie che non mi sono trattenuta dal dirla anche dinanzi a queste. “E allora? Vedi che non è un'idea da nulla?” “Anzi, proprio per questo. Guardando queste fotografie, le tue, le mie, quelle di chiunque, sembra di vedere il tempo che è passato, come eravamo allora e come siamo ora. Eccoti bambi¬na con la bambola, eccoti con l'abito del colle¬gio, eccoti sul lago con la mamma e poi col fidan¬zato in barca, e poi in abito di nozze, e poi come vedi, con i tuoi bambini, quando li portavi in braccio e quando ti sgambettavano accanto: e giù giù continuando c'è il tuo ritratto in costume di un tempo ancor più antico, che non ho ancora visto ma che vedrò fra poco. Non vedi tu che ognuna di queste fotografie ci rimette sotto gli occhi l'immagine di un'ora che non è più, e l'immagine di noi passata, passata e che non tornerà più? Ci siamo abbigliate da fanciulle o da spose, da fi¬danzate o da Marioline, per una festa che era di tutti i giorni senza che noi ce ne accorgessimo; un carnevale non segnato dal calendario e che noi festeggiavamo senza saperlo, un carnevale che era la nostra vita stessa, prima con le gon¬ne corte da bambina, poi col costume del colle¬gio, poi con le gonne lunghe da signorina, poi con l'abito da sposa, e ad ogni nuovo costume corrisponde una stagione della nostra vita, una giornata del nostro carnevale passato, finchè un giorno il carnevale è finito, e non abbiamo avuto più nessun costume da indossare, e siamo rimaste così, con i nostri vestiti scuri e guardare i no¬stri bambini che rifanno la nostra stessa strada, essi ai primi, noi all'ultimo giorno di carnevale, come oggi, come ieri, come domani, perchè per noi la festa è finita, ma per loro continua, comin¬cia adesso, una festa che non avrà mai fine, come a loro sembra, come a noi sembrava quando pas¬savamo da un vestito all'altro, da un'anima al¬l'altra, di fanciulla, di sposa, di madre. Ora ci siamo fermate, sole sole qui nel tuo salotto, per¬chè la mascherata è finita, e ce lo diciamo a bassa voce perchè gli altri non sentano, non devono sentire.” Marcellina chiude l'album, lo rimette a posto, si curva sul vassoio del tè, prende la tazza; Estel¬la automaticamente la imita, e nel rialzare insie¬me il capo pare per un attimo che le loro tazze si sfiorino come si incontrano i loro sguardi, qua¬si che vogliano fare un brindisi invece che con una coppa di champagne, con una tazza di tè or¬mai freddo. ********************************************************************** MURA pseudonimo di Maria Volpi Nannipieri nata a Bologna 1892 morta in un incidente aereo a Tripoli nel 1940. Tratto dal romanzo PERFIDIE editore Sonzogno 1939. Parlerò di donne, e anche di uomini. Non dir male delle donne è difficile. La donna è una preziosa viperetta che si presta troppo alle frecce. Guai a pestarle la coda. Si volta subito mostrando i denti, con gli occhi brillanti, belli sì, ma cattivi, e sprizza veleno da ogni parte. Amo le donne. Mi appassionano. Mi interessano. Sono il più bell’esempio di semplicità umana attraverso una rete complicata di stati d’animo. Le studio. Sto accanto a loro, le seguo dovunque, fino al momento nel quale si smascherano e cadono; allora le osservo attentamente. La donna, essendo più intelligente dell’uomo, può meglio comprendere il male, raffinarlo, perfezionarlo, farsene un’arte, un’arma di bellezza e di seduzione. E adesso io vi parlerò di donne: di donne perfide, che hanno viva l’intelligenza e fresca l’anima. Di donne con dei begli occhi lucenti, delle belle mani morbide, dei lunghi capelli ondulati. Riunirò in un fascio tutto il profumo e tutto il veleno di un bel mazzo femminile. ************************* NATOLI LIONELLO un altro grande scrittore italiano non riconosciuto dalla cultura ufficiale. Nato a Roma nel 1929 lavorò con Fellini ed ebbe vita avventurosa. Si trasferì a Parigi dove sposò una schiava della mafia francese, sfidando così la potente organizzazione. Inseguito dai sicari tentò il suicidio dentro la cattedrale di Notre Dame. Tornò in Italia con la moglie Gisele e la figlia Fabienne. Partì in pellegrinaggio a piedi da Milano a Roma, con una croce di 20 Kili in spalla. Fu ricoverato all’ospedale di Firenze. Scrisse le sue memorie in un capolavoro: PIETA’ PER I BAMBINI GRANDI pubblicato da Gino Sansoni nel 1955. La casa editrice Astoria di Milano, delle sorelle Giussani ( ideatrici di Diabolik) ristampò il libro 9 volte dal 1960 al 62 cambiando il titolo in PARIGI NUDA. Lo scrittore morì a Viareggio nel 2006. La figlia vive ancora in Italia. Lionello Natoli dalla autobiografia: PIETA’ PER I BAMBINI GRANDI Editore Sansoni 1955 La stazione di Parigi rappresenta il punto di arrivo di tutti gli irrequieti, il sogno di tutti gli amanti. La grande e vecchia stazione è un porto che ogni giorno accoglie e smista nel ventre di Parigi avventurieri, letterati, uomini che hanno raggiunto la gloria e aspiranti alla celebrità. Ecco Parigi. L’antica e pazza città di tutti gli amori, dove la tradizione si confonde con i movimenti artistici e letterari di avanguardia. Le case al mattino sono grigie, azzurre, capricciosamente mutevoli. E i marciapiedi sono affollati di persone che vivono la loro commedia, il loro dramma o la loro tragedia. Personaggi anonimi che vivono in silenzio la parte del copione a loro affidato. Ecco Saint Germain, il quartiere dei pazzi, dei fuorilegge, degli artisti, dei bohemien e degli svitati. Ecco il Tabou, il più vecchio locale dove il filosofo Sartre parlava di esistenzialismo, ancor prima di arrivare alla celebrità. La statua di Diderot, grande filosofo francese, sta in mezzo a una piazza, ignorato da tutti. Tiene un libro aperto in mano, una penna nell’altra e ha uno sguardo pensieroso. Non capisco perchè gli uomini riempiono le piazze con le statue dei loro simili, morti da tanto tempo. Forse per ricordare a se stessi che appartengono a un’umanità che ogni tanto genera un genio. Un giorno infatti, chiunque può finire su un piedestallo di marmo e da lassù guardare il mondo con superiorità e distacco. La cattedrale di Notre Dame alza le lunghe torri contro il cielo nero. Questo angolo quieto e pieno di poesia serve a calmare il mio spirito. In piazza St. Michel la fontana getta tre bracci d’acqua nella vasca. E’ scesa la notte. I bar sono chiusi, nascosti dietro le vetrate nere. Io mi sento solo nella piazza. Mi sento solo nell’universo. Il fruscio della pioggia con la sua dolce malinconia. Un leggerissimo velo che mi separa dal resto del mondo. La pioggia mi ha sempre affascinato. L’amo molto, più del sole o della neve. Forse a causa del mio temperamento malinconico. Agli angoli dei marciapiedi mucchietti di coriandoli rotolano nella fanghiglia di polvere e neve. Qua e là, cappelli di carta e maschere rotte ridono tristemente. Ancora per un poco, prima che la scopa dello spazzino le faccia tacere. Sento una musica che sembra fatta di pezzetti di ghiaccio iridati e taglienti. Le ondate di musica salgono da una stretta scaletta fumosa. Le note più acute attraversano la pelle come spille di acciaio. In ogni istante della vita il denaro è stato il mio più grande nemico. Il denaro. Ogni azione, ogni gesto o sorriso viene pagato, sempre. Perchè un bambino nasca sano è necessario che il denaro abbia la sua parte di lacrime. Tutti gli uomini si inchinano davanti al denaro, in ogni momento, come davanti a un idolo senza pietà. E’ l’alba. Le campane suonano. Le vecchiette che vanno alla prima messa alla cattedrale, sono appena uscite di casa. Piccole figurine coperte da grandi scialli e lunghe gonne. Quanti kilometri hanno percorso nella loro vita per raggiungere la chiesa, con la pioggia o col bel tempo. Prima a passo svelto, sorridenti; poi sempre più curve, fino a diventare come sono adesso. ********************************************************************* NOTARI UMBERTO Bologna 1878 Perledo 1950 Se esaminiamo i giudizi dei giornali di quel periodo, troviamo moltissimi articoli che esaltano le qualità dello scrittore. Ecco alcuni titoli di recensioni dei suoi libri: Italiano poliedrico. Faro girante di idee luminose. Forgiatore di uomini. Creatore di idee grandiose. Il modernissimo fra i moderni. Scrittore rarissimo con pagine che si divorano. Moralista in salsa piccante con una attività vertiginosa. Una penna potente. Maestro nell’arte di farsi leggere ha scritto una serie di capolavori. Un grandissimo artista. Eccetera. Eccetera. Umberto Notari è un osservatore profondo e perforante. Sotto la mannaia della sua penna cadono dottrine e filosofie, convenzioni, mascherate e ipocrisie. NOTARI UMBERTO dal romanzo IL GIOCATORE DI BRIDGE Società Anonima Notari 1930 Il funzionarismo avanza da tutte le parti. Il 50 per cento delle persone fanno gli impiegati. Che cosa è il funzionarismo? Scartoffie. Che cosa è l’impiegatismo? Carte su carte. Ogni passo è impigliato in una carta, ogni iniziativa si divincola in un mucchio di carte. Ogni volontà è sbarrata da dighe di carte. Senza carte non si può nascere, non si può morire, non si può vivere. Democrazia. Tutto per il popolo. Re, Imperatori, Presidenti di Repubbliche, senatori, deputati parlano solo del popolo, pensano solo al popolo, si muovono solo per il popolo. Il popolo è tutto. Credi che il popolo siano i banchieri, gli industriali, i proprietari di palazzi, di terre, di negozi, i ricchi, gli agiati, i benestanti? No! Il popolo è povero. Il popolo è quello che non ha niente. Il popolo siamo noi. Più si fa niente e più si ha niente. Più si ha niente e più si è popolo. Più si è popolo e più si ha tutto. Guardiamoci intorno. La maggioranza della gente non produce un fico secco. Chi fa qualcosa è preso di mira, combattuto, avversato, ostacolato. Quanto più uno si affanna a farsi largo, tanto più gli saltano addosso. La tendenza generale, l’orientazione, la spinta prevalente sono verso “il più piccolo”. Parlamenti, leggi, riforme idee, sentimenti, gravitano verso le “classi meno abbienti”. In tutti i campi, l’invidia, la cupidigia, l’incomprensione sbarrano la strada dell’individuo intelligente. Il contadino deve legare l’asino dove vuole il padrone. Il magistrato deve applicare le leggi secondo il prevalere dei partiti politici. L’avvocato deve maneggiare il codice secondo il tornaconto dei propri clienti. Il giornalista deve dare opinioni gradite al proprietario del giornale. L’artista deve uniformarsi alle esigenze e ai gusti del pubblico. Mi dicono che io scrivo parole spietate, ma non è vero. Sono le cose che sono spietate. **** *********** In un altro suo libro Notari esamina il problema della scarsa natalità: le coppie moderne non vogliono figli, o vogliono pochi figli. Ancora il grande precursore Notari individua (in anticipo sui tempi) la radice del problema. NOTARI UMBERTO dal romanzo SIGNORA 900 Editrice Società Anonima Notari 1927. Qual’era il clima in cui viveva la giovinetta della vecchia generazione? Nessuno lo sa più. Forse nessuno osa più dirlo. Era un clima puramente, innocentemente, fervorosamente amoroso. C’erano i poeti che recitavano i bei versi in collegio; i romanzieri di cui si leggevano furtivamente e si imparavano a memoria i brani più ispirati; le canzoni che si sentivano cantare per strada; le commedie a cui si assisteva in teatro. C’era tutto insomma un’atmosfera impalpabile di racconti, di ansie, di aspettazioni, di confidenze, di sogni, di preghiere, di voti, da cui balzavano due protagonisti: l’amore e il matrimonio. La giovinetta cresceva in una atmosfera sentimentale, quasi romanzesca, in attesa di quei palpiti che le compagne o le amiche narravano di aver provato; di questi incontri alla messa domenicale, alla passeggiata serale, alla festa da ballo che potevano decidere di tutta la sua vita. Quale incanto, quale brivido era per la giovinetta, che un Ufficiale degli Ussari aveva divorato al galoppo 50 Kilometri che separavano la caserma dalla casa di lei per poterla soltanto vedere! E la delicatezza e la suggestione delle serenate, a notte alta, sotto le finestre. E il tremito di piacere e di spavento insieme, alla prima parola mormorata, con rispetto pari all’ardimento, in chiesa, durante una funzione, mentre la ragazza stava fra la madre vigile e l’istitutrice sospettosa. E la complicità delle amiche e le scaltrezze delle cameriere per farle giungere un messaggio, un biglietto, un fiore, un sospiro! Cosa diventava, in quei tempi di abbandono, di poesia, di innocenza, che cosa diventava il bacio dell’innamorato? Ah! Queste cose le ragazze moderne non le sanno e non le sapranno mai. Io, sinceramente, ho per loro un profondo rimpianto. In sostanza, la giovinetta della vecchia generazione, nasceva, per così dire, già sposa e già madre; e il giovane pensava solo a diventare corteggiatore, poi sposo e poi padre. Spesso l’amore era una sdolcinatura e l’affetto per il marito era una illusione o una dissimulazione. C’era nella donna una ignoranza, o meglio, una buona fede così rispettosa (oggi si direbbe gerarchica) verso il proprio marito, che questa bastava per mantenere unito il matrimonio. E molti bei bimbi nascevano. *********************************************************************** ORIANI ALFREDO Faenza 1852 Ravenna 1909 PENSIERI SULL’AMORE E SULLA DONNA. Libreria Editrice Moderna 1921 Aforismi sulla donna e l’amore, ma anche sulla morte, il genio, la follia, la gloria. Come il genio e la bellezza, l’amore è una gloria per pochi. La donna ci fece perdere il paradiso. Lei sola può farcelo dimenticare. L’amore che la donna sente, non somiglia a quello che ispira. La bambina, la fanciulla, la vergine preparano la madre, accumulano la seduzione per il maschio, la forza per il figlio. Soltanto la bara è abbastanza stretta perchè una donna non possa sdraiarsi al nostro fianco. Chiunque teme la morte non giungerà mai all’amore nè alla gloria. La gloria è la più alta delle solitudini. L’amore nel grido supremo invoca la morte. La gloria è un sole senza calore; l’amore è un sogno che realizzandosi si dissolve nella materialità. Come l’amore, il genio rompe sempre ogni freno. Solamente i casti sono voluttuosi, perchè solo l’anima può provare nel delirio dei sensi l’ebbrezza dell’infinito. Ogni altro amore è piccolo come l’egoismo, povero come la morte. L’amore dell’uomo per una vergine è effimero come il sorriso di un’alba, la quale si perde nel giorno. Tutto passa e le ombre dileguano come le figure. Tutto stanca, anche la bellezza che ci accendeva gli occhi, anche l’amore che ci sollevava nella speranza della felicità; anche la gloria che ci prometteva il comando nella solitudine dell’ammirazione. Fiori e illusioni, cadendo, lasciano sempre lo stesso freddo ai rami e ai cuori; ma i fiori si vestono prontamente di foglie, le illusioni si coprono solamente di muffa. ******************************************************* PANZINI ALFREDO Senigalla (Ancona) 1863 Roma 1930 Dalla raccolta di racconti: IL DIAVOLO NELLA MIA LIBRERIA Editore Mondadori 1926 Questi libri mi sono pervenuti da una eredità di mia zia. Anzi, l’inventario dice: Nella legnaia; un cassone di abete, pieno di vecchia cartaccia e libri, Lire 8. Dunque i libri erano in un cassone di abete, nella legnaia, e il loro valore fu stimato in lire otto dall’inventario. Povera zia, che la luce del Signore mai per te si spenga; ma tutta la sua eredità valeva poco di più. Ma perchè perdo il mio tempo? Che farò di questi libri? Li porterò a casa? Ma le donne protestano che non c’è posto per tanta carta. Ecco, li venderò. I breviari li venderò al parroco. Tutti quei libroni neri, così a occhio e croce, potevano arrivare a 30 Kili. Era già un bello scarico. Ma il parroco disse: “Nemmeno se me li regala!” “Ma perchè? Non deve lei recitare il breviario?” (La mia idea era di offrire un breviario per ogni parroco). “Sì, ma il breviario ultimo. Gli altri non contano.” Allora è per i breviari come per i nostri libri di scuola. E così tornai a casa con i breviari. Allora andai da un libraio il quale mi spiegò che tutti i libri seri, teologia, legge, filosofia, medicina, del secolo 1600 e 1700 non valevano niente: “Lei li può bruciare senza rimorso.” “Ma allora” dissi io “diranno così nel secolo 2100 di tutti i libri del secolo 1800 e 1900.” Ecco, dunque, come io diventai bibliofilo; ma purtroppo, mi accorsi che erano quasi tutti libri seri. Avrei dovuto farne un falò. Ma mi pareva che dovessero venir fuori le anime dei morti, e anche quella della mia povera zia a rimproverarmi. E anche una compagnia di preti per reclamare i loro breviari. Le prefazioni; è curioso come in quei secoli, Seicento e Settecento, questi scrittori sentissero il bisogno invincibile di professarsi umilissimi servi di qualche Cardinale, Principe, Monsignore a cui il libro è dedicato; di essere annoverati servitori di qualche potente; tutti sottomettono sè stessi e l’opera propria. Mi viene voglia di portare nella concimaia tutti questi libri del Seicento e del Settecento. Nel Seicento la Spagna comandò in Italia. Nel Settecento comandò l’Austria. Poi comandò la Francia, poi tornò a comandare l’Austria. E in questo secolo chi comanda l’Italia? Via, addormentiamoci un po’ sopra questi inutili libri del Seicento spagnolo e del Settecento austriaco. Tutti questi bravi scrittori erano cortigiani di un uomo divinizzato, come oggi sono cortigiani della massa divinizzata. Ecco questo libro stampato a Venzia nel 1605: A Comune Utilità Posto In Luce. Esso parla del diavolo, cioè “delle stupende e mirabili operazione delli Demoni”. Leggo. È un libro infantile e, da principio, mi sono messo a ridere. Il demonio è dappertutto, nelle foglie, perfino nella lattuga, nel vino, nel pepe, nella cannella e altre cose aromatiche che possono muovere gli spiriti vitali che sono nel corpo. Più terribile è il demonio quando appare “verbi gratia ad uno che vadi in Chiesa, in forma di bella donna.” Ma è possibile che nel secolo in cui Galileo Galilei e altri valentuomini ponevano le basi della scienza moderna, ci fossero uomini rispettabili come teologi, canonici, che scrivessero libri così intorno al demonio? I demoni sogliono sollecitare maggiormente le femmine perchè hanno meno forza di ragione a resistere. I demoni si divertono a mettere in tentazione i vecchi canonici. Le monache poi non erano mai lasciate in pace. E anche gli eremiti. Quello che poi fu Papa col nome di Celestino V, da giovane fu inseguito da due femmine nude. E lui su per i monti, e loro dietro. Naturalmente erano due diavolesse. E finalmente il povero eremita, spaurito e tremante, trovò rifugio negli inaccessibili dirupi del monte Maiella. Ma quale orribile titolo ha questo altro libro: SACRO ARSENALE OVVERO PRATICA DELLA SANTA INQUISIZIONE. È stampato in Bologna nel 1679 ed è di 528 pagine. È spaventoso! Dentro, vi si arrosta, taglia, attanaglia, sospende, brucia... Questo libro è un codice, una specie di vade-mecum legale di quei tempi. Guardo la cartapecora ingiallita e vi scorgo delle impronte scure. Impronte delle mani degli inquisitori? Macchie di sangue? Il libro mi cade per terra. Lo raccolgo. È una lettura che attrae e respinge. Ma avvenivano cose pazzesche in quegli antri oscuri dell’Arsenale della Santa Inquisizione! Vedevo quei frati domenicani in quel loro manto, con quei due colori, come l’alfa e l’omega, la vita e la morte, cioè il bianco e il nero. Vedevo quell’espressione di potere e di tristezza che hanno i loro volti. Stendevano il braccio entro la gran manica candida, fuori dal panneggiamento nero e comandavano ai manigoldi di frugare le vive carni. Le grida di strazio e le bestemmie dei martoriati erano come fumo di ebbrezza per i Padri Inquisitori. Che cosa facevano, quegli inquisitori, quando riuscivano a prendere una giovinetta strega bianca, di quelle che essi vedevano per i campi e per le selve: “Dove si nasconde, dove si nasconde il demonio, o impudica?” E talvolta è accaduto che qualche inquisitore, sentendo il demonio che entrava nelle sue carni, si è messo a gridare: “Bruciate anche me!” ******************************************************+ PANZINI ALFREDO Dalla raccolta di racconti SIGNORINE Editore Mondadori 1921 Potrà accadere che, vedendo quante signorine vanno in giro, uno sia preso da sbigottimento e domandi: “Ma dove vanno?” Vanno dove devono andare. Intanto vanno in giro. I moralisti sono preoccupati; ne incolpano i libri, il cinema, il ballo. Guardo questa signorina che ho davanti a me sul treno. Stando seduta, le sottanine corte diventano ancora più corte. Pare una duellatrice che attende il nemico. Chi è il nemico? L’uomo. La signorina è in attesa, quel piede fermo vi dice che sta per fare un balzo. Verso che cosa? Verso il piacere di tutta la vita; ma senza limitazioni. La signorina domanda l’amore. Sì, anche l’uomo domanda l’amore e con più forza della donna. Però l’uomo domanda anche tante altre belle cose: l’ordine della società, i tribunali, le accademie, le assemblee, le onorificenze. Ora, una signorina può fare tutte le cose: prendere parte a un tribunale; dirigere un congresso; parlare dai pulpiti; ma non possiamo prenderla sul serio, a meno che non sia bruttissima. E la ragione è semplice: la cosa seria è proprio lei. Ma ella da sola non basta a sè. Ha bisogno dell’uomo. E lo ama e lo odia; perchè entrambi respirano l’amore, ma lo respirano in modo diverso; come alcuni animali respirano con i polmoni e altri con le branchie. La signorina attende. Quella sua bocca amara fa capire che ella ha gravi rimproveri da fare all’uomo: “Cosa avete fatto oggi? Di cosa vi siete occupato? Di astronomia? Di sociologia? Del giornale? Della banca? Della rivoluzione? Ma non capite stupido che ci sono io; che sono tutto, sono tutte queste cose insieme! E non pretenderete che facciamo come le povere ragazze che vanno ancora a messa, fanno il bucato e attendono in casa, con rassegnazione, lo sposo. Quelle non le guardate nemmeno, stupidi uomini! E non pretenderete che noi pensiamo sul serio! Questo è un esercizio fa venire le rughe. E non pretenderete che noi rinunciamo. Voi uomini non rinunciate e noi nemmeno! Voi uomini valorizzate tutti i vostri valori materiali; e noi valorizziamo il nostro vero valore: la bellezza!” **************************************************************************** PAPINI GIOVANNI grande scrittore fiorentino tradotto in 52 lingue (compreso il giapponese) e poco conosciuto in Italia! Papini afferma che la Cultura è in mano ai bibliofili, agli appassionati lettori e NON si trova nelle università, nelle scuole, nelle biblioteche pubbliche. GIOVANNI PAPINI Firenze 1881 1956 dalla raccolta di saggi: MASCHILITA’ Vallecchi Editore 1942 Su youtube visibile al canale Sergio Bissoli. Chiudiamo le scuole! Professori, dottori, laureati e laureandi. Chiudiamo tutte le scuole. I Maestri più famosi non sono mai stati scolari. E accade anche oggi che professori universitari debbano per forza occuparsi di pensatori, scrittori e ricercatori che non sono mai andati all’università. E che anzi, spesse volte, sono stati in contrasto con il sapere costituito e i suoi rappresentanti ufficiali. Chiudiamo tutte le scuole. Diffidiamo di quei casamenti di grande superficie dove molti esseri umani vengono rinchiusi. Chiudiamo le scuole. La civiltà non è venuta fuori dalle scuole. Le scuole intristiscono gli animi invece di sollevarli. Le grandi scoperte, le scoperte decisive della scienza non sono nate dall’insegnamento pubblico; sono nate dalla ricerca solitaria, disinteressata e magari pazzesca di uomini che spesso non sono mai andati a scuola, o non insegnarono mai in una scuola! Chiudiamo le scuole. La scuola essendo per sua necessità formale e tradizionalista, ha contribuito spesso a pietrificare il sapere e ritardare, con testardi ostruzionismi, le più urgenti rivoluzioni e riforme intellettuali. Chiudiamo le scuole. La scuola è, per sua natura, non una creazione, ma un semplice veicolo e strumento. Non inventa le conoscenze, ma si vanta di trasmetterle. E le trasmette anche male perché, trasmettendole, dissecca e distorce i cervelli ricevitori e impedisce il formarsi di altre conoscenze, nuove e migliori. Chiudiamo le scuole. Diventiamo liberi per imparare veramente qualcosa. Perchè non si impara nulla di importante dalla scuola. Si impara soltanto dai grandi libri e dal contatto personale con la Realtà. Chiudiamo le scuole! La scuola insegna moltissime cose false o inutili, e ci vuole poi una bella fatica per liberarsene; e non tutti ci riescono. La scuola abitua gli uomini a ritenere che tutta la sapienza del mondo consista nei libri stampati. La scuola non insegna mai ciò che un uomo dovrà fare effettivamente nella vita, per la quale occorre poi un lungo e faticoso noviziato autodidattico. Chiudiamo le scuole. Chiunque è passato attraverso gli studi di una educazione classica e non è diventato più stupido, può vantarsi di averla scampata bella. La scuola è così essenzialmente antigeniale che non istupidisce solamente gli scolari ma anche i maestri. Bisogna chiudere le scuole. È urgente chiudere le scuole. Daremo pensioni vitalizie a tutti i maestri, istruttori, presidi, professori, liberi docenti e bidelli, purché lascino andare i giovani fuori dalle loro fabbriche privilegiate di Cretini di Stato. Ne abbiamo abbastanza, dopo tanti secoli! In Italia, dove tante cose vanno male, e alcune talmente male che non potrebbero andare peggio, sarebbero un miracolo se le biblioteche pubbliche andassero bene! Tutti gli uomini che hanno fatto qualcosa di buono e di bello nel mondo, non sono mai andati a scuola, o ne sono scappati presto; oppure sono stati cattivi scolari. PAPINI GIOVANNI dal saggio autobiografico: UN UOMO FINITO Mondadori Editore 1964 Filosofia! Desiderio e speranza di una certezza riposante; porta santa delle verità difficili; filtro di ascetico entusiasmo; dolcezza di una vita mancata; surrogato delle gioie fisiche, delle consolazioni a pagamento. Filosofia. Mondi aladinici di fantasmi più vivi dei vivi; ombre più sireniche dei corpi; di parole più polpute delle cose; di formule più infiammanti di una poesia. Filosofia, a te io debbo tutto. Io fui tutto tuo e tu fosti tutta mia. Eppure venne il momento in cui mi apparisti per quello che sei: cabala affannosa di segni attorno al nulla; corsa ironica verso la distruzione di te stessa. Ed io ti ripudiai, filosofia, ti disprezzai, ti licenziai e ti tradii. Non sapevo che farmene di una conoscenza che non fa neppure conoscere e che non entra neppure di straforo nella vita nostra e non la cambia neppure di un etto. Noi vogliamo la teoria strumento, l’idea martello. Io volevo diventare Dio. Volevo essere Dio. Ecco il sogno grande, l’impresa impossibile il fine supremo cercato! Anche gli imperatori di Roma, anche i pazzi tranquilli credevano di essere Dei. Credevano già di esserlo, non si proponevano perciò di salire alla sfera divina. Io no! io volevo essere Dio; riconoscevo di essere ancora lontano dalla meta. Ma, come si poteva concepire un santo senza miracoli, come si poteva concepire un Dio senza poteri. Perciò, il mio scopo immediato era: accrescere all’infinito il potere della volontà; far sì che il mio spirito potesse comandare a uomini e cose senza bisogno di atti materiali. Volevo cioè: fare miracoli. Niente altro. I santi, i maghi, i profeti ebrei, i fachiri indiani pretendevano di avere fatto i miracoli. I santi mi portavano verso le religioni, i maghi verso le scienze occulte. Tutti e due erano riusciti a compiere appunto ciò che io volevo: i miracoli. Prima provai con le sedute spiritiche, fra le vecchie isteriche, le lampade rosse, il silenzio penoso in attesa dei colpi medianici. Poi incontrai uomini che parlavano di dottrine superiori, di tradizioni segrete, di maestri invisibili o di esoterismi. Mi iniziai alla Teosofia; tentai l’esperienza respiratoria raccomandata dallo Yoga. Chiesi insistentemente i segreti, mi offrii come discepolo. Alla fine capii che questi miracoli erano compiuti soltanto da uomini anormali. Bisognava renderli possibili per tutti. Erano miracoli spesso involontari; dovevano mutarsi in volontari. Erano miracoli che accadevano raramente; dovevano diventare comuni. Chi erano gli autori dei miracoli? I santi, i maghi, i medium: nomi diversi di uomini soprapotenti che avevano compiuto con diverse fedi, prodigi somiglianti. Il segreto non era dunque nella dottrina. Il santo impregnato di teologia cattolica; il mago intriso di teologia cabalistica, alessandrina, (Paracelso); il medium imbevuto della dottrina spiritualistica (Allan Kardec). Tutti facevano o promettevano di fare le stesse cose. Allora studiai profondamente questi uomini, studiai intimamente la loro vita, la loro costituzione, le loro tendenze e anomalie. Volevo costruire la fisiologia e la psicologia dell’uomo potente. Tutto lessi e imparai con grande voracità. Studiai psicologie generali e particolari, normali e patologiche; leggende di santi e autobiografie di veggenti; rapporti di sedute medianiche e catechismi di iniziati; introduzioni alla magia, e storie di guaritori. Tutto ingoiai e tracannai con impaziente voracità Ma, il tempo passava, la giovinezza sfuggiva, l’impegno, il più solenne impegno di tutta la mia vita, era preso. Bisognava assolutamente scoprire il segreto, dovevo impadronirmene o sparire. Vivevo in un’ansia perpetua, sfigurato, stralunato, trasognato. Decisi di partire, senza dir nulla, lassù fra le montagne, più vicino al cielo; lontano dalla città, più facilmente avrei risolto il mistero. La mia debolezza cresceva e diventava inquietante; incubi atroci mi assediavano tutte le notti; la pazzia era in agguato, pronta a ghermirmi... Partii solo, per l’ultimo grande tentativo, col mio pazzo sogno nel cuore. Sarei disceso dalla montagna, vittorioso e tremendo come un Dio, oppure non sarei mai più tornato. Invece tornai. Non fu un ritorno, fu una fuga, una disfatta, una fine. I meglio della mia vita era vissuto. La mia parte nel mondo terminava lì. L’ascensione metafisica di me stesso era fermata, fallita. Non finiva un periodo, finiva una persona. Non si chiudeva un’esperienza ma si spegneva un’anima. Scendevo solo e cieco. Non scendevo, precipitavo. Neppure il sorriso di una speranza mi illuminava il viso. Tutto era finito. Ricominciava il mediocre, il basso, il vile e per sempre! Mi ammalai, perdetti la poca forza, tornai a casa. Non ero più quello di prima ormai. Non ero quello che avrei voluto essere. Ero un mostro; un mostro infelice e rigido. Mi rinchiusi in casa; non feci più nulla. Sono diventato una cosa; non sono più un uomo. Toccatemi. Sono freddo come una pietra, freddo come un sepolcro. Qui è sotterrato un uomo che non riuscì a diventare Dio. PAPINI GIOVANNI MEMORIE D’IDDIO EDITORE. Saggistica Editore VALLECCHI 1911 In questo libretto raro e pregevole, Dio in prima persona parla agli uomini. Tratto da MEMORIE D’IDDIO di Giovanni Papini. Voi non sapete nulla di me. Tutto quello che scrivono i vostri libri su di me è balbettio incompreso e incomprensibile. Il mio primo dolore è di non essere nato mai. Non ebbi nè principio nè origine; non ho fratelli, non ho sorelle; non vi sono esseri simile a me, uguali a me che mi possono essere amici o compagni. Il mio primo dolore è il non essere nato. La mia prima colpa è aver fatto nascere il mondo; e non la ho commessa una sola volta, ma infinite volte. Nessuno può immaginare l’intenso spasimo di felicità dell’attimo creatore, del fiat miracoloso. Soltanto i poeti, nei momenti più forsennati dell’estro, potranno suggerirvi una fievole idea. Una creazione era per me una esperienza; il vostro mondo stesso è un esperimento mal riuscito. Ve ne furono di peggio e anche di migliori: me ne dispiace per il vostro Leibniz. La verità è che io stesso ho voluto deliberatamente il male, io stesso l’ho ritenuto necessario alla mia esperienza e l’ho impastato e mescolato a tutta la realtà vostra. Non c’è soltanto il male che dipende dalla libertà vostra, come alcuni teologi insegnano. Ci sono le tristezze della brevità della vita e della inevitabile morte; il contrasto tra le aspirazioni e le forze; i dolori inaspettati e involontari da cause materiali; le stragi e i macelli delle burrasche e dei vulcani, delle pesti e dei terremoti. Tutti mali che non dipendono da voi. Di tante parole che escono dalle vostre bocche sotto le volte e le navate, fra i tabernacoli e le colonne, neppure una trova la via del mio affetto. No, io non so che farmene delle vostre lodi e delle vostre preghiere e voi sapete che da molti secoli io non rispondo più. ************************************************************************ PASTONCHI FRANCESCO Riva Ligure (Imperia) 1877 Torino 1953 Dalla raccolta di racconti: PONTI SUL TEMPO Mondadori 1947 Avvertivo sottilmente le sfumature da libro a libro, da editore ad editore; direi che anche il colore delle copertine vi contribuiva, e il peso, il tatto, così da graduarmi il piacere. Non tutti i volumi mi soddisfacevano nella stessa misura. Alcuni libri rosso mattone, poveri di margini, piccoli di caratteri mi attiravano meno di altri azzurri, nitidi, chiari. Le antologie le giudicavo a spessore; tanto più grosse, tanto più care. E pensate che allora non si usavano illustrazioni che oggi fanno più ricche e allegre le raccolte. Appena i libri di storia si permettevano qualche rara figura: una medaglia, un arco, la testa di Cesare e poco altro. PASTONCHI FRANCESCO dalla raccolta di racconti: IL CAMPO DI GRANO, Studio Editoriale Lombardo 1916 Il primo racconto dà il titolo alla raccolta. Il soldato partì a piedi all’alba per raggiungere la sua compagnia. Era un contadino della bassa, abituato a risparmiare il soldino e amico dei lunghi cammini dalla fattoria al mercato, col paniere, col sacco o con carichi ancor più pesanti. Sentiero fresco o stradone polveroso, con l’ombra o col sole, gli piaceva andare attraverso la campagna con passo tranquillo, uguale. Era riposante dopo le fatiche agresti. Andando, guardava le cose a lui note e care: gli alberi, i prati, i campi, le foglie del gelso, il ciuffo di trifoglio, il prosperare delle melighe, l’infittire del grano, il cambiar della segala al soffio del vento; e confrontava, giudicava, contento. Ogni cosa riceveva la sua lode o la sua critica o il suo compatimento: la bontà o la povertà del terreno, l’operosità o l’incuria del contadino, il ramo mal potato, la dirittura di un solco. Vero figlio della terra, amava la grande madre comune, con tutto il suo amore, chiuso e rude. Ora, da qualche mese, lo avevano vestito da soldato e lo avevano come divelto. E uscì, ecco, fuori dalla stretta delle ultime case, nella campagna aperta. Nel primo, tremolante chiarore dell’alba, la terra riapparve emersa dalla coltre notturna, ancora indistinta di forme, turchina e qua e là cupa nelle valli più profonde. La campagna fresca respirava, gonfiava il petto verso il cielo, si scioglieva in veli vaporosi che scivolavano bassi, raccolti nel grembo. Ad un tratto, nei raggi del sole, la terra parve sobbalzare; e poi si scoprì tutta nel mattino estivo. E, ahimè, come diversa egli la rivide. Rami stroncati, fusti mozzi, zolle senza erba, solchi giallastri, campi distrutti, affondati da rotaie, avvallati, sventrati da enormi fosse.. La guerra! Angosciato abbandonò la strada grande per una più umile che deviava sinuosa, più addentro la campagna, verso collinette leggere, laggiù. Un improvviso tratto d’erba, verdissimo sul ciglio; un misero ciuffo di frumento che stava in mezzo allo squallore. Vicino a quelle poche spighe il soldato-contadino si sedette, sfinito, come se avesse camminato tutto il giorno. Quindi, staccò una spiga e la soppesò nel cavo della mano. Era colma, era greve. La scosse, ne staccò alcuni granelli. “Che grano magnifico!” Toccò la terra, ne raccolse un pugno; la osservò, la fiutò, la sfarinò tra le dita, come in un setaccio, adagio. “Che buona terra!” Guardò intorno, nella lontananza. Tutto vibrava, abbagliava nel caldo sole d’oro. Non era il suo paese quello; era un paese di conquista, poco noto, diverso dal suo. Ma forse la terra, sotto differenti apparenze, è diversa? Forse non è la stessa per tutti? Quella che si fende, si ara, si semina e si sarchia e a tutti rende la sua ricchezza, agli uomini che la coltivano in pace. L’intuito del campagnolo, al quale una forma del terreno, o un albero, o il colore del cielo, è avviso di cose lontane e segrete, lo guidò più in là, verso un avanzo di bosco. Egli avanzò giù per lenti declivi e su brevi collinette, finchè percorse un viottolo di un piccolo colle. A un tratto, salito un pendio, attraversato un pianoro, credette al miracolo. Perchè una vallata gli digradava davanti, tutta viva e intatta, con folti arbusti e alberi fruscianti e prati falciati. E dove pianeggiava al centro, c’era un campo, un campo largo, biondo di grano, incominciato a tagliare da una parte. E vide gente, qui, muoversi, correre. Lo avevano visto e incominciarono a fuggire verso una fattoria: due ragazze e dietro una donna a cui si aggrappava con strilli un bambino; e un vecchio, per ultimo, affannato a far presto. Fuggivano tutti, davanti al soldato conquistatore. Il quale, si mise a rassicurarli, a gridare e far gesti che ottenevano l’effetto contrario. Arrivati alla casa quelle persone si precipitarono dentro e vi si tapparono. Il soldato cominciò a discendere lento verso la casa. Guardava, godendo, quell’oasi fresca, scampata al turbine della guerra, protetta come una isoletta calma nel corso impetuoso di un fiume. E i suoi occhi lo riconducevano sempre al campo di grano, mai sazi della sua vista benefica, avidi di quell’oro terreno che nutre la vita. Arrivato davanti alla casa, chiamò allegro, picchiò discreto; non ebbe risposta. Allora, certo che quelli dentro lo stavano spiando, depose il fucile ai pidi di un albero, sciolse cartucciera e cinturino, li appese a un ramo basso. Poi, così disarmato, richiamò e ripicchiò. Comparve a una finestra la madre, col suo bambino piangente in braccio. Il soldato parlò che non voleva far loro del male, e che aveva sete e chiedeva un po’ d’acqua dal pozzo e buona accoglienza e null’altro. Era un uomo dei campi anche lui, al suo paese e sapeva rispettare la buona gente laboriosa. La porta, dopo qualche dibattito interno, venne disbarrata; sbucò fuori la madre, tutta sospettosa; più cauto, il vecchio, sporse fuori la testa come un lumacone; Dopo che ebbe bevuto, il buon soldato ringraziò, e pregava che tutti ritornassero tranquilli al lavoro interrotto. Egli stesso li avrebbe accompagnati; aiutati, anzi. Ne moriva di voglia. E cercò un falcetto. Svelto li precedette, ancora impacciati in un’ultima diffidenza contadinesca. Ma le ragazze, ai richiami del vecchio, gli svolarono via di fianco, balzate pronte all’opera, già curve sul grano. Scamicito egli vi si immerse, prima toccando le spighe, gli steli, per riconoscerli al tatto; e ne aspirava l’aroma così fervido. E lo straniero conquistatore incominciò a falciare... a falciare... con forza, con gioia, perchè cadendo sotto i colpi, le spighe non gettavano sangue. E presto fu innanzi a tutti, lui, giovane, gagliardo. E non cessava il lavoro, se il vecchio non gli avesse toccato una spalla. Era tempo di sosta e di ristorarsi all’ombra dell’albero, vicino al pozzo. Si unì agli altri nel cerchio familiare e non credette di usurpare il posto a un padre o fratello nemici, lontani in guerra. Il soldato aveva sommerso nel lavoro e nella chiara stanchezza ogni memoria di odio. Gli pareva di essere un garzone a giornata, che prende la paga e il cibo. Una delle due ragazze pose in mezzo alla tavola il pane tondo e largo dei contadini; tondo e largo come il sole. *********************************************** Le descrizioni dei vecchi Luna Park mi hanno sempre affascinato. Chi, come me, li ha frequentati nel 1950, 1960 non potrà più dimenticarli. PIAZZOLLA MARCELLO nato a Pistoia 1923. Tratto da: IL CORTILE raccolta di racconti Rebellato Editore. Andammo in gruppo al Luna Park, uno di quei policromi e rumorosi insiemi di persone, animali e cose che si fermano nell’uno o nell’altro luogo, secondo il tempo che fa e le prospettive di incasso. Dalla stradina si intuiva, più che vedersi, il crepuscolo invernale che si stemperava in un alone evanescente. E in quel lattiginoso chiarore, il sole, andandosene, azzardava delle striature rossastre che facevano pensare a una gran fonte di luce, là in fondo alla spianata. Ed eccoci arrivati al Luna Park, simile a un favoloso fiore di luce, sbocciato, in quella stagione, sui prati pieni di brina della periferia. Lo guardammo a lungo, incantati e nel contempo eccitati dai suoni di tutti i generi: i dondolanti carillon delle giostre, gli squilli delle trombe degli imbonitori, le secche detonazioni delle carabine del tiroassegno, concertati dall’uniforme brusio della folla, che saliva nell’aria fredda. Mentre ci avvicinavamo, le varie attrazioni cominciavano a delinearsi nella nebbiolina serale e noi pregustavamo il godimento di quell’allegoria luminosa del divertimento a colori. Proprio all’entrata ci accolse un enorme drago verde di cartapesta. Cominciammo a spendere le lirette nel pozzo della morte, dove un nero motociclista inanella giri su giri fin quasi a sfiorarci sul bordo del pozzo. Un passaggio davanti agli specchi deformanti: basta un attimo e un capriccio per modificare un essere umano. Chi di noi si ritrova con la testa a pera, chi assottigliato come uno stecco, chi tondeggiante come una botte. Nell’aria si è intanto diffuso uno stuzzicante odorino di croccante e di zucchero filato che un uomo attempato sta manipolando su un banchetto vicino. Prima di andarcene rendiamo visita alla donna cannone, triste, indecifrabile ammasso di lardo con gli occhi sepolti nelle palpebre e le gambone che sono due maialini rosa, dalla pelle lucida e tesa. *************** PROSPERI CAROLA Torino 1883 1981 Maestrina torinese, ha scritto una cinquantina di libri (romanzi, racconti) ricchi di profonda psicologia e poesia. LA FELICITA’ IN GABBIA raccolta di racconti Editore Mondadori 1922. Tratto da: TUTTO PER L’AVVENIRE. Io domando semplicemente questo: il dovere di un uomo che prende moglie è sì o no quello di lavorare e di provvedere all’avvenire della sua famiglia? E se io non ho mai pensato ad altro, come si può dire che ero un cattivo marito? La vita è molto bella, ma non si campa soltanto di carezze, nè di canzoni, nè di rose. Salutai allora la casa di Livetta che aveva le tendine rosse alle finestre, il giardino pieno di rose, le scale bianche che conducevano alle stanze delle ragazze. Qualcuna rideva lassù, forse era Livetta stessa che credeva di essere tornata fanciulla. Dopo di ciò mi ritrovai nella mia casa grigia. Casa grigia, cielo grigio, uomo grigio. Di tutto questo a Livetta era rimasta l’impressione di un esercito di ragni. E va bene. Ma, e io? Mi guardai allo specchio: povero ometto, logoro, polveroso, consumato, con tutti i solchi della fatica e del risparmio incisi sul mio volto. Che sarà ora di me? Avevo creduto di edificare qualcosa di solido, di ben costruito, di resistente, con fondamenta sicure: la famiglia mia. Nulla di tutto ciò: i figli non erano venuti; la moglie la avevo perduta. Come l’amore, la famiglia è dunque basata sul nulla? Non è una costruzione solida, ma un disegno sulla sabbia. L’alta marea è salita e con un colpo solo ha cancellato ogni cosa . Eppure io domando ancora: non ho compiuto il mio dovere? Non deve pensare al domani chi ha incominciato a fabbricare il nido? È dunque solamente l’Oggi che conta, meglio dell’avvenire? E mentre io mi domando questo, sento negli orecchi l’eco del disastro, il rombo della rovina. Con tutto ciò, pian piano, come uno che cerca di riannodare il filo a cui era stretto e che si è spezzato, ho ripreso il lavoro... Da solo, si capisce... PICCOLI VALENTINO Napoli 1892 1938 Dalla raccolta di racconti LE ORE INCANTATE Editrice Ceschina 1926 A un tratto ho sentito che le vane parvenze esterne che usurpano il nome di realtà mi limitavano in ogni maniera. Mi sono sentito involuto in mille aridi lacci, costretto, violentemente impacciato, infoschito. Allora con uno sforzo disperato e violento, ho cercato la via della salvezza; ogni valico era precluso; sola rimaneva aperta, nel profondo del mio animo, quella porta paurosa, di cui non osavo da molto tempo varcare la soglia. Ora sono sulla soglia! Ma, mi dicevo, avevo altre vie: l’amore, la sapienza... Ma chi può dire qualche cosa sull’amore? È la suprema vibrazione dell’anima o il folle impeto dei sensi? Ti rende di volta in volta simile a un Dio che si libra nel cielo, o a un verme che striscia sulla terra. Si spegne poi lentamente in un piccolo riso di malinconia. Meglio la sapienza, per amare, per agire... Ma qual è il sapere? Hai la memoria piena di mille nomi; non è sapienza. Hai l’intelletto ingombro di mille ragionamenti: non è sapienza. Forse, oltre la soglia incantata è possibile trovare un diverso amore, una nuova e più vera sapienza. Ma bisogna molto osare. La soglia, nei colorati meandri della fantasia, a volte appare a volte si disperde. Si lascia intravedere tra fosche ombre azzurre, mobili e dense, che in breve la coprono tutta. Poi, lievemente, l’azzurro si fa luminoso, tutta luce e trasparenza; e il vago miraggio riappare. Ora ti sembra la soglia di una porta chiusa. A due battenti, ferrea. E le memorie di altre simili visioni ancora ti travolgono. Ma più numerosa nella tua memoria sono le soglie di porte spalancate che ti hanno mostrato infiniti miraggi di luce, di fate morgane svanenti nelle pallide chiarità dell’oblio. Visioni di paesi non esistenti, di gioie solamente sognate, di bellezze senza vita, di maschere folli senza sguardo. Sono le soglie non varcate mai: vita che si dissolve prima di essere vissuta; crepuscoli che non vedranno mai l’aurora. *************************************************************************** PITIGRILLI pseudonimo di DINO SEGRE Torino 1893 1975 Questo scrittore è un uomo che ha capito le donne, l’amore, il sesso, la società, la religione e tante altre cose. Pitigrilli dalla raccolta di racconti MAMMIFERI DI LUSSO Editore Sonzogno 1920. Le signorine. Sono esseri ambigui, imprecisi, infelicemente spostati. Debbono mettere la museruola ai desideri, l’impermeabile alle idee, le soprascarpe alle parole, la maschera ai sentimenti. Devono vivere una tormentosa attesa fingendo di essere quelle che non sono, recitando liturgie alla messa cantata del pregiudizio. Come siete strane! Quale fascio di funi è la vostra psiche! Quale nido di serpi è la vostra anima! Quali insidiose profondità abissali si nascondono nel vostro piccolo cuore di belva mansueta! Invece sono così semplici, poverine! La loro intricata personalità si rovescia come una manica di soprabito, e non vi è nulla altro che una collezione di frasi fatte, di giudizi disseccati e conservati. Ma dopo il matrimonio non è più così. Dopo il matrimonio quella creatura fragile, sottile, inconsistente, vestita con agile semplicità e senza anelli, esile, bionda, quasi spirituale, col matrimonio si ingioiella, si immammella, veste da signora. Non è più lei. Dopo qualche tempo la giovane signora rimette in luce le gemme e le trine da signorina. Questo significa che servono per piacere a qualcun altro, da cui deve farsi decifrare l’anima. “Mio marito non mi ha mai compresa. Tu forse mi comprenderai. Tu saprai leggere nella mia anima chiusa.” E il nuovo esploratore di spiriti, per trovare l’anima comincerà a sbottonare la camicetta. PITIGRILLI dal romanzo: LA VERGINE A 18 CARATI Editrice Sonzogno 1936 Il popolo è una mostruosa limatura di ferro che si agglomera intorno a qualsiasi calamita, a qualsiasi capo che ha il solo merito di aver compreso che è meglio essere calamita che limatura. Il popolo costituisce una tremenda macchina che diventa docile nelle mani di uno solo. Servirsi del popolo vuol dire offrirgli il modo di sfogare la propria esuberanza di imbecillità o di ferocia. Per la gioia dell’assassinio e del saccheggio, il popolo serve un partito oppure il partito avversario con la stessa indifferenza. Non è necessario inasprire il popolo, nè scatenare i suoi bassi istinti; basta aprire una valvola. Le leggi comprimono questi istinti; quando li decomprimi con la rivoluzione, l’uomo non acquista poteri eccezionali, ma si rivela per quello che è e che le leggi avevano domato con la forza. Ma fra la massa, ci sono anche gli intelligenti in buona fede? Sì, certamente. Sono quelli che credono di servire un’idea, e non si accorgono di servire un uomo, una banca o un gruppo di industriali. PITIGRILLI Pitigrilli, letterato, psicologo, cinico, poeta, sociologo e altro ancora. In molte sue critiche si avvicina all’ungherese Max Nordau e all’italiano Umberto Notari. Pitigrilli è un autore ancora moderno e tutto da riscoprire. Da LA VERGINE A 18 CARATI editore Sonzogno 1936 Tutti i fanciulli sono sognatori. Ma crescendo, alcuni rimangono fanciulli; e sono i poeti. Gli altri diventano uomini e sono i bottegai. I poeti continuano a levare nello spazio gli aquiloni delle loro pagine d’amore. Ma i bottegai li assicurano con un filo alla terra e li sorvegliano col binocolo della morale. La morale è la stratificazione successiva di leggi economiche ereditate dai nostri avi, con tutto l’interesse composto dei pregiudizi, false interpretazioni, bigottismi, cineserie. La morale è come un binocolo da teatro; si allunga, si accorcia, riduce o ingrandisce il campo, obbedendo a una vite posta fra i due oculari. In quella vite che ha il potere di spostare le distanze, i valori, i piani, le proporzioni esistono tutte le cose inerenti al sesso. È ripugnante, non è vero signora? sentir parlare di sesso, di oggetti intimi, di funzioni ghiandolari. Eppure, tutto il congegno della morale sessuale è in bilico su quel breve capitolo della fisiologia umana. ****************************************************************** PUCCINI MARIO Senigalli Ancona 1887 Roma 1957 Da: RACCONTI CUPI Editore Campitelli 1922 Un’avventura capitata all’Autore in provincia di Padova, a Este. Un’avventura notturna, paurosa con un finale misterioso che sfocia nella parapsicologia. MARIO PUCCINI dal racconto: IL VICOLO CIECO. Tornavo ad Este dopo tanti anni, forse una decina. Vi ero capitato la prima volta in pieno mezzogiorno, in estate. Ora vi ritornavo in una sera anche estiva, ma capricciosa di vento e di pioggia. Il castello, alto sulle case pareva riverniciato di fresco e quasi dondolante con tutta la sua mole. Grossi ciuffi di erba nera macchiavano le torri e gli spalti, e la città tutta, sotto il cielo brunito, pareva più forte e più marmorea. Queste cittadine raccolte e morte non mi entusiasmano. Ma spesso mi accade che, in qualche parte del mio essere si risvegliano sensazioni fragili e femminee. Inutilmente io, irritato tento di addormentarmi. Più forte di me, il fascino delle ombre e dei ricordi mi curva e mi culla. Così quella sera; eccitato da tanti aspetti e luci insolite, anzichè tornare a Monselice e di lì a Padova, decisi di passare la notte fra quelle mura. Cominciai a girare da una via a un vicolo; e più la notte diventava oscura, più godevo a cercare luoghi silenziosi e misteriosi. A un certo momento, era ormai mezzanotte, mi incanalai in un lungo vicolo stretto. Si sentiva che gli uomini non vi penetravano mai, o solo raramente. Un vicolo difeso da un lato da una muraglia, dietro la quale si udiva il fiotto martellante di un fiume. E dall’altro lato da muri di caserma o di convento. Solamente a metà la muraglia si spezzava; e qui erano costruite case di povera gente. Io ero entrato nel vicolo incuriosito da tanto silenzio, sebbene mi infastidisse un odore di stalla o di immondizia. E una volta entrato volli percorrere tutto il vicolo sperando di arrivare in fondo a una uscita. Non si udivano voci; solo, lontanissimo, là in fondo, brillava un lumicino. PUCCINI MARIO Dal romanzo: LA VERGINE E LA MONDANA Editrice Sonzogno Milano 1919. Un pittore, Giorgio, si innamora di Delia, ragazza mediocre senza bellezza e senza sensibilità. Il pittore si rende conto di questo, ma non riesce a staccarsi da lei. L’avventura sentimentale di Giorgio e Delia è raccontata con dolente e profonda introspezione sulla psicologia amorosa. Il romanzo, inoltre, è un meraviglioso viaggio fra splendori e miserie della Roma del 1920, dove è ambientata questa storia. MARIO PUCCINI dal romanzo: LA VERGINE E LA MONDANA. Chi non ha visto un’osteria romana del sobborgo, di sera, può aver girato il mondo intero, incontrato sensazioni esotiche e strambe, può essersi perso in luoghi stranamente illuminati; ma non avrà mai, come ebbi io, l’impressione di un antro, dove si muovono uomini e donne, che sembrano quasi di magia. ******************* In piazza Guglielmo Pepe, c’erano allora le lucenti giostre e i baracconi sorprendenti; il mondo mascherato dei nomadi che, su palafitte e su basi mobili, vivevano una vita provvisoria e mutevole. La piazza aveva un aspetto di festa, e pareva quasi verniciata di ore felici, di splendori, seppur fittizi, abbaglianti. Creduli e storditi, gli spiriti semplici vi bevevano a sorsi, le delizie dell’inverosimile; sognando a occhi aperti e invidiando quegli esseri variopinti che, a poco prezzo, avevano saputo costruirsi una vita diversa dal comune. La folla guardava e ascoltava, composta. Erano bimbi, giovinette, bambinaie e signore. E poichè le musiche discordi non avevano sosta, nessuno parlava o rideva. Si pensava a uno strano rito di qualche religione d’altri tempi, che un cerimoniere invisibile guidasse dall’alto; tentando di coordinare, con sforzo, le musiche stonate, i colpi di tamburo, lo stridere di cento ruote e congegni; tutto quel frastuono incoerente e assurdo che pareva senza ritmo e anzi assordante. E poichè gli ori e i colori erano un poco dappertutto, a pennellate piene, e il cielo di Roma, caldo e puro, sovrastava, io sentivo che c’era davvero uno sforzo magnetico di sorpresa quasi religiosa in quella mobile fantasmagoria di palchi e di uomini che, sulla folla silenziosa, faceva cadere alternato un brivido di ardore o di paura. Proprio come un rito complesso di una religione strana e cullante. ************** No, non c’era nella vita quella sana giustizia di cui si parla nei libri e che i genitori stupidamente ci insegnano. C’era piuttosto una ingordigia volgare e una smania, in ciascun uomo, di vivere alle spalle degli altri. E tuttavia, anche facendo delle rinunce, era pur necessario vivere; e per non soffrire l’oscura tragedia della propria impotenza, bisogna imporsi una maschera e lottare. *************************************************************************** RADICE RAUL Milano 1902 Roma 1988 Da LA TROTTOLA E ALTRI RACCONTI Editrice Ceschina 1943 FORSE DOMANI Quando ebbe spinto il cancello del giardino, e la vecchia Nena gli andò incontro per dirgli che la casa era rimasta aperta tutto il giorno e soltanto il temporale di poco innanzi l'aveva costretta a chiuder le finestre e a sbarrare la porta, Guido le disse di non darsi pena. Era¬no anni che tornando al paese nativo trovava la casa chiusa e deserta. Un tempo, ricordan¬do i giorni dell'adolescenza, le stanze abitate e le voci giovanili delle sorelle a contrasto con la voce più grave di sua madre, gli pareva che ogni cosa, le persiane abbassate, il focolare spento e i muri umidicci, lo rimandasse indie¬tro. Ma questa volta, lontani i familiari, e parte di essi lontani per sempre, gli piaceva il pensiero di esser solo a varcare la soglia e a spalancare le finestre della casa alla quale fa¬ceva ritorno. - Non importa, - disse alla donna che gli si affannava attorno. - Ho lasciato le valigie alla stazione. Non credo che avrò bisogno d'al¬tro. La vecchia gli rispose che il letto era prepa¬rato; ma per la cena bisognava accontentarsi del poco che stava cucinando per sè e per il suo ragazzo: zuppa di cavoli e carne bollita. - È quanto basta, - Guido la rassicurò. Poi, prima di spingere l'uscio: - Al ragazzo dirai che portii della legna e che accenda subi¬to il camino. Lo rivide entrando, il focolare che nel ricor¬do immaginava sempre acceso. Dentro il camino vi era un po' di cenere rimasta chi sa da quando, e le pareti annerite dalla fiamma e dal fumo emanavano un odore acre che si at¬taccava alla gola. Tutta la casa, del resto, esa-lava il tanfo di lunghe giornate senza vita, ora per ora disciolte nella penombra. Un odore in-distinto che non si capiva se provenisse dai mu¬ri, dai mobili vecchi o dalle stoffe inerti, u-guale dovunque, simile a quello dei fiori appassiti. Guido lo avvertiva soprattutto nell'at¬to di aprire le porte, una stanza dopo l'altra, e dentro ognuna un letto sfatto. Soltanto quando arrivò nella sua camera gli parve di ritrovare qualche immagine più vici¬na a se stesso. Tutto sembrava come allora; sulle pareti egli riconobbe certe macchie del¬l'intonaco attorno alle quali, ragazzo, quan¬do il sonno tardava a venire, aveva tanto fan-tasticato. Ma anche là dentro respirò quell'o¬dore sfatto e penetrante che l'aria piovosa della sera non bastava a disperdere. Allora sentì il rammarico di essere arrivato in una giornata di maltempo. La casa aveva bisogno di luce e di calore, un meriggio di sole sareb¬be bastato a ridarle l'aspetto di sempre. Guido si avvicinò alla finestra. Nuvole bas¬se scendevano sugli alberi del giardino, calavano tra le foglie fradice di pioggia. Il sole era lontano, lontanissimo l'orizzonte dei mon¬ti cari alla sua fanciullezza. E poi, se ne av¬vedeva soltanto adesso, gli alberi erano cre-sciuti intorno; giganteschi abeti da quella parte, circondavano la casa, le loro cime salivano oltre la grondaia e tutti insieme formavano una barriera densa e cupa che impediva la vista. Qualcosa, dunque, lo tradiva. Contro la fer¬mezza dei ricordi si ergeva l'indifferenza di una vita vegetale che era proceduta tutta sola ed alterava anche gli aspetti più remoti dell'o-rigine di Guido. A poco a poco si sentiva al¬lontanare, respingere verso una casa immagi-naria che egli aveva creduto esser questa ed era invece di là, di là, in un paese dal quale si parte e mai più ci si arriva. Ecco il cortile dei suoi svaghi di ragazzo, la siepe piantata da suo padre, e il platano all'ombra del quale sua madre lavorava d'unci¬netto, e la fontana che allora sembrava tanto più grande, ricca di giochi d'acqua, ridotta a un'avara cannella. Bisognava ritornare per ca-pire che soltanto ieri tutto questo era più vi¬cino. La donna entrò per avvertirlo che la cena era preparata. Nena era la superstite della ca¬sa, la custode del nulla. - Avremo il sole domani? - domandò Guido. Ella rispose di no, che il suo ginocchio le doleva. **** Giorni di pioggia e, dopo, il sole trasparente della fine d'estate. Non giova, non giova. Ogni foglia rivela la trama delle vene, come il suo animo le vicende degli anni; e attorno alla dalia vigorosa il primo cerchio di petali sfiorisce, come in lui qualcosa si stacca per sempre; e nei prati già il colchico annunzia l'autunno. Potere ricrearla, la vita di un tempo; richia¬mare dall'ombra le persone che non possono più uscirne, e dalla loro lontananza quelle che non sanno di essere lontane. Forse, allora, tutte le cose intorno rivivrebbero la nostra esi¬stenza, e da ognuna di esse discenderebbe su noi un riflesso dei nostri sentimenti. Adesso Guido sa, per la prima volta gli sem¬bra di capire che se una voce parla fuori Dell’ uomo è soltanto l'eco di una voce che l'uomo porta in se stesso. Anche il pendolo dell'orolo¬gio, lassù nella vecchia casa, una volta scan¬diva il tempo con gaiezza ed ora ripete un'unica nota dolente. Giovane, non lo avrebbe mai saputo; la giovinezza, appunto, non è che dol¬ce ignoranza. O forse bisognava rimanere, confondere il ritmo delle nostre giornate con quello degli alberi che mettono fronda, dei muri che si cor¬rodono, di tutte le cose che ogni attimo consu¬ma. E per ognuna che scompare un'altra ne sorge della quale non si avvede chi è rimasto lontano. Questo, soltanto questo doveva esser stato il dissidio che per anni aveva tenuto in discor¬dia suo padre e lo zio Soligo, il contadino del¬la casa, cocciuto e tenace quanto il fratello era irrequieto e avventuroso. Ricordava lo zio an¬cor giovane, quando si era staccato dagli altri. Per sè e per la moglie aveva costruito una ca¬sa di là dal fiume, e in pochi anni impiantato tre molini. Ora i Soligo erano la famiglia più numerosa del paese, tutti uniti, figli, nuore, generi e nipoti. Nena ne aveva parlato anche l'altra sera. Si capiva che non voleva offende¬re il padrone, ritenendo che la discordia aves¬se lasciato in lui un seme ereditario; e tutta¬via ne discorreva con malcelata ammirazione. - Così numerosi? - domandò Guido, che non sentiva rancore. Il contrasto fra lo zio e il padre non aveva nuociuto a nessuno e se mai, oggi lo sapeva, avrebbe giovato a tutti fuorchè ai Soligo. `- Quando debbo provvedermi di farina e di granaglie, - rispose Nena, - vado di buon mattino. Signor Guido, la sala grande è una bellezza. Quanto è lungo il tavolo si distendono venti scodelle apparecchiate per i pa¬droni e i famigli. - Tanti? - egli domandò nuovamente, stupito. Da moltissimi anni non vedeva i So¬ligo. Per pigrizia o pudore, non sapeva bene, mai si era deciso a varcare il ponte; e non sup-poneva che la famiglia fosse tanto cresciuta. - Tanti a mangiare, ma tanti a lavorare, - concluse la vecchia. - E Barbara, la maggiore, che ha già tre ragazzi, da due mesi è incin¬ta. E Leopoldo, che ha appena finito il servi¬zio militare, già pensa ad, accasarsi. È gente benedetta da Dio. I suoi invece, i parenti di Guido, dopo la morte della madre si erano tutti dispersi. II fratello in terra straniera, le sorelle ognuna in una città diversa. Ancora da Nena, parlando a caso, Guido seppe che i Soligo avevano distrutto il giardi¬no per impiantare la vigna, e che al posto del¬le aiuole avevano seminato l'orto. - Non hanno più fiori? Li avevano. Pochi, ma tutti davanti alla casa. ***** Fu alla fine di un'altra giornata d'uragano che Guido decise di andare dai Soligo. Gli zii sapevano che era ritornato, e Nena aveva det¬to loro che egli desiderava salutarli. - Dammi la lanterna, - disse alla donna; la pioggia era cessata, ma fuori il buio era, profondo. Si incamminò lentamente. Dal giorno dell'arrivo era la prima volta che si avviava ver¬so il paese, e l'idea di uscire dalla sua casa gli dava piacere. Si sentiva bene, e gustava l'aria fredda della sera. Giunto presso il ponte, spense la lanterna e rimase in ascolto. Dal basso saliva il caro mor¬morio del fiume con la identica voce di allora, la prima che egli riconosceva fra le tante senza riscontro rimaste nella sua memoria. Sulla sponda opposta la casa dei Soligo si ergeva grande e luminosa, ogni finestra una luce ac¬cesa. Guido affrettò il passo. Due cani gli vennero incontro abbaiando, sulla porta comparve una donna con un bimbo in braccio. - Tu sei Guido, - esclamò; ed egli non sapeva quale fosse delle sue cugine. La zio Soligo gli disse che lo aspettava e che aveva fatto bene a venire. Voleva che Guido sedesse a tavola, con la famiglia ancora tutta riunita; e c'erano tanti di cui egli non cono¬sceva nemmeno il nome; e due piccini, senza avvedersi di lui, battevano il cucchiaio nel piatto. Guido, invece, preferì sedere accanto al fuo¬co; disse che aveva freddo, sebbene non fosse vero. Aveva bisogno di scaldarsi a una fiam¬ma che riscalda tutta una casa. - Ti fermerai molto, Guido? - Ancora non so, non posso sapere. A poco a poco l'allegrezza delle voci che egli aveva udito entrando era calata di tono e mi¬nacciava di spegnersi. Fra le persone che non conosceva, una guardava la tovaglia, un'altra stringeva il bicchiere, un'altra ancora racco¬glieva briciole di pane. Forse per rompere l'im¬barazzo, o soltanto per essere cortese, la zia Soligo disse a Martina, la più giovane tra le sue figlie, di offrire a Guido un bicchiere di vino. Martina si avvicinò alla cassapanca reggen¬do la bottiglia e il bicchiere. La mano le tremava un poco; ma aveva occhi grandi e chiari, labbra aperte al sorriso. Guido la guardò; e gli parve che ella fosse entrata nella stanza soltanto allora. - Forse, - disse, alzando il bicchiere. - Forse domani. Nessuno dei Soligo capì quelle parole. RADICE RAUL Milano 1902 Roma 1988 Una visita alla fabbrica di orinali in ceramica e un breve idillio con Serafina, la figlia del proprietario. L’EDUCAZIONE SENTIMENTALE raccolta di racconti Editrice Ceschina 1931. Estratto dal racconto: SOUVENIR La fabbrica delle ceramiche si innalzava un po’ più su del paese e per giungervi dal modesto albergo dove alloggiavo, discosto dalla provinciale, bisognava percorrere viottoli sconnessi, selciati di tufo e fiancheggiati da siepi di rovo. I padroni, come tutti li chiamavano, li avevo conosciuti pochi giorni dopo il mio arrivo. Componevano essi una famigliola di persone, padre madre e figlia, che da sole bastavano a reggere l'azienda. Il padre anzi, sebbene ogni affare si concludesse in suo nome¬, gran parte del tempo lo passava fuori di casa, occupato nei paesi vicini in misteriosi affari dei quali nessuno capiva nulla. In realtà, dunque, governavano la fabbrica le donne. E una di esse, la signora Purissima, sorvegliava le maestranze talvolta ponendo ma¬no ella stessa alla creta; l'altra, Serafina, di¬plomata dall'Istituto Tecnico della vicina cit¬tà, badava soprattutto alle cifre e alla corrispondenza, pur non tralasciando essa pure altri lavori o sorveglianze, qualora reputasse di intervenire direttamente. Serafina io l'avevo incontrata per la prima volta all'ufficio postale. Le avevo rivolto la parola senza conoscerla, come è uso nei piccoli paesi, attratto dalla sua giovinezza che subito si palesava prudente e ingenua. Nè avevo man¬cato di considerare la bellezza piuttosto solida della sua persona, e la fronte incorniciata dai capelli castani, e gli occhi azzurri assorti, con¬trastanti col rimanente del volto mite e casa¬lingo. Anche mi era piaciuto di vederla arros¬sire avendole manifestato il desiderio di visitare la fabbrica. - Venga, - mi aveva detto - le farò conoscere la mamma. Poichè vivevo appartato non sapevo, come seppi più tardi, che gli abitanti del paese e i padroni nutrivano gli uni verso gli altri, un mal celato dispregio. I primi, per essere la fabbrica delle ceramiche specializzata nella produzione di un oggetto domestico del quale Serafina un giorno mi disse il nome in tre diff¬ereti lingue: pot de chambre, chamber¬-pot, nachtgeschirr. I secondi, perché i loro compaesani erano gente zotica e villana, tanto che di quell'oggetto facevano limitatis¬imo uso. Tuttalpiù, talvolta, le donne del vic¬inato venivano a scegliere dai cocci qualche vaso mal riuscito e non ancora verniciato per piantarvi un cespo di garofani da esporre alla finestra, perchè fiorisse al sole; ma erano aff¬ari che alla fabbrica non rendevano un ce¬ntesimo. Il commercio, ciò nonostante, era florido. Al lunedì la strada era sempre animata di facchini che scendevano portando sulle spalle pesanti ceste entro le quali, adagiati nel fieno odoroso, i bei vasi bianchi e grassocci luccica¬vano al sole. Un grande carro chiuso li ingoia¬va tutti, e così numerosi che poi gli mancava lena e doveva procedere lentamente verso la città. L'aspetto esteriore della fabbrica per un verso rammentava la caserma, per l'altro il convento. Una vite del Canadà, vecchia e no¬dosa, ricopriva quasi interamente i muri senza intonaco ed ora, avanzando l’autunno, si co¬lorava di giallo e di rosso. Le galline beccavano ciuffi d'erba miserella nel cortile. Do¬vunque silenzio, quasi che nessuno abitasse il casamento. La prima volta credetti di esser capitato in giorno di riposo. Incontrai Filippo, un ragazzotto furbo e vivace addetto al magazzino ove pure si effettuava la vendita al minuto e gli chiesi: - Si lavora oggi? - Sempre, signore. E corse a chiamare Serafina la quale venne subito, vestita di un lungo grembiule. Mi disse che ero stato gentile, ma che non c'era molto da vedere. La lavorazione era semplice e poco interessante. - Non le mostro le macine, - aggiunse perché oggi sono ferme. D’altronde quello è il reparto più insignificante. Vi si pestano sassi bianchi che non hanno niente di bello. - No? - feci io ridendo. - Oh no! - disse lei. - Una volta venne qui un signore il quale, molto furbescamente mi confidò di aver letto in un libro che ci sono sassi maschi e sassi femmine. Che stupido! Pensava che io ci credessi. Serafina disse tutto questo con molta serietà. Anzi, dopo un breve silenzio, aggiunse : - E poi, anche se così fosse, per la nostra industria la differenza non sarebbe importante. ............................ ............................... I vasi, dopo aver subìto una prima cottura, venivano suddivisi in due categorie. La maggior parte, immersi nella vernice bianca, passavano nuovamente al forno. Altri, invece, subivano una più raffinata lavorazione. Fortunatamente esisteva ancora una categoria di consumatori i quali ambivano il vaso dipinto. Si trattava generalmente di filettature azzur¬re, facilissime da eseguirc. Bastava deporre il vaso sul trespolo e farlo girare con un colpo secco della mano, tenendo il pennello appoggiato sull'orlo, perchè in un attimo i1 colore riuscisse bene steso ed uniforme. Però non mancavano altri motivi decorativi, fra i quali Serafina prediligeva una esile co¬rona di ninfee intrecciate, dipinta all'esterno, mentre una ninfea più grande sbocciava dal fondo. Guardando i diversi tipi mi convinsi della predilezione per i fiori acquatici, anemoni e nontiscordardimè, sebbene non mancassero in¬teri paesaggi romantici popolati di figurine. .......... ..................... Nel congedarmi Serafina mi disse di ritornare. Ma non durante il giorno, che ormai sapevo qual era il suo lavoro. Le serate erano invece lunghe e tranquille e ci saremmo fatti compagnia scambiando qualche chiacchiera, o con le carte in mano, o davanti agli scacchi, gioco nel quale si disse abilissima. Tra breve sarebbero maturate le castagne ed ella teneva in serbo un vinello dolce e trasparente. Tornai una volta, poi un'altra, poi un'altra ancora. Serafina mi attese ogni sera. Non più fasciata dal lunga grembiule della prima vol¬ta, sfoggiava vestiti di lanetta e di tulle, adornandosi la testa con grandi nastri colorati. Quando non giocavamo a carte suo padre e sua madre si ritiravano in uno sgabuzzino a fianco della stanza da pranzo, e vi rimanevano a lungo a parlar di affari e a escogitare chissà quali economie. Noi occupavamo il tempo ora chini sulla scacchiera, entrambi pensando ad altro, ora sfogliando libri o vecchie raccolte di giornali illustrati. Alle poche parole succedevano lun-ghe pause di silenzio. Allora sembrava che an¬che l'aria fosse diventata immobile, e se qual-cuno attraversava per caso la via il rumore dei passi giungeva distinto e sonoro. Io allora le prendevo la mano. Serafina chiudeva gli occhi e rimaneva immobile e solo le palpebre tremavano impercettibilmente. Ma, soltanto che io stringessi più forte, lei si ritraeva mormorando a voce bassa: - No, no. Non bisogna. ............ .................... Serafina, per contro, non era loquace. E benchè le splendesse il volto come per dire che il più bel dono era la sua giovinezza, a tratti sollevava gli occhi inquieti verso l'orologio. - Come è stato gentile! - mi disse appena fummo soli. - Non dimenticherò mai questa serata. Tutto il resto non importa. Qui si interruppe e si chinò a odorare le mie rose. Io volevo parlarle, ma mi supplicò di non dirle niente. Rimanemmo così in silen¬zio finchè l'orologio battè alcuni colpi. Serafina ebbe un sussulto, si passò una mano su¬gli occhi e rimase con le labbra un poco soc¬chiuse come se qualcosa di importante fosse accaduto. Alla mia domanda rispose: - Mi scusi. Questa sera abbiamo acceso il forno e c'è tanta roba dentro e non si può fidarsi di nessuno. Bisogna che io vada a vedere. Le offersi di accompagnarla. Ella dapprima parve titubante, poi mi prese per mano e mi guidò attraverso un labirinto di corridoi oscu¬ri. Più proseguivamo e più l'aria diveniva calda. La sua mano era sempre nella mia e la sentivo palpitare. Giungemmo presso una finestrella ovale, si¬mile all'oblò di un bastimento, protetta da un vetro grosso e pesante. Appoggiato al muro stava uno sgabello sul quale Serafina salì, al¬lungando la bella persona. Spinse lo sguardo attraverso al vetro e rimase un poco a guar-dare, facendosi schermo con la mano. Dopo un poco mi invitò a salire e i miei occhi godettero uno spettacolo infernale. Il pavimento del forno, arrossato dai baglio¬ri del fuoco, saliva dolcemente verso il fon¬do. Nella luce alterna stavano a cuocere nu¬merosi vasi ben disposti; e poichè la volta, declinando, seppelliva gli ultimi nel buio, sem¬bravano continuare all'infinito. Grossi e paf¬futi quelli in primo piano, come visi di idioti ben pasciuti ai quali avessero tagliata la fron¬te; altri seguivano resi corrucciati dal gioco delle ombre, mentre gli ultimi, quasi intera¬mente nascosti, boccheggiavano a intermittenza mostrando smisurate labbra sanguigne. Tutto sembrava animarsi. Misteriosi sussurri giun¬gevano attutiti e insistenti, accompagnati dal lamento incessante delle fiamme prigioniere entro le pareti. - Una volta misero troppa legna e brucia¬rono tutti - disse Serafina. - E un'altra volta il raffreddamento troppo rapido li spac¬cò. Ma questi vengono bene. Discese lieve e sorridente. Si appoggiò alla parete e traendo un sospiro di sollievo, esclamò: - La vita è bella. Allora io la cinsi con un braccio e, solleva¬tole il mento, volli baciarla. Ella si schermì serrando le labbra e allontanandomi col pugno chiuso. Ritentai inutilmente. Sulla fronte di Serafina erano apparse poche rughe e le gote le si erano afflosciate sugli zigomi. Le sue labbra tremanti mormorarono: - Ora lei ha voluto guastare tutto. So bene che di me non le importa niente. So che deve partire, nè farà ritorno. E allora perchè? Quel¬lo che intendeva fare significa che non mi vuo¬le nemmeno un po’ di bene. Seccato di non essere riuscito a nulla, le dissi che la simpatia dimostratami nei giorni scorsi valeva a giustificarmi. Serafina, tratte¬nendo il pianto, mi rispose che ora sapevo cosa pensare di lei. Tornammo nella stanza da pranzo. Senza parlare ella dispose la scacchie¬ra e mi invitò a giocare con un cenno della mano. La partita durò più di un'ora e non furono pronunciate che le parole di rito. Quando io dissi « matto al Re » ella parve non ascoltar¬mi. Alzò un poco le spalle, come per raccogliersi in sè stessa e rimase a lungo fissando la tavola, senza riabbassarle. ................ .......................... Andai alla fabbrica ancora due volte. Sera¬fina mi accolse sempre con cortesia, ma non più ilare sebbene gli occhi apparissero gran¬di e sereni. Il giorno prima di partire la ringraziai dell'ospitalità, scusandomi di averla io stesso guastata. - Ella non ha niente da farsi perdonare - mi disse. E ancora si guardò d'attorno evitando il mio sguardo, come ogni volta quando immaginava che dovessero seguire altre parole. Io in¬vece non parlai. Avvertivo nell'intimo una grandee dolcezza e guardavo svanire, oltre le finestre ancora aperte, il sole d'ottobre tie¬pido e dorato. Nel grande silenzio della cam¬pagna si udiva, a tratti, il tonfo secco di una castagna staccatasi dall'albero e precipitata al suolo fra lo stormire delle fronde. Ci lasciammo così. Serafina aveva negli oc¬chi due lagrime che non caddero. Prima di chiudere la porta sollevò la mano verso il mio volto come se volesse carezzarmi, ma la tenne lontano e voleva dirmi addio. ********************************************************************* RAMPERTI MARCO Novara 1887 Roma 1964 Scrittore satirico, sferzante, umoristico. Tratto da LA CORONA DI CRISTALLO Editore Cebes 1946. Minnie Momy è una bella donna, un po’ bizzarra, americana che ha fatto la prima attrice in Italia. Questa donna ha saputo da Monsignore il Duca che si cercava una iniziatrice al mio primo peccato e si offerse ella stessa con la sua sfrontatezza avventuriera. Bella com’è, ottenne l’onore. Io avevo appena compiuto 20 anni e dell’amore avevo bisogno e paura. E questa donna già un po’ mi atterriva offrendosi così facilmente a ciò che io avevo immaginato pieno di timorose ritrosie. Tuttavia, ogni ombra parve sbiadita all’apparire di Minnie, nella camera segreta dove io la attendevo. Bellissima era, in quella notte: la bocca umida, gli occhi accesi e sul petto un tovagliolo di pizzo. Perché, mi disse la strana creatura, voleva un tè servito dalle mie stesse mani. Un tè, subito. A che scopo? Dopo lo seppi. Quando un domestico portò la teiera, lei desiderò che io stesso versassi e inzuccherassi la bevanda. Lei lo assaporò dalla tazza, a sorsettini con un sorriso obliquo che non dimenticherò mai. “Maestà” mi disse “io devo insegnarvi l’amore, ed ecco la prima lezione. L’amore è servitù. Ancora un po’ di zucchero, prego.” Io la guardavo sbigottito. Avevo 20 anni. Versavo il tè, fremendo, e qualche goccia si spargeva sui pizzi. “Maestà, non siete ancora perfetto; ma è la prima volta. E poi non è il risultato che conta; è l’atto. Dieci anni fa ho servito anche io molte tazze di tè. Fu in cabaret, a Filadelfia. Una sola tazza che voi mi offrite oggi mi compensa di tutto quel passato. Perbacco! Essa mi è servita da un Re.” La donna comprese, dalla smorfia della mia bocca, il cattivo gusto della sua rievocazione, perché frenò il trillo di una risata e si fece subito seria: “Ed ecco la mia seconda lezione. L’amore è sofferenza. Bisogna un poco soffrire per essere meritevoli. Questo dovrete dirlo, Sire, per consolare le vergini che vi piangeranno fra le braccia, quando farete alle altre ciò che oggi volete sia fatto a voi stesso.” “Signora!” esclamai con le fiamme sul viso. “E’ la mia terza lezione Sire. L’amore è libertà. Una libertà, badate, che può benissimo accordarsi alla soggezione. Libertà di carne e di linguaggio. Si levano le vesti per liberare i pensieri. La comunione e la confessione, insomma! Il pudore, allora, sarebbe offensivo come un sospetto. Mentre l’oscenità stessa, sulle labbra degli amanti, ha il sapore di un bacio. Non mi credete? E allora fatevi più vicino e sentitelo qui, sulla mia bocca…” Lei mi offrì, chinandosi con grazia, un bacio che io le resi, desideroso, pieno di una smania dove c’era rabbia, amore, febbre; non so. Serenamente , lei sorrideva sempre: “Vedo che a queste lezioni tu pendi dalle mie labbra. Si dice così, vero? Scusa se ti do del tu. L’amore, in fondo, consiste nel mancarsi di rispetto.” Senza dubbio, con queste parole, ella mi sferzava nell’orgoglio. Comunque, eccitandomi esse con il loro sapore maligno, o forse solo turbato, mi lanciai con impeto inesperto ma deciso, accolto da lei, con la solita morbida condiscendenza. E come mi lasciò fare, guardandomi, mentre io le strappavo quei pizzi, quelle vesti. Nuda, la volli. Ma quando fu nuda, ebbi come un terrore improvviso e arretrai di un passo per guardare la cosa strana, la cosa mai vista prima. Il seno. In verità, i miei occhi accecati vedevano solo il seno spavaldo, freddo come quel suo sorriso di buona grazia. Il seno che pareva anche esso guardarmi “La quarta lezione l’hai appresa da te. L’amore è curiosità. Sono ben curiosa anche io di vedere come è fatto un Re. Come sei pallido. Capisco. È la prima volta che qualcuno si presenta a te nel suo abito naturale. Pensa: il costume della Verità! Ma perché tremi così?” “Penso che la crudeltà, in questo momento sia la tua quinta lezione. Ti diverti, tu.” “Via; la sesta sarà più facile. Baciami.” Veramente io ero tutto un tremito, tutto un furore e un affanno. Ed ella così tranquilla. Sì; io ero stato curioso della sua bellezza, ma lei era curiosa della mia paura, del mio ridicolo, del mio spasimo d’uomo, della mia umiliazione di Principe. Mi apparve allora, così impura, così vile con quel suo sorridere continuo, indifferente. E mi lanciai, è vero, come un nemico non come un amante. Mi lanciai fra le sua braccia aperte per distruggere quel sorriso, o non vederlo più. “Pensa” ella disse serrandomi al collo, “ora ti potrei strozzare.” Era uno scherzo. Mi sembrò ignobile. Il sangue mi gelò in gola. Mi sciolsi. La fissai. “”E’ un’altra tua lezione?” le chiesi. “Certo. La sesta: il piacere” “No” risposi: “Io sono ormai giunto all’ultima: il ribrezzo. Vai via.” RUGGI LORENZO Bologna 1883 1972 LA MADONNA DEL GATTO NERO Editrice Sonzogno 1938. Lorenzo Ruggi Bologna 1883 1972 LA MADONNA DEL GATTO NERO La « Madonna del gatto nero » poteva dirsi una Madonna privata. Non si venerava in una chiesa o in una cappella: in una piccola stanza, già un tempo cucina. Il casolare che la conteneva era prossimo ad una via pubblica, tortuosamente in salita, ma che dal paese e dalla parrocchia distava due chilometri buoni. Era stato un tempo ricovero di pastori e prima ancora, forse, piccola casa colonica di un fondo rustico, un po’ alla volta assorbito e distrutto da frane indomabili. La casetta per troppo scarsa terra, diventata inutilizzabile ai fini della coltivazione agraria, era passata in proprietà di povera gente che poi se la erano trasmessa, per diritto successorio, dai figli nei figli. All’interno due soli vani ancora in piedi: una camera da letto e una piccola cucina nera nera, con appunto, a mezzo del muro prospettante il camino, una Madonna, anch’essa nera, dipinta sull’intonaco, qua e là sgretolato. Il resto dell’edificio era un rudere: rudere di muraglie aggredite dall’edera e dalle piante di capperi. Sui rami abbarbicati sostavano, o presto sparivano, lucertole verdoline. Ultima proprietaria del casolare, una novantenne vegliarda. In un lontano tempo aveva avuto una figlia, una figliaccia scappatale di casa a venti anni. Non ne aveva mai saputo più nulla neppure la ma¬dre o aveva finto di non saperne nulla, povera diavola! Vita di abiezione. Precipitosa discesa. Da gio¬vane, prostituta d’infimo rango, poi serva delle prostitute. Neppure padrona, gerente, madama: serva, servaccia disgraziata, malmenata, conside¬rata meno che zero. Negli ultimi suoi anni, la vec¬chia madre non riusciva neppure a ricordarsela con esattezza. Socchiudendo gli occhi (ma solo a spraz¬zi e per brevissimo tempo) le compariva dinanzi, sfocata, l’immagine di una giovinetta bionda, ro-busta, esuberante, interminabile nello sghignaz¬zare, indocile, irrequieta, disubbidiente, svogliata, sfrontata, sempre fuori di casa la sera, sempre a spasso con uomini. Che ragazzaccia! Come mai sua? Ma poi, facendo i conti, perché ragazzaccia? Or¬mai come ragazzaccia non poteva esistere più. Se ancora campava dopo mezzo secolo, era certo an-che lei adesso vecchia, chi sa mai quale brutta vecchia. E se viceversa, povera Michelina, il Signore se la era presa, pazienza! Le dirò un requiem, che sarà come non detto, se invece campa. Non era poi del tutto cattiva, povera Michelina! Per cattiva che sia una figlia, sempre così conclude una madre. Qualcuno talvolta le domandava : « E a chi lo lascerete un giorno, nonnina, questo vostro pa¬lazzo? » Non rispondeva. Biascicava, biascicava. Inghiottiva, inghiottiva. Perché prospettarle problemi di questo genere? Morta lei, la casa sarebbe toccata a chi sarebbe toccata. E intanto mendicava e, per esigenza professionale, recitava rosari e vi¬veva. La Natura, talune volte, lascia di preferenza al mondo, e non si sa perché, proprio le persone inutili. Però quand’ebbe novant’anni ed oltre, la Morte si ricordò tutto a un tratto anche di lei e se la venne a prendere in una bella notte d’estate, quando la povera Gesualda, per soffrire meno il caldo, si era distesa sul praticello dinanzi al casolare, tutto fio¬ri di camomilla e di malva. Parecchie ore dopo il decesso, quando il sole, baciandole la fronte gelida, gliela aveva di nuovo intiepidita, un garzone guardiano di mucche al pascolo, avvertì in paese che là sul prato, vicino al casolare dei calanchi, c’era una donna stecchita, che sembrava morta. Accorsero un po’ tutti, anche i carabinieri. Esclu¬so un delitto, passò la pratica d’ordinaria ammini¬strazione al Podestà del luogo. A lui spettava di rintracciar l’erede, darle notizia del decesso e della aperta successione. *** La Michelina era ancora al mondo. Quando la notizia le giunse nel luogo dove serviva, non ci fu¬rono per lei condoglianze, ma solo scherzi. L’idea di un’eredità eccita quasi sempre gli spiriti volga¬ri, anche per la speranza di qualche piccola cuccagna di cui godere insieme con l’erede. — La Michelaccia eredita (da mezzo secolo non si chiamava più Michelina). Eredita nientemeno una casa, una villa. Ora puoi smettere di fare la serva. Vai a far la padrona. Beata te! — le dicevano le ragazze della casa, un po’ per ridere, un po’ per autentica nostalgia di libertà e di campagna. E le mettevano per festeggiarla le mani addosso, specie la Wanda, una ragazza alta, tutta labbra e dentoni, un rifiuto di caffè concerto, che si vantava di essere lottatrice di merito e voleva tenersi in esercizio. — Non si sa mai... — Buttava a terra le compagne e qualche volta anche la vecchia serva che, cadendo a gambe all’aria, con le brutte sottane in disordine, faceva tanto ridere. — Ci darai il tuo indirizzo. Verremo a trovarti nella tua villa e ci offrirai, ci contiamo, un rinfresco. Ricordati che a noi piace la grappa. La intervistavano sul suo passato e si facevano garantire dalla Corinaldesi, la vecchia padrona del locale, depositaria dei ricordi e delle tradizioni dell’istituto, l’inverosimile notizia che la Michelaccia, nonostante le sue attuali apparenze di strega, ce l’aveva avuta anche lei la sua bellezza dell’asino. — Ma sì — diceva la vecchia Corinaldesi, nera come un corvo e rugosa come una ricotta. — Non era mica il diavolo. Una ragazzona bionda con le gambe un po’ intrombonate, ma di faccia, mica male. La vecchia Corinaldesi favoriva i discorsi allegri di quelle sue ragazze, tendenti a convincere la Michelaccia di non aver più bisogno di far la serva. Senza quell’occasione fortunata e insperata, non avrebbe mai osato di mandarla via così su due piedi, o almeno senza adeguati compensi. Sapeva tante cose la Michelaccia!... Non era prudente disgustarsela. Gradiva quindi che le si montasse la testa, all’idea di avere ereditato bene o male qualche cosa, in modo che se ne andasse per sua decisione spontanea. E la Michelaccia: — Adagio, ragazze, non si tratta di una vera casa, sapete. Due povere stanze rimaste in piedi per miracolo, sopra un calanco lassù. Le abitavo con mia madre, quand’ero giovane anch’io. Le ricordo benissimo. Miserie. Mia madre, per quanto ne so, negli ultimi suoi anni, viveva di elemosine. Quelle quattro mura non valgono quindi gran che. Dite piuttosto che, una volta al coperto, come d’elemosine è vissuta mia madre, vivrò anch’io. No? — Macché di elemosine! Vivrai di rendita! Sono cambiati i tempi. Se quarant’anni fa quella tua casa valeva, si fa per dire, sì e no, un buono da mille, ora varrà dieci volte tanto. E poi non è escluso, cara mia, che tua madre, anche vivendo di elemosine come tu dici, non avesse da parte il suo gruzzolo. Spesso si legge di mendicanti che lasciano un patrimonio. Anche giorni fa nel giornale... Tante ne dissero che la Michelaccia si decise ad abbandonare il servizio e a far ritorno al suo paesello per vivere, dunque, di rendita. Lasciò quella dimora non casta né pura, fra i sorrisi delle ragazze e gli auguri dolciastri della vecchia Corinaldesi. Quando se ne andò col suo fagotto e il suo gruzzolo, tutte le ragazze erano là sulla porta che continuavano a salutarla con le mani protese fra le due ante. Essa le guardava con tristezza e quasi stava per piangere. Non c’è prigione che non lasci nel cuore dell’uomo, per quel suo brutto vizio di affezionarsi, qualche attaccamento invincibile. E come gli costa caro! *** Salendo una riva che dal fondo valle raggiunge la cresta di un calanco, su per un viottolo tortuoso e sottile, serpeggiante, in giugno, fra le ginestre e l’erba sulla in fiore, scorciatoia a lei nota dalla lontana infanzia, le apparve così tutto a un tratto la casupola di sua madre. — Eccola: come allora! Sembra in piedi per miracolo! — Si fermò a contemplarla. Quella casupola che mezzo secolo prima, ancora Michelina e non ancora Michelaccia, presa dal fascino della città concupiscente, aveva con tanta leggerezza abbandonata, conteneva ora (cosa non fa il tempo!) tutto il fascino superstite della sua vita per le cose del mondo. L’edera che una volta lambiva sì e no i piedi delle muraglie diroccate (muraglie dell’antica stalla, dell’antica cascina, come ricordavano i vec¬chi), si arrampicava su su fino al tetto e lo amman¬tava verdeggiando fra le tegole. Ecco: riconosceva la finestrella della cucina. Là erano appese, di con¬sueto, collane d’aglio e di fichi secchi. Ora no. Ma le sembrava di vedervi ancora affacciata, viso buio, irato, pronto a censura, sua madre. Povera vec¬chia! Chi sa mai come li aveva finiti i suoi giorni. In quale delle due camere? Assistita da chi? — Da nessuno. Glielo spiegò in questi termini brevi un garzon¬e che, presso la casa abbandonata e deserta, sor¬vegliava mucche. La nonnina era morta una notte, le disse il garzone, così sotto le stelle, con la faccia rivolta al cielo. La avevano trovata morta, dicevano, di vecchiaia. Era passata, dicevano, sen¬za soffrire, sopra la nuda terra, che alcuni giorni dopo la avrebbe accolta e consumata alla svelta per convertirla in pascolo. La avevano sepolta là nel ci¬mitero, che si vedeva a riquadro, punteggiato di bianco sul verde dosso d’una collina. Non dispiacque alla figlia la descrizione di quella morte al fresco. Non provò pena. Se l’augurò ana¬loga, per quando fosse venuto il suo turno, e cercò il cursore. Era il cursore, come avvertiva la lettera del Po¬destà, in possesso della chiave. Sperava di trovare accoglienze festose. Forse un invito nell’ufficio per notizie anche più precise intorno a sua ma¬dre e a ciò che le aveva lasciato. Invece tutti, a cominciare dal cursore, che le consegnò la chiave senza una parola di più del necessario, fino all’ultimo dei paesani, le fecero un’accoglienza di gente che disprezza, deplora e diffida. Labbra piegate a smor¬fia, occhio quasi bieco. I giovani se la indicavano con atteggiamento di scherno, i vecchi voltavano la testa da un’altra parte. Sputò qualcuno, e non spu¬tò per caso. Ah, che gente! Che freddo! Quel disprezzo con¬corde le fece però misurare subito, e come non mai prima di allora, tutta la gravità della sua abiezione. Desiderò allontanarsi alla svelta e raggiunse di nuovo il materno casolare. I rintocchi dell’Ave erano per l’aria rossa di tramonto da un lato, già bianca di luna dall’altro. Quadro bello, ma senza voglia di contemplarlo. Era avvilita, affranta. Dato un giro di chiave, entrò nella cucinetta. Buio pesto. Accese qualche fiammifero, cercò un mozzicone di candela, lo trovò sulla cimasa del fo¬colare. La cucinetta le apparve allora squallida, scura come ai lontani tempi della sua giovinezza. Anche più scura. Il focolare portava i segni di una con¬sunzione ulteriore, raccontava la storia dei gior¬ni seguiti dai giorni sempre uguali, dopo che essa aveva ( crudele) abbandonata sua madre. Si immaginava, su quel focolare, la stessa pentola, lo stesso focherello, la stessa porzione di fumo che giorno per giorno era salito su, diffondendone sem¬pre un poco anche nella stanza. La cucina, già nera, si era fatta sempre più nera. Altrettanto era capitato certo anche a quella povera Madonna che ricordava dipinta sulla parete, proprio in faccia al camino. — Là, una volta, c’era una Madonna, ora non c’è più. Cioè, no. Sotto la fuliggine, probabilmente c’è ancora. Se ne intravede qualche tratto svanito, quasi impercettibile; ma c’è, c’è ancora . — Trovò nella stanza vicina al posto del letto, forse venduto forse rubato, un pagliericcio roso dai topi, col trito fogliame di granoturco, uscente dalle slabbrate saccocce. Un tanfo orribile, che quasi sapeva di cadavere, saturava l’aria. Se ne ritrasse quasi spaurita. Rientrò nella cucinetta, che non era repellente no, ma squallida. Lì dunque, lei avrebbe dovuto vivere, finire i suoi giorni. Ma vivere con che cosa. Col suo denaro, fatto dalle sue economie d’infame mestiere? Quello, sì e no, bastava per pochi giorni. Girare elemosinando? Illusione. A sua madre la facevano volentieri l’elemosina, povera ma onesta vecchia. A lei no. A lei avrebbero chiusa la porta in faccia tutti quanti. E allora? E allora niente. Una via senza uscita. Tornare dalla Corinaldesi? Sto fresca! È stata felice dell’occasione di potermi mettere due dita fuori dalla sua casa. Mi riprende, sì! Aveva dato ordine alle sue ragazze di montarmi la testa ( l’ho capito! ) con l’idea dell’eredità, con l’illusione che avrei qui trovata una vita possibile di riposo e di pace. Mi sta bene. Stupida! Ma intanto come provvedo? Sono possidente! Possiedo una villa, come dicevano quelle ragazze matte. Te la raccomando questa villa! Non c’è neppure un pozzo, qui nei dintorni, dove potersi buttar giù; neppure una corda in casa per potersi impiccare. Non c’è che la fame che fra qualche giorno mi roderà lo stomaco, non ci sono che topi a rodere il materasso della morta. Conciata per le feste! Mi sta bene! Sia benedetta l’anima di mia madre! Si tormentava con bieche ironie, si contorceva l’animo disperata, quando il silenzio della stanza nera cominciò ad essere contaminato. Erano i roditori all’opera nell’altra stanza contigua. I topi non soltanto rodevano, saltavano, si rincorrevano, non sembravano neppure topi. Davano l’impressione di qualcuno che di là camminasse, raspasse, rimovesse la paglia dentro il saccone, con una mano ruvida e gialla. Si avvicinò barcollando all’uscio. Tutti quei rumori cessarono. C’era dunque di là qualcuno che aveva avvertito i suoi passi, stava in ascolto, sensibile a questo genere di allarmi. Brividi per le ossa. Ma no. Non c’è da rabbrividire. Non sono spettri; topi, o tutto al più faine, che già da qualche notte dimorano nella camera della povera morta e si spartiscono il bottino. Sono con me gli eredi. Eredi della mia miseria. Ecco, sentili, che riprendono imperterriti le loro scorribande. Come frugano, come raspano, come saltano! Però che luogo angoscioso! Che notte d’inferno! Io non ci sono ancora stata all’inferno, ma non ha ad essere molto diversa l’anticamera di Bel¬zebù. Sedette sul focolare. Dalla esasperazione più pro¬fonda, le traboccava il cuore nella disperazione, che riflettendo un disorientamento completo della coscienza, un abbandono allo sfogo rumoroso e in¬composto, pone anche gli ignobili nell’atmosfera della pietà. Ma nessuno intorno a lei esisteva che potesse provare pietà. Anche in questo sola, ebbe grande pietà di sé stessa. Tanta, che le lacrime or¬mai da mezzo secolo ignote ai suoi occhi, sgorgaro¬no con quello sgomento che più non domanda soc¬corso a nessuno perché si rivolge a tutti, e in man¬canza dei presenti, agli assenti, e in mancanza dei vivi ai morti, e in mancanza degli uomini a Dio. Pregare. Ma se non c’era più in quella stanza nep¬pure la Madonna. Si era oscurata persino quella, persino quella, persino la vecchia Madonna dipinta ad olio sul muro. Era anche allora annerita sì, brutta sì, ma gioconda. Un celeste manto, una co¬rona d’oro sulla testa, un bel bambinone in grem¬bo. Dove era andata, quella Madonna? Chi gliela aveva portata via? Il fumo, il tempo, il diavolo, o tutti e tre assieme? Dalla bisaccia dove c’erano le sue poche robe, levò una bottiglietta di grappa rubata alla Corinaldesi (che diamine, qualche cosa doveva pur ru¬barle!). Ne asperse il fazzoletto rosso e montata sulla seggiola, lo soffregò sul tratto di muro dove una volta c’era la sua Madonna col bambino, dipinta ad olio. Ispirazione divina. Man mano che la pezzuola detergeva, il dipinto riappariva nitido e chiaro più di quando lo aveva visto bambina. Ecco: il viso della Madonna sorrideva, ecco il bambolo che sorrideva egli pure. Tornava a splendere la corona, tornava azzurro il manto, rosea e paffuta la guancia della Madre e del Figlio. Erano brutti tutti e due, ma tanto cari. Finalmente in quella stanzaccia buia aveva qualcuno col quale parlare. Anche se non era vivo, importava poco; era qualcuno, era un’immagine, era un ridestato ricordo, era tante e tante altre cose, una Madonna era infine, una Madonna. Pregarla? Esitò. Non ci credeva più da tanti e tanti anni né alla Madonna, né al figlio suo. Aveva ormai ricacciato nel fondo dell’animaccia sua tutte le superstiti credenze, era scivolata più che nell’ateismo, che pure significa qualche cosa di cosciente e di meditato, nel disprezzo del culto in genere, solo perché si ricongiungeva al rispetto di un ordine, di una morale, di una purità dello spirito. Ma adesso no. Tutto a un tratto si risvegliava in lei un bisogno istintivo, di credere, di pregare, un qualche cosa che le veniva imposto, non sapeva essa stessa da chi. Forse era la certezza dell’aver raggiunto l’ultima tappa dell’abiezione, l’ultimo grado del disprezzo degli altri. Sentiva di pagare il suo debito anche prima della morte. Ne aveva avuto in un primo tempo terrore e si era ribellata. Aveva poi sentita l’inutilità della ribellione ed aveva finalmente trovato e ritrovato in sé stessa (miracolo! miracolo! miracolo!) il bisogno di una fede. Si inginocchiò, giunse le mani, volse gli occhi verso l’immagine di fresco restituita ai colori e incomincio a balbettare. Chiedeva di essere liberata in qualsiasi modo dalla solitudine. Dopo, fra qualche giorno forse, sarebbe stato urgente per lei anche il problema del pane. Ora, immediato, ossessionante c’era uno sconforto, spaventoso anche e più della fame. Cosi chiedeva, quando il lucignolo crollò la testa. Piombò nel buio la stanza. Allora fu ripresa dal tremito. Non vedeva più nulla, soltanto il riquadro della finestra aperta con le sue sbarre dell’inferriata che spezzettavano il cielo. Rilucendo però nei riquadri stelle e stelline sempre più vivide, gli occhi della Michelaccia, tuttora impressionati nella retina dall’immagine della Madonna fino a quel momento fissata, la rivedevano ricomparire sullo sfondo stesso del firmamento. Finché vide altra immagine molto più vicina molto più reale, tangibile; quella di un gatto, di un gatto nero balzato su d’improvviso sul davanzale della finestra; di un gatto nero, scarno, che miagolava, miagolava, forse per fame. Aveva gli occhi gialli fosforescenti. Guardava dentro la stanza. Forse lui ci vedeva. Un gatto! Ma un gatto era già qualcosa di vivente. Era la compagnia invocata, era il sopravvenire di un aiuto per chi provava nella solitudine il terrore angoscioso degli spettri. Chiamò quel micio, lo accarezzò, lo senti caldo. Era forse (caro!) l’unico, l’ultimo amico di sua madre. Già le stava vicino senza diffidenza né ostilità, anzi accosciandosi, riaccosciandosi contro di lei con gentile carezza. Levò dalla sua bisaccia un po’ di pane e lo nutrì rincuorata. Era lei, l’ultima delle mendicanti, che invano avrebbe chiesta l’elemosina agli altri, a farla intanto a qualcuno. Era lei, lei, la benefattrice di qualcuno! Adesso c’era lì qualcuno ad aver bisogno di lei! Tutto ciò sapeva di miracoloso. Sembrava la prova immediata che la Madonna avvolta nelle tenebre alle sue spalle, trapunta di stelle a lei di fronte, onnipotente e onniveggente, non respingeva la sua preghiera, la aveva benignamente ascoltata subito, mostrava di averla gradita. Timida timida, col silenzioso passo d’un gatto, rientrava nel suo cuore, se non la Fede, una fede. *** Quando si fece giorno tutto si rischiarò: anche nell’anima della vecchia megera. Cose soavi: sulla soglia della sua porta, fiori di camomilla e di malva. Le ricordavano, col loro profumo, l’infanzia. Le rondini, come allora, quasi fossero sempre le stesse rondini, compivano intorno alla casa, cinguettando stridule, gli stessi voli. La sua Madonna, buona e brava, appariva sempre più nitida alla luce del giorno. Simpaticone quel suo bambinotto, bell’allievo di forte nutrice. La Michelaccia, sterile, che mai aveva osservato i bimbi con curiosità prima di allora, guardando quello divino si sentì rallegrata dentro, come se fosse qualche cosa di vivo, di suo, e ripensando al miracolo da lui compiuto, insieme alla sua divina madre, nella passata notte gli mandò un bel bacione. Colti nel campo margherite e papaveri ne collocò un fascio abbondante sopra una bisunta mensola, con stalattiti di rancida cera, che denunciavano qualche accensione votiva, forse del sabato. Trovato allora un po’ d’olio e apprestato alla meglio un lucignolo, l’accese soddisfatta. Ecco un altare. — Così vedremo se mi farete qualche altra grazia, Madonna e Figlio uniti insieme — concluse la vecchia a sistemazione finita, non sapendo ancora disgiungere l’idea di un servizio reso da quella di una ricompensa da pretendere. Ma la Madonna non si offese. Il gatto intanto aveva di là compiuta buona razzia di topi. Il materasso fu buttato all’aria e rifatto con foglie nuove, e tutto il mobilio dell’altra stanzaccia fu alla meglio pulito e spolverato. Anche la cucina fu resa molto più decente. Nel riassetto finale, una piccola tavola fu posta sotto l’immagine, e sulla tavola un vecchio bacile di rame, scovato presso l’acquaio, servì da quel momento, di sera, per l’insalatina fresca, e di giorno e di notte, per fiori alla Madonna, ormai segreta, estrema risorsa della Michelaccia in caso di sinistri ulteriori. Che non si fecero attendere. Rincuorata, nei primi giorni, tutto andò benone. Le occupazioni la avevano un po’ distratta. Il suo piccolo gruzzolo le consentiva di cibarsi a sufficienza ed anche di bere discretamente e di fumare qualche sigaro. Si era provvista anche di due galline che le facevano l’uovo. Per i suoi bisogni, limitatissimi, sembrava che quel poco bastasse, illusione che la riconsolava del trattamento ruvido, sprezzante, ostinatamente ostile che i suoi compaesani non le risparmiavano. Nessuno la salutava. Persino gli esercenti la servivano arcigni, seccati che lo spendesse lì nei loro esercizi quel suo danaro di sporca origine. Chiedeva un sigaro, e chi stava a banco glielo gettava senza consegnarglielo. Sembravano dire: — To’, prendilo, ma non toccarmi— . Tutti poi deploravano quella sua sfacciata, scandalosa abitudine di fumar sigari come un bifolco. Li fumava di notte, seduta vicino alla porta del suo casolare. Dalla strada, relativamente vicina, la gente, passando, vedeva quella bracia splendere nel buio, e commentava: — Guardala, quella poco di buono! Sculacciate! Bruciarla in piazza l’ultimo giorno dell’anno! — Il parroco col quale una sera s’incontrò, poco lontano dal suo casolare, non fu più tenero degli altri. — Buona sera, signor curato. Sono la Michelina, la figlia della povera Gesualda. Adesso abito io la casa del calanco. Non le rispondeva il parroco, non la guardava neppure. Cercava di svignarsela senza averle par¬lato. Ma l’altra imperterrita: — Sapete che in casa, signor curato, ho una vec¬chia Madonna che fa miracoli « a tutto andare? ». A questa uscita della vecchia, il parroco si voltò bieco: — Non bestemmiate il nome della Madonna, perchè la offendete solo a nominarla, voi! Vergognatevi! — Perché vi inquietate, signor curato? Perché mi trattate così? Non ho mica voluto offendere nessuno. Tanto meno la mia Madonna, miracolosa dav¬vero, sapete. Ve lo garantisco io. — Ed io vi ripeto che neppure lo voglio sentir pronunciato da voi il nome della Madonna. Buona sera. — Buona sera. Avvilita rimase. Però il suo denaro era ancora consistente e le due galline continuavano a farle un uovo al giorno. Grave malinconia tornò, invece a piombarle addosso, quando il denaro stava ormai per finire e le due galline avevano smesso di far l’uovo. (Le disgrazie non capitano mai sole!). — Madonna mia! Ho bisogno un’altra volta di voi borbottò allora. — Se continuiamo ad an¬dare avanti così, Madonna, fra un mese sono al verde e non mi resterà che di buttarmi giù a capofitto dal passo dell’Abbadessa. C’era vicino al suo casolare un calanco spaccato a mezzo, col crinale portante un sentiero di qua e di là del tratto franato. Un burrone in mezzo, profondissimo, diruto, scabro. Raccontava la leggenda che su quel crinale, un’abbadessa, inseguita dal diavolo, in una notte di luna fuggisse via così veloce e così fervorosa nel mettere in salvo la sua virtù insidiata, da saltar quel crepaccio così, a piè pari, lasciando dall’altra parte il diavolo... a bocca asciutta. La Michelaccia, che interpretava quella leggenda a suo modo e non capiva certo la ragion del non lieve rischio affrontato da quella virtuosa; capiva invece benissimo che lei tra poco una fine bisognava la facesse e, all’occorrenza, buono sarebbe stato quel burrone. Venti metri di volo, poi la testa spaccata fra i sassi. Ma la Madonna non lo permise. Una sera la vecchia aveva ormai deciso. Dopo essersi segnata, aveva chiuso la porta a chiave e già si avviava per scendere verso il calanco e fare il gran passo, quando, dalla finestra terrena rimasta aperta nell’interno, rivide la sua Madonna. Sembrava mesta, e in quello stesso momento il gatto nero fece « miao ». Balzò giù dal davanzale dove sonnecchiava, e, come invitando la Michelaccia a cambiare idea, si avviò nel senso opposto, verso la strada pubblica. La vecchia lo seguì istintivamente. Il gatto raggiunse allora una pietra miliare che spiccava all’angolo fra la strada e il viottolo, e come per invitare la padrona a sedersi, le si strofinò contro le gambe. Era quella la strada che saliva dalla città al paese, meta di frequenti gite sul tramonto, anche di cittadini in auto. Sedeva la vecchia da qualche poco sopra quella pietra miliare, quando una macchina signorile apparve, con dentro una coppia giovane. Come vide quella coppia (parlava in lei la sfacciata impudenza della vecchia meretrice?) la Michelaccia si levò arditamente in piedi, e sbarrata la via alla macchina con rischio d’investimento, impose al conducente un alt. — Che c’è? — le chiese il giovane, costretto a bloccare, seccatissimo, accigliato. — Perdonatemi, signorini belli — fece la megera con un tono mellifluo che sempre più valse ad urtare l’altro. — Vi ho fermati, bei signorini, perché, se non lo sapete, qui vicino, c’è la casa di una Madonna miracolosa, che a pregarla per qualche minuto, si ottiene la grazia che si vuole. Perché non venite a visitarla? Su, da bravi, venite. Il giovane diede di spalla, ed innestò la marcia. Ma la sua compagna (una tenera giovane tutta occhi e bocca languida): — No — disse come colpita da superstiziosa preoccupazione. — No, Carlo, perché non scendiamo? Senti? Si tratta di una Madonna miracolosa che fa le grazie. Perché non la visitiamo? Il giovane scrollò la testa, poi sorrise arrendendosi. — Ma sì, se ti fa piacere. Andiamoci pure a far visita anche a questa Madonna che fa le grazie così su due piedi, vero, buona vecchia? Dove sta di casa? Volete condurci? È lontano? — No, no, bel signorino. A due passi. In una casa mia. Può lasciar qui la macchina. Nessuno la tocca. Mi seguano. Un minuto di strada, non più di un minuto. Come i due giovani, a braccetto, si intende, giunsero sullo spiazzo davanti alla porta della casupola, la vecchia sorrise ai due in un certo modo, come se fosse per introdurli in luogo tutt’altro che sacro. — Dov’è questa vostra Madonna? — insisteva il giovane rifattosi un po’ diffidente. — Dentro, dentro; nella mia cucina. — I due guardarono, restando fuori. — E come la si prega per ottenere grazie? — fece la compagna del giovane, con espressione semplice, soave. — Si fa qualche cosa di speciale o niente? — Sì — rispose la vecchia che prontamente intuiva la necessità di accreditare in qualche modo con qualsiasi di rito, la fiducia nella sua Madonna. — Sì, bella signorina, si fa così. Bisogna prendersi in braccio questo bel gatto nero (passava in quell’istante il gatto nero accanto alle sue sottane), tenerlo in collo così, come si terrebbe un bambino. Poi avvicinarsi all’immagine e, pregandola, chiederle ciò che si vuole. Si resta soli lì dentro e si prega la Madonna santa fino al momento in cui il micio fa « miao ». — E quando il micio fa « miao »? — Si esce e si aspetta la grazia. — Che la Madonna fa, voi dite. — Garantisco, signorina bella, garantisco. — Non sono signorina — corresse l’altra. Questo è mio marito. — Oh, fa lo stesso. Tanto meglio. Allora, signora, a voi il micio. Accomodatevi, entrate. Chiudete col saliscendi. Per uscire non avrete che a tirare il cordino. La vecchia rimase fuori. Origliava. I due parlavano sottovoce, ma non scherzavano più. Forse e sul serio, pregavano. Dopo qualche minuto si udì il « miao » del gatto. Poi una risatina del signore. L’uscio si riaperse e i due sposi uscirono ilari, scambiandosi occhiate piene, per loro, di chiare allusioni. — Avete domandato una grazia? Una bella grazia? chiedeva arguta e perspicace la vecchia. — Sì, l’abbiamo domandata — rispose la signora; — e se la vostra Madonna ce la farà, faremo un bel regalo a voi e un altro altrettanto bello faremo alla vostra chiesa. Dov’è la chiesa parrocchiale dalla quale voi dipendete? — Quella lassù, di cui si vede il campanile fra gli alberi del bosco. — Allora dite al vostro parroco che se questa Madonna ci farà la grazia, ce ne saranno anche per lui. Per lui, per voi, per la Madonna, per tutti. Vero, Carlo? Carlo rispose di sì con gli occhi, ma si capì benissimo che il miracolo dipendeva molto anche da lui. Naturalmente la vecchia aveva intuito subito di che cosa mai poteva trattarsi. Però si finse tonta. — Saprete voi di che cosa si tratta e mi rimetto quindi al vostro buon cuore, se la Madonna, come già sono certa, vi accontenterà. — Ma davvero ne siete certa, buona vecchia? — fece la signora con gli occhi lucidi. — Certa, certissima — confermò la vecchia. — Voi mi sembrate una santa — replicò l’altra, — e vorrei credervi. Non siete una suora, ma per la vita che avrete finora vissuta, immagino che è come lo foste. — Troppo buona, signora! — fece la vecchia senza affatto scomporsi, e non sorprendendosi eccessivamente davvero d’i ssere già passata, nel concetto altrui, nel novero delle religiose. — E allora pregate anche voi per me la vostra Madonna, con e senza il gatto — soggiunse la signora sorridendole. — Oh, non ne dubitate, non ne dubitate. La Madonna mi ascolterà. — Benissimo, cara. E se saremo esauditi, vi dirò poi un giorno di che genere di grazia si trattava, neh! Per oggi, acqua in bocca. La signora, così dicendo, graziosamente si accomiatò. Non senza avere tuttavia rivolto verso la casa della Madonna un riverente sguardo e indirizzandole, sulla punta delle dita, un pio bacio. *** Tornata la vecchia piena di orgasmo al casolare, così parlò, in confidenza alla sua Madonna, nel suo dialetto emiliano: — Ah, Madonna, se mi farete questa grazia (accidenti!) dirò davvero che siete miracolosa sul serio e non vi farò più un torto neppure grande così, ve lo assicuro. Quelli sono due sposi che hanno bisogno di un bambino come io ho bisogno del pane. Fate che lo abbiano. Tanto a voi cosa costa? Fate che lo abbiano, poverini. Io vi procurerò un altare sempre pieno di fiori e di candele e loro saranno felici. Non ci rimette nessuno. Ci guadagnano anzi tutti. Mi raccomando, Madonna, fateglielo avere. Aveva appena finito questa sua poco liturgica ma fervidissima preghiera, che il vigilante occhio le cadde dentro il bacile di rame, lì davanti alla immagine. In fondo all’acqua, caspita, due monete da dieci lire! — Venti lire! Ma sono il mio pane per parecchi giorni, Madonna ! Se mi capitassero visitatori di questo genere un paio di volte per settimana, il mio problema sarebbe già risolto. Questo è un altro miracolo vostro. Voi mi proteggete senza dubbio. Voi mi volete bene al cento per cento. Ormai so come fare quando mi trovassi in difficoltà. Suggerimento vostro, attraverso il micio nero. Vado sullo stradale, fermo una macchina, li porto qui. E da quel giorno, infatti, nell’ora del tramonto, quando più frequente era il transito di macchine cittadine su quella strada di campagna che, panoramica e solitaria, tanto attraeva, in particolare le coppie, non mancò più di trovarsi su quella pietra miliare allo svolto del suo sentiero. Tutti, più o meno, ce l’hanno in cuore una grazietta da domandare. Pochi erano quindi coloro che all’invito di scendere per visitare una Madonna, una Madonnina buona e democratica, che vi dispensa grazie senza difficoltà, opponevano un rifiuto netto. Per invitare tacitamente i visitatori a dare l’obolo, la vecchia lasciava alcune monete d’argento in fondo al bacile. Chi voleva capire il latino, capiva. — Ah, che trovata! — esclamava spesso la vecchia. — Che trovata! E che miracolo! Madonnina mia, non mi abbandonare. Tu sei il mio pane, sei la mia vita. — (Nei momenti di maggior espansione e confidenza le dava addirittura del tu). — Vedi bene che non sono irriconoscente. Dividiamo il guadagno da buone sorelle. A me il pane, a te il cero, a te il fiore. A me piace di essere giusta. Ma un giorno il cielo si oscurò. Energicamente fu bussato alla sua porta. C’erano i carabinieri. — Dov’è questa vostra Madonna che date per miracolosa, e che vi serve per spillar quattrini alla gente? — fece, ex abrupto, il maresciallo. — Io non do per miracolosa nessuna Madonna, signor maresciallo — fece la vecchia megera, abituata alle visite di gendarmi. — E non spillo quattrini a nessuno, intendiamoci bene. Ho una Madonna, quella lì, sul muro, che molta gente viene a visitare, sì, perché la credono, sì, miracolosa. Ma lo sapranno loro se sia vero e che davvero nel pregarla si ottengano tante grazie. Per essere sincera, a me ne ha fatte. E posso proibire che ne faccia anche agli altri? Lei non ha nessuna grazia da chiedere, signor maresciallo? Non ha speranza di crescere di grado? Di migliorare la sua posizione? Nessuna figliuola da maritare? Nessun ammalato da far guarire? Mentre accennava a queste eventualità, gli occhi del maresciallo, già torvi torvi, lampeggiarono. Allora la vecchia si sentì rassicurata e continuò: — Non impedisca allora alla mia Madonna di fare le sue grazie, se mai vuol farle. E cominci lei, maresciallo, col chiederle qualche cosa senza farle il gran torto di impedire a chi vuole di pregarla con devozione. Provi. Domandi qualche cosa anche lei a questa mia Madonna e vedrà se non l'accontenta. Provi. Perché non sembrasse una resa col miraggio di quella lusinga, il maresciallo continuò a redarguirla. Ma il tono era già diverso. Sembrava come distratto da qualche suo intimo pensiero e andava dritto dritto con gli occhi verso quella immagine, quasi pregasse parlando. Evidentemente era preso anche lui senza dubbio da una specie di superstizioso riguardo. Insisteva, sì, nei rimproveri, nel minacciarle la sospensione dell'esercizio del culto, ma si limitò infine a raccomandarle di non lucrare, ecco, di non lucrare, su quelle visite alla sua Madonna, che questo no, non si poteva. Quanto al resto «arrangiarsi », parola che non dice molto, ma è molto militare. La vecchia capì, con questo, che si trattava di circondarsi tutt’al più di cautele. Forse era stata presa di mira dal sagrestano, dai chierici, dalle beghine che avevano notato come lei talvolta fermasse le macchine. La spiavano, per poi riferire in canonica. C’era di peggio. Era corsa voce che quella vecchia malfamata, con la scusa della Madonna da visitare, in cuor suo fosse un tantino compiacente con le coppie dei fidanzati, altro che sposi! Ciò la costrinse a limitarsi molto nelle esibizioni e ad accontentarsi esclusivamente o quasi delle visite di coloro che si fermavano così, senza inviti. Ormai la voce era corsa. La Madonna di quella casa aveva i suoi fedeli. La vecchia incantatrice usava l’accorgimento di invitare i visitatori spontanei a fare propaganda a loro volta alla sua Madonna miracolosa in città. Si intratteneva di conseguenza ad illustrare con parole adatte, secondo il genere del visitatore, gli episodi miracolosi che riguardavano lei, le sue miserie, o le miserie degli altri, miracolosamente sollevate di volta in volta dalla divina generosità dell'immagine. Risultò quindi che la Michelaccia non chiamava, non cercava più nessuno. Per vie capillari, sottili e inafferrabili, il culto di quella Madonna aveva messo radici e prosperava per conto proprio. Essa avrebbe voluto talvolta riprendere il suo antico sistema, quando sopraggiungevano sulla strada lussuose macchine cariche di gente ricca, avrebbe pur voluto allargare le braccia di nuovo e imporre un alt. Ciò che le avrebbe fruttato fior di elemosine. Bisognava invece guardarsene e faticava nella rinunzia. Si sfogava la sera, con la Madonna: — Nessuno meglio di te può dirlo, Madonnina bella. se ti faccio un torto anche piccolo. Qui sono entrate solo persone per bene sempre, tutte persone che ti chiedono oneste cose. Avrai udito tutto al più qualche sposina domandarti la grazia di avere un bimbo, o qualche ragazza quella di trovar marito, qualche malato di guarire, qualche scolaro di passare agli esami. Tutte domande lecite che tu hai quasi sempre accolte. È vero che io li chiudo qui dentro col gatto nero in braccio, ma è questione di minuti, lo vedi. Il gatto miagola subito, quando non ci sono io. Anche se i pettegolezzi guardano da lontano, dovranno ammettere che qui si entra per pregare in fretta e non per altro. Ma non potresti dirgliela tu una parola al curato, poichè è lui ad aver quei dubbi, e invece bisogna tranquillizzarlo. Anche il maresciallo, quel giorno, venne a farmi un sermone, ma tu me lo hai rabbonito subito. Va là, va là, Madonna, parla al curato. Vivremo più in pace tutte e due e senza tanti pensieri. Così pregava e di lì a poco la Madonna, buona, trovò modo (miracolo!) di parlare anche al curato. Buon uomo del resto, un mezzo santo. *** L’automobile dei due primi sposi, alcuni mesi dopo, risaliva il colle. La Michelaccia stentò a riconoscerli, tanto erano raggianti i loro visi. — Ottenuta la grazia? — Ottenuta! Entrata che fu nella cucina, la signora si inginocchiò dinanzi alla Madonna. Si segnò con l’acqua del bacile, depose un mazzo di garofani della Riviera sulla tavola-altare ed abbracciò la vecchia come fosse stata la sua nutrice. — Ma sì, ma sì, buona donna, si è compiuto, il miracolo. Sono mamma! Ed ora eccoci qua, buona donna, per pagare i nostri debiti. Carlo avrebbe voluto attendere la fine della gravidanza, ma io ho detto: « No: i debiti di voto si pagano piuttosto prima che passata la scadenza ». Ed eccoci ad eseguire. Il mio voto segreto era quello di dare mille lire a voi, tesoro, che curate questa Madonna, e darne altre mille alla chiesa della vostra parrocchia. Abbiamo qui pronte anche le mille del parroco. Vogliamo andare insieme a portargliele? Voi certo lo conoscete il parroco. Chi sa come vi considera, quanto bene vi vuole! E la vecchia si schermiva, confusa, diventando di tutti i colori, un po’ per l'emozione di quelle mille lire già indiscutibilmente sue, che si era infilata in una calza, un po’ per l’imbarazzo di dovere lei proprio lei, portarne altre mille al censore del suo culto. Però da buona trafficante pensava che mai del tutto sgraditi si giunge presso chiunque, quando si porta danaro, e che era meglio portarglielo lei, proprio lei, quelle mille lire della sua Madonna, anziché consentire che altri avvicinassero il parroco proprio in quell’occasione. Niente di più facile che egli parlasse male di lei, guardiana malfamata. Disse quindi: — Va bene. Se lo gradite, vengo anch’io. Fu accolta nell’automobile (Madonna, quante grazie mi fate!) e su in volo alla parrocchia, in canonica. Giacché quei signori si segnavano con la sua mano, propose di andare avanti lei, così avrebbe affrontato il sant'uomo sola, con la bustarella in mano delle mille lire. Propose che gli sposini attendessero nella stanza d’ingresso. Essi aderirono, e lei allora si infilò nello studio del parroco, come fosse di casa. Il buon prete che non se la aspettava, no, quella visita, come si vide dinanzi la Michelaccia dal lato opposto dello scrittoio suo, sul quale c’erano tante cose sacre, compreso un crocefisso e una statuetta della Madonna di Lourdes, balzò su di scatto, e stava quasi per dire: « Vade retro, Satana! » quando la vecchia, riassumendo ogni spiegazione con l’indicargli la busta bianca contenente il buono da mille, metà dentro e metà fuori, paralizzò il suo sdegno diluendolo nella curiosità per quella busta e per quella somma. Stava per dire: « Vattene! » e invece disse: — Cos’è? E la vecchia pronta: — È un obolo, un obolo per la vostra chiesa, signor curato. Spero che non vorrete rifiutarlo. Me lo hanno consegnato due sposi ai quali la mia Madonna sta per fare la grazia (ma sì!) di avere un bambino. Le avevano date a me queste mille lire, ma io ho detto: « Diamine, queste bisogna portarle al signor curato! ». Finché si tratta di pochi soldi di elemosina, posso magari accettarli, non li rifiuto. Li converto in candele per la mia Madonna e in un po’ di pane per me che pure debbo, si sa, campare. Ma mille lire no, vanno portate alla chiesa. Ne farà il parroco quello che meglio crederà. Non ho parlato bene? I due sposi sono nell’ingresso e vi confermeranno tutto ciò che dico. Il buon parroco si sentì interdetto. Avrebbe voluto respingere quel danaro, ma era troppo, troppo per fare un simile gesto. D’altra parte (mio Dio) presentato in quel modo... Si limitò a domandare alla vecchia: — Dove sono questi due sposi? Fateli venire avanti che li ringrazi almeno, che li conosca. Gli sposi, naturalmente, erano stati dalla vecchia istruiti a tempo perché non accennassero alle altre mille lire, e parlassero di lei, se ne parlavano, con parole tali, con parole tali da accreditarla, (è vero?) presso il curato, buon uomo, sant’uomo, ma con certe idee sue. Aveva la sposina intuito l’esistenza di qualche screzio fra la guardiana della immagine miracolosa e il parroco della zona. Grata come era alla vecchia, fu quindi lieta di poterla servire. Parole di pia devozione per l’immagine miracolosa, poi subito: — Ma se miracolosa è l'immagine, tanto buona, tanto cara, vero Carlo?, è questa sua donna che l’ha in custodia. È una specie di monaca senza voti. Vuol bene a quella sua Madonna, la cura, la venera, come fosse una creatura viva. Chi sa come siete felice voi, signor curato, di aver trovato una donna simile. E il buon curato, per non rispondere né sì né no, invitava in chiesa i due sposi per visitare l’immagine dell’altra Madonna, la sua, non miracolosa, no, come quella di cui si tessevano gli elogi, ma, secondo la sua opinione sacerdotale, non priva essa pure di meriti. Raccontò allora una storia lunga lunga, che risaliva a qualche secolo addietro, con varie citazioni latine. Mostrò alcuni ex voto polverosi, ma il suo successo non dovette essere grande, poichè la sposina (docile e tanto devota) quando il buon parroco fu per finire quel suo lungo racconto, si coprì educatamente la bocca con la bianca sua mano e vi fece dietro uno di quegli sbadigli garbati e contenuti che non lusingano gli oratori. Anche la Michelaccia aveva ascoltato il curato senza badargli affatto, con un trasparente desiderio che la smettesse presto di parlare di anticaglie e li congedasse tutti quanti. Era smaniosa di far ritorno là dalla sua Madonna, per rimirarsi fra le dita quel suo buono da mille. Non lo aveva mai visto un buono da mille suo e al solo pensiero di aver avuto anche quello sempre in virtù della Madonnina, le si piegarono i ginocchi non appena fu sola con lei. E piegata genuflessa, borbottava un Ave piangendo. Allora i due sposi, che la avevano seguita, fecero altrettanto e tutti e tre pregarono a ginocchi nudi. Quella vecchia icona mai forse, dacché dipinta, aveva visto ai suoi piedi tanto fervore di oranti. — Ma noi — uscì a dire la sposa — avremmo dato anche il doppio, sapete, pur di ottenere una grazia simile. Il papà di Carlo, il futuro nonno, sembra ringiovanito, ora che sa; immaginate la festa, la festa, se fosse addirittura un maschio. Scambi di occhiate tenere col marito. Poi la signora soggiunge: — Ci affidiamo di nuovo a voi, cara, e alle vostre preghiere; a voi, piccola suora, protettrice nostra. Non c’è ragione ormai, di non dirvi chi siamo, vero Carlo? — Abbassò gli occhi, si avvicinò alla vecchia, e le parlò all'orecchio dicendole un bel nome blasonato. — Allora, bisogna che sia maschio per forza, contessa! — esclamò la vecchia alla quale il nome dei coniugi non giunse nuovo. Sorrise di quel sorriso profano che usava un tempo nei cerimoniali di certe anticamere, ma fu scambiato per un sorriso di cielo. Tutto dipende dal come si vedono i sorrisi. — Quanto siete cara! — esclamò la signora. — Che debbo fare, ditemi, che debbo fare per ottenere questa seconda grazia? — La solita cosa — rispose la vecchia depositaria del rito. — A voi, contessa. Subito il gatto in braccio. È là sul davanzale. Prendetelo. Rientrate ora con lo sposo dentro la camera della Madonna e pregate pregate, esprimendo il vostro nuovo desiderio. — Mi esaudirà? — Garantito. E così, garantendo, richiuse per la seconda volta i due sposi nel santuario. *** Nacque di lì a qualche poco il bambino e fu maschio. Ci furono per la vecchia altre mille lire, altre mille per il buon curato. Da quel momento la chiesa venne ad accordi col rito profano. Pretese un minimo di sorveglianza ed accordò un massimo d’indulgenza. La vecchia senz’altro fece atto di sottomissione al parroco. Si confessò, si pentì, si comunicò. Fece tutto quello che occorre per divenire cristiana osservante e scrupolosa. Dopo di che il parroco visitò un giorno la casa della Madonna accolto con tutti gli onori dalla Michelina. Per l’occasione il parroco la invitò ad omettere da quel momento la formalità del gatto, sulle braccia del supplicante. Non era una cosa seria. La vecchia ammise e promise. Mantenne naturalmente a modo suo. Ma una volta assolta da tutti i peccatacci suoi, cosa c’era da ridire? La Madonna dopo tutto era nella casa della vecchia, dipinta sul muro della sua cucina. Chi poteva proibirle di venerarla e di lasciarla venerare? Il curato da quel momento trovò che apparteneva ai suoi doveri riaccreditare quella povera donna presso il paese. Carità cristiana. La voce corse. « Anche il parroco ci crede, alla Madonna del calanco. Non è più contrario alla Michelaccia, anzi ne parla bene ». Nei paesi limitrofi, la notizia fu risaputa; si diffuse rapida nella stessa vicina città. Grazie e graziette venivano più che mai domandate e per buona parte concesse. L’immagine cominciò così ad ornarsi di quadretti col « P.G.R. », di stampelle deposte, di cuori d’argento votivi. Sempre per carità di Dio il buon parroco, pressato come era dalle domande sulla vera storia della padrona della Madonna, trovò opportuno procedere alla integrale definitiva riabilitazione della stessa. Annunziò un giorno alle vecchiette che c’era stato equivoco di nomi. Quella tal ragazza malfamata, creduta figlia della Gesualda, fuggita da casa cinquant’anni prima e finita tanto male, non era quella vecchia ora venuta in possesso della Madonna miracolosa. Si trattava di una sua cugina, della figlia di una sorella della madre. Nulla a che vedere con la Michelina dal passato irreprensibile. Bisognava guardarsi dal chiamarla d’ora innanzi col dispregiativo. Michelina, Michelina, era sempre stato il suo nome. E così l’accia sparì dal suo nome. Né il buon prete ebbe scrupolo nel licenziare bugie di questo genere. Bugie dette a fin di bene, portano bene. Non sono bugie. Riaccreditata così compiutamente la donna, le visite del curato a quella specie di santuario si fecero frequenti e periodiche. Adesso era lui a dar consigli: « Via questa tovagliola che disdice. Ve ne darò io una adatta per l’altarino. Via questi candelieri che non sono da chiesa. Ve ne presterò io una mezza dozzina proprio di quelli per altare ». La stessa Madonna andava, secondo lui, restaurata. Occorrevano ritoccature. In qualche parte l’immagine era sgretolata, in altre sporca e grafita. — Non vedete com’è brutta? Bisogna rimetterla a nuovo. Lasciate fare a me. E la vecchia, che fino alla sostituzione della tovaglia e dei candelabri ci stava, ma che aveva scrupolo superstizioso a toccare l’immagine, anche per minimo particolare, cominciava ad alzare la voce, esprimeva il suo dissenso. — Brutta? — esclamava. — A me non sembra. Eppoi sentite, signor curato: brutta fin che voi volete, ma nel far miracoli è portento. Sembrava la frase piena di irriverenza, specie in dialetto, così come la donna l’enunciava. E invece no, aveva anzi un contenuto sostanziale di rispetto e di fervore mirabile. Andava lasciata così com’era e aveva ragione lei. Tutte le cose che contengono qualcosa di inspiegato vanno rispettate, nei particolari anche minimi. Nessuno, nessuno poteva spiegarsi il perché della forza miracolosa di quell’icona, il meccanismo ignoto attraverso il quale si compiva effettivamente per effetto di quella immagine e di essa sola ciò che appunto si chiama miracolo. Intuiva la vecchia una verità segreta, che non apparteneva ai ragionamenti, ma solo alla fede e giustifica preoccupazioni e intransigenze del genere, quelle che soltanto i fedeli veri e convinti di un culto specifico rispettano a tutto rigore senza discutere, senza esitare. Essa parlava da competente e con la forza che le veniva dall’essere padrona. Non aveva oramai più col parroco neppure il ritegno della peccatrice di fronte al suo confessore. Era assolta, assolta. E si sentiva già da tempo assolta e purificata anche senza la confessione in chiesa. La Madonna, la sua buona Madonna, le aveva dato già da tempo (che diamine!) tutte le assoluzioni possibili. Nella quiete definitiva dei sensi, essa aveva finito addirittura col convincersi che i suoi peccati, dopo tutto, non erano mai stati gravissimi. Appartenevano alla categoria di quelli più perdonabili di questo mondo, perché, tirate le somme, da giovane e da vecchia, essa non aveva mai procurato dispiaceri a nessuno. Anzi, in certo senso, il contrario. Poi si trattava di cose dimenticate da tutti, dimenticate quasi anche da lei. Faceva quindi la voce grossa. Alzava talvolta la cresta, si imponeva alla volontà dello stesso parroco, scherzosamente. — Sarà brutta fin che voi volete, la mia Madonna. Per me, signor curato, è bellissima, e la lascio così com'è. Guai a chi me la tocca. Brutta fin che volete, ma nel far miracoli... voi sapete come dico io. Dalla forma austera passava a quella scherzosa, Inter nos sacerdotes... Il parroco sorrideva, si arrendeva di volta in volta e finiva col darle ragione, anche perché i miracoli di quella Madonna non cessavano di essere compiuti e ognora più cospicuo di giorno in giorno cresceva il reddito del suo culto. Valendosi di quel reddito la Michelaccia, senza toccare la Madonna, aveva cominciato a mettere sempre più in ordine la sua stanza. Era poi diventata gelosa tanto di quella immagine; tanto, che non se la sentiva di lasciarla incustodita, neppure di notte. Sembrandole quasi di profanarla cucinando in quella specie di suo tempietto, finì, col trasformare in cucina la camera dove prima dormiva, e preferì dormire essa stessa nella camera della sacra immagine. Vi costruì una specie di lettino alla turca che di giorno poteva sembrare un sedile. Nascose il focolare con tendaggi e diede sempre più carattere di sacro santuario alla cucina di una volta. L’intimità sua con la Madonna si fece così ogni giorno sempre più intensa. Vi teneva accesi dinanzi, di notte e di giorno, i ceri lasciati dai visitatori. Il ciclo di trasformazione poteva dirsi compiuto: non più cucina, ma quasi piccolo tempio. Particolari cure venivano prodigate anche al gatto nero che, nonostante il divieto, serviva ancora qualche volta al compimento di ritualità ed era considerato degno di tutti i riguardi come animale sacro: bocconi prelibati, carne fresca ogni giorno. Si era fatto grosso, liscio, docile, educato: gradiva le carezze, faceva sempre le fusa. Dimorava abitudinariamente sul davanzale della finestra terrena, guardando i visitatori con occhi sornioni, talvolta stretti stretti, che luccicavano, gialli come l’ambra, fra le palpebre nere. La vecchia non sapeva assuefarsi al pensiero che presto o tardi quel gatto, per ragion d’anni, sarebbe un giorno sparito. Rabbrividiva al solo pensiero di perderlo. La aggrediva anzi il dubbio superstizioso, che, sparito quel gatto, non si sarebbero più avuti neppure i miracoli. Dormiva ora nella camera della Madonna coi lumi sempre accesi in mezzo ai profumi dei fiori e dell’incenso. Tutto ciò serviva ad imporle, un po’ alla volta, anche una disciplina personale rigorosissima di rispetto al luogo e agli arredi di quella stanza. Il suo contegno e il suo costume si erano fatti, un po’ alla volta, sostanzialmente sacerdotali. Della vecchia megera restava soltanto superstite il borbottio frequente con espressioni di preghiera in dialetto, talvolta, al solito, irriverenti nella forma, mai nell’intenzione. Sarebbe uscita a dire, mentre infilava le tremule flaccide gambe sotto le lenzuola e rivolgeva alla sua Madonna il notturno saluto con gli occhi suoi cisposi: — Oggi, Madonna, è stata una discreta giornata. Vedremo domani. Oggi è stato un giorno « da sposi ». Tre coppie di sposi e un malato di sciatica. Domani chi avremo? La nostra specialità è ormai quella delle spose sterili. Quanti figlioli avete già messi al mondo, Madonnina santa! Quanta gente felice abbiamo fatta! Ormai conosce il vostro potere anche tutta la città, e tutti vengono qui da noi, di preferenza, per i casi disperati. Però io dico: adagio! Non pretenderanno mica che tutti i miracoli si facciano qui. Non sarebbe neppure giusto. Io quindi approvo moltissimo, quando Voi di tanto in tanto negate qualche grazia. Vadano a chiederle anche ad altre Madonne. Noi già ne facciamo anche troppe. Se credete, Madonna, in qualche momento ho persino paura delle troppe grazie che fate. Se la voce si diffondesse, anche più di quanto già lo sia, e dopo la città si movesse l’intera provincia, e dietro al curato mi arrivasse un giorno o l’altro il cardinale (che me lo sento, sapete) e si cominciasse così a parlare, come già se ne vocifera, non so, di una chiesetta, di una cappella con tanto di prete adibito, addio povera Michelaccia, sarebbe finita per me. Ma non sarebbe giusto. E Voi non lo permetterete. Voi siete sempre stata una « galantoma » e se mi toccasse questa fine, dico la verità, perderei di colpo tutta la grande stima che ho in voi. Non mandatemi via, per carità, Madonna. Impedite che facciano qui una chiesa. Per che farne? Ne avete già tante! Il bello è l’esser qui, in questa casetta mezzo diroccata fra l’edera e il calanco. Senza contare che non la avrete mai più una custode che vi voglia bene come ve ne voglio io. Che vi faccia tutti i servizi, che vi sorvegli di giorno e di notte, senza risparmiarsi. Neppure dormo, mi basta il dormiveglia. Se chiudo gli occhi (potete constatarlo) continuo sempre a guardarvi anche mentre sonnecchio. Un piccolo rumore mi sveglia. E allora balzo su, vado alla porta. Cosa non farei per la mia Madonna? Dite la verità: ci vogliamo oramai bene come due amiche, come due vecchie amiche che si conoscono a fondo e si sono giurate fedeltà eterna. Io conto di morire qui dentro, sapete, sopra questo tettuccio, sotto gli occhi vostri, più tardi che si potrà, si intende, o anche presto perché fa lo stesso. Me ne importa così poco di stare al mondo. Me ne importa più per effetto di un’abitudine che per desiderio di vivere. Tanto io vi raggiungo subito lassù, dove state di casa Voi con vostro Figlio, accanto al Padre Eterno e sono sicura che un posticino ai vostri piedi me lo tenete a disposizione anche lassù. E così rappresentandosi il paradiso come un qualche cosa di non molto dissimile dalla sua cucina trasformata in chiesetta, chiudeva gli occhi tutte le sere in attesa di chiuderli serenamente, quando che fosse, per sempre, con la fede di un’antica cristiana autentica, con la rassegnazione e la serenità di una santa. Ma non morì in questo modo. *** Trascorsero anni, finché una sera sull’imbrunire, sedendo la vecchia, secondo la sua abitudine, al bivio in attesa di visitatori, sbalzò verso il suo cantuccio un’automobile scalcinata che recava a bordo (al solito!) una coppia, ma non di sposi. Lo si capiva a prima vista. Era l’uomo di mezza età, la donna di età non precisabile. Avvistata la vecchia, la donna gridò all’uomo: « Fermati! ». Poi gettò uno strillo e protese le braccia, esclamando: — Ma no! Ma no! Possibile che ti abbia trovata? Sembra la Michelaccia. È tutta la Michelaccia. Sei o non sei la Michelaccia? Occhi ostili e diffidenti, stupore, senso di ribellione e di antipatia per quella ragazza della quale ricordava sì, qualche cosa, ma in senso vago. Capiva trattarsi di una poco di buono. Di una ragazza che aveva forse conosciuto nei passati suoi anni, ma non ricordava con esattezza. — Non ti ricordi? Sono la Wanda — esclamava intanto la ragazza, ponendo le due mani sulle spalle della vecchia commilitona. — Ero nella casa della Corinaldesi, quando ti arrivò la notizia dell’eredità. È qui che tu abiti? È quella la tua casa? Saverio, smonta — soggiungeva rivolta all’amico. — Voglio parlare con questa vecchia. Quanto si è riso per quella tua eredità, ti ricordi? Quanto si è riso! Mi pare ancora di vederti quando te ne andasti dalla casa col tuo fagottino., Ridevi e piangevi. Portami nella tua casetta, che voglio vederla. E infilato il braccio sotto quello della Michelaccia, se la portò per il viottolo, imponendole di camminare. L’altra recalcitrava. — Eccola là. È proprio come ce la descrivevi, quasi sul calanco, due stanze sì e no. Il resto è diroccato. Però è bello. Quanta edera arrampicata su quelle muraglie cadenti! È tuo questo gatto? Oh, che bel gatto nero! Che begli occhi gialli! Sembrano quelli della Veneziana. Te la ricordi quella Veneziana alta, la Pastòn? Essa non voleva ricordare, ohibò! Le pareva quasi impossibiledi avere appartenuto a quel mondo. La confidenza di quella ragazzaccia la irritava, la sbigottiva quasi. Ma come liberarsene? — Va là che sei fortunato — riprese la Wanda, rivolta all’uomo che seguiva le due donne, dopo aver collocata, in un angolo della strada, la macchina ferma, chiusa. — È un uomo pieno di storie. È un impiastro, insomma. Ma dove vuoi che gliela trovassi una villa su per queste alture? E invece ecco la villa bella e pronta, la villa di questa vecchia amica. Sai, che ti trovo bene? — Sì, ma io ho una villa dove non si può entrare, ragazza — fece La vecchia con voce dura e rauca. — Ci hai già dentro qualcuno? Oh, che scalogna ! — commentò la giovane. — Non ci ho dentro nessuno, nel senso che pensi tu, ma non si può entrarci lo stesso. Nella mia casa c’è la Madonna. Sì, una grande Madonna che fa le grazie; ed io ho l’incarico di badarle, di mostrarla solo a chi vuol pregare e non ad altri. — Oh, oh, oh! — commentò la ragazza tenendosi la pancia. — Tu, guardiana! Questa è magnifica! Del resto hai sempre fatto la guardiana, anche ai tempi in cui ci conoscevamo meglio e si stava tanto insieme. Ma fa un piacere. Se c’è la Madonna in casa tua, tanto meglio. Le diremo anche noi. Un” Ave. — No, voi non ci entrerete lì dentro. Io ve lo impedirò. Garantito. — Sì, sì, capisco — soggiunse la ragazza facendo d’occhietto al suo uomo e invitandolo a cavar di tasca il portamonete. — È un tipo che farà il suo dovere — aggiunse poi rivolta alla Michelaccia, abbassando la voce. — Un vero signore. Mi ha preso fuori per questa notte e voglio accontentarlo anche nei capricci. Non ti preoccupare. Sarai contenta... Eccoci arrivati. Vedo, vedo i ceri. Carini! Sai che sembra davvero una chiesetta? Però c’è un letto. È il tuo? Ma brava. Mi sembra un letto in ordine, tenuto bene. Tutto è in ordine. Del resto era nel tuo carattere. Ordinata, pulita, anche là. Lo diceva, sai, la padrona, anche dopo che te ne fosti andata. « La Michelaccia era un po’ ruvida, ma molto pulita ». E come tenevi a lucido il pavimento della sala! Ci si specchiava dentro, quando lo avevi ripassato Guarda che bella vista si gode, da questa tua finestrina! Veramente magnifica. E in quest’altra camera attigua, cosa c'è? La cucina. Stavi preparando il pranzo? Che odore stuzzicante! Ma per questa sera tu ci rinunzi, vero, al tuo pranzo? Vai a pranzare fuori, vero, Michelaccia? — No, fuori andrete voi due — rispose la vecchia durissimamente. — Questa è la mia camera, questa è la mia casa, non ci voglio dentro nessuno. — Con che tono lo dice! Sembra quasi che lo dica sul serio. Va là, dalle un acconto — soggiunse poi rivolta al suo uomo. — So com’è fatta. Se non glielo dai prima, diffida. — Vi torno a dire che sarete voi ad andarvene. Qui non si paga, si esce. — Ed io ti ripeto che sei matta. Tu non sai con chi tratti. A te. Guarda cosa ti offre l’amico. Sono venti lire. Non le hai mai guadagnate in vita tua, in una volta sola. Va bene così? Non ne pretenderai mica di più, spero. Vattene alla svelta, levati dai piedi che vogliamo star soli. Bada che se continui a far la schizzinosa, ti scaravento fuori con due pugni. Ti ricordi quando facevamo a cazzotti, con quella ragazza che sosteneva di essere un campione del mondo? Ti ricordi quando ci rotolavamo per terra e tu protestavi arrabbiandoti perché il pavimento perdeva il suo lucido? L’ho fatta anche con te una volta, la lotta, non ti ricordi? — Provati a rifarla adesso. — Mi ci vuol poco. Lascia che mi cavi questo giubbetto e vedrai. Se lo tolse, rimase a braccia nude e agitando le braccia come un’autentica lottatrice, si avventò sulla vecchia, che se lo aspettava sì, di essere aggredita, ma non in quel modo e con tanta forza. La vecchia cercò di resistere, resistette, tentò di graffiare la ragazza, di piantarle negli occhi le unghie. L’uomo intanto rideva, come chi assiste ad uno spettacolo di eccezionale originalità, esilarante al massimo grado. Con mossa brusca la membruta Wanda ebbe facile vittoria, alla fine, sulla Michelaccia. Riuscì a ghermirla e con spinte e spintoni la scaraventò fuori dalla porta, facendola ruzzolare lontano sull’erba. Ottenuto questo, pronta chiuse la porta e tirò dal di dentro il paletto. La vecchia si levò malconcia, col viso pieno di lividure e qua e là sanguinante, poi trasalì. Aveva sentito, fra le risate della ragazza e dell’uomo, il rumore secco della porta chiusa, del paletto tirato dal di dentro. Corse allora alla finestra terrena e al di là della inferriata, vide la ragazza che già stava levandosi anche un altro indumento. Attimi, perché come la Wanda si accorse di quella nuova ripresa di inibizione minacciata dalla finestra, corse all’invetriata. La chiuse dal di dentro con gli sportelli, asserragliandosi del tutto, dentro la camera della Madonna. La vecchia bestemmiò feroce. Poi tornò verso la porta per battere e disturbare gridando. Ma poi rimase come inchiodata, a mezzo metro dallo stipite. Fra stipite e porta chiusa, stretto alla gola, sanguinante, maciullato, con la testina al di qua e tutto il corpo al di là della porta, c’era il povero gatto nero con gli occhi spenti, finito. La vecchia non voleva credere. — Vigliacchi! Vigliacchi! — gridava. — Mi avete ammazzato il gatto nero! Il gatto nero della mia Madonna! Vigliacchi! Vigliacchi! Mi hanno stroncata la vita! Apri, vigliacca, che non sei altro! Apri che ti sputo sul viso, poi ti spacco la testa. Bada sai, bada sai, rispettala la mia Madonna. Vedrete che cosa vi capita, se non vorrete rispettarla. Vedrete che cosa vi capita! Poi non disse più nulla. Vi fu un lungo silenzio, di dentro e di fuori. Il sole intanto calava, scendeva l’ombra sulle cose. Quando i due uscirono, la ragazza gettò un piccolo grido. Attraverso la porta, disteso a terra, c’era il corpo della Michelaccia, accanto a quello del suo povero gatto schiacciato fra porta e stipite. L’uomo fece: — Oh, cosa succede? La ragazza impallidì, ma non volle dar peso. Scavalcò per prima il corpo della vecchia commilitona e aiutò l’uomo a scavalcarlo dopo di lei. — Non te ne preoccupare. È sempre stata una isterica. In casa lo ha fatto altre volte. Strepita, poi si butta per terra e sembra morta. Ma non lo è. Che, che! — Dorme come una cagna davanti alla sua porta. — Sì, come una cagna. Non te ne preoccupare. Vieni via. *** E se ne andarono. Rimontarono in macchina. Sparirono. La porta della camera era rimasta aperta. La Madonna continuava ad essere illuminata dai suoi ceri che si consumavano a poco a poco. La Michelaccia immobile, distesa davanti alla porta, non si era mossa. Il viso rivolto verso il cielo, gli occhi semichiusi, come quelli di sua madre morta, alcuni anni prima. Così la trovarono il mattino seguente. Soltanto i ceri davanti alla Madonna si erano già consumati e la Madonna si era fatta buia e senza ceri come una volta. Accorse anche il parroco. — Povera donna! — esclamò. — Era tanto brava e buona. È caduta come una sentinella davanti alla casa che custodiva. Brava donna, buona donna! Che aspetto fiero nella morte assume. Guardatela! Ci fu chi soggiunse: — È il volto di una piccola santa. Tutti s’inginocchiarono. Orate, fratres. *** LORENZO RUGGI Bologna 1883 1972. Grande commediografo, superiore a Jarry, Sartre, Ibsen, Strindberg. Tratto da CONVERSAZIONE AL BUIO. Lasciami andare via, oppure vai via tu che fa lo stesso. Spariremo così, l’una dalla vita dell’altro, dopo aver corso il rischio di entrarci e restarci per sempre! Tu sei l’uomo bravo e mediocre, ardito per metà, disinvolto per metà, giovane per metà. Tutto per metà. Hai un piede nell’ottocento e una mano tesa nel novecento, magari verso di me. La tua donna dovrebbe essere pura come l’acqua distillata di farmacia, che non sa di nulla ma è pura. Pura o con l’illusione che lo sia, con l’apparenza di esserlo per il tuo piccolo mondo. Io invece sono una ragazza libera; sono il tipo di donna che tua madre detesterebbe e che tu stesso detesti quando siedi sul tuo scanno di giudice. Io ho la morale del mio secolo: una morale istintiva, meno corrotta dal ragionamento, meno tormentata dagli scrupoli, ma meno accomodante. Sono morale, insomma, nella mia immoralità. Mi capisci? Di’ la verità: stai ringraziando il Signore di non avermi baciata? Per quanto, sai, nessun impegno te ne sarebbe venuto. La mia morale è così. Tu sei giovane ancora, ma fuori della mia atmosfera. Ci dividono pochi anni, lo so. Ma già troppi. Ci sono distanze di tempo, anche piccole, fra un uomo e una donna, che invece sembrano e sono secoli… ********************************************************************************** SALSA CARLO Alessandria 1898 Milano 1962 Fondatore, insieme a Repaci e Colantuomi, nel 1929 del Premio Letterario Viareggio. Autore pitigrilliano, così si definiscono gli scrittori scelti e apprezzati dal grande Pitigrilli. (pseudonimo di Dino Segre). SALSA CARLO dal romanzo: IL RITORNO DEGLI AMANTI Editore Cerchio Blu 1925 Il desiderio impossibile, la fantasia da lontananza idealizzano la donna assente; creano il sogno, fanno di una piccola donna di carne una chimera irraggiungibile. L’amore viene sollevato dalla lirica; l’inquietudine diventa incubo; un bisogno fisico si trasforma in uno strazio sentimentale in fondo al cuore. Ma se rivedo quella donna il sogno comincia a mettere le penne, ridiscende nella realtà. La figura lirica torna ad essere solamente una femmina. Come sempre avviene, la chimera raggiunta si sfascia tra le mani come un giocattolo di stoppa. La fantasia è troppo bugiarda e non riesce a reggere il confronto con la realtà. SALSA CARLO Tratto dal racconto MOTIVO IN CHIAR DI LUNA dalla raccolta intitolata: PRIMATICCE Editore Sonzogno 1928 Al mattino gli usignoli si mettevano a sfilare lunghe collane di trilli rimbalzanti contro l’alabastro del cielo; più tardi, le cicale ubriache di sole frastornavano l’afa dei pomeriggi immobili, e le raganelle componevano una sinfonia di canne d’organo sgangherate. Fuori era l’estate; la marea di frumento si sfasciava ondeggiando sotto il flagello del sole. La strada arida serpeggiava come la spoglia di un rettile, attraverso quell’opulenza di agosto. Le filandere passavano cantando: femmine sature di tutti i succhi elementari della sessualità, offerte alla felicità dei maschi possenti. Giorgio staccò un garofano dal vaso sul davanzale e lo gettò giù. Una bella figliola si staccò dal gruppo, raccolse il fiore, guardò su e sorrise. Poi scappò via d’improvviso come una gatta presa a sassate. La sera dondolò giù dal campanile. Giorgio chiuse gli occhi preso da quella vertigine. SALSA CARLO tratto dal racconto ALCOOL dalla raccolta: Primaticce. Un ubriaco al bar racconta la sua vita a uno sconosciuto. Caro signore, è la gente che ci giudica così. Anche voi mi parlate con la tolleranza con cui si parla a un ubriaco. Bevo, d’accordo, ma capisco. Vengo qualche volta squilibrato dal vino, ma capisco. Non credete? Il vino non mi piace molto, veramente. Non è un vizio. Io cerco di bere come si cerca di dormire, per annegare il cervello. Mi fa bene. Tutto sta aver fiducia in un sistema. Quella sera camminavo verso casa. La strada era buia e deserta; la nebbia compatta si sfasciava intorno ai fanali. Non ricordo cosa pensavo; certo ero distratto, assente. Cosa volete che vi racconti? Non ho mai raccontato nulla perchè nessuno si interessa di me. L’interesse della gente si crea a seconda di quello che scrivono i giornali. Ecco qua. Dieci anni fa vivevo in una città di provincia. Ero medico. Vi stupisce? Dottore; ero giovane 28 anni. Ora ricordo tutto bene. Una pianura a perdita d’occhio, spoglia, povera, triste d’inverno. Un gregge di case inerpicate su per la china; e quella torre in cima, quell’ospedale nudo e massiccio come una caserma, in cima. Ho vissuto anni in quell’edificio di biacca. Là dentro conobbi Marcella. Sono trascorsi tanti anni e rivedo quella strada lastricata di ciottoli e convessa come una grattugia, che saliva tra muraglie umide e senza finestre, piene di scolature di muffa e di tralci secchi. La sera, quando una foschia violetta inondava la pianura, l’odore delle rose fradice fumava su dal giardino fino alla terrazza. Quando ci si sente soli, l’affetto di una donna diventa una cosa profonda. Credete; la vita non è ne lieta nè triste in sè, ma come noi ce la facciamo. D’estate, attendevo Marcella lungo un viottolo incassato tra un mare di verde, che serpeggiava da un estremo gruppo di case rosse. L’intimità con Marcella era una cosa tutta nostra e bisognava che nessuno sapesse. Il paese era bigotto; le comari spettegolavano fra il tinello e il sagrato. Bisognava che nessuno sapesse. Quella solitudine popolata di nascondigli, quell’acuto profumo di terra d’estate, quella donna giovane che sentivo vibrare sotto le mie mani in un contrasto di pudore e di sensualità, mi davano un senso di felicità e di energia. Un giorno fummo scoperti. Ci eravamo inoltrati lungo un fossato disseccato che scavava una galleria di fogliame attraverso le messi. Fermentavano in quella freschezza verde tutte le essenze elementari della terra e del sangue. Eravamo colpevoli di non esserci nascosti abbastanza. L’amore è una felicità che la gente estranea vuole ignorare, che bisogna nascondere, perchè suscita, in quelli che non la godono, il sordo rancore dei poveri contro i ricchi. Caro signore, a 28 anni si cerca troppo l’amore per pensare al matrimonio. Il matrimonio è il dovere; l’amore è l’avventura. Il matrimonio crea dei funzionari dell’amore e noi vogliamo essere invece dei folli contrabbandieri. Cominciai a temere l’inciampo, il viluppo, l’intrigo di quell’amore. Il paese si considerava offeso dal nostro sotterfugio; la gente voleva impormi di pagare il prezzo all’autorità della tradizione e alla legge del buoncostume. A poco a poco, il pensiero della grande città mi attirò. Così è signore. Noi dobbiamo desiderare sempre qualche cosa: quello che non abbiamo avuto e quello che non abbiamo più. E la cosa più triste è desiderare quello che non abbiamo più; perchè non l’avremo più. Venni in città, per partecipare a un concorso. Quando partii Marcella non tentò nulla per trattenermi. Si aggrappò a me e mi guardava, come si guardano le cose per la prima o per l’ultima volta. Io non posso spiegarvi. La nuova vita in città mi spalancò l’orizzonte, mutò le proporzioni del mio passato; tutto si immiserì nello scorcio della lontananza. Il ricordo di quel paese isolato, dell’ospedale vasto e grigio come un ergastolo, di quella pianura senza strade, mi ritornava alla mente con una sensazione di freddo. Spesso, l’immagine di Marcella risorgeva da quel mondo spento come qualcosa che emerge sulla nebbia di un naufragio. Poi, un giorno, il congegno che abbiamo costruito ci si sfascia tra le mani come un giocattolo fracassato; e allora si torna alla romanza del passato inutile, al lamento di quello che avrebbe potuto essere e non fu; si comincia a uggiolare alla luna. Il ricordo di quella donna cominciò a fissarsi, a valorizzare cose che mi erano sembrate futili; a impigliare tutte le mie attività come le ragnatele delle stanze disabitate. Credete; l’infelicità non è data da una grande sciagura, ma da certi pensieri monotoni che si mettono a oscillare tra le tempie col luccichio di un pendolo di ottone, e vi fanno impazzire. Ho la gola secca. Forse è il colletto che un poco mi soffoca. Cosa volete sapere ancora? Poi? Oh, io sapevo che un giorno lei sarebbe venuta là a cercarmi. Una mattina entro all’ospedale. Ero di turno alla camera incisoria; le solite autopsie della gente che muore per le strade, senza nessuno. Nella sala c’erano gli infermieri che annotavano; un medico stava infilandosi i guanti di gomma. Sulla tavola anatomica era steso un cadavere. Solo i capelli erano vivi; pure mi pareva che Marcella mi attendesse come una volta, in campagna. Il medico inforca gli occhiali, investiga col suo sguardo di vetro, incomincia il lavoro... Ma ditemi? Potevo mettermi a gridare in mezzo a quella gente? Non toccate! Quella donna l’ho uccisa io! Avrei potuto anche fuggire via subito, senza dire nulla; certo. Perchè rimasi là? Non so. No, non credete che io sia uno squilibrato; come potrebbe raccontarvi tutto questo uno squilibrato? Lasciate che vada. Sono stanco ed è tardi. Forse Marcella mi aspetta come l’altra notte, nella mia stanza. Buona sera, signore. Buonasera. SALVANESCHI NINO Pavia 1886 Torino 1968 Tratto da SAPER AMARE Corbaccio editore 1939 Questo libro è una collana di aforismi, osservazioni, riflessioni, consigli rivolti alle donne. SAPER comprendere è la prima legge per poter amare. Invece talvolta la generazione che va non riesce sempre a capire quella che si avvia verso la vita. Intanto, troppo facilmente accusiamo le giovinezze di non possedere la no¬stra esperienza. E molte volte vorremmo persino che divenissero adulte senza passare attraverso la loro età. Qualche altra volta poi, con consigli e confronti, diamo prova di indubbia smemoratezza, non ricordando di essere incorsi in errori di uguale genere. E naturalmente questa mancanza di memoria è tutta a nostro vantaggio, poichè ci permette di fare una bella figura. Ad essere sinceri però, in certe accuse nascon¬diamo una punta di rimpianto per qualcosa che non abbiamo conosciuto o di invidia per qualco¬sa altro che abbiamo irrimediabilmente perduto. Meglio dunque non pretendere che la giovinez¬za acquisti di colpo una saggezza che forse ci è costata cara e che molto probabilmente non pra¬tichiamo tutti i giorni. ******** C ERTAMENTE qualche volta prima di addor¬mentarti, spalanchi la finestra e sogni. Parli alle nuvole e interroghi le stelle. Non arrossire per questo. In ogni anima vi è un sogno che attende di venir svegliato. E le stelle accolgono, oggi co¬me ieri, tanti segreti dei giovani cuori. Resta dun¬que alla finestra. Qualche volta un dolce mal sottile avvolge la tua anima che trema. Le labbra non dicono il perché. E gli occhi si velano di nostalgia. Non ver¬gognarti di queste ore nelle quali ogni cuore è il sovrano del proprio sogno. Vedrai più tardi che la vita ti offrirà solo così un'evasione da te stessa. E il sogno spalancherà ancora i cancelli dorati perché l'anima voli più in alto e più lontano. Re¬sta dunque alla finestra. Custodisci il tuo sogno dentro di te. Difendilo da un mondo volgare, superficiale e vile. Non per¬mettere che un'anima straniera varchi le frontiere di questo tuo regno. E anche se hai rivelato un nome a una stella, non temere: brillando più for¬te ha detto di sì. Resta dunque alla finestra. Spesso sognare è meglio che vivere. Sognare è quindi necessario. Comunque cerca di vivere il tuo sogno. Non accontentarti soltanto di so¬gnare tutta la tua vita. ***** SII certa che verrà un'ora d'amore anche per te. Del resto dicono che ogni donna ne incontra almeno una. Non pretendere però che arrivi¬ a un invito del tuo capriccio. Troverai cer¬tamente l'amore ma non sempre nell'ora in cui lo invochi. Verrà invece alla sua ora, perché è il padrone. E trasformerà la speranza in sicu¬rezza o la dissiperà nell'illusione. D'accordo: potrà darsi che le vostre ore non coincidano. Forse l'amore giungerà troppo presto o troppo tardi. E ti parrà di non essere ancora pronta a comprenderlo o di non poterlo più ricevere. Ad ogni modo entrerà nella tua casa come un sovrano, o un ladro, un avversario o un amico. Ma lo riconoscerai sempre da un segno incon¬fondibile, poiché si installerà da padrone, capo¬volgendo la tua vita e spingendoti per inattesi sentieri. ******* N ON credere di esser più moderna, più spor¬tiva e più disinvolta del necessario, gareggiando con i maschi sino al punto di perdere quel¬la grazia che l'uomo anche più moderno, sporti¬vo e disinvolto, cercherà in te come il fiore della femminilità di tutti i tempi. Rimani dunque donna, ancora donna e sem¬pre donna, anche soprattutto e precisamente se vivi in mezzo agli uomini. E fa tuo il motto di Isadora Duncan: “Dà alla tua vita la grazia di una danza.” Così trova il misterioso ritmo che ogni donna nasconde in sé. Metti in tono questo ritmo con l'ambiente nel quale vivi. Accresci la tua grazia con la fatica di molte ore anche ama¬re. E non esser paga sino al giorno in cui ogni parola rifletta il colore del tuo ritmo e ogni ge¬sto riveli un'armonia veramente integrale. Allo¬ra solo sarai profondamente donna. E sappi che ancora oggi, malgrado i tempi di¬namici, il mondo sosta attonito davanti a un sor¬riso femminile. Tuttavia, non spingere la tua gra¬zia sino a sorridere a tutti. Impara a dire molto amabilmente di no, per possedere un giorno la gioia di dire di sì. ******** TI ho sentito dire più volte: “Voglio vivere la mia vita.” Benissimo. Ma quale? Quel¬la che tutti vedono o quella interiore che forse nemmeno tu conosci ancora? E a quale scopo di ambizione o di piacere? O solo per rispondere al richiamo del tuo destino? “Voglio vivere la mia vita.” D'accordo. Ma pri¬ma bisogna trovare la nota esatta della tua personalità.¬ E non sbagliare tono, ritmo e misura. Poi devi confondere la tua nota con le altre che in¬contri. E infine accordarla con quella che scegli per la divina legge dell'armonia, già viva den¬tro di te. “Voglio vivere la mia vita.” Giustissimo. Però non perderla, né sciuparla, nè distruggerla. L'uomo¬ può puó spenderla come crede: dirigerla con saggezza,¬ rovinarla senza intelligenza, consacrarla a un ideale; ma solo la donna riesce a offrirla nel nome¬, nel segno e nella luce dell'amore. “Voglio vivere la mia vita.” Appunto. La vita non deve essere una limitazione ma un'espansione. E il modo più piacevole è forse quello di dimen¬ticarla per coloro che amiamo. ********* TI ho sentito dire anche: “Non voglio soffrire.” Ho sorriso senza rispondere perchè avrei dovuto tenerti un discorso troppo lungo. E ho pensato che, in vece mia, ti parlerà a suo tempo la vita. Forse vedendo qualcuno che soffre volti la te¬sta dall'altra parte, come per difendere il tuo egoi¬smo. Può darsi che tu abbia provato qualche lie¬ve pena e il domani ti faccia paura. Può anche darsi che per un privilegio speciale ti creda desti¬nata solo alla gioia. Intanto, chiunque tu sii, ovunque ti trovi, qua¬lunque tormento sopporti la tua anima, qualsiasi spina ferisca il tuo cuore, non devi disertare il tuo posto di donna davanti a chi soffre. Un tuo sorriso potrà illuminare qualche ora oscura e una tua parola confortare un'ora amara. E solo così ti ac¬corgerai di essere viva nel dolore. Ma se un giorno amerai sino al punto di sen¬tirti pronta a soffrire, vedrai che finalmente pos¬siederai tutte le luci dell'amore. Non temere di incontrare un uragano sulla tua strada. . Benedetti i destini battezzati nelle tempeste. ******* “CI conosciamo da molto tempo. E allo¬ra...” Certo, l'amicizia può esser il ri¬dente viale che sbocca al matrimonio. Ma qualche volta conoscersi troppo toglie la gioia di scoprir¬si a poco a poco. “Ci siamo visti appena da un'ora. E su¬bito...” Certo, anche uno sguardo può essere la rivelazione di un'affinità inconscia. Ma il camera¬tismo moderno talvolta induce in errore, poichè i fuochi troppo presto accesi si spengono anche fa¬cilmente. “Abbiamo tutto pesato, misurato e calcola¬to. E adesso...” Certo, unioni dove la ragione ve¬glia sul cuore possono dare una felicità equilibra¬ta. Ma vi è sempre qualcosa che sfugge ai pesi, al¬le misure e ai calcoli... ********* VI sono accordi magnetici tra l'amore e la morte. Le anime innamorate sanno che an-che in un solo bacio trema il desiderio di chiu¬dere gli occhi per sempre. Così unirsi è strappare a Dio il divino permesso di morire per ritornare a vivere più vicini. E amarsi è invocare la morte per fecondare la vita. Certo tra l'amore e la morte non esiste che uno spasimo di meno e un brivido di più. L'amore é annullarsi per un attimo. La morte è annullarsi per sempre. ***** L 'AMORE e la musica sono le grandi forze capa¬ci di tagliare i nodi che ci ormeggiano alla terra, sospingendoci verso i sogni. Entrambi ci in¬vitano a partire, a dimenticare, a ricominciare, a morire. Entrambi sono evasioni da noi stessi, li¬berazioni dall'esistenza quotidiana, espansioni di tutte le facoltà spirituali, dilatazioni della nostra personalità, incursioni nell'infinito. ******* ASCOLTA, bambina mia: presto ci abbandone¬rai. Presto ci dirai addio e te ne andrai verso un altro ramo per fare il tuo nido. Da molto tempo la nostra tenerezza non bastava al tuo cuo¬re. Già dai primi trilli cantavi la libertà. Già dai primi voli cercavi un altro cielo. Questa vecchia casa, che ha visto la tua infanzia e risuona ancora dei tuoi passi di bimba, non riusciva più ad ali¬mentare la tua vita di donna. E non potevi essere la custode del nostro tramonto. Va dunque verso il sogno divenuto realtà. E che il tuo destino ra¬dioso sia benedetto da Dio oggi, domani e sempre. Ma prima di partire per il viaggio nuziale, sor¬ridici ancora una volta. Questo tuo sorriso illumi¬nerà la nostra sera che si avvicina. Ci ritireremo nella tua camera per rivivere la tua infanzia e ri¬cordare la tua adolescenza, pensando al miracolo divenuto giovinezza e trasfigurato in amore per un altro cuore. Va dunque verso il tuo destino, bambina mia, ma sappi che porti con te la parte migliore della nostra vita. E questo ti dia fede per tutti i giorni che verranno. ******** SAPONARO MICHELE San Cesario (Lecce) 1885 Milano 1959 Tratto dal romanzo LA GIOVINEZZA Editore Mondadori 1927 Egle, Giulia, Aspasia, Noemi, Laura, Floriana, Elisa. Sono queste le donne che passarono sulla strada della mia prima giovinezza, tra i diciotto e i venti¬due anni. Ecco, dischiudo il libro della memoria e trovo tra le pagine le corolle dei loro volti appassiti. Passarono sulla strada (che fu un oscuro sen¬tiero) della mia prima giovinezza, e non vi resta¬rono. Qualcuna correva con un frullo di ali dietro un suo volante anelito; qualcuna un poco mi seguì curiosa; qualcuna si volse e mi accennò un saluto, il saluto che non si nega al viandante; qualcuna se¬dette al mio fianco in breve sosta prima di riprendere il cammino faticoso; nessuna vi rimase oltre lo spazio di un'illusione. Non compagne di viaggio: figurette che da un treno in corsa noi scorgiamo per le strade e per i campi sollevare il volto dal lavoro e salutarci con le mani e coi fazzoletti, o ci vengono incontro nelle brevi fermate delle piccole stazioni, gaie e gentili. Donne e fanciulle da me amate in gran parte solo con l'imaginazione: desiderio allora e adesso solo ricor¬do; appagamento forse mai o solo di un istante. Episodi che non incisero solchi: estasi senza passione, delusioni senza angoscia. Queste creature sono per me piú vive oggi nella memoria che allora nella realtà: dipingo i loro ritratti con la tavolozza dei ricordi che non ha i colori delle modelle. Se si vedessero in questi ritratti si riconoscerebbero? E se questi ritratti potessero guardarmi riconoscerebbero me? Chissà... C'è nel mondo qualche nostal¬gia, qualche rimpianto proteso verso la mia vita? Arde ancora nella nicchia di un cuore lontano una piccola lampada finché dura l'olio dell'amore, davanti a un'ef¬fige non dimenticata? ********************************************************************* SCARPA ATTILIO LA SCUOLA DELLE MUMMIE saggio. Vallecchi Editore 1919 Questo Autore elenca i mali che affliggono la scuola e tenta anche di offrire dei rimedi. È straordinario come questo libretto stampato nel 1919 sia ancora attualissimo e validissimo! Da Attilio Scarpa LA SCUOLA DELLE MUMMIE Insegnando l’italiano nelle scuole medie mi è accaduto di notare che i giovani non sono insensibili alle bellezze della letteratura, e hanno torto quelli che credono il contrario solo perchè i loro alunni sbadigliano durante la lezione di italiano. Ma approfondendo le osservazioni ho voluto chiedermi perchè un insegnamento siffatto dà risultati così magri dal momento che (se c’è una materia capace di destare l’entusiasmo) questa è proprio la letteratura; e se c’è una età dell’entusiasmo, questa è proprio la giovinezza. I programmi sono completi, gli scolari sono intelligenti, i maestri geniali, i testi sono ottimi; tutto dovrebbe andar bene, eppure... eppure la scuola va male. Questo perchè noi ci sforziamo di rendere sempre meno umane le lettere separandole dalla vita nel contenuto e nel metodo del nostro insegnamento. Per conto nostro riteniamo assurda la pretesa di modellare tutti gli alunni sul medesimo stampo. La chimica si può imparare senza una partecipazione del sentimento, perchè si tratta di uno studio scientifico, intellettuale per eccellenza. Ma lo studio letterario non è soltanto scientifico, non consiste soltanto in un complesso di norme grammaticali e sintattiche; esso è anche artistico e perciò coinvolge il sentimento. Allettati dalle accademiche parodie della cultura tedesca, noi avevamo l’illusione di una prevalenza scientifica e razionale nel campo letterario. Ma la realtà ci dimostra che ci eravamo ingannati, perchè la genesi dell’opera d’arte sfugge a un’analisi veramente scientifica. Nel poeta che crea si può trovare soltanto l’estasi o l’affanno: sempre uno stato d’animo che si può capire con la psicologia e col senso della bellezza, non con la statistica erudita che lavora sempre sulla scorza dei fatti spirituali. Come lo scrittore può parlare dell’opera sua soltanto dopo l’impeto della creazione, così noi possiamo chiarire la genesi e le caratteristiche dell’opera stessa soltanto dopo aver fatto fremere gli alunni con la conoscenza diretta dello scrittore. Prima il sentimento, poi l’intelligenza; prima l’intuizione, poi la storia; prima la giovinezza, poi la maturità. Questo ordine conforme alla natura non deve essere turbato. Ma il sistema scolastico è questo. La Scuola deve pensare a tutto e per tutti. È naturale quindi che i suoi programmi possano non servire a nessuno e scontentare tutti. Lo Stato è il livellatore per eccellenza. Esso accentra. Esso forma, o almeno tende a formare, l’insegnamento, l’alunno, il professore, la cultura con la carta bollata. La burocrazia strozza con i suoi tentacoli la scuola. Bisogna formare dei professionisti tranquilli, dei fedeli impiegati, questo è lo scopo a cui mira la Scuola. Ma spesso la tranquillità è l’inerzia, cioè la morte. L’alunno ascolta, subisce passivamente il borbottio dell’insegnante. E l’insegnante è ridotto a fare il grammofono. Sulle cattedre di italiano siedono ancora troppe mummie. Meno letteratura e più vita! Più vita, intendo, appunto per migliorare la letteratura, per rinnovare l’insegnamento. Che cosa è l’opera d’arte? E’ la voce di un’anima che si rivolge ad altre anime. Noi non vogliamo la perfezione; non vogliamo l’impossibile. Vogliamo soltanto l’aspirazione all’ideale, lo sforzo per raggiungerlo. La vita è una ascensione, la vita è un cammino faticoso verso l’ideale. Chi sa? Chi è sapiente? Giustamente il popolo ci deride col suo proverbio: Chi sa fa, chi non sa insegna. ********************************************************************************** SCATTOLINI VIRGILIO Anche in Italia abbiamo grandi scrittori paragonabili ai francesi D’Aurevilly, Balzac, Maupassant. Con la differenza che qui da noi non sono sufficientemente pubblicati, diffusi e pubblicizzati. È il caso di Virgilio Scattolini, grandissimo autore purtroppo poco conosciuto e che non viene ristampato da anni. Nato a Firenze nel 1889 è autore di molti libri: CESARINA IMPARA L’AMORE LA SIGNORA CHE NON FU SIGNORINA LA BOCCA MI BACIO’ TUTTA TREMANTE EVELINA DRAGO PIACERE DEL MONDO LA RAGAZZA DAI SETTE PECCATI IL PROCESSO DI CESARINA DATTILOGRAFA MARCA AMORE E MORI’ PER TUTTE LE DONNE IL PECCATO ORIGINALE CHE C’E’ DI MALE LA CAVALCATA DELLE VERGINI LA SIGNORA DEGLI UFFICIALI GIANNETTA DELIZIOSA AVIATRICE LE SIGNORINE MA LEI NON SI UCCISE L’ARTE DI IMBROGLIARE IL PROSSIMO MORFINOMANIA L’IGNORANZA DEI NOSTRI ATTORI AVE MARIA. Il romanzo che presentiamo qui: LA SIGNORA CHE NON FU SIGNORINA racconta la storia di una bella ragazza che si accinge a diventare donna. Scattolini descrive poeticamente il variopinto mondo interiore femminile dell’adolescenza. Quei momenti magici, irripetibili di una ricchezza sovrabbondante che sembrano eterni, ma sono destinati a svanire e a essere dimenticati nell’età adulta. È un prezioso tesoro che l’Autore è riuscito a descrivere e immortalare, per il piacere di ricordare i momenti più belli che tutti noi, da giovani, abbiamo vissuto. Poi, nel corso degli anni, il fidanzamento, il matrimonio, la maternità, l’amore e l’odio, il piacere e il dolore. Tutte le bellezze e le brutture delle fasi della vita sono magistralmente descritte nel loro aspetto esteriore ed interiore. Le azioni delle persone seguono schemi di comportamento naturali e i personaggi del romanzo si comportano come le persone vere nel mondo reale. C’è grande realismo e verosimiglianza nelle descrizioni fisiche e psicologiche dell’Autore. Le fasi della vita si susseguono, le stagioni scorrono e il finale sembra prevedibile, sembra che non ci sia più niente di nuovo da aspettarsi. Invece non è così. Proprio come nella vita reale, la fine offre nuove sorprese, imprevedibili ma coerenti con lo sviluppo dei fatti. Scattolini è un mistico dell’erotismo, un Autore che tratta con competenza e grande realismo il poema dell’adolescenza e della giovinezza. Le più belle stagioni della vita e degli amori sono evocate con una grazia e un realismo stupefacente. Bellezze e brutture, splendori e miserie, vertici e abissi della vita sono esplorati e descritti con rara capacità e magistrale bravura. Solamente i poeti hanno descritto la vertigine delle passioni nel momento stesso in cui la vivevano. Pochi hanno saputo descriverle dopo; molti le hanno dimenticate quando le passioni si sono esaurite. Nelle pagine di Scattolini vibra la vita, splende la vita, scorre la vita. Le passioni possiedono una religiosità e una profondità che tocca le radici dell’essere, là dove si nasconde il mistero dell’esistenza. Ecco l’importanza di questo Autore ricco di sensibilità, di esperienze e con il desiderio di condividerle con i lettori. Altro merito di Scattolini: egli ha lavorato per diffondere gli autori italiani. Scattolini si lamentava che gli autori francesi in Italia vengono stampati e diffusi più degli autori italiani. SCATTOLINI VIRGILIO nato a Firenze 1889 morto??? Un velo di oblio è disceso su questo grande scrittore, autore di una decina di capolavori, ora purtroppo quasi introvabili. Le sue storie d’amore sono profonde e realistiche, originali e imprevedibili. Durante la vita lo scrittore lavorò anche per promuovere gli Autori Italiani e non quelli stranieri. Attualmente alla libreria Arengario di Brescia, un libro di Scattolini è quotato 180 euro. Virgilio Scattolini LA SIGNORA CHE NON FU SIGNORINA Editore Cecconi 1924. Opera condannata, esaltata, ma sempre posta alle estremità nei giudizi dei critici di quei tempi. Questo brano descrive poeticamente il passaggio dall’adolescenza alla giovinezza di una bella fanciulla chiamata Cesarina. Il cambiamento di età è unito al cambiamento di stato sociale, poiché ella andrà presto in sposa al Conte Aroglio. Virgilio Scattolini dal romanzo: LA SIGNORA CHE NON FU SIGNORINA. Cesarina imparava che tutte le cose che fino allora aveva considerato eleganti e finissime, erano invece banali o grossolane. Quei vestiti, quella biancheria, quei profumi che prima avevano formato la sua delizia, ora li disprezzava, con una prontezza volubile. Quando guardava le vesticciole corte che pochi giorni prima erano tutto il suo desiderio, e le sue mutandine, e le camicine immacolate di bimba nelle quali il suo corpo meraviglioso aveva palpitato dei suoi primi brividi di verginità; e quelle calze che finora sembravano miracoli di trasparenza... I grandi occhi notturni di Cesarina parevano salutare la fine dell’infanzia semplice e modesta. Adesso, alla sera, nella camera candida, la ragazza si sfilava le calze delicate come aliti di fiori, leggere come sospiri di angeli nascenti e che parevano tessute d’aria e di luce di paesi remoti. Levava le mutandine grondanti di pizzi a disegno d’artista, in lievi tonalità d’avorio e di luna. E la camicina da giorno in cui la sua pelle d’aurora si annuvolava come uno scherzo mattutino. ......................... .............................. Il romanzo prosegue descrivendo il matrimonio del conte Aroglio, 54 enne con la bella Cesarina, appena quindicenne. Dopo la luna di miele, la virilità dell’anziano conte, suo marito, non regge allo sforzo prolungato. Virgilio Scattolini dal romanzo: LA SIGNORA CHE NON FU SIGNORINA La cameriera particolare della contessa fu la prima ad accorgersi del cambiamento. Non c’era più, la mattina, quando andava a svegliare la sua signora, quell’odore vivo e grave di un corpo di femmina fecondata, rimasto chiuso per tutta la notte nella camera o nell’alcova, intorno al letto della sposa. La cameriera aveva la prova sicura che l’alcova profondissima del palazzo di Firenze era rimasta incontaminata dal maschio, come la camerina di una vergine. Quando la mattina entrava nella camera e socchiudeva le due grandi finestre, percepiva soltanto un’aria pesante di stanza chiusa, con larghe onde di profumi e leggere sfumature di intimità femminili. ***** SCATTOLINI VIRGILIO dalla raccolta di racconti: LA CAVALCATA DELLE VERGINI Edizioni Excelsior 1922 Io guardavo una bella cocottina che attraversava la piazza. Era ossigenata meravigliosamente e dipinta alla perfezione. Camminava con passettini miracolosi e in tutto il suo abbigliamento c’era una intelligenza fantastica. L’intelligenza di ricordare continuamente agli uomini, ad ogni suo piccolo movimento, che il corpo di una bella donnina è la più bella opera della creazione. SCATTOLINI VIRGILIO Tratto da LE VERGINI VERTIGINOSE Facchi Editre 1930 E Lucetta, mite, buona, ammiratrice di Bice, aveva seguito l’amica in tutte le sue simpatie, in tutti i suoi capricci, in tutte le sue impressioni. Avevano letto gli stessi libri, ammirato gli stessi autori, imparato a memoria gli stessi versi. Adesso no. Adesso Lucetta sentiva in sé qualcosa di nuovo, di strano, di grande, forse, che la innalzava e nello stesso tempo la distaccava dall’amica. Lucetta non viveva più in Bice, viveva in un altro, in un lontano, in un ignoto. Ma come era più potente, più vasto, più luminoso, più avvincente questo nuovo elemento vitale. Tutti i segreti, ignorati misteri della sua vita (lentamente cresciuti nell’ombra) trovavano ora la forza di schiudersi, di arricchirsi di profumi e di colori; di comporsi come in un fiore magnifico, in una espressione unica di bellezza. La creature mite si stupiva e gioiva di questa sua ricchezza rivelatrice. Bice invece sognava l’amore, ma non conosceva ancora la creatura amante ed amata. Ella viveva intensamente tra fantasmi splendidi, ma le era ancora ignoto l’Essere Unico, la creatura di carne, con i suoi dolori e le sue debolezze, in cui vengono un giorno a seppellirsi tutti i sogni; in cui finisce per chiudersi tutta la grande vastità del mondo. ****************************************************************** SEGRE GIANNI Torino 1932 L’INIZIAZIONE Editore Dellavalle 1970. “Non dire a tua madre che sei venuta da me. Potrebbe farti delle domande.” “Lo so.” “Quando torni non passare più dalla strada; costeggia la spiaggia e arrivata all’altezza della casa entra svelta nel giardino dalla parte che dà sul mare. La porta sarà aperta.” “D’accordo.” “Se qualcuno ti vede uscire di qui e ti domanda che cosa sei venuta a fare da me, dì che passavi per caso e che volevi vedere i miei fiori o salutarmi... Insomma inventa qualcosa. Quello che facciamo deve rimanere un segreto.” “Lo so.” SPERANI BRUNO pseudonimo di BEATRICE SPERAZ 1843 1923 NEL TURBINE DELLA VITA Raccolta di racconti Editore Battistelli 1923 Tratto dal racconto: LA VISITA Nell’autunno della vita, il susseguirsi delle stagioni ha una importanza, una solennità malinconica che la gioventù ignora. Quando l’estate muore e la terra si spoglia e un’aria gelida spira sotto il cielo grigio, una tristezza sottile e pungente si insinua nel cuore dell’uomo maturo. Pur essendo forte e coraggioso e abituato a guardare dritto in faccia il destino, l’uomo maturo è assalito da uno stupore doloroso. Già l’estate è finita; già l’inverno è alle porte. Così presto!... Quanti ricordi e quali rimpianti nelle due semplici parole: così presto! Tratto dal racconto: IL CENOBIO Erano soli nell’orto, sotto gli alberi in fiore, nel profumo primaverile e le ombre della sera scendevano su di loro. L’amore li avvolgeva; l’amore era nell’aria dolce, nella luce poetica del crepuscolo; esalava dalla terra ancora calda dei baci del sole; vibrava teneramente nelle parole della donna rievocante la sua perduta felicità; ma ruggiva nel cuore dell’uomo. Nessun inganno era possibile ormai: egli la amava disperatamente, la amava con la violenza di un cuore compresso, condannato alla solitudine, avido di carezze, di amore, di voluttà. Ed egli comprendeva sè stesso, finalmente, comprendeva la vita, l’universo tutto. Era quello il mistero che aveva pesato per tanti anni sopra di lui. Era la gioia suprema, la disperata angoscia, l’ unico perchè della vita. Oh! Poter stringere quella donna al suo petto là, in quell’ombra protettrice... coprirla di baci... farla sua... e morire... SPERANZA MARIO nessun dato biografico Dalla raccolta di racconti: QUALCUNO IN GRIGIO Editrice Vecchioni, L’Aquila 1925 raccolta di racconti. Un figlio non voluto da una donna sposata, mette l’amante nelle condizioni di dover scegliere se far abortire la donna. Dal racconto: PATERNITA’ Mio figlio! Ora, ora soltanto, dinanzi a quella sua paternità improvvisa e inconsapevole, egli sentiva tutto il valore di quella parola. E quel figlio suo, fatto da lui, creato da lui, quel figlio sarebbe stato il compimento del suo essere, la continuazione della sua vita, l’unica cosa grande e bella della sua esistenza sciupata. Avrebbe avuto forse tutto quello che a lui era stato negato; forse avrebbe realizzato i suoi sogni distrutti. Egli aveva vissuto, il suo cuore era disilluso, era stanco, era vecchio. Ma c’era una vita che stava per sbocciare, che stava per fiorire, che avrebbe creato altre vite. No, egli non poteva spegnere quella vita. Commetter un delitto, un assassinio, dopo averlo premeditato coscientemente; e vivere, continuare a vivere con quel tremendo fantasma vicino, con quel segreto che non avrebbe potuto rivelare ad alcuno... E gli parve di vedere in quel momento una piccola camera tutta bianca; le garze, le fasce, il ghiaccio; i ferri chirurgici lucidi e taglienti. E Giuliana distesa sul letto, con la mascherina di cotone sul viso... E poi i ferri del chirurgo che avrebbe frugato il ventre di quella donna, violandola nelle carni e nell’anima.... Ed egli che sarebbe fuori dalla porta, insofferente per quella interminabile attesa, vinto da mille paure e da mille tormenti... E le macchie di sangue sul letto, sul pavimento... E quell’acuto odore di medicinali nell’aria.... E il viso pallidissimo di Giuliana... E il grido che avrebbe gettato pazzamente; e il pianto. Egli rabbrividiva. No! Non poteva farlo! Non poteva farla abortire! Non poteva distruggere quella vita... *************************************************************************** SOFFICI ARDENGO Rignano 1879 Forte dei Marmi 1964. Dalla raccolta di racconti LA GIOSTRA DEI SENSI Editore Vallecchi 1920 A Pistoia si mangia nebbia e oro. In certe giornate di grigio smorto, altrove si potrebbe spegnersi nella noia, tramar suicidi, maledire il destino. Qui a Pistoia invece, ci si crogiola nella tranquillità delle ore, inzuppati di umidità lungo i giardini a terrazza, nel fango del Viale Arcadia, accanto ai caloriferi dell’Accademia degli Armonici del Caffè del Globo. Aurore fredde e lucide lungo gli Spalti, non vi dimenticherò mai. Le case dai tetti rossi, la fila indiana dei fini pioppi per la pianura, tra i fischi e il fumo dei treni; e la sorpresa della neve raggiante sull’Appennino sposato al cielo di azzurro lumiera. Gli uomini si mettevano al passo di corsa per riscaldarsi; si ordinava la ginnastica col fucile. E le ragazze del popolo scoppiavano dalle risa; ma erano così belle che tutti le perdonavano. La sera, la più grande felicità è di girellare sui marciapiedi caramellati di sole. intorno alla Piazza del Duomo, si scende e si sale come nei sogni. Ma l’ora più deliziosa è al crepuscolo in Piazza Mazzini. Intorno alla vasca piena di stelle liquefatte, girano le coppie degli innamorati, senza far rumore. In mancanza delle aiole ci sono le panchine di pietra, dove ci si può distendere per un lungo bacio. Il busto bianco di Nicolò Forteguerri guarda sorpreso quello di Cino, a cui manca il naso. Chi sa gustare l’ironia delle emozioni semplici, in Piazza Mazzini dimentica il mondo. Chi preferisce ubriacarsi di malinconia può risalire il piccolo prato, fra le piante folte, come in un dipinto di Durer. In cima si trova un tempio alla greca. Un cancello di ferro chiude la tenebra. Ci si appoggia alle sbarre e si guarda il mistero. Non c’è nulla. Due metri più in là c’è un rozzo muro senza porte né finestre. Lo si può prendere per un simbolo, se si vuole. A Pistoia la notte è muta e casta. Le belle ragazze che di giorno portano in giro l’eleganza dei loro corpi armoniosi, adesso respirano con innocenza nel sonno. Anche la città dorme, così, distesa nella vastità del piano e del cielo, appoggiata al guanciale dell’Abetone. ************************************************************************* STACCHINI GUIDO Milano 1897 Verbania 1969 ULTIME STORIE IMMORALI Corbaccio Editore 1939 Stacchini descrive alcune vicende dell’umanità. In questo brano racconta la rivoluzione bolscevica in Russia nel 1917 e lo stato comunista sotto la tirannide di Lenin. Tratto da IL MONDO NUMERO 1 di Guido Stacchini. Padùri [nome di fantasia] aiutato da molti correligionari, conclama la supremazia del proletariato e incomincia a trucidare quelli che coltivano virtù di pietà, bellezza e umano senso d’amore. Egli instaura, nel nome della giustizia sociale, la più mortifera delle ingiustizie: l’utopia dell’uguaglianza. L’arte è sommersa; la scienza è soffocata; il pensiero è umiliato; il genio è annichilito; l’ingegno è castrato; il sentire è atrofizzato. Insieme al rispetto e alla gerarchia, scompaiono pace, benessere e libertà. Dietro il volto sfigurato delle vittime che vengono uccise, si scatenano gli istinti malvagi del caos e del dolore. Cessano di nascere figli perchè ormai non ci sono più madri: lo Stato prostituisce a turno maschi e femmine. L’uomo vegeta al solo scopo di vilipendere la realtà della natura, per odiare, nuocere e soffrire. Una atroce miseria segue alla povertà estrema dell’anima. Per convincere le masse alla follia del possesso integrale, il Dittatore imbestialisce gli uomini nutrendoli di un cupo desiderio di limitato benessere materiale. Con l’annullamento del valore personale, si paralizzano infatti fabbriche, cantieri, officine. Tolto al denaro la sua ragione di esistere, si esauriscono industrie e commerci. Più non si compra, nè si vende. Tutto appartiene a nessuno. L’onestà diventa un mito puerile perchè la proprietà è un furto. Chiunque si vanta di poter ugualmente dirigere. Ciascuno vuole comandare e nessuno vuole ubbidire, perciò si smarrisce l’ordine di ogni organizzazione, di ogni disciplina, nella rovinosa babele di chi non sopporta doveri e quindi non ha diritti da opporre ai soprusi. Tolta la sacra terra al contadino, egli si rifiuta di seminare e raccogliere sulla zolla non sua. I campi si desolano nell’inerzia generale; si diroccano le case; si inutilizza lo Stato, divinità cieca che rende serva la plebe con il miraggio di clamorose statistiche. ******************************************************************************************************* TECCHI BONAVENTURA Bagnoregio (Viterbo) 1896 Roma 1968 Dalla raccolta di racconti LUNA A PONENTE Editore Vallecchi 1966 Alta, slanciata, il bel corpo uscente dal¬l'amplesso del mantello rosso (rovesciato sulla spal¬liera della poltrona) come da un mare di rosso scarlatto, mentre le gambe affondano, invisibili, nella profondità delle penombre sotto il tavolo, ella attira, nonostante la severità glaciale del giuoco, gli sguardi degli uomini. Il giuoco d'azzardo rende tutti seri, tende a scar¬tare ed eliminare ogni altra distrazione. Non si sorride intorno al tavolo della roulette, nessuno gioca ridendo. Tutti attenti, e, insieme, come distratti; o meglio, astratti in una ragnatela invisibile di combinazioni, di suggestioni lontane e vi¬cine, di inviti arcani, di voci sentite, di impulsi improvvisi... Nel giuoco l'amore non c'entra, non entra l'attrazione fra uomo e donna. Eppure, da quando ella si è seduta sulla poltron¬cina, gli uomini, che di solito giocano in piedi a corona intorno al tavolo, hanno avvertito che una forza estranea al giuoco è entrata in quella ragnatela, tende a romperne le fila segrete, a strac¬ciarne l'infida, evanescente eppure armoniosa tessitura. Ella lo sa; ma, come noncurante, avanza il braccio nudo, ingioiellato, sul verde cupo del tappeto. Non è una sfida a una forza, in quel momento, più grande dell'amore: è come una rifinitura, una carezza a una forza massiccia, dominante, severa e insieme bisbe¬tica; ma anche quella carezza, quell'insinuarsi lieve di un braccio nudo, bellissimo, può avere la sua parte, non si sa mai, benefica o malefica, sulla delicata bi¬lancia degli influssi... Gli uomini avvertono questa specie di turbamen¬to, cercando di non pensarci. Altri, per non pensarci, giocano più forte. Ella perde? vince? Quasi non importa. Quel che im¬porta è la lotta accanita, serrata, contro una Potenza invisibile in cui l'elemento perturbatore della bellez¬za femminile (una bellezza troppo aperta e provo¬cante) può giocare la sua parte. Ogni tanto l'avventuriera si alza, o meglio, sol¬leva a metà sul tavolo la bella persona per pun¬tare i gettoni un poco più distanti da lei. E subito, nell'arco del corpo un poco inclinato sul tappeto del giuoco, lampeggia lo splendore del petto: un fulgorc di carni bianche, ardenti, con la modellatura dei seni, imprigionati eppur liberi entro un vestito di seta grigia; un vestito estroso, avventuroso, nell'intrigo dei risvolti, quasi a forma di bolero, che lascia completa¬mente scoperte le braccia e la sommità del seno... . A quel lampeggiare del seno un turbamento più pro¬fondo serpeggia nell'aria, un filo nella misteriosa in¬telaiatura delle probabilità si sgancia; un altro, che pareva perduto, si riallaccia. Ignara, come se non lo sapesse, eppure, forse segretamcnte sicura di saperlo, di mettere il peso della sua attrattiva sulla misteriosa bilancia del gioco, ella è tornata a sedere: bellissima, proprio in quel sapere e non sapere di inserire un altro giuo¬co nella tela severa degli ordinamenti della rou¬lette. TEDESCHI GEPPO provincia di Reggio Calabria 1907 Roma 1994 Un Autore così immenso non è antologizzato e neppure citato sui Dizionari degli Autori: Bompiani, Garzanti e Larousse. Amico di Marinetti, considerato (a torto) futurista Geppo Tedeschi non esalta il progresso, la velocità, le macchine, ma ci parla invece della campagna, della Natura con parole nuove che sanno stupire e incantare. Con Geppo Tedeschi il linguaggio raggiunge il massimo della sua potenza espressiva e quasi visionaria. Geppo Tedeschi da: ANTOLOGIA POETICA Corso Editore 1986 IL FALEGNAME UBRIACO Ieri sera vidi laggiù, sotto un’arcata blu di cielo, il vecchio falegname che ubriacatosi col mosto di un tramonto di agosto, voleva liquefare, col fuoco di una lucciola, la colla. Poi, nel ripassare, lo rividi inchiodare sbadatamente pezzi di notte e di luna cadente. ODE AL MIO LUME A PETROLIO Nessuno più ti accende. Eppure se metto l’orecchio accanto al tuo stoppino, vela afflosciata senza barcaiolo, odo stormire favole ancora. Odoravi di altari a mezzo maggio quando salivi di fiamma, filando come un’Ava. A te gloria, domestico pensieroso di molte generazioni; giostra delle falene; papavero dei campi della notte; mietitore dell’ombra; garibaldino di guardia della mia dolce casa, caduto con onore! RAGAZZO FUORI CASA Improvviso silenzio di grilli, parlottio intrigato di ruscello, pause profonde di rane, tremori di Ave Maria. Un monello ha tirato dentro il recinto del cimitero, piccolo come un bacio di bambina, una fiondata di lucciole. TELA FIAMMINGA Notte di Ottobre. Seduto al focolare (scoppiettante minuscola pianura) il vecchio ravvivò il taglio della falce, come se dovesse andare a mietitura. E man mano che saliva il chiarore della gracile vita dei sarmenti, gli brillavano gli occhi di passato e il capo aveva meno ondeggiamenti. Il cretoso lumino del deschetto, si affrettò a ritrarlo sulla parete con la fiamma a cappello di folletto. ********************************************************************** TODDI pseudonimo di Pietro Silvio Rivetta Conte di Solonghello Roma 1886 1952 Scrittore umoristico arguto, profondo e incantevole. I titoli dei suoi libri attirano come un cesto di ciliege e fragole: LA FELICITA’ COL MANICO. IL CARCIOFO BISESTILE. ZERO IN AMORE. IL SORRISO DIETRO LA PORTA. IL DESTINO IN PANTOFOLE. DOVE LE RAGAZZE NON POSSONO DIRE NO. TODDI dalla raccolta di racconti: LA FELICITA’ COL MANICO Editore Ceschina 1933. Troppa gente si è occupata della bilancia che ci attende alla fine della vita e nessuno si è preoccupato mai di quella che sta all’inizio della vita. La bilancia che serve a dosare gli ingredienti con cui si fabbricano gli individui che vengono al mondo. Basta un piccolo errore o una piccola distrazione nel peso, e invece di un genio degno di gloria viene fuori un pazzo degno di camicia di forza. Su questa bilancia può succedere il più spaventevole guaio per voi! Fate attenzione alla bilancia, sopratutto nel momento in cui stanno dosando la vostra intelligenza. Raccomandate di metterne il meno possibile! Ogni milligrammo di intelligenza vi toglie un etto di felicità. È preferibile avere una gobba che non richiede nessuna manutenzione. L’intelligenza invece richiede un mantenimento costoso e penoso, essendo accompagnata dal tarlo del “Perchè”. L’uomo col cervello piccolo pensa che la scienza è paragonabile a una montagna; chi arriva alla vetta, scopre che lì vicino c’è una montagna ancora più alta. L’uomo col cervello piccolo si accontenta di scrivere questa osservazione su un libro per le scuole elementari e lo fa adottare dal Ministero della Pubblica Istruzione. Poi rimane beatamente in pianura. ************************************************** VISENTINI GINO Badia Polesine (Rovigo) 10 Aprile 1907 Roma ??? GLI OCCHI INDISCRETI Vallecchi Editore 1946 Raccolta di racconti. Tratto da GLI OCCHI INDISCRETI. Valentino faceva l’imbianchino ed era bravo nel suo mestiere; un tipo allegro, estroverso come un attore. Piaceva molto alle cameriere delle case dove andavamo a lavorare, e lui ne approfittava per fasi svelare i segreti delle famiglie e aver libero accesso in tutte le stanze, i ripostigli, i solai, le cantine. Voi non immaginate la sua morbosa curiosità. Era il tipo da stare con l’occhio appiccicato ai buchi delle serrature. Il suo sguardo arrivava dappertutto. Indagava su ogni cosa con un piacere che lo faceva impazzire di felicità. Fu la smania di Valentino a rivelarmi come si può arrivare a conoscere, attraverso gli oggetti, l’intimità di una persona, i suoi peccati, i suoi gusti, la sua corruzione, le sue bugie... VISENTINI GINO Tratto dal racconto: LE PIETRE SEPOLCRALI Emilio finiva di levare la vernice che usciva dai solchi delle lettere scolpite, sfregando con la pomice sul marmo sepolcrale. Le sue mani bagnate d’acqua sporca erano livide. Il freddo vento che annunciava imminente il rigore dell’inverno, soffiava ancora, mentre la sera rapidamente calava. Un po’ più tardi il vento cessò; tuttavia, benchè la notte fosse prossima, il cielo serbava un fulgore freddo e lontano che illuminava ancora, di una luce da palcoscenico, la bruna e secca terra dell’ultimo autunno. Il bianco dei marmi splendeva allucinante, ma la sua naturale crudezza era alleviata dal roseo riflesso che i ceri diffondevano intorno. Centinaia di ceri accesi, in quell’ora fra giorno e notte, tremavano dolcemente dando al cimitero una tenera aria di festa per l’infanzia. Adesso il buio era sceso. Molti ceri si erano consumati e spenti e il chiarore che mandavano quelli rimasti appariva triste. La dolce, ingenua aria di festa infantile che la luce del crepuscolo mescolata alla rosea e tremante luce dei ceri aveva conferito al camposanto, adesso era svanita. Non era facile, ora, ammettere che prima i candidi marmi sembrassero bambine inghirlandate in un vasto giardino... SERGIO Bissoli I GRANDI SCRITTORI ITALIANI DIMENTICATI Come sono attuali e moderni questi grandi Scrittori dimenticati. Dalle pagine ingiallite di libri polverosi fuoriesce tutta la freschezza, il dramma e il mistero della Vita. Sarà perchè erano uomini e donne in anticipo sui tempi; sarà perchè le passioni sono cose antiche e sempre nuove. Leggere questi Autori si prova meraviglia e anche un po’ di rabbia perchè i loro libri sono caduti ingiustamente nell’oblio. Io non sono riuscito a trovarli tutti e mi dispiace per quelli che non ho potuto leggere. Febbraio 2014

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