lunedì 27 maggio 2024
LA VITA E' UN ROMANZO
Sergio Bissoli
LA VITA E’ UN ROMANZO
Papa’ Gelmino racconta
PRESENTAZIONE di Sergio Bissoli
Quando ero giovane, mio papà mi ha raccontato tante volte vicende della sua vita. Adesso che papà ha 90 anni ho deciso di farmele raccontare di nuovo e scriverle affinchè non vadano perdute.
INDICE
Ricordi del Volon
Ricordi di Zevio
Cresima
Una avventura in orologeria
Arrivo a Cerea
Sere d’estate a Cerea
Bici di nuova invenzione
Giorni di scuola
Alla scoperta di Cerea
In orologeria
Via Borghetto
Scuola di disegno
Cinema dentro e fuori
Furto al cinema
Capodanno
Scuola di Musica
Cinema
Ancora cinema
La Balera
Sul San Bernardo
In barca
Brutta avventura in barca
Matrimonio
Vari lavori
Fred Bongusto
Negozio in Via Paride
La Televisione
Radio Zanchi
Cinema a Milano
RICORDI DI VOLON
Appena sposati i miei genitori andarono ad abitare dai nonni paterni: Bissoli Secondo e Vedovello Veneranda. Questi avevano una casa al Volon, piccola frazione di Zevio. Io sono nato proprio in quella casa (che esiste ancora, ma restaurata e cambiata) abbinata con la famiglia Bruttomesso. In quel periodo ero molto piccolo e ho pochi ricordi. Cercherò di descriverne qualcuno.
Nelle famiglie contadine di quegli anni si mangiava polenta tutta la settimana e solamente alla domenica il nonno andava a comprare il pane.
Il nonno rimaneva a lavorare lontano nei campi. A mezzogiorno mia nonna gli portava il pranzo (polenta e salame) e mi portava con sè per quei lunghi sentieri di campagna.
Un pomeriggio mia nonna andò a trovare sua figlia sposata all’Abaro (frazione di Zevio). Io ero con lei e quando vidi le ninfe nel fosso la pregai con insistenza di prendermene una. Mia nonna curvandosi sulla riva scivolò nell’acqua e si bagnò il vestito.
In settembre arrivò la nonna materna, in bici da San Bonifacio e mi portò una melagrana che io sgranocchiai mentre le due donne chiacchieravano.
Nel giorno di Santa Lucia i genitori si dimenticarono di farmi trovare un regalo, come consuetudine. Quella mattina i bambini del vicinato mi mostrarono i loro regali e io corsi a casa piangendo perchè non trovavo il mio regalo nascosto in casa. Poco dopo papà partì in bici per Zevio con un pretesto di lavoro. A mezzogiorno, quando eravamo nuovamente tutti insieme, mia nonna mi suggerì di cercare il regalo dentro alla madia della polenta. Effettivamente, trovai là un giocattolo con delle caramelle, e tutto contento corsi fuori per mostrarlo ai miei compagni.
Nelle giornate di sole del periodo pasquale, c’era l’usanza di togliere le catene dai camini per pulirle. I ragazzi correvano tirando la propria catena lungo la strada con ghiaia, finchè gli anelli venivano belli luccicanti. Anche io correvo fino al ponte della Fossa e poi tornavo indietro, più volte. Mia nonna mi dava in cambio un dolcetto fatto in casa.
Al Volon ricordo che passavano settimanalmente personaggi pittoreschi che eseguivano lavori ora scomparsi. Sulla sua bici speciale arrivava l’arrotino che affilava forbici e coltelli.
Veniva il piattaio, con un carretto trainato da un asino. Vendeva piatti che le donne compravano e in pagamento davano le uova.
Passava il calderaio in bici con gli attrezzi e paioli in rame sulla schiena. Riparava paioli bucati e la bici gli serviva da banco. Con un palo che fungeva da incudine, martellava i rivetti che fissavano la pezza di rame.
I nostri vicini erano i Bruttomesso, con due figlie, Anna e Olga. Ricordo che una volta presi il pettine che Anna aveva posato sul davanzale del finestrino e mia nonna mi accompagnò per restituirlo. In settembre si faceva la sgranatura delle pannocchie, a mano. In ottobre c’era la raccolta delle mele e quelle marce venivano buttate nel fosso. In inverno ci radunavamo nella stalla dei Bruttomesso, seduti sulla paglia, ad ascoltare un vecchietto che ci raccontava le fiabe.
In seguito i miei genitori si trasferirono a Zevio per aprire un negozio di orologeria. Qui nacque mio fratello Amelio. Ricordo quando mio padre mi portò su nella stanza da letto per vedere il fratellino appena nato.
La sagra di Zevio (terza domenica di Luglio) era una ricorrenza importante e molto sentita anche al Volon. In quel giorno nonno Secondo invitava tutti i parenti per una grande festa con pranzo. Il nonno, che era stato cuoco nell’esercito, indossava un alto cappello bianco con grembiule e preparava da solo i cibi (risotto, carne) che cuoceva nel paiolo di rame del camino. Io accompagnavo mia nonna che gli portava i secchi d’acqua dalla pompa.
I piatti avevano figure dipinte di volatili e io prediligevo quello con su raffigurata una gallina. Il pranzo durava un paio di ore e il nonno serviva le vivande. Nel brusio dei commensali lo sentivi spesso dire: “Mangiate parenti, mangiate!” e poi sottovoce: “Maledette le sagre.”
Al venerdì di pasqua in canonica si ripeteva il rito dell’ultima cena. Nonno era uno dei 12 apostoli e Gesù era rappresentato dal prete. Il primo che beveva era Giuda e in quel momento il prete si alzava e andava via. Allora il nonno ne approfittava per chiamarmi e consegnarmi del cibo.
RICORDI DI ZEVIO
Santa Lucia mi portò in regalo una bici da donna, usata; mio papà la aggiustò, ma era troppo alta per me.
Tutti i pomeriggi mamma mi insegnava a usarla facendo il giro della Piazza a Zevio. Mi faceva salire e poi camminava dietro di me, tenendomi la sella in mano per evitare che cadessi.
Finchè col tempo imparai a stare in equilibrio da solo. Mamma mi metteva in sella, io compivo il giro della piazza, mentre lei aspettava; all’arrivo mi fermava e mi aiutava a scendere.
Un pomeriggio mia mamma mi aiutò come al solito a salire sulla bici, ma poi rientrò in casa dimenticando di aspettarmi. All’arrivo dovetti proseguire, poichè la bici era alta e non riuscivo a toccar terra con i piedi. Feci tante volte il giro della piazza, e ogni volta che passavo davanti casa mia chiamavo disperato la mamma perchè venisse ad aiutarmi.
Ma la mamma non sentiva. Così intuii che per mettere i piedi a terra dovevo utilizzare i gradini della chiesa. Il sistema funzionò e da allora mi servivo dei gradini per montare in sella e all’arrivo scendevo mettendo ancora il piede sui gradini.
Un giorno facevo i miei soliti giri in bici attorno alla piazza. Passò uno zoppo che con il suo bastone mi afferrò il braccio, facendomi cadere.
L’inverno 1929 fu lungo e gelido. Il castello di Zevio è circondato da un laghetto chiamato Peschiera, che prende acqua dal fiume Adige e prosegue in un fosso che arriva al Volon e si perde nelle campagne.
Durante il mese di Febbraio ci fu una notte freddissima. Al mattino, al risveglio, aprendo la finestra vidi che la piazza era affollata di persone attorno alla Peschiera. Uscii anche io per guardare. La Peschiera era completamente ghiacciata e i paesani correvano sul ghiaccio, si divertivano a scivolare e qualcuno correva sopra con la bici. Un meccanico, Gaburro, fece il giro della Peschiera ghiacciata addirittura con la moto! C’era gran folla e confusione. Tutti gridavano perchè nessuno si ricordava un evento simile.
Una volta vidi uno sterco di cavallo sulla strada e gli diedi un calcio. Ma era ghiacciato e spaccai la scarpa fatta di legno.
In estate, tutti i pomeriggi andavo sulla riva della Peschiera per giocare. C’erano i pescatori e io li guardavo. Poi vidi nell’acqua una cosa luccicante che assomigliava a una moneta. Scalzo, scesi nell’acqua per tentare di recuperarla. I miei piedi affondavano nel fango, poi sentii un dolore acuto e risalii piangente e sanguinante. Avevo posato il piede su un coccio di bottiglia.
Qualcuno mi prese in braccio e mi portò nella vicina farmacia. Il medico mi disinfettò, mi fasciò e poi mi riportarono a casa in braccio.
Nelle sere d’estate, in piazza a Zevio giocavo con i coetanei, fra i quali c’era il figlio del meccanico Gaburro. Vicino alla macelleria c’era una enorme tavola di pietra, sostenuta da pilastrini, che serviva per la vendita del pesce tutti i venerdì. La pietra era chiamata la Peschiera.
Una sera noi ragazzi giocavamo a nascondino. Arrivò il mio turno di aspettare che gli altri due ragazzi si nascondessero. Poi partii per cercarli. Uno lo trovai nascosto dietro alla colonna della Madonnina. L’altro non riuscivo a trovarlo. Lo cercai dappertutto e per ultimo cercai sotto la pietra del pesce. Era quasi buio e notai che c’era un’ombra nascosta sotto alla pietra. Mi infilai anche io là sotto, ma c’era un grosso cane che mi spaventò e mi fece corre a casa piangente. In seguito seppi che l’amico non si era nascosto ma aveva preferito andare a casa.
Un giorno arrivò il farmacista per consegnarci una bottiglia di ammoniaca. Mio padre mi raccomandò di non annusarla, ma io, incuriosito, dopo che se ne furono andati, presi la bottiglia e aspirai. Subito mi sentii soffocare e piansi disperatamente. Accorse papà che mi portò fuori per respirare l’aria fresca.
A Zevio c’era un cinema che proiettava film muti. Il proprietario incaricò mio padre di portare un grammofono per suonare musica in sottofondo. Così una sera accompagnai papà dentro il cinema. Il proprietario ci condusse in cabina dove c’era l’operatore che girava la manovella del proiettore. Poi siamo andati dietro allo schermo, dove la sera successiva, sistemammo un grammofono a tromba sopra un tavolino. Papà suonò dischi 78 giri per tutta la durata del film. A mezzanotte ritornammo a casa, passando per un bar dove mangiai un gelato.
Una estate, alla sagra di Santa Toscana arrivò la giostra taboga: una lunga cinghia mossa da motore, sulla quale salivano le persone. Sopra una impalcatura c’era una piattaforma e un carrello che scendeva rapidamente fino al suolo. Un addetto, là in basso, frenava a 4 o 5 metri dall’arrivo. Una sera sono salito anche io, accompagnato dalla zia. Entrammo nel carrello e aspettammo il nostro turno. La discesa fu velocissima e impressionante. Ci sembrava di sfracellarci. Ma all’ultimo momento l’addetto tirò la leva del freno e il carrello si arrestò inchiodandoci alla spalliera e con il cuore in gola. Tutti erano spaventati da questa esperienza e nessuno la ripeteva. Io preferivo la giostra con i cavalli di legno. La giostra con i seggiolini no, perchè una volta si è rotta la catena di sostegno e il ragazzo è stato scagliato lontano. I soccorritori lo hanno portato in farmacia per le medicazioni.
Tre giorni prima di Pasqua nella sacrestia della chiesa si ripeteva il rituale dell’Ultima Cena. Mio nonno era confratello e rappresentava un apostolo, mentre il parroco rappresentava Gesù. Il confratello che per primo beveva il vino era Giuda e in quel momento il parroco si alzava e usciva. La cena continuava e alla fine il nonno mi chiamava per riempire la sporta di cibi non consumati.
LA CRESIMA
Avevo circa 9 anni, frequentavo la terza elementare a Zevio e tutti i pomeriggi andavo a dottrina per la preparazione alla cresima. La cerimonia si sarebbe svolta a Verona e Angelo, il figlio di Gildo (fratello di mio padre) sarebbe stato il mio padrino.
Alla domenica stabilita io ero pronto col vestito nuovo e Angelo venne a prendermi in bicicletta per portarmi aVerona.
Arrivati in città chiedemmo informazioni per la chiesa in via Stella. Dopo un lungo giro siamo arrivati davanti alla chiesa, ma era tardi e tutte le porte erano chiuse. Fuori c’erano tante bancarelle e le campane suonavano in continuazione.
Angelo andò a cercare il campanaro e apprese che nessuno poteva entrare in chiesa durante la cerimonia. Nell’attesa mi comprò un santino, una medaglietta e alcune caramelle.
Finalmente aprirono le porte; lo scampanio aumentò ancora di più e i bambini uscirono accompagnati dai padrini.
Angelo andò a parlare col prete ma non era possibile cresimare altri bambini, perciò mi diede la benedizione e ci congedò.
Allora il mio padrino mi attaccò la medaglia al vestito e con il santo in mano e le caramelle, siamo andati a bere una cioccolata.
Passeggiamo per guardare le vetrine e dopo mezzogiorno ripartimmo in bicicletta per tornare a Zevio. Quando siamo arrivati a casa Angelo restò a pranzo da noi.
UNA AVVENTURA IN OROLOGERIA
Mio padre Francesco aveva due fratelli: Gildo che abitava in una frazione vicina, all’Albero. La sua frase preferita era: “Io mi fermo sempre dove c’è scritto VINO.” Aveva un figlio di nome Angelo. Un fratello più giovane, paralizzato alle gambe. C’era anche una sorella di nome Pina.
Mio papà aveva una orologeria ben avviata in Piazza Santa Toscana a Zevio. C’erano da riparare sveglie, orologi da tasca, da polso e pendole. Alla domenica mattina arrivavano molti clienti e mi davano la mancia per custodire le bici.
Mio padre aveva molti recapiti nei paesi vicini, dove ritirava gli orologi rotti e li riportava riparati. Doveva assentarsi spesso, perciò aveva bisogno di qualcuno di fiducia che restasse in laboratorio e lo aiutasse con le riparazioni. Fu così che propose a suo nipote Angelo di venire qui. Angelo diventò apprendista, si appassionò al lavoro delicato dell’orologiaio e col passare del tempo imparò bene il mestiere.
Un giorno mio padre si accorse che mancava qualche pezzo di fornitura in laboratorio, ma sulle prime non diede troppa importanza alla cosa. Però, un altro giorno facendo l’inventario dei pezzi da comprare si accorse che mancavano alcuni vetri da orologi, di diametro medio. I vetri erano custoditi dentro una cassettiera suddivisa in reparti per i vari diametri. Lui ricordava di averli comperati recentemente dalla ditta Forlati; tutti i lunedì infatti, mio padre andava a Verona in bici per comprare i pezzi di ricambio degli orologi.
Per questo motivo, quando mio padre doveva assentarsi, mi diceva di stare in laboratorio insieme ad Angelo e di riferirgli poi che cosa faceva. La mia presenza serviva per sorvegliarlo e impedirgli di rubare qualcosa dal laboratorio.
A quel tempo io avevo sette anni e nel doposcuola, stavo in laboratorio e guardavo Angelo mentre lavorava. Senonchè Angelo inventava dei trucchi per mandarmi via e rimanere solo. Mi mandava nella vicina farmacia a comprare 20 centesimi di “Petemelefisse”: In farmacia mi dicevano che era uno scherzo e queste caramelle non esistevano. Al ritorno riferivo ad Angelo che commentava: “Ah, sono sprovvisti. Andrò io a comprarle a Verona.”
Altre volte mi mandava a orinare in vece sua, perchè diceva che lui non aveva il tempo per farlo.
Io allora ero troppo ingenuo per accorgermi che questi trucchi gli servivano per rimanere solo.
Finchè una sera, prima di tornare a casa, Angelo chiese la pompa per gonfiare la sua bici. Mentre si chinava nello sforzo di pompare, alcuni vetri di orologi gli saltarono fuori dal taschino della giacca e caddero a terra.
Prontamente Angelo affermò che li aveva comperati a Verona; ma mio padre andò a controllare nella cassettiera e verificò che mancavano proprio i vetri con lo stesso diametro. Scoppiò una lite e da allora Angelo non fu più ammesso nel nostro laboratorio.
Dopo due mesi Angelo aprì a casa sua un laboratorio per riparazione orologi.
Nel frattempo papà fece costruire un banco con 4 posti, per i 4 figli, in attesa che crescessero. Ma eravamo ancora tutti troppo giovani.
Papà Francesco cercò allora un altro aiutante a Verona. Trovò un artigiano svelto, pratico ma poco accurato. Riparava circa 20 orologi al giorno. Però al mattino seguente, metà degli orologi riparati erano fermi. I clienti tornavano per reclamare, così quell’operaio venne licenziato.
Per evitare la concorrenza col nipote, mio padre risolse di aprire un laboratorio in un altro paese dove non ci fossero orologiai. Arrivò a Cerea, dove c’era un orologiaio vecchissimo, e decise di stabilirsi lì.
Con un carro trainato dal cavallo, trasportò tutte le masserizie a Cerea, dove prese in affitto una casa e si sistemò lì con la famiglia e l’orologeria.
Poco tempo dopo il vecchio orologiaio del paese morì; i familiari buttarono via attrezzi e ricambi e noi ragazzi andammo a recuperarli in Prato della Fiera.
ARRIVO A CEREA
Con carro e cavallo dell’amico Piero Violo nel 1930 (o 31) facemmo trasloco e la mia famiglia si trasferì a Cerea. Prendemmo in affitto una casa in Via 21 Aprile (attualmente rinominata Via 25 Aprile) vicino al negozio di alimentari di Pettenella.
Appena arrivati noi ragazzi ci divertivamo a esplorare i nuovi ambienti, dal pian terreno fino alle soffitte, dove trovammo sacchi di noci ormai secche.
In fondo al nostro cortile c’era una stalla senza animali con fieno e paglia. Un giorno venne una donna per riparare una sveglia e in cambio ci regalò una coppia di coniglietti. In stalla i conigli si moltiplicarono e dopo pochi mesi avemmo carne di coniglio da mangiare per molto tempo.
Un nuovo compagno ci portava a giocare nel cortile del nonno dove c’era la raccolta del ricino. Io, i miei fratelli, il figlio di Pettenella ci divertivamo a giocare sui mucchi di ricino oppure usavamo i semi di ricino come bilie. Il proprietario non voleva e ci sgridava quando riusciva a scoprirci.
Nel laboratorio di mio padre non arrivavano clienti. Solamente dopo 6 mesi, il becchino Errico (l’uomo che ci aveva trovato la casa da affittare) portò un orologio da tasca da riparare. Mio padre gli riparò con cura l’orologio e non chiese soldi; in cambio chiese solo che Errico gli facesse un po’ di pubblicità. Ma quello rispose che i suoi conoscenti e amici non portavano l’orologio perchè stavano tutti sotto terra!
Dall’altro lato della strada c’era la bottega di un vecchio orologiaio. Quando morì, i parenti buttarono via attrezzatura e ricambi nella discarica in Prato della Fiera; noi ragazzi andammo a recuperarli.
Insieme a papà andavo dentro il molino di Maggioni per aggiustare l’impianto elettrico. Da allora incominciai a frequentare il molino e mi piaceva vedere tutte quelle ruote e cinghie che giravano. Il proprietario mi insegnò a oliare le macchine usando un pennello col manico lungo.
Adiacente alla nostra c’era un’altra casa che fu presa in affitto da uno scultore di lapidi. Il cortile era in comune col nostro e in fondo c’era la tettoia. In questo cortile lo scultore lavorava le lapidi e a tempo perso scolpiva una statua di Cristo in marmo. Io andavo a guardarlo mentre scolpiva le lettere sulla pietra, le colorava di nero e poi raschiava l’esterno con la pomice per togliere le sbavature. Un giorno mi chiese: “Ti piace? Vuoi provare?”
Da allora lo aiutai anche io a lucidare il marmo e successivamente mi insegnò a scolpire le lettere su vecchie pietre, per imparare.
Lo scultore era vedovo e aveva due figlie: la maggiore stava in casa a cucinare; l’altra si chiamava Adelaide (Adelina) e aiutava suo padre a lucidare le lapidi. Ricordo che mi dava dei bigliettini con su scritto: Gelmino è un bel bambino.”
E io ricambiavo scrivendo: “Adelina è una bella bambina.”
Dopo un anno andammo via perchè mio padre non poteva più pagare l’affitto e lasciò il tornio in pagamento. Ci trasferimmo in una casetta in Via Paride di proprietà di Bruno Bresciani.
ALLA SCOPERTA DI CEREA
Circa nell’anno 1931 la mia famiglia si trasferì a Cerea. Tutti i pomeriggi noi 4 fratelli andavamo a piedi ad esplorare il paese. La nostra meta preferita era la stazione ferroviaria.
A Zevio non esisteva la ferrovia, ma solamente un piccolo tram. Perciò andavamo spesso alla stazione di Cerea per vedere i treni che per noi costituivano una interessante novità. A volta mettevamo dei chiodi sulle rotaie, per vedere come diventavano dopo che ci era passato sopra il treno.
La strada che porta alla stazione passava davanti alla vecchia scuola e più avanti c’era il fiume Fossa. Il parapetto di questo fiume erano formati da pilastrini congiunti da catene. A noi ragazzi piaceva sederci su queste catene per dondolare.
Ma un brutto giorno, il fratellino più giovane, Mario, cadde all’indietro, scivolò giù lungo la scarpata e precipitò dentro il fiume. Toccò a me, che ero il maggiore dei fratelli, scendere giù e tirarlo fuori dall’acqua. Per fortuna il fiume non era profondo e Mario non si fece male; ma dovemmo riportarlo a casa completamente bagnato.
Oltre la stazione, sulla strada che porta al cimitero c’era una fabbrica. Dal muro esterno dell’edificio fuoriusciva un tubo che soffiava in continuazione un getto di vapore caldo.
Più oltre c’era un campo recintato con un portone chiuso. Ma noi ragazzi riuscivamo ugualmente ad entrare per raggiungere un albero (un Bagolaro) e mangiare i piccoli frutti.
Il portone era chiuso con un grosso e antiquato lucchetto che attirò la mia attenzione. Finchè una volta ho portato l’attrezzatura per incominciare a smontarlo. L’operazione durò molti pomeriggi. Alla fine riuscii a smontare il lucchetto e lo portai a casa. Con molta pazienza lo rimontai, gli costruii la chiave e successivamente lo cedetti a Melchiori, il proprietario del cinema, che in cambio mi lascò entrare 4 o 5 volte gratis.
IL TRUCCO DELL’OROLOGIO
Quando il campanaro dimenticava la porta aperta, noi ragazzi ne approfittavamo per salire di nascosto sul campanile. Io mi divertivo a guardare l’orologio, che ticchettava pesantemente nella stanzetta sotto alla cella campanaria. Poi salivamo l’ultimo pezzo di scala con i gradini unti e andavamo a guardare le campane o ammirare il panorama dai finestroni.
Arrivato a casa raccontai le mie esperienze a mio padre che ebbe un’idea. Poichè il lavoro era scarso, mi suggerì di fermare l’orologio, senza danneggiarlo, allo scopo di poterlo poi riparare.
Un pomeriggio salii da solo sul campanile, sollevai il pendolo e tolsi la piccola lama di acciaio situata fra la cima del pendolo e la base che lo sostiene. In questo modo l’attrito che si forma rallenta il pendolo fino a farlo arrestare.
Mio padre approvò il trucco e fu molto soddisfatto perchè pochi giorni dopo arrivò il campanaro dicendo che l’orologio del campanile si era fermato. Mio padre rispose che bisognava portarlo in laboratorio per revisionarlo.
Così, io e papà, dopo aver scaricato i grossi pesi fino al pavimento, smontammo la macchina e trasportammo i pezzi in laboratorio. In cortile lavammo con benzina tutti gli ingranaggi. Poi mio padre fece costruire un telaio di legno per sostenere l’orologio e, dopo averlo rimontato, restò in laboratorio per controlli circa due settimane. L’orologio così esposto faceva bella figura e suscitava la curiosità dei clienti.
Dopo di ciò, smontammo nuovamente l’orologio e con la carriola prestataci da Ottorino riportammo tutti gli ingranaggi alla base del campanile. Con una fune tirammo su i pezzi, uno alla volta e procedemmo a rimontare l’orologio.
Mio padre portò il conto al campanaro, ma questi disse che per il pagamento bisognava rivolgersi in Municipio. Papà andò in Municipio, ma qui non volevano pagare; il motivo era che il Municipio non aveva dato l’autorizzazione per eseguire questo lavoro!
Mio padre riuscì a impietosirli affermando che aveva 4 figli da sfamare; alla fine venne pagato, ma dovette concedere un po’ di sconto.
SERE D’ESTATE A CEREA
Avevo circa 10 anni. Nelle sere d’estate era consuetudine sedersi fuori, davanti alle case, per chiacchierare. I personaggi che vedevamo passare tutte le sere erano: il signore Venturini che con rara bravura fischiettava motivi operistici. Poi passava una nobildonna elegantemente vestita di bianco che portava al guinzaglio la cagnetta bianca. Era la signorina Mariuccia (detta Menego). Poi vedevamo il colonnello Sommariva che passeggiava accompagnato dal vecchio cane.
Una sera siamo usciti e e abbiamo visto molti vermetti scuri e pelosi attaccati alle facciate delle case. Noi ragazzi ci divertivamo a buttarli a terra e calpestarli.
La sera successiva, le facciate delle case erano letteralmente coperte di vermetti scuri. Gli abitanti lavoravano per ripulire i muri con le scope. L’infestazione è durata alcune sere. Poi il fattore Florio servendosi di una canna con uno straccio imbevuto d’alcol, ha bruciato i vermetti.
BICI DI NUOVA INVENZIONE
Mio papà aveva un amico meccanico Bersan, che veniva spesso a casa nostra e mi raccontava le fiabe. Bersan aveva una officina di biciclette a Roverchiara, e ritirava anche sveglie che poi portava ad aggiustare da mio padre.
Questo meccanico aveva progettato un nuovo tipo di bicicletta che raggiungeva una velocità più alta con minor sforzo, sfruttando le leve. Mio padre approvò l’idea e iniziò a collaborare. Con il tornio costruì 2 levette da applicare alla ruota posteriore; queste erano collegate a 2 aste applicate a due tavole da spingere con i piedi.
Bersan venne da noi con la bici modificata e insieme a mio padre lavorò per assemblare i pezzi. Io rimasi a guardarli tutto il giorno, finchè a sera la bici era pronta per il collaudo. Per provarla aspettarono il buio, affinchè non ci fossero persone che potessero vederla. Quando la strada fu deserta, mio padre partì per primo, arrivò fino al municipio, poi tornò indietro. Allora provò il meccanico. La bici non dava i risultati sperati, perciò Bersan la riportò nella sua officina per ulteriori modifiche. Neppure queste si rivelarono efficaci e il progetto venne abbandonato.
GIORNI DI SCUOLA
Quando frequentavo le scuole elementari a Cerea, mettevo nella cartella anche un libro di fisica di mio papà. Da quel libro ho imparato molte cose riguardanti l’elettricità, una materia che mi interessava più delle materie scolastiche. Ho costruito una pila con una lamina di zinco e una di rame dentro un bicchiere di acqua salata; una lampadina restava accesa per alcune notti.
Il mio banco era situato in fondo, nell’angolo dell’aula, vicino a una finestra. Il sole faceva cadere un raggio sulla parete e io a mezzogiorno quando suonò il campanello, disegnai una linea in quel punto. Nei giorni successivi tracciai altre linee dove cadeva il raggio di sole. Col passare del tempo disegnai una meridiana.
I compagni di classe si scambiarono l’informazione e in breve tutti guardavano l’ora. (A quel tempo i ragazzi non possedevano un orologio).
Una mattina il maestro era impegnato in una lunga spiegazione che si protraeva da molto tempo. Un ragazzo stava ancora alla lavagna mentre noi incominciammo a mettere nella cartella libri, penne e quaderni. Il maestro Fazion si stupì nel vedere ciò e gridò arrabbiato: “Cosa fate? E’ ancora troppo presto!”
Invece subito dopo suonò la campanella.
Il maestro volle sapere come facevamo a conoscere l’ora. Un allievo gli rivelò che guardavamo la meridiana. Il maestro volle sapere chi era stato a farla. Venne fuori il mio nome e il maestro, anzichè elogiarmi mi sgridò.
Nei giorni successivi il maestro fece cancellare la meridiana e mi spostò in un altro banco.
Una mattina durante una lezione il maestro spiegò come nasce la corrente elettrica. Poi interrogò gli scolari, i quali non avevano capito e davano risposte errate e stupide. Arrivato il mio turno risposi che l’elettricità veniva ricavata dai magneti di un generatore, fatto girare dalle pale nell’acqua. Il maestro volle sapere dove avevo appreso queste informazioni; scoprì il mio libro di fisica e me lo sequestrò.
Il giorno seguente mio padre andò a scuola e con insistenza e promesse di non farmelo più vedere, riuscì a farsi restituire il libro.
VIA BORGHETTO
Via Borghetto era una stradina acciottolata ad angolo retto, con casette basse, dominate dall’alto edificio di una grossa fabbrica di teloni.
Era una via particolare. C’era un meccanico che aveva una carnagione scura e una fisionomia talmente brutta che veniva chiamato il Diavolo. Quest’uomo riparava qualsiasi cosa: paioli di rame, biciclette, cannelli di pipe; saldava orinali, secchi; ritirava anche orologi e sveglie, che poi portava a riparare da mio padre. Cavava anche i denti: legava un filo attorno al dente e all’altro capo legava un peso da bilancia che lanciava all’improvviso per provocare l’estrazione.
In via Borghetto c’era poi la famiglia Sogliacchi. Il marito era finanziere e il suo lavoro consisteva nel contare le foglie di tabacco nei campi (il regolamento di quell’epoca non consentiva ai contadini di appropriarsi neanche di una sola foglia). Aveva due figli e il maggiore Renato, era mio compagno di banco a scuola. La moglie di Sogliacchi, a casa passava il tempo leggendo giornalini. C’erano pile di fumetti ammucchiati attorno al focolare e io andavo là per scambiare giornalini: Topolino, Mandrake, Uomo Mascherato, Rebo. Anche altri ragazzi andavano là per gli scambi. C’era la miseria in quella famiglia, dove mangiavano polenta e olio per risparmiare i pochi soldi che servivano per andare al cinema.
La fabbrica di Bertù fabbricava teloni che poi coloriva e asciugava su alti telai all’aperto. I teloni venivano venduti al mercato ai contadini che li utilizzavano per coprire rimorchi, macchine agricole. Le donne cucivano i teloni con le macchine, davanti alle porte di casa e la tela usciva fin sulla strada.
ALLA SCOPERTA DI CEREA
Nelle prime ore dei pomeriggi d’estate i genitori andavano a riposare mentre io e mio fratello Amelio andavamo in bici a esplorare le vie del paese.
La nostra meta preferita era la stazione ferroviaria dove ci divertivamo a guardare i treni. Per noi costituivano una grossa novità perchè nel nostro paese di provenienza, Zevio, non esisteva la ferrovia. A volte mettevamo alcuni chiodi sulla rotaia e dopo che ci era passato sopra il treno, andavamo a ritirarli, appiattiti come coltellini.
A Cerea c’era una sola guardia civica soprannominato Tela; un uomo alto, robusto e severo, molto temuto dai compaesani. Abitava in una casa comunale vicino alla stazione e suonava la grancassa e piatti nella banda comunale. Durante il giorno percorreva le vie del paese per sorprendere qualche trasgressore e multarlo.
Un pomeriggio io e Amelio percorrevamo in bici Via Paride e per arrivare prima a casa attraversammo diagonalmente il marciapiede.
Improvvisamente arrivò di corsa la guardia Tela gridando:
“Multa. Multa. 10 Lire di multa a testa. Multa.”
Fummo costretti a svegliare nostro padre che scese in strada dove nacque una lunga discussione. La guardia non volle cedere e papà dovette pagare 20 Lire per la multa.
Dopo papà ci sgridò e ci chiuse in casa durante l’ora di riposo pomeridiano.
Però noi riuscimmo a evadere ugualmente. Sollevavo una tavola del pavimento sulla stanza sopra il portico. Poi ci calavamo giù con la fune. Andavamo a spasso a piedi per le vie del paese e rientravamo arrampicandoci sulla fune. Questo trucco funzionò per molto tempo e non fu mai scoperto.
IN OROLOGERIA
Lavoravo nella bottega di orologiaio di mio padre in via Paride dove riparavo sveglie e orologi. All’età di circa 15 anni inventai un nuovo tipo di scappamento sugli orologi; quelli in uso erano: àncora, roskoff, cilindro e pendolo. Io ideai un meccanismo più semplice: eliminai l’àncora e aggiunsi un altro ingranaggio per rallentare la velocità. L’ultimo ingranaggio faceva ruotare un col d’oca con biella, che faceva oscillare il pendolo. Lo battezzai ISG Inventore Scappamento Gelmino.
Costruii anche uno scappamento a cilindro ingrandito per poterlo studiare bene.
Mio fratello Amelio invece aveva la passione per il modellismo e costruiva giostre in miniature. La sua sigla era FAG Fabbrica Giostre Amelio.
SCUOLA DI DISEGNO
All’età di circa 15 anni mi iscrissi alla scuola di disegno gratuita. Il maestro Olimpio Ferrarese ci faceva disegnare a scuola e ci assegnava un disegno da realizzare a casa.
Una settimana arrivò molto lavoro in orologeria e mi mancò il tempo di fare il disegno.
Al sabato dovevo consegnarlo e allora per far presto misi l’originale sotto un vetro, sopra posi il foglio bianco e copiai il disegno. Ma il maestro a scuola si accorse subito del trucco e mi sgridò. Pose l’originale sul vetro della finestra e il mio disegno sopra. Erano troppo identici. Dopo di allora non frequentai più la scuola.
CINEMA DENTRO E FUORI
A quel tempo avevo due amici, Chiaramonte Marino e Piccinini Severino. Alla domenica ci divertivamo andare al cinema Melchiori. Il biglietto costava 1,35 cent. ma spesso noi non avevamo tutta la somma. (I ragazzini non avevano tanti soldi.)
Alla cassa c’era la figlia del proprietario, e a questa signorina chiedevamo se per favore ci lasciava entrare con una Lira. Lei non accettava e ci faceva aspettare che il film fosse già incominciato. Passato un po’ di tempo ci lasciava entrare, senza biglietto. Da notare che in quegli anni il film non veniva ripetuto, ma alla fine la sala veniva svuotata. Il proprietario controllava che tutti gli spettatori fossero usciti e poi dava inizio alla vendita dei biglietti per un’altra proiezione.
Io ero molto appassionato di cinema. All’età di circa 12 anni recuperai un vecchio proiettore da riparare rimasto nel laboratorio di mio padre. Riuscii a farlo funzionare, ma mancavano le pellicole. Nella cabina cinematografica raccoglievo i pezzi di pellicola, ma non erano sufficienti. L’operatore mi regalava code nere di pellicole che sbiancavo con l’acqua calda. Ottenevo la pellicola bianca; la dividevo in fotogrammi (1 ogni 4 fori) poi con l’inchiostro disegnavo dei pupazzetti sui fotogrammi, variandoli leggermente per dare l’illusione del movimento. Era un lavoro lungo che richiedeva molta pazienza per riempire due metri di pellicola.
Alla domenica esponevo fuori casa dei manifestini pubblicitari disegnati da me: ingresso cinema 10 cent. Poi in cucina, alla sera, proiettavo queste brevi filmine per i bambini del circondario: la Tina e altri.
Durante la sagra arrivò a Cerea un Circo che faceva anche le proiezioni. Il proiettore si ruppe e lo portarono a riparare da mio padre. Oltre il pagamento regalarono a me una bobina di pellicola lunga circa 40 metri. Io ero molto contento, ma quando la proiettai rimasi deluso. Si trattava di una lunga scena di dialogo tratta dal film La Cene Delle Beffe. Così decisi di sbiancare anche questa.
La passione del cinema mi rimase. A circa 14 anni chiesi a Luigi Melchiori di poter lavorare in cabina. Il padrone mi dava molte mansioni: svolgere le bobine, attaccare la pubblicità e perfino raschiare l’erba nel suo giardino. Non mi ha mai pagato per questi lavori. In cambio mi permetteva di vedere il film gratis, senza biglietto.
A 20 anni fui assunto come operatore.
FURTO AL CINEMA
I soci Luigi e Carlo del Cinema Sociale mi incaricarono di progettare e fare l’impianto elettrico della sala e della cabina.
Dopo molte peripezie portai a termine il lavoro e dopo fui assunto come operatore. Ero addetto al proiettore, eseguivo le spedizioni delle casse di pellicole, avvolgevo e svolgevo le pellicole, pulivo il teatro, attaccavo le pubblicità sui cartelloni e sui muri dei paesi vicini. Il lavoro era molto perciò mi trovai un aiutante: Zanchetta. Gli insegnai a fare l’operatore d aiutarmi nelle altre mansioni.
Tutte le sere Carlo metteva la borsa con l’incasso della serata nel sottoscala della cabina. Dopo, insieme a sua moglie, andava al bar vicino.
Una sera mi trovavo ancora in cabina per svolgere il film quando sentii Carlo che mi chiamava a gran voce: diceva che mancava l’incasso e la borsa era vuota.
Dapprima mi ritenne responsabile perchè Zanchetta era uscito prima di me. Perquisì la cabina e il giorno dopo avvertì i Carabinieri che interrogarono me e Zanchetta, ma senza risultato.
Alcuni giorni dopo mi trovavo al cinema per applicare i manifesti sui cartelloni di legno. Aprii il cassetto per prendere i chiodini e vi trovai il mucchio di soldi. Incolpai Zanchetta, lì vicino, ma si dichiarò all’oscuro di tutto.
Telefonai a Carlo che venne subito al cinema. Zanchetta insistè a dire che lui non sapeva nulla. Carlo andò dai Carabinieri per ritirare la denuncia e tutto finì lì.
Zanchetta non venne più a lavorare da noi e io mi trovai un altro aiutante.
CAPODANNO
Papà era un pochino superstizioso: credeva negli amuleti, leggeva i tarocchi, si esercitava con la bacchetta di rabdomante. Fra l’altro credeva che se la prima persona incontrata il primo Gennaio era una donna, sarebbe stato di cattivo auspicio e l’anno sarebbe stato sfortunato.
Se invece la prima persona incontrata era un uomo, questo avrebbe portato lavoro, fortuna e denaro.
Per assicurarsi un anno fortunato, papà dispose le cose in modo che la prima persona incontrata fosse un uomo.
C’era un uomo, Esperio di Isola Rizza, soprannominato Dedo che riparava ombrelli e mendicava nei paesi limitrofi. A volte, assieme a un altro soprannominato il Capitano (perchè aveva un copricapo di capitano di marina) andavano a piedi fino a Firenze.
Esperio veniva spesso a chiedere la carità nella nostra famiglia. Una volta arrivò a fine Dicembre e papà gli promise la mancia se veniva di mattina presto, il primo giorno dell’anno, ad auguraci il Buon Anno.
Esperio accettò e al primo Gennaio, alle 4 del mattino, col buio, arrivò in bici e tirò sassi alla finestra per svegliarci. Papà contentissimo, scese dal letto, aprì la porta, gli offrì il caffè e gli diede la mancia.
Da allora, ogni anno proseguì la tradizione: Esperio arrivava di mattina presto per darci il buon anno. Entrava, stringeva la mano a tutti noi e poi restava per fare colazione.
In quel giorno anche noi ragazzi andavamo a picchiare alle porte delle case per augurare il buon anno alle famiglie. In questo modo guadagnavamo 2 o 3 lire.
UNA BRUTTA AVVENTURA
All’età di circa 14 anni, mi stancai di fare l’orologiaio nella bottega di mio padre e decisi di cambiare lavoro. Mi piaceva fare il meccanico e andai ad imparare nell’officina dei fratelli Adami. Mi assunsero come apprendista, ma mi assegnarono lavori poco piacevoli: lavare le automobili, togliere le ruote, eccetera.
In quei giorni il mugnaio aveva portato a riparare un rimorchietto con barra che fungeva da timone. Finita la riparazione mi incaricarono di riportarlo al molino che sorgeva vicino all’officina. Spinsi fuori il rimorchio ma il percorso era un po’ in discesa e aumentavo la velocità. Arrivai in strada proprio nel momento in cui passava un’automobile, che frenò per non investirmi. Dall’altra parte transitava un carretto ed io sterzai per evitarlo. Ma il timone aveva uno snodo che fece svoltare il rimorchio nella direzione opposta a quella voluta. Così, anzichè evitare il carro, il mio rimorchio andò a sbatterci contro. Un ragazzo che stava seduto sul carro fu colpito alle gambe e incominciò a gridare. Io, spaventato, tirai indietro il rimorchio, col risultato di tirare giù dal carro il ragazzo che cadde a terra piangendo.
Dopo aver combinato questo guaio, lasciai tutto e scappai di corsa a casa.
Io venni licenziato e i fratelli Adami pagarono un risarcimento alla famiglia del ragazzo. Nelle settimane seguenti, accompagnato da mio padre, andai a casa del ragazzo che si avviava verso la guarigione.
SCUOLA DI MUSICA
Avevo circa 11 anni, frequentavo la quinta elementare dal maestro Fazion, a cerea.
Una mattina arrivò il maestro Ugo Pallaro e chiese se qualche scolaro desiderava imparare la musica per creare in futuro una banda musicale. Molti alzarono la mano, compreso me stesso. Così nelle sere di martedì e venerdì, andavamo alla scuola di musica.
Le prime sere gli allievi erano tanti, ma in seguito molti si stancarono e non vennero più.
Il maestro ci consegnò un album con le note musicali e la loro spiegazione. Dopo circa un mese ci diede un testo che illustrava la posizione delle note sui righi musicali. Seguirono due settimane di esame vocale. I più abili ricevevano un libro di esercizi di solfeggio. Dopo un anno di questi esercizi eravamo pronti per ricevere uno strumento.
A seconda del tipo di labbra (sottili o più larghe) ci veniva consegnato lo strumento adatto. A me assegnarono una cornetta in si bemolle con la quale mi esercitavo a casa con le note naturali; poi con i diesis e bemolle.
Divenni talmente bravo che il maestro mi affidò i nuovi allievi ai quali insegnavo il solfeggio.
Raggiunta l’abilità ci consegnarono pezzi d’opera lirica che suonavamo alle sagre o alle manifestazioni politiche o religiose. Si creò così la banda musicale formata da dipendenti comunali, stradini e altri.
Il maestro Pallaro era molto esigente e ci faceva ripetere il brano anche una ventina di volte. Era anche un uomo irascibile che perdeva subito la pazienza. Quando un musicista sbagliava, il maestro si adirava, gridava parolacce e spezzava la bacchetta. Su 70 elementi riusciva subito a individuare il suonatore che aveva sbagliato nota.
Suonavamo in piazza e poi c’era da bere gratis all’osteria da Fibbia. Suonavamo anche alle fiere e sagre dei paesi limitrofi: Villabartolomea, Correzzo, eccetera. Successivamente imparò a suonare anche mio fratello Amelio.
Nello, il figlio del maestro, regalava alla mia famiglia qualche tessera anonaria (per ottenere gli alimenti). Mi consegnò la chiave della scuola di musica e io in inverno andavo ad accendere la stufa e portavo a casa qualche pezzo di legno nascosto sotto il tabarro.
VINCITORI A ROMA
Nell’anno 1940 circa, arrivò da Roma l’ordine di selezionare le fanfare di tutte le città d’Italia. La fanfara di Cerea, di cui facevo parte, si trasferì alla GIL (Gioventù Italiana del Littorio) di Verona. Erano presenti tutte le fanfare della provincia per un totale di circa 450 suonatori.
Dopo qualche giorno arrivarono i maestri di musica, fra i quali il maestro Renato Facchin. A me fu assegnato un maestro da Garda. Andavamo sulle Torricelle per fare le prove: qui ci presentavano brani musicali nuovi da suonare per la prima volta. Poi ci suddividevano, a destra quelli prescelti e a sinistra quelli scartati.
Arrivato il mio turno, suonai un brano nuovo, senza fare errori. Un altro compaesano Bianchini, suonò anche lui un brano nuovo senza sbagliare e fu anche lui prescelto.
Il maestro ci chiese chi era il nostro maestro di musica a Cerea. Noi rispondemmo “Ugo Pallaro” e il maestro commentò:
“Dicono che Pallaro è matto, ma ha degli allievi che suonano, e suonano bene!”
Finiti gli esami, i suonatori scartati vennero mandati a casa. Quelli rimasti (fra i quali io e Bianchini) erano 110.
Adesso il maestro Facchin doveva selezionare fra questi, 33 suonatori, 30 per la fanfara e 3 di scorta. Le prove furono fatte in tre giorni, con meticolosità. Dopo ripetute prove, Facchin selezionò 33 suonatori, fra i quali io e Bianchini.
Ci assegnarono i posti nel dormitorio e ci stabilimmo definitivamente nell’edificio della GIL.
Tutte le mattine c’era la sveglia e gli esercizi: di corsa, suonando lo strumento, fino a Porta Nuova, andata e ritorno; circa 2 kilometri di percorso. Arrivati in cortile, c’era il riposo e la colazione. Dopo, il maestro Facchin ci dava lezioni di musica, per la durata di circa due settimane.
Una mattina, l’esercitazione di suonare di corsa nel cortile, durò più a lungo del solito. Un giro, due giri, tre giri... Un suonatore vicino a me gridò: “Basta.”
Facchin si avvicinò e mi diede uno schiaffo sulla nuca che mi provocò una ferita alle labbra appoggiate al bocchino dello strumento (flicorno).
Sentendomi colpito ingiustamente uscii dalla fila e scagliai con forza lo strumento contro il muro, fracassandolo.
I compagni mi dicevano che avevo fatto bene. Il maestro Facchin chiamò una guardia, mi fece arrestare e mi misero in prigione.
Rimasi in cella tutto il giorno. Alla sera non mi portarono da mangiare. Al mattino dopo il carceriere mi aprì e mi accompagno dal maestro Facchin.
Il maestro si scusò per l’accaduto perchè aveva scoperto quello che aveva parlato; poi mi informò che proprio quel giorno sarebbe arrivato un gerarca da Roma per esaminare la fanfara di Verona. Nella fanfara non poteva mancare un elemento perciò io dovevo partecipare; ma poichè avevo ancora la ferita alle labbra, avrei fatto finta di suonare.
Avevamo raggiunto un buon livello di istruzione musicale. Adesso occorreva perfezionarci nell’altrettanto importante allenamento militare.
Dopo pochi giorni arrivò un sergente istruttore nuovo e molto severo. Al mattino eseguivamo la solita corsa suonando, ma dopo passavamo sotto la sua direzione. A passo di marcia, andavamo sulle Torricelle e poi su un grande piazzale dove l’istruttore ci dava ordini in rapida successione. Esempio: avanti march; dietro front; per fila dest; squadra alt.
Molte altre cose erano cambiate. Il precedente istruttore ci concedeva, dopo cena, la libera uscita fino alle ore 10. Con questo istruttore la nostra libera uscita serale fu abolita; lui usciva mentre invece noi dovevamo coricarci a letto alle 8 di sera.
Una sera, stanchi della solita routine, alcuni allievi decisero di architettare uno scherzo. Con gli indumenti dell’istruttore costruirono un fantoccio e lo misero nel suo letto, sotto le coperte. Posero le scarpe in fondo al letto, che fuoriuscivano dal lenzuolo e sul cuscino ci coricarono un busto con la testa del duce.
A mezzanotte il sergente istruttore fece ritorno nel dormitorio. Noi spiavamo le sue mosse fingendo di dormire. Dapprima egli si arrestò, sorpreso nel vedere il suo letto occupato da un’altra persona. Poi si avvicinò, sollevò le coperte e scoprì il fantoccio che stava sotto.
Di colpo fu preso dall’ira e con voce arrabbiata incominciò a gridare chiedendo chi era l’autore dello scherzo. Poichè nessuno rispondeva decise di punirci tutti collettivamente. Ci ordinò di vestirci subito e di scendere giù in cortile. Qui fece l’appello; poi aprì il portone e ci costrinse a marciare per una lunga strada fino alle 3 di notte. Allora ci lasciò riposare un poco davanti a un’osteria, mentre lui entrò dentro per bere. Poi via, sempre in marcia percorremmo la strada del ritorno. Alle 5 del mattino raggiungemmo finalmente il nostro dormitorio. Qui ci lasciò dormire per un paio di ore. Al mattino presto, sveglia e ancora musica da suonare ed esercizi di atletica da eseguire.
L’istruttore ci ammonì: “Non azzardatevi a ripetere lo scherzo una seconda volta, altrimenti la pagherete dieci volte più cara!”
Nessuno si permise più di fare scherzi a questo sergente e l’istruzione continuò per altri 15 giorni: istruzione musicale col maestro Facchin e istruzione militare col sergente severo.
Finalmente arrivò l’ordine di trasferirci a Milano per selezionare le fanfare rappresentanti tutte le città d’Italia.
Partimmo in treno alla sera e arrivammo a Milano il mattino seguente. In una sede fuori città, fummo accolti con colazione in albergo. Mangiammo tutti un po’ di zucchero per energizzarci.
In questo posto c’erano moltissime fanfare in attesa di esibirsi. Dopo alcune marce di allenamento, arrivò il nostro turno per la prova. Ci recammo in un piazzale alberato dove stava la giuria. Il maestro Facchin ci fece suonare alcuni brani musicali che eseguimmo alla perfezione. Seguì poi la marcia, come ci avevano insegnato. Poi la marcia suonando il Flip Flop, correndo.
Percorremmo il giro completo del piazzale, del perimetro di circa 1 Kilometro, correndo e suonando. Arrivati davanti alla giuria, il maestro Facchin chiese di poter suonare un brano musicale scritto da lui.
Dopo ci ritirammo all’ombra, in attesa che si esibissero tutte le altre fanfare. Le esibizioni durarono tutto il pomeriggio e alla sera, in treno, ripartimmo per Verona.
Alcuni giorni dopo arrivò di corsa il Maestro Facchin per comunicarci la vittoria. Da questo momento la nostra fanfara rappresentava la regione Veneto.
Seguirono altri 20 giorni di allenamento. Adesso la nostra fanfara doveva gareggiare con le altre fanfare vincitrici, rappresentanti le altre regioni d’Italia.
Seguì un periodo di riposo: ci concessero una licenza da trascorrere a casa nostra, con l’obbligo però di ripresentarsi alla GIL dopo una settimana.
Al nostro rientro alla GIL tutto riprese come prima: fecero l’appello, ci consegnarono la divisa e riprendemmo le marce col sergente. Ancora marce e allenamenti sempre più intensi: corse sulle Torricelle, corsa col maestro Facchin suonando dalla GIL fino a Porta Nuova, ritorno e successivi giri in cortile.
Dopo 15 giorni di allenamento arrivò l’ordine di trasferirci a Roma per il concorso nazionale.
Partimmo alla sera alle 9, su un treno di terza classe. Portai con me una bottiglia di menta, ma era troppo concentrata e non potevo diluirla con l’acqua non potabile presente sull treno. Perciò dopo qualche sorso, regalai la bottiglia agli altri commilitoni.
Arrivammo a Roma di mattina presto. Dopo la colazione, siamo partiti in pullman e successivamente siamo saliti a piedi su un colle, fino a un accampamento. Lì abbiamo piantato la nostra tenda e fatto sosta. Dopo il pranzo in gavetta, molti di noi si sono riposati. Invece io e altri 4 amici abbiamo preferito esplorare i dintorni. Siamo saliti ancora sul colle, dove c’era una foresta di alberi con la corteccia di sughero. Ci siamo sperduti in quel bosco, però dopo tante giravolte abbiamo trovato la strada che portava all’accampamento. Qui ancora prove musicali che durarono otto giorni. Dopo, finalmente, arrivò l’ordine di partecipare alla gara.
Al mattino presto il pullman ci portò in prossimità dello stadio dei marmi. Al centro stava la giuria, e attorno le fanfare rappresentanti tutte le regioni d’Italia. Con l’altoparlante chiamavano le fanfare (una alla volta) che si esibivano davanti alla giuria.
Circa alle 10 arrivò il nostro turno. Il maestro Facchin si presentò alla giuria chiedendo il permesso di farci suonare un brano creato da lui. Dopo l’ascolto, tutti si congratularono con lui e subito dopo iniziò la gara vera e propria. Suonammo canzoni patriottiche davanti alla giuria. Poi iniziammo la corsa percorrendo il perimetro dello stadio, lungo circa un kilometro.
Le fanfare precedenti avevano compiuto al massimo mezzo giro. La nostra fanfara, composta di 33 suonatori, compì l’intero percorso dello stadio. Ci guidava il maestro Facchin e il sergente istruttore. All’arrivo, il maestro ci ordinò di proseguire e compiere un secondo giro. (il maestro ci aveva insegnato un piccolo trucco per risparmiare il fiato). Finito il secondo giro, il maestro ci incitò a compiere il terzo giro dello stadio, sempre correndo e suonando.
Altra lunghissima marcia, dove, all’arrivo due suonatori sono svenuti.
La giuria applaudì la nostra performance e si congratulò col maestro.
Usciti dallo stadio ci appartammo per riposare.
Al pomeriggio, dopo l’esibizione delle altre fanfare, la giuria ci assegnò il Primo Premio. Facchin ci diede la notizia e subito dopo ci recammo a palazzo Venezia per ricevere il premio. Mussolini strinse la mano a tutti noi, si congratulò col maestro e ci consegnò un diploma con i nomi di tutti i suonatori. Poi ci consegnò il trofeo: una statua di bronzo alta circa un metro, rappresentante un bersagliere. Facchin chiamò me e un altro per trasportare il trofeo.
La sera stessa siamo partiti in treno. Il trofeo era pesante e lo sistemammo sotto i sedili. Arrivati a Verona portammo il trofeo alla GIL e poi andammo a riposare. Il trofeo fu preso in consegna dai gerarchi e venne esposto in una nicchia. Come ulteriore premio ci assegnarono una gita in Spagna, ma io avevo la fidanzata e così partì mio fratello al posto mio. Anche lui suonava lo stesso strumento e perciò lo scambio fu possibile.
Negli anni successivi mi sposai e abbandonai la musica. Dopo la morte del maestro Pallaro fu chiamato il maestro Facchin come sostituto. Alla sagra di Cerea in piazza Sommariva, Facchin diresse la banda. Io ero presente alla manifestazione; durante una pausa Facchin mi vide, scese dal podio e mi consegnò la bacchetta invitandomi a dirigere la banda. Io rifiutai e il maestro salì sul podio e spiegò che io ero uno dei vincitori del primo premio nazionale a Roma.
CINEMA
L’unico cinema a Cerea era di proprietà di Melchiori Luigi; era aperto sabato, domenica e giovedì. Al giovedì c’era il western; i ragazzi arrivavano numerosi, si affollavano davanti all’ingresso formando una lunga fila fin sulla la strada.
Arrivava il signor Luigi con due figli Dino e Nella, la cassiera. Appena entrati chiudevano la porta per iniziare i preparativi. Una guardia privata lasciava entrare nell’ingresso 5 o 6 persone alla volta e poi chiudeva la porta. C’erano i primi posti, in loggia; i secondi in fondo alla platea, con le poltroncine; io entravo nei terzi posti, davanti, dove c’erano le panche di legno. Dopo poco tempo la sala era piena zeppa.
Una donna all’interno aveva il permesso di vendere semi di zucca e castagne secche; in cambio puliva il teatro gratis durante la settimana.
La proiezione incominciava con il cortometraggio Luce, con notizie di cronaca e politica. Poi si dava inizio al film.
Gli spettatori seguivano lo spettacolo con grande attenzione, immedesimandosi nella vicenda incitando gli attori con urli e grida.
Il film era vecchio (per risparmiare sul noleggio) le pellicole erano malandate con giunte e fuori quadro. A volte si rompeva la pellicola e in sala gli spettatori gridavano:
“Melchioriii, hai tagliato!!!”
A volte il finale del film non era gradito al pubblico e in questo caso gli spettatori scalmanati spaccavano le panche e urlavano:
“Melchiori!!! Ciclone!!!”
Il signor Dino in persona correva a vedere i danni e allora gli spettatori si calmavano di colpo.
Alla fine gli spettatori di terza classe uscivano dal cortile e gli altri dalla porta di ingresso.
Al sabato e alla domenica, solitamente proiettavano un film strappalacrime.
ANCORA CINEMA
Io e l’amico Severino Piccinini (detto Serpia) eravamo molto appassionati di cinema, ma avevamo pochi soldi in tasca e il biglietto costava caro.
Allora ho progettato di falsificarli. I biglietti erano stampati su carta rosa dalla tipografia Manani di Legnago. Severino andò a comprare alcuni fogli di carta identica.
Io, nella bottega di orologiaio, costruii una scatola con coperchio di vetro e sotto posi una lampadina. Sotto, posizionai anche un biglietto autentico e sopra il vetro misi il biglietto vergine.
Alla domenica pomeriggio scrivevo pazientemente con la penna a inchiostro, tutte le parole stampate sul biglietto.
Poi io e Severino andavamo al cinema. Quando la saletta di ingresso era affollata, noi entravamo direttamente in sala con i biglietti falsi. Il controllore guardava i biglietti alla luce rossa della lampadina, li rompeva e ci lasciava passare. Questo trucco funzionò per alcuni mesi.
Ma il vecchio Luigi, a casa, controllando i biglietti rotti scoprì quelli falsi! Allora avvertì il rompibiglietti in sala di controllarli più attentamente.
Così, una domenica pomeriggio, appena entrati, il controllore prese i nostri biglietti e andò a esaminarli alla luce dell’ingresso. Scoprì che erano falsi e ci fece molte domande. Chiese la provenienza; rispondemmo che ci erano stati regalati da un amico. Chiese il nome dell’amico; rispondemmo che lo ignoravamo. Ci chiese quante volte ce lo aveva dato; rispondemmo che questa era la prima volta.
Tutto finì lì e quella domenica uscimmo fuori senza vedere il film.
LA BALERA
In piazza Sommariva esisteva una scuola di musica che veniva utilizzata anche come sala da ballo. Ogni sabato la sala veniva sgombrata di banchi, leggii e strumenti musicali. Si spargevano mozziconi di candele (presi dalla chiesa) in modo che, calpestandoli si lucidava il pavimento. Ogni domenica pomeriggio, alle ore 13 si apriva la balera e rimaneva aperta fino all’una di notte.
Nello, figlio del maestro Ugo Pallaro, faceva il cambiadischi (DJ). I dischi erano a 78 giri e bisognava cambiare la puntina del grammofono dopo ogni suonata. Nello si stancò di questo lavoro e assunse me per 10 Lire d’argento a serata.
Così presi il suo posto e mi divertii a fare questo lavoro. Suonavo walzer, tanghi, fox trot, mazurke, polke... a richiesta del pubblico. Attorno alla sala c’erano panche e spesso le ragazze venivano accompagnate dalle loro madri.
Per risparmiare le puntine di acciaio io la giravo un quarto di giro dopo ogni suonata, in modo da poterla utilizzare 4 volte. Un pomeriggio si ruppe l’amplificatore e la musica cessò. Io chiesi se c’era una radio e Nello andò a casa a prendere la sua. Collegai il giradischi al phono dell’ apparecchio e ripresi a suonare i dischi. Il suono era un po’ debole, però il ballo potè proseguire.
I ballerini abituali erano anche miei amici: Arrigo Luppi che mi presentò una ragazza di nome Anna. Enzo Rigatelli che mi chiedeva spesso di suonare una canzone che gli piaceva molto. Antenore, un ragazzo spavaldo che mi chiedeva una canzone, poi prendeva una ragazza qualunque e la faceva ballare. Un altro soprannominato il Chiaro.
A volte i ragazzi ballavano fra loro e le ragazze fra di loro. Ma il maestro Pallaro spegneva la musica e dal microfono gridava che questo non era consentito perchè due catenacci fra loro non combinano niente!
In inverno avevo anche il compito di accendere la legna in una grossa stufa di terracotta, per riscaldare l’ambiente.
Il giorno dopo le danze, i dipendenti comunali pulivano e rimettevano al loro posto banchi e strumenti per la scuola di musica che si svolgeva ogni martedì e venerdì sera.
Svolsi questa attività per alcuni anni, finchè la balera venne spostata e io smisi.
SUL SAN BERNARDO
A 18 anni il lavoro di orologiaio non mi soddisfaceva più e mi rivolsi ai sindacati per cambiare mestiere. I sindacati, una volta alla settimana, allestivano un tavolo in piazza per offrire il lavoro delle ditte. C’era un posto di elettricista in un cantiere sul Piccolo San Bernardo e io lo accettai.
Partii insieme ad altri amici Severino Piccinini e Melotto. Dopo un giorno intero sul treno, arrivammo finalmente ad Aosta, dove ci aspettava un camion che ci trasportò in alta montagna. Era luglio, ma c’erano i ghiaccioli sotto i tetti e l’acqua dei torrenti era gelida.
Dapprima feci l’impianto elettrico ai dormitori; poi riparai la suoneria di un telefono di teleferica; il capo mi lodò e fu molto soddisfatto.
Ma lassù il clima era troppo freddo ed io e gli altri due amici decidemmo di licenziarci. Riscuotemmo la piccola paga e al pomeriggio incominciammo a scendere a piedi lungo la strada di montagna. A sera eravamo ancora in cammino, stanchi ed affamati. Trascorremmo la notte dentro una grotta, dove si udiva lo sgocciolio perenne dell’acqua. Alle prime luci dell’alba riprendemmo la discesa e arrivati ad Aosta andammo subito a comprarci il pane. Di giorno andavamo in giro per visitare la città e di notte dormivamo sulle panchine dei giardini pubblici. Ma dopo tre giorni i soldi finirono. Ci rivolgemmo allora ai Carbinieri dove esponemmo la nostra situazione. Per poter venir mandati a casa in treno, senza biglietto, dovevano prima arrestarci. Accettammo, così ci misero tutti tre dentro una cella. Di notte la sentinella passava e batteva le sbarre delle inferriate; al mattino dovevamo vuotare il bugliolo, accompagnati da una guardia. Durante l’ora d’aria uscivamo in cortile assieme agli altri carcerati. C’erano alte mura e sentinelle. I carcerati avevano facce torve e noi tre restavamo uniti in un angolo.
Rimanemmo in cella per alcuni giorni, mentre i Carabinieri richiedevano informazioni nel nostro paese di provenienza. Finalmente arrivò l’ordine di scarcerazione. Muniti di foglio di via, un Carabiniere salì in treno con noi, col compito di scortarci fino a Cerea. Ma lui scese alla prima fermata, perchè, ci disse, andava a trovare la fidanzata. Confidava che noi, bravi ragazzi, arrivati a Cerea, saremmo subito andati in caserma e poi in municipio.
Cambiammo treno più volte, mostrando al controllore il foglio di via. Di pomeriggio arrivammo al nostro paese; il giorno dopo andammo dai carabinieri e in municipio per compiere le ultime formalità. Dopo quel momento la nostra avventura poteva dirsi conclusa.
IN BARCA
Mio fratello Amelio si era fidanzato con una ragazza in Via Tombola. Suo fratello Diano costruiva le barche per i pescatori. L’ho conosciuto, abbiamo fatto amicizia, mi ha mostrato le sue barche e come le costruiva.
Mi è venuto il desiderio di possedere anche io una barca, visto che il mio cortile confinava con il fiume Menago. Diano fabbricò una barca per me, nera, catramata, a fondo piatto e mi insegnò come remare.
Giorni prima un cliente ci aveva portato una radio a batterie da riparare. Fin da bambino io avevo la passione per la radiotecnica, leggevo libri, facevo esperimenti e quella radio la riparai io. Possedere una radio in quei tempi dava una grande gioia; così dopo qualche giorno, io e mio fratello Gino decidemmo di fare una gita in barca, portando la radio con noi.
Caricammo l’apparecchio e le batterie sulla barca, collegammo i fili e dopo navigammo sul fiume fino ai Molini, ascoltando la musica.
BRUTTA AVVENTURA IN BARCA
Purtroppo però, quello non era un pomeriggio tranquillo. Eravamo in tempo di guerra e si udivano gli scoppi delle bombe in lontananza. Perciò, impauriti, io e Gino decidemmo di fare ritorno a casa.
Ma ci aspettava una brutta sorpresa. I militari tedeschi pattugliavano il fiume perchè avevano un deposito di munizioni in un bosco vicino. Come ci avvistarono ci ordinarono di accostare e scendere.
Poi ci chiesero con tono minaccioso: “Perchè radio fiume?”
Io risposi che era per divertimento, ma il militare ripeté la domanda in tono ancora più rabbioso: “Perchè radio fiume?”
A questo punto ci sequestrarono la radio, con fili e batteria e gridando: “Con mea!” ci condussero al Comando.
Questo palazzo era situato di fronte alla chiesa. Ci portarono dentro un ufficio dove un altro militare ci interrogò lungamente. Infine diede degli ordini e i militari ci fecero salire su una camionetta e ci trasferirono alle prigioni di Angiari.
L’interno di questo edificio era squallido, con molti prigionieri seduti sulle panche, guardiani e file di celle. C’era un gran rumore di persone che parlavano forte, cancelli che si chiudevano, ordini impartiti a voce alta. Ci scortarono nell’ultima cella in fondo a un corridoio e ci chiusero dentro. Nessuno ci portò da mangiare.
Il giorno successivo arrivò un tecnico per verificare la funzione dell’apparecchio radio. Il tecnico era italiano e si chiamava Simone Leonardo (soprannominato Bacaro) da Bovolone ed era cliente e amico di nostro papà. Venne dentro la nostra cella accompagnato da un militare, per interrogarci nuovamente. In quell’occasione ci sgridò e fu molto severo.
Successivamente Simone tornò da solo e ci spiegò cosa era accaduto: gli Alleati avevano bombardato lo zuccherificio di Legnago. Noi ragazzi eravamo sospettati di aver comunicato, via radio, gli ordini e le coordinate per il bombardamento.
Simone spiegò agli ufficiali tedeschi che quella non era una radio trasmittente. La radio venne fatta esaminare anche da un tecnico tedesco che confermò trattarsi di una semplice radio adibita all’ascolto.
Ma ciò non bastò a ridarci la libertà. I tedeschi avevano deciso di spedirci in Germania su un treno, insieme ai partigiani destinati ai campi di lavoro.
Simone avvertì i nostri genitori e promise di fare tutto il possibile per aiutarci.
Il giorno seguente ritornò da noi e ci spiegò il piano di fuga: durante l’ora di cena dei militari avviene il cambio della guardia. Con la complicità del guardiano italiano, la serratura della nostra cella sarebbe rimasta aperta. Simone ci suggerì di uscire durante quel breve intervallo, prima che arrivasse l’altro militare di turno. Poi dovevamo camminare attraverso i campi fino a Cerea e rimanere nascosti in casa per alcuni giorni. Se qualcosa andava storto, per noi era la fine, perchè non esistevano altre vie di uscita.
Quella sera, al cambio di guardia, il guardiano italiano aprì la cella, finse di controllare, poi rinchiuse la porta, ma senza serratura. Mentre lui si allontanava, noi uscimmo furtivamente fuori. Il corridoio era deserto, ma tra poco sarebbe arrivato l’altro soldato per il turno di guardia. Avanzammo in fretta, ascoltando i rumori dei militari seduti alle tavole per la cena. Raggiungemmo l’uscita, svoltammo dietro l’edificio e iniziammo la fuga attraverso i campi.
Percorremmo i sentierini lungo le rive dei fossi fino a Palesella, dove trovammo nostro fratello Mario che ci era venuto incontro con la bicicletta.
Arrivammo a casa e rimanemmo chiusi dentro per quattro giorni, senza mai farci vedere fuori.
Dopo, timorosamente, ci azzardammo a uscire, percorrendo strade secondarie alla periferia del paese, lontano dalla sede del Comando.
Passato lo spavento, piano piano riprendemmo a vivere come prima. La nostra avventura era finita e, con l’aiuto di Simone, tutto era andato bene. Ma il brutto ricordo resterà per sempre presente dentro di me.
Successivamente scoprimmo che la nostra barca che avevamo legata a un palo, ci era stata rubata. La abbiamo cercata percorrendo le rive del fiume, a ovest e a est. Un giorno la abbiamo intravista nascosta in mezzo a una risaia. Era proprio la nostra. Così abbiamo caricato le bici e siamo ritornati a casa, lentamente perchè mancavano i remi. La riconsegnammo a Diano perchè ci era passata per sempre la voglia di andare in barca.
MATRIMONIO
Quando la mia famiglia si è trasferita in Via Paride, ho conosciuto una brava ragazza e in seguito mi sono fidanzato.
Nel 1945 mi sono sposato e siamo andati ad abitare in affitto nella casa della maestra Ebe in Via 4 Novemre.
Poi nel 1946 è nato il figlio e nel 1948 ci siamo trasferiti nella casa di proprietà dei Faggioni.
Mia moglie mi ha aiutato molto nel mio lavoro. Quando facevo l’operatore al cinema Sociale, mi portava la cena e mentre io mangiavo, lei regolava i carboni del proiettore.
Quando ho aperto il negozio, lei teneva la contabilità, pagava le cambiali, oltre che cucinare, rammendare e accudire il bambino.
VARI LAVORI
Il lavoro di orologiaio non mi piaceva e mi iscrissi ai sindacati per cercare un nuovo lavoro. Tutti i giovedì mattina andavo al loro banco, situato all’aperto, in piazza.
Con questa procedura fui assunto nelle ferrovie. La nostra squadra aveva il compito di rastrellare la ghiaia lungo la ferrovia in costruzione. C’era un attrezzo chiamato il Diavolo, composto da un rastrellone con manico e due funi. Un operaio spingeva il manico e altri due dalla parte opposta tiravano le funi per far risalire la ghiaia. Il lavoro era pesante e dopo una settimana mi licenziai.
Saltuariamente facevo l’elettricista al cinema Melchiori, quando avevano bisogno di riparare l’impianto elettrico.
Dopo sposato mio cognato mi fece assumere dalla ditta di bruciatori Zambelli di Legnago. Partivo in bici tutte le mattine per raggiungere il posto di lavoro e tornavo alla sera. Qui il mio compito era quello di assemblare i motori dei bruciatori. In una occasione bisognava praticare un foro e il capo officina mi indicò il trapano. La punta era consumata, perciò io la passai alla mola e poi feci il foro. Il capo venne a controllare il lavoro, ma non c’era nulla da dire perchè io avevo pratica e il risultato era perfetto.
Il lavoro era monotono e snervante; dalla mattina fino a sera con pausa a mezzogiorno per mangiare quello che mi portavo da casa. Dopo 15 giorni mi licenziai.
Nel dopoguerra si diffuse la moda dei tubi fluorescenti che sostituivano le lampadine. L’amico ingegner Tosi mi propose di costruire i reattori che servivano per alimentarli. Tosi comprò il materiale, filo, macchine avvolgitrici, contenitori e allestì un laboratorio a casa sua in via Stazione. Io andavo a lavorare là: avvolgevo il filo, assemblavo i pezzi e alla fine fondevo il catrame dentro il contenitore, per evitare il ronzio.
I reattori funzionavano bene e a Milano ne commissionarono 40. Il lavoro si allargò e Tosi assunse altre persone: due ragazze e l’amico Bertolazzi. Dopo circa un anno però questo lavoro si esaurì a causa dell’eccessiva concorrenza.
Ho allestito un laboratorio nella casetta Pollini. All’esterno ho piantato un palo con l’antenna. In una stanza al piano superiore ho sistemato un banco e in alto sul muro ho scritto CLK la sigla di radioamatore.
Ma il lavoro era scarso, così per mezzo di un amico radioamatore, chiesi di venire assunto alla Società Elettrica. Mi indirizzarono al capo Magnabosco di Cerea il quale, dopo dieci giorni venne da me e mi propose di presentarmi nel suo ufficio. Successivamente mi mandarono all’ufficio di Legnago e qui venni assunto.
Al mattino dopo mi presentai a Magnabosco per ricevere direttive. Mi spedì insieme ad altri tre a Sanguinetto, in bici per allacciare contatori e fare impianti elettrici. Bisognava stendere fili in campagna, fare le linee e salire sui tralicci. Ma ero avventizio e scaduti i due mesi rimasi senza lavoro. Dopo un intervallo venni riassunto. Poi altro intervallo e altra chiamata.
Nel frattempo De Guidi, gestore del cinema Sociale, mi propose di assumermi stabilmente al cinema. Iniziai così il nuovo lavoro al cinema Sociale, come elettricista, operatore e responsabile delle spedizioni pellicole e pubblicità nei paesi limitrofi.
Ma purtroppo questa non si è rivelata una buona scelta perchè le ore di lavoro erano molte e la paga era bassa. Alla successiva chiamata della Società Elettrica io rifiutai e così perdetti il diritto all’assunzione stabile; poichè da quel momento in poi tutti gli avventizi diventarono fissi!
FRED BONGUSTO
Il primo amplificatore del cantante Fred Bongusto glielo costruii io.
Bongusto aveva uno zio ufficiale al cantiere di Sanguinetto. Questo zio chiamò qui al nord suo nipote, lo ospitò presso una parente, lo incoraggiò a suonare la chitarra e lo aiutò a lanciarsi nel mondo dello spettacolo.
Una sera lo zio accompagnò Bongusto a casa mia e mi commissionò la costruzione di un amplificatore per chitarra. Lo voleva forte e fedele.
Io, che ero radioamatore, glielo costruii con valvole da trasmittente. A quel tempo non esistevano i sensori perciò con una ventosa applicai il microfono alla cassa della chitarra, per evitare l’effetto Larsen. Aggiunsi anche la cassa con l’altoparlante.
Una settimana dopo, di sera, vennero a ritirarlo e furono molto soddisfatti. Bongusto suonò nella saletta alcune canzoni. Suonava e cantava e già allora era molto bravo.
NEGOZIO IN VIA PARIDE
Dopo aver provato vari lavori (cinema, società elettrica, ditta di bruciatori) negli anni ’50 allestii un laboratorio nella casetta in corte Pollini.
Gli amici mi portavano qualche apparecchio radio da riparare. Tutti rimanevano soddisfatti e mi facevano pubblicità. Il lavoro aumentò e decisi di ingrandirmi.
L’ex Mostra della Fiat era un edificio semicircolare, con terrazza, nell’angolo ovest del Parco Nazionale Cabrini. La mostra era chiusa da molti anni e io presi in affitto la prima delle 4 stanze. Un amico imbianchino dipinse le pareti. Un falegname mi costruì i banchi e gli scaffali. All’esterno appesi un tabellone in lamiera con la scritta: LA RADIOTECNICA.
I rappresentanti che passavano mi fornivano gli apparecchi radio; ma il guadagno era scarso. Una radio costava 33mila lire e io la rivendevo a 35mila.
Venni a conoscenza che Silvio Costa da Genova vendeva scatole di montaggio di apparecchi radio marca Alfa che costavano 15 o 17mila lire, prive di mobili. Mandai a prendere questi apparecchi da assemblare e feci costruire i mobili dai falegnami locali.
Il lavoro si allargò e cercai il primo apprendista: Otello. In seguito venne da me il padre di un altro ragazzo che mi portò il figlio Rodolfo, anche lui appassionato di radiotecnica.
Successivamente i rappresentanti mi fornirono bombole Solgas e fornelli a gas. Il lavoro era sempre in aumento e assunsi il terzo apprendista, Gastone, che portava con la bici, le bombole ai clienti.
Procedetti così per alcuni anni fino alla comparsa della Televisione!
LA TELEVISIONE
Nei primi anni ’50 leggevo riviste che insegnavano come costruire un televisore e dove procurarsi il materiale.
Mandai a prendere in Inghilterra una scatola di montaggio e assemblai il primo televisore con tubo catodico rotondo di 30 cm. e 24 valvole.
Tutte le sere dopo cena mi chiudevo dentro la mia bottega per lavorare a questo nuovo apparecchio. Avevo il batticuore quando lo accesi la prima volta. Le valvole si accesero, il tubo si illuminò; io provai a cambiare canale (c’erano 14 canali già predisposti dal costruttore) ma nessuno dava segnali. Ricontrollai tutto, ma non c’erano errori.
L’unica stazione trasmittente di prova era a Milano. Progettai una antenna adatta e la feci costruire dal fabbro. Insieme ad alcuni amici alzammo il palo dell’antenna, in ottone pesante. Ma avvenne un incidente. Il palo ci sfuggì e andò a cadere proprio sui fili nudi della corrente elettrica, provocando un corto circuito che lasciò al buio tutto il paese.
Successivamente ricostruii l’antenna, più leggera in alluminio, alta 25 metri e la alzammo nell’ex parco nazionale Cabrini. Ripresi a verificare il funzionamento del mio televisore, sintonizzato sul canale di Milano. Una sera finalmente arrivò il primo segnale solamente audio: “Qui Milano, prove tecniche di trasmissione.”
Seguitai a riprovare e circa un mese dopo riuscii a vedere un video molto nebbioso ma senza audio. Tarai tutti i registri per migliorare il video, sempre privo di sonoro.
Gli amici mi informarono che sul Monte Venda avevano installato un altro trasmettitore. Costruii una nuova antenna e finalmente il video apparve, bello, nitido ma ancora privo di sonoro. Mi informarono che l’audio mancava per evitare di pagare i diritti alla SIAE.
Poi trasmisero il monsocopio accompagnato da una sola nota.
Successivamente le prove di trasmissione avvenivano tutte le sere, così io misi in vetrina il televisore acceso. La gente si assiepava davanti alla vetrina, occupando anche il marciapiede. Nelle sere seguenti la fila si allungò ancora di più occupando anche la strada, cosicché intervennero i Carabinieri.
Visto il successo ottenuto con la televisione, decisi di vendere questi apparecchi. Li cercai, e me ne feci portare uno da un rappresentante. Questo televisore avevo lo schermo quadrato. Tutti lo ammiravano, ma nessuno lo comprava perchè il prezzo era troppo alto!
RADIO ZANCHI
Roberto e sua sorella Anna Zanchi provenivano da Sanguinetto (VR) e aprirono un negozio di radio in Piazza Matteotti a Cerea. La moda della televisione stava dilagando e Roberto che non aveva la necessaria competenza tecnica, mi propose di assumermi come capo tecnico.
Dopo varie indecisioni accettai; chiusi il mio negozio, imballai tutto il materiale e lo trasferii a casa mia. Da allora divenni suo dipendente, gli consigliai come impostare il lavoro, le marche migliori di radio e tv, eccetera.
Contemporaneamente però i fratelli Tarocco a Cerea iniziarono a vendere radio nel loro negozio di elettricità. All’inizio si rivolgevano a Zanchi per averli in deposito. Successivamente comprarono questi apparecchi direttamente dai fornitori e diventarono nostri concorrenti.
Il lavoro non era florido come sembrava. La ditta Zanchi era insicura. Mi pagavano al sabato e spesso il giorno dopo mi chiedevano in prestito i soldi. La sorella amava ballare e nascondeva i costosi vestiti nelle scatole degli apparecchi radio. Un giorno, la vendita di una radio fallì perchè all’apparecchio mancava un valvola, prelevata in precedenza per riparare un altro apparecchio. L’amministrazione era carente. Spesso mancava il denaro per pagare le rate. Allora ricorrevano a prestiti da un cliente facoltoso. Questo aveva la passione per la caccia e usava un richiamo per le quaglie, composto da nastro registrato e altoparlante. Quando si rompeva lo portava a riparare da noi e in quelle occasioni prestava a Zanchi il denaro per pagare cambiali in scadenza.
Tutti i sabato e domenica notte Zanchi suonava la musica nelle balere e sua sorella ballava. Erano serate divertenti, ma al lunedì mattina il divertimento finiva perchè c’erano i creditori da pagare e mancavano i soldi.
Zanchi si sposò e la dote della moglie, 5 milioni, fu messa in banca col proposito di lasciarla fruttare. Ma eccezionalmente prelevava una somma, con l’impegno di riportarla al più presto. L’impegno non venne mai mantenuto dopo questi prelievi, così il piccolo capitale sfumò completamente.
Dopo un anno mi licenziai e decisi di riaprire il negozio in via Paride. Ma la stanza era già affittata all’elettrauto Barni, perciò presi in affitto l’ultima stanza dell’edificio, quella vicino al vespasiano pubblico. Questa stanza disponeva di un cortiletto all’interno del parco nazionale Cabrini. Dopo un anno Barni andò via e io mi trasferii nella stanza rimasta libera.
La televisione nel frattempo stava ottenendo un enorme successo, specialmente la trasmissione del giovedì intitolata Lascia o Raddoppia, condotta da Mike Bongiorno. Tutti volevano vedere questo programma, nei bar e nelle famiglie. I gestori del cinema Sociale mi incaricarono di portare un televisore 21 pollici, in sala, tutti i giovedì. Alle ore 9 il film veniva interrotto e si accendeva il televisore per guardare Lascia o Raddoppia. Alla fine della trasmissione, si riprendeva la proiezione del film.
CINEMA A MILANO
Negli anni 60 De Guidi comprò un terreno e fece costruire un cinema nelle vicinanze di Milano. Mi commissionò il quadro dei comandi e andai a Milano più volte per fare l’impianto. Fu un lavoro lungo e fu l’ultimo grosso impegno che assunsi; dopo proseguii con la mia attività del negozio fino all’arrivo della pensione.
Settembre 2015 Gennaio 2016
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