lunedì 27 maggio 2024
HANIA LA NIPOTE DEL VECCHIO SERVITORE Henrik Sienkiewicz
HENRIK SIENKIEWICZ
Varsavia 1846 Svizzera 1916
HANIA la nipote del vecchio servitore
Presentazione di Sergio Bissoli
Una ragazza di nome Hania è esistita veramente. Lo testimoniano l’accurata riproduzione della psicologia femminile, ricavabile dai dialoghi e dai comportamenti.
E ci sono ancora molte altre cose vere in questo romanzo.
L’amore quasi feroce, tipico della adolescenza e della giovinezza, è stato realmente provato dall’Autore. La sua timidezza di fronte alla scoperta del misterioso mondo femminile. L’incapacità di comunicare con la ragazza adorata; la paura del disprezzo; la gelosia quasi mortale; l’ammirazione segreta che innalza a idolo una ragazza quasi sconosciuta; e altro ancora.
Molte considerazioni ne ricaviamo: l’Autore era un giovane poeta innamorato quando scrisse questo libro. Con una sensibilità così acuta, amore e morte si sfiorano e si confondono.
Nulla di esagerato, nulla di inventato. I brividi che l’Autore ha provato, oggi li fa provare a noi: un’eco per quelli che nella giovinezza hanno vissuto una storia d’amore meravigliosa e terribile. Quando ho scoperto la prima volta questo libro, mi sono immerso anche io nella sua atmosfera dolce e crudele.
Questo è il miracolo della letteratura. Un avvenimento lontano da noi nel tempo e nello spazio, è stato registrato da uno scrittore e trasmesso fino a noi.
Henrik Sienkiewicz
HANIA LA NIPOTE DEL VECCHIO SERVITORE
I
Quando fu per morire, il vecchio Nicolai mi affidò Hania, e così divenni, a sedici anni, tutore d'una pupilla di quindici. Dovetti quasi impiegare la forza, per separarla dal nonno e trascinarla fino alla nostra cappella.
Due ceri soltanto vi brillavano nell'oscurità, davanti a una vecchia immagine bizantina della Madre di Dio, e non bastavano a vincere le tenebre in cui era immerso l'altare.
Appena ci fummo inginocchiati, Hania, molto abbattuta per il dolore che provava e per le molte notti nelle quali aveva dormito soltanto per poche ore, reclinò il capo sulla mia spalla. E così rimanemmo, immobili, nel silenzio profondo della notte.
Udimmo suonare le due al vecchio orologio a cuculo della sala vicina. Poi regnò di nuovo la grande pace notturna, turbata soltanto dai rumori vaghi e confusi d'un temporale lon¬tano, e, di tanto in tanto, vicino a me, dal pianto convulsivo di Hania.
Io non sapevo che fare per consolarla o in¬fonderle coraggio, e, come un vero tutore o un fratello maggiore, la tenevo abbracciata affettuosamente.
E come avrei potuto pregare, mentre dura¬vano in me tante dolorose impressioni, e men¬tre si succedevano nella mia mente tante rievocazioni diverse?
Ma poi avvenne che un unico pensiero, un unico sentimento, dominassero in quella con¬fusione: - avevo lì, sulla mia spalla, quella cara testolina dagli occhi chiusi... e quella bimba era una mia sorella, povera e senza difesa. Sentivo di amarla molto, avrei voluto sfidare l'universo e rischiar la vita per lei se fosse stato necessario.
Poi, mio fratello Kiaz venne a inginocchiar¬si accanto a me, seguito poco dopo dal prete Ludvig e da tutti i domestici. Mentre leggevamo le preghiere, come si usa da noi, la Vergine, velata d'ombra, sembrava guardarci fissamente, con profonda dolcezza. Pareva che, vedendoci inginocchiati ai suoi piedi, ella si unisse a noi nella tristezza e nelle preoccupazioni a cui eravamo in preda, e le condividesse, e ci benedicesse...
Più tardi il prete Ludvig chiamò uno dopo l'altro i nomi dei nostri morti. Dopo ciascun nome, noi dicevamo in coro: « Memoria eterna!» Il nome di Nicolai venne per ultimo, ed Hania fu scossa, di nuovo, da violenti singhiozzi. Allora, io giurai di adempiere, anche a costo dei maggiori sacrifici, ai sacri obblighi che il defunto mi aveva lasciati in eredità. Fu quello, certo, un giuramento da giovinetto esaltato ed incapace di calcolare la gravità delle responsabilità che si assumeva e dei sacrifici che forse avrebbe dovuto imporsi; ma io lo feci con le più serie intenzioni e secondo gli impulsi più generosi e più nobili del mio cuore.
Finite le preghiere, andammo a riposarci un poco. Io feci condurre Hania, dalla Viengrovska, la nostra vecchia economa, nella camera che ormai sarebbe stata la sua. Baciai la mia cara orfanella, prima di lasciarla, e poi Kiaz e il prete Ludvig mi accompagnarono nella mia camera. Rimasto solo poco dopo, mi stesi sul letto e meditai.
Avevo amato con tutto il cuore il nostro povero Nicolai, ma il triste pensiero della sua morte non valeva a far tacere in me il sentimento di gioia orgogliosa che provavo per l'importante incarico avuto. Ragazzo di sedici anni, ormai protettore di un essere debole e sventurato, mi sentivo diventato un uomo.
Pensavo: « Dormi in pace nella tua tomba, buon vecchio. Non invano avrai fatto assegnamento sul tuo padroncino, e l'avvenire della tua figliuola è in buone mani! »
Ed era vero. Io consideravo con serenità l'avvenire di Hania. La vedevo con me per un tempo indefinito, sorella mia: amatissima, triste e buona, sempre oggetto di affettuose cure. E il pensiero che ella sarebbe divenuta una donna e che un giorno si sarebbe sposata, non mi passava per la mente neppure per un attimo...
Nella nostra famiglia, era consuetudine antichissima che l'eredità del primogenito fosse quintupla di quella di tutti gli altri eredi insieme. Il maggiorasco non esisteva, ma le ragazze e i fratelli minori si sottomettevano a quell'usanza, senza protestare mai.
Pure essendo ancora un collegiale, io ero il primogenito; mio padre era considerato come uno dei principali notabili del luogo, ed io calcolavo già come mia quella grande parte della sua sostanza che dovevo ereditare. Certo la nostra famiglia non poteva stimarsi ricca quanto una famiglia di magnati, ma possedeva tanto da consentirci di condurre, nel nido dei nostri antenati, la tranquilla esistenza della vecchia nobiltà. L'avvenire, dunque, non mi ispirava inquietudini. Qualunque cosa acca¬desse, avrei sempre potuto offrire ad Hania, presso di me, l' aiuto e la sicurezza di cui forse avrebbe avuto bisogno.
E mi addormentai con questi pensieri nella mente.
Fin dalla mattina successiva, dissi a me stes¬so che dovevo cominciare ad agire nella mia qualità di tutore. Un simile atteggiamento, da parte d'un ragazzo, poteva far ridere; ma io me ne ricordo ancora con commozione. Entrai nella sala da pranzo, per la prima colazione, insieme con mio fratello Kiaz. Tutti erano già a tavola: il prete Ludvig, la signora d'Ives, nostra governante, e le mie due sorelline, sui loro seggioloni alti. Occupai dignitosamente il seggio paterno, e dominai tutta la tavola con uno sguardo imperioso.
Ci serviva un giovane cosacco. Gli dissi con alterigia, in tono risoluto: - Mettete una posata per la signorina Hania! - dando impor¬tanza, con la voce, a quel titolo di « signorina » con cui nessuno l'aveva ancora chia¬mata.
Infatti, Hania soleva mangiare nel gabinetto da toeletta, poiché mia madre non aveva mai voluto lasciarle prender posto fra noi, pur sapendo che il buon Nicolai se ne sentiva offeso. Egli diceva spesso: - Ma perché non la vogliono a tavola? Temono che non sappia condursi come si deve?
Da un giorno all'altro, io iniziavo una nuova usanza. Il buon Ludvig nascose un sorriso fra le pieghe del suo gran fazzoletto e la signora d'Ives aggrottò le sopracciglia. Ella aveva un cuor d'oro, ma le premeva di non lasciar dimenticare che, per le sue origini, era un'aristocratica. Francis, il giovane cosacco, rimase a bocca aperta, guardandomi con profondo stupore.
- Non hai capito? Una posata per la signorina Hania.
- Ho capito, nobile signore...
Il tono della mia voce aveva prodotto su di lui un effetto straordinario... « Nobile signore! » Nessuno mi aveva ancora chiamato così! Devo confessare che un sentimento di vivissima soddisfazione mi fece salire alle labbra un sorriso... Ma mi contenni. Un nobile signore doveva essere serio, dignitoso...
Una posata, dunque, venne aggiunta, e la porta si aprì di nuovo. Entrò Hania, con la veste da lutto che Viengrovska, la cameriera, le aveva preparata durante la notte. Avanzò, pallida, con gli occhi ancora arrossati dal pianto, con un nastro di crespo nero tra i riccioli biondi. Ed io, lasciato in fretta il mio posto, le andai incontro e la accompagnai fino alla sedia che ella doveva occupare.
Non sapevo ancora che le eccessive premu¬re, anche se ispirate dalle migliori intenzioni, non fanno piacere, nelle ore tristi, quando si desiderano soltanto la solitudine tranquilla ed il riposo. Con la mia cortesia cerimoniosa, col mio modo maestoso di compiere i miei doveri di protettore, non ottenni altro risultato che quello di provocare nell'animo di Hania un sentimento di sorpresa e d'inquietudine. Vo¬leva mangiare qualche cosa? Voleva bere? Che cosa desiderava? Parlasse!...
Hania taceva... Soltanto perché io insiste¬vo, si decise a rispondermi.
- Niente... niente, se permettete, si¬gnore...
Ed io mi sentii orgoglioso per quel « se per¬mettete, signore… » Hania, per solito meno cerimoniosa, mi aveva sempre chiamato sem¬plicemente « padroncino ». Ora, mi faceva capire che la mia nuova qualità e la condi¬zione nuova che imponevo a lei la rendevano meno disinvolta e più umile.
Ma poi, quando tutti si alzarono da tavola, la condussi in disparte e le dissi:
- Ricordati, Hania, che ormai sei mia sorella. Non dovrai più dirmi: « Se permettete »…
- Va bene... Non ve lo dirò più, padroncino.
Sapevo che da un momento all'altro avrebbero portata la bara e vi avrebbero messo Ni¬colai. Dovevo dunque trattenere Hania ed im¬pedirle di riavvicinarsi al morto prima che tutto fosse finito. Passeggiavo con lei per la stanza, e non sapevo che cosa dirle. Per con¬solarla secondo la mia intenzione, avrei do¬vuto ridestare in lei le memorie del giorno antecedente, l'immagine del nonno, e così farla piangere di nuovo... Infine ci sedemmo insie¬me su di un piccolo divano, in un angolo della sala, e allora Hania posò ancora la testa sulla mia spalla.
Io contemplavo i suoi capelli d'oro, ed ella si stringeva a me come rifugiandosi nel mio affetto fraterno... Sentii che una dolce fiducia le rinasceva nel cuore, e la vidi piangere.
Pianse a lungo... a lungo... Cercai di consolarla.
- Non piangere più, Hania... Il tuo nonno è in cielo, ed io farò quel che potrò per…
Ma anch'io sentivo serrarmisi la gola… Dovevano aver portata la bara, e forse in quel momento vi stavano mettendo il corpo gelido di Nicolai…
Andai, solo, nella camera mortuaria. In un corridoio incontrai la signora d'Ives, e la pregai di aspettarmi: dovevo domandarle una cosa importante.
E, dopo aver pregato sul feretro, dopo aver dato degli ordini per il funerale, ritornai do¬v'era rimasta la governante. Le domandai, esitando un poco, se avrebbe acconsentito a dare delle lezioni di francese e di musica ad Hania, quando fossero passate le settimane di gran lutto.
- Signor Enrico... - disse la vecchia fran¬cese, un po' offesa pel mio tono di comando; farei volentieri ciò che dite, perché voglio molto bene a quella piccina, ma non so an¬cora che cosa diranno di tutto questo i vo¬stri genitori, né se approveranno che voi diate ad Hania un posto tanto importante nella fa¬miglia... Dovreste forse moderare il vostro zelo, signor Enrico...
- Hania è mia pupilla - diss'io con fermezza. - Devo occuparmi di lei...
- Sì, ma io... io non sono vostra pupilla come lei - riprese la signora d'Ives. - Vor¬rete quindi permettermi di aspettare che siano ritornati i vostri genitori.
Quella resistenza mi irritò. Per fortuna in¬contrai minor difficoltà da parte del prete Ludvig. Egli era già stato precettore di Hania, e per lui si trattava soltanto di allargare il programma d'insegnamento. Acconsentì subi¬to, e si congratulò con me per le mie inten¬zioni. Mi disse:
- Vedo che prendi sul serio il tuo dovere e te ne lodo... Però, sei molto giovane, e dovrai ricordarti di continuare così, con fer¬mezza.
Il buon prete, dunque, era contento di me. Considerava con indulgente bonarietà il mio modo di esercitare le funzioni di padrone di casa, e sapeva discernere, sotto le inevitabili fanciullaggini, il risultato delle lezioni di generosità che avevo ricevute da lui. Io sapevo quanto mi volesse bene quel brav'uomo. Dopo avermi ispirato, durante l'infanzia, un rispet¬to timoroso, egli si adattava a poco a poco, mentre crescevo, a sottomettersi ai miei voleri. D'altronde, aveva concepito anche per Hania un tenero affetto, e si prestava molto volentieri a migliorare la sorte di lei. Certo i miei progetti non potevano trovare ostacoli da quella parte.
Quanto alla signora d'Ives, dirò subito che la sua suscettibilità copriva un fondo di vera bontà, e che, dal canto suo, non tardò ad avere per Hania tutte le cure possibili. Così, l'orfanella si vide circondata soltanto da persone premurose che le davano continue prove d'interessamento e d'affetto.
Anche i domestici, cessando di considerarla come una loro uguale, la rispettarono e l'ama¬rono come una piccola padrona, tanto era an¬cora forte nella nostra famiglia l'autorità del primogenito, fosse pure un fanciullo. Infatti, il primogenito del padrone era « il signorino » fin dal giorno della sua nascita. Come i fratelli minori e le sorelle, i servitori gli manifesta¬vano presto il rispetto al quale egli aveva di¬ritto per tutta la vita, e nessuno poteva agire contrariamente ai desideri di lui, se non col consenso del capo della famiglia o di sua mo-glie. « Così si sostiene la famiglia! » amava ripetere mio padre. Tutto ciò avveniva secondo una tradizione antichissima, trasmessa da una generazione all'altra; cosicché la divisione disuguale della ricchezza, non imposta dalla leg¬ge, risultava da un permanente consenso di tut¬ti. I domestici mi consideravano dunque come il futuro signore, e neppure il vecchio Nicolai, al quale, in vita, erano state permesse molte cose, si sarebbe opposto all'antica consuetudine.
La mia autorità, d'altronde, era accresciuta da tutta la venerazione che i miei genitori ave¬vano saputo far nascere intorno a loro. Basti dire che mia madre curava personalmente gli ammalati, dopo aver costituita, in casa, una piccola farmacia. Durante il colera, ella non esitò ad accompagnare il medico da una ca¬panna all'altra e a passare notti intere fra i contadini colpiti dal male. Mio padre tremava al pensiero dei pericoli estremi ai quali ella si esponeva, ma non le proibiva di esporvisi, e si limitava a ripetere: « Che volete? Fa il suo dovere! »
Egli stesso non mancava mai di smentire coi fatti la sua apparente severità. Aveva abolite le prestazioni di lavoro gratuite e obbligatorie, perdonava spesso ai colpevoli, pagava i debiti dei contadini, faceva celebrare i matrimoni e battezzare i neonati a sue spese. Ci insegnava il rispetto per gli umili, e voleva che rispon¬dessimo ai saluti dei vecchi, ai quali spesso domandava consiglio.
I contadini erano molto affezionati alla no¬stra famiglia, e ci dimostravano in ogni cir¬costanza quanto ci fossero grati per ciò che avevamo fatto a vantaggio loro. Quindi, non incontrai ostacoli, e mi riuscì facile innalzare Hania, per mia volontà, al grado di fanciulla « nobile ».
Ma dovetti lottare contro un'opposizione, passiva ma tenace: la sua. Nicolai le aveva inculcato, fin dall'infanzia, un tale rispetto per i padroni, e perdurava in lei una tale timidezza, che da principio ella non seppe as¬suefarsi alla sua nuova condizione.
II
Tre giorni dopo il decesso, Nicolai venne sepolto. La sua salma fu posta nella tomba della nostra famiglia, vicinissima al mio nonno colonnello. E siccome il vecchio, pure essendo servitore, aveva saputo meritarsi in vita la simpatia e la stima di tutti, furono moltissimi i vicini che vollero assistere alle esequie.
Avevo condotto con me Hania, nella mia slitta, per non lasciarla sola, ed avevo intenzione di ritornare a casa con lei. Ma il prete Ludvig mi suggerì d'invitare tutti i nostri amici presenti, perché potessero riscaldarsi e rifocillarsi un poco, e perciò io dovetti affidare Hania alle cure di Mirza Davidovicz.
Mirza era mio intimo amico e mio compa¬gno di studi. Suo padre, il vecchio Mirza Da¬vidovicz, possedeva delle terre vicine alle nostre. Era di razza tartara e maomettana, ma apparteneva ad un'antica famiglia stabilitasi da moltissimo tempo nella nostra regione.
Ritornai dunque nella mia slitta, con gli Uscizki, mentre Hania prendeva posto in un'altra, con la signora d'Ives e Mirza. Que¬sto mio bravo amico si tolse galantemente la pelliccia, per coprire bene Hania. Poi prese le redini dalle mani del cocchiere, ed eccitati i cavalli con la voce, fece volare come una freccia il suo veicolo.
A casa, io dovetti accogliere gli ospiti, e lasciai a malincuore Hania, che si rifugiò nella camera del defunto per piangere ancora. Ma poco dopo tutti se ne andarono, eccettuato Mirza Davidovicz. Questi era con me in settima classe, e tutti e due dovevamo prepararci allo stesso esame. Quindi si era combinato che egli avrebbe finite in casa nostra le vacanze di Natale, anzitutto perché potessimo studiare insieme, ma anche perché ci fosse dato di fare insieme tutto ciò che preferivamo infinitamen¬te agli Annali di Tacito ed alla Ciropedia di Senofonte: montare a cavallo, esercitarci al tiro alla pistola e alla scherma, e andare a caccia.
Eccettuato mio padre, certo seccato perché quel ragazzo tartaro era più abile di me nel servirsi delle armi, noi volevamo molto bene a Mirza, ragazzo pieno di vivacità e d'allegria, talvolta facile ad infiammarsi, come la polvere, ma sempre irresistibilmente simpatico. Siccome parlava in francese come un parigino, egli godeva di tutta la benevolenza della signora d'Ives, che si divertiva moltissimo a sentirlo chiacchierare con petulanza nella sua lingua. Egli piaceva anche al prete Ludvig, che coltivava la vaga speranza di convertirlo e che per¬ciò era molto cortese verso di lui. Il ragazzo infatti non si faceva scrupolo di scherzare su Maometto se gliene capitava l'occasione, e lasciava indovinare che sarebbe sfuggito volen¬tieri al Corano se non avesse temuto di dare un dolore a suo padre, vecchio nobile a cui stavano a cuore le tradizioni di famiglia e che preferiva il maomettano fedele al cattolico di fresca data.
Ciò non vuol dire che il vecchio Mirza Da¬vidovicz avesse conservato un debole per Turchi e Tartari. I suoi avi erano venuti nella no¬stra regione nell'epoca di Vitoldo, e una parte considerevole della ricchezza della famiglia derivava da una donazione di Giovanni Sobieski al colonnello di cavalleria Mirza Davidovicz, che si era coperto di gloria sotto le mura di Vienna.
Fin da quel tempo esisteva a Khojeli un ritratto di quel colonnello Mirza, ed ogni volta che lo vedevo, io ne provavo una profonda impressione. Era il ritratto d'un uomo terribile, dagli occhi leggermente loschi, che sembravano seguire da tutte le parti, con uno sguardo selvaggio e duro, chi guardasse la tela; dal viso solcato in ogni senso da cicatrici di sciabolate, che parevano strane scritture del Corano; dal colorito grigiastro; dai folti ciuffi di capelli sulle tempie...
Ma Selim non somigliava affatto a quel guerriero. Suo padre avevo sposato in Crimea una Georgiana di meravigliosa bellezza (così si diceva: io non l'avevo conosciuta), e da lei derivavano i lineamenti bellissimi del figlio.
Egli era, infatti, incredibilmente bello. Anche nei suoi occhi si poteva notare talvolta un resto appena percettibile di strabismo; ma non erano occhi da Tartaro; erano piuttosto simili ai grandi occhi splendidi georgiani, nerissimi, dolci e vellutati, sempre pensosi, dotati di una forza di penetrazione che scendeva fino all'anima di chiunque guardassero per chiedere qualcosa. Le linee del viso erano veramente impareggiabili per la loro nobile regolarità, come se un purissimo artista si fosse applicato a cesellarle con amore nella pelle leggermente bruna; e le labbra, un po' sporgenti, erano d'un rosso vivo che spiccava intorno alla bianchezza perfetta dei denti.
Ma per quanto fosse bello, subiva talvolta una trasformazione improvvisa che lo rendeva orribile. Questo avveniva quando andava in collera, quando gli accadeva di litigare, la qual cosa non era affatto rara. Allora, tutto quel miraggio di grazia e di seduzione svaniva; egli assumeva la maschera formidabile del vec¬chio Tartaro da cui discendeva: il suo colo¬rito diventava scuro, grosse vene azzurrognole gli si gonfiavano sulla fronte, e i suoi occhi, ridivenuti strabici, avevano bagliori di ferocia, come quelli dei lupi. La strana trasfigurazione durava soltanto un momento, e poi Selim si metteva a piangere, si scusava, voleva abbrac¬ciare l'avversario, ed era impossibile non per¬donargli. Così era Selim, leggero e turbolento, ma cuor d'oro, capace delle azioni più gene¬rose. Era inoltre un cavaliere emerito, un ti¬ratore ed uno schermidore già molto temibile. Aveva anche un ingegno pronto e vivace, ma una invincibile inclinazione alla pigrizia gli nuoceva assai negli studi. Dirò infine che nutriva per me un affetto non meno grande di quello che io nutrivo per lui, e che potevamo bisticciare anche violentemente senza che la nostra amicizia ne soffrisse, poiché non tarda¬vamo mai molto a riconciliarci. Ogni volta che avevamo delle vacanze, egli ne passava una metà in casa di mio padre e l'altra a Khojeli.
Appunto secondo questa consuetudine, quell'anno egli finiva con me le feste di Natale.
I nostri ospiti, dunque, se ne andarono su¬bito dopo la merenda, verso le sei. Il crepu¬scolo di quel giorno invernale diffondeva già fra gli alberi la sua debole luce rossastra, la cui tristezza invadeva anche la stanza nella quale eravamo. Delle stupide cornacchie venivano a battere con le ali contro i vetri della finestra, e degli stormi di quegli uccellacci volavano al disopra degli stagni, neri sullo sfondo del cielo arrossato dal tramonto.
Tacevamo. La signora d'Ives, come al solito, si era ritirata nella sua camera per dedicarsi ai suoi interminabili solitari; il prete Ludvig passeggiava da un angolo all'altro della stanza, fiutando di tanto in tanto una presa di tabacco; le mie sorelline, rifugiate sotto la ta¬vola, si trastullavano, sedute sul tappeto, a fare delle treccioline coi loro biondi capelli. Hania, Selim ed io ci eravamo impossessati del divano, che era accanto alla finestra, e contemplavamo lo spettacolo della fine del giorno. La oscurità sopraggiunse quasi improvvisa. Allora il prete Ludvig uscì, per andare a pregare; le mie sorelline cominciarono a rincorrersi da una stanza all'altra, e Selim si mise a chiac¬chierare. Ma Hania si avvicinò a me, e mi disse sottovoce:
- Padroncino, ho paura!
- Non devi aver timore di nulla... - le risposi abbracciandola. - Sta' qui, vicina a me. Finché starai così, non ti potrà accadere nulla di male. Guarda: io non ho paura affatto... Devi pensare che in qualunque caso saprei difenderti.
Ma io cercavo di tranquillizzare anche me stesso, con queste parole; poiché anch'io pro¬vavo una sensazione singolare, generata forse dall'oscurità che ora regnava nella sala, o dalle parole pronunciate da Hania, oppure dalle immagini della morte ancora vicina.
- Vuoi che io faccia portare la lampada?
- Sì, padroncino.
- Mirza, ti prego: ordina a Francis di portare la lampada.
Mirza si precipitò. Poco dopo, l'udimmo fare nel corridoio un rumore infernale, e, spalancatasi violentemente la porta, lo vedemmo rientrare rapidamente, tenendo Francis per il bavero e scuotendolo rabbiosamente. Fece piroettare il piccolo cosacco, istupidito, girando egli pure come una trottola, e continuò così finché furono tutti e due davanti al divano. Allora, egli gridò al domestico:
- Hai capito? Hai capito, dunque?... Il tuo signore ti dice di portare la lampada perché la signorina ha paura!... Perché stai lì, a guardarci a quel modo? Va' e ritorna subito, o ti strappo la testa!
Un minuto dopo, Francis ritornò con una lampada. Per la luce improvvisa, Hania do¬vette chiudere gli occhi, pieni di lacrime. Mirza si affrettò a spegnere, e così rimanemmo di nuovo in un'assoluta oscurità, e di nuovo il silenzio regnò nella stanza.
- Se vuoi, Hania, Mirza ci racconterà una storia... - diss'io. - Egli sa raccontare molto bene.
Hania acconsentì, e Mirza cercò per un mo¬mento nella sua memoria, alzando gli occhi verso il soffitto, mentre un raggio di luna gli illuminava il bel viso. Poi egli cominciò, con la sua voce tanto armoniosa:
« C'era una volta, di là dalle foreste e dai monti, una strega che si chiamava Lala, e av¬venne che il sultano Garun passasse un giorno davanti alla capanna di quella strega. Garun era immensamente ricco, e ci voleva tutto un anno per attraversare tutto il suo magnifico castello, che era di corallo, con dei colonnati di pietre preziose. Il turbante del sultano era composto di raggi di sole dai quali pende¬vano delle stelle; ed un mago, dopo aver ru¬bato nel cielo la mezza luna, l'aveva posata su quel turbante, per far cosa grata al prin¬cipe.
« Garun, dunque, entrò nella capanna della strega Lala, e si mise a piangere; ma a pian¬gere tanto copiosamente, che le sue lacrime formarono un ruscello lungo il sentiero. E do¬vunque cadesse una di quelle lacrime, un bel giglio bianco usciva subitamente dalla terra.
« - Ma perché piangi così, sultano Ga¬run? - domandò la strega.
« - Come potrei non piangere? - disse il sultano. - Mia figlia è bella come la luce, e devo darla al nero Dievetz, i cui occhi di fiamma... »
A questo punto Mirza s'interruppe e mi disse all'orecchio:
- Mi pare che Hania si sia addormentata...
- No, non dormo... - disse la piccina, con una voce già lontana.
« - Non piangere, sultano! - esclamò Lala. - Prendi il tuo corsiero alato, e va' fino alla caverna del brigante. Vedrai delle nubi che cercheranno d'oscurarti la strada; ma get¬tando contro di esse questi semi di papavero, le farai scomparire ».
Il narratore parlò ancora a lungo; poi si interruppe di nuovo, e guardò Hania. La stanchezza e il pianto avevano talmente estenuata la povera creatura, che ella era immersa, ora, in un sonno profondo. Noi ascoltavamo il ritmo regolare e tranquillo della sua respirazione, e non osavamo pronunciare neppure una parola, per timore di svegliarla. Ed intanto, mentre Selim, reggendosi il capo con le mani, sembrava assorto in una meditazione, io, con gli occhi alzati, avevo la sensazione di aleggiare nello spazio, verso il cielo, come se avessi le ali di un angelo. Come potrei esprimere la dolcezza che generava in me il sentirmi sul seno, in fiducioso abbandono, quel piccolo essere, tanto prezioso, che dormiva tranquillamente?... Tutto il mio corpo era percorso da brividi, e mille voci celesti che non avevo ancora udite mai, si misero a produrre nella mia anima un soave concerto. Oh, sì!... Amavo Hania, l'amavo con una tenerezza fraterna e protettrice, immensamente, immensamente!... E, con precauzione, mi chinai verso di lei, e baciai una ciocca dei suoi capelli. Ma il mio bacio non ebbe nulla di volgare, e fu casto come la bimba che lo ricevette.
Mirza sussultò e sembrò ritornare ad un tratto alla realtà. Mi disse piano:
- Come sei felice, Enrico!
- Sì, Selim...
Ma Hania non poteva stare così indefinita¬mente, e Mirza riprese:
- Dobbiamo portarla nella sua camera, senza svegliarla.
Io gli risposi:
- La porterò io, da solo. Tu, va' ad aprire la porta.
Mi alzai pian piano, sollevando Hania. Ero molto forte, per la mia età, e la povera piccina era tanto gracile, che mi sembrò di non fare uno sforzo maggiore di quello che ci sarebbe voluto per sollevare una piuma. Mirza aprì la porta della stanza attigua, tutta illuminata, e andammo fino alla cameretta verde, ch'era quella che avevo assegnata ad Hania.
Il letto era già stato preparato per la notte; un gran fuoco russava nel caminetto, e la vecchia Viengrovska, accoccolata, ne stava equilibrando i ceppi in fiamme. Al vedermi entrare così, col mio fardello fra le braccia, ella ebbe un'esclamazione di sorpresa:
- Ah, mio Dio!... Il signorino porta la ragazzina!... Avreste dovuto svegliarla! Sarebbe venuta da sola.
- Taci, ti prego! - le dissi irritato. ¬Non è più « la ragazzina »; è una tua padrona, capisci? Era stanca, e si è addormentata. Non la devi svegliare! Spogliala, e mettila a letto, pian piano. Non dimenticare che è un'orfanella, e che dobbiamo consolarla della morte del suo nonno.
- Sì, è orfana, questa povera piccola! È un'orfanella!...
La vecchia Viengrovska si era impietosita. Mirza le diede un bacio per quelle parole buone. Poi, andammo insieme a prendere il tè.
Allora Mirza ridiventò gaio; si mise a chiacchierare, senza neppure accorgersi che io no gli rispondevo. Infatti ero in preda a una profonda malinconia, e d'altra parte pensavo che, data la dignità che avevo acquistata, dovevo evitare di condurmi in modo puerile. Mirza finì col meritarsi un rimbrotto del prete Lud¬vig, per essersi arrampicato in cima alla ghiacciaia, proprio nel momento della preghiera serale nella cappella, e per essersi messo ad imitare, con quanto fiato aveva in corpo, l'abbaiare di un cane. Tutti i cani del vicinato si erano riuniti, e avevano cominciato un concerto di urli talmente infernale da obbligarci a desistere dal pregare.
- Come ti è venuto in mente, Selim, di commettere questa pazzia? - disse il prete.
- Perdonatemi... Rivolgevo a Maometto la mia preghiera della sera.
- Sei un cattivo soggetto!... Devi rispet¬tare la religione altrui, ed anche la tua!
- Ma è mia intenzione convertirmi al cat¬tolicismo!... Lo farei, siatene certo... Se non ci fosse mio padre, non vorrei più essere mao¬mettano!
Il prete Ludvig, preso così dal suo lato più sensibile, non disse più nulla, e poco dopo ci separammo per andare a dormire.
Selim dormiva nella mia camera. Ci piaceva prolungare ogni sera le nostre piccole con¬versazioni intime, ed il prete, che lo sapeva, non vi si opponeva.
Mi svestii. Selim, dal canto suo, stava per mettersi a letto senza pregare. Me ne avvidi e gli dissi:
- Davvero, Selim, non preghi mai?
- Come!... Aspetta un po' e sentirai!
Andò verso la finestra, tese le braccia, rivolse lo sguardo al cielo come se avesse voluto involare la luna, e si mise a salmodiare:
- O Allah! Akbar Allah! Allah Kerim!
E, ritto così, nella lunga camicia candida, con gli occhi rivolti al cielo, mi sembrava bello di una bellezza sovrumana, e non potevo stancarmi di contemplarlo...
Poi mi disse:
- Che significa, tutto questo? Io non ho fede in un profeta che si concesse generosa¬mente un gran numero di mogli e volle che gli altri ne avessero una sola! D'altronde, non voglio astenermi dal bere vino, e quindi non so come potrei essere un vero maomettano. Questo, però, non vuol dire che io non creda in Dio e non sappia rivolgermi a lui, a modo mio. Insomma, che cosa so, io?... Che c’è un Dio. Non so altro.
Dopo un momento, egli parlava già di cose assolutamente diverse.
- Senti, Enrico. Vuoi che ti dica una cosa?
- Sentiamo...
- Qui ci sono dei sigari eccellenti... Non siamo più bambini... Fumiamo!
- Perché no? Da' qua!
Selim saltò giù dal letto, tirò fuori un mazzo di sigari, ne prendemmo uno per ciascuno, e ci mettemmo a fumare, stando coricati.
Poi egli mi disse ancora:
- Enrico! Senti un'altra cosa... Sai che vorrei essere nei tuoi panni?... Ora sei un uomo, tu...
- Lo so.
- Come vorrei, anch'io, dover pensare ad una piccina che mi fosse stata affidata!... Ah, se avessi anch'io una pupilla!...
- Non so come potresti averla... Esiste forse un'altra Hania?
E soggiunsi, coll'accento della convinzione:
- Ora non potrò certo ritornare in collegio. Non è ammissibile che un tutore continui ad andare a scuola.
- Oh, via!... Impazzisci?... Credi che ti lasceranno troncare gli studi?... E l'Univer¬sità?...
- Sai perfettamente, mio caro, che amo moltissimo lo studio... Ma ormai ho l'obbligo sacrosanto di anteporre a tutto il mio dovere di tutore. Ma forse posso sperare che mio pa¬dre permetta ad Hania di accompagnarmi a Varsavia...
- Ma è pazzesca, questa tua speranza!...
- Certo la cosa non sarà possibile finché dovrò stare in collegio... Ma poi, quando sarò studente d'università, Hania verrà con me. Non sai che molti studenti hanno con loro delle ragazze?
- Sì... sì... E più tardi, potrai forse spo¬sarla...
Io sussultai, sorpreso.
- Oh, ma come puoi pensare ad una cosa simile, Mirza?...
- Perché no?... Certo non ti sposerai in collegio... Ma gli studenti d'università posso¬no prender moglie, benissimo, ed anche avere dei figlioli! Ah! Ah!
A quell'età, mi importava ben poco di sa¬pere che cosa potesse o non potesse fare uno studente; ma le parole pronunciate da Mirza furono per me un'improvvisa rivelazione di cose rimaste oscure nel mio essere intimo, e certi pensieri segreti mi si agitarono nel cer¬vello e vi presero a poco a poco una forma più precisa.
Sposare Hania, la mia diletta pupilla? Qua¬le sprazzo di luce proiettato fino in fondo al mio cuore! Come sentii che qualcosa si trasfor¬mava, anzi si era già trasformato, nel profon¬do amore fraterno che avevo provato per Ha¬nia! Com'era divenuta ardente e appassionata la mia tenerezza! Ah, sposare Hania! Sposare la mia diletta, la mia adorata Hania, il mio angelo radioso! E, con voce sorda e con un accento che non era più di sorpresa, dissi ancora:
- Come puoi pensare, Mirza, che io...
- Scommetterei - interruppe il mio amico - che tu ami già d'amore la tua pupilla!
Io non volli rispondere, ma spensi la lam¬pada, e, nell'oscurità, baciai con passione il mio guanciale, sospirando:
- Hania!... Hania!...
L'amavo!
III
Un telegramma fece ritornare mio padre po¬chi giorni dopo. Ebbi allora il timore che tutte le nuove disposizioni che avevo prese, durante la sua assenza, relativamente ad Hania, non fossero totalmente approvate dal capo della famiglia, come infatti avvenne, press' a poco. Mio padre mi lodò, dapprima, per la serietà con cui mi accingevo a fare quello che consideravo come un mio dovere importantissimo. Mi abbracciò con evidente soddisfazione, ripetendo: « Sei veramente del nostro sangue! » - elogio, questo, che egli mi accordava soltanto quando la mia condotta gli sembrava degna di un'approvazione eccezionale. Ma poi, probabilmente per effetto dell'opinione della signora d'Ives, egli si oppose a parecchie delle mie intenzioni. Non senza ragione, del resto, poiché da quando la mia passione per Hania era divenuta cosciente, la mia protetta non sentiva più, su di sé, alcuna superiorità che non fosse la mia. Mio padre rifiutò specialmente di ammettere che Hania dovesse essere educata ed istruita esattamente come le mie sorelle.
- Non posso intervenire personalmente ¬mi disse - perché si tratta di una cosa sulla quale dovrà decidere tua madre... Ma penso che si debba ben ponderare quale sia il vero interesse della ragazza.
- L'istruzione può forse essere dannosa a qualcuno, nella vita? Mi sembra, padre mio, che tu mi abbia sempre insegnato il contrario...
- Certo - disse lui - l'istruzione è sempre vantaggiosa per un uomo, poiché gli consente di migliorare la sua condizione. Ma per una donna, il caso è diverso. L'istru¬zione di una ragazza deve essere proporzionata alla condizione alla quale è destinata. Hania non potrà certo aver bisogno di sapere molte cose. Quale utilità avrebbero per lei il fran¬cese, la musica, e così via? Un giorno non lon¬tano, diventerà moglie di un modesto giova¬notto, che...
- Oh, papà! - interruppi.
Egli mi guardò fissamente, stupito, e mi do¬mandò:
- Che c'è, figlio mio? Che hai?...
Io mi sentivo salire il sangue alla faccia. Dovevo esser rosso come un papavero, e avevo una specie di velo davanti agli occhi. La mia esclamazione era stata di sdegno, tanto l'idea che Hania potesse diventar moglie di un uomo di condizione molto modesta era contraria al¬l'opinione e alle speranze che il mio cuore mi aveva fatto concepire relativamente all'av¬venire di lei. La supposizione di un simile matrimonio era un vero sacrilegio, a parer mio, e tanto più me ne affliggevo, in quanto ché quel sacrilegio lo aveva commesso mio padre. Così, la fredda realtà veniva a dare, in me, la sua prima lezione all'ardente e credula gio¬vinezza; la vita dava il suo primo colpo all'edificio meraviglioso dei miei sogni; la disillusione versava per me la sua prima coppa di fiele, della quale più tardi il mio scetticismo avrebbe cercato di attenuare l'amarezza.
Mio padre non indovinò le ragioni segrete della mia commozione. Pensò soltanto che avessi concepito, com'era naturale alla mia età, un'idea troppo rigorosa dei doveri che avevo assunti, ed era lusingato da quelle mie disposizioni, che mi onoravano, più di quanto fosse contrariato dal mio progetto di dare ad Hania una educazione completa.
Fu stabilito che io avrei scritto a mia madre (il cui soggiorno all'estero doveva durare ancora per parecchio tempo) pregandola di voler decidere definitivamente sulla questione che mi preoccupava. E le scrissi infatti una lettera lunga e vibrante, come non ne scrissi mai alcun altra, nella quale narrai minutamente ciò che era accaduto, riferendo le supreme raccomandazioni di Nicolai moribondo. Dissi quanto mi stessero a cuore i miei doveri di tutore, e quali preoccupazioni mi tormentassero, e quali speranze nutrissi, relativamente alla sorte della mia protetta. Invocai per l'or¬fana la sua pietà materna; espressi il mio timore di non fare abbastanza per la povera creatura la cui vita ormai dipendeva principalmente da me... Infine, mi sentii convinto che la mia epistola costituisse un saggio insu¬perabile d'abilità e dovesse sicuramente procurarmi il consenso che desideravo tanto.
Aspettai fiducioso. Finalmente, la risposta venne, per me e per la signora d'Ives. Mia madre, non solo acconsentiva all'educazione integrale di Hania, ma l'esigeva energicamente. Ella scriveva: « Con la certezza dell'appro¬vazione di tuo padre, io desidero che Hania sia considerata assolutamente come un mem¬bro della nostra famiglia. Così deve essere, in memoria del buon Nicolai, che ci servì per tanto tempo, con tanta devozione ».
Selim fu contento della mia vittoria, come se la avesse conseguita anche lui - poiché quando si trattava di Hania egli si considerava come una specie di tutore.
Confesserò subito che il suo interessamento per la mia pupilla mi irritava già un poco, spe¬cialmente perché il mio contegno verso Hania si era già molto modificato da quando avevo dovuto ammettere di essere innamorato di lei... La disinvolta e libera amicizia non esisteva più, fra noi due, e appena mi trovavo solo con la mia pupilla, mi sentivo stranamente imbarazzato.
Quanti giorni erano passati, dopo quello in cui avevo tenuto Hania addormentata sul mio seno? Quattro soltanto; eppure, ora non potevo rievocare quella scena senza sentirmi scosso da un brivido. Prima, baciavo Hania fraternamente, quando mi separavo da lei; ¬ora, se soltanto le sfioravo una mano, provavo in tutto il mio essere intimo un turbamento indicibile. Si affermava in me sempre più quel sentimento di adorazione che ci ispira l'oggetto del nostro primo amore. Ed Hania, ignara di ciò che provavo, si stringeva a me, spesso, come prima, dandomi la sensazione di un vero sacrilegio che, dentro di me, non le potevo perdonare.
Così, cominciavo a sentire le profonde gioie dell'amore, e nello stesso tempo le pene che l'amore ci procura. Avrei voluto non serbare per me solo il mio segreto, confessarmi ad un amico, e poter piangere confortato dal suo affetto. Oh, com'era grande, in me, questo bisogno di confidarmi a qualcuno! E quale sollievo avrei provato, se avessi potuto alleggerire così il mio cuore oppresso!... Avevo accanto a me il mio amico Selim; ma come potevo fidarmi di un essere simile? Certo, nel primo momento egli mi avrebbe ascoltato con tutta l'anima... Ma poi? Non avrebbe egli finito col canzonarmi, abbandonandosi a quella specie di cinismo che lo caratterizzava? E mi pareva già di vedere oltraggiato il mio idolo dalla gaia leggerezza di quel ragazzo, mentre non potevo pensare al mio amore senza sentirmi preso da una commozione profonda.
Frattanto, la mia innata tendenza alla dis¬simulazione si accentuava inevitabilmente. Il carattere di Selim ed il mio erano tanto diversi! Io, ero sentimentale; Selim non lo era affatto. L'amore era in me pieno di tristezze, mentre in Selim sarebbe stato giocondo e spen¬sierato. Quindi, io tenni gelosamente nascosto il mio sentimento, e nessuno poté indovinarne l'intensità. Per serbare il mio segreto, ricorsi a quella singolare abilità di cui spesso danno prova i giovanetti di sedici anni nel rimanere impenetrabili all'acume dei più esperti osservatori.
Anche Hania ignorò completamente il mio amore. Mi bastava amarla. Ma quando ci ac¬cadeva d'esser soli, lontani dagli altri, io dovevo impormi uno sforzo per non lasciarmi cadere ai suoi piedi...
Intanto Selim cercava di provocare in noi la gaiezza e l'ilarità, almeno per qualche momento, e vi riusciva. Fu il primo a far sorridere Hania, con uno scherzo. Parlando al prete Ludvig, gli consigliò di convertirsi al maomettanismo e di sposare la nostra gover¬nante! La signora d'Ives ed il prete ebbero una gran voglia di andare in collera; ma egli si affrettò a dir loro una quantità di cose gentili e lusinghiere, li guardò in viso coi suoi begli occhi sereni, e tutto finì in una risata generale.
Certo, Selim nutriva per Hania una viva amicizia, ed agiva potentemente sull'animo di lei con la sua giocondità e la sua disinvoltura, mentre io ero sempre malinconico ed impacciato. Hania, dal canto suo, nutriva per lui molta simpatia, e questo si capiva facilmente dall'espressione che il suo viso assumeva quando egli compariva. E Selim, d'altronde, soleva bersagliarmi con le sue facezie, interpretando la mia malinconia come un atteggiamento calcolato d'un giovanetto desideroso d'esser preso per un uomo.
- Scommettiamo che Enrico si farà prete! - diceva talvolta.
Io facevo il possibile perché si parlasse d'altro, mentre rimanevo visibilmente confuso, e mentre il prete Ludvig rispondeva sorridendo:
- Dio lo voglia!
Le vacanze di Natale volgevano alla fine. Tutti i miei progetti di rimanere a casa svanirono subitamente. Un bel giorno, il giovane tutore di Hania si sentì dire che la mattina successiva, di buon'ora, avrebbe dovuto par¬tire, col suo amico. Ci saremmo fermati a Khojeli, perché Selim potesse salutare suo padre.
Alle sei, mentre era ancora buio, ci alzammo in fretta. Era un cupo mattino d'inverno, e la mia anima era altrettanto cupa. Neppure Selim era molto allegro, e, appena alzato, fece delle riflessioni amare sulla vita in generale. Io gli diedi ragione. Dopo esserci vestiti, uscimmo dalla nostra camera e scendemmo per la colazione.
Fuori, nell'oscurità, dei leggeri fiocchi di neve vennero a posarsi sui nostri visi. Dalle finestre della sala da pranzo usciva una luce calda; una slitta ci aspettava davanti alla scalinata, e noi vi sistemammo i nostri bagagli. I cavalli sbuffavano, i cani saltellavano intorno a noi, abbaiando, e il mio cuore era triste, immensamente triste per quella partenza...
Quando entrammo nella sala da pranzo, vi trovammo mio padre e il prete Ludvig, in animato colloquio. Io non vidi Hania. Il mio cuore batteva forte, e non potevo staccar gli occhi dalla porta della cameretta verde, dalla quale la mia pupilla avrebbe dovuto uscire per venirmi a salutare. Forse non sarebbe venu¬ta?... Mio padre e il prete ci accaparrarono, prodigandoci una quantità di raccomandazioni e di buoni consigli, dicendoci, fra l'altro, che ormai eravamo abbastanza grandi per sapere quanto valore abbiano lo studio e la scienza.
Io ascoltavo pazientemente, sbocconcellando una fetta di pane abbrustolito che intingevo in una tazza di brodo bollente e che la mia gola contratta non voleva inghiottire. Dopo alcuni minuti, udii finalmente un po' di rumore dalla parte della camera di Hania. Il mio cuore batté tanto forte da farmi pensare che stesse per spezzarsi... Qualcuno entrò... Era la signora d'Ives, in vestaglia, coi capelli avvolti in una grande quantità di diavoletti di carta. Rimasi deluso, e, quantunque la buona donna mi ba¬ciasse con sincero affetto, mi presi il gusto di versarle sulla veste una parte del contenuto della mia tazza. Ella espresse la certezza che due giovani come noi avrebbero saputo applicarsi agli studi col massimo fervore, e Mirza le rispose che il ricordo dei suoi diavoletti di carta gli avrebbe data certamente la buona vo¬lontà di essere uno scolaro modello.
Hania non era ancora comparsa. Io ero sulle spine, ma pensavo che il mio supplizio dovesse finire da un momento all'altro. Finita la colazione, ci alzavamo da tavola quando Hania uscì finalmente dalla cameretta verde. Era rossa in viso, aveva i capelli in disordine, sem¬brava ancora un po' addormentata. Le strinsi la mano, che mi parve calda di febbre, e pen¬sai immediatamente che ella stesse male perché partivo. Immaginai lì per lì tutta una scena sentimentale, benché quella manina così calda potesse significare semplicemente che Hania era appena uscita dal letto.
Mio padre si ritirò nel suo studio. Doveva scrivere alcune lettere che noi avremmo portate a Varsavia. Anche il prete uscì. Mirza corse dietro ad un cane che era entrato nella stanza accanto, ed Hania ed io restammo soli.
Io mi sentivo pieni di lacrime gli occhi, e avrei voluto lasciar sfuggire dal mio cuore una quantità di cose dolcissime e ardenti. Certo, non avrei mai osato dire ad Hania tutto il mio amore; ma poiché il momento era propi¬zio, non potevo fare a meno di mostrarmi un po' espansivo, di chiamarla « mia cara Ha¬nia », di prenderle la mano e di baciargliela... Ma sprecai stupidamente quel momento supremo. Mi avvicinai a lei, le presi la mano, e le dissi: « Hania... »; ma feci tutto questo in modo tanto goffo, con così poca naturalezza, e la voce con cui parlai fu tanto diversa dalla mia, che mi decisi subitamente a tacere, rimanendo imbarazzato più che mai. Ah, come fui irritato, allora, contro me stesso!... Parlò Hania:
- Ah, padroncino!... Come tutto sarà triste, qui, dopo la vostra partenza!...
- Ritornerò a Pasqua... - le dissi con una voce bassa ed aspra.
- Ah, ma purtroppo sono ancora lontane, le feste di Pasqua!
- Non tanto... Non tanto... – dissi io, quasi sgarbatamente.
Mio padre, il prete Ludvig, la signora d'I¬ves, Mirza, i domestici, entrarono quasi contemporaneamente, e poco dopo ci accompa¬gnarono fuori.
Mio padre e il prete mi abbracciarono per primi. E quando Hania mi si avvicinò per sa¬lutarmi, io avrei voluto stringermela al cuore e baciarla, come una volta. Ma, stranamente paralizzato da una timidezza inesplicabile, ri¬masi immobile. Mi limitai a stringerle la mano, e le augurai, freddamente, buona salute...
Eppure, il mio cuore traboccava di tene¬rezza, e mi sentivo piangere dentro di me. Hania piangeva a calde lacrime; e ad un tratto fui preso da una strana mania di crudeltà, da un bisogno insensato di farla soffrire... Quel bisogno assurdo doveva in seguito impadro¬nirsi di me altre volte, troppo spesso!...
- Suvvia, Hania!... Piangi per così poco? - le dissi con una stupida brutalità.
E, senz'altro, presi posto nella slitta.
Anche Mirza salutò tutti quanti. Venuta la volta di Hania, si precipitò verso di lei, le prese le mani e gliele coprì di baci, quantunque ella tentasse di opporvisi. Poi, mi rag¬giunse.
- Andate! - gridò mio padre. Il prete ci benedisse di nuovo, e il veicolo si mise in moto. Poco dopo i sonagli dei cavalli tintin¬navano forte attraverso la pianura, mentre i pattini della slitta tagliavano violentemente la neve, stridendo.
Eravamo partiti!... Allora scoppiò in me una furiosa collera contro la mia imbecillità. « Così, dunque... così l'hai lasciata, la tua Hania! - pensavo. - E sei stato perfino capace di rimproverarle le sue lacrime, le sue povere lacrime d'orfanella!... »
Un doloroso rimpianto mi serrò il cuore. Perché Mirza non mi vedesse soffrire, alzai il bavero del mio mantello... E piansi a lungo, così di nascosto, pianamente...
Mirza intanto doveva indovinare qualcosa, ma, muto anche lui, sembrava nascondersi come mi nascondevo io...
Quando fummo vicini a Khojeli, egli si de¬cise a parlare:
- Enrico!
- Che vuoi?
- Piangi?
- Lasciami stare!
Tacemmo di nuovo, per un lungo momento. Poi, egli ritornò alla carica:
- Enrico!
- Che c'è?
- Piangi?
Non gli risposi. Allora, egli sporse la mano dalla slitta, prese una manciata di neve, e, sollevato il mio berretto, me la cacciò tra i capelli, dicendo:
- Questo ti calmerà!
IV
A Pasqua, dovetti subire un esame. D'altra parte, mio padre volle che mi preparassi al concorso per l'ammissione all'Università, e perciò mi fu impossibile tornare in famiglia per quelle vacanze. Mio padre era convinto che, a casa, non avrei studiato affatto, e che così avrei perso il frutto dell'intenso lavoro il cui mi ero assoggettato, in collegio, per farmi onore.
Fui occupatissimo. Dopo le lezioni regolari, ci facevamo dare delle ripetizioni da un no¬stro compagno già ammesso alla Facoltà e già esperto in materia di studi e di usi universitari.
In quel periodo, avvennero in me dei profondi mutamenti. Nella tranquillità della vita di famiglia, i continui insegnamenti di mio padre e del prete Ludvig avevano formato in me un complesso d'idee e di credenze, che ormai era profondamente scosso. Il nostro compagno anziano professava delle opinioni molto audaci, e, per inculcarcele, sapeva servirsi delle materie di studio. Così, parlandoci dei Gracchi, nelle lezioni di storia romana, ci insegnò il disprezzo per qualsiasi oligarchia, e tutte le mie convinzioni fondamentalmente aristocratiche svanirono rapidamente. Egli ci consigliava, come una specie di dignità intellettuale indispensabile a qualunque studente universitario, l'orgoglio di elevarci al disopra di tutti i pregiudizi e di considerare le cose di questo mondo con superiorità e da veri filosofi. Secondo lui, soltanto gli uomini fra i diciotto e i ventitré anni potevano essere capaci di guidare con vera intelligenza l'umanità. Un uomo meno giovane, non era, a parer suo, che un imbecille o un reazionario. Egli considerava con disprezzo chiunque non fosse studente o professore, ed aveva alcuni modelli ai quali si riferiva sempre nel formulare i suoi giudizi. Così imparammo che esistevano due scienziati assolutamente superiori a tutto: Moleschott e Buchner. Questi due nomi erano continuamente citati dal nostro amico. E con quanta eloquenza egli ci faceva l'elogio della scienza moderna, delle sue più recenti scoper¬te, e di tutte le poderose verità, messe gloriosamente in luce dagli scienziati d'oggi, dalle quali l'umanità superstiziosa fu ostinatamente allontanata nel passato! E si accalorava, quel bravo giovane, e si agitava, scrollando la lunga capigliatura, fumando sigarette senza interruzione, e soffiando il fumo con forza, dalla bocca e dal naso, come nessuno, certamente, in tutta Varsavia, avrebbe saputo far meglio...
Finita la lezione, egli si alzava, prendeva il soprabito quasi totalmente privo di bottoni, e si allontanava con improvvisa fretta, dicendo di avere, quel giorno, « un piccolo appunta¬mento ».
È fuor di dubbio che non tutti quei meravigliosi insegnamenti avrebbero entusiasmati i nostri genitori; ma quello studente aveva in¬negabilmente delle qualità di prim'ordine, per le quali gli si potevano perdonare molte cose. Era un vero fanatico della scienza, e conosceva profondamente le materie che insegnava. Era veramente superiore alla sua evidente miseria, e non gli importava affatto di avere delle scarpe scalcagnate, degli abiti logori, un cappello che sembrava un vecchio nido... Tutto ciò che si riferiva alla sua persona materiale gli era indifferente, e il suo pensiero rimaneva sempre nelle alte regioni della scienza. Noi lo consideravamo come un essere straordinario, come un pozzo di scienza, ed eravamo convinti che egli solo fosse veramente il genio ormai necessario all'umanità per la sua salvezza. Lui, ne era convinto come noi. Le sue opinioni ci si imponevano come articoli di fede. Io, specialmente, le consideravo come tali, mentre mi ero appena staccato dall'ordine d'idee più opposto a tutte quelle cose nuove. Si apriva davanti a me un universo immenso e sconosciuto, che schiacciava il piccolo mondo meschino di cui mi ero accontentato fino ad allora, e, per la febbre che tali e tante rivelazioni generavano in me, l'immagine di Hania si era molto attenuata nella mia mente. C'era voluto un po' di tempo, perché questo avvenisse... Dopo il mio arrivo a Varsavia, avevo saldamente conservato il mio ideale, e le lettere di Hania avevano ravvivato continuamente il fuoco della mia passione. Ma poi le immense prospettive svelate alla mia intelligenza dallo studente ripetitore avevano respinta sempre più lontano la visione del mio passato rustico e tranquillo, che ormai mi sembrava quasi scomparso dietro a una nuvola...
Anche Mirza, come gli altri miei compagni, camminava con me sulla via delle riforme radicali. Anch'egli dimenticava Hania, tanto più che avevamo scoperto, vicinissima a noi, una certa Giosia, graziosa collegiale che vedevamo spesso ad una finestra di fronte alla nostra.
Da principio Selim dovette accontentarsi di guardarla da lontano. Egli emetteva dei grandi sospiri. La fanciulla e lui si scambiavano continuamente dei lunghi sguardi, come due uccelli in gabbie separate; e spesso il mio amico, voltandosi verso di me, mi esprimeva questa certezza definitiva: « Sarà lei, o nessuna altra! »
Talvolta, steso sul letto e intento a studiare, egli scagliava il libro attraverso la stanza, e, abbracciandomi con veemenza, esclamava:
- Ti amo! Ti amo, mia piccola Giosia!
- Ma sei pazzo?... Finiscila!
- Ah, purtroppo, tu non sei Giosia! - diceva lui, andando a riprendere il libro.
Vennero i giorni degli esami. Noi superam¬mo brillantemente la duplice prova: esame finale del collegio, esame d'ammissione alla Facoltà. Poi, ci trovammo subitamente libe¬rati da ogni preoccupazione, e ci sentimmo leggeri come due uccellini. Ritardammo di tre giorni la nostra partenza, poiché dovevamo ordinare divise da studenti, e, soprattutto, festeggiare la nuova dignità che avevamo conseguita. Il nostro professore giudicava indispensabile questa cerimonia, e noi scegliemmo, per celebrarla, uno spaccio di bevande alcooliche.
Alla seconda bottiglia, la mia testa e quella di Selim cominciarono a girare, e il viso del professore ormai nostro collega diventò singolarmente rosso. Eravamo in quella prima fase dell'ubriachezza che è particolarmente propizia alle calde espansioni. Lo studente ci fece un discorsetto:
- Ora, ragazzi miei, potete dire di essere sulla soglia dell'esistenza. Si apre davanti a voi il vostro destino. Divertitevi, gettate il denaro dalla finestra, siate gentiluomini, amate le donne... Tutto questo, lo potete fare. Ma, io vi avverto che tutto questo è molto stupido! Una simile vita, tutta esterna, senza un ideale che le dia una ragione di essere e ci spinga al lavoro e alla lotta, è meno di nulla. Bisogna anzitutto considerare tutte le cose con una calma assoluta, se si vuol concepire la vita razionalmente. In questo, oso presentarmi come un esempio, e vi faccio notare che per me hanno valore soltanto le cose tangibili... Questo è il metodo migliore; ve lo raccomando. Tutto considerato, c'è un solo modo di comprendere la vita, ma è tanto complicato da far perdere la bussola anche ai cervelli più precisi... Per conto mio, affermo che la scienza è superiore a tutto. Io non mi lascerò mai sedurre dalle sciocchezze. L'esistenza è stu¬pida, certamente, ma ci resta la scienza. Se la scienza non esistesse, io mi deciderei a scom¬parire, secondo un mio diritto di cui sono convinto. Sì! Se mi sarà dimostrato che la scienza non ha alcun fondamento serio, mi ucciderò immediatamente! Ma sono sicuro del fatto mio... Non c'è altro che la scienza, che non inganni!... L'amore? Ma la donna è sempre infedele!... La religione? Ma il dubbio entra in noi un giorno o l'altro, fatalmente!... In¬vece, possiamo dedicarci per tutta la vita allo studio degli infusori, con la certezza che nulla verrà mai a turbare la nostra tranquillità. Tut¬tavia, nel giorno fatale in cui dovremo spa¬rire, ci converrà rinunciare all'occhiata retro¬spettiva. Ciò che resterà, non sarà gran cosa: il nostro ritratto in mezzo ad un articolo ne¬crologico qualunque, e niente di più. E poi? Il nulla! Credete a me: non vi fate illusioni... Vi ripeto che non c'è nulla di meglio della scienza. E pensate che dandole così un posto al disopra di tutte le cose, ci si rende superiori ad una quantità di considerazioni, e si può, con disinvoltura, andare in giro con delle scarpe scalcagnate, o dormire sulla paglia.
- Brindiamo alla scienza! - esclamò Selim, i cui occhi mandavano lampi.
Lo studente gettò indietro i suoi lunghi capelli, tracannò il contenuto del suo bicchiere: riaccese la sigaretta, soffiandone il fumo dal naso, e riprese:
- Oltre alle scienze... (Sei già ubriaco fradicio, Selim!) Oltre alle scienze, ci sono le idee e la filosofia. Questo può bastare, in sostanza, ad empire un'esistenza. Per conto mio, vi confesserò che la filosofia non mi persuade... Vi si insegue la verità esattamente come il cane insegue la propria coda. Si tratta di parole, ed io voglio anzitutto dei fatti. Però; è perfettamente ammissibile che si sacrifichi, anche la testa per un'idea. Ma le idee che seguite voi ed i vostri preti, sono fandonie! Alla salute delle idee, amici miei!
E brindammo ancora, vuotando i bicchieri. I nostri cervelli si annebbiavano sempre più; ci sembrava che l'oscurità della stanza in cui eravamo andasse crescendo; la candela mandava un chiarore debolissimo, e il fumo che usciva dalle nostre sigarette faceva sulle pareti delle ombre fantastiche. Fuori, presso la finestra, c'era una vecchia pezzente che belava un canto chiesastico: « Santa, Purissima... », modulando una triste cantilena su di un violino decrepito... Allora, io mi sentii preso da una pesante malinconia. Pensai che lo studente aveva ragione, ma che quanto egli diceva non bastava, e che nella vita doveva esserci qualcos'altro... Reso ardito dall'ubriachezza, mi decisi a domandare:
- E la donna? Non la considerate?... Vi sembrano cose da nulla, la devozione e l'amore di una donna?
Selim canticchiava già: « La donna è mobile... » Il nostro professore mi guardò dapprima con l'aria di chi non capisce una domanda, e poi ebbe un brusco sussulto:
- Oh, oh, vedo benissimo dove arriverai amico sentimentale!... Vedo il tuo destino! Selim si farà strada più sicuramente di te... Pensa bene ai casi tuoi, se vuoi evitare che qual¬che gonnella ti rovini l'esistenza!... Ah, ah, la donna!... So di che si tratta! Personalmente, non ho nulla da rimproverarle, ma so questo: che se dai al diavolo la punta di tu dito, egli in breve ti prende tutta la mano. La donna! L'amore! Siamo tanto imbecilli da attribuire all'una e all'altro un'importanza straordinaria, e appunto per questo siamo tanto infelici!... Mio caro, fa' come faccio io: domanda alla donna un po' di piacere, ma non diventare suo schiavo. È una mercanzia che inganna; abbi l'astuzia di non comprarla con del denaro buono! Vi giuro che non la calunnio, la donna... Essa piace anche a me ma vi assicuro che non mi lascio illudere!... Anch'io fui innamorato... Sì, di una certa Lola. Avrei adorato la sua veste come una cosa sacra, quantunque non fosse altro che un pezzo di cotonina... Ebbene: quella Lola si voltolava nel fango, mentre io le facevo un trono nel cielo! E avevo torto io! Perché voler dare, per forza, delle ali ad un essere umano? Come è stupido, l'uomo! Non può fare a meno di accarezzare dentro di sé un qualunque ideale illusorio, che dovrà venire, un giorno, a soddisfare il suo bisogno d'amare. E che avviene? Alla prima scioccherella che gli si avvicina, egli esclama: « Ecco il mio ideale! » Poco tempo dopo, è obbligato ad ammettere di aver preso una cantonata! E dopo una piccola prova di questo genere, conviene votarsi al diavolo, senz'altro, se non si vuol rimanere idiota per tutto il resto della vita!...
- Eppure – dissi io - è innegabile che l'abbiamo tutti, questo bisogno d'amore. Anche voi, come gli altri.
Un rapido sorriso sfiorò le labbra dello studente, che rispose:
- Sì, ma non c'è un modo solo di soddisfare un bisogno. Io, agisco a modo mio. E vi affermo che vi sono delle cose futili e delle cose importanti. Tutto sta nel saperle distinguere. Personalmente, conobbi troppi individui che impegnarono la loro vita per una donna e che alla fine dei conti persero tutto! Un vero uomo deve impedire a se stesso di subordinare la propria esistenza all'amore. Vi sono delle cose più nobili, più elevate, e l'amore, ve lo ripeto, è una sciocchezza!... Brindiamo alla castità!
- Alla salute delle donne! - ritorse Selim.
- Volentieri... Sono esseri piacevolissimi. Basta non prenderli troppo sul serio!... Alla salute delle donne!
- A quella di Giosia! – dissi io, toccando col mio il bicchiere di Selim.
- Ora ti rispondo! Aspetta!... Alla salute di Hania!... Giosia ed Hania si equivalgono.
Sussultai. Certo i miei occhi mandarono lampi di collera.
- Ti proibisco di pronunciare qui il nome di Hania! Te lo proibisco, capisci?... - esclamai, gettando a terra violentemente il mio bicchiere, che si frantumò.
- Impazzisci, Enrico? - disse lo studente, stupito.
Io godevo, invece, del pieno possesso delle mie facoltà; ma non potevo contenere lo sdegno che mi metteva fiamme nel sangue... Avrei potuto accettare tutto ciò che lo studente diceva delle donne; avrei anche potuto approvare le opinioni che egli manifestava, e ridere con lui; ma mi accorgevo, ora, dell'impossibilità, da parte mia, di sopportare che si uscisse dal campo delle teorie generali e si volesse sostenere certe ciniche idee applicandole a una fanciulla che rispettavo ed amavo. L'udire il nome della mia cara orfanella, in quella bettola, in quell'atmosfera di ubriachezza, impregnata di un forte odore d'alcool e di tabacco, mi aveva fatto pensare ad un sacrilegio inaudito, ed ero stato incapace di frenarmi.
Mirza rimase per un momento come istupidito; poi, ad un tratto, la sua fisonomia diventò sinistra, i suoi occhi si accesero, le vene della sua fronte si gonfiarono sotto la pelle, le sue narici si allargarono fremendo. Ricomparve in lui la violenza feroce del Tartaro...
- Ah, tu... tu mi proibisci di dire ciò che mi pare e piace?...
Parlava sordamente, a scatti...
Lo studente si affrettò ad intervenire, esclamando:
- Eh, via! Voi non meritate d'indossare la divisa studentesca! Vorreste dunque azzuffarvi come due monelli? Che filosofi!... Arros¬sisco per voi!... Devo forse insegnarvi che si possono trattare degli argomenti generali e mettere a raffronto delle tesi diverse, senza pensare neppur vagamente a prendersi a pugni?... Basta! Basta, vi dico!... Brindiamo al¬l'Università!... Vi rinnego immediatamente se non fate insieme questo brindisi, con la mas¬sima cordialità, e se non vuotate i vostri bic¬chieri senza lasciarvi neppure una goccia!...
Noi restammo confusi. Selim fu il primo a ravvedersi, quantunque fosse più ubriaco di me, e mi disse con bontà:
- Sono stato un imbecille... Ti prego di perdonarmi.
Ci abbracciammo volentieri. Poi, brindam¬mo all'Università, e vuotammo i nostri bic¬chieri fino all'ultima stilla.
Allora lo studente intonò il Gaudeamus, e noi cantammo con lui, tanto forte da svegliare gli abitanti del quartiere, le cui teste compar¬vero dietro ai vetri delle finestre.
Albeggiava. La nostra ubriachezza era giunta al massimo, ed ora diveniva, a poco a poco, noia e stanchezza. Il nostro professore si abbandonava intanto ad una profonda ma¬linconia.
- Benissimo!... - disse. - Ma se consi¬deriamo la vita un po' dall'alto, ci accorgiamo della sua incredibile stupidità!... Tutto ciò che diciamo e facciamo, è vano rumore alla super¬ficie. In fondo alle nostre anime, tutto è di¬verso dalle manifestazioni esterne!... Domani sarà un giorno quasi totalmente uguale ad oggi... Sempre gli stessi bisogni da soddisfare quattro pareti nude, un pagliericcio, e un paio di scarpe rotte!... E poi, lavorare, ancora lavorare!... Sì... E la felicità dov'è in tutto questo?... Suvvia! Dobbiamo pur cercare di stordirci un poco!... Addio.
Prese il suo berretto bisunto, fece inutilmente il gesto di abbottonarsi il soprabito, accese un'altra sigaretta, e ci strinse le mani.
- Pagate voi, non è vero? Io, sono povero come un falco. State bene... Pensate a me se ne avete voglia. Me ne infischio! Non sono un sentimentale, io! Arrivederci, ragazzi!
Sentimmo in lui una commozione che smentiva le sue parole. Quel povero giovane aveva bisogno d'amore come tutti gli altri; ma assai presto la sua miseria e l'indifferenza universale gli avevano insegnato a contare soltanto su se stesso. Egli aveva un cuore orgoglioso e vibrante, e specialmente il timore di esser tradito gli impediva di affezionarsi a qualche altro cuore...
Rimasti soli, Selim ed io ci sentimmo oppressi da una vaga tristezza. Sentivamo forse, confusamente, che eravamo destinati a non rivedere più quel nostro compagno?... Noi non sapevamo, come non lo sapeva lui, che il male che non perdona gli covava già nel petto. Il lavoro eccessivo e la miseria, l'ostinato sforzo davanti ai libri, le notti senza sonno e la fame, affrettarono lo scoccare dell'ora fatale. Al principio dell'autunno, quell'infelice si spense. Siccome le vacanze non erano ancora finite, vi fu pochissima gente al suo funerale. Solo una vecchia venditrice d'immagini sacre e di ceri versò delle lacrime sulla tomba di quel figlio la cui intelligenza le era rimasta estranea, ma che ella aveva amato come sa amare una madre.
V
Il giorno successivo a quello della nostra festicciola, ci alzammo all'alba. Da Khojeli, ci avevano mandati i cavalli per il viaggio, che doveva durare quarantott'ore. La casa era ancora immersa nel sonno. Ma noi vedemmo comparire alla finestra di Giosia il volto roseo della fanciulla, tra i gerani, i garofani e le fucsie. Selim aveva già ad armacollo la borsa da viaggio e sul capo il berretto universitario. Stette alla finestra così equipaggiato, per far capire che partivamo. Giosia, fra i suoi gerani, ebbe per lui uno sguardo triste, ed egli, tenendosi una mano sul cuore, le mandò con l'altra un bacio. Ma la fanciulla arrossì, e si affrettò a ritirarsi dalla finestra.
Udivamo già, davanti alla casa, il rumore della carrozza e dei quattro cavalli, e dovevamo deciderci a partire. Selim non si sapeva staccare dalla finestra; aspettava che Giosia si mostrasse ancora... Aspettò inutilmente; nessuno comparve. Ma quando fummo nella via e passammo davanti all'ingresso dell'altra casa, prima di salire in vettura, vedemmo nell'androne una figuretta femminile che stava a guardare cercando di non esser vista... Mirza si precipitò, e, mentre prendevo posto sul veicolo, io udii un animato sussurrio e uno schioccare di baci... Poi Mirza ricomparve, rosso in viso, contento e commosso, e venne a sedersi accanto a me.
Il cocchiere sferzò i cavalli, e noi volgemmo un ultimo sguardo istintivo verso la finestra... di Giosia. La fanciulla vi era già, tra i suoi fiori. Per un momento, vedemmo una piccola mano che agitava un fazzoletto bianco... La carrozza si allontanò velocemente, e l'ideale della povera Giosia svanì per sempre.
La città dormiva ancora; le finestre erano chiuse, e i raggi dell'aurora vi si riflettevano, dorati o rosei. Solo qua e là i passi rapidi di un pedone risuonavano sul lastricato, e qualche portiere spazzava pigramente il suo tratto di marciapiede. Era un bel mattino d'estate, tranquillo e gaio; l'aria era fresca e limpida. Come un guscio di noce legato ad un filo, i nostro veicolo leggero rimbalzava sul selciato, dietro ai suoi quattro cavallucci tartari... Poi, l'alito del fiume diede ai nostri visi una sensazione di freddo; il ponte di legno rimbombò sotto le zampe dei cavalli, e poco dopo ci trovammo in aperta campagna, tra i boschi e i prati. Tutta la freschezza viva del mattino agreste ci entrò nel petto, mentre i nostri sguardi spaziavano nel cielo, verso l'orizzonte, La terra si svegliava; i diamanti della rugiada brillavano sulle foglie e sulle spighe. Il vele di nebbia che aveva coperti i campi si dissolveva, e dai camini delle casupole sparse si alzavano lentamente delle alte colonne di fumo. Tutte le cose sembravano invase da una gioia vibrante, mentre ricominciavano a vivere in una vasta e diffusa armonia...
Chi si ricorda di qualche suo ritorno alla casa paterna, in qualche bel mattino estivo dei suoi anni giovanili, comprenderà facilmente il nostro stato d'animo... Era ormai finito il primo periodo della nostra esistenza, e la vita libera dei giovani si apriva immensa davanti a noi, come una steppa fiorita, fino ad un orizzonte sterminato. Quel paesaggio ignoto ci chiamava, e noi vi andavamo con tutti i privilegi della giovinezza e della forza, e come volando con ali d'aquila. Infatti eravamo ricchi di tutto il tesoro della nostra gioventù, del quale non avevamo ancora speso neppure una minima parte...
Il viaggio fu rapidissimo. Alle soste principali, ci attendevano cavalli di ricambio che ci evitavano i lunghi riposi, e così corremmo fino a quando, il giorno successivo, vedemmo splendere agli ultimi raggi del sole il tetto ospitale del minareto di Khojeli. Arrivammo in breve alla lunga diga alberata che separava due stagni immensi, e ci accolse un dif¬fuso gracidio di rane, salente dalle erbe umide e dalle acque intiepidite da tutta la giornata estiva. La giornata finiva, e, fra nuvole di polvere, le mandrie passavano lentamente sulla diga, dirigendosi verso il villaggio, mentre qua e là si vedevano dei gruppi di contadini, che ritornavano cantando ai loro focolari.
Il sole, continuando a calare, si nascose qua¬si totalmente dietro ai canneti; un largo na¬stro d'oro si stese attraverso gli stagni... Noi svoltammo a destra, e vedemmo finalmente, fra gli alberi, i bianchi muri di Khojeli. Poco dopo, udivamo la campana del desinare, che suonava nel cortile, mentre la voce malinco¬nica del muezzin cantava dal minareto, annunciando l'appressarsi della notte ed invocando la gloria di Allah.
Come per rispondere a quel canto, una cicogna immobile in cima ad un albero che do¬minava la casa si decise a scuotersi. Allungò il collo, alzò il becco, emise un lungo grido, e così annunciò il nostro arrivo.
Io osservavo Selim. Egli era profondamente commosso, e qualche lacrima gli brillava negli occhi.
Entrammo nel cortile. Il vecchio Mirza padre era seduto su di una terrazza coperta di vetrate, e, fumando in una lunga pipa, guardava con evidente piacere quella pianura feconda e placida. Appena ebbe visto Selim, egli ci corse incontro, e poi tenne lungamente abbracciato quel suo figliuolo, baciandolo e lasciando capire quanto lo amasse nonostante la severità con cui soleva trattarlo. Poco dopo, saputo l'esito degli esami, il vecchio abbracciò di nuovo il mio amico, anche più affettuosamente...
Tutti i domestici si affrettarono a venire a salutare il padroncino, a cui facevano festa anche i cani accorsi da tutte le parti. La lupa addomesticata che il vecchio Mirza preferiva a tutti gli altri animali della sua casa, si slanciò verso Selim, dalla terrazza.
- Zulia! Zulia! - gridò lui.
La bestia si alzò sulle zampe posteriori, posò le anteriori sulle spalle del nuovo arrivato, al quale lambì il viso ripetutamente; poi si mise a saltellare intorno a lui, mugolando e mostrando come in un sorriso i suoi formidabili denti.
Ci fecero entrare nella sala da pranzo, dove non trovai nulla di mutato, da quando vi ero stato l'ultima volta. Alle pareti, si vedevano ancora i ritratti degli antenati, fra i quali spiccava quello del terribile colonnello Mirza, del tempo di Sobieski. Dalla cornice dorata, quell'illustre guerriero fissava i presenti con i suoi sinistri occhi obliqui; e, non so perché, la sua faccia solcata da profonde cicatrici mi sembrava più orrenda che mai.
Molto mutato, invece, era il padre di Selim.
I suoi capelli, un tempo nerissimi, erano divenuti grigi e i suoi lunghi baffi erano ormai quasi bianchi. I segni caratteristici della sua razza si erano sviluppati in lui sensibilmente. Il contrasto che esisteva fra lui e suo figlio era tale da colpire subito qualunque osservatore. Il viso del padre era scarno, angoloso e rude, mentre quello del figlio, di un ovale perfetto, era pieno di dolcezza. Ma quanto affetto, negli occhi del vecchio, quando egli guardava Selim, seguendone con gli occhi tutti i movimenti!
Io mi sentivo un po' importuno, e me ne stavo in disparte; ma il vecchio, con tutta l'urbanità di un nobile polacco, mi invitò a rimanere fino al giorno seguente. Anch'io, però ero ansioso di ritornare in famiglia, e perciò accettai soltanto di restare a cena per quella sera.
Così partii da Khojeli molto tardi, ed era notte quando giunsi nelle vicinanze di casa mia. Nel villaggio, neppure una finestra illuminata; brillavano soltanto qua e là, lungo il margine del bosco, certi fuochi di legna resinosi. Il viale di tigli che conduce alla nostra porta era completamente oscuro, tanto che non seppi riconoscere un uomo che mi passò accanto, canticchiando.
Finalmente, mi trovai davanti alla casa. Nessuna luce alle finestre. Probabilmente tutti dormivano. Ma i cani vennero immediatamente a saltellare intorno alla carrozza abbaiando lietamente. Io scesi e bussai. Nessuno si fece vivo per un lungo momento, ed io ne ebbi una cattiva impressione. Non ero affatto aspettato, dunque? Finalmente, dei lumi comparvero e si agitarono dietro ai vetri delle finestre. Francis (riconobbi la sua voce) domandò dal vestibolo:
- Chi è?
Gli risposi. Egli si affrettò ad aprire, e mi prese subito la mano per baciarmela. Gli domandai se tutti stavano bene.
- Sì - disse. - Ma il padrone è andato in città, e non ritornerà prima di domani mattina.
Poi il giovane domestico mi accompagnò fino alla sala da pranzo, accese la lampada che pendeva dal soffitto al disopra della tavola, indi uscì per andare a preparare il samovar. Per alcuni minuti, io rimasi solo coi miei pensieri. Il mio cuore aveva battiti forti e preci¬pitati. Ma non tardò a comparire il prete Lud¬vig, in veste da camera, seguito dalla signora d'Ives, vestita da notte e con una grande cuf¬fia. Poco dopo, venne Kiaz, uscito dal collegio un mese prima.
Tutti mi accolsero con gioia. Tutti furono d'accordo nell'affermare che ero cresciuto mol¬to e che ormai ero quasi un uomo. La signora d'Ives si degnò di soggiungere che ero diventato bello. Poi il prete Ludvig, esitando un poco, mi domandò come fossero andati i miei esami. Si commosse quando ebbe saputo i miei successi, e mi abbracciò chiamandomi suo caro figliuolo. In quel momento, accorsero dalla stanza attigua le mie sorelline. Scalze, in ca¬micia e cuffia da notte, mi salutarono con gridi di gioia e mi si arrampicarono sulle ginocchia.
La signora d'Ives protestò inutilmente, esclamando che era cosa incredibile che due signorine « così grandi » (avevano otto e dieci anni) osassero comparire in pubblico in quell'arnese. Ma quelle care piccine non le badarono, e continuarono ad abbracciarmi e a ba¬ciarmi. Finalmente, io mi decisi a domandare di Hania.
- È cresciuta molto - mi disse la signora d'Ives. - Starà vestendosi, e sarà qui fra poco.
Infatti, Hania entrò pochi minuti dopo.
La guardai. Mio Dio, quanto era mutata, in sei mesi! Invece della gracile bambinetta che avevo lasciata, vedevo ora una ragazza quasi completamente formata, quasi grassa, robusta, non più tanto pallida. Somigliava a una rosa; le sue guance colorite attestavano la salute, la freschezza giovanile. Mi accorsi che i suoi occhioni azzurri mi osservavano con vivissima curiosità. Lei si avvide, dal canto suo, dell'impressione che produceva in me, ed un sorriso le sfiorò le labbra. Quel modo di osservarci l'un l'altro dimostrava che ormai si imponeva fra noi il sentimento del pu¬dore e delle convenienze, e che la nostra familiarità fraterna d'un tempo era ormai svanita e non sarebbe più rinata.
Come vedevo bella la mia Hania, con quel sorriso calmo, con quella serena gioia negli occhi!... Il suo viso era illuminato diretta¬mente dalla lampada; il suo abbigliamento consisteva in una veste nera semplicissima e in una mantiglia gettata con noncuranza sulle spalle, intorno al bel collo bianco, e tenuta da una mano piccola e assai ben fatta. Era appena uscita dal letto, e il tepore del sonno emanava ancora da lei... Bastò che ella mi stringesse le dita nella sua manina morbida, perché un gran fremito mi scuotesse.
Anche moralmente, ella era molto mutata. Non era più una bimba. Si capiva che era divenuta seria e riflessiva; i suoi modi erano assai distinti, e il suo sguardo diceva come ella avesse ormai un'intelligenza e un cuore di donna. La sua ingenuità non era più infantile, poiché vi traspariva un po' di sorridente civetteria. Ed era facile indovinare ch'ella sa¬peva che fra noi due non potevano più rinnovarsi i rapporti d'una volta.
D'altronde, seppi in breve quanto ella fos¬se più matura di me, per certe cose. Io ero istruito, ma a paragone di lei ero ancora un fanciullo in tutto ciò che concerne la vita, in tutto ciò che si deve fare o dire secondo le circostanze. Certo, non l'avrei più dominata con una vera superiorità, neppure come tutore. Durante il viaggio, mi ero proposto di sostenere convenientemente la mia parte, di parlarle con un'affettuosa indulgenza paterna; ma ora sentivo l'impossibilità di un simile contegno. Avvenne invece che fu lei a mo¬strarsi buona ed affettuosamente condiscendente verso di me! Questa inversione delle parti mi sfuggì dapprima, ma poi dovetti ar¬rendermi all'evidenza.
Mi ero proposto d'interrogarla sui suoi studi, di domandare al prete Ludvig e alla si¬gnora d'Ives se erano contenti di lei - e fu lei che rivolse a me delle domande su ciò che avevo fatto ed imparato e sui miei progetti per l'avvenire! Insomma, tutte le mie previ¬sioni furono radicalmente smentite, e le nostre condizioni reciproche totalmente invertite.
Perciò, quando fui solo nella mia camera e mi diedi a riepilogare le mie impressioni, mi sentii dominato da uno stupore a cui si univa un sentimento complesso di delusione e di umiliazione. E allora il mio amore di un tem¬po riapparve nel mio cuore, come il fuoco riappare dalle fessure di una casa internamen¬te incendiata. Il viso puro e leggiadro di Hania, che avevo visto ancora un po' intorpidito dal sonno, la manina bianca fra le pieghe della mantiglia indossata in fretta, i lunghi capelli sciolti, tutti i particolari che mi avevano maggiormente colpito in lei, erano causa, ora, di un gran disordine nei miei pensieri, e, in realtà, non riuscivo a pensare ad altro...
Mi addormentai con l'immagine di Hania davanti agli occhi.
VI
La mattina seguente mi alzai di buon'ora e scesi in giardino. L'aria, deliziosa, era umida di rugiada e impregnata di profumi. Ad un tratto, ebbi una specie di presentimento, e mi diressi verso un pergolato con la certezza quasi assoluta di trovarvi Hania.
Ma ella non c'era. Il mio cuore si era in¬gannato. Soltanto dopo la colazione mi fu pos¬sibile rimaner solo con lei, e allora l'invitai ad accompagnarmi in giardino. Ella non si fece pregare, e corse subito a vestirsi. La vidi ritornare poco dopo, con un gran cappello di paglia che le velava d'ombra la fronte e gli occhi. Si era munita anche di un parasole. E mi sorrideva, di sotto al cappello, con un tantino di malizia e come se volesse dirmi: « Non sono carina, così? Guarda! »
Scendemmo nel giardino, andammo verso il boschetto di carpini. Da principio non seppi che cosa dirle, cercai invano un argomento di conversazione, sentendo che Hania lo avreb¬be trovato più facilmente di me, e che ella vo¬leva divertirsi un po' a lungo ad osservare la mia goffaggine. Muto, camminavo al suo fian¬co, falciando con una bacchetta i fiorellini più alti, lungo il sentiero.
Ad un tratto ella mi fermò il braccio, e disse ridendo:
- Signor Enrico, che male vi hanno fatto, quei fiori?
- Oh, Hania!... – dissi io. - Come vedi, non riesco a trovar parole per dirti ciò che provo... Come sei mutata, Hania!... Come sei mutata!
- Ebbene? Vi dispiace?
- Oh, no, affatto! - esclamai con un resto di tristezza. - Ma nel passato conobbi una piccola Hania, ed oggi ne vedo un'altra, che non è più la stessa. Quella di allora viveva nel mio cuore e nel mio pensiero come se fosse mia sorella... Capisci, Hania? Come se fossi mia sorella!... Quella di oggi, invece...
- Quella di oggi - disse lei, indicando se stessa - non è che un'estranea!
- Hania! Hania! Non dire cose simili!
- Ma è proprio così, benché la cosa sia un po' triste. Voi vorreste ritrovare nel vostro cuore i sentimenti fraterni che avevate per me, e non vi riuscite. È semplicissimo!
- La mia Hania di una volta è ancora nel mio cuore; e non lì, devo cercarla... Vorrei ritrovarla in te! Il mio cuore...
- Il vostro cuore - interruppe lei, ridendo – deve essere rimasto fra le mani di un'altra, a Varsavia... È facile indovinarlo!
La guardai negli occhi, esitando. Voleva ella interrogarmi, dicendomi così, dopo l'im¬pressione che sapeva di aver prodotta in me, il giorno antecedente, poiché io non avevo saputo celargliela? Oppure si divertiva, un po' crudelmente, a burlarsi di me?... Questa supposizione fece nascere in me un desiderio di lotta, e allora notai quanto dovessi essere ri¬dicolo nel mio atteggiamento troppo languido. Mi raddrizzai, dicendo:
- E se fosse vero?
Notai una rapida espressione di stupore e forse di contrarietà sul suo bel volto sereno.
- Ebbene: se fosse vero, sareste mutato voi, non io...
Ed ella mi lanciò un'occhiata obliqua, aggrottando un poco le sopracciglia; ed io dovetti fare uno sforzo per non farle capire quanta gioia mi avessero dato le sue parole. Pensavo:
« Dice che io sono mutato, non lei... Dunque ... »
Ma non osavo continuare il ragionamento. In realtà, io l'avevo lasciata tanto bambina da non poter sapere che cosa fosse un sentimento. Per lei, allora, tutto ciò che ci eravamo detto sarebbe stato incomprensibile. Ora, invece, ella dimostrava una tale disinvoltura ed una tale comprensione, nell'accennare a certe sfumature sentimentali, da far supporre che sapesse più di quanto doveva realmente sapere... Come si era sviluppata e raffinata, la sua intelligenza ancora tanto puerile pochi mesi innanzi!... Un simile fenomeno si verifica spesso, nelle fanciulle. Tutto un mondo di idee e di sentimenti sboccia in loro talvolta, con incredibile prontezza, da un mese all'altro. Hania aveva ormai diciassette anni, e perche una completa metamorfosi avvenisse in soli sei mesi nel suo essere fine e sensibilissimo, era bastato qualche influsso dell'ambiente in cui viveva, dell'istruzione che aveva ricevuta, dei libri che forse aveva letti di nascosto.
Camminavamo in silenzio. Hania fu la prima a riprendere la conversazione.
- Dunque - disse - siete innamorato, signor Enrico?
- Eh, può darsi! - le risposi, con un sorriso
- Lontano da Varsavia, allora, sarete annoiato e triste.
- Oh, no, Hania!... Anzi, sarei triste e contrariato se dovessi andarmene di qui.
Ella mi rivolse un'altra occhiata piena di sottintesi. Capivo che avrebbe voluto dirmi qualche cosa, e che si tratteneva. Dopo un breve silenzio, esclamò, dandosi un colpetto sulla veste col parasole chiuso:
- Come sono sciocca!
- Perché dici così, Hania?
- Oh, per niente!... Sentite: sediamoci su questa panchina, e parliamo d'altro!... Guar¬date che bella vista si gode di qui!
Sorrideva enigmaticamente.
Da quella panchina posta sotto a un gran tiglio, a breve distanza dal boschetto, si go¬deva realmente una vista incantevole sugli stagni, sulla diga, fino alla foresta, laggiù... Ha¬nia mi indicava, col parasole, i diversi punti del paesaggio che diceva di ammirare... Ma esso mi era noto da troppo tempo, in tutti i suoi particolari, e d'altronde la bellezza e la grazia della mia interlocutrice annullavano per me ogni altra bellezza di qualunque specie. In quel momento, io non ero affatto disposto ad ammirare la natura e ad entusiasmarmene...
- Guardate quegli alberi che si specchiano nell'acqua! - insisté Hania.
- Sei diventata un'artista, a quando pare! – dissi io.
Ma non mi degnai di guardare gli alberi, nè l'acqua in cui si riflettevano...
- Il prete Ludvig mi ha insegnato a dise¬gnare... Ho imparato molte cose, da quando ve ne andaste. E avrei anche voluto... Ma per¬ché vi parlo di queste cose?... Mi sembrate ir¬ritato contro di me!
- Niente affatto, Hania! Come potrei es¬sere irritato contro di te?... Ma perché ti ostini a sfuggire alle mie domande? E a che servono tutti questi ragionamenti? Ritorniamo alla franchezza di una volta, invece di cercare di ingannarci reciprocamente! Non vedi, Hania, che mi fai soffrire?...
Queste parole servirono soltanto a renderci più imbarazzati di prima. Hania, però, tese verso di me le sue piccole mani, ed io le presi subito fra le mie, forse con eccessiva vivacità. Poi mi chinai su di esse e le baciai, con un ardore che un tutore non avrebbe dovuto avere per la sua pupilla.
Rimanemmo confusi, arrossimmo tutti e due, e non osammo cominciare quel colloquio sincero che avevo domandato.
Infine, Hania alzò gli occhi, li fissò nei miei, ed io la guardai ugualmente, e ci sentimmo più confusi di prima. Seduti uno a fianco dell'altra, immobili e muti, sembravamo di le¬gno. Io sentivo distintamente i battiti precipi¬tati del mio cuore. Di tanto in tanto, mi pa¬reva che una forza mi afferrasse al collo per buttarmi ai piedi di Hania; ma subito un'altra forza mi teneva per i capelli e mi impediva di muovermi... Hania si decise ad alzarsi, e mi disse rapidamente, con un'inquietudine nella voce:
- Devo andare... Sono quasi le undici! La signora d'Ives mi aspetta!...
Ritornammo verso la casa, ancora tacendo, ed io, lungo il sentiero, falciai degli altri fiori con la mia bacchetta. Ma Hania non ci badava più. Forse sembrava anche a lei, come a me, che l'intimità di una volta si fosse rista¬bilita fra noi, pur rimanendo inespressa.
Quando fui solo, mi domandai: « Che av¬verrà di me? » Ed il mio amore mi turbava tanto, che mi pareva perfino di sentirmi ritti sul capo tutti i capelli.
Poco dopo, il prete Ludvig venne a prendermi, ed uscimmo insieme per una passeg¬giata attraverso le terre della mia famiglia. Cammin facendo, egli mi disse e mi spiegò molte cose relative ai nostri fondi. Avrei voluto ascoltare attentamente tutto ciò che egli mi diceva, ma non ci riuscivo: il mio pensiero era altrove.
Kiaz, durante le vacanze, passava il tempo nelle scuderie, o a caccia nella foresta, o in barca sugli stagni. Lo vedemmo intento ad addestrare due puledri, nel cortile. Appena ci ebbe visti, egli venne verso di noi sul magnifico animale che montava, galoppando come un pazzo. Dopo averci fatto ammirare le forme e l'andatura impetuosa di quel cavallo, scese di sella, si unì a noi, e ci condusse a vi¬sitare le scuderie, i magazzini e i fienili. Men¬tre stavamo per allontanarci, un domestico venne ad avvertirci dell'arrivo di mio padre, ed io dovetti ritornare in casa.
Mio padre vi era già. Gli annunciai imme¬diatamente che avevo superato con onore gli esami, ed egli mi disse, baciandomi, che or¬mai mi avrebbe considerato come un uomo, non più come un ragazzo.
Infatti, stabilì immediatamente, fra noi, dei rapporti diversi da quelli di prima, e mi trattò con fiduciosa amicizia, parlandomi dei nostri interessi e domandando il mio parere su pa¬recchie cose, come, per esempio, l'acquisto di una terra confinante con le nostre. Io compresi perfettamente la sua intenzione di farmi sentire l'importanza dei miei doveri di adulto e di primogenito... Egli mi guardava con un affetto che non mi aveva mai manifestato così apertamente. Era visibilmente felice del buon esito del mio primo periodo di studi, e quando gli mostrai gli attestati lusinghieri che i miei professori mi avevano rilasciati, ne fu vera¬mente orgoglioso. Sentii che egli mi studiava e che le sue domande tendevano a farmi rivelare il mio carattere, i miei pensieri intimi, il mio sentimento dell'onore.
Si fece di me un'idea della quale fu certamente assai soddisfatto. Io attenuai quanto più mi fu possibile le divergenze che potevano esistere fra noi relativamente a certe concezioni generali e sociali, e constatai che sul resto era¬vamo perfettamente d'accordo. Frattanto, il viso di mio padre, per solito piuttosto accigliato, assumeva un'espressione lieta che non aveva mai avuta.
Quel caro uomo mi fece molti doni. Mi affidò le pistole di cui si era servito nel suo recente duello col signor von Tzoll. Ebbi anche un magnifico cavallo orientale, e l'antica sciabola del mio trisavolo, grande lama damascata sulla quale era incisa l'immagine della Madre di Dio con le parole: « Gesù-Maria ». Quello era un ricordo religioso della famiglia, che Kiaz ed io avevamo desiderato molte volte; una lama che avrebbe intaccato un pezzo di ferro come fosse stato legno! Prima di consegnarmela, mio padre la estrasse dal fodero, e l'agitò per farla brillare e sibilare; poi, facendo con essa il segno della croce al disopra della mia testa, baciò l'immagine della Ver¬gine, e disse:
- Sia questa sciabola in buone mani. Tien¬ila con onore, come la tenni io.
Poi mi baciò. Kiaz, che era presente, si im¬padronì dell' arma, e, con l'ardore dei suoi quindici anni, si mise a fare dei mulinelli de¬gni di un esperto schermidore. Mio padre sor¬rideva.
- Diventerà un ottimo spadaccino! - dis¬se. - E tu, Enrico, hai imparato la scherma?
- Certamente, padre mio. Mi esercito spesso con Kiaz, e fra i miei amici uno solo è più bravo di me.
- Ah! E chi è?
- Selim.
La fronte di mio padre si corrugò.
- Mirza? Eppure, tu sei più robusto di lui!
- Lo credo... Ma non c'è da temere che io debba mai lottare con lui.
- Non si sa mai! - disse mio padre.
Dopo il desinare, uscimmo sul gran balcone dal quale si vedevano perfettamente il cortile e la strada ombreggiata dai tigli. La gover¬nante si mise a lavorare ad un merletto destinato a certe tovaglie da chiesa, e mio padre e il prete Ludvig, sorseggiando il caffè, comin¬ciarono a fumare nelle loro grosse pipe. Kiaz si era accinto a sparare con la pistola alle ron¬dini che passavano a volo al disopra delle nostre teste; ma poi, obbediente alla proibizione paterna, si era accontentato di mettersi ad os¬servare il volo degli uccelli, stando appoggiato alla balaustrata. Hania ed io, sembravamo in¬tenti a guardare le figure di un libro, ma quel-l'occupazione ci serviva di scusa per lanciarci ad ogni istante, di nascosto, delle occhiate pie¬ne di affettuosi significati.
- Dunque, signor tutore, come ti pare la tua pupilla? - mi domandò mio padre, ac¬cennando ad Hania con un sorriso. - Più brutta di prima, non è vero?
Io finsi di guardare molto da vicino una pic¬cola incisione, per nascondere meglio il mio viso alla curiosità dei presenti, e risposi:
- Non posso dire che mi sembri più brutta di quando la lasciai... Ma certo è molto cre¬sciuta e molto mutata.
Hania, allora, disse scherzando, senza om¬bra d'imbarazzo:
- Il signor Enrico mi ha già fatto delle ri¬mostranze sui grandi mutamenti che ha tro¬vati in me!
Ero molto stupito nel constatare che ella aveva tanta disinvoltura e tanta presenza di spirito, mentre, dal canto mio, rimanevo più impacciato che mai.
- Senza considerare se Hania sia diventata più bella o più brutta - disse il prete Ludvig - io sono lieto di poter dire che ella studia con molto profitto, dando prova di un'applicazione degna dei massimi elogi! Domandate alla signora d'Ives come impara il francese la nostra cara allieva!
Il prete Ludvig, pure essendo molto colto, non era mai riuscito ad assimilare bene quella lingua, che però considerava come un elemen¬to indispensabile di un'istruzione completa.
- Non posso lagnarmi di Hania, come sua maestra di francese - replicò la signora d'Ives. - Studia ed impara molto bene. Però, devo biasimarla per un'altra cosa... - sog¬giunse, rivolgendosi a me.
- Ah, sentiamo... sentiamo di che cosa sono colpevole! - esclamò la fanciulla, giun¬gendo le mani e fingendosi spaventata.
- Ve lo dico subito! - riprese la governante. - Figuratevi - continuò, parlando ancora a me - che la signorina qui presente divora dei romanzi in tutte le ore che ha libere e spesso anche in quelle destinate al sonno!...
Mio padre, che quando era di buon umore si permetteva volentieri di canzonare un poco la signora d'Ives, esclamò, sorridendo sotto baffi:
- Oh, oh! Male, molto male!... Però, credo di sapere che la vostra alunna segua in questo un esempio molto vicino e molto autorevole!
- Ma vogliate riflettere che io ho quaran¬tacinque anni! - replicò la francese, arros¬sendo.
- Certo non si direbbe!
- Come siete mordace!
- Può darsi... Ad ogni modo, sta il fatto che Hania non prende i romanzi nella mia biblioteca. Di questa, tiene sempre la chiave il prete Ludvig... Dunque la responsabilità delle letture in questione è proprio vostra!
Scherzando, mio padre diceva la verità. La signora d'Ives era un'appassionata lettrice di romanzi. Ne possedeva molti, e spesso ne rac¬contava i fatti, anche ad Hania.
Ad un tratto, Kiaz ci interruppe, escla¬mando:
- Oh, ma che succede, laggiù?
Ci voltammo tutti a guardare dalla parte del viale dei tigli. Quel viale era lungo almeno una versta. Laggiù, dove finiva, vedemmo un nu¬volone di polvere che si spostava venendo ver¬so di noi con una velocità straordinaria.
- Che pazza corsa! - esclamò mio padre. - Chi sarà, colui che galoppa a quel modo? II polverone impedisce di distinguere...
II caldo era torrido, e nelle ultime due set¬timane non era caduta neppure una goccia di pioggia. Sulle strade si era formato un alto strato di una polvere bianca che si sollevava turbinando al minimo soffio di vento o al pas¬sare di un veicolo o di un animale.
II denso nuvolone continuò a correre verso di noi, crescendo continuamente. Quando fu ad un centinaio di metri dalla casa, comin¬ciammo a distinguere la testa d'un cavallo dalle nari aperte e rosse, dagli occhi fiammeg¬gianti, dalla criniera sventolante... Quel bian¬co corsiero era lanciato a galoppo sfrenato; le sue zampe sembravano sfiorare appena il suolo. Finalmente, potemmo riconoscere il cavaliere, chino verso il collo dell'animale se¬condo l'usanza tartara. Era Selim.
Kiaz gridò:
- Selim! Bravo Selim!
- Ma è pazzo! - esclamò mio padre. - Le porte sono chiuse...
Era già troppo tardi per aprirle. Selim arrivava con la rapidità vertiginosa dell'uragano, ed era logico temere che stesse per cozzare con terribile violenza contro il muro di cinta, alto e tutto crestato di pioli aguzzi.
- Dio misericordioso! Salvalo tu! - esclamò il prete Ludvig.
Io mi misi a gridare con quanto fiato avevo in corpo, agitando il fazzoletto:
- Selim! La porta! La porta! E ad un tratto, a soli cinque passi dalla porta che indicavo, vedemmo Selim rizzarsi sulle staffe e misurare con lo sguardo la distanza che lo separava dal muro. Le donne si lasciarono sfuggire un grido acutissimo... Il cavallo si rizzava già sulle zampe posteriori, si slanciava... Ecco!
Il salto del muro fu eseguito con una facilità ed una sicurezza veramente magistrali. Selim fermò il cavallo proprio davanti al balcone, con una precisione ammirabile. Si levò il cappello e lo agitò trionfalmente, gridando:
- Come state, amici?
Poi si rivolse a mio padre, dicendo:
- Riverisco!... Ossequi a voi, caro prete Ludvig, e a voi, signora d'Ives, e a voi, signorina Hania!... Urrà! Eccomi qui!
E, sceso di sella con un salto elegante, gettò le briglie a Francis che era accorso, venne ad abbracciare mio padre e il prete, e poi si chinò a baciare le mani alle donne.
Queste, ancora tremanti per lo spavento, lo accolsero come si accoglie una persona che si sia salvata per miracolo.
- Sei veramente pazzo! - disse il prete. - Ci hai spaventati! Ti abbiamo visto morto!
- Ma perché?
- Le porte erano chiuse... Hai rischiato di sfracellarti!
- Sfracellarmi?... Lo sapevo, che le porte erano chiuse! Ci vedo bene, io, coi miei occhi di Tartaro!
- Dunque, non hai avuto paura?
- Oh, via!... - esclamò Selim, ridendo forte. - Per chi mi prendete? Ma il merito del salto non è tutto mio: è specialmente del mio cavallo!
- Ah, com'è coraggioso questo ragazzo!... Bravo! Bravo! - esclamò la signora d'Ives.
Ed Hania, a sua volta:
- Sì, bravissimo!... Certo ben pochi sono capaci di una prodezza simile!
- Hai ragione – dissi io, parlando a Selim; - non tutti i cavalli saprebbero saltare un muro così alto! Gli uomini coraggiosi, invece, non sono tanto rari...
Allora Hania mi guardò, e disse lentamente:
- Non vi consiglierei di tentare la stessa impresa!
Poi, il suo sguardo si posò su Selim. Un simile arrivo sensazionale era cosa tale da dare al mio amico una grande soddisfazione. A lui piacevano immensamente gli atti temerari, compiuti di slancio, e certo gli piacevano anche perché doveva sapere che per solito essi entusiasmano le donne... Devo aggiungere, però, che in quel momento egli era per se stesso molto interessante e veramente bello a vedersi. I suoi lunghi capelli, folti e nerissimi, gli scendevano sulla fronte in belle ciocche pesanti, e nel volto animato da una gioia febbrile, gli occhi splendevano, mandando lampi d'orgoglio...
Egli si era seduto accanto ad Hania; la guardava con viva simpatia, e con lei formava una coppia esteticamente ammirabile, tale da sedurre un artista, per un capolavoro.
Io, frattanto, mi sentivo crudelmente mortificato per le parole di Hania. Ero certo che ella le avesse pronunciate, quelle parole, con un'intonazione ironica, e ne ero offeso... Guardai mio padre, che stava osservando attentamente il cavallo di Selim. Padre orgoglioso, egli considerava con viva contrarietà - lo sapevo - qualunque cosa mettesse il suo primogenito in seconda linea. Sapevo inoltre che egli aveva per Selim una vecchia antipatia, ed anche questo mi fece pensare che mi avrebbe permesso di dar prova della mia destrezza e del mio coraggio.
Gli dissi:
- Quel cavallo ha qualità meravigliose per saltare qualunque ostacolo... Non è vero, papà?
- Sì... E poi, quel diavolo di Selim lo sa montare magnificamente! Saresti capace, tu, di montarlo come lui?
- Hania non ne è affatto sicura... - dis¬si io, con amarezza. - Mi permetti di pro¬vare?
Vidi che mio padre esitava. Poi, egli guardò il muro, guardò l'animale, guardò me, ed in¬fine rispose:
- Lascia... È inutile...
- Ah, benissimo! - esclamai. - Così resta inteso che io sono una femminuccia, a pa¬ragone di Selim!
Selim mi afferrò le mani, con un gesto spon¬taneo.
- Non dire sciocchezze, Enrico!...
Ma mio padre, toccato nel suo punto debole, esclamò:
- Ebbene: prova, figlio mio! Prova a saltare anche tu!
- Preparami il cavallo, Francis!
Ma Hania si era alzata.
- Ah, signore! - esclamò. - Per me, volete fare una cosa simile!... Per causa mia!
Avrei dato tutto il mio sangue, per lo sguardo che ella mi rivolgeva in quel momento! E come avrei voluto evitarle quella commozione! Ma ormai era troppo tardi. Avevo parlato; il mio orgoglio irritato non poteva cedere. Riuscii a nascondere il mio turbamento e a dire quasi aspramente:
- No, Hania! Non è così! Tu non sei affatto responsabile della mia decisione. Salterò il muro per mia soddisfazione, non per altro!
Solo mio padre non disse nulla per trattenermi. Senza dar retta a nessuno, balzai in sella. Francis aprì la porta, la richiuse alle mie spalle, ed io mi allontanai velocemente per il viale dei tigli.
Anche se il muro fosse stato alto il doppio, avrei tentato il salto. Sentivo ribollire dentro di me una sorda collera, che mi avrebbe fatto commettere qualunque pazzia.
Quando fui abbastanza lontano dalla casa, voltai il cavallo e lo misi prima al trotto e poi al galoppo. Ad un tratto sentii che la sella si spostava sotto di me. La cinghia doveva essersi allentata durante la corsa; oppure, Francis l'aveva allentata perché il cavallo potesse respirare meglio, e, stupidamente, aveva trascurato di avvertirmene quando ero partito. Ora, non potevo fermarmi. Il cavallo correva verso il muro con la rapidità di una freccia, e d'altronde il mio orgoglio mi avrebbe impedito di fargli mutar direzione. Molto probabilmente, dunque, avrei pagato con la vita la mia temerità. Strinsi disperatamente i fianchi all'animale, con tutta la forza dei miei ginocchi. L'aria che fendevo mi sibilava nelle orec¬chie... Improvvisamente, mi vidi davanti al muro. Diedi un colpo di scudiscio, mi sentii sollevare molto in alto... Udii allora un grido acutissimo, partito dal balcone; gli occhi mi si oscurarono da un momento all'altro, ebbi la sensazione di un urto, e poi non sentii più nulla. Ero svenuto.
Quando mi riebbi, mi vidi nel cortile, steso sull'erba, e mi alzai subito. Tutti erano intorno a me: mio padre, il prete Ludvig, Selim, Kiaz, la signora d'lves ed Hania. Quest'ultima era pallidissima e aveva gli occhi pieni di lacrime. Io domandai:
- Che cosa è accaduto? Sono scivolato giù dalla sella? Sono svenuto?
- Com'è stato? Come ti senti? - mi domandavano contemporaneamente i presenti.
- Non so… Deve essersi allentata la cinghia della sella… Sono caduto, dunque, senza averne colpa... Non è vero?
Per fortuna, non mi era accaduto nulla di grave. Mi sentivo soltanto un po' di oppressione. Nessun dolore.
Ma mio padre insisteva nel tastarmi le membra, qua e là.
- Non senti nulla? Non senti dolore, qui? E neanche qui?...
- Niente... Niente... Sto benissimo.
A poco a poco, anche la respirazione diventò regolare. Ma la collera mi riprendeva. Pensavo che dovevo esser stato molto ridicolo nel mio volo dal muro fino all'aiuola sulla qua¬le ero caduto... E mi guardavo il mio vestito chiaro insudiciato ai gomiti e ai ginocchi, e mi sentivo in disordine i capelli, che solevo por¬tare pettinati con cura - e l'irritazione e la vergogna erano in me ugualmente tormentose in quel drammatico momento.
Eppure, avrei dovuto essere soddisfatto della mia disgraziata avventura. Tutti i presenti, che poco prima si erano occupati unicamente di Selim, ora si occupavano soltanto di me, e con ben maggiore interesse. Ed Hania mi prodigava premurose cure e manifestazioni di grande affetto, poiché non senza ragione, si giudicava causa iniziale di tutto l' accaduto...
Il buon umore che ostentai non tardò a ras¬sicurare tutti. Fu ordinata la merenda, e Hania ci servì come una padrona di casa. Poi Se¬lim ed io scendemmo in giardino con lei. Se¬lim era allegro come un bambino. Fu lui che iniziò la conversazione:
- Ora - disse - siamo contenti tutti e tre!
- Ma chi di noi è più contento degli altri due? - domandò Hania.
- Io, certamente! - esclamai.
- O forse io, che sono di carattere allegro...
Selim disse:
- Enrico, invece, è piuttosto serio e ma¬linconico. Avrebbe dovuto venire al mondo nel Medio Evo... Sarebbe stato certamente un trovatore, o un cavaliere errante... Gli manca solo di saper cantare! La signorina ed io siamo invece sempre disposti a ridere e a scherzare. Ci somigliamo molto, e dovevamo incontrarci, inevitabilmente!
- Io non la penso così... Credo anzi che i caratteri opposti si attraggano l'un l'altro più dei caratteri simili, perché uno può dare all'altro le qualità che gli mancano.
- Niente affatto! - replicò Selim. - Se tu sentissi il bisogno di piangere, mentre la signorina Hania, dal canto suo, avesse una gran voglia di ridere, che cosa potrebbe ac¬cadere, dato che, supponiamo, foste marito e moglie?...
- Oh, Selim!...
- Lasciami finire il mio ragionamento. Che cosa dicevo?... Ah ecco!... Supponiamo che tu, uomo triste, sposi la signorina Hania, a cui piace ridere... Tu, piangi; lei, ride... Come potete andar d'accordo?... Supponiamo invece che io diventi marito della signorina Hania... Siamo allegri tutti e due, ridiamo tutti e due, non sorgono dissidi né complica¬zioni, e non facciamo altro che ridere per tutta la vita!
Hania volle tentare di discutere, e co¬minciò:
- Lo dite voi! Potrebbe darsi, invece...
Ma si interruppe, ridendo appunto come ri¬deva Selim.
Io, ero furibondo. Selim aveva parlato sen¬za riflettere; ma la sua sommaria dimostra¬zione del probabile risultato della mia suppo¬sta unione con Hania mi aveva contrariato pro¬fondamente. Gli risposi con un po' d'acre¬dine:
- La tua opinione mi sembra piuttosto strana. Avevo qualche motivo per credere che le fanciulle malinconiche ti piacessero forse più delle altre.
- Come? Come? Spiegati! - disse lui, sin¬ceramente sorpreso.
- Non ti ricordi di una certa finestra fio¬rita di gerani e di fucsie, e di un certo visetto che si vedeva apparire tra quei fiori? Forse non vidi mai un viso più malinconico di quello!
Hania proruppe in una risata sonora, e, bat¬tendo le mani, esclamò:
- Ah, ah! Dunque avevate un segreto, si¬gnor Selim, e speravate che nessuno ne sapesse niente! Bravo! Bravo!...
Io mi aspettavo che Selim rimanesse confuso e non sapesse come cavarsela. Ma egli disse, comicamente:
- Enrico! Sei un indiscreto! Hai una lin¬gua troppo lunga, e dovrei tagliartela!...
Ci mettemmo a ridere tutti e tre insieme. Hania volle assolutamente sapere il nome dell' « amica » di Selim. Egli si fece pregare un poco, e poi lo disse. Ma dovette pentirsene, perché Hania lo tormentò, con quel nome, fino a sera.
- È carina, la vostra Giosia?
- Abbastanza...
- È bionda, o bruna? E come sono i suoi occhi?
- Sono belli, ma non del colore che mi piace di più...
- Come sono, quelli che preferite?
- Azzurri come i vostri!
- Oh, signor Selim! - esclamò Hania severamente, aggrottando le sopracciglia.
Allora Selim, giunte le mani, supplicò umilmente:
- Non andate in collera, signorina Hania!... Sentiamo: che delitto ha commesso questo povero piccolo Tartaro?... Sorridetegli, ve ne prego!
Ella guardava il mio amico, ed io vidi illuminarlesi il viso, gradualmente, come se Selim la avesse stregata. Vidi che le sue labbra tremavano un poco, e che i suoi occhi assu¬mevano un'espressione insolita... Ed infine ella disse.:
- Sia pure... Non vi serberò rancore. Ma ricordatevi che non dovrete dire mai più certe sciocchezze!
- Per Maometto, vi giuro che non avrete più motivo di farmi gli occhiacci!...
- Perché nominate Maometto? Gli volete bene?
- Come i cani vogliono bene ai mendicanti!
E risero insieme, nuovamente. Hania ne approfittò per riprendere scherzosamente:
- Oh, Enrico non è ancora innamorato... L'ho interrogato in proposito, ma non sono riuscita ad ottenere una risposta.
Selim mi lanciò un'occhiata obliqua, poi disse:
- Oh! Enrico non è ancora innamorato... Ma certo non tarderà ad innamorarsi pazzamente, e so già di chi. Anch'io, se fossi nei suoi panni...
- Sentiamo: che cosa fareste, se foste nei suoi panni? - domandò Hania, incapace di nascondere il suo imbarazzo.
- Farei quello che fa lui... Mi innamore¬rei!... D'altronde, ho il vago sospetto che sia già a buon punto!
- Non dire delle scempiaggini, Selim!
Egli mi prese la mano e me la strinse forte, dicendo:
- Enrico, sei un bravo ragazzo!... Se sa¬peste com'è buono, signorina Hania!
- Lo so! - disse lei. - Mi ricordo perfet¬tamente di ciò che fece per me quando morì il mio nonno.
Un velo di tristezza scese per un momento fra noi.
Selim si affrettò a parlare d'altro:
- Sapete che per festeggiare il buon esito dei nostri esami ci ubriacammo, insieme col nostro professore?...
- Vi ubriacaste?... Non vi credo!
- Avete torto. Ci ubriacammo... regolarmente. Ve lo assicuro! È consuetudine alla qua¬le non si può derogare! E vi confesserò che in quello stato, da quel matto che sono, io proposi di brindare alla vostra salute!... Che stupidaggine, non è vero?... Enrico si alzò furibondo, esclamando: « Ti proibisco di pronunciare qui il nome di Hania! » Infatti, il luogo non avrebbe potuto esser peggiore... Eravamo in una bettola qualunque!... Insomma, per poco non ci prendemmo a pugni!... Ah, siate certa che il signore qui presente non permette a nessuno di offendervi, in nessun modo!
- Come siete sempre buono per me, signor Enrico!... - disse Hania, prendendomi e accarezzandomi la mano.
La generosità di Selim mi aveva commosso...
- Anche lui è molto buono... - dissi ad Hania.
- Sì! - esclamò lei. - Siete buoni e generosi tutti e due! E, noi tre, saremo sempre ottimi amici!
- Voi sarete la nostra zarina! - disse Selim
In quel momento udimmo la voce della signora d'lves, che ci chiamava dal balcone. Era l'ora del tè. Ritornammo in casa, ciascuno in uno stato d'animo diverso. Al centro del balcone, i globi di vetro muniti di candele diffon¬devano una luce tenue sulla tavola dalla candida tovaglia, e intorno ad essi svolazzavano numerosissime le farfalle notturne. Una lieve brezza agitava le foglie della vite selvatica e una luna dorata cominciava ad apparire dietro ai tigli. Regnava su tutte le cose una pace pro¬fonda. Il nostro colloquio era finito in un atto di concordia, ci sentivamo buoni e tranquilli, e vedevamo che anche i visi di mio padre e del prete Ludvig erano sereni come il cielo di quella bella serata.
Dopo il tè, la signora d'Ives cominciò i suoi solitari; mio padre, che era di buon umore, si mise a narrarci dei fatti della sua gioventù...
- Mi ricordo che quella sera non si vedeva assolutamente nulla, intorno al villaggio, tanto era fitta la nebbia...
A questo punto mio padre aspirò forte dalla pipa, e soffiò una gran boccata di fumo verso uno dei globi luminosi. Poi riprese:
- ...Non ne potevamo più. Eravamo este¬nuati, come cavalli dopo una lunga corsa. Sta¬vamo immobili e muti, e, ad un tratto...
Seguì tutta una serie di avventure sorpren¬denti. Il prete Ludvig le aveva già sentite nar¬rare molte volte, ma le ascoltava con tanta at¬tenzione da dimenticare, a poco a poco, di continuare a fumare. E di tanto in tanto, escla¬mava:
- Gesummaria!... E poi? E poi?...
Selim ed io, vicinissimi l’uno all'altro, ascoltavamo avidamente, come lui. Selim, spe¬cialmente, provava delle sensazioni intense, che trasparivano sul suo viso in un succedersi di espressioni diverse. Tutte le profondità nascoste della sua anima orientale diventavano visibili. Egli non riusciva a star fermo, e i suoi occhi splendevano, accesi, e gli si imporporavano le guance...
Vi fu un momento in cui la signora d'Ives, al vederlo così eccitato, si mise a ridere, attirando su di lui l'attenzione di Hania. Tutte due continuarono a guardarlo fissamente, tan¬to era interessante osservare sul viso di lui i riflessi della sua vivace fantasia.
Come mi commuovo, ancora, quando rie¬voco quelle serate! Benché siano passati molti anni, e benché delle nubi abbiano oscurato molte volte il mio cielo, rivedo spesso, dentro di me, le scene della mia vita rustica di allora, nella pace e tra gli affetti della famiglia... Mentre il vecchio racconta le sue avventure, brillano intorno a lui gli occhi ardenti dei giovani, e nel circolo degli ascoltatori spicca un bel viso fresco di fanciulla, simile ad un fiore appena sbocciato... Quanto, quanto tempo è passato, da allora, e quante nubi oscurarono il mio cielo!...
Verso le dieci, Selim si alzò. Doveva ritornare a Khojeli. Decidemmo di accompagnarlo fino alla croce che sorgeva in fondo al viale dei tigli. Io, per andare con lui anche più lontano, ordinai che mi si sellasse un cavallo.
Mio fratello Kiaz si era addormentato. Lo lasciammo a casa. Selim ed io, a cavallo, con Hania fra noi due, precedemmo gli altri. Il viale era oscurissimo; la luna ancora bassa non riusciva a rischiararlo se non in qualche punto, dove i rami erano meno folti.
Selim propose che si intonasse in coro qualche vecchio canto, suggerendo la « Canzone di Filon ». Hania fece notare che quella era troppo antiquata. Ne sapeva un'altra, più bel¬la, che cominciava così: « Autunno, autunno, quando cadono le foglie... » Ma la prima ri¬cordava a mio padre e al prete Ludvig la loro gioventù, ed essi la preferivano. Perciò, co¬minciammo con quella. Hania, posata la bian¬ca manina sul collo del cavallo di Selim, si mise a cantare con la sua voce pura, e noi le facemmo coro. La prima strofa entusiasmò i vecchi, che ci applaudirono con entusiasmo.
- Bravi!... Ancora! Ancora!
Io non sapevo cantare. Mi limitavo a cer¬care di non stonare. Ma Hania e Selim, specialmente quest'ultimo, cantavano magnifica¬mente. Dopo la prima canzone, ne cantammo successivamente parecchie altre. Io, frattanto, ero tormentato da un pensiero molesto:
« Perché Hania si è appoggiata al cavallo di Selim, invece che al mio?... Forse quello le piace di più?... Ma perché? »
Ella continuava ad accarezzare il collo e la criniera dell’animale, che ne provava piacere, visibilmente... Ed io finii col sentirmi assai contrariato per quella preferenza, mentre non potevo staccar gli occhi dalla piccola mano bianca che si indugiava sulla criniera di quel cavallo che non era il mio.
Arrivammo alla croce. Selim si accommiatò da tutti, augurando la buona notte. Baciò la mano alla signora d'Ives, ed abbozzò il gesto di abbracciare Hania, che lo evitò, come intimo¬rita. Ma quando egli fu di nuovo in sella, Ha¬nia gli si riavvicinò per parlargli. La luna era ormai salita al disopra dei tigli, e la sua luce argentea illuminava la coppia. Notai che Hania guardava fissamente Selim, e che que¬sti le sorrideva. Ella disse:
- Ritornate presto a trovare il signor En¬rico... Converseremo ancora. Arrivederci! Buona notte!
Dopo aver stretta la mano al mio amico, Hania raggiunse gli altri, e ritornò con loro verso la casa. Selim ed io proseguimmo. Ca¬valcavamo in silenzio su di una strada scoper¬ta. Ora, il chiaro di luna era splendido e fa¬ceva luccicare qua e là le foglie dei fossi che fiancheggiavano la strada. Il silenzio era rotto soltanto dal battere monotono dei ferri delle nostre cavalcature sul suolo indurito dal caldo diurno. Di tanto in tanto, un cavallo sbuffava, o una staffa urtava contro l'altra...
Selim sembrava assorto in profondi pensieri. Io avrei voluto parlare di Hania, dire a qualcuno tutto ciò che avevo provato durante la giornata, fare ad alta voce delle riflessioni su certe frasi che Hania aveva pronunciate e che mi avevano colpito. Ma certo Selim non era la persona più indicata per simili confidenze...
Ad un tratto, egli si volse verso di me, e dopo avermi baciato, con mia viva sorpresa, esclamò:
- Ah, Enrico, amico mio!... Com'è bella e soave la tua Hania!... Vada al diavolo la mia Giosia!
Io provai una stretta al cuore, all'udire quelle parole inaspettate. Senza dir nulla, mi liberai dal braccio con cui Selim mi aveva attirato a sé per baciarmi, e spinsi innanzi il mio cavallo.
Selim rimase visibilmente offeso per quel mio atto. Tacque per alcuni minuti, poi si volse verso di me e mi domandò:
- Mi serberai rancore per quel che ho detto?
- Sei uno sciocco!
- E tu?... E tu, che sei geloso?
Fermai il mio cavallo.
- Buona notte, Selim!
Compresi benissimo che Selim non voleva lasciarmi così. Egli mi tese la mano macchinalmente, e schiuse le labbra per dirmi qualcosa. Ma io, voltai rapidamente la mia cavalcatura, e la lanciai a galoppo verso casa mia. Selim mi gridò:
- Arrivederci!
Poco dopo moderai l'andatura dell'animale. Era una bella notte, calma e tiepida. La rugiada abbondante che copriva i prati li faceva sembrare vasti laghi; di tanto in tanto, il grido di un uccello acquatico si alzava da un canneto. Io guardavo le stelle, e sentivo in me, vagamente, un gran bisogno di pregare e di piangere.
Ad un tratto mi voltai. Avevo udito, alle mie spalle, il rumore d'un galoppo precipitato. Selim veniva verso di me. Poco dopo mi raggiunse, mi oltrepassò, e, fermato il cavallo in mezzo alla strada, mi disse con voce tre¬mante:
- Senti, Enrico... Non ho potuto fare a meno di tornare indietro... Sento che fra noi c'è qualcosa... Prima, ho pensato: « Sia pure in collera con me. Che me ne importa? » Ma poi ho provato un sentimento di compassione al quale non ho saputo resistere. Voglio che tu mi dica perché sei irritato contro di me. Ti pare che io abbia parlato ad Hania in modo tale da offenderti?... L'ami dunque molto?... Dimmi...
Io mi sentivo alla gola un nodo di pianto, e non seppi rispondere. Avrei potuto cedere al primo impulso, e gettarmi fra le braccia leali di Selim, e dire sinceramente, piangendo, qua¬li sentimenti mi agitassero... Ma uno stupido orgoglio frenò sempre i miei slanci migliori, come pure guastò tutte le mie gioie. Questo or¬goglio innato, irresistibile, mi raffredda l'anima, arresta le parole che vorrebbero proromperne. Per esso, io resto chiuso e disdegnoso, e resisto alle ispirazioni del mio cuore. Lo maledissi spesso, quest'orgoglio, ma ancora oggi avviene talvolta che domini in me e mi faccia commettere dei gravi errori.
Selim aveva accennato ad un suo sentimento di compassione, e l'idea di essere oggetto di sentimento simile, di ispirare pietà a qualcuno, bastò ad impedirmi di parlare come avrei vo¬luto...
Tacqui, dunque, ed allora il contegno di Selim diventò umile e supplichevole, ed egli mi parlò affettuosamente, guardandomi con occhi pieni di tenerezza:
- Capisco, Enrico, che tu l'ami già… Ella piace molto anche a me: questo è vero… Ma non temere: non me ne occuperò più, non le rivolgerò più la parola!... Dimmi francamente che l’ami, e dimmi cosa hai contro di me!
- Non amo Hania e non ho nulla contro di te. Dopo la mia caduta, non sto perfettamente bene. La questione è tutta qui. Buona notte, Selim.
- Enrico! Enrico! Tu non sei sincero!
Non esitai a ripetere le mie affermazioni, e poco dopo ci lasciammo. La ragione da me addotta per giustificare la mia irritazione era plausibile, cosicché Selim si allontanò quasi tranquillizzato.
Ed io rimasi nuovamente solo, in preda a un furore sordo e col pianto alla gola. La generosità di Selim mi aveva commosso. Ora, non mi perdonavo il folle orgoglio che mi a¬veva indotto a rispondere con delle stupide menzogne alle parole buone del mio amico. Spronai il cavallo, e mi rimisi a galoppare verso la casa.
Il salotto era ancora illuminato. Qualcuno vi suonava il pianoforte. Io vi entrai, dopo aver consegnato il cavallo a Francis, e vidi Hania seduta allo strumento. Con un coraggio da principiante, ella stava suonando un pezzo composto da me ed ignoto a tutti, e sbagliava e si correggeva continuamente. Io ne fui commosso, ne provai una viva soddisfazione che però non avrei voluto confessare neanche a me stesso.
Hania non si interruppe, quando entrai, ma mi sorrise con la sua solita grazia. Mi sedetti in una poltrona, di fronte a lei, e mi misi ad osservarla.
Vedevo, al disopra del leggìo del pianoforte, la sua fronte pura e calma, sotto la quale le sopracciglia sembravano nitidamente disegnate da una mano magistrale. Gli occhi della suonatrice, abbassati, seguivano attentamente i movimenti delle dita sulla tastiera.
Dopo aver suonato ancora per qualche mi¬nuto, Hania smise, alzò il capo, e mi parlò con una voce insinuante e dolce:
- Signor Enrico...
- Che c'è, Hania?
- Volevo domandarvi una cosa... Non so più... Ah, sì! Ecco: me ne rammento... Il signor Selim è stato invitato per domani?
- No. Mio padre ha detto che domani andremo ad Usciz. È arrivato un pacco che dobbiamo consegnare alla signora Uscizka.
Hania tacque. Poi, rimise le mani sulla tastiera e ne trasse alcuni accordi. Io sentivo che il suo pensiero errava altrove, e che le sue dita suonavano macchinalmente. Dopo un momento, ella mi guardò di nuovo, e riprese:
- Signor Enrico…
- Hania?...
- Ho da domandarvi un'altra cosa... Quel¬la Giosia di Varsavia, è bella?
Il mio cuore si empì di una triste collera. Mi fu impossibile frenarmi, scattai in piedi, e, avvicinatomi al pianoforte, dissi ad Hania con voce tremante:
- Non temere... È meno bella di te! Puoi esser certa che riuscirai con facilità a sedurre completamente Selim e a farti adorare da lui!
Hania arrossì violentemente, e a sua volta si alzò di scatto.
- Oh, che dite, signor Enrico?
- Mi capisci benissimo, Hania. Non occorrono spiegazioni! .
E, ripreso il cappello, uscii dal salotto.
VII
Che notte, dopo una giornata simile!... Ste¬so nel letto, ma senza poter chiudere occhio, cercavo di spiegarmi ciò che era avvenuto e le ragioni che mi avevano spinto ad agire come avevo agito... In sostanza Selim ed Hania non avevano fatto nulla che non potesse essere attribuito semplicemente alle regole della cortesia, o ad un po' di curiosità, o ad una legit¬tima simpatia che poteva esser nata fra quei due esseri giovani e di carattere gaio, contro i quali, in realtà, io non avevo diritto di essere irritato.
Era evidente che essi si piacevano, l'uno al¬l'altro... Perché mai avevo manifestato una contrarietà tanto viva, per un fatto tanto normale, così da compromettere la nostra buona armonia? Di che cosa li ritenevo colpevoli?... Io solo, in realtà, avevo agito male.
Questa conclusione avrebbe dovuto tran¬quillizzarmi. Ma invece, essa esasperò i miei segreti timori. Sentivo nell'aria una sventura, e mi parevano vane tutte le giustificazioni che potevo trovare a me stesso per quanto era avvenuto. D'altronde, quella sventura di cui avevo il presentimento mi sembrava tanto più temibile in quantoché non potevo darne pre¬cisamente la colpa a nessuno dei due: né a Selim, né ad Hania. Ma quanto più la mia ragione scartava i possibili motivi di rancore verso l'uno o verso l'altra, tanto più la mia indefinibile apprensione mi faceva discernere certe sfumature che la mia mente inesperta cercava invano di studiare e di decifrare. Così, ero come in una foresta inestricabile, mi sen¬tivo abbattuto, estenuato, come dopo un gran viaggio, ed intanto un altro pensiero particolarmente amaro e doloroso mi tormentava: « Forse il mio orgoglio e la mia gelosia hanno contribuito a far nascere e crescere quell'amore! »
Per quanto fossi ingenuo ed inesperto, intuivo questa verità! E sapevo anche un'altra cosa: che fra gli avvenimenti complessi che erano da prevedere, io non sarei stato guidato dalla mia volontà, ma dal mio istinto e da quei casi secondari che spesso producono dei grandi risultati e talvolta decidono della felicità o del-l'infelicità d'un uomo. Perciò ero forse più infelice di quanto dovessi esserlo per le cause soltanto apparenti che credevo di scoprire; ma l'infelicità non è determinata soltanto dalla forza degli avvenimenti; nasce anche dalla sensibilità del soggetto, ed è più o meno grande a seconda del grado maggiore o minore di questa sensibilità.
Finii col ripetere a me stesso: « Non è av¬venuto nulla! Non c'è stato nulla! » Poi nel mio cervello cominciò a regnare una strana confusione, nella quale non seppi più raccapezzarmi. Selim, Hania, il mio amore, le av¬venture narrate da mio padre e i personaggi di esse, vi si agitarono inestricabilmente. Ero stanchissimo e dovevo avere un po' di febbre...
Ad un tratto lo stoppino della candela completamente consumata cadde nel candeliere e si spense. Oscurità completa. Doveva essere molto tardi. Qualche gallo cominciava già a cantare, in lontananza... Fui preso, quasi improvvisamente, da un sonno pesante e mor¬boso, che durò a lungo.
Quando mi svegliai, era già passata l'ora della colazione, e siccome Hania stava già stu¬diando, come ogni giorno, assistita dalla si¬gnora d'Ives, non mi fu possibile vederla se non all'ora del pranzo.
Mi ero riposato perfettamente; avevo riac¬quistato padronanza su me stesso, e vedevo la vita con minor pessimismo. Mi promisi di esser buono con Hania e di fare il possibile per cancellare in lei la cattiva impressione la¬sciata dalla mia irritabilità del giorno ante¬cedente.
Ma non sapevo ancora che le mie ultime parole, oltre ad aver sorpreso Hania, l'ave¬vano offesa. Appena ella comparve, con la si¬gnora d'Ives, per mettersi a tavola, pensai di correrle incontro. Ma ebbi subito l'impressio¬ne di una freddezza che mi avrebbe respinto. Il mio slancio rimase troncato; mi sentii fer¬mare da una forza superiore alla mia volontà. Hania mi salutò con cortesia, ma tanto fredda¬mente da annientare lì per lì tutte le mie buone intenzioni. Poi ella andò a sedersi al suo posto, accanto alla governante, e non mi guardò più, per tutta la durata del pasto.
Allora la vita mi parve tristissima, vuota, priva di qualsiasi valore... Mi domandai che cosa dovessi fare, e mi lasciai dominare da un bisogno di rappresaglia, e mi abbandonai a dei propositi di vendetta contro l'essere che amavo di più sulla terra, contro colei che ama¬vo molto più di me stesso!
Dal principio alla fine del pranzo, dunque, Hania ed io non partecipammo alla conversa¬zione se non parlando agli altri commensali e come se ciascuno di noi non esistesse per l'altro. Parecchie volte, io contraddissi Hania indirettamente, rivolgendo alla signora d'Ives delle affermazioni assolutamente contrarie a quelle fatte da Hania un momento prima. Questo gioco puerile e antipatico mi dava una specie di amaro piacere; ed intanto mi do¬mandavo come sarebbero andate le cose ad Usciz, dove Hania ed io dovevamo recarci in¬sieme. Decisi infine che, in presenza dei no¬stri ospiti, avrei interrogata la mia pupilla in modo tale da obbligarla a rispondermi diret¬tamente. Così il ghiaccio sarebbe rotto, fra noi, finalmente. Facevo dunque assegnamento su quella gita. La signora d'Ives sarebbe stata con noi; ma che importava?
Frattanto dovevo soltanto evitare che il mio conflitto con Hania potesse essere notato dai presenti. Tremavo quasi al pensiero che qual¬cuno se ne accorgesse e volesse delle spiegazioni. Constatai con sorpresa che Hania sembrava molto meno inquieta di me. Mi parve di capire, d'altronde, che ella avesse indovinato i miei timori e se ne divertisse. Ad ogni modo rimasi fermo nel mio proposito di procurarmi, ad Usciz, una completa rivincita.
Anche Hania pensava alla nostra gita. Finito il pranzo, ella si avvicinò a mio padre, gli baciò la mano e gli disse:
- Desidererei di non andare ad Usciz...
« Ah! com'è furba e cattiva! » - dissi al¬lora fra me.
Mio padre, un po' sordo, non comprese bene. Baciò in fronte Hania e le domandò:
- Che cosa vuoi, cara?
- Vi chiederei il permesso di non andare ad Usciz ...
- Perché?... Ti senti male?...
Io pensavo: « Oggi mio padre è di buon umore. Se Hania gli dice che sta poco bene, la partita è perduta, per me! »
Ma Hania non sapeva mentire, neppure per cose insignificanti.
- No... - rispose - sto benissimo, ma preferirei rimanere a casa.
- Non è possibile! Devi andare! È indispensabile!
Hania fece una riverenza ed uscì senza aggiunger parola. Io gongolavo.
Poco dopo, mi trovai solo con mio padre, e gli domandai il perché del suo ordine, tanto categorico. Egli mi rispose:
- I nostri vicini devono assuefarsi a con¬siderare Hania come un membro della nostra famiglia. In certo qual modo, ella occupa, ora, il posto di tua madre assente. Mi capisci?
Se capivo?... Ah, il mio buon papà!... Lo a¬vrei baciato volentieri, in quel momento!...
Dovevamo partire alle cinque. Hania e la governante stavano preparandosi. Io feci at¬taccare un carrozzino a due posti, che avrei preceduto, a cavallo. Si trattava, con quel bel tempo, di una passeggiata piacevolissima.
Venne Hania, che aveva indossato una veste nera fatta con buon gusto e già, per desiderio di mio padre, piuttosto elegante. Era tanto carina, che io non seppi più smettere di guardarla, mentre mi sentivo invasa l'anima da una profonda tenerezza. Il mio sussiego e la mia falsa freddezza svanirono subitamente. Anch'io mi ero vestito con ricercatezza, ma lei, la mia zarina, passò davanti a me senza de¬gnarsi di guardarmi. Sembrava veramente in collera. Seppi soltanto più tardi che quel suo contegno era determinato da ragioni più serie del semplice desiderio di darmi fastidio.
Alle cinque precise montai a cavallo; le due donne salirono in carrozza, e partimmo. Sullo stradale, io mi misi a trottare a fianco della carrozza, dalla parte di Hania, aspettando che mi si offrisse l'occasione di attirare l'atten¬zione di lei in un modo qualunque. Ad un tratto, il mio cavallo si impennò. Hania mi guardò, allora, squadrandomi dalla testa ai piedi, e mi sembrò che mi sorridesse. Ebbi un fremito di gioia, ma ella si voltò subito verso la governante e cominciò con lei una conversazione alla quale dovetti rimanere estraneo.
Ad Usciz trovammo Selim; ma la signora Uscizka era assente. C'era invece il signor Uscizki con le due figlie: Lola, bella ragazza dell'età di Hania, e un po' civetta, e Marinia, ancora bambina. Inoltre, c'erano due gover¬nanti, una francese ed una tedesca.
Dopo i soliti convenevoli, le donne scesero in giardino per coglier fragole. Il padrone di casa volle condurmi, con Selim, a vedere un certo fucile che aveva acquistato recentemen¬te, ed i cani rinchiusi nel canile.
Uscizki, ricco, attivo, buono, era anche uno dei cacciatori più rinomati della regione. Egli ci trattenne davanti al canile, senza accorgersi che avremmo preferito andare altrove, e ci vedemmo costretti ad ascoltare con apparente attenzione l'interminabile discorso che ci fece a proposito di una certa razza di segugi. Ma ad un certo punto io finsi di ricordarmi di dover dire una cosa molto importante alla signora d'Ives. E Selim esclamò, con una incredibile sfacciataggine:
- Sì, benissimo! I cani sono straordinari!... Ma ... se noi preferiamo la compagnia delle signore, ci dareste torto?
- No, no, perbacco! - rispose ridendo il signor Uscizki. - Andiamo subito dalle signore!... Ci vengo anch'io!
E andammo nel giardino. Ma, appena vi giunsi, io notai che Hania evitava di stare con le sue compagne, e che, fingendo di non ac¬corgersi affatto della mia presenza, rivolgeva a Selim tutta la sua attenzione. Mi affrettai a renderle pan per focaccia, e mi occupai unicamente della bella Lola. Non saprei dire, però, di che cosa le parlai; e chissà quante scempiaggini mi lasciai sfuggire nel rispondere alle sue cortesi domande, mentre cercavo avidamente di udire che cosa si dicessero Hania e Selim, non trascurando di osservare tutti i loro movimenti. Selim non badava a me, affatto; Hania invece abbassava la voce, perché io non potessi udire le sue parole, e si sforzava di mettere molta civetteria negli sguardi che lanciava al suo interlocutore...
« Aspetta! Aspetta! - dicevo fra me. ¬Vuoi essere cattiva? Ed io farò come te! »
Mi voltai completamente verso Lola... Devo dire che non le ero indifferente, e che lei non esitava a lasciarlo capire, quando le pareva che io fossi un po' sedotto dalla sua grazia e dal suo spirito. Mi feci un dovere di essere molto galante, di farle una quantità di complimenti, ridendo forte mentre avevo una gran voglia di piangere, e non tardai ad avvedermi che lei, rossa in viso e tutta turbata, come per una fortuna insperata, cominciava a pren¬dere un po' troppo sul serio la commedia che io recitavo.
Oh, se avesse indovinato quanto la odiavo, in quel momento! Ma, con una cattiveria di cui mi meravigliavo io stesso, continuai a sostenere la mia parte antipatica e vile. Lola, durante il nostro colloquio, si permise un'os¬servazione un po' acre su Selim e Hania e sulla loro gaiezza. Io dovetti impormi uno sforzo per frenare uno scatto di collera, ma non dissi nulla e riuscii perfino a sorridere come se approvassi quell'osservazione.
Un'ora trascorse così. Poi ci fu servita una merenda all'ombra d'un ippocastano. (I gran¬di rami di quell'albero giungevano quasi fino a terra e formavano intorno a noi come un cerchio di fogliame). Fu allora che io seppi le ragioni speciali per cui Hania non avrebbe voluto venire ad Usciz. Erano, come ho già detto, ragioni abbastanza serie...
La signora d'Ives, francese, discendente da una vecchia famiglia nobile, si riteneva molto superiore alla governante francese dei nostri ospiti e considerava come una semplice domestica la governante tedesca. Dal canto loro, queste due donne non avevano alcun rispetto per Hania, che, secondo loro, non era altro che la figlia di un servitore qualunque. La signora d'Ives era troppo bene educata per far sentire alle altre due la loro inferiorità. Esse invece, senz'alcun riguardo, dimostravano ad Hania un profondo disprezzo. Si trattava soltanto di sciocche gelosie di donne; ma io non potevo ammettere che la mia Hania non fosse rispettata da quelle due straniere. Hania sapeva opporre loro una delicatezza e una pazienza che denotavano la bontà e la nobiltà del suo carattere, ma per me era evidente che ella soffriva. Non sarebbe avvenuto nulla di simile se la signora Uscizka fosse stata presente; ma l'assenza di lei era per le due governanti un'occasione troppo favorevole, perché esse rinunciassero ad approfittarne.
Così, quando Selim si sedette accanto ad Hania, le insinuazioni mordaci continuarono, più numerose, e la signorina Lola, gelosa della bellezza di Hania, non si astenne dal contribuirvi. Io risposi a quelle cattive lingue con una certa brutalità; poi Selim intervenne a sua volta, come indovinando il mio desiderio di non esser solo a difendere la mia pupilla. Egli ebbe uno scatto di furore che avrei voluto avere io; ma poi si dominò prontamente e si limitò a farsi beffa delle due donne. Fine e spiritoso, riuscì in breve a « smontarle », ed esse non seppero più qual contegno adottare. Anche la signora d'Ives ed io ci mettemmo contro di loro, e Lola si unì a noi per farmi piacere, dimostrando ad Hania una simpatia che certo non provava. Infine le nemiche rimasero sconfitte completamente e irreparabilmente. Ma il vantaggio della vittoria fu quasi tutto per Selim.
Hania, infatti, che aveva dovuto ricorrere a tutto il suo orgoglio per trattener le lacrime che le gonfiavano gli occhi, considerò Selim come suo salvatore e gli manifestò apertamen¬te una gratitudine ammirativa. E quando, do¬po la merenda, ritornammo in giardino, io sentii che Hania diceva a Selim con voce tre¬mante per la commozione:
- Come vi sono riconoscente! Non potete immaginare...
Ella si impose uno sforzo supremo per resistere ancora al bisogno di piangere, ma non vi riuscì.
- Signorina Hania, non pensate più a quanto è avvenuto: ve ne prego! Non ne parliamo più!
- Dovevo ringraziarvi, signor Selim...
- Ringraziarmi?... Ma per che cosa, signorina Hania?... Insomma, non piangete più!... Mi fa male, vedervi piangere!...
Egli avrebbe voluto dire di più; ma non riuscì a trovare parole adatte per esprimere i suoi sentimenti, e preferì tacere. Forse com¬prese, d'altronde, che i suoi sentimenti erano troppo ardenti... Si voltò, per non lasciar vedere quanto fosse turbato, mentre Hania lo fissava attraverso le lacrime... Ed io, ebbi la sensazione esatta di ciò che avveniva in loro.
Amavo Hania con tutto l'ardore del mio cuore adolescente. L'adoravo come si può adorare la divinità. Amavo tutto, di lei: i suoi occhi, ogni ricciolo dei suoi capelli, le sue labbra, la sua voce, e perfino la sua veste e l'aria che respirava. Il mio amore traboccava da tutto il mio essere. Era tutta la mia vita; mi scorreva nelle vene e mi consumava. Per altri, l'amore forse non esclude le altre preoccupazioni dell'esistenza; per me, tutto l'universo si compendiava in Hania; tutti i miei pensieri si riferivano a lei, e per tutto ciò che non la riguardava, rimanevo cieco e sordo. Ardevo come una fiaccola, e quel fuoco mi divorava, e sentivo che avrei potuto morirne.
Comprendevo purtroppo quanto avveniva... Il cuore di Hania comunicava con un altro, che non era il mio. Intorno a me, io non sentivo altro che l'indifferenza. Il mio amore sospirava, invocava, dentro di me; ed i miei occhi cercavano sul volto amato l'espressione della risposta che mi avrebbe reso felice. Il mio amore aveva finissimo l'orecchio; sentiva, sapeva:... « Hania! Selim! » Ognuno di quei due esseri poteva dare un nome alla propria felicità, mentre per me, ormai, « Hania » era il nome della mia tristezza infinita, del mio dolore irrimediabile! La forza invincibile delle cose aveva disposto che così fosse, e nessuno può opporsi alle leggi della natura... Come avrei potuto sperare di riprendere il cuore di Hania, se una corrente irresistibile lo spingeva altrove?
Una folle disperazione si impadroniva di me. Ora mi sentivo solo, in seno alla mia famiglia, in mezzo a tante persone che mi volevano bene. Il mondo, per me, era vuoto ed oscuro, e il vasto cielo guardava indifferente la mia sofferenza. Frattanto, un pensiero cominciava a dominare nel mio cervello, ad occuparlo totalmente, ad insinuarvi la riposante previsione di una pace profonda e benefica: il pensiero della morte! La morte sarebbe stata, per me, la liberazione da una bolgia infernale, la fine di ogni pena, l'epilogo di un tristissimo dramma che si svolgeva per me solo, in me solo... Dopo tanti tormenti, la morte significava, per il mio cuore, il riposo finale, la tranquillità di una notte profonda ed eterna!
« Dormire!... Dormire! - ripetevo dentro di me, con l'ansioso desiderio di un essere immensamente stanco di sopportar la vita e di piangerne. - Dormire per sempre, e non soffrire più! »
Ma poi un altro pensiero sembrò scendere in me dal cielo, verso il quale si innalzava la mia fede ancora infantile, e si fissò nel mio cervello:
« Eppure, se... »
Una logica invincibile mi spingeva entro un nuovo cerchio magico. Oh, soffrivo immensamente! Udivo nei viali vicini le liete conversazioni degli altri visitatori e degli ospiti; sentivo intorno a me i profumi di mille fiori; gli uccelli, prima di abbandonarsi al sonno, cinguettavano sugli alberi, mentre il cielo si co¬loriva delle luci meravigliose del tramonto.
Tutto era pace e dolcezza, ed io solo, fra tanta magnificenza di vita, invocavo la morte, con le lacrime agli occhi!...
Il fruscio d'una veste, vicinissimo, mi fece sussultare. Vidi accanto a me la bella Lola, che mi guardava con profonda tenerezza e con vivo interesse. Era pallida, fra gli splendori di porpora e d'oro del tramonto, e la folta chioma sciolta le ondeggiava sulle spalle. In quel momento, vedendola così, non la odiavo più, affatto. Pensavo che in realtà doveva essere molto buona, poiché era venuta per consolarmi...
- Soffrite, signor Enrico?... Sembrate molo triste...
- Ah, sì! - esclamai. - Soffro! Soffro molto!
E presi la sua destra, e me la posi sulla fronte ardente, e poi la baciai con ardore.
Lola mormorò:
- Signor Enrico!...
In quel momento Hania e Selim comparvero alla svolta di un viale. Videro il mio ultimo gesto, e si guardarono come per dirsi che capivano di che si trattasse...
Bisognava ormai pensare al ritorno. Io temevo che Selim si proponesse di accompagnarci, quantunque per andare a casa sua dovesse dirigersi dalla parte opposta... Mi affret¬tai a montare a cavallo, e dissi ad alta voce che era tardi, che a casa nostra ci aspettavano, come Selim doveva essere aspettato a casa sua... Ci accomiatammo dai nostri ospiti. Io risposi piuttosto freddamente alla calda stretta di mano dell'avvenente Lola.
Poco dopo, quando giungemmo al bivio dove Selim doveva separarsi da noi, vidi il mio ami¬co baciare la mano ad Hania, e notai che Hania lo lasciava fare...
Hania non mi serbava più rancore. Per il suo nuovo stato d'animo, dimenticava l'offesa ricevuta il giorno innanzi. Ma io consideravo con acredine il mutamento che era avvenuto in lei...
La signora d'Ives non tardò ad addormen¬tarsi, nella carrozza. Allora mi fu possibile osservare Hania senza che nessuno vi badasse, e vidi che ella non dormiva, e nei suoi grandi occhi aperti vidi splendere una luce di felicità.
Durante il percorso, ella non disse nulla. Certo pensava unicamente a ciò che sentiva dentro di sé ed agli avvenimenti diversi di quella giornata. Soltanto quando fummo vi¬cinissimi alla casa, mi guardò a sua volta e mi domandò:
- A chi avete pensato, fino a questo mo¬mento? A Lola, non è vero?
Io serrai i denti e non risposi: « Straziami pure quanto vuoi! - pensavo. - Non udrai né un lamento né un gemito!... ».
Eppure, quella domanda di Hania era perfettamente legittima, ed ella me la aveva rivolta senza alcuna intenzione di contrariarmi. Il mio silenzio la sorprese. Ripeté la domanda, ma io rimasi ancora muto. Ne concluse che le tenevo ancora il broncio, e non mi parlò più.
VIII
Alcuni giorni dopo.
La prima luce del mattino mi aveva appena destato. Essa entrava nella mia camera da due fori in forma di cuori, praticati in mezzo alle imposte.
Qualcuno bussò, di fuori, e invece del viso di Zosia Mickievicz, che talvolta mi svegliava così, o di quello di Hania, vidi comparire, fra le imposte che si aprivano, i grossi baffi di Vakh, la guardia forestale.
- Signore... - disse egli sottovoce.
- Che c'è?
- Nel bosco di Pogorovi, ci sono dei lupi in cerca della lupa. Bisogna organizzare una caccia.
- Vengo subito!
Mi vestii rapidamente. Mi armai d'un fucile e d'un coltello a serramanico. Vakh, tutto ba¬gnato di rugiada, mi aspettava col suo lungo fucile arrugginito che non sbagliava mai un colpo. Era prestissimo, e il sole non era ancora comparso all'orizzonte. Gli animali da lavoro erano ancora nelle stalle; i contadini non avevano cominciate le loro fatiche quotidiane. Il vecchio Vakh era impaziente. Ap¬pena mi vide, mi disse:
- Sono venuto con un carretto. Andremo direttamente al bosco.
Ci mettemmo in cammino senza perder tempo. Una lepre attraversò la strada proprio da¬vanti a noi, e scomparve in un prato lasciando una traccia visibile fra l'erba rugiadosa.
- Male!... Male!... - disse il vecchio cac¬ciatore.
Poi soggiunse:
- Si fa tardi. Si vedono già le ombre...
- Perché hai detto: « Male!... Male!... » ?
- Perché la caccia al lupo diventa difficile quando il sole si alza e le cose proiettano le loro ombre...
Il bosco di Pogorovi era la parte più folta della foresta. Certi vecchi alberi sradicati vi avevano lasciato delle grandi buche, chiamate fosse dalla gente di quei luoghi.
- Ci apposteremo nelle fosse - riprese Vakh.
- Credi che qualche lupo si avvicinerà a noi? - gli domandai.
- Spero di poterne attirare qualcuno, imitandone l'urlo...
Giunti alla casa del guardaboschi, vi la¬sciammo il carretto ed il cavallo, e poi pro¬seguimmo a piedi. Mezz'ora dopo, il sole splendeva all'orizzonte, e noi eravamo alle fosse. Ci nascondemmo tra folti cespugli, in mezzo ad alcuni grossi alberi. Vicinissimi uno all'altro, stavamo accoccolati, e solo le canne dei nostri fucili e le cime dei nostri berretti potevano esser viste da una certa distanza.
- Ora urlerò - disse Vakh. - Ascoltate.
Si mise in bocca due dita ed emise un urlo prolungato, molto simile a quello con cui la lupa chiama i lupi. Poi si stese a terra, ed ap¬plicò al suolo l'orecchio. Dopo un breve silenzio, disse:
- Sento un rumore molto lontano... forse a mezzo miglio da noi.
Aspettammo per un quarto d'ora. Il cacciatore si decise infine ad emettere un secondo urlo, e questa volta una voce lugubre giunse a noi, come strisciando a terra da un albero all'altro.
Vakh stette ancora in ascolto, con l'orecchio applicato al suolo, e disse:
- Un lupo ha risposto... Deve essere distante cinquecento metri.
L'eco dell'urlo si era potuto distinguere perfettamente tra il diffuso stormire degli alberi.
- Da che parte si dirige, l'animale?
- Viene direttamente verso di noi.
Vakh urlò per la terza volta. Gli rispose subito un altro urlo, poco distante. Le mie mani si contrassero sul fucile; trattenni il re¬spiro.
Silenzio assoluto. Solo ad intervalli piutto¬sto lunghi, qualche grossa goccia di rugiada produceva un rumore lieve e breve cadendo da una foglia su di un'altra, o il grido di un gallo di brughiera giungeva a noi di lontano.
E ad un tratto, un grosso animale si fece largo tra i cespugli di ginepro, a meno di trecento passi dal luogo in cui stavamo in agguato. Vedemmo allora comparire tra il verde una testa grigiastra dalle orecchie puntute e dagli occhi iniettati di sangue.
Era ancora inutile sparare; il lupo non era a tiro. Nell'attesa, io mi sentivo battere il cuore con estrema violenza.
Il lupo uscì dai cespugli, avvicinandosi a noi con grandi balzi, pur senza trascurare di fiutare a destra e a sinistra. Finalmente si fer¬mò, ad una distanza di circa cento cinquanta passi, immobile e come diffidente. Non si po¬teva sperare che si avvicinasse di più. Io sparai.
Un urlo di dolore squarciò l'aria immedia¬tamente dopo la detonazione. Io mi precipitai, col mio compagno. Il lupo non era più dove lo avevamo visto; ma, esaminati con cura i ce¬spugli, Vakh concluse che esso doveva essere ferito. Mi fece vedere, infatti, delle tracce di sangue.
- Era lontano, ma è stato colpito. Inse¬guiamolo!
Ci mettemmo a correre. L'animale ferito doveva essersi riposato per qualche momento in certi punti dove l'erba era calpestata e in¬sanguinata.
Camminammo per due ore, quantunque il sole fosse già alto nel cielo. A poco a poco le tracce diventarono sempre meno visibili, ed infine ci trovammo in riva ad uno stagno quasi tutto coperto di canneti e di giunchi. Senza cane, sarebbe stato assurdo prolungare l'in¬seguimento.
- Si è nascosto fra le canne - disse Vakh. - Domani lo finirò.
Ritornammo verso la casa. Lungo la via, i tristi pensieri che da tanti giorni mi occupavano la mente presero il sopravvento sulle re¬centi impressioni della caccia. Dimenticai il lupo, la mia fucilata, il mio compagno, e quan¬do un'altra lepre passò davanti a me, a bre¬vissima distanza, non pensai neppure a spa¬rare. Quell'incidente mi fece sussultare come un uomo svegliato di soprassalto, mentre Vakh, scandalizzato, esclamava con rude sin¬cerità:
- Ah, signore!... Io non mi lascerei sfug¬gire neanche mio fratello, se mi passasse a tiro, a quel modo!...
Sorrisi, e proseguii in silenzio.
Sul sentiero erboso di Tietkin, che conduce alla strada di Khojeli, notai ad un tratto delle impronte recenti di ferri di cavallo.
- Riconosci queste tracce? - domandai a Vakh.
- Devono esser quelle del giovane signore di Khojeli - mi rispose il vecchio cacciatore. - Sarà andato a casa vostra, certamente.
- Se è così, corro subito a casa! - esclamai. - Addio, Vakh!
Il vecchio avrebbe voluto che andassi a man¬giare un boccone a casa sua, e forse rimase offeso per quella mia decisione improvvisa. Ma io non avrei potuto rimaner calmo, pensando che Hania e Selim potessero stare a lungo insieme, soli e indisturbati...
Selim veniva a casa mia ogni giorno, da quando eravamo andati ad Usciz, la settimana prima. Io vedevo crescere gradualmente l'a¬more che sempre più si affermava fra lui ed Hania, e li sorvegliavo di continuo, pur provandone uno strazio indicibile. Solo quella mattina, dunque, essi avevano potuto rimanere lungamente in assoluta libertà.
« Si parleranno dei loro sentimenti... Si diranno che si amano! » pensavo. E questo pen¬siero mi faceva soffrire acutamente, più che mai...
Giunto a casa a galoppo, trovai nel cortile il prete Ludvig con la maschera e il berretto che usava per difendersi dalle punture delle api. Stava per recarsi agli alveari.
- È venuto Selim, non è vero? - gli do¬mandai ansiosamente.
- Sì. È qui da un'ora e mezzo, press'a poco...
Provai una stretta al cuore.
- Dove può essere, adesso?
- È andato verso lo stagno, con Hania ed Eva.
Corsi verso la riva alla quale si ormeggia¬vano le barche. Una delle più grandi mancava, ma non la vidi neppure in mezzo allo stagno. Compresi. Selim doveva essersi diretto verso i folti canneti, a destra, dove la barca non poteva essere visibile dalla riva.
Afferrai un remo, slegai una barchetta ad un solo posto, e mi spinsi al largo, cercando di passare tra i ciuffi di canne, in modo da vedere tutto senza esser visto.
Poco dopo, vidi la barca, immobile in un punto scoperto. Selim ed Hania erano seduti a poppa; la mia sorellina Eva era a prua, voltava loro le spalle, e si divertiva a batter l' acqua con le mani aperte. Selim ed Hania conversavano animatamente. Erano tanto vicini l'uno all'altra, che le loro spalle si toccavano quasi. Non un alito di brezza, non una crespa sulla superficie dell'acqua. Si vedevano doppie la barca e le tre persone, come se fossero su di uno specchio.
Che delizioso quadretto, per un altro spet¬tatore! Ma io mi sentii salire il sangue al cervello. Dunque, essi avevano giudicato opportuno prendere in loro compagnia la bambina. La presenza di lei li discolpava, e d'altra parte ella era tanto piccola e ingenua da non poter comprendere nulla del loro collo¬quio amoroso!
« Tutto è finito! » gridò la mia anima...
« Tutto è finito! » mormorarono le canne stormenti...
« Tutto è finito! » disse l'acqua che frusciava lungo i fianchi della mia barchetta...
Mi scese sugli occhi un funebre velo. Il mio corpo aveva alternative di caldo e di freddo, Certo diventai estremamente pallido. Mille voci diverse, in me ed intorno a me, gridavano con crudele insistenza: « Hania è perduta, per te!... È perduta! » E ad un tratto un'altra voce mi suggerì: « Avvicinati di più, rimanendo nascosto dietro alle canne! »
Obbedii, e mi avvicinai alla barca grande. Senza udire ancora ciò che si dicevano, vidi meglio Hania e Selim. Benché fossero seduti tanto vicini l'uno all'altro, le loro mani non erano unite. Poi Selim si spostò, e compresi che doveva essersi messo in ginocchio davanti ad Hania. Lei si guardava intorno da tutte le parti, con evidente inquietudine, e poi alzava gli occhi verso il cielo. Era molto agitata. Se¬lim la supplicava, giungendo le mani... Infine ella si volse, e sembrò volersi chinare verso di lui. Ma ebbe un sussulto improvviso, e si ritrasse bruscamente. Vidi che Selim la teneva con forza per i polsi, come per evitarle di cadere nell'acqua, e poi non vidi più altro che una nube davanti ai miei occhi... Mi la¬sciai sfuggire il remo e caddi in fondo alla barca.
« Mi uccidono!... Mi uccidono! Aiuto!... » gridai dentro di me, palpitante e smarrito.
Mi mancava il respiro. Come soffrivo!... Come amavo Hania!... Agitato da un furore che sapeva di essere impotente, mi contorcevo in fondo alla barca, lacerandomi gli abiti rabbiosamente. Sì, sì, ero impotente come l'atleta incatenato! Che avrei fatto? Che cosa avrei tentato?... Uccidere Selim? Capovolgere la barca e poi darmi la morte?... Ma la mia violenza avrebbe forse servito ad estirpare dal cuore di Hania l'amore che Selim le aveva ispirato? E avrei potuto riaverla, forse, col commettere un atto irreparabile?
L'atroce convinzione della mia impotenza mi tormentava, mi rodeva più di ogni altro sentimento, e la vana collera che imperversava dentro di me finì col vincere ogni resistenza e col farmi cadere in una crisi di lacrime e di singhiozzi. Eppure, il mio orgoglio e il pensiero della mia dignità mi avevano sempre data la forza di vincere in me quel bisogno di pian¬gere a cui si cede irresistibilmente in certi momenti dolorosi.
Piansi a lungo. A poco a poco i miei nervi si allentarono, il tumulto dei miei pensieri cessò, ed ebbi una sensazione di freddo per tutto il corpo... Mi sembrò di sentir vicina la morte, nella gelida quiete che mi immobilizzava.
« Tutto è finito! » dissi ancora a me stesso. E tutte le mie angosce svanirono.
Non saprei dire per quanto tempo rimasi così, nella mia barchetta. Quando riaprii gli occhi, vidi passare nel cielo delle piccole nuvole biancastre e leggere. Udivo degli stridi di uccelli acquatici e di gru; scorreva su di me un fiume di luce che scaturiva dal sole giunto allo zenit, e le canne immobili non facevano alcun rumore, poiché il vento si era calmato. Mi sembrava di svegliarmi da un sonno pro¬fondo... Guardando intorno a me, non vidi più la barca di Hania e di Selim. Regnava sullo stagno una dolcissima e sorridente quiete in profondo contrasto col mio stato d'animo.
Delle libellule azzurre volteggiavano intorno alla barchetta, si riposavano di tanto in tanto sulle ninfee dormenti sull'acqua, e certi uccellini grigi saltellavano fra le canne, cinguettando piano. Qualche grosso insetto ronzava instancabilmente; delle nidiate di alzavole nuotavano sull'acqua placida, intorno alle madri... Ma io, che non mi ero ancora riavuto completamente, mi accorgevo appena di quelle manifestazioni della vita indifferente della natura ...
La giornata era torrida. Mi sentivo pesante e dolente la testa... Mi chinai verso l'acqua, ne raccolsi un poco nel cavo della mano, e quando ebbi calmata la sete ardente che mi tormentava, mi sentii rianimato. Ripresi il remo, e ritornai alla riva fra le canne folte. Doveva esser tardi, e certo, a casa, ero atteso da qualche ora.
Cammin facendo, cercai di tranquillizzarmi. Non era forse meglio, che Hania e Selim avessero finalmente avuto modo di spiegarsi? Almeno, si sarebbe usciti, tutti e tre, da quell'insopportabile fase di attesa e di incertezza! Ormai, il dolore stava davanti a me lealmente, a viso scoperto, ed io dovevo semplicemente cercare di esser forte e di vincerlo.
Questo pensiero mi giovò; la prospettiva di una lotta contro me stesso mi diede un po' di coraggio. Intanto riflettevo che dopo tutto non avevo acquistato alcuna certezza... E decisi di interrogare Eva, con abilità e con insistenza, per cercar di sapere qualcosa di positivo.
A casa, tutti erano già a tavola. Dopo aver salutato Selim senza sorridergli, non dissi nulla e mi sedetti al mio posto. Mio padre, che da un momento mi osservava, mi domandò:
- Che hai?... Sei ammalato, forse?
- Affatto! Sono soltanto un po' stanco, per essermi alzato all'alba.
- Che hai fatto?
- Sono andato, con Vakh, nella foresta, dove egli aveva visto delle tracce di lupi. Ne ho ferito uno, e poi sono ritornato e mi sono ricoricato.
- Guardati in uno specchio. Hai una faccia...
Hania smise di mangiare, mi guardò con at¬tenzione, e mi domandò:
- Tutto questo non è un po' conseguenza della nostra visita ad Usciz, signor Enrico?
Io le dissi aspramente, fissandola:
- Qual'è il motivo di questa tua supposi¬zione?
Hania si turbò, balbettò alcune parole che nessuno poté udire... Selim intervenne:
- Eh, si sa!... Chi ama, deperisce!
Lo guardai, poi guardai Hania, e, scanden¬do le sillabe, dissi ironicamente a tutti e due:
- Eppure, tu ed Hania avete un aspetto floridissimo!
Essi arrossirono subitamente, e seguì un mo¬mento di penoso imbarazzo. Sentii di essere stato troppo brutale. Per fortuna, mio padre non badava a noi, in quel momento, e il prete Ludvig non diede importanza alle mie parole, pensando che fra il mio amico e me fosse sorto uno di quei piccoli dissidi che sono tanto frequenti fra i giovani della nostra età. Egli aspirò una presa di tabacco, ed esclamò:
- Oh, oh, pungi come una vespa, mio caro Enrico!... E voi due non potete far altro che tenervi la stoccata!
Mio Dio, che triste vittoria!...
Quando ci alzammo da tavola, io mi guardai in uno specchio, nell'attraversare la sala, e constatai che non ero affatto bello. Il mio viso era smunto; intorno ai miei occhi si vedevano due cerchi lividi. Ma non mi importava, ormai, di non essere seducente!...
Andai in cerca della piccola Eva. Le mie sorelline avevano mangiato, come sempre, prima di noi. Stavano trastullandosi in giardino. Eva si dondolava sull'altalena. Appena mi vide, batté le mani e mi sorrise. Io la presi in braccio, la portai fino in fondo ad un viale, e cominciai ad interrogarla:
- Che hai fatto stamane?
La bimba, che soleva chiamare « mio marito » l'amico Selim, mi rispose prontamente:
- Sono andata a spasso con mio marito e con Hania.
- Sei stata buona?
- Certamente!
- Sai che le bambine buone devono stare attente a ciò che dicono i grandi, e ricordar¬sene bene, per istruirsi... Dunque, ripetimi che cosa hanno detto Hania e Selim.
- Non lo so... Non me ne ricordo…
- Rifletti... Non ti ricordi di nulla?
- No... No...
- Non sei una brava bambina! Devi cer¬care di ricordarti di ciò che hai udito! Se no, non ti vorrò più bene!...
Ella mi guardò timidamente, e, con gli occhi già pieni di lacrime, rifletté per un momento e poi disse ancora:
- Non so... Non mi ricordo!
Che cosa volevo ottenere da quella povera piccina? Sentii quanto fosse stupido e odioso quel mio tentativo, col quale volevo farle com¬mettere un'azione biasimevole. Ella era molto amata da tutti noi e viziata da tutti, specialmente da me. Rinunciai ad insistere. La ba¬ciai, la accarezzai, la ricondussi alla sua alta¬lena, e poi ritornai in casa e mi ritirai, solo, nella mia camera.
Non sapevo ancora nulla di positivo, ma ero segretamente convinto che Hania e Selim aves¬sero avuto un colloquio decisivo.
Quella sera stessa, Selim mi disse:
- Staremo dieci giorni senza vederci. Me ne vado.
- Dove? - gli domandai con indifferenza.
- Dal mio nonno di Sciumni. Mi ci manda mio padre.
Guardai furtivamente Hania, e notai che ella rimaneva impassibile a quella notizia. Probabilmente la sapeva già, fin dal mattino. Ella sorrise a Selim e gli domandò con civetteria:
- Siete molto contento di andarvene, non è vero?
Allora Selim rispose bruscamente:
- Sì, sono contento come un cane che sia messo alla catena!
Egli si accorse che la signora d'Ives aggrottava le sopracciglia... Si affrettò, quindi, a moderare l'impertinenza della sua risposta.
- Scusatemi... Volevo dire che, per quanto io voglia bene al mio nonno, preferirei starmene qui... a godermi la compagnia... della signora d'Ives!
E, pronunciando quest'ultima frase, egli lanciò alla governante uno sguardo pieno di ardente passione, con una comicità talmente irresistibile da strappare una gran risata a tutti i presenti, non esclusa la vittima dello scherzo. L'affetto che la signora d'Ives nutriva per Selim era infatti più forte della sua suscettibilità di vecchia aristocratica. Ella lo prese per un orecchio, e gli disse bonariamente:
- Non dimenticate, giovanotto, che potrei esservi mamma!
Allora Selim le baciò le mani, e l'incidente finì così. Io pensavo:
« Com'è diverso da me, Selim! Ah, se Ha¬nia mi amasse, a quali dolci fantasticherie mi abbandonerei, al suo fianco, e come mi aster¬rei dallo scherzare!... Selim è allegro, ride, fa e dice mille sciocchezze, come se nulla fosse avvenuto! »
Dopo aver salutati gli altri, egli si rivolse a me, e mi disse:
- Se tu volessi farmi un gran piacere, verresti con me!
- Non ne ho voglia, affatto!
Questa risposta sgarbata lo colpì.
- È piuttosto strano, il tuo contegno verso di me, da qualche giorno! Mi sembri molto cambiato. Ma...
- Sentiamo! Continua...
- Ma ad un innamorato si perdona qualunque cosa...
- Purché non ci attraversi la strada! – ¬dissi io, prontamente.
Nel dire queste parole avevo preso, senza volerlo, un atteggiamento da Statua del Commendatore. Selim mi guardò fissamente, cercando di penetrare fino in fondo alla mia anima.
- Che cosa intendi dire?
- Intendo dire anzitutto che non voglio accompagnarti; e poi, che non tutto si può perdonare...
Selim avrebbe cercato ad ogni costo di farmi parlare più chiaramente, se non fossero stati presenti i domestici. Ma io ero fermamente deciso a non dir nulla di più, finché non fossi riuscito a formarmi una certezza assoluta. Notai, frattanto, che Selim si era turbato, e che Hania, dal canto suo, non era più tanto indifferente...
Selim cercò di ritardare la sua partenza quanto più poté. Infine, approfittò di un momento propizio, per dirmi sottovoce:
- Prendi un cavallo, e accompagnami almeno per un tratto di strada. Devo parlarti.
Ma io gli risposi a voce alta:
- Sarà per un'altra volta. Oggi sto poco bene...
IX
Selim si recò realmente dal suo nonno, presso il quale rimase per una diecina di giorni. Per noi, il tempo trascorse triste, a Litvinov. Hania, divenuta singolarmente timida nei suoi rapporti con me, mi evitava. Dal canto mio, non avevo molta voglia di parlarle; l'orgoglio si manifestava superiore, in me, ad ogni altro sentimento. Mi domandavo, tuttavia, perché Hania evitasse con tanta cura di rimaner sola con me.
Ella si rodeva, visibilmente, e si annoiava. Era diventata pallida e molto magra. Io capivo che soffriva segretamente, me ne accorgevo nel constatare quegli indizi, e ne fremevo. Sentivo che quel suo soffrire non derivava certo da un capriccio puerile ed effimero, ma da un amore vero e appassionato...
Frattanto, conducevo un'esistenza da selvaggio. Mio padre, il prete Ludvig e la governante avevano cercato invano di scoprire che cosa avvenisse in me. Eludevo le loro domande, affermavo che non avevo assolutamente nulla, e la loro buona volontà mi perseguitava inutilmente. Correvo, a cavallo, attraverso le campagne, per giornate intere, o stavo in barca sullo stagno, in mezzo alle canne. Talvolta accendevo un fuoco in qualche radura della foresta, e là passavo la notte, col mio cane al fianco e col fucile a portata di mano. Altre volte andavo a prendere delle lezioni di stregoneria dal nostro pastore, specie di misan¬tropo che si diceva fosse capace di fare dei veleni con certe piante che andava cercando nei campi.
Ma il tempo mi pareva lungo, e, cosa strana, desideravo con impazienza che Selim ritornasse.
Un giorno pensai di andare a far visita a suo padre, a Khojeli. Il vecchio Mirza si commosse perché « mi ero disturbato soltanto per lui », e mi fece un'accoglienza veramente paterna. Ma in realtà ero andato in quella casa soprattutto per osservare attentamente il ritratto del terribile colonnello di cavalleria del tempo di Sobieski. Guardai dunque ancora una volta quel ritratto dagli occhi sinistri che sembravano seguire con insistenza chi li guardasse; ma allora la mia mente rievocò i miei antenati dai visi severi e dalle grevi armature, le cui immagini erano riunite in una sala della mia casa...
Tutte quelle impressioni finirono col pro¬durre in me una strana esaltazione, mentre invece avrei dovuto calmarmi per l'influenza continua e tanto vicina della natura, nella so¬litudine e nel silenzio in cui vivevo. Ma il mio veleno era dentro di me, e tutto ciò che avreb¬be dovuto guarirmi serviva soltanto ad irritare il mio male, specialmente per effetto delle mie incessanti fantasticherie. Sdraiato nella barca, fra le canne, o in qualche cantuccio oscuro della foresta, mi vedevo ad un tratto ai piedi di Hania, nella sua camera, e mi pareva di baciarle con passione le mani, l'orlo della veste, e di chiamarla coi nomi più dolci... Allora mi sentivo sulla fronte la mano di lei, e udivo una soavissima voce, che mi diceva:
- Non devi più soffrire... Tutto questo non è stato che un sogno, e devi scordartene. Io ti amo, Enrico!
Purtroppo il risveglio non tardava a far ri¬sorgere la triste realtà... Allora, l'avvenire si presentava alla mia mente come un abisso di desolazione: - un avvenire senza Hania, ter¬ribilmente vuoto e triste. E la mia misantropia andava crescendo. Non avrei voluto veder nes¬suno, nemmeno mio padre, il prete, la gover¬nante... Kiaz mi era divenuto insopportabile, per la sua petulanza ancora quasi infantile, con la sua curiosità, con le sue continue risate sonore... Intanto, tutti cercavano di vincere la mia tristezza, di procurarmi delle distra¬zioni, e, quando non ero presente, deplora¬vano quel mio accasciamento che per loro non era spiegabile.
Hania attribuiva forse il mio stato d'animo ai sentimenti che supponeva io nutrissi per Lola Uscizka; ma non avrei affermato con certezza che ella non indovinasse esattamente ciò che avveniva in me. Dal canto suo, mi offriva tutte le consolazioni che poteva darmi, mentre però la freddezza che manifestavo per lei le impediva di mostrarmisi premurosa e affettuosa come forse avrebbe voluto.
Perfino mio padre lasciava da parte la sua severità abituale, per cercare di rendermi gaio, di suscitare in me un po' d'interesse per qualche cosa, o per tentare di comprendere quale potesse essere il mio segreto. Mi accorgevo spesso che egli si sforzava di trovare argomenti di conversazione tali da farmi uscire dalla mia malinconica apatia. Così, un giorno, dopo pranzo, mi condusse nel cortile, e, guardandomi negli occhi, mi disse:
- Ho pensato parecchie volte di domandarti una cosa, e me ne sono sempre astenuto, non so bene perché... Ecco di che si tratta: non ti pare che il tuo amico Selim stia un po' troppo con Hania?
Se fossi stato in un'altra condizione di spirito, forse mi sarei turbato e avrei risposto in modo tale da lasciare indovinare la verità. Ma la mia volontà di non tradirmi mi permise di rimanere impassibile e di rispondere con per¬fetta calma:
- Credo di poter affermare che non c'è nulla da temere, da parte di Selim.
Mi premeva soprattutto che mio padre non si immischiasse affatto in quella faccenda. Essa riguardava me solo, e volevo rimaner padrone di agire a modo mio.
- Rispondi del tuo amico, dunque?
- Sì, ne rispondo. Selim è innamorato di una ragazza di Varsavia.
- Non dimenticare che Hania è tua pupilla e che hai il dovere di vigilare su di lei...
Capii perfettamente che mio padre voleva soltanto eccitare il mio amor proprio e far mutare il corso dei miei pensieri, in modo tale che avessero ad uscire finalmente dal cerchio infernale entro il quale si agitavano senza posa, facendomi soffrire. Ma egli ottenne da me una risposta che dovette togliergli ogni illusione:
- Oh, io non sono un tutore sul serio!... Il vecchio Nicolai affidò a me la piccina soltanto perché tu eri assente. Nessuno pensa che io possa essere per davvero il tutore di Hania!
Mio padre sentì di non aver colpito nel segno, e gli si corrugò la fronte. Adottò allora un altro metodo, ed io vidi errare un sorriso sotto i suoi baffi bianchi. Ammiccando, mi pre¬se per un orecchio, e mi disse in tono scherzoso e cordiale:
- Non potrebbe darsi che Hania avesse fatto girare un po' la testa proprio a te, invece che a Selim?... Su, giovanotto! Rispondimi sinceramente!
- Io, innamorato di Hania? Oh, no!... Affatto!... Non potrebbe essere una cosa seria!
Appunto perché mentivo con la massima sfrontatezza, fui subito creduto.
- Dunque, sei davvero innamorato di Lola Uscizka! - disse mio padre.
- Di una civetta simile?...
Mio padre andò in collera.
- Ma allora, che hai? Che cosa vuoi? Non provi niente per nessuno... Sembri una recluta nei primi giorni di caserma!
- Ti assicuro che non ho nulla... che desidero assolutamente nulla!
Tutti i tentativi che mio padre, il prete Ludvig ed anche la signora d'Ives vollero fare an¬cora, nel mio interesse, servirono soltanto a tormentarmi e ad esasperarmi sempre più. Diventai talmente irritabile da non poter sop¬portare alcun rapporto coi miei. Il prete Lud¬vig giudicò che i miei modi di allora fossero le prime manifestazioni di un carattere dispotico.
- È un vero galletto! Ne riconosco la raz¬za! - diceva quel buon uomo a mio padre, sorridendo.
Cominciarono, fra mio padre e me, delle discussioni talvolta violente. Un giorno ci bi¬sticciammo sul tema della nobiltà e della de¬mocrazia. Io trascesi fino a proclamare che de¬ploravo di appartenere alla casta nobile. Mio padre allora mi intimò di uscire dalla sala; le donne si misero a piangere, e per quel giorno e nel giorno seguente regnò nella casa un malumore generale.
Veramente, la questione dell'aristocrazia e della democrazia non mi interessava affatto. Ero semplicemente un giovane che amava e ne soffriva. Tutte le tesi sociali erano in realtà molto lontane dalla mia mente. Potevano costituire, tutt'al più, una specie di diversivo alla viva esasperazione, al mio disgusto dell'umanità. Scene analoghe si svolsero fra me ed il prete Ludvig, per delle discussioni su argomenti religiosi. Giungevamo quasi ad insultarci, e alla fine ci voltavamo le spalle, furibondi. La mia vita era tutta avvelenata da quelle dispute, le cui conseguenze rattristavano anche tutte le altre persone che mi erano care. Finalmente, l'annuncio del ritorno di Selim, dopo quel periodo di assenza, recò sollievo a tutti.
Ero fuori di casa per una passeggiata a cavallo, quando il mio amico ritornò da noi, e rincasai soltanto verso sera. Il palafreniere al quale consegnai il cavano si affrettò a dirmi:
- È venuto il signorino di Khojeli...
Poi mi si avvicinò Kiaz, che mi diede la stessa notizia. Lo interruppi bruscamente:
- Lo so. Dov'è, Selim?
- Dev'essere con Hania, in giardino. Corro ad avvertirli che sei ritornato.
Andammo in giardino. Kiaz mi precedette correndo. Lo vidi ricomparire poco dopo, in fondo al viale. Mi faceva dei grandi gesti, e si tratteneva a stento dal ridere a crepapelle. Quando mi fu vicino, esclamò sottovoce:
- Ah, Enrico!... Ah! Ah! Ah!... Se tu ve¬dessi!...
- Che c'è? Che hai? - dissi irritato, ag¬grottando le sopracciglia.
- Zitto!... Piano!... Ah, ah!. .. Selim è in ginocchio davanti ad Hania!... Laggiù... nel capanno di luppolo!... Vieni a vedere!
Io gli strinsi un braccio tanto forte da fargli male.
- Fermo!... Rimani qui!... Nessuno deve saper nulla di ciò che hai visto!... Capisci? Andrò a vedere da solo. Taci, tu, o se no... guai a te!
Kiaz mi vide pallidissimo e fremente. Cessò di ridere e si fermò dov'era, spaventato, a boc¬ca aperta... Io mi precipitai, come impazzito, verso il capanno. Silenzioso e rapido come un rettile, mi insinuai tra i cespugli che circonda¬vano il capanno, finché giunsi ad una barriera di assi incrociate, attraverso la quale potevo vedere e udire perfettamente, senza esser vi¬sto. In quel momento, non mi vergognavo af¬fatto di quel mio umiliante spionaggio... Guar¬dai ed ascoltai.
- Viene qualcuno! - mormorò Hania, con angoscia.
- No... Quello che senti è un frusciare di foglie mosse dal vento - disse Selim.
Io li guardavo, stando nascosto. Erano seduti, ora, uno a fianco dell'altro, su di una panchina. Hania, molto pallida, con gli occhi chiusi, aveva reclinato il capo sulla spalla di Selim, che le cingeva la vita con un braccio e la stringeva a sé amorosamente e diceva:
- Oh, Hania! Come ti amo!... Come ti amo!...
Egli volle baciarla sulle labbra. Lei cercò di sfuggire al bacio, piegandosi indietro, ma le labbra di Selim raggiunsero le sue... Si ba¬ciarono lungamente, lungamente, per uno spa¬zio di tempo che mi parve un secolo!... Per esprimersi a parole, avrebbero dovuto libe¬rarsi da un pudore che si rifugiava nel silenzio di quel bacio... Tutto taceva, intorno a loro, ed io potevo udire l'ansare dei loro petti pal¬pitanti di passione.
Le mie mani si contrassero sulla barriera di tavole, e per poco non cedetti alla tentazione di scuotere brutalmente quel fragile riparo, di atterrarlo con una spinta violenta... Avevo una nebbia davanti agli occhi; mi pareva che tutte le cose girassero intorno a me, turbino¬samente, e che il suolo cedesse sotto ai miei piedi... Ma dovevo vedere, dovevo sapere tutto... tutto!... Mi imposi uno sforzo supremo per riavermi, per dominarmi, e rimasi immo¬bile, ancora in ascolto.
Prima, un lungo silenzio; poi Hania parlò:
- Ora basta!... Tremo tutta... Non oso più guardarvi negli occhi!... Andiamo via!
Ella tentò di svincolarsi dalle braccia di Selim, alzò il capo e tese ancora l'orecchio... Selim, trattenendola, esclamava:
- Come mi sento felice, Hania! Ti amo!...
- Andiamo!... Viene qualcuno, certamente!
Selim si alzò, con gli occhi lampeggianti, le narici dilatate.
- Non importa! Venga chiunque!... Si sappia pure che ti amo! Lo sappiano tutti! È quel che voglio!... Ho sofferto, ho lottato a lungo... Credevo che tu ed Enrico vi amaste. Ora che so che questo amore non esiste, ciò che gli estranei possono pensare o supporre non mi interessa!... Tu mi ami; soltanto questo ha importanza, per me... E voglio che tu sia felice... Oh, Hania!
Udii il rumore di un altro bacio, e poi la voce di Hania, che diceva:
- Vi credo, signor Selim... Ho fiducia in voi. Ma dovete ancora sapere molte cose... Ieri, il padre del signor Enrico e la signora d'Ives parlarono lungamente fra loro. La governante è convinta che il signor Enrico mi ama, e che per questo è tanto mutato. Anch'io, d'altronde, in certi momenti, penso che sia così... In altri momenti, invece, non so più che cosa pensare, non capisco più nulla! Il signor Enrico mi fa paura... Ho il presenti¬mento che egli ci sarà decisamente contrario e ci obbligherà a separarci!... Se sapeste come mi affligge, questo pensiero.... È perché...
E la sua voce diventò lieve come un soffio nel finire la frase:
- …È perché vi amo... vi amo tanto!
Selim parlò a sua volta:
- Nessuna forza umana potrà separarci, Hania!... Se Enrico mi proibirà di venire qui troverò modo di farti ricevere delle lettere... Ho un uomo di cui posso fidarmi. E poi, verrò di nascosto sullo stagno, come sai... Tu cercherai di scendere in giardino ogni sera, immancabilmente, al tramonto... Soprattutto, non vorrai andartene di qui... Se tentassero di mandarti altrove per forza, ti giuro che non lo permetterei!... Oh, ti supplico!... Non parlarmi più come poco fa, Hania cara!... Non so che cosa sarei capace di fare!...
E le riprese le mani, e gliele baciò ancora con ardente passione.
Hania sussultò, ad un tratto, più inquieta che mai...
- Ho udito delle voci che si avvicinano! Ne sono certa!
Si ingannava. Tuttavia, uscì con Selim dal capanno... Ed io li vidi nella luce del tramon¬to, che mi sembrò di un rosso di sangue! Ritor¬nai verso la casa; ritrovai Kiaz dove lo avevo lasciato. Egli mi disse sottovoce:
- Li ho visti allontanarsi. Che cosa devo fare? Dimmelo. Ti obbedirò.
- Ammazzarli a fucilate! – dissi io, a denti stretti.
- Oh!... - fece Kiaz, sconcertato.
- Basta... Non diciamo sciocchezze! Non occuparti di nulla, Kiaz... E soprattutto, non parlare a nessuno di ciò che hai visto!... Pro¬mettimi di non dir nulla!... Se avrò bisogno di te, ti avvertirò. Ma, silenzio in presenza degli altri!
Camminammo per qualche minuto senza dire altro. Kiaz capiva che avvenivano delle cose straordinarie, e tutto ciò che poteva sembrare romanzesco gli piaceva molto. Guardan¬domi fissamente, mi disse:
- Enrico, senti...
- Dimmi...
Parlavamo piano, quantunque nessuno po¬tesse udirci...
- Ti proponi di batterti con lui?...
- Non so ancora... forse...
Egli si fermò e si strinse a me... Riprese:
- Ascoltami, caro... Se un duello ti sembrerà inevitabile, mi permetterai di battermi per te! Me lo devi promettere!
Kiaz aveva un gran desiderio di imprese cavalleresche... Realmente si sarebbe esposto, per me, a qualunque pericolo. Dopo averlo abbracciato, gli risposi:
- Ti assicuro, Kiaz, che non ho ancora deciso nulla. D'altronde, è certo che Selim vorrebbe avere a che fare con me solo... Non so dirti che cosa succederà... Intanto, fammi preparare un cavallo. Raggiungerò Selim sulla strada di Khojeli, e gli parlerò... Ricordati che nessuno deve sapere ciò che sai tu... Va' subito per il cavallo.
- Prenderai un fucile, certamente...
- Oh, via!... È forse armato, Selim?... Voglio soltanto parlargli. Sta' tranquillo...
Kiaz si diresse verso la scuderia, ed io rientrai in casa senza affrettarmi. In realtà, ero affranto, e non sapevo che cosa dovessi decidere. Provavo soltanto un gran bisogno di gridare e di piangere...
Non dubitavo più. Avevo realmente perso Hania, per sempre. Mi ero illuso di potermi tranquillizzare, col procurarmi una certezza definitiva, ed ora la mia anima era agitata da una collera che mi faceva soffrire più dell’inquietudine dei giorni precedenti.
Ero pieno d'amarezza, di furore; mi pareva d'impazzire. Fino a quel giorno avevo ancora pensato spesso di immolarmi... « Sarà per la felicità di Hania - pensavo - poiché mi pro¬misi di far di tutto per procurargliela! » Ma questo sentimento non parlava più in me. Ora mi sentivo tutto preso da un desiderio di ven¬detta, che nasceva dal sordo sdegno provocato in me dal fatto di vedermi carpita la felicità.
Ora provavo per Hania e per Selim un odio profondo. Ero pronto a dar la vita e tutto ciò che possedevo, per impedire che fossero felici. Sì, questo, soprattutto questo, volevo otte¬nere... Mi aggrappavo, ora, a questa risoluzione, come un condannato che si aggrappasse alla forca... Mi pareva che la luce ritornasse nella mia mente; avevo trovato una soluzione, e ne provavo un gran sollievo, che mi dava una tranquillità insperata.
Cominciò nel mio cervello un complicato lavorio di preparazione del male che volevo fare a chi mi dava un sì grande dolore. In¬tanto, ero perfettamente padrone di me stesso, e dovetti sembrare calmissimo quando rientrai in casa. Il prete Ludvig e la signora d'Ives erano nel salotto, con Hania e Selim. Poco dopo, entrò anche Kiaz, che si sedette accanto ai due innamorati, per sorvegliarli ancora.
- È pronto, il cavallo? - gli domandai.
- Sì.
- Ah, mi accompagnerai? - disse Selim.
- Mi propongo di andare ad assistere alla mietitura - risposi, fingendo una tranquilla indifferenza. - Lasciami il tuo posto, Kiaz.
Kiaz si alzò, ed io presi il suo posto sul di¬vano, accanto a Selim e ad Hania.
Allora pensai al giorno della morte del vec¬chio Nicolai, nel quale Selim, su quello stesso divano, aveva cominciato a narrare ad Hania e a me la favola della strega Lala e del sultano Garun. Hania era ancora una bambina e si abbandonava dolcemente al sonno, con la testina bionda posata sul mio petto... Oggi invece quella stessa Hania, cresciuta, approfittava della semioscurità della sala per stringere ca¬rezzevolmente la mano di Selim, senza farsi vedere da me! Che dolce amicizia ci aveva uniti tutti e tre, nel passato! Ed ora, l'amore e l'ira erano fra noi!...
Le nostre intime lotte rimanevano occulte. Selim ed Hania si sorridevano, ed io fingevo di essere animato da una gioia insolita, in¬comprensibile per tutti.
Poi Selim si alzò, andò a sedersi al pianoforte e si mise a suonare un notturno di Chopin. Io restai solo con Hania sul divano.
Hania guardava fissamente Selim; lo ammirava con adorazione, come un'immagine sacra. Fantasticava, intanto, ed io volli farla ritornare alla realtà. Le dissi:
- Ha molto talento, Selim, non è vero? Suona e canta da vero artista!
- Ah, sì!
- E poi, è un bellissimo ragazzo. Guardalo...
Ella mi ascoltava. Di Selim, si vedeva soltanto la testa, nella luce crepuscolare, e quella tenue chiarità ne idealizzava i lineamenti regolari e delicati. Egli era veramente assai bello, così, mentre teneva alzati gli occhi verso il cielo, in una atteggiamento da artista ispi¬rato.
- Guardalo, Hania... Non è degno d'am¬mirazione?
- Gli volete molto bene?
- Questo non ha importanza, per lui... Gli importa di piacere alle donne, e vi riesce perfettamente. Se tu sapessi quanto lo ama quella Giosia!...
Il volto di Hania assunse un'espressione di viva inquietudine. Ella domandò:
- E lui, la ama?
- Oh, lui... oggi è innamorato di questa, domani di quella, posdomani di un'altra! È molto volubile – dissi io.
Poi soggiunsi, con acredine:
- Ti consiglierei, anzi, di non credergli, se un giorno ti affermasse che ti ama... Non si curerebbe del tuo cuore; tenderebbe sol¬tanto ad avere i tuoi baci. Mi capisci?
- Oh, signor Enrico!
- Proprio così!... Ma non parlo precisamente di te... Tu sei una brava ragazza. Certo non ti permetteresti mai di baciare un estra¬neo! La mia supposizione è stata offensiva... Non è vero?... Vuoi che io ti domandi per¬dono?
Hania si alzò per allontanarsi. La afferrai per un braccio e la obbligai a sedersi di nuovo. Una collera sorda muggiva dentro di me. Sentivo che, per quanto mi sforzassi di rimanere cal¬mo, stavo per perdere il controllo su me stesso. E ripresi, quasi con violenza:
- Rispondimi, Hania!... Dimmi qualche cosa, se non vuoi che io...
- Signor Enrico!... Che cosa devo dirvi?... Che avete? Perché mi trattate così?...
- Perché? - mormorai. - Perché vedo che non ti vergogni!... Ecco!
Ella si lasciò cadere inerte sul divano. Le serrai con forza crescente l'esile mano, come se volessi stritolargliela... Lei mi guardava smarrita. Ripresi:
- Sappi, Hania, che ti amavo più di ogni cosa al mondo!... Avrei dato la vita per te!...
- Signor Enrico!...
Soggiunsi a denti stretti:
- E so tutto, Hania!... Vi ho visti, nel capanno... Ho udito tutto! Non avrei mai immaginato che tu fossi capace di tanto!...
- Mio Dio! Mio Dio!
- Non lo avrei mai immaginato!... Non avrei nemmeno osato inginocchiarmi davanti a te, per baciarti un lembo della tua veste!... E da lui, ti sei lasciata baciare sulla bocca! E a lui, hai dato con passione i tuoi baci!... Ah, ti odio e ti disprezzo!
Mi si serrava la gola. Per un momento, non riuscii ad articolare altre parole... Poi sog¬giunsi, ancora sommessamente ma con forza:
- Come hai detto tu stessa, farò tutto il possibile per separarvi!... Anche a costo di uccidervi, e di sopprimermi poi... Poco fa, ti mentivo; so perfettamente che egli ti ama e che non ti preferirebbe nessun altra ragazza... Ma vi separerò! Non vi vedrete più!
- Di che cosa parlate, laggiù, con tanta energia? - domandò ad un tratto la signora d'Ives, che ci osservava dall'altra estremità della sala.
- Stiamo discutendo su questo: se è più bello il capanno di rose, o quello di luppolo...
Selim smise di suonare, e, dopo averci lanciata un'occhiata penetrante, opinò con la massima freddezza:
- A parer mio, il capanno di luppolo è quel che c'è di più bello nel vostro giardino e in tutti gli altri!
- Hai torto – dissi io. - E Hania non condivide affatto la tua opinione.
- È possibile, signorina? - domandò Selim, fissando Hania.
- È vero... - rispose lei, con voce tre¬mante.
Ma io non ne potevo più. Mi si oscurava la vista; mi ronzavano le orecchie. Mi alzai di scatto, corsi nella sala da pranzo, e, presa una caraffa, me ne versai sulla testa tutto il conte¬nuto. Poi, senza sapere che cosa facessi, get¬tai violentemente a terra la caraffa, che si frantumò, ed infine attraversai precipitosamente il vestibolo ed uscii.
I cavalli erano pronti davanti alla scalinata; il mio accanto a quello di Selim. Avevo ancora i capelli e il viso grondanti d'acqua. Rientrai, salii fino alla mia camera per asciugarmi. Poi ritornai nel salotto.
Il prete Ludvig e Selim vi erano rimasti soli. Erano visibilmente agitati. Domandai:
- Che è successo?
- Hania ha avuto una crisi di nervi.
- Come?... Come?... - esclamai, afferrando per un braccio il prete Ludvig e stringendoglielo forte.
- Quando sei uscito, si è messa a piangere dirottamente, ad un tratto, contorcendosi sul divano; poi, è svenuta. La signora d'Ives l'ha fatta trasportare nella sua camera.
Senza dir nulla, corsi alla camera della signora d'Ives, e ne spalancai la porta. Hania si riaveva già. Era pallidissima; aveva il viso bagnato di lacrime. Al vederla così, mi buttai in ginocchio davanti al letto su cui la avevano deposta, e, senza curarmi della presenza della governante, gridai come un forsennato:
- Hania cara! Amore mio!... Hania!... Che hai?
- Non è nulla... - disse lei, con un vago sorriso. - Mi passa... Davvero, non ho più nulla!...
Rimasi con lei per un quarto d'ora, accarezzandola paternamente senza dir nulla, e poi ritornai nel salotto, dopo averle baciate le mani.
Come avevo mentito, dicendo di odiarla! L'amavo, l'amavo immensamente, più che mai...
Rividi Selim. Oh, lui, sì, sentivo di odiarlo, con tutta l'anima!... Avrei voluto scagliarmi contro di lui, afferrarlo per il collo, annientarlo!
Egli mi venne incontro, col prete Ludvig.
- Ebbene?
- Si è calmata. Non ha più nulla - risposi.
Poi condussi Selim in disparte, e gli dissi piano:
- Ora, vattene... Domani ci incontreremo al margine della foresta, dove le nostre terre confinano con le tue. Dovremo parlarci. Tu non verrai più qui. Mai più. Tutto è finito, fra noi!
Selim arrossì, si turbò.
- Che vuol dire, questo?... Non capisco.
- Domani saprai, capirai tutto. Ora non posso dirti nulla. Non posso, capisci? A domani, alle sei.
E ritornai verso la camera in cui era Hania.
Selim rimase per alcuni minuti sulla soglia del salotto, resistendo a stento alla tentazione di corrermi dietro. Poi si decise ad uscire, a montare a cavallo e ad andarsene.
Io stetti per quasi un'ora nella stanza attigua a quella della signora d'Ives, senza potermi avvicinare ad Hania che dormiva, esausta.
Rimasi solo fino all'ora del tè. Mio padre si era ritirato nella sua camera, per tenervi consiglio col prete Ludvig e con la governante. Quando fummo di nuovo riuniti per prendere il tè, notai che le tre persone anziane della fa¬miglia erano visibilmente preoccupate ed inquiete. Che cosa avevano indovinato? Certo, gli strani rapporti fra Hania, Selim e me do¬vevano costituire per loro degli indizi abba¬stanza significanti... Mio padre mi disse:
- È arrivata una lettera di tua madre.
- Come sta?
- Sta bene, ma è piuttosto inquieta per quel che avviene qui. Ha intenzione di ritor¬nare presto. Ma io insisterò perché non ab¬brevi il suo soggiorno all’estero, che dovrebbe durare ancora due mesi almeno.
- E quali sono le ragioni della sua inquie¬tudine?
- Commisi l'imprudenza di scriverle che un'epidemia di vaiolo infierisce nella nostra regione.
Di questa epidemia, io non sapevo assolu¬tamente nulla. Forse me ne avevano parlato, ma, assorto in altri pensieri, non ero stato colpito da una notizia simile.
- Ma tu andrai a trovare la mamma, non è vero?
- Non ho ancora deciso nulla... Ne riparleremo.
- La signora è assente da quasi un anno! - disse il prete con tristezza.
- La sua salute anzitutto! - disse mio pa¬dre. - Nell'inverno prossimo potrà essere qui con noi. Scrive che sta già molto meglio. Si capisce che è ansiosa di rivederci.
Poi mio padre si rivolse di nuovo a me solo.
- Fra poco, verrai nella mia camera. Ti devo parlare.
- Va bene, papà.
Andammo tutti insieme a domandar notizie di Hania. Ella si era riavuta completamente e parlava già di alzarsi. Mio padre non glielo permise.
Poco dopo, udimmo il rumore di una car¬rozza che si fermava davanti alla casa. Veniva da noi il dottor Stanislao, che per tutto il po¬meriggio era stato in giro a visitare i contadini ammalati. Dopo aver visitata Hania, ci assi¬curò ch'ella non stava affatto male, ma che aveva un gran bisogno di riposo e di svago.
- Deve interrompere assolutamente ogni studio - soggiunse.
Mio padre lo interrogò anche sull'epidemia di vaiolo, domandandogli se non fosse il caso di allontanare i ragazzi, finché fosse cessato ogni pericolo. Ma il medico lo tranquillizzò, affermandogli che il pericolo era minimo. Poi pregò che gli si permettesse di dormire in casa nostra, perché era stanchissimo. Io lo accom-pagnai alla camera che gli fu assegnata.
Stavo anch'io per coricarmi, estenuato dalle emozioni diverse che avevo subìte nella gior¬nata, quando Francis venne a bussare alla mia porta e mi disse:
- Signor Enrico, vostro padre vi prega di andare da lui.
Mi rassegnai. Mio padre era seduto alla sua scrivania. Il prete Ludvig e la signora d'Ives erano presenti. Una vaga inquietudine acce¬lerò i battiti del mio cuore. Mi sentii molto simile ad un colpevole davanti ai giudici. Mi aspettavo di essere interrogato immediatamen¬te su Hania. Ma mio padre parlò anzitutto delle mie sorelline, dicendo che per tranquillizzare la mamma le avrebbe mandate dal nonno Kopciani, con la governante. Quindi, Hania sarebbe rimasta unica donna fra gli uo¬mini della famiglia. Ma mio padre non voleva che così fosse. Soggiunse che in casa avveni¬vano dei fatti dei quali non voleva domandar conto a me, ma che certo non poteva appro¬vare. Perciò, Hania doveva partire.
A queste parole, il prete Ludvig, la governante ed anche mio padre mi guardarono con attenzione, e rimasero stupiti al vedere che non mi turbavo affatto e all'udire che appro¬vavo quella decisione, giudicandola molto op¬portuna.
Per me, infatti, la partenza di Hania significava la rottura fra lei e Selim. Inoltre, una speranza mi si insinuava subitamente nell'anima. Chi avrebbe potuto accompagnare Hania all'estero, se non io? Mio padre non poteva assentarsi prima della fine della mietitura; il prete Ludvig non si era mai allontanato dal paese; dunque, io ero l'unico accompagnatore possibile...
Ma la mia speranza crollò in un attimo. Mio padre, infatti, mi disse che la signora Uscizka si accingeva a partire per recarsi al mare e che aveva già accettato di prendere con sé Hania...
Questa notizia mi addolorò profondamente. Ma mi premeva che Hania si allontanasse da Litvinov, fosse anche senza di me. E poi, avrei provato una grande soddisfazione, il giorno successivo, nell'annunciare a Selim la decisione di mio padre.
X
Fui puntuale al convegno. Selim mi aspet¬tava. Giurai a me stesso, solennemente, di conservare la massima calma sino alla fine del colloquio che stavo per avere con lui. Egli cominciò:
- Cosa hai da dirmi, Enrico?
- Devo dirti che so tutto. Tu ami Hania, e lei ti ama. Hai agito molto male; sei stato sleale e falso!. .. Questa è la mia opinione.
Lo vidi impallidire e fremere. Mi si avvicinò talmente che i nostri cavalli si urtarono quasi.
- Spiegati! Spiegati! - mi disse affannosamente.
- Anzitutto, siccome tu sei musulmano ed Hania è cristiana, non c'è possibilità di matrimonio, fra voi due... E tu lo sai!
- Mi convertirò.
- Tuo padre si opporrà.
- No; acconsentirà. Del resto, anche se...
- Ci sono anche altri ostacoli. Anche se tu cambiassi religione, la mano di Hania non ti sarebbe mai accordata né da mio padre, né da me! Capisci? Mai!...
Mirza si piegò verso di me, e disse con energia, scandendo le parole:
- Io non ho alcun bisogno del vostro consenso, e mi guarderò bene dall'aspettarlo!... Capisci? Non so che farne!
Non mi turbai. Stavo per dargli una notizia che certamente lo avrebbe sconcertato. E ripresi freddamente, con lentezza:
- Ti affermo che non avrai Hania, e ag¬giungo che non potrai più vederla! Cercherai di scriverle, lo so. Ma ti avverto che verrà eser¬citata la sorveglianza necessaria. Il tuo invia¬to, se si lascerà prendere, sarà frustato senza pietà. E tu, non metterai più piede in casa nostra! Te lo proibisco in modo assoluto.
- Vedremo! Vedremo! - esclamò Selim rabbiosamente. - Ora lasciami parlare!... Tu hai agito molto peggio di me. Adesso capisco tutto ciò che è avvenuto. Quando ti domandai se amavi Hania, mi rispondesti negativamente. Allora, avresti potuto allontanarmi semplice¬mente col dirmi la verità. Non volesti, perché eri troppo orgoglioso!... Chi è, dunque, il vero colpevole? Tu hai tenuto nascosto il tuo amo¬re, ed io l'ho affermato apertamente, candi¬damente... Tu hai fatto di tutto per tormen¬tare Hania, per farla soffrire, ed io ho cer¬cato e cerco soltanto di renderla felice! Ti ripeto che sei molto più colpevole di me! Ti giuro che se tu fossi stato sincero, quando ti interrogai, mi sarei ritirato. Ora che Hania mi ama, è troppo tardi!... Ed ascoltami attenta¬mente. Tutte le proibizioni tue e di tuo padre non potranno servire a farmi rinunciare ad Hania. Il mio amore per lei non potrà che au¬mentare, e la cercherò, la troverò, la raggiun¬gerò dovunque possiate mandarla!... Agisco ed agirò francamente e onestamente. Amo Hania più di me stesso; tutta la mia vita le appartiene, e gliela sacrificherò se sarà necessario. Mi rincrescerà di portare la sventura nella tua famiglia; ma sai che in me c'è qualcosa di terribile, per atavismo, e che qualche volta mi accade di aver paura di me stesso!... Cercate, tu ed i tuoi, di non esasperarmi! E se foste crudeli verso Hania, oh, allora...
Pallido come un cadavere, egli parlava a denti stretti, con straordinaria energia, facendo indovinare a quale violenza irresistibile potesse giungere l'amore nella sua anima orientale, appassionata e ardente. Ma io, impassibile, gli risposi con glaciale fermezza:
- Non sono venuto qui per udire le tue dichiarazioni. Le tue minacce non mi turbano affatto. Mi limito a ripeterti che non avrai Hania!
Selim riprese:
- Voglio dirti ancora alcune cose... Amo Hania immensamente, ma non ho mai cercato di impormi a lei. Di questo, devi essere certo. Te la cederei, lo giuro, se ella ti amasse. Saprei trovare nel mio cuore la forza di sacrificarmi e di partire. Soltanto Hania poteva decidere, e ha deciso!... Tu sei generoso, Enrico... Domandami la mia vita, ma rinuncia ad Hania!... Ti porgo la mano, Enrico... Ma ti ripeto che Hania ha deciso...
Io feci indietreggiare bruscamente il mio cavallo, e dissi:
- Tutto ciò che riguarda Hania è subor¬dinato alla volontà di mio padre e alla mia... Ti annuncio che Hania partirà posdomani, per l'estero. Non la vedrai più!... Ed ora, basta. Addio!
- Se è vero quel che dici... vedremo! Ve¬dremo!
Alzai le spalle, voltai la mia cavalcatura, e ritornai a casa a galoppo.
La casa fu piena di tristezza, in quei due giorni. Le mie sorelline erano partite con la signora d'Ives. Hania, rimasta con mio padre, col prete Ludvig e con me, sapeva quale de¬cisione si fosse presa a suo riguardo, e ne era disperata. Io sentivo che desiderava avvicinar¬misi per impietosirmi. Perciò la evitavo quanto più potevo. Non volevo che mi supplicasse; le sue lacrime mi avrebbero fatto perdere ogni energia e ella avrebbe finito col vincere ogni mia resistenza. Evitavo perfino i suoi sguardi, per timore di lasciarmi intenerire dalle supplicazioni che esprimevano con appassionato fervore.
D'altronde, qualsiasi intervento da parte mia sarebbe stato perfettamente inutile; mio padre soleva mantenere ostinatamente le sue decisioni. Ed io evitavo Hania anche perché mi sarei vergognato di smentirmi dopo il mio colloquio con Selim e dopo aver dato prova di una risolutezza quasi brutale...
Continuavo frattanto ad esercitare intorno alla fanciulla uno spionaggio continuo ed ac¬canito, al quale mi sentivo obbligato dalla cer¬tezza che Mirza si aggirasse nei dintorni, di giorno e di notte, come un uccello da preda. Il giorno successivo a quello del colloquio nel bosco, avevo sorpreso Hania nell’atto di met¬tersi in tasca furtivamente un foglietto scritto: certo una lettera che ella si proponeva di inviare o che aveva ricevuta. Supponevo, inol¬tre, che gli innamorati avessero trovato modo di vedersi, quantunque non riuscissi ad im-maginare come né dove...
Il tempo trascorse rapidissimo. Venne in¬fine la sera fissata per la partenza di Hania per Usciz. Mio padre aveva dovuto andare ad una fiera di cavalli; il prete Ludvig ed io dovevamo accompagnare Hania.
L'agitazione di lei, verso sera, diventò straordinaria ed evidentissima. Ella tremava tutta, come tormentata da un timore. Il sole scomparve, infine, dietro a certi nuvoloni scuri che promettevano un temporale. Si udirono dei tuoni lontani. L'atmosfera umida e pesante era tutta elettrizzata, e gli uccelli, eccettuate le gru, che continuavano a svolazzare qua e là, si erano già rifugiati nel folto degli alberi o fra le stoppie. Le foglie erano immobili; le nostre mucche, ritornate dal pascolo, empivano di muggiti prolungati il cortile delle stalle. Tutte le cose erano come oppresse da una angoscia.
Il prete Ludvig fece chiudere le finestre. Dovevamo affrettarci a partire, per poter giun¬gere ad Usciz prima che il temporale scoppiasse. Io mi alzai per andare ad ordinare che si attaccassero i cavalli. Vidi Hania fare un movimento come per alzarsi anche lei, e poi sedersi di nuovo, arrossendo e impallidendo di volta in volta. Per darsi un contegno, ella si fece vento col fazzoletto.
- Si soffoca! - disse.
La sua agitazione cresceva di continuo.
- Forse ci converrebbe aspettare - disse il prete Ludvig; il temporale è vicinissimo.
Io risposi:
- Si va ad Usciz in mezz'ora... E potreb¬be anche darsi che il temporale non scoppiasse affatto.
Mi recai di corsa alla scuderia. Il mio cavallo era già sellato, e il cocchiere stava occu¬pandosi della carrozza. Ma dovette passare mezz'ora, prima che tutto fosse pronto. Il temporale era imminente e si annunciava vio¬lentissimo; ma io avevo deciso di partire ugualmente. Il prete Ludvig aveva indossato un gabbano bianco, si era munito di un immenso parapioggia, ed aspettava sulla scali¬nata. Gli domandai:
- E Hania? Dev'essere pronta.
- Sì; è andata a pregare nella cappella, circa mezz'ora fa.
Corsi alla cappella. Hania non c'era. Mi precipitai nella sala da pranzo e poi nel salotto. Nessuno. Mi misi a chiamare a voce altissima:
- Hania! Hania!
Nessuna risposta.
Forse Hania stava male. Mi diressi verso la sua camera ed incontrai la Viengrovska.
- Dove può essere Hania? - le domandai ansiosamente.
- La signorina è scesa in giardino.
Vi corsi, chiamando ancora:
- Hania! Hania!... Si parte!
Silenzio assoluto.
- Hania!
Unico rumore, il diffuso stormire delle fo¬glie al vento di burrasca che si era levato quasi improvvisamente. Poi cominciarono a cadere le prime grosse gocce di pioggia.
« Che cosa sarà accaduto? » - dissi fra me.
Mi si rizzavano i capelli.
- Hania! Hania! - gridai ancora. ¬- Hania!
Ah, una voce mi aveva risposto, di laggiù!... Provai un gran sollievo, e dissi a me stesso: « Che pazzia, agitarti così... per nulla! » E mi misi a correre verso il luogo da cui una voce aveva risposto alle mie chiamate.
Non vidi nessuno.
Il giardino era cinto da una palizzata, di là dalla quale passava il sentiero che conduceva agli ovili. Sul ciglio del fosso che costeggiava quel sentiero, stava seduto un ragazzo della fattoria, che sorvegliava un branco di oche. Lo chiamai:
- Ignazio!
Egli accorse, levandosi il cappello.
- Hai visto la signorina?
- Sì, è passata di qui, poco fa.
- Ah!... Dov'è andata?
- Correva quanto più poteva, verso la fo¬resta... Era con lei il signor Selim.
- Mio Dio!... È fuggita con lui!...
Mi si oscurò la vista; mi misi a tremare... E compresi ad un tratto parecchie cose: il con¬tegno piuttosto strano di Hania, la lettera che ella aveva nascosta, la viva agitazione che ave¬vo notata in lei... Hania e Selim avevano preparata la loro fuga. Erano riusciti a scriversi, a parlarsi, ed avevano saputo scegliere il mo¬mento più opportuno per fuggire: quello dei preparativi di partenza, sempre frettolosi e sempre causa di confusione. Sì, le cose dove¬vano essere andate proprio così! Purtroppo!
Non so come mi trovai, poco dopo, sulla scalinata della casa...
- Il mio cavallo!... Il mio cavallo!... ¬gridai con voce formidabile.
- Che c'è? - mi domandò il prete Ludvig, turbato, pensando a una sciagura.
Gli rispose un terribile tuono che sembrò rotolare per tutta l'immensità del cielo.
Spronai il cavallo, che partì a galoppo sfrenato. Il vento mi urlava nelle orecchie. Per¬corsi in pochi secondi tutto il lungo viale di tigli. Mi diressi verso il punto che Ignazio mi aveva indicato. Saltai una siepe, poi un'altra, poi un fossato... Continuai a galoppare. Ora vedevo delle tracce, e le seguivo. Il temporale scoppiò con grande violenza. L'orizzonte si fece tutto nero, e fu solcato in ogni senso da rapide serpi di fuoco. La pioggia scrosciò tor¬renziale; il vento imperversava, rabbioso, e lungo la strada gli alberi sembravano contor-cersi in preda a convulsioni frenetiche.
Il mio cavallo, spronato e sferzato a sangue, si mise a gemere. Anch'io gemevo, ansimando.
Piegato sul collo dell'animale, mi sforzavo di continuare a seguire le tracce dei cavalli che mi avevano preceduto, e non pensavo ad altro.
Entrai nella foresta. L'uragano non aveva tregua, violento e terribile come un ciclone. Tutta la foresta sembrava cedere alla forza del vento come un campo di grano, e gli scoppi del tuono, gli urli del vento e gli schianti dei rami stroncati componevano un concerto infernale.
Cessai di vedere le tracce, ma non smisi di galoppare. Al bagliore vivido di un lampo, le rividi, quelle tracce, verso il limite estremo della foresta, ma nello stesso tempo sentii che la respirazione della mia cavalcatura diveniva irregolare e sibilante e che la velocità del galoppo diminuiva di continuo. Spaventato, adoperai di nuovo lo scudiscio, senza pietà...
Mi trovai in una vasta piana senza alberi, molto sabbiosa, ed evitai di attraversarla. Se¬lim, attraversandola, doveva aver perso terreno, poiché la sabbia cedeva sotto le zampe dei cavalli. Con gli occhi rivolti al cielo disperatamente, pregai Dio che mi facesse raggiungere Hania, dovessi anche morire dopo averla raggiunta.
Non tardai ad essere esaudito. Un lampo più lungo degli altri squarciò il cielo, e vidi, abbastanza vicina, una carrozza in fuga. Non vidi chi fosse su quel veicolo, ma non potevo dubitare che si trattasse di coloro che inseguivo. La distanza che mi rimaneva da superare era di cinquecento metri appena, e la carrozza non doveva correre molto veloce, a cagione dell'oscurità e del terreno bagnato...
Mi lasciai sfuggire un grido di gioia e di furore. Ero ormai certo di raggiungere Selim e Hania!
Selim mi vide; a sua volta diede un grido, e poi si mise a frustare disperatamente i suoi cavalli, spauriti e sfiniti. Al bagliore di un altro lampo, anche Hania mi vide e mi riconobbe. Notai che si aggrappava disperatamente a Selim. Egli le parlava.
Pochi minuti dopo, li avevo quasi raggiunti. Udii la voce di Selim che mi gridava attraverso l'oscurità:
- Non avvicinarti di più, o faccio fuoco!... Ho una pistola!
Io spronai di nuovo la mia bestia.
- Fermati! - gridò Selim. - Fermati, ti dico!
Ero a quindici passi dalla carrozza. In quel punto, la strada era migliore. Selim spinse i suoi cavalli a gran galoppo; io sferzai il mio freneticamente.
Quando vide che mi avvicinavo sempre più, malgrado i suoi sforzi, Selim si rizzò nella carrozza e puntò la pistola verso di me. L'espressione del suo viso era terribile, ma egli mirava con freddezza e con precisione. Io non mi fermai. Ero ormai vicinissimo alla carrozza. Selim sparò. Il mio cavallo fece un salto laterale e ricadde sulle zampe anteriori, che gli si piegarono. Tirai violentemente la briglia. L'animale tentò invano di rizzarsi; cadde su di un fianco, trascinandomi nella sua caduta...
Mi rialzai rapidamente, e mi misi a correre a perdifiato dietro alla carrozza; ma questa non tardò ad allontanarsi, tanto che non mi fu più possibile vederla neppure al bagliore dei lampi. Sembrò che essa fosse svanita nell'oscurità, e con essa svanì la mia speranza. Aprii la bocca per gridare, ma non ne uscì alcun suono... Non udivo più neppure in lontananza il rumore delle ruote... Ad un tratto incespicai, e caddi nuovamente.
Quando mi risollevai, poco dopo, gridai come impazzito:
- Sono fuggiti!... Fuggiti!... Fuggiti!...
Ero solo nella notte profonda; solo, impotente, senza speranza di aiuto, vinto irreparabilmente da quel demonio di Mirza!... Oh, perché Kiaz aveva dovuto accompagnare mio padre?... Se fossimo stati in due, le cose sarebbero andate diversamente!... Ed ora?... Che cosa sarebbe avvenuto?
Gridai ancora, provando il bisogno di udire almeno la mia voce per non perdere totalmente la ragione... Ora mi pareva che il vento mi urlasse nelle orecchie delle parole: « Tu sei qui, fermo, e non puoi far nulla per riprendere Hania!... Lui, se la porta via, per sempre! » E rideva, il vento... rideva di un suo riso sibilante e stridulo che mi esasperava!
Andai a guardare il mio cavallo. Gli usciva dalle nari in abbondanza un sangue nerastro e denso. Era ancora vivo, quel coraggioso animale, e mi guardava coi suoi occhi buoni. M sedetti accanto a lui, posai la testa sul suo fianco ancora palpitante, e pensai di morire anch'io, mentre il vento continuava a sibilare e a gridarmi: « Se la porta via!... Se la porta via per sempre! »
Poi, ebbi delle altre allucinazioni dell'udito. Mi parve di sentire, fortissimo, il rumore di una carrozza che fuggiva attraverso l'oscurità sconfinata... Essa mi rapiva l'unica gioia della mia vita, l'unica mia felicità possibile!... Svenni.
***
Il temporale era completamente cessato; quando riacquistai i sensi. Ampi spazi di cielo apparivano fra le nuvole che si spostavano rapidamente. Dalle campagne si alzava una nebbia densa e fredda... Mi sollevai. Al vedere il corpo del mio cavallo, mi ricordai ad un tratto di tutto l'accaduto. Vidi delle luci alla mia destra. Calcolai che non dovevo essere molto lontano da Usciz, e mi diressi verso quelle luci. Sarei andato dal vecchio amico della mia famiglia... Egli soleva stare in una casetta che preferiva all'edificio principale della sua proprietà. Quando arrivai a quella casetta, vidi illuminate le finestre della camera del vecchio signore, e non esitai a bussare alla porta.
Il signor Uscizki venne in persona ad aprirmi. Restò per un momento stupito e muto, e poi esclamò:
- Ah, come mai?... Che cosa ti è accaduto?... In che stato sei ridotto, mio povero ragazzo!
- Il mio cavallo è caduto fulminato, a breve distanza dalla vostra casa. Mi sono deciso a venire da voi.
- Sei bagnato fradicio... tremi dal freddo!... Ordinerò che ti si diano degli abiti, e che ti sia preparata una cena.
- No... No... Voglio ritornare subito a casa!
- E come mai Hania non è ancora venuta? La partenza di mia moglie è fissata per le due di domani, e credevamo che Hania passasse la notte qui...
Allora, io pensai di raccontargli tutto. Certo il suo aiuto mi sarebbe stato preziosissimo. Gli dissi dunque:
- Sentite, signor Uscizki… Ci è capitato un caso estremamente grave… C'è di mezzo l'onore della nostra famiglia, e perciò vi domando la massima discrezione. Desidererei che non ne sapessero nulla le vostre figliuole; né vostra moglie, né le governanti.
Ero certo che egli avrebbe serbato il segreto; ma non potevo sperare che la cosa rimanesse ignota. Quindi giudicai conveniente formargli anticipatamente un'opinione, prevenendo qualsiasi interpretazione errata. Gli narrai l'accaduto, in modo completo, senza accennare però ai miei sentimenti per Hania.
Dopo avermi ascoltato attentamente, egli mi disse:
- E ti proponi di batterti con Selim?
- Domani! Oggi, voglio riprendere l'inseguimento, e perciò avrei bisogno dei vostri migliori cavalli.
- È inutile. Molto probabilmente i fuggitivi andranno semplicemente a Khojeli, facendo un lungo giro in modo tale da non essere raggiunti prima dell'arrivo... Dove potrebbero andare, se non a Khojeli?... Si getteranno ai piedi del vecchio Mirza, che, dopo aver rin¬chiuso Selim in una soffitta, si farà un dovere di ricondurre da voi la ragazza.
- Oh, signor Uscizki!...
- Calmati, mio caro… Hania, finora, non deve aver commesso altro errore che quello di fuggire, cedendo all'insistenza di Selim. Que¬sta è la mia convinzione. Quindi, a parer mio, è inutile che tu abbia ad affannarti tanto.
Dopo un momento di riflessione, riprese:
- Faremo così: tu resterai qui, ed io an¬drò a Khojeli. Se troverò Hania laggiù, prov¬vederò io a ricondurvela. A meno che... Sì, bisogna cercare di pensare a tutto... Ciò che rende difficile la cosa, è il carattere violento di tuo padre. Quasi certamente, tuo padre vorrà provocare il vecchio Mirza, che non ha nes¬suna colpa, in tutta questa faccenda.
- Ma mio padre è assente da casa...
- Ah, benissimo! Meglio così!
Il signor Uscizki batté le mani una contro l'altra, e chiamò:
- Janek!
Venuto il domestico, gli ordinò di fare at¬taccare immediatamente un calesse.
- Per me? - domandai ansiosamente.
- Ed un altro per il signor Enrico! - soggiunse. - Ecco fatto!
Dopo un breve silenzio, io dissi :
- Permettetemi di scrivere un biglietto a Selim... Lo provocherò per iscritto.
- Ma perché?
- Suo padre potrebbe impedirgli di battersi. Non vorrei che egli lo rinchiudesse, per liberarlo poi. La soluzione deve essere pronta. Voi non potrete parlare a Selim, se sarà rinchiuso, e certo il padre non si incaricherà della commissione. Una lettera, invece, gli arriverà. Neppure mio padre saprà che io intendo di battermi. Bisogna evitare che egli provochi il vecchio Mirza, che non è responsabile di nulla. Un duello fra Selim e me, darà alla faccenda la soluzione più conveniente. Non avete ammesso, dianzi, che io devo battermi?
- Sì, lo ammetto. Gli uomini della nostra condizione devono per forza ricorrere al duello, in certi casi... E l'età non deve essere considerata. Approvo anche la tua decisione di scrivere a Selim.
Io scrissi in questi termini:
« Ti dichiaro con questa lettera che ti ritengo un manigoldo e che ti schiaffeggio. Sarai il più ignobile dei vigliacchi se non ti tro¬verai domani mattina, armato di una pistola o di una spada, presso la casa di Vakh. Ad ogni modo, sei un vile ».
Consegnai il biglietto ad Uscizki, dopo aver¬lo suggellato, e andammo verso le carrozze, già pronte nel cortile.
Ad un tratto, un terribile timore si impa¬dronì di me.
- E se Selim non fosse andato a Khojeli, con Hania? - dissi ad Uscizki.
- Non so come risponderti. È tardi, fra poco sarà notte, vi sono molte strade in tutte le direzioni... Vuoi riprendere l'inseguimen¬to? Fa' pure, se non ti pare che sia inutile!... Riflettei, però, che non si sa dove potrebbero andare...
- Alla città, probabilmente.
- Supponi che possano percorrere coi loro cavalli già stanchi altre sedici miglia?... D'al¬tronde, andrei io in città domani, se non questa sera stessa... Ma prima di tutto bisogna sapere che cosa avviene a Khojeli. Sta' tran¬quillo, ti ripeto...
Un'ora dopo, mi avvicinavo a casa mia nella notte oscurissima, e vedevo le finestre illumi¬nate come se dei lumi fossero portati da una stanza all'altra. Quando la mia carrozza si fer¬mò finalmente davanti alla scalinata, vidi uscire dal vestibolo il prete Ludvig con un lume in mano.
- Zitto! Non far rumore! – disse egli sommessamente.
Domandai ansioso:
- E Hania?
- Parla piano! Hania è qui. Il padre di Selim ce l'ha ricondotta. Vieni nella mia camera; ti racconterò tutto.
Quando fummo nella sua camera, egli cominciò col domandarmi:
- E tu, che hai fatto?
- Io, li ho inseguiti; ma Selim ha sparato e mi ha ucciso il cavallo, mentre stavo per raggiungerli. Anche papà è ritornato?
- Sì; è arrivato mentre il vecchio Mirza si allontanava. Appena ha saputo l'accaduto, ha avuto un accesso di vero furore. Abbiamo temuto di vederlo cadere colpito da apoplessia! Ora è nella sua camera, assistito dal medico. Parlava di correre subito dal vecchio Mirza per provocarlo! Ma il vecchio Mirza non ha, veramente, alcuna colpa. Egli ha quasi accoppato Selim, prima di rinchiuderlo in una soffitta. Poi si è affrettato a ricondurre qui Hania, raccomandando ai suoi domestici il più assoluto silenzio. Per fortuna, tuo padre non era ancora tornato!...
Le cose, dunque, erano andate esattamente come aveva previsto il signor Uscizki.
- E Hania, dunque?
- La povera piccina era bagnata fino alle ossa… Tuo padre l'ha rimproverata terribilmente. Ora, poverina, ha la febbre.
- L'ha già vista, il dottor Stanislao?
- L'ha fatta coricare subito. La Viengrovska la assiste. Tu, rimani qui. Vado ad avvertire tuo padre del tuo ritorno. Per ordine suo, dei domestici a cavallo sono partiti at¬traverso la campagna, per cercarti, ed anche Kiaz è partito, a galoppo. Mio Dio! Che avve¬nimento!
Poi il prete Ludvig andò nella camera di mio padre. Io, rimasto solo, fui preso da una viva impazienza. Pensai di riavvicinarmi ad Hania, non già in modo ch'ella avesse a pro¬vare, per la mia presenza, nuovi turbamenti, ma soltanto per constatare con i miei occhi la realtà del suo ritorno, soltanto per accertarmi che ella fosse veramente al sicuro, ormai, sotto al nostro tetto, lontana dalle tempeste che per poco non me la avevano rapita. Vedevo in lei una vittima innocente della pazzia di Mirza. Povera tortorella fra gli artigli dell' avvoltoio! Quanta vergogna doveva aver provato a Khoje¬li! Certo non la avrei mai rimproverata... Mai! Doveva sentirsi punita abbastanza! Mi sarei sempre astenuto da qualsiasi allusione all'ac¬caduto.
Vidi uscire dalla camera di lei la vecchia Viengrovska, che si fermò sulla soglia. Le domandai:
- Dorme, la signorina?
- No. Povera creatura!... Ah! se l’aveste vista, signorino mio! - esclamò la buona cameriera, asciugandosi gli occhi con un lembo del grembiale. - Vostro padre l'ha sgridata con una violenza tale!... Ed era bagnata in modo da far pietà, e tremava per la timidezza più che per il freddo! Sembrava che stesse per morire, lì, davanti a vostro padre!... Mio Dio! Mio Dio!
- Come sta, ora?
- Per fortuna abbiamo in casa il medico!... Sta proprio male, poverina! Guardate...
Guardai nella camera, dalla porta socchiusa, ed intravidi Hania seduta sul letto, con le guance accese e gli occhi ardenti di febbre. Mi domandai se dovessi entrare. In quel momento, il prete Ludvig mi toccò un braccio.
- Tuo padre ti chiama - mi disse.
- Ah! Ma Hania sta male!...
- Ora il medico verrà da lei... Corri da tuo padre. È tardi.
- Che ora è?
- Mezzanotte passata.
Mi passai la mano sulla fronte. Fra cinque ore, mi sarei battuto con Selim…
XI
Stetti con mio padre per circa mezz'ora, poi ritornai nella mia camera. Ma non potevo nep¬pure pensare a dormire.
Volevo essere alla casa di Vakh alle cinque precise, e perciò dovevo uscire alle quattro. Mi rimanevano dunque tre ore.
Venne da me il prete Ludvig per vedere se non stessi male, dopo tante angosce e tanti strapazzi, e se avessi cambiati i miei abiti in¬zuppati di pioggia. Gli dissi che non mi sarei coricato, ed egli mi tenne compagnia per più d'un'ora, riferendomi con molti particolari ciò che aveva saputo dal vecchio Mirza. Insom¬ma, si trattava di una vera pazzia commessa da Selim. Accecato dal suo amore, questi era giunto a convincersi che gli sarebbe bastato comparire a Khojeli con Hania, perché suo padre si decidesse senz'altro ad acconsentire al suo matrimonio e a benedirlo.
Dopo la rottura con me, Selim aveva tro¬vato modo di rivedere Hania e di proporle la fuga. Hania, pur senza prevedere tutte le con¬seguenze di un simile « colpo di testa », aveva istintivamente rifiutato di fuggire, con tutta l'energia di cui era stata capace. Ma Selim aveva finito col vincere la sua resistenza, a forza di proteste d'amore e di suppliche, ed affermandole, d'altronde, che l'avrebbe condotta semplicemente a Khojeli, dove si sarebbe combinato subito il matrimonio, primo passo verso una felicità senza limiti. Le aveva detto, inoltre, che sarebbe ritornato a Litvinov, con lei fidanzata, e che mio padre avrebbe certamente perdonato tutto, dando a sua volta il suo consenso per il matrimonio. Aveva soggiunto che anch'io mi sarei lasciato persuadere facilmente, e che poi mi sarei consolato con Lola Uscizka. Le aveva assicurato, infine, che era pronto a dar la vita per lei, se era necessario, ma che l'idea di una separazione gli era insopportabile. Avrebbe preferito annegarsi, spararsi una pistolettata o inghiottire un veleno. E gettandosi ai piedi di Hania, aveva ottenuto da lei la promessa desiderata. Tuttavia, Hania aveva resistito ancora. Uscita dalla nostra casa, aveva avuto un grande accesso di sgomento e di pianto, e aveva supplicato Selim di lasciarla tornare indietro. Ma lui, si era ostinato nella sua pazzia.
Fu questa, press'a poco, la narrazione che il prete mi riferì, ed io compresi che il vecchio Mirza doveva averci messo qualcosa di suo per far risultare meglio tutto ciò che po¬teva scusare un poco suo figlio. Il prete Lud¬vig, dal canto suo, studiate le circostanze, concludeva col giudicare esagerata e ingiustificabile la collera di mio padre, indignato specialmente per l'ingratitudine di cui Hania, a pa¬rer suo, aveva dato prova. Secondo il prete Ludvig, Hania non si era dimostrata ingrata; aveva soltanto avuto il torto di cedere all'amo¬re mondano e colpevole... E il buon uomo mi sciorinò una quantità di bei ragionamenti mo¬rali su questo argomento.
Io, non potevo biasimare Hania perché si era innamorata. Che cosa non avrei dato per essere l'uomo amato da lei? Ora avevo per lei una compassione infinita, ed il mio cuore ave¬va ancora un tal bisogno della sua presenza nella mia vita, che il pensiero di una sepa¬razione, fosse anche lontana, bastava a darmi una dolorosissima stretta al cuore.
Pregai il prete Ludvig di esporre le cose a mio padre esattamente come le aveva esposte a me, e poi gli augurai la buona notte. Avevo fretta di rimaner solo.
Appena ebbi richiusa la porta, staccai dalla parete le pistole e la vecchia sciabola glorio¬sa che mio padre mi aveva donate. Come sarebbe andato il duello? Non ci pensavo molto; mi limitavo a ripetere a me stesso che lo scontro doveva finire soltanto con la morte di uno dei duellanti, e sapevo che Selim sarebbe venuto puntualmente al convegno. Mi diedi a lucidare con la massima cura la vecchia sciabola, che, dopo due secoli, dopo aver fracassato molti elmi e molte armature e dopo essersi tinta di sangue svedese, tartaro e turco, era ancora perfettamente servibile. Sulla lama, l'iscrizione in oro: « Gesù-Maria » splendeva intatta. I bellissimi zaffiri che ornavano l'elsa sembravano sorridermi, godendo al caldo contatto della mia mano.
Dopo la sciabola, pulii le pistole e ne unsi d'olio i meccanismi, ed infine le caricai. Non sapevo affatto quali armi avrebbe portate Selim.
Erano ormai le tre. All'orizzonte si vedeva già comparire un lieve albore. Finiti i preparativi, mi riposai in una poltrona e meditai. Riassumendo mentalmente tutti gli avvenimenti ultimi a cui avevo partecipato e quelli che il prete Ludvig mi aveva narrati, mi convincevo finalmente di una realtà semplicissima: che il maggior colpevole ero io. Infatti, come avevo mantenuto la promessa fatta al vecchio Nicolai moribondo? Quale era stata la mia principale preoccupazione, durante lo svolgersi dei fatti ormai giunti al loro epilogo? Non già precisamente la felicità di Hania! La mia coscienza me lo diceva con chiarezza e con sincerità implacabile, ed io sentivo quanto fosse stato nefasto il mio modo di agire.
La povera Hania, tanto buona, tanto soave, era stata come una colomba senza difesa fra gli sparvieri. Selim ed io ci eravamo accaniti nel gioco crudele di contenderci egoisticamente una facile preda, ed Hania, mite e innocente, ne aveva sofferto più di tutti. Fra due ore, la dolorosa tragedia sarebbe finita. Come? Dio solo lo sapeva!...
Queste gravi meditazioni, rese amare dal riconoscimento dei miei torti e dal rimorso, mi mettevano in uno stato d'animo penosissimo. Come eravamo barbari noialtri nobili! - pensavo. Avevamo schiacciato spietatamente, fra le nostre mani rudi, un fiore delicato, pieno di soavità! Mia madre, forse, se fosse stata presente, avrebbe evitato che si commettesse un simile delitto contro la bontà e l'innocenza... Ma nessuno aveva allontanato dalla nostra casa il male e la sventura; tutti eravamo colpevoli, ed era ormai necessaria una riparazione. Doveva essere versato il mio sangue o quello di Selim, inevitabilmente. Io, ero pronto.
La luce del giorno cresceva, e potei spegnere la lampada. Udii suonare alle pendole la mezza delle tre. « Devo andare », pensai…
Indossato un mantello sotto il quale mi fu possibile nascondere le armi, uscii dalla camera. Quando fui nel vestibolo, notai con stupore che la porta d'ingresso, a quell'ora sempre chiusa, era completamente aperta. Qualcuno doveva già essere uscito di casa; dovevo evitare di imbattermi in quella persona.
Senza far rumore, mi incamminai per il viale dei tigli, guardando attentamente da tutte le parti. Nessuno. Tutto taceva. Percorso il primo tratto del viale, proseguii con minor cautela. Non potevo più esser visto dalla casa. I tigli diffondevano nella serenità mattutina un odore di miele. Giunto alla fucina, svoltai a destra per il sentiero che conduceva alla casa del guardaboschi. La frescura del mattino mi rianimava; sentivo e prevedevo di poter avere su Selim una superiorità decisiva. Egli era un espertissimo tiratore di pistola, ma io non gli ero inferiore. Nella scherma, Selim era più abile di me. Io, però, ero più vigoroso, ed i miei attacchi erano tanto impetuosi da risultare spesso irresistibili. « Del resto, pensavo, sarà quel che sarà! » Forse il mio orgoglio sarebbe stato punito... Ma, ad ogni modo, Se¬lim doveva render ragione del torto irrepara¬bile che aveva cagionato ad Hania.
Meditando così, giunsi a breve distanza dallo stagno. Vidi la chiusa, il ponte... Ad un tratto, rimasi come pietrificato. Mio padre era sul ponte, con le mani sul dorso, con la pipa in bocca. Appoggiato al parapetto, sembrava contemplare i riflessi dell'alba nella corrente. Certo egli pure aveva lottato inutilmente contro l'insonnia, e doveva essere uscito per cercar ristoro nella frescura mattutina. Io non lo avevo visto di lontano, attraverso il filare di salici; ed ora mi trovavo a dieci passi da lui... Che avrei fatto?... Mio padre non si muoveva, e mormorava le preghiere del mattino:
- « Santa Madre di Dio... Il Signore è con te... Sia benedetto il frutto del tuo ventre, Gesù... Amen ».
Ero agitato da una penosa impazienza.
Guardando l'acqua, mio padre mi voltava le spalle, ed essendo un po' sordo non udiva i lievi rumori che io facevo nel muovermi. Forse sarei riuscito a passare sul ponte senza destare la sua attenzione. M'avanzai cautamente. Una asse malferma scricchiolò... Mio padre si voltò di scatto.
- Che fai, qui?
Arrossii, confuso.
- Passeggio... Non potevo dormire; avevo bisogno d'aria fresca...
Egli mi si avvicinò, aprì il mantello nel quale mi ero avvolto con cura, toccò con l’indice teso le pistole e la sciabola...
- E queste armi? - disse, aggrottando sopracciglia.
Impossibile continuare a mentire.
- Ebbene: ti dirò la verità... Fra poco mi batterò con Mirza.
Mentre mi aspettavo un'esplosione di collera, mio padre mi disse con dolcezza:
- Chi dei due ha provocato l'altro?
- Io.
- E non me ne hai detto nulla? Non mi hai domandato consiglio?
- Provocai Selim ieri, dopo l'inutile inseguimento. Non volevo dirti nulla, perché tu non potessi impedirmi di battermi.,.
- Te lo impedisco adesso! Ritorna a casa. Vai! Mi occuperò io di questa faccenda.
Una disperazione maggiore di ogni altra che avessi provata mi serrò il cuore. Esclamai:
- Papà!... Papà!... Lascia che io mi batta con quel Tartaro! Te ne supplico, per tutto quanto ci è caro!... In nome del tuo grande avo!... Senti: mi chiamasti sprezzantemente democratico, un giorno in cui andasti in collera per una discussione... Ma io sento, ora, che il sangue che mi scorre nelle vene è sangue nobile, è il sangue tuo, è il sangue del mio avo!... Non posso rimanere indifferente all'offesa fatta da Selim ad Hania! Non voglio che si dica che un uomo del nostro nome lasciò offendere impunemente un'orfana che gli ven¬ne affidata!... Sì, amavo Hania... Non te lo dissi; fui colpevole!... Ma farei ciò che ora voglio fare, anche se non l'avessi amata, e soltanto per salvaguardare il nostro onore! Sento che la mia coscienza mi approva, e non è possibile che tu, mio padre, mi impedisca di condurmi come devo! Non è possibile, e tu non lo farai, lo so!... Ecco come stanno le cose: Hania fu oltraggiata; la provocazione fu lanciata da me; il mio onore è impegnato!... Certo, sono molto giovane... Ma che importa l'età, in una questione di nobiltà ed onore? Tu stesso mi insegnasti che il principale dovere di un gentiluomo consiste nell'agire secondo l'onore! Papà! Papà! Devo battermi! Devo!...
Parlavo affannosamente; singhiozzavo, in¬capace di dominare i miei nervi. Ma avevo già visto illuminarsi il rude volto di mio padre, mentre parlavo, e, quando ebbi finito, lo vidi alzar gli occhi al cielo e mi sentii cadere sulla fronte una grossa lacrima. Indovinavo quali sentimenti lottassero nel suo cuore... Non ero forse ciò che egli aveva di più caro e di più prezioso al mondo?...
Egli infine chinò il capo verso di me, e distinsi appena le parole che mi disse sottovoce:
- Il Dio dei padri ti assista, figlio mio! Va’ pure a batterti col Tartaro...
Mi abbracciò, mi tenne a lungo stretto sul suo cuore che batteva forte. Poi, dominando quella sua grande commozione, esclamò con energia e con gioia:
- Sì! Sono certo che ti batterai con ardore e che saprai farti onore!
Gli baciai la mano con trasporto. Egli mi domandò:
- Alla sciabola? Alla pistola?...
- Dovrà scegliere lui.
- Chi sono i testimoni?
- Non abbiamo bisogno di testimoni! A che servirebbero? Siamo sicuri uno dell'altro.
Il tempo stringeva. Abbracciai ancora mio padre e mi allontanai. Sulla strada mi voltai. Mio padre, ritto sul ponte, mi seguiva con lo sguardo. Mi mandò la sua benedizione, con un gran segno di croce. In quel momento, il sole compariva all'orizzonte; i suoi raggi colpivano in pieno l'alta figura del vecchio, facendole un'aureola; e, con le braccia aperte, quel ve¬terano incanutito nelle battaglie poteva sem¬brare un'aquila che guardasse il suo aquilotto partire per le imprese a cui la sua razza lo de¬stinava. Io mi sentivo gonfio il cuore di fiducia in me stesso e di entusiasmo. Sarei stato pronto ad affrontare dieci Selim, anziché uno solo.
Nel luogo fissato da me, sul margine della foresta, vidi Selim che mi aspettava. Allora provai ciò che deve provare il lupo davanti alla sua preda. I nostri sguardi si incrociarono, feroci. Selim mi sembrò dimagrato e imbrut¬tito... Le sue labbra tremavano; i suoi occhi scintillavano.
Senza dir nulla, entrammo nella foresta. Giungemmo poco dopo ad una piccola radura, ed io mi fermai.
- Qui; vuoi?
Egli assentì con un cenno del capo e si tolse il mantello. Gli indicai le armi.
- Scegli.
Non parlò, mi mostrò la sciabola turca, dalla lama ricurva, che aveva al fianco.
Poi ci sbarazzammo delle giubbe. Mirza estrasse da una tasca una lettera, e mi disse:
- Se resterò ucciso, vorrai, te ne prego, consegnare questa lettera alla signorina Hania?
- Non accetto commissioni di questo ge¬nere!
- Non è una lettera d'amore. Vi sono sol¬tanto delle spiegazioni...
- Se è così, va bene.
Ci rimboccammo le maniche delle camicie. Sentii accelerarmisi un poco i battiti del cuore. Selim impugnò la sciabola e si mise in guardia.
- Sono pronto! - disse con voce ferma.
Anch'io mi misi in guardia, e toccai la sua sciabola con la mia.
- Avanti!
Attaccai con tanta forza, che il mio avversario fece parecchi passi indietro. Ma la sua parata fu rapida ed abilissima. Da quel momento, gli attacchi e le parate si seguirono con una prontezza terribile. Il viso del mio avversario assunse a poco a poco tutti i caratteri della razza tartara, come avveniva ogni volta che egli si abbandonava all'ira: guance violentemente rosse, narici aperte e palpitanti, occhi obliqui e lampeggianti. Per alcuni minuti mi sembrò che l'affanno dei nostri petti e il tintinnare delle nostre sciabole empissero tutta la foresta di un rumore formidabile. Selim comprese, probabilmente, che le sue forze non avrebbero potuto prodigarsi a lungo con tanto ardore... Il suo respiro diventava sempre più breve e più penoso; dalla sua fronte coperta da ciocche di capelli arruffati, cadevano grosse gocce di sudore. Ma la sua foga durava ancora, alimentata dal furore e dalla cupa cru¬deltà del Tartaro, per il quale l'idea del combat¬timento e del sangue è un potentissimo ecci¬tante. Vedevo brillare fra le sue labbra purpuree i denti candidi, acuti e serrati come quelli di certe belve. Ma anch'io ero animato da un accanimento non inferiore al suo, e, materialmente, ero molto più forte di lui. Vibrai un colpo che fu parato male, e la destra di Selim si coprì di sangue. Un altro colpo gli sfiorò la fronte, e il rivoletto di sangue che rigò il volto gli diede un aspetto sinistro e sembrò rinnovare il suo furore dei primi momenti.
Egli si mise a fare dei balzi da tigre, facendo sibilare con straordinaria velocità la sua sciabola intorno alla mia testa, alle mie spalle, al mio petto. Io riuscivo a stento a parare tanti colpi successivi, incessanti; non trovavo più modo di attaccare a mia volta, e a parecchie riprese ci trovammo vicinissimi l'uno all'altro. Ad un tratto, Selim fece un salto indietro, e nello stesso tempo io mi sentii rasentare l'orecchia sinistra dal sibilo della sua lama. Parai con un vigore terribile, e la sua testa, per un attimo, rimase scoperta. Allora, vibrai un colpo formidabile, tale da potergli spaccare il cranio... Ma in quel momento stesso, ebbi la sensazione che un fulmine mi scoppiasse sul capo...
- Gesù... Maria! - esclamai.
E piombai a terra, bocconi.
XII
Quando riacquistai i sensi, mi vidi sul letto di mio padre. Questi dormiva in una poltrona, con la testa appoggiata alla spalliera, col viso pallidissimo e accigliato. Le imposte della finestra erano chiuse; sulla tavola, ardevano al¬cune candele; il silenzio era rotto soltanto dal tic-tac dell'orologio. Mentre mi guardavo attorno un lento lavorìo cerebrale si svolgeva in me. Tentai di muovermi, ma un dolore vio¬lento mi trafisse il cranio e ridestò i miei ricordi. Poco dopo, riuscii a dire con voce debolissima:
- Papà...
Egli sussultò, si rizzò di scatto, e mi si avvicinò premurosamente, mormorando:
- Si è riavuto!... Grazie, mio Dio! Grazie!... Che vuoi, figlio mio?
- Mi sono battuto con Selim?...
- Sì, caro... Ma non pensarci più!...
Dopo un silenzio, domandai ancora:
- Papà! Chi mi raccolse, laggiù? Chi mi portò qui?
- Io. Io, ti portai, fra le mie braccia! Ma non parlare più... Cerca di non pensare!
Cinque minuti dopo, ripresi con un fil di voce:
- Papà...
- Che vuoi, figlio mio?
- E Selim?
- Anche lui perse molto sangue... Lo feci trasportare a Khojeli.
E Hania? E mia madre? Avrei voluto do¬mandare ancora, ancora... Ma per poco non svenni nuovamente. Ora vedevo agitarsi, dan¬zare intorno a me, dei cani neri e gialli, ritti sulle zampe posteriori. Li guardavo, e mi pa¬reva di udire il suono di una zampogna, che desse loro la cadenza... Ed ecco che la pendola assumeva la forma di un viso, che uscisse dal muro e scomparisse alternativamente.
Non ero completamente svenuto, ma ero in preda a una febbre fortissima, che doveva du¬rare a lungo. Di tanto in tanto mi sentivo me¬glio, e distinguevo intorno a me, oltre al viso di mio padre, quelli del prete Ludvig, di Kiaz, del dottor Stanislao. Ma avevo sempre l'im¬pressione che fra quei visi ne mancasse uno, senza che potessi precisare quale...
Una notte dormii profondamente e mi sve¬gliai soltanto al mattino. Le candele erano an¬cora accese. Non mi sentivo bene. Improvvisamente, vidi davanti a me un viso al quale dapprima non seppi dare un nome, ma la cui presenza bastò ad insinuare in me tutte le de¬lizie del cielo. Era un viso dolcissimo, angelico, dagli occhi pieni di lacrime... Al vederlo, piansi anch'io... E allora ebbi come un'im¬provvisa rivelazione, e mormorai:
- Mamma! Mamma!
L'angelo si chinò, e baciò la mia mano scar¬na, immobile sulla coperta. Io feci uno sforzo per sollevarmi un poco... Provai subito un do¬lore acutissimo alle tempie, e gemetti:
- Mamma! Ho male!...
Mia madre mi rinnovò le compresse d'acqua gelata. Soffrivo molto, quando mi si faceva questa operazione, ma questa volta le affet¬tuose mani materne furono tanto leggere e ca¬rezzevoli, che non provai alcun dolore.
Ormai non perdevo più i sensi né deliravo, se non durante il quotidiano accesso di febbre vespertina. E allora, vedevo Hania, quantun¬que non la avessi mai vista nelle altre ore della giornata. Nel delirio, la vedevo sempre minacciata da qualche grave pericolo. Una volta, un lupo si scagliava contro di lei, ferocissimo; un'altra volta, Selim la rapiva: un Selim stra¬no, dalle membra villose e con le corna alla fronte. Io gridavo disperatamente, poi mi mettevo a supplicare la belva o l'uomo diabolico perché non facessero male ad Hania.
Mia madre mi posava la mano sulla fronte, e quelle allucinazioni svanivano...
Finalmente, le febbri cessarono e la memo¬ria mi ritornò, quantunque non potessi dire di star meglio. Infatti, ero straordinariamente debole, e mi sentivo mancare la vita a poco a poco... Per intere giornate e per intere notti, tenni fissi gli occhi sullo stesso punto del soffitto. Pensavo, vagamente, avevo coscienza di tutto, ma ero indifferente all'idea della vita e a quella della morte, e non mi interessavo affatto delle persone che mi assistevano. Avevo delle sensazioni, vedevo ciò che si faceva in¬torno a me, ma la mia mente rimaneva inerte...
Una sera, ebbi la certezza che tutto stesse per finire... Un grosso cero giallo ardeva ac¬canto al mio letto; il prete Ludvig si era messa la stola... Dopo avermi fatto comunicare, egli mi diede l'estrema unzione, ed allora ebbe una crisi di pianto violentissima, e per poco non svenne. Mia madre fu portata fuori, quasi morente. Vedevo Kiaz in un angolo, con la testa fra le mani, tutto scosso dai singhiozzi che sembravano lacerargli il petto. Mio padre stava seduto lì accanto, e si torceva le mani convulsamente. Io vedevo tutto, e rimanevo impassibile. Il mio sguardo errava per la stanza, si fermava di tanto in tanto sulle finestre, i cui vetri erano inargentati dalla luna... Vidi entrare da tutte le porte la servitù, che si abbandonò a rumorose manifestazioni di dolore... Ma Kiaz, ora, piangeva più forte di tutti... Il prete cominciò a recitare la preghie¬ra per i moribondi. Tutti si inginocchiarono. Ad un tratto, in un intervallo della preghiera, mio padre non si seppe più dominare, gridò: « Gesù! », in un'ardente invocazione, e cadde riverso.
Io mi sentivo preso da una pesante sonno¬lenza, mentre sentivo gelarmisi le estremità...
« Ecco: ora muoio... », pensai... E mi addormentai.
Ma non fu il sonno eterno. Ventiquattro ore dopo mi svegliai, con una sensazione di ristoro e di vigore rinato, ma incapace di ri¬cordarmi di quanto era accaduto.
Quante e quali manifestazioni di gioia, intorno al mio letto! Kiaz sembrava impazzito! Seppi più tardi che mio padre aveva dovuto tenerlo rigorosamente chiuso in una stanza, dopo il mio duello... Quando ero stato portato a casa coperto di sangue e privo di sensi, e quando il medico aveva detto di non poter garantire di salvarmi, Kiaz era corso fuori, in cerca di Selim, con l’intenzione di ucciderlo a fucilate come una bestia selvatica, se io fossi morto. Ma Selim, ferito e sofferente, aveva dovuto stare a letto per molti giorni.
Io continuai a migliorare e a riacquistare le forze, senza interruzione. Cessò la mia indif¬ferenza; rinacque in me il desiderio di vivere. Di giorno e di notte, mi vedevo assistito amo¬rosamente dai miei genitori, da mio fratello, dal prete Ludvig.
Li amavo tutti immensamente. Se qualcuno di loro si allontanava dalla mia camera, ne provavo una grande tristezza...
A poco a poco, mi rinacque nel cuore la mia passione per Hania. Avevo domandato di lei, ansiosamente, appena desto da quello strano sonno che tutti avevano creduto senza risve¬glio... Mio padre, che dapprima aveva cercato di eludere le mie domande, mi disse finalmen¬te che Hania stava bene, in casa del mio nonno con la signora d'Ives e le mie sorelline. Era ancora tenuta lontana per precauzione, per¬ché l'epidemia di vaiolo non era completa¬mente cessata. Mio padre soggiunse che non dovevo più avere alcuna inquietudine, che tutto era perdonato e dimenticato...
Interrogavo anche mia madre; ma ella non mi dava alcuna risposta precisa, limitandosi ad avvertirmi che mio padre mi avrebbe dato una buona notizia appena fossi completamente ristabilito. Intanto, dovevo star tranquillo, evitare qualunque emozione. E, parlandomi così, ella aveva un sorriso triste, mentre io mi sentivo profondamente felice!
Poi, un incidente ridestò tutte le mie inquietudini. Un giorno, mentre mia madre era seduta al mio capezzale, Francis venne a dirle che era attesa nella camera di Hania. Sussultai violentemente.
- Hania è qui? - esclamai.
- No, no, non è ancora ritornata! – si affrettò a dire mia madre. - Ma stanno parando la sua camera, ed io devo dare indicazioni.
Io notai, però, che tutti i visi erano velati di tristezza, quantunque si cercasse di far sì che non mi accorgessi di nulla. Che avveniva, dunque? Domandai, ma mi dissero che non c'era nulla di nuovo. Anche Kiaz mi rispose in questo senso, dicendomi che tutto andava bene, che la signora d'Ives stava per ritornare con Hania e le piccine, ed aggiunse la solita raccomandazione: « Sta' tranquillo; non ti devi turbare per nessuna ragione! »
- Ma vedo che tu sei triste... che tutti siete tristi! - dissi, insistendo.
- Ebbene... sappi che il vecchio Mirza e Selim vengono qui tutti i giorni. Selim è molto afflitto, piange incessantemente e non fa che domandare di vederti e di parlarti. Ma i vec¬chi temono per te qualunque emozione...
Io sorrisi, e dissi:
- È davvero bizzarro, quel Selim! Mi spac¬ca la testa, e poi viene a piangere sulla mia sorte!... Dimmi: pensa ancora ad Hania?
- Ah, non credo!... Ma non glielo ho do¬mandato, e non ne so nulla. Tuttavia suppon¬go che abbia rinunciato a lei...
- Vedremo.
- Ad ogni modo, è certo che egli non avrà Hania! Non temere! - soggiunse Kiaz, con un'espressione singolare.
Poi disse maliziosamente:
- Io lo so, di chi sarà Hania, se...
- Se?
- Se verrà presto! - disse Kiaz, cambiando tono.
Io mi sentii completamente rassicurato.
Ma due giorni dopo, la mia tranquillità fu turbata da un altro incidente. Stavo giocando a scacchi con mio padre. Mia madre entrò, la¬sciando per caso spalancata la porta, ed io potei vedere la fuga delle stanze, fino alla ca¬mera di Hania, che era l'ultima. Tutte le stanze erano buie, e la porta di quella di Hania era chiusa. Nel primo momento, non vidi nessuno. Ad un tratto un uomo, che mi sembrò il dottore, entrò nella camera di Hania e ne lasciò aperto l'uscio. La camera era illuminata. Il mio cuore si mise a battere violentemente.
Laggiù, quella porta aperta era come grossa sbarra luminosa, nella quale vidi fluttuare delle nuvolette di fumo, come in un raggio di sole. Poi un odore strano, che diveniva sempre più percettibile, giunse fino a me, e ad un tratto mi si rizzarono i capelli: quell'odore che sentivo, era di ginepro!
- Papà, che succede? - dissi, fuori di me, respingendo la scacchiera e facendo cadere i « pezzi » sul pavimento.
Egli si alzò di scatto, agitatissimo, e, affrettandosi a chiudere la porta della mia camera mi rispose con precipitazione:
- Nulla... Ti assicuro che non succede nulla!
Io ero già balzato fuori dal letto, e cercando di camminare, barcollavo... Mio padre mi af¬ferrò per le spalle.
- No, no! - esclamò. - Non devi muo¬verti!... Ti proibisco di alzarti!
Allora fui preso da una violenta disperazio¬ne, e, con le mani alle bende che mi serravano il capo, gridai:
- Ah, va bene!... Mi strapperò le bende! Riaprirò la ferita!... E’ morta, Hania… E’ morta?... Voglio vederla!
- Senti! - esclamò mio padre, prendendomi le mani e allontanandomi dalla porta.
- Ti giuro che non è morta!... Sì, è stata ammalata; ma ormai è fuor di pericolo. Calmati! Te ne supplico! Non commettere pazzie!... Ti dirò tutto, ma, prima, devi rimetterti a letto!... Non puoi vedere Hania! Un'emozione simile ti ucciderebbe! Ti giuro che Hania sta quasi bene!
Sfinito, io mi lasciai ricadere sul letto, mor¬morando:
- Mio Dio! Mio Dio!...
- Suvvia, Enrico!... Sei dunque diventato una femminuccia?... Animo! Sii forte! Ti ripeto che Hania non è più in pericolo. Se mi prometti di star tranquillo, ti racconterò tutto... Così, devi stare: con la testa sul guan-ciale, col corpo immobile sotto le coperte...
Io gli obbedivo, ansioso di sapere.
- Comincia subito, papà! Ecco... Non mi muovo più!... Vorrei che tu mi dicessi tutto in una volta!... Davvero, è salva?... Che male ha avuto?... Dimmi! Dimmi!
- Ascoltami... Ti ricorderai che quando Selim la rapì, scoppiò un gran temporale... Hania aveva soltanto un vestito leggero, e l' ac¬quazzone non la risparmiò... A Khojeli, non si trovarono indumenti da sostituire a quelli che aveva addosso, inzuppati d'acqua... Quin¬di, ella ritornò qui bagnata fino al midollo, gelata, tremante... Durante la notte, le venne una febbre violenta... Poi, il giorno succes¬sivo, la Viengrovska commise la sciocchezza di parlarle del tuo duello con Selim, dicendo perfino che tu eri stato ucciso! Questo fu il colpo di grazia! Fino alla sera, Hania rimase priva di sensi. Il medico non poté diagnosti¬care subito di che male si trattasse... Poi il male si rivelò... Hania era stata colpita dal vaiolo, che infieriva più che mai nel villaggio!
Mi si chiusero gli occhi, e mi sentii man¬care. Mi imposi uno sforzo supremo.
- Continua, papà... - dissi; - sono calmo!
- Il male fu assai violento e per poco non la uccise... Ella fu in fin di vita nel giorno stes¬so in cui tu cadesti in un sonno che ci sembrò quello della morte!... Poi, tutti e due vi riaveste... Quali angosce, mio Dio!...
Mio padre tacque, e mi guardò ansiosamente per vedere quale effetto avesse prodotto la sua narrazione sul mio cervello indebolito. Io rimanevo immobile. Meditavo su quanto avevo udito... Poi mio padre si alzò e si mise a passeggiare nervosamente per la stanza, lancian¬domi delle occhiate di tanto in tanto. Tutti e due rimanemmo muti per un lungo momento. Infine, io dissi:
- Ed è rimasta sfigurata, la nostra povera Hania?
Ero riuscito a parlare con calma, con voce ferma. Ma il mio cuore, le mie arterie, pulsa¬vano violentemente.
- Eh, certo! - disse mio padre. - Si ri¬mane sempre sfigurati, dopo il vaiolo. Ma avviene spesso che le tracce del male spariscano completamente, dopo un po' di tempo... Ha¬nia ha ancora sul viso dei segni visibili... Ma probabilmente non le resteranno, quei segni. Anzi, è certo che non le resteranno...
Io chiusi gli occhi, mi voltai verso il muro, non dissi più nulla.
Quella sventura che si aggiungeva alle altre, mi annientava...
Trascorsa un'altra settimana, mi fu permes¬so, finalmente, di lasciare il letto; e dopo alcuni altri giorni mi si promise di lasciarmi ve¬dere Hania...
La vidi. Come potrei descrivere il tristissimo stato di quel viso soave? Mi ero preparato a cercare di non manifestare la commozione che certamente avrei provata... Ma quando il mio sguardo si posò su quel viso adorato, mi si velò subitamente la vista, e caddi a terra svenuto.
Mio Dio! La povera Hania era atrocemente imbruttita!...
Rinvenni. Hania singhiozzava. Certo, piangeva sulla sua triste sorte; ma anche il mio aspetto la faceva piangere... Infatti, io, ero più che l'ombra di me stesso!
- Ah! - esclamò con voce tremante. - E dire che tutto questo è avvenuto per colpa mia...
- Non piangere, Hania, sorella mia cara!... Io non cesserò mai di amarti!...
E le presi la mano, come una volta, e gliela baciai con fervore... Ma subito fui scosso da un brivido... Le mie labbra si allontanarono istintivamente da quella mano, che era divenuta orrenda!... Sì, le piccole, le bianche, le morbide estremità della povera creatura, un tempo tanto soavi al tatto e tanto dolci alle labbra, erano cosparse di macchie nerastre, di croste ripugnanti! Ma con quanto ardore, con quanto slancio doloroso, mi diedi a ripetere:
- Non cesserò mai di amarti, Hania, Hania mia!...
Sapevo purtroppo di mentire! La mia anima era piena di amicizia e di fraterna pietà; il mio amore era svanito, e non ne sentivo più traccia nel mio cuore afflitto!...
Uscii, scesi in giardino, andai lentamente fino al capanno di luppolo nel quale Hania e Selim avevano parlato per la prima volta del loro amore, e là, seduto sulla panchina, piansi lungamente, amaramente, come se la morte mi avesse rapito colei che era stata tutta la mia vita!
Infatti, l'Hania di un tempo non esisteva più, o piuttosto non esisteva più la mia pas¬sione per lei; e nel mio cuore rimaneva soltanto il gran vuoto lasciato da un grande amo¬re, rimaneva soltanto il dolore di una ferita aperta...
Per quante ore stetti così, in preda a una cupa malinconia? Il crepuscolo autunnale co¬minciò a dorare le cime degli alberi; la dolce pace del vespero si diffuse sulla campagna... In casa, tutti mi cercavano col cuore oppresso dal timore di una nuova sciagura. Fu mio pa¬dre, che finalmente mi trovò nel capanno. Egli mi guardò per un momento, muto, senza turbare la mia profonda afflizione. Poi, mi parlò ancora:
- L'amavi molto... l'amavi immensamen¬te, non è vero? Eppure, quale sarebbe, ora, la tua risposta, se ti dicessi: « Hania è tua... Prendila per tutta la vita »?
- Papà... se l'amore è morto, sopravvive l'onore. Sono pronto!
- Dio ti benedica! - disse mio padre, ab¬bracciandomi commosso e triste. - So come sei! Ma se qualcuno ha un dovere da compiere, in questo caso doloroso, non sei tu… Vedremo come agirà Selim.
- Ah! Verrà qui?...
- Suo padre sa esattamente tutto ciò che accadde dopo il duello, ed ha annunciato una sua visita. Selim verrà con lui.
Padre e figlio vennero infatti quella sera stessa. Selim, quando rivide Hania, diventò rosso come la brace e poi pallido come un cadavere. Io vidi riflettersi sul suo viso, come in uno specchio, la breve lotta atroce che si svolse nella sua anima... E come vidi volar via, spaurito e rapido, quale un uccello dalle ali leggere, l'amore che in quell'anima aveva suscitato una tempesta tanto violenta!... Ma quel nobile fanciullo riuscì a dominarsi, e, mettendosi in ginocchio davanti ad Hania, tese le braccia ed esclamò:
- Hania mia! Nulla è mutato, in me, e non ti abbandonerò mai!...
Allora Hania, pieni gli occhi di lacrime, allontanò da sé il genuflesso, con un gesto dolcissimo.
- No... - disse - no, io non posso più essere amata. Lo so!
E, copertosi il viso con le mani tremanti, si mise a piangere convulsivamente, dicendo fra i singhiozzi:
- Come siete generosi e nobili, voi tutti!... Con quanta fermezza vi offrite ad un gran sacrificio, mentre io... mentre io... Ma ora basta! Guardate! Non piango più; sono un'altra!
Invano il vecchio Mirza e Selim vollero insistere, e pregarono, e supplicarono, sinceri. Hania fu irremovibile nel suo rifiuto.
Quel fiore soavissimo, appena sbocciato, era stato troncato dalla prima burrasca della sua esistenza!... Povera creatura! Con quanta ansietà doveva aspirare, ormai, ad un tranquillo rifugio nel quale la sua coscienza e il suo cuore potessero sperare di aver pace in un vicino avvenire!
Ella lo trovò, questo rifugio... Si fece accogliere fra le suore della Misericordia.
Circostanze di ogni sorta e nuove tempeste ci separarono per molto tempo. Io la rividi, per caso, parecchi anni dopo. Le tracce del vaiolo erano completamente scomparse dal suo bel viso, che aveva ormai un'espressione di assoluta serenità. Ed ella era più bella che mai, sotto la candida cuffia e nella nera tonaca monacale... Ma la sua bellezza era ormai quella di un angelo, lontano per sempre dalla terra e dalle sempre meschine passioni umane.
Il capolavoro di Sienkiewicz. Un amore adoloscenziale, puro, crudele, che dilania l’anima.
Lo scrittore è realmente disceso dentro gli abissi di questa vicenda d’amore.
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